scrittori, cioè la lunga ma stretta provincia dell'Affrica, doveva una
carovana impiegare quattro o cinque mesi ad attraversare da qualunque
banda, cioè da Fargana sino ad Aden e da Tarso sino a Surate, quella
region dell'impero che formava per così dire un solo pezzo non
interrotto[435]. Invano si sarebbe cercata colà quella unione
indissolubile, e quella agevole sommessione che s'incontrava sotto
l'impero d'Augusto e degli Antonini; ma la religion musulmana dava a sì
vaste contrade una generale rassomiglianza di costumi e di opinioni. In
Samarcanda, in Siviglia, con pari ardore, si studiavano la lingua e le
leggi del Corano; e Mori e Indiani si scontravano in pellegrinaggio alla
Mecca, s'abbracciavano, come concittadini e fratelli, e l'idioma degli
Arabi era il dialetto popolare di tutte le province giacenti
all'occidente del Tigri[436].
NOTE:
[209] -V.- la descrizione della città e del distretto d'Al-Yemanah in
Abulfeda (-Descript. Arabiae-, p. 60, 61). Nel tredicesimo secolo
v'erano tuttavia alcune ruine e poche palme. Oggi quel Cantone medesimo
è soggetto alle visioni e alle armi d'un profeta moderno, di cui si
conosce la dottrina imperfettamente. (Niebuhr, -Description de
l'Arabie-, p. 296-302).
[210] Questa profetessa, che si nomava Segjah, ritornò all'idolatria
dopo la caduta dell'amante; ma sotto il regno di Moawiyah abbracciò la
religione musulmana, e morì a Bassora (Abulfeda, -Annal.- vers. Reiske,
p. 63).
[211] -V.- il testo, che dimostra l'esistenza d'un Dio per l'opera della
generazione, in Abulfaragio (-Specimen Hist. Arabum- pag. 13 e Dynast.,
pag. 103) e in Abulfeda, (-Annal.-, pag. 63).
[212] -V.- il suo regno in Eutichio (t. II, p. 251), Elmacin (p. 18),
Abulfaragio (p. 108), Abulfeda (p. 60 ), d'Herbelot (p. 58).
[213] -V.- sul suo regno Eutichio (p. 264), Elmacin (p. 24), Abulfaragio
(pag. 110), Abulfeda (pag. 66), d'Herbelot (p. 686).
[214] -V.- sul suo regno Eutichio (p. 323), Elmacin (p. 36), Abulfaragio
(pag. 115), Abulfeda (pag. 75), d'Herbelot (p. 695).
[215] -V.- intorno al suo regno Eutichio (p. 343), Elmacin (p. 51),
Abulfaragio (p. 117), Abulfeda (p. 83), d'Herbelot (p. 89).
[216] -V.- sul suo regno Eutichio (p. 344), Elmacin (p. 54), Abulfaragio
(pag. 123), Abulfeda (pag. 101), d'Herbelot (p. 586).
[217] -V.- i regni loro in Eutichio (t. II, p. 360-395), Elmacin (p.
59-108), Abulfaragio (-Dynast.- IX, p. 124-139), Abulfeda (p. 111-141),
d'Herbelot (-Bibl. orient.-, p. 691), e gli articoli particolari di
quest'Opera che si riferiscono agli Ommiadi.
[218] Appena troviamo negli storici Bizantini qualche monumento
originale sul 7.º e 8.º secolo, trattane la Cronica di Teofane
(-Theopanis confessoris chronolog., gr. et lat., cum notis Jacobi Goar.-
Parigi 1655 in fol.) e il compendio di Niceforo (-Nicephori patriarchae
C. P. Breviarium historicum, graec. et lat.- Parigi 1648 in fol.):
vissero questi due scrittori nel principio del nono secolo (-V.- Hancke,
-De scriptor. byzant.-, p. 200-246). Fozio, lor contemporaneo, non ci dà
maggiori notizie. Dopo aver lodato lo stile di Niceforo, soggiunge:
Και ολως πολλους εσι τον προ αυτου αποκρυπτομενος τηδε της ισοριας τη
συγγραφη, -e assolutamente oscura in quel ristretto d'istoria molti che
lo precedettero-; solamente si lagna della sua troppa brevità (Phot.
-Bibl. Cod.- 66, p. 100). Si ponno raccogliere alcune giunte nelle
storie di Cedreno e di Zonara, che son del duodecimo secolo.
[219] Tabari, o Al-Tabari, nativo del Taborestan, famoso Imano di
Bagdad, e il Tito Livio degli Arabi, terminò la sua storia generale
l'anno 302 dell'Egira (A. D. 914). Sollecitato da' suoi amici, ridusse
la sua Opera di trentamila fogli a più discreta misura; ma non si
conosce l'originale Arabo che per le versioni fattene in lingua Persiana
e Turca. Dicesi che la storia de' Saraceni, di Ebu-Amir o Elmacin, sia
un ristretto della grande storia di Tabari. (Ockley, -Hist. of the
Saracens-, vol. II, -Prefazione-, pag. 39, -e Lista degli autori-, di
d'Herbelot, p. 866, 870, 1014).
[220] Oltre la lista degli autori Arabi data da Prideaux (-Vita di
Maometto-, pag. 179, 189), Ockley (sul fine del secondo volume) e Petis
de la Croix (-Hist. de Gengis-Kan-, p. 525-550), s'incontra nella
Biblioteca orientale, articolo -Tarikh-, un catalogo di due o trecento
storie o croniche dell'Oriente, delle quali solo tre o quattro sono
anteriori a Tabari. Reiske (ne' suoi -Prodidagmata ad Hagji chalifae
librum memorialem ad calcem Abulfedae Tabulae Syriae-, Leipzig, 1766) fa
una viva dipintura della letteratura orientale, ma non ebbe effetto il
suo disegno, nè la version francese annunciata da Petis de la Croix
(-Hist. de Timur-Bec-, tom. I, -Prefazione-, pag. 45).
[221] Indicherò opportunamente gli storici e i geografi speciali: ma
nella narrazione generale ebbi per guida le seguenti opere: 1. -Annales
Eutychii, patriarchae Alexandrini, ab Edwardo Pocockio-, Oxford, 1656, 2
vol. in 4. È questa una pomposa edizione d'un autore assai tristo.
Pocock lo tradusse per appagare i pregiudizi presbiteriani di Selden,
amico suo. 2. -Historia Saracenica Georgii Elmacin, opera et studio
Thomae Erpenii-, -in- 4., -Lugd. Batav.-, 1625. Vuolsi che Erpenio
traducesse frettolosamente un manoscritto guasto, e la sua versione in
fatti è piena zeppa di spropositi e di difetti di stile. 3. -Historia
compendiosa Dynastiarum a Gregorio Abulpharagio, interprete Edwardo
Pocockio-, -in- 4., Oxford, 1663. Essa è più utile alla storia
letteraria che alla civile dell'oriente. 4. -Abulfedae Annales Moslemici
ad ann. hegyrae 406, a Jo. Jac. Reiske-, -in- 4., Leipzig, 1754. La
migliore è questa delle nostre cronache e per l'originale e per la
versione, ma è molto inferiore alla fama d'Abulfeda. Sappiamo ch'egli
scrisse a Hamah nel secolo quattordicesimo. I tre primi autori erano
cristiani, e fiorirono nel decimo, duodecimo, e tredicesimo secolo.
Nacquero i due primi in Egitto; l'un d'essi era patriarca de' Melchiti,
e l'altro uno scrittore Giacobita.
[222] Il Sig. di Guignes (-Storia degli Unni-, t. I, -Prefaz.- p. 19,
20) ha con esattezza e cognizion di causa fatto il carattere di due
spezie di storici Arabi, del freddo analizzatore, e dell'oratore pomposo
e tumido nello stile.
[223] -Biblioteca orientale-, del Sig. d'Herbelot, -in folio-, -Parigi-,
1697. Si consulti sul merito di questo pregevole autore il suo amico
Thevenot (-Viaggi in Levante-, part. 1, c. 1). La sua opera è un tessuto
di varietà che debbono andare a genio di tutti i gusti; ma non ho mai
saputo tollerare l'ordine alfabetico da lui seguìto; e lo trovo poi più
gradevole nella storia della Persia che in quella degli Arabi. Il
supplimento aggiuntovi, da poco tempo in qua, coll'aiuto degli scritti
de' Sig. Visdelou e Galland (-in folio-, Aia, 1775) val meno d'assai. È
un ammasso di novelle, di proverbi, di particolarità su le antichità
cinesi.
[224] Pocock spiega la cronologia della dinastia degli Almondari
(-Specimen, Hist. Arabum-, p. 66-74), e d'Anville dà le notizie relative
alla situazion geografica de' loro Stati (l'-Eufrate e il Tigri-, p.
125). Il dotto Inglese sapea l'arabo più del Muftì d'Aleppo (Ockley,
vol. II, p. 34). A qualunque secolo, a qualsiasi paese del Mondo si
trasporti il geografo Francese, egli si trova per tutto nella sua
giurisdizione.
[225] -Fecit e Chaled plurima in hoc anno praelia, in quibus vicerunt
Muslimi et INFIDELIUM immensa multitudine occisa spolia infinita et
innumera sunt nacti- (-Hist. Saracen.-, p. 20). L'annalista cristiano si
fa lecita bene spesso la parola -infedeli-, nazionale pe' Musulmani, la
quale risparmia lunghe numerazioni; mi do a credere che non sarò di
scandolo a veruno se frequentemente l'imito.
[226] Un ciclo di centovent'anni, nella fine del quale un mese
intercalare di trenta giorni equivaleva al nostro anno bisestile, e
rintegrava l'anno solare. Nel volgere di millequattrocento quaranta
anni, questa intercalazione applicavasi successivamente dal primo al
duodecimo mese; ma Hyde e Freret discutono la gran quistione, se dodici,
o solamente otto cicli, si compierono prima dell'Era di Yezdegerd, da
tutti assegnata al 16 Giugno A. D. 632. Quanto è mai l'ardore degli
Europei nel disaminare i punti più rimoti ed oscuri d'antichità! (Hyde,
-De religione Persarum-, c. 14-18, p. 181-211; Freret, -Mém. de
l'Académie des inscriptions-, t. XVI, p. 233-267).
[227] L'Era di Yezdegerd del 16 Giugno 632, cade nel quinto giorno dopo
la morte di Maometto, avvenuta il 7 Giugno A. D. 632; e il suo
esaltamento al trono non può porsi più in là della fine dell'anno primo.
Non potevano adunque i suoi predecessori aver avuto incontri di
resistere all'armi del Califfo Omar; e queste date incontestabili
rovesciano la cronologia sconsiderata d'Abulfaragio. -V.- Ockley, -Hist.
of the Saracens-, vol. I, pag. 130.
[228] Cadesia, dice il Geografo di Nubia (p. 121), è posta -in margine
solitudinis-, sessantuna leghe distante da Bagdad, e due stazioni da
Cufa. Otter (-V.- t. I, pag. 163) numera quindici leghe, e osserva che
vi si trovano datteri e acqua.
[229] -Atrox, contumax, plus semel renovatum-; son queste le espressioni
ben appropriate del traduttore d'Abulfeda (Reiske, p. 69).
[230] D'Herbelot, -Bibl. orient.- p. 297-348.
[231] Potrà cogliere il Lettore notizie soddisfacenti intorno a Bassora
nella -Geogr. di Nubia-, p. 121; in d'Herbelot (-Bibl. orient.- p. 192);
in d'Anville (l'-Eufrate e il Tigri-, p. 130, 133-145); in Raynal
(-Hist. philosoph. des Deux-Indes-, t. II, pag. 92-100); ne' viaggi di
Pietro della Valle (t. IV, p. 370-391); in Tavernier (t. I, p. 240-247);
in Thevenot (t. II, p. 545-584), in Otter (t. II, p. 45-78); in Niebuhr
(t. II; p. 172-199).
[232] -Mente vix potest numerove comprehendi quanta spolia..... nostris
casserint- (Abulfeda, p. 69). Presumo peraltro che il conto stravagante
d'Elmacin sia un errore della traduzione, e non del testo. Ho veduto che
i traduttori d'opere antiche, di libri greci, per esempio, sono cattivi
computisti.
[233] L'albero della canfora cresce nella Cina e nel Giappone, ma si
danno parecchi quintali di questa canfora, di qualità inferiore, per una
libbra di gomma di Borneo, e di Sumatra, assai più preziosa (Raynal,
-Hist. philosoph.-, t. I, pag. 362-365; -Dictionnaire d'Hist.
naturelle-, par Bomare; Millar, -Gardener's Dictionary-). Forse da
Borneo e da Sumatra portarono di poi gli Arabi la loro canfora
(-Géograph. nubien.-, p. 34, 35, d'Herbelot, p. 232).
[234] -V.- Gagnier, -Vie de Mahomet-, t. I, p. 376, 377. Posso bensì
credere il fatto ma non la profezia.
[235] La torre di Belo a Babilonia, ed il vestibolo di Cosroe a
Ctesifone son le rovine più considerevoli della Assiria. Furono visitate
da Pietro della Valle, viaggiatore curioso e vanaglorioso. (t. I, p.
713-718; 731-735).
[236] Si consulti l'articolo Coufah della Biblioteca di d'Herbelot (p.
277, 278), e il secondo volume dell'istoria d'Ockley, particolarmente le
pagine 40 e 153.
[237] -V.- l'articolo Nehavend di d'Herbelot (pag. 667-668), ed i
-Voyages en Turquie et en Perse-, di Otter, tom. I, pag. 191.
[238] Con questa ignoranza e questo tuono d'ammirazione descriveva
l'oratore Ateniese i conquisti fatti verso il settentrione da
Alessandro, il quale per altro non oltrepassò mai le rive del mar Caspio
Αλεξανδροσε εξω της αρκτου και της οικουμενης, ολιγου δειν, πασης
μεθησηκει -Alessandro trapassò l'Orsa, e quasi scorse tutta la
Terra- (Eschine, -contro Tesifonte- t. III, pag. 534, -ediz. greca degli
orat.-, Reiske). Questa causa memorabile fu perorata in Atene (-Olimp.-
CXII, 3) l'anno 330 avanti G. C., in autunno (Taylor, -Prefaz.-, p. 370,
etc.), un anno in circa dopo la battaglia di Arbella. Alessandro allora
inseguiva Dario, e marciava verso l'Ircania e la Battriana.
[239] Abbiam questo fatto curioso nelle Dinastie di Abulfaragio, p. 116.
È inutile provare l'identità di Estachar e di Persepoli (d'Herbelot, p.
327), e lo sarebbe di più copiare i disegni e le descrizioni che ne son
date dal Chardin e da Corneille-le-Bruyn.
[240] Dopo il racconto della conquista di Persia, aggiugne Teofane:
αυτω δε τω χρονω εκελευσεν Ουμαρος αναγραφηνωι πασαν την υπ’ αυτον
οικουμενην, εγενοτο δε η αναγραφη και ανθρωπων και κτηνων και φυτων
-e nel tempo stesso ordinò Omar l'enumerazione di quanto era nel
paese a lui soggetto, e questa descrizione comprese gli uomini, le
bestie, e le piante- (-Cronograph.-, p. 283).
[241] Nella quasi totale mancanza di monumenti per questa parte di
Storia, duolmi che il d'Herbelot non abbia trovato ed adoperato la
traduzione in lingua persiana dell'Opera di Tabari, corredata, per
quanto egli dice, di parecchi estratti degli annali scritti dai Ghebri o
Magi (-Bibl. orient.-, p. 1014).
[242] Quanto sappiamo di più autentico de' fiumi di Sihon (Jaxarte) e
del Gihon (Oxo), si trova nell'opera del Sceriffo Al-Edrisi (-Geogr.
nubien.-, p. 138), in Abulfeda (-Descript. Korasan in- Hudson, t. III,
p. 23), nello scritto di Abulghazi-Khan, che regnava sulle rive di que'
due fiumi (-Hist. généalog. des Tatars-, p. 32, 57, 766), e nel geografo
turco, manoscritto che sta nella Biblioteca del re di Francia (-Examen
critique des historiens d'Alexandre-, p. 194-360).
[243] Abulfeda (pag. 76, 77) descrive il territorio della Fargana.
[244] -Eo redegit angustiarum eumdem regem exulem, ut Turcici regis et
Sogdiani, et Sinensis auxilia missis litteris imploraret- (Abulfeda,
-Annal.-, p. 74). Il Freret (-Mémoires de l'Acad. des inscript.-, t.
XVI, p. 245-255) e il de Guignes (-Hist. des Huns-, t. I, p. 54-59)
hanno sparsa molta luce sull'istoria di Persia, e quella della Cina. Il
Signor de Guignes presenta molte particolarità geografiche sulle
frontiere de' due paesi (t. I, p. 1-43).
[245] -Hist. Sinica-, p. 41-46, nella terza parte delle Relazioni
curiose del Thevenot.
[246] Mi sono ingegnato di porre d'accordo i racconti di Elmacin (-Hist.
Saracen.-, pag. 37), d'Abulfaragio (-Dynast.-, p. 116), d'Abulfeda
(-Annal.-, pag. 74-79) e del d'Herbelot (p. 485). La fine di Yezdegerd
non solo fu lagrimevole ma oscura.
[247] Yezdegerd lasciò due figlie: l'una sposò Hassan figlio di Alì,
l'altra Mohammed figlio di Abubeker; ebbe Hassan una posterità numerosa.
La figlia di Firuz si maritò al Califfo Valid: Yezid loro figlio vantava
un'origine, o vera o favolosa, dai Cosroe della Persia, dai Cesari di
Roma, e dai Chagan dei Turchi o degli Avari (d'Herbelot, -Bibl.
orient.-, p. 96-487).
[248] Questo coturno, valutato duemila pezze d'oro, fu raccolto da
Obeidollah figlio di Ziyad, che divenne poi nome abbominevole per
l'assassinio che commise di Hosein. (Ockley, -History of the Saracens-,
vol. II, p. 142, 143). Salem suo fratello avea seco la sua sposa, ed è
questa la prima moglie araba che passasse l'Oxo (A. D. 680), la quale
prese in prestito, od anzi rubò la corona e le gemme della regina dei
Sogdiani. (p. 231-232).
[249] Il signor Greaves ha tradotto parte della geografia d'Abulfeda, e
l'ha inserita nella raccolta dei -Geographi minores- di Hudson (t. III),
col titolo di -Descriptio Chorasmiae- et Mawaralnahrae, -id est,
regionum extra fluvium Oxum, p. 80-. Petis de la Croix (-Hist. de
Gengis-kan-, etc.) e alcuni autori moderni, di quelli che scrissero
sulle contrade dell'oriente, impiegano a ragione la parola Transoxiana
più grata all'orecchio, e che significa lo stesso; ma s'ingannano quando
l'attribuiscono agli Scrittori della antichità.
[250] Elmacino (-Hist. Saracen.-, p. 84), d'Herbelot (-Bibl. orient.-,
Catibah, Samarcanda, Valid) e il de Guignes (-Hist. des Huns-, t. I, p.
58-59) accennano succintamente le conquiste di Catibah.
[251] Si è inserita nella -Bibliotheca arabico-hispana-, una curiosa
descrizione di Samarcanda (t. I, p. 208 ec.). Il bibliotecario Casiri,
seguendo un testimonio degno di fede, (t. II, 9) narra che la carta fu
portata per la prima volta dalla Cina a Samarcanda (A. E. 30), e che fu
inventata o piuttosto introdotta alla Mecca (A. E. 88). La Biblioteca
dell'Escuriale possede un manoscritto in carta che appartiene al quarto
o quinto secolo dell'Egira.
[252] Al-Wakidi, Cadì di Bagdad, che nacque A. D. 748, che morì A. D.
822, ha composto una storia particolare del conquisto della Sorìa; ha
pure scritta la storia del conquisto dell'Egitto, del Diarbekir ec.
Al-Wakidi, migliore dei Cronichisti sterili e recenti degli Arabi, ha il
doppio merito d'essere antico, e molto minuto nel raccontare; le
novelle, e le tradizioni che riferisce dipingono senza arte la natura
umana e il suo secolo: per altro la sua narrazione è troppo spesso
difettosa, piena di particolarità meschine e inverosimili. Sinchè non si
scoprano opere migliori sarà preziosa la versione datane dal dotto e
franco Ockley, e questo autore non merita le critiche virulente che
Reiske si permise (-Prodidagmata ad Hadji califae Tabulas-, p. 236). Mi
duole il cuore a pensare che Ockley terminò il suo lavoro in prigione
(-V.- la Prefazione del primo volume, A. D. 1708, e la Prefazione del
secondo, 1718, colla lista degli autori che sta in fine).
[253] Al-Wakidi ed Ockley (t. I; p. 22-27 ec.) riferiscono le istruzioni
ec., sulla guerra di Sorìa. È d'uopo restringere in poco le notizie che
danno, ed è inutile citarle di continuo; mi credo obbligato a indicare
gli altri Scrittori.
[254] Non ostante questo precetto, il Signor de Paw (-Recherches sur les
Egyptiens-, t. II, p. 192 ediz. di Losanna) rappresenta i Bedoini come
nemici implacabili dei monaci cristiani. Per me credo che si possa
spiegare questa contraddizione da una parte colla avidità degli Arabi,
dall'altra coi pregiudizi del filosofo Tedesco.
[255] Anche nel settimo secolo i monaci in generale erano laici con
capellatura lunga e sparsa, che poi tagliavano quando erano ammessi al
sacerdozio. La tonsura circolare era emblematica, e mistica; figurava la
Corona di Spine che fu messa in capo a Gesù Cristo; ma indicava altresì
il diadema reale, ed ogni sacerdote era un re ec. (Thomassin,
-Discipline de l'Eglise- t. I, p. 721-758, e specialmente, p. 737-738).
[256] -Hinc Arabia est conserta, ex alio latere Nabathaeis contigua;
opima varietate commerciorum, castrisque oppleta validis et castellis,
quae ad repellendos gentium vicinarum excursus, sollicitudo perviget
veterum per opportunos saltus erexit et cautos.- (Amm. Marcell., XIV, 8;
Reland, -Palest.-, t. I, p. 85, 86).
[257] Ammiano loda le fortificazioni di Gerasa, di Filadelfia, e di
Bosra, -firmitate cautissimas-. Meritavano gli stessi elogi al tempo di
Abulfeda (-Tab. Syr.- p. 99), il quale descrive questa città, metropoli
di Hawran (Auranitis), lontana quattro giornate da Damasco. Il Reland ne
spiega la etimologia ebraica (-Palest.- t. II, p. 666).
[258] Maometto che predicava la sua religione in un deserto, ed a
guerrieri, dovè permettere che in mancanza di acqua si facessero le
abluzioni colla sabbia (-Koran-. c. 3, p. 66: c. 5, p. 83); ma i casisti
Arabi e Persiani hanno imbrogliato questa permission pura e semplice in
un ammasso di delicatezze, e di distinzioni (Reland, -De relig. Moham.-
l. I, p. 82, 83; Chardin, -Voyages en Perse-, t. IV).
[259] -Sonarono le campane- (Ockley t. I, p. 38). Ma dubito forte che il
testo di Al-Wakidi, o l'uso del tempo, non possano giustificare questa
espressione. -Ad Graecos-, dice il dotto Ducange (-Gloss. med. et infim.
Graecit.-, t. I, p. 774) -campanarum usus, serius transit et etiamnum
rarissimus est.- L'epoca più antica in cui dagli scrittori di Bisanzio
si faccia menzione delle campane è riportata all'anno 1040. Ma
pretendono i Veneziani d'avere introdotte le campane a Costantinopoli
sin dal nono secolo.
[260] Si trova una minuta descrizion di Damasco presso il Sceriffo
Al-Edrisi (-Geogr. nubien-, pag. 116, 117) e Sionita suo traduttore
(-Appendix-, c. 4) Abulfeda (-Tabul. Siriae-, p. 100), Schultens (-Index
Geogr. ad vit. Saladin-), d'Herbelot (-Bibl. orient.- pag. 291),
Thevenot (-Voyages du Levant-, part. I, pag. 688-698), Maundrell
(-Voyage d'Alep à Jerusalem-, p. 122-130) e Pocock (-Descript. de
l'Orient-, vol. II, p. 117-127).
[261] -Nobilissima civitas-, dice Giustino. Secondo le tradizioni
orientali era anteriore ad Abramo o a Semiramide. (Giuseppe, -Antiq.
jud.- l. I, c. 6, 7, p. 24-29 edit. Havercamp. Justin. XXXVI, 2).
[262] Εδει γαρ οιμαι την Διος πολιν αληθως και κης Εωας απασης οφθαλμον,
την ιεραν και μεγισην Δαμασκον λεγω, τοις τε αλλοις συμπασιν, οιον ιερων
καλλει, και νεων μηγεθει. Και ωρων ευκαιρια και πηγων αγλαια και ωοταμων
πληθει, και γης ευφορια νικωσαν, etc. -Imperocchè io reputo doversi
veramente considerarla per città di Giove, e per occhio di tutto
l'Oriente,- Damasco io dico, -quella santa città è la maggiore fra tutte
l'altre anche per la sola magnificenza dei luoghi sacri, e per la grandezza dei templi. Superiore a tutt'altra e per la
temperie delle stagioni, e per la vaghezza delle fontane, e per la
fertilità del terreno- ec. (Giuliano -epist.- 24, p. 392). Questi begli
epiteti son dati all'occasione dei fichi di Damasco di cui ne manda
l'autore un centinaio al suo amico Serapione; e Petavio, Spanheim ec.
(p. 390-396) inseriscono questo tema d'un retore fra le epistole
autentiche di Giuliano. Come mai non s'avvidero che l'autore di questa
lettera (il quale ripete tre volte che questo fico particolare non
cresce che παρα ημιν -nel nostro paese-) era un abitante di
Damasco, città ove Giuliano non entrò mai, nè mai vi si accostò?
[263] Voltaire che dà un'occhiata vivace e penetrante alla superficie
dell'istoria, è stato sorpreso dalla somiglianza che trovasi fra i primi
Musulmani e gli eroi dell'Iliade, tra l'assedio di Troia e quello di
Damasco (-Hist. générale-, t. I, pag. 348).
[264] È un passo del Corano, c. IX, 32: LVI, 8. I Musulmani, come i
fanatici Inglesi dell'ultimo secolo, citavano ad ogni occasione le loro
scritture sia nelle conversazioni familiari, sia nei casi di qualche
momento; per altro queste citazioni non erano tanto bizzarre quanto le
frasi ebraiche trapiantate nel clima e nel dialetto della Gran
Brettagna.
[265] Il nome di Werdan non era noto a Teofane, e comunque abbia potuto
appartenere a un capitano Armeno, nella terminazione e nella pronunzia
non manifesta origine greca. Se gli storici Bizantini sfigurano i nomi
orientali, gli Arabi rendettero ad essi una pariglia, come prova questo
caso speciale; trasponendo le lettere greche da destra a sinistra si
scontra nel nome assai comune di -Andrew- l'anagramma di -Werdan-, e in
questa guisa è accaduto forse lo sbaglio di nome.
[266] La vanità persuase agli Arabi che Tommaso fosse genero di Eraclio.
Si sanno i figliuoli che ebbe Eraclio da due mogli, e sicuramente la sua
augusta figlia non s'era maritata per vivere in esigilo a Damasco. (-V.-
Ducange -Fam. byzant.- p. 118-119). Se Eraclio fosse stato men pio,
crederei quasi che si trattasse d'una figlia naturale.
[267] Al-Wakidi (Ockley p. 101) scrive che Tommaso scagliava -dardi
avvelenati-; ma questa invenzione dei Selvaggi è tanto contraria all'uso
dei Greci e de' Romani, ch'io diffido molto in questo caso della
credulità malevola de' Saraceni.
[268] Abulfeda non conta che settanta giorni spesi nell'assedio di
Damasco (-Annal. Moslem.- p. 67, vers. Reiske); ma Elmacin, che
riferisce questa opinione, prolunga a sei mesi la durata dell'assedio, e
dice che i Saraceni fecero uso di -baliste- (-Hist. Saracen.- p. 25-32).
Nemmeno quest'ultimo conto basta a riempiere lo spazio che si trova fra
la battaglia di Aiznadin (luglio A. D. 633) e l'esaltamento di Omar (24
luglio A. D. 634), sotto il regno del quale tutti gli autori d'accordo
pongono la presa di Damasco (Al-Wakidi presso Ockley vol. I, p. 115,
Abulfaragio, -Dynast.- pag. 112, vers. Pocock). Forse, come alla guerra
di Troia, furono interrotte le operazioni dell'assedio da scorrerie sino
agli ultimi settanta giorni dell'assedio.
[269] Secondo Abulfeda (p. 125) ed Elmacin (p. 32) pare, che i sovrani
Maomettani lungo tempo distinguessero queste due parti della città di
Damasco, quantunque non rispettassero sempre la capitolazione (-V.-
pure. Eutichio -Annal.-, t. II, p. 379, 380-383).
[270] La sorte di questi due amanti ha somministrato al signor Hughes,
che li chiama Focio ed Eudossia, l'argomento di una delle tragedie
inglesi, la più applaudita generalmente, la quale ha il raro pregio di
rappresentare i sentimenti della natura ed i fatti storici, i costumi di
quel secolo e i moti del cuore umano. Dalla sciocca delicatezza degli
attori fu l'autore obbligato a mitigare il delitto dell'eroe, e la
disperazione dell'eroina. Focio non è un vile rinnegato, ma serve gli
Arabi per dovere d'alleanza: in vece di spignere Caled a inseguire i
cristiani, corre in aiuto dei suoi concittadini; dopo aver ucciso Caled
e Derar è ferito mortalmente, e spira agli occhi d'Eudossia, che
dichiara l'intenzione di prendere il velo monastico a Costantinopoli.
Scioglimento totalmente inetto.
[271] Le città di Gabala e di Laodicea, trascorse dagli Arabi, si vedono
tuttavia, ma mezzo rovinate (Maundrell p. 11, 12; Pocock, vol. II, p.
13). Se Caled non gli raggiungeva, i Cristiani avrebbero attraversato
l'Oronte sopra un ponte, che avrebbero sicuramente trovato nello spazio
delle sedici miglia fra Antiochia e il mare, e potuto avrebbero in
Alessandria trovare di nuovo la strada maestra di Costantinopoli. Gli
itinerari accennano la direzione della strada, e le distanze (p.
146-148, 581-582 ediz. di Wesseling).
[272] -Dair Abil Kodos.- Togliendo l'ultima parola che è un epiteto, e
significa -santo-, rinvengo l'Abila di Lisania posta fra Damasco ed
Eliopoli. Questo nome (-Abil- vuol dire una vigna) concorre, colla
situazione, a giustificar la mia congettura (Reland, -Palest.-, t. I, p.
317; t. II, p. 525-527).
[273] Io sono più ardito d'Ockley (vol. I, p. 164) che non osa inserire
nel testo questa comparazione, sebbene in una nota osservò che l'utile
cammello entra sovente nelle similitudini degli Arabi. È da credersi che
non sia men celebre il renne nelle poesie de' Lapponi.
[274] «Udimmo il -tecbir-, così chiamano gli Arabi il grido di guerra,
quando, nel punto di combattere, con forte voce si appellano al cielo, e
sembra che pretendano la vittoria». Questo vocabolo, sì terribile nelle
lor guerre sacre, è un verbo attivo (dice Ockley nel suo indice) della
seconda conjugazione, da -kabbara-, che significa lo stesso che -Alla
acbar-, -Dio è onnipotente-.
[275] La descrizion della Sorìa è la parte più bella, e più autentica
della geografia d'Abulfeda, Siro di nascita. È stata pubblicata in arabo
e in latino (Lipsia, 17666 in 4), con note erudite del Kochler e del
Reiske, e con parecchi estratti di geografia, e di storia naturale
cavati da Ibn-l-Wardii. Fra tutti i viaggi moderni quello di Pocock
intitolato, -Descrizione dell'oriente- (della Sorìa, e della Mesopotamia
vol. II, p. 88-209), presenta più notizie, e pregi maggiori; ma troppo
spesso l'autore confonde le cose che ha vedute con quelle che ha lette.
[276] L'elogio della Sorìa fatto da Dionigi, è giusto e vivace Και την
μεν (la Sorìa) πολλοι του και ολβιοι ανδρες εχουσιν πολυπτολιν αιαν,
-ed è abitata da molta e felice popolazione- (in -Perieges.-, v. 902, in
t. IV, -Geograph. minor.- Hudson). In un altro passo chiama questo paese
πολυπτολιν αιαν -terra popolata di città- (v. 898); poi continua:
Πασα δε τοι λιπαρη και ευβοτος επλετο χωρη
Μηλα τε φερβεμεναι ααι δενδρεσι ταρπον αεξειν.
v. 921, 922.
-Tutta la provincia è amena e fertile per pascer gregge, e per
arricchire di frutta le piante- (v. 921, 922).
Questo poeta geografo visse nel secol d'Augusto, e la sua descrizione
del Mondo è stata illustrata dal commentario greco di Eustazio, che
mostrò ugual rispetto per Omero, e per Dionigi (Fabricio, -Biblioth.
graec.- l. IV, c. 2, t. III p. 21 ec.)
[277] Il dotto e giudizioso Reland (-Palest.-, t. I, p. 311-326) ha
descritto eccellentemente la topografia del Libano, e dell'anti-Libano.
[278]
- -- Emesae fastigia celsa renident-
-Nam diffusa solo latus explicat: ac subit auras-
-Turribus in coelum nitentibus: incola claris,-
-Cor studiis acuit.....-
-Denique flammicomo devoti pectora soli-
-Vitam agitant. Libanus frondosa cacumina turget,-
-Et tamen his certant celsi fastigia templi.-
Questi versi della traduzion latina di Rufo Avieno non si incontrano
nell'original greco di Dionigi: e poichè Eustazio non ne parla, debbo
con Fabricio (-Bibl. latin.-, t. III, p. 153, ediz. d'Ernesti), e contro
l'avviso del Salmasio (-ad Vopiscum-, p. 366, 367, -in Hist. August.-),
attribuirli alla fantasia d'Avieno piuttosto che al manoscritto da cui
attinse.
[279] Son molto più contento del piccolo viaggio in 8. del Maundrell
(-Journey- pag. 134-139) che del pomposo -in folio- del dottor Pocock
(-Description de l'orient-, vol. II; p. 106-113); ma la magnifica
descrizione e le belle incisioni dei sig. Dawkins, et Wood, che
trasportarono in Inghilterra le rovine di Palmira e di Baalbek, fanno
sparire tutte le descrizioni anteriori.
[280] Dagli Orientali si spiega questo fatto miracoloso con un
espediente di cui non mancano mai; dicono che gli edifici di Baalbek
furono opere delle fate o dei genii (-Hist. de Timur-Bec-, t. III, l. V,
c. 23, p. 311, 312; -Voyage- d'Otter, t. I, p. 83). Abulfeda e
Ibn-Chaukel aderiscono ad una opinione che non è meno assurda, e che
suppone la stessa ignoranza attribuendoli ai Sabei o Aaditi. -Non sunt
in omni Syria aedificia magnificentiora his- (-Tabula Syriae-, p. 103).
[281] Ho letto in Tacito, o veramente in Grozio, questo passo:
-Subjectos habent tanquam suos, viles tanquam alienos.- Alcuni ufficiali
Greci rapirono la moglie e trucidarono il figlio di un Siro che li
alloggiava; e allorchè questi osò farne doglianza, altro non fece
Manuele che sorridere.
[282] -V.- Reland (-Palestine-, t. I, p. 272-283; t. II, p. 773-775).
Questo dotto professore avea bene il modo di descriver la Terra Santa,
poichè era conoscitore ad un tempo della letteratura greca e latina,
dell'ebraica ed araba. Il Cellario (-Geogr. antiq.-, t. II, p. 392) e il
d'Anville (-Geogr. anc.- t. II, p. 185) parlano dell'Yermuk o del
Hieromax. Pare che gli Arabi, e Abulfeda stesso non ravvisino il teatro
della loro vittoria.
[283] Queste donne erano della tribù degli Hamyariti, discendenti degli
Amalaciti antichi. Le loro spose erano abituate a cavalcare e a
combattere come le Amazzoni dell'antichità (Ockley, vol. I, p. 67).
[284] Noi ne abbiamo ucciso centocinquantamila e fatto prigionieri
quarantamila, diceva Abu-Obeidah al Califfo (Ockley, vol. 1, p. 241).
Non potendo dubitare della sua veracità, nè prestar fede al suo computo,
mi do a credere che gli storici Arabi abbiano composto le arringhe e le
lettere, che prestano ai loro eroi, come usavano tanti altri storici.
[285] Teofane, dopo avere deplorato i peccati de' Cristiani, soggiunge:
(-Cronogr.- pag. 276): ανεση ὀ ερημικος Αμαληκ τυπτωκ ημας τον λαον του
Χριςου, και γινεται πρωτη φοραπτωσις του Ρωμαικου σρατου η κατα το
Ταβιθαν λεγω. Και Ιερμουκαν και την αθεσμον αιματοχυσιαν
-venne a zuffa Amalek del deserto battendo noi che siamo il popolo di
Cristo, e questa prima battaglia fu la rotta dell'esercito romano
seguìta presso Tabita- (vuol forse parlare di Aiznadin?), -e l'altra
presso Yermuk con enorme strage.- -- La sua narrazione è breve ed oscura;
ma attribuisse la vittoria dei Musulmani alla superiorità del numero, al
vento contrario, e ai nembi di polvere: μη δυνηθεντς αντηπροσωπησαι
εχθροις δια τον κονιορτον ηττωνται και εαυτους βαλλοντες εις τας
στενοδους Ιερμσχθου ποταμου εκει απωλοντο αρδην, -e non potendo-
(i Romani) -star a fronte de' nemici a cagion della polvere, erano
debellati, e cacciando sè stessi nei guadi angusti del fiume
dell'Yermuk, quivi annegati perivano-.
[286] -V.- Abulfeda (-Annal. Moslem.-, p. 70, 71) il quale riferisce le
lamentazioni poetiche di Jabalah medesimo, e gli elogi d'un poeta Arabo,
a cui, per mezzo d'un ambasciatore d'Omar, furon mandate dal Capo della
tribù di Gassan cinquecento pezze d'oro.
[287] -La Terra Santa, ovvero la Palestina, devesi considerare
consacrata per le rivelazioni di Mosè, e perchè vi condusse la vita Gesù
Cristo, e perchè in essa s'operò il mistero della Redenzione de' fedeli,
ma non già per alcuna relazione a Maometto; nè Gesù Cristo ha bisogno di
quella riverente stima, che Maometto gli professò, e molto meno importa
a' fedeli Cristiani, che i Musulmani avessero divozione per
Gerusalemme.- (Nota di N. N.)
[288] L'uso de' profani avea prevalso nel nome della città: era
conosciuta dai devoti cristiani per quello di Gerusalemme (Euseb. -De
martyr. Palest.-, c. II); ma la denominazione legale e popolare di
-Aelia- (la colonia d'Elio Adriano) era dai Romani passata agli Arabi
(Reland -Palest.-, t. I, p. 209, t. II, p. 835; di Herbelot -Bibl.
orient.-, articolo -Cods-, p. 269; -Ilia-, p. 420). L'epiteto -Al-Cods-,
la santa, è il nome che gli Arabi propriamente danno a Gerusalemme.
[289] -Non devesi nè paragonare, nè confondere il fanatismo de'
Musulmani, che li rese vittoriosi e propagatori della lor religione,
collo zelo di cui erano animati i Cristiani per difendere il Santo
Sepolcro.- (Nota di N. N.)
[290] Ockley (vol. I, p. 250) e Murtadi (-Merveilles de l'Egypte-, p.
200-202) ci descrivono questo viaggio singolare, e il treno di Omar.
[291] Citano gli Arabi con fasto un'antica profezia conservata a
Gerusalemme, la quale indicava Omar per nome, per la religione e colla
descrizione della persona, come eletto a conquistare quella città. È
fama che usassero i Giudei un pari artificio per solleticare l'orgoglio
di Ciro e di Alessandro che andavano a soggiogarli. (Giuseppe, -Antiq.
jud.-, l. XI, c. 1-8, p. 547, 579-582).
[292] Το βδελυγμα την ερημοσεως το ρηθεν δια Δανιηλ του προφωητου, εστως
εν τοπω αγιω -il lezzo della desolazione, indicato da Daniele profeta,
entrato nel Luogo Santo-. (Theoph. -Chronogr.-, p. 281). Sofronio, un
de' teologi che comparvero più profondi nella controversia de'
Monoteliti, fece servire alla circostanza presente questa predizione che
ad Antioco ed ai Romani era già stata applicata.
[293] Stando ai calcoli esatti del d'Anville (-Dissert. sur l'ancienne
Jérusalem-, pag. 42-54), la moschea d'Omar, che fu ampliata ed abbellita
dai Califfi suoi successori, ingombrava, sul terreno dell'antico tempio
di Salomone (παλαιον του μεγαλου ναου δαπεδον -l'antico pavimento
del gran tempio-, dice Foca) uno spazio lungo duecento quindici, e largo
centosettantadue -tese-. Il geografo di Nubia asserisce che questo
magnifico edifizio per estensione e bellezza non era vinto che dalla
gran moschea di Cordova (p. 113), dal signor Swinburne rappresentata con
tanta eleganza qual è presentemente (-Travels into Spain-, p. 296-302).
[294] Ockley ha trovato nei manoscritti di Pocock, che si conservano in
Oxford (vol. I, pag. 257), una delle tante tarikhs arabe o cronache di
Gerusalemme (d'Herbelot, p. 867), delle quali ha fatto uso per supplire
al difettoso racconto di Al-Wakidi.
[295] La storia persiana di Timur (tom. III, l. V, cap. 21, p. 300)
descrive il castello d'Aleppo come un Forte costrutto sopra una roccia
alta cento cubiti, prova, dice il traduttor francese, che non era stata
veduto dall'autore. Oggi è in mezzo alla città; non è munito, non ha che
una porta, la sua circonferenza è di cinque o seicento passi, e la fossa
è piena per metà d'acque stagnanti (-Voyages de Tavernier-, t. I, p.
149; Pocock, vol. II, part. I, p. 150). Le Fortezze dell'oriente son pur
poca cosa per un Europeo.
[296] È assai importante la data della conquista d'Antiochia sotto gli
Arabi; confrontando le epoche della Cronologia di Teofane cogli anni
dell'Egira, portati dalla storia d'Elmacin, apparirà che quella piazza
fu presa tra il ventitre gennaio, e il primo settembre 638 dell'Era
cristiana (Pagi, -Critica-, -in Baron., Annal.-, t. II, pag. 812, 813).
Al-Wakidi (Ockley, v. I, p. 314) pone questo fatto nel martedì 21
agosto, data impossibile, poichè essendo in quell'anno caduta la Pasqua
nel cinque aprile, deve il 21 agosto essere stato un venerdì. (-V.- le
Tavole dell'-arte di verificare le date-).
[297] L'editto favorevole di Cesare, per cui la città riconoscente
contava la sua epoca dalla vittoria di Farsaglia, fu segnato εν
Αντιοχεια τη μητροπολει, ιερακαι ασυλω, και αυτονομω και αρχουση και
προκαθημενη της ανατολης -in Antiochia capitale santa ed inviolata, e
libera, e dominante, e preside dell'Oriente-. (Giovanni Malala -in
Chron.-, p. 91, ediz. di Venezia). Convien distinguere ne' suoi scritti
i fatti relativi al suo paese da lui ben conosciuto, da quelli
dell'istoria generale dei quali è un solenne ignorante.
[298] -Qui l'Autore intende parlare del Monotelismo, ossia di
quell'eresia, od opinione erronea, che sosteneva esservi in Gesù Cristo
una sola volontà. Ecco lo stato della controversia, e come fu decisa dal
Concilio ecumenico, ossia generale VI, l'anno 680.-
-Nestorio, Patriarca di Costantinopoli, per non confondere in Gesù
Cristo la natura divina e l'umana, aveva, duecento e cinquanta anni
prima, sostenuto che fossero totalmente distinte, e che formassero due
persone. Al contrario Eutiche, Abate di un monastero, affine di
difendere l'unità della persona in Gesù Cristo contro Nestorio, aveva
talmente unito la natura divina e l'umana, che le aveva confuse. Il
Concilio ecumenico III d'Efeso, l'anno 431, aveva decretato contro
Nestorio esservi una sola persona in Gesù Cristo, e quello pure
ecumenico IV di Calcedonia, l'anno 451, aveva decretato contro Eutiche,
che vi sono due nature in Gesù Cristo. Tuttavia gli Eutichiani
pretendevano, che non si potesse condannare Eutiche senza rinnovare il
Nestorianismo, ed ammettere due persone in Gesù Cristo, ed i Nestoriani,
dalla lor parte, sostenevano non potersi condannare Nestorio senza
confondere, come Eutiche, la natura divina a l'umana, e senza farne una
sola, e quindi senza cadere nel Sabellianismo, altra eresia ch'era stata
prima già condannata.-
-Si cercarono mezzi per ispiegare come le due nature componessero una
sola persona, quantunque sieno distintissime. Si credette risolvere
questa difficoltà col supporre, che la natura umana sia realmente
distinta dalla divina, ma che vi sia talmente unita, che non abbia
azione propria; e che il Verbo sia il solo principio attivo in Gesù
Cristo: questo è il Monotelismo, ed i vescovi e preti, che n'erano
persuasi, lo sostenevano con questo discorso metafisico.-
-Non vi può essere in una sola persona che un solo principio, che vuole
e si determina, poichè la persona è un individuo ch'esiste per sè
stesso, che contiene un principio d'azione, che ha una volontà ed una
intelligenza distinta dalla volontà, e dalla intelligenza di qualunque
altro principio; dunque non si possono ammettere molte intelligenze, e
volontà distinte senza supporre più persone: ora la Chiesa ha definito
nel Concilio d'Efeso, l'anno 431, contro Nestorio, che non vi fu in Gesù
Cristo che una sola persona, dunque non vi è in Gesù Cristo che un solo
principio d'azione, una sola volontà, ed una sola intelligenza; dunque
la natura divina, e la natura umana sono talmente unite in Gesù Cristo,
che non vi possono essere due azioni, due volontà, poichè in tal caso vi
sarebbero due principj agenti, e due persone. (Vedi le lettere de'
vescovi Monoteliti Ciro, Sergio, ec. negli atti del VI Concilio
generale, Azione 12 e 13). I Cattolici risposero ai Monoteliti, che
queste cose sostenevano:-
I. -Che v'erano in Dio tre persone, ed una sola volontà, perchè non ha
che una sola natura, e per conseguenza dall'unità della natura doversi
dedurre l'unità della volontà, e non dell'unità della persona. Che se
l'unità della persona traesse seco la conseguenza dell'unità della
volontà, la moltiplicità delle persone trarrebbe seco la conseguenza
della moltiplicità delle volontà, e si dovrebbe riconoscere in Dio tre
volontà, il che è falso.-
II. -Egli è essenziale alla natura umana l'essere capace di volere, di
sentire, di agire, di conoscere, di aver sentimento della sua esistenza;
se non vi fosse in Gesù Cristo che un solo principio, che sentisse, che
conoscesse, che volesse, e che avesse sentimento della sua esistenza, e
delle sue azioni, l'anima umana sarebbe in lui annichilata, e confusa
colla natura divina, con cui non farebbe che una sostanza, o converrebbe
che la natura umana fosse sola, e per conseguenza che il Verbo non si
fosse incarnato. Il Monotelismo che suppone una sola volontà in Gesù
Cristo, o ricade nell'Eutichianismo, o nega l'Incarnazione (Atti del
Concilio VI). Per lo che quantunque non vi sia in Gesù Cristo, che una
sola persona che agisce, vi sono tuttavia più operazioni, a le due
nature, che compongono la sua persona, e concorrono ad una azione, hanno
le loro operazioni proprie di ciascheduna, e perciò si dicono
Teandriche, ossia divinamente umane. Le azioni Teandriche non
racchiudono dunque una sola operazione, ma due, una divina, e l'altra
umana, le quali concorrono ad un medesimo effetto, e perciò quando Gesù
Cristo faceva miracoli col suo tatto, l'umanità toccava i corpi, e la
divinità li guariva. Se l'umanità di Gesù Cristo voleva qualche cosa, il
Verbo voleva che volesse, e la spingeva a volere, secondo il decreto
della sua sapienza.-
-I Monoteliti difesero la loro erronea opinione fortemente, e furono
vivamente confutati. Macario, Vescovo d'Antiochia, difese il Monotelismo
con tutto lo sforzo dello spirito, e dell'erudizione; protestò, che si
lascierebbe piuttosto fare a pezzi, che riconoscere due volontà, e due
operazioni in Gesù Cristo: sostenne la sua opinione con moltissimi passi
d'antichi scrittori ecclesiastici, ma erano troncati, ed alterati.
Finalmente il Concilio, che fu il VI generale, esaminati gli argomenti
del questionatori, definì che riconosceva, e confermava le decisioni dei
cinque anteriori Concilj generali, e dichiarò inoltre, che vi sono in
Gesù Cristo due volontà, e due operazioni, e che queste due volontà si
trovano in una sola persona senza divisione, senza mescolamento, e senza
mutazione, e che queste due volontà non sono in verun modo contrarie, ma
che la volontà umana segue la divina, e le è interamente soggetta; vietò
d'insegnare il contrario sotto pena di deposizione per i Vescovi e per i
chierici, e di scomunica per i laici. Furono condannati i vescovi Pirro,
Sergio, Paolo, ed il Papa Onorio, come Monoteliti. Intorno alla condanna
di quest'ultimo furono fatte moltissime discussioni, specialmente da'
difensori dell'infallibilità de' Papi: Vedi Natale Alessandro. Dissert.
II in saec. 7, Combesis, Hist. Monot. Du Pin, Bibl. T. 5, l. 1, c. 19.
Petavio, Dogm. Teol., T. 5, l. 1. I protestanti hanno scritto pure
intorno a ciò: vedi lo Spanheim, introd. ad Hist. Sacram. T. 2. Basnage,
Histoire de l'Eglise. Martino Cheldenio, De Monotelismo Honorii Papae
etc. Appena terminato il Concilio l'Imperatore di Costantinopoli,
Costantino Pogonato, fulminò con un decreto i Monoteliti.- (Nota di N.
N.).
[299] -V.- Ockley (vol. I, p. 308-312), che pone in ridicolo la
credulità del suo autore. Quando Eraclio fece questo addio alla Sorìa,
-Vale, Syria, et ultimum vale-, profetizzò che i Romani non
rimetterebbero il piede in quella provincia che dopo la nascita di un
funesto rampollo, che sarebbe il flagello dell'Impero (Abulfeda, p. 68).
Io non conosco nè poco nè punto il senso mistico di questa predizione,
che forse non ne aveva di sorta alcuna.
[300] Nel buio dell'oscura ed inesatta cronologia di questi tempi ho per
guida un monumento autentico (che sta nel libro delle cerimonie di
Costantino Porfirogenito) il quale attesta, che il 4 giugno, A. D. 638,
l'imperatore coronò nel palagio di Costantinopoli Eraclio suo figlio
cadetto alla presenza di Costantino suo figlio primogenito, e che il 1
gennaio, A. D. 639, i tre principi andarono alla gran chiesa, e il 4
all'Ippodromo.
[301] Sessantacinque anni prima di Cristo, -SYRIA Pontusque monumenta
sunt Cn. Pompeii virtutis- (-Vell. Paterculus-, II, 38), o piuttosto
della sua fortuna e potenza: dichiarò provincia romana la Sorìa: e gli
ultimi dei principi Seleucidi furono inetti ad armare un sol braccio in
difesa del lor patrimonio (-V.- i testi originali raccolti dall'Usserio.
-Annal.-, p. 420).
[302] Abulfeda, -Annal. Moslem.- p. 73. Poteva Maometto aver la
scaltrezza di variare gli elogi pe' suoi discepoli. Era solito dire
d'Omar, che se potesse esservi dopo lui un Profeta Omar lo sarebbe, e
che sarebbe risparmiato dalla giustizia divina in una disgrazia generale
(Ockl. vol. I, p. 221).
[303] Al-Wakidi pure avea scritto l'istoria della conquista del
Diarbekir ossia della Mesopotamia (Ockley, sul fine del secondo volume)
non veduta, per quanto pare, dai nostri interpreti. La cronaca di
Dionigi di Telmar, patriarca giacobita, racconta la presa di Edessa, A.
D. 637, e di Dara, A. D. 641 (Assemani -Bibl. ortent.- t. II, pag. 103);
e i lettori attenti ponno attignere alcuni particolari incerti dalla
-Cronografia- di Teofane (p. 280-287). La maggior parte delle città
della Mesopotamia si arresero spontanee (Abulfaragio, p. 112).
[304] -Sanno i dotti che cotale lettera è apocrifa.- (Nota di N. N.)
[305] Sognò di essere in Tessalonica, sogno del tutto innocente e
insignificante; ma il suo indovino, o la sua vigliaccheria gli fecero un
presagio certo di sconfitta racchiuso in quella funesta parola βες αλλω
νικην, dà la vittoria a un altro (Teoph. p. 286: Zonara t. II,
l. XIV, p. 88).
[306] Tutti i passi e tutti i fatti relativi all'isola, alla città e al
colosso di Rodi furon raccolti nel laborioso Trattato di Meursio, che
fece le stesse ricerche sulle isole di Creta e di Cipro (-V.- nel terzo
volume delle sue opere il Trattato denominato -Rhodus- l. I, c. 15; p.
715-719). L'ignoranza di Teofane e di Costantino, scrittori dell'istoria
Bizantina, fa ascendere a mille trecento sessant'anni lo spazio di tempo
trascorso fra la caduta del colosso di Rodi e la vendita de' suoi
frantumi fatta da' Saraceni, e scioccamente assicurano che quei rottami
fecero il carico di trentamila cammelli.
[307] -Centum colossi alium nobilitaturi locum-, scrive Plinio col suo
spirito solito (-Hist. natur.-, XXXIV, 18).
[308] Sappiam questo fatto dall'ardire d'una vecchia che gliene fece
rimbrotto in faccia al Califfo, e ad un suo amico. La quale fu mossa a
ciò dal silenzio d'Amrou e dalle liberalità di Moawiyah (Abulfeda,
-Annal. Moslem.-, p. 111).
[309] Gagnier (-Vie de Mahomet-, t. II, pag. 46 ec.) cita l'istoria o il
romanzo abissinio di Abdel-Balcides. Questi ragguagli per altro sulla
ambasceria e sull'ambasciatore non sono inverisimili.
[310] Questa risposta ci fu conservata dal Pocock (-Not. ad Carmen
Tograi-, p. 284), e il signor Harris (-Philosophical Arrangements-, p.
350) giustamente la loda.
[311] -V.-, sulla vita e il carattere d'Amrou, Ockley (-Hist. of the
Saracens-, vol. I, p. 28, 63, 94, 328, 342, 344, e alla fin del volume;
vol. II, p. 51, 55, 57, 74, 110, 112, 162) e Otter (-Mém. de l'Acad. des
inscr.- t. XXI, p. 131-132). I lettori di Tacito raffronteranno
sicuramente Vespasiano e Muziano con Moawiyah e Amrou. L'analogia per
altro sta più nella situazione che nel carattere di questi personaggi.
[312] Anche Al-Wakidi ha composto un'istoria particolare della conquista
d'Egitto, ma Ockley non potè procacciarsela; e le indagini di
quest'ultimo (vol. I, p. 344-362) pochissimo aggiunsero al testo
originale d'Eutichio (-Annal.- t. II, p. 296-323, vers. Pocock),
Patriarca melchita d'Alessandria che visse tre secoli dopo quella
rivoluzione.
[313] Strabone, testimonio esatto ed osservatore, parlando d'Eliopoli,
nota che νυνι μεν ουν εκι πανερημος η πολις -ora è quella città
al tutto deserta- (-Geographia- l. XVII, p. 1158); ma parlando di Menfi
dice, πολις δ’εσι μεγαλη τε κα: ευανδρος δευτερα μετ’ Αλεξανδρειαν
-città grande e popolosa, seconda dopo Alessandria- (p. 1161). Accenna
tuttavia la mescolanza d'abitatori, e la rovina dei palazzi. Ammiano
ragionando dell'Egitto, propriamente detto, pone Menfi fra le quattro
città, -maximis urbibus quibus provincia nitet-,(XXII 16), e il nome di
Menfi appare illustre nell'itinerario romano, e nella lista dei
vescovadi.
[314] Non si trovano che in Niebuhr, e nel geografo di Nubia (p. 98)
questi ragguagli curiosi su la larghezza (duemila novecento quarantasei
piedi) e sui ponti del Nilo.
[315] Comincia il Nilo ad ingrossare a poco a poco dopo il mese di
Aprile: l'elevazione si fa più sensibile nel tempo della luna che viene
dopo il solstizio d'estate (Plinio, -Hist. nat.-, v. 10), e si pubblica
per lo più al Cairo nel giorno di S. Pietro (29 giugno). Da un registro
di trent'anni viene indicata la maggior altezza delle acque fra il 25
luglio e il 18 agosto (Maillet, -Descript. de l'Egypte- lettera XI, p.
67, ec. Pocock, -Description de l'Orient-, vol. I, p. 200; Shaw's
-Travels-, p. 383).
[316] Murtadi, -Merveilles de l'Egypte-, p. 243-259. Si dilunga egli su
questo argomento con lo zelo, e collo spirito minuzioso d'un cittadino e
d'un devoto, e le sue tradizioni locali hanno gran sembianza di verità
ed esattezza.
[317] D'Herbelot, -Bibl. orient.- p. 233.
[318] È benissimo conosciuta e fu descritta la situazione del vecchio e
nuovo Cairo. Due scrittori, che aveano perfetta cognizione dell'antico e
del moderno Egitto, fissarono dopo dotte indagini il sito di Menfi a
-Gizeh- rimpetto al vecchio Cairo (Sicard, -Nouveaux Mémoires des
Missions du Levant-, t. VI, p. 5, 6; -Observat. et Voyages de Shaw-, p.
296-304). Dobbiam per altro rispettare non poco l'autorità e gli
argomenti del Pocock (vol. I, p. 25-41), del Niebuhr (-Voyage-, t. I, p.
77-106), e particolarmente del d'Anville (-Description de l'Egypte-, p.
111, 112, 130-149), i quali collocan Menfi appresso il villaggio di
Mohannah alcune miglia più abbasso verso mezzogiorno. Questi scrittori,
nel fervor della disputa, dimenticarono che il vasto terreno d'una
metropoli cuopre, ed annulla la più gran parte dello spazio che forma il
subbietto di questa discussione.
[319] -V.- Erodoto, l. III, c. 27, 28, 29: Eliano, -Hist. Var.- l. IV,
c. 8: Suida in Ωχος, t. II, p. 794; Diodoro di Sicilia t. II,
lib. XVII p. 197, ediz. di Wesseling. Των Περσων ησεβηκοτων εις τα ιερα,
-dei Persiani violatori dei templi-, dice l'ultimo di questi Storici.
[320] -Quei cristiani Egiziani, che non vollero ricevere la decisione
del Concilio ecumenico di Calcedonia, che aveva decretato contro
Eutiche, Abate di un monastero, esservi in Gesù Cristo due nature, sono
nominati- Cofti, -o- Copti, -o- Giacobiti, -ed a cagione della loro
erronea opinione, d'esservi in Gesù Cristo una sola natura, sono detti
con greco vocabolo- Monofisiti. -Al tempo del Concilio di Calcedonia ed
anche poco dopo erano intorno a seicentomila; oggidì sono ridotti a
circa quindicimila per le persecuzioni, e gli atroci massacri che ne
fecero i Cattolici sostenitori del Concilio di Calcedonia. Il Capo della
Chiesa Copta fu ed è il Patriarca d'Alessandria, successore di S. Marco
evangelista.-
-Il Concilio di Calcedonia colla sua decisione, e colla deposizione di
Dioscoro, Patriarca d'Alessandria, aveva irritato tutti gli spiriti de'
Cristiani d'Egitto, ed accesosi contro un grande fanatismo in quella
vasta provincia. La severità delle leggi degli imperatori di
Costantinopoli a sostenimento de' decreti del Concilio, ed i mezzi
adoperati dal partito perseguitato, posero a grandi turbolenze l'Egitto.
La forza imperiale fece prevalere ed eseguire le decisioni del Concilio,
ed i cristiani Cofti d'Egitto dai Cattolici vincitori furono esclusi da
tutte le dignità civili, militari, ed ecclesiastiche, e furono da
Costantinopoli spediti nuovi governatori, nuovi magistrati, nuovi
vescovi. Malgrado la persecuzione, ed il massacro di centomila Cofti in
diverse occasioni, essi non furono estinti dai sostenitori del Concilio
di Calcedonia: una parte di loro, abbandonata la patria ed usciti dal
dominio imperiale, trovarono pace presso gli Arabi, che tolleravano
tutte le religioni, ed in alcune altre province dell'Affrica; quelli che
rimasero in Egitto ebbero sempre a soffrire, finchè vi durò il dominio
degli imperatori Greci, ogni specie di persecuzioni, e d'oltraggi. I
governatori Greci facevano sostenere la tavola (Hist. Patriar. Alexand.
pag. 164) del loro pranzo da alcuni Cofti, e si nettavano le mani nelle
loro barbe, affronto il più grande che loro far si potesse, e che, unito
a tutti gli altri mali che soffrivano, pose negli animi loro un odio
implacabile contro gli imperatori Greci di Costantinopoli, e contro i
decreti del Concilio di Calcedonia, ed un desiderio di vendetta cui
soddisfecero, allorchè, passati i sentimenti di generazione in
generazione, il generale Arabo, il maomettano Amrou, s'avvicinò
all'Egitto duecento anni dopo. I pochi superstiti Cofti hanno anche
oggidì presente alla memoria l'orribile massacro di centomila de' loro
antenati, affinchè accettassero i decreti del Concilio di Calcedonia. I
Cofti rigettando quel Concilio, e la lettera del Papa Leone I, nè
volendo convenire, siccome fu loro inculcato dai loro Vescovi, che vi
sieno due nature in Gesù Cristo, dicono poi coi Cattolici, che la
divinità, e l'umanità di lui non sono in verun modo confuse nella sua
persona; e quando si eccettui il loro monofisismo, che consiste appunto
nel negare le due nature, non hanno alcun'altra torta credenza
particolare. La Chiesa Cofta dall'epoca del Concilio di Calcedonia è
stata sempre separata dalla Chiesa Cattolica romana.- (Nota di N. N.).
[321] Mokawkas mandò al Profeta due vergini Cofte colle loro fantesche,
ed un eunuco; un vaso d'alabastro, una verga d'oro puro, dell'olio, del
mele, e le più belle tele dell'Egitto; un cavallo, un mulo, e un asino,
tutti e tre insigni per qualità particolari. L'ambasceria di Maometto
partì da Medina il settimo anno dell'Egira (A. D. 628) -V.- Gagnier
(-Vie de Mahomet-, t. II, p. 255, 256, 303) che copia Al-Jannabi.
[322] Eraclio aveva commessa al patriarca Ciro la prefettura
dell'Egitto, e la direzione della guerra (Theoph. p. 280, 281). «Non
consultate voi in Ispagna i vostri preti? diceva Giacomo II. -- Sì, gli
rispose l'ambasciator del re Cattolico, e i nostri affari van di
conseguenza». Non oso davvero riferire i disegni di Ciro, che volea
pagare il tributo ai Musulmani senza scemar le rendite dell'imperatore,
e convertire Omar dandogli in isposa la figlia d'Eraclio. (Nicephor.,
-Breviar.- p. 17, 18).
[323] -V. la vita di Beniamino- in Renaudot (-Hist. patr. Alexand.-,
pag. 155-172) il quale ha corredata l'istoria del conquisto dell'Egitto
con alcuni fatti tolti dal testo arabo di Severo, isterico Giacobita.
[324] Il primario tra i Geografi, il d'Anville (-Mémoires sur l'Egypte-,
p. 52, 63), ci ha data la descrizion locale d'Alessandria; ma ne dobbiam
cercar alcune particolarità ulteriori ne' viaggiatori moderni: non
citerò che Thevenot (-Voyage au Levant-, part. I, p. 381-395); Pocock
(vol. I, p. 2-13); Niebuhr (-Voyage en Arabie-, t. I, p. 34-43); due
viaggi più recenti ed emuli, quelli del Savary e del Volney, potranno il
primo dilettare, l'altro istruire.
[325] Eutichio (-Annal.- t. II, p. 319), ed Elmacin (-Hist. Saracen.-,
p. 28) son d'accordo nel fissar la presa d'Alessandria nel venerdì della
nuova luna di Moharram, nel ventesimo anno dell'Egira (22 dicembre A. D.
640). Contando i quattordici mesi passati davanti ad Alessandria, i
sette mesi davanti Babilonia ec., parrebbe che Amrou cominciasse
l'invasion dell'Egitto sulla fine dell'anno 638; ma si sa per cosa certa
che entrò in quel paese il dodici di bayni (sei giugno). (Murtadi,
-Merveilles de L'Egypte-, p. 164; Severo, -apud- Renaudot p. 162). Il
general Saraceno, e poi Luigi IX re di Francia si fermarono a Pelusio, o
Damiata, durante l'inondazion del Nilo.
[326] Eutichio, -Annal.-, t. II, p. 316-319.
[327] Non ostante qualche contraddizione fra Teofane e Cedreno, l'esatto
Pagi (-Critica-, t. II, pag. 824) ha ricavata da Niceforo e dalla
cronaca orientale la vera data della morte d'Eraclio. Finì egli i suoi
giorni l'11 febbraio, A. D. 641, 60 giorni dopo perduta Alessandria. Una
lettera in dodici giorni arrivava da Alessandria a Costantinopoli.
[328] Ci restano molti Trattati di questo amante della fatica
(φιλοπονος): ma si leggono quelli che sono stampati come quelli che non
furono pubblicati mai; Mosè ed Aristotele sono i subbietti principali di
que' verbosi commentari, uno de' quali porta la data del 10 maggio, A.
D. 617 (Fabricio, -Bibl. graec.- t. IX, p. 458-468). Un moderno
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