fede priva di misteri non ha uopo di miracoli, e che la spada di Maometto[115] non era men potente che la verga di Mosè. Il politeismo è oppresso e angustiato dalle tante superstizioni che ammette la sua credenza: mille cerimonie venute dall'Egitto erano frammiste alla sostanza della legge Mosaica, e lo spirito del Vangelo s'era dileguato entro la vana pompa del culto. Il pregiudizio, la politica o il patriottismo determinarono il Profeta della Mecca a consacrare le cerimonie degli Arabi, non che l'usanza di visitare la santa pietra della Caaba; ma spirano i suoi precetti una pietà più santa e più ragionevole; l'orazione, il digiuno, la limosina, son questi i doveri religiosi del Musulmano: gli viene data speranza che, nel suo pellegrinaggio verso il cielo, sarà dall'orazione portato a mezza strada, che il digiuno lo condurrà alla porta del palazzo dell'Altissimo, e che le limosine gliene apriranno l'ingresso[116]. 1. Secondo la tradizione del viaggio notturno, l'Appostolo, nella sua conferenza con Dio, ebbe ordine d'imporre l'obbligo a' suoi discepoli di fare cinquanta orazioni al giorno. Avendogli consigliato Mosè di domandare che scemato fosse questo fardello insopportabile, a poco a poco fu ridotto il numero a cinque, senza che gli affari, i piaceri, i tempi o i luoghi potessero dispensarne. Alla punta del giorno, a mezzodì, dopo pranzo, la sera, e nella prima vigilia della notte debbono i fedeli rinnovare gli atti della lor divozione, e quantunque sia ben menomato il fervor religioso, pure i viaggiatori rimangono edificati tuttavia dalla perfetta umiltà, e dal raccoglimento con cui sogliono orare i Turchi e i Persiani. La pulitezza è una introduzione alla preghiera; sin da' più remoti tempi, usavano gli Arabi lavarsi di sovente mani, viso e corpo: il Corano comanda espressamente queste abluzioni, e in difetto d'acqua permette il servirsi di sabbia. Dal costume e dalle decisioni de' dottori sono determinate le parole e le attitudini, se si debba star seduto, in piedi, o colla faccia in terra; ma consiste la preghiera in brevi e fervide giaculatorie; la pietà non è stancata da una noiosa liturgìa, ed ogni Musulmano, in ciò che lo risguarda, è investito del carattere sacerdotale. Fra i deisti che rigettano le Immagini, si è giudicato conveniente fermare il volo della fantasia fissando l'occhio e il pensiero verso un -Kebla-, o sia punto visibile dell'orizzonte. Da principio fu tentato il Profeta di prescegliere Gerusalemme, per divenire grato a' Giudei; ma presto si ricondusse ad una inclinazione più naturale, e cinque volte al giorno gli occhi de' Musulmani abitanti in Astracan, in Fez, in Delhi, stanno devotamente rivolti al santo Tempio della Mecca. Non pertanto sono tutti i luoghi ugualmente acconci al servigio di Dio; i Maomettani sono indifferenti a pregare in casa o in istrada. Per distinguerli dai Giudei e da' Cristiani, il lor Legislatore ha consacrato al culto pubblico il venerdì d'ogni settimana; ragunasi il popolo nella moschea, e l'Imano, per lo più vecchio venerando, sale il pulpito, fa l'orazione, indi una predica; ma la religion Musulmana non ha nè Sacerdoti, nè Sagrificio; e dallo spirito independente del fanatismo sono guardati con dispregio i ministri e gli schiavi della superstizione. 2. Le mortificazioni volontarie[117] degli ascetici, tormento e vanto della lor vita, erano odiose ad un Profeta che biasima i suoi discepoli perchè han fatto voto d'astenersi dalle carni, dal sonno, e dalle donne, e che avea fermamente dichiarato che non soffrirebbe monaci nella sua religione[118]. Istituì peraltro un digiuno di trenta giorni all'anno; raccomandò premurosamente di osservarlo come cosa che monda l'anima e assoggetta il corpo, come un esercizio salutare d'obbedienza al voler di Dio e del suo Appostolo. Nel mese del Ramadan, dallo spuntare del sole sino al tramontare, il Musulmano non mangia, nè beve; si priva di mogli, di bagni, di profumi, nega a sè stesso ogni cibo atto a sostenere le forze e a fomentare qualunque piacere che può soddisfare i sensi. Secondo le rivoluzioni dell'anno lunare, il Ramadan cade alternativamente nel maggior freddo del verno, o nel più forte ardore della state, e per dare alla sete una stilla d'acqua, convien penosamente aspettare la fine d'una giornata cocente. Maometto è il solo che abbia fatto una legga positiva e generale[119] della proibizione del vino, che nelle altre religioni è speciale per alcuni Ordini di sacerdoti o di romiti; e alla sua voce una parte considerevole del globo ha abiurato l'uso di questo salubre ma pericoloso liquore. Vero è che il libertino non si sottomette a queste disgustose privazioni, e l'ipocrita sa eluderle; ma non si può incolpare il Legislatore che ha posto questi regolamenti di sedurre i suoi proseliti coll'esca de' piaceri sensuali. 3. La carità de' Musulmani s'abbassa fino agli animali; e per quella che concerne agl'infelici e agli indigenti viene più volte raccomandata dal Corano, non solamente come opera meritoria, ma come un dovere assoluto e indeclinabile. Forse Maometto è l'unico Legislatore che abbia assegnata la precisa misura della limosina: sembra varia a seconda del grado e della qualità del possedimento, cioè secondo che gli averi consistono in denaro, in grani o in bestiame, in frutti o in mercanzie; ma per adempiere alla legge, debbe il Musulmano dare la -decima- delle sue rendite; e se ha peccato di frode, o di estorsioni, è tenuto, quasi per una specie di restituzione, a dare la -quinta- parte in vece della -decima-[120]. Necessariamente dee la benevolenza guidare alla giustizia, poichè ci è vietato di far danno a coloro che siamo obbligati ad assistere. Può bene un Profeta rivelare gli arcani del cielo e dell'avvenire; ma nelle sue massime morali non può che ripeterci le lezioni che dal proprio nostro cuore abbiam già ricevute. Ricompense e gastighi sono il sostegno de' due dommi, e de' quattro doveri pratici dell'Islamismo: gli sguardi del Musulmano piamente s'affisano sul Giudizio finale; e benchè non abbia osato il Profeta stabilire l'epoca di quella tremenda catastrofe, accenna oscuramente i segni, che in cielo e in terra, precederanno la dissoluzione universale in cui tutti gli Esseri animati perderanno la vita, e l'ordine della creazione tornerà nel primo caos. Al suono della tromba si vedranno dal nulla emergere nuovi Mondi; gli angeli, i genii, gli uomini s'alzeranno fuori dalle tombe, e l'anime umane saranno ricongiunte a' lor corpi. Pare che sieno stati i primi gli Egiziani ad ammettere la dottrina della risurrezione[121]; imbalsamarono le mumie, alzarono piramidi per conservare l'antica dimora dell'anima durante un periodo di tremila anni, parziale tentativo ed inutile: con mire più filosofiche si fonda Maometto su l'onnipotenza del Creatore, che con una parola può ravvivare l'argilla priva di vita, e raunare atomi innumerevoli che più non conservino la lor forma o sostanza[122]. Non è facile a dirsi ciò che sia dell'anima in quell'intervallo, e coloro che sono i più convinti della sua spiritualità sentono troppo l'imbarazzo di spiegare come possa poi pensare e operare senza l'intervento degli organi de' nostri sensi. Il Giudizio finale succederà alla riunione del corpo e dell'anima; e Maometto nel farne la dipintura su le tracce de' Magi, ha soverchiamente seguìto le forme, ed anche le operazioni lente e successive d'un tribunale umano. Lo incolpano i suoi intolleranti avversari d'avere prodigalizzata sino ad essi stessi la speranza della salute, d'aver propugnata la più peccaminosa eresia, dicendo che ogn'uomo che crede in Dio e fa buone opere può aspettarsi nell'ultimo giorno una sentenza favorevole. Poco si confaceva all'indole d'un fanatico sì ragionevole indifferenza, nè v'ha ragion di pensare che un inviato del cielo abbia scemato il pregio e la necessità delle proprie rivelazioni. Stando al Corano[123] la fede in Dio è inseparabile dalla fede in Maometto; le buone opere son quelle da lui prescritte, e da queste due condizioni procede la necessità dell'Islamismo, al quale sono invitate tutte le nazioni come tutte le Sette. Per iscusare la lor cecità spirituale, indarno allegheranno ignoranza, o porranno in mezzo le lor virtù; punite saranno con eterni tormenti: le lagrime poi che versò Maometto sul sepolcro della madre, per la quale gli era vietato il pregare, sono una manifesta contraddizione di fanatismo e d'umanità[124]. Il decreto è per tutti gl'infedeli; quel grado d'evidenza che avranno rigettato, e la gravità degli errori commessi, determineranno il grado del peccato e della pena loro. Le dimore eterne de' Cristiani, degli Ebrei, de' Sabei, de' Magi, degl'idolatri, stanno nell'abisso le une sotto l'altre, e l'ultimo inferno è per li miscredenti ipocriti che si copersero colla maschera di religione. Quando la maggior parte degli uomini sarà stata riprovata per le loro opinioni, i soli veri credenti saranno secondo le lor opere giudicati. Una bilancia vera, o allegorica, peserà esattamente il bene e il male della vita d'ogni Musulmano, e allora vi sarà un singolare compenso per la satisfazione delle ingiurie: una parte delle azioni buone dell'offensore sarà computata a vantaggio dell'offeso in proporzione del torto che gli fu fatto, e se l'offensore è spoglio di questa spezie di proprietà morale, una parte proporzionale de' demeriti dell'offeso verrà ad accrescere la massa de' suoi peccati. Sarà pronunciata la sentenza secondo che il peso de' delitti o quello delle virtù tracollerà nella bilancia, e tutti allora senza distinzione passeranno il ponte acuto e pericoloso pendente sopra l'abisso; ma i buoni, camminando su le pedate di Maometto, faranno il loro ingresso glorioso in Paradiso, nel mentre che i peccatori saranno precipitati nel primo e nel meno orribile de' sette inferni. Varierà la durata dell'espiazione da nove secoli a settemila anni; ma fu abbastanza scaltrito il Profeta per promettere che -tutti- i suoi discepoli (qualunque si fossero i loro peccati) sarebbero salvati per la lor fede, e per sua intercessione, dall'eterna condanna. Non faccia maraviglia che per mezzo della tema operi la superstizione più fortemente sullo spirito umano, poichè con più energia dall'immaginazione si dipinge la miseria di quel che la felicità della vita futura. Senz'altro sussidio che fuoco e oscurità, ecco fatta l'immagine d'un supplizio che coll'idea dell'eternità può aggravarsi all'infinito; ma questa idea medesima d'eternità genera un effetto contrario allora che si tratta della durata del piacere; e i nostri godimenti troppo sovente non provengono che dalla cessazione del dolore, o dal paragone dello stato nostro con un altro più infelice. È assai naturale che un Profeta arabo descriva enfaticamente i boschetti, le fontane, le riviere del paradiso; ma in vece di dare a' beati il nobile diletto della musica, della scienza, dell'amicizia e del commercio spirituale, ne colloca puerilmente la felicità nello sfarzo delle perle e de' diamanti, delle vesti di seta, de' palagi marmorei, del vasellame d'oro, de' vini squisiti, delle golosità raffinate, d'un seguito numeroso, e di tutta quella pompa di lusso e di sensualità, che diviene al suo possessore insipida pur anche nel breve spazio assegnato alla vita nostra mortale. L'ultimo de' credenti avrà per suo uso settantadue houris, o fanciulle, dagli occhi neri, dotate d'una bellezza mirabile, di tutta la freschezza della gioventù, d'una purità virginale, d'una sensibilità squisita: l'istante del piacere si prolungherà per migliaia d'anni, e con facoltà centuplicate degni saranno i beati della loro felicità. Qualunque siasi per questo rispetto la volgare opinione, certo è ch'egli apre a' due sessi le porte del cielo; ma non ha voluto spiegarsi riguardo agli uomini che le donne vi troverebbero, per timore di recare inquietudine alla gelosia de' loro primi mariti, o di turbarne la contentezza col dubbio che eterno sarebbe per avventura il lor matrimonio. Questa dipintura d'un paradiso sensuale suscitò lo sdegno e forse l'invidia de' monaci[125]; l'impura religione di Maometto è la materia delle declamazioni di costoro, e il pudore di qualche apologista del Corano non ha altro spediente a cui appigliarsi fuorchè le figure e le allegorie; ma da' dottori più bravi e più conseguenti s'ammette, senza arrossirne, l'interpretazion letterale del Corano: di fatti inutile sarebbe la risurrezione del corpo se non gli si restituisce l'esercizio delle sue facoltà più preziose, ed è necessaria la riunione de' piaceri de' sensi e dell'intelletto a far perfetta la felicità dell'uomo, che di due sostanze è composto. Le gioie peraltro del paradiso di Maometto non saranno ristrette a' piaceri del lusso, e alla soddisfazione degli appetiti sensuali; il Profeta dichiara espressamente che i santi e i martiri, ammessi alla beatitudine della visione divina, dimenticheranno e avranno a sdegno tutte le spezie d'un grado inferiore[126]. [A. D. 609] Le prime e le più malagevoli conquiste che fece Maometto alla sua nuova religione[127], quelle furono di sua moglie, del servo, del pupillo e d'un amico[128], avvegnacchè si dava per Profeta con quelli che men d'ogn'altro potevano dubitare se fosse o no soggetto alle infermità della natura. Nonostante, credette Cadijah alle parole del marito, e fu a parte della sua gloria: Zeid, docile ed affezionato, si lasciò sedurre dalla speranza della libertà; l'illustre Alì, figlio di Abu-Taleb, abbracciò le opinioni di suo cugino coll'energia d'un giovane eroe; e la fortuna, la moderazione e la veracità di Abubeker francheggiarono la religione del Profeta cui succeder doveva. Persuasi da lui, dieci de' più ragguardevoli cittadini della Mecca assentirono d'essere privatamente ammaestrati nella dottrina dell'Islamismo: cedendo al grido della ragione e dell'entusiasmo, divennero l'eco del domma fondamentale: «Non vi ha che un Dio, e Maometto è l'appostolo di Dio»; e per guiderdone della lor fede ottennero ancor viventi e ricchezze ed onori, e il comando degli eserciti e l'amministrazione de' regni. Tre anni furono impiegati in silenzio alla conversione di quattordici proseliti: furono quelli i primi frutti di sua missione; ma sin dal quarto anno prese il carattere d'un Profeta, e volendo comunicare alla sua famiglia la luce delle divine verità, fece imbandire un banchetto composto, è fama, d'un agnello e d'un vaso pieno di latte, e convitò quaranta persone della razza degli Hashemiti. «Cari amici ed alleati, disse loro, vi offro, e sono io il solo che offerir vi possa i più preziosi donativi, i tesori di questo Mondo e dell'altra vita. Iddio mi ha comandato di chiamarvi al suo servizio. Chi è tra voi che voglia aiutarmi a portare il mio carico? chi vuol essere mio compagno e mio visir[129]?» Nulla gli fu risposto: per lo stupore, per l'incertezza o pel disprezzo stavan chiuse tutte le bocche; quando finalmente Alì, giovanotto di quattordici anni, caldo d'ardore e d'ardire, ruppe il silenzio, e sclamò: «Profeta, son io quegli che cerchi: se oserà qualcuno levarsi contro di te, io gli spezzerò i denti, gli caverò gli occhi, gli romperò le gambe, gli spaccherò il ventre. Profeta, sarò io il tuo visir». Accolse Maometto con gran trasporto questa profferta, e fu ironicamente esortato Abu-Taleb a rispettare la nuova dignità di suo figlio. Avendo poscia voluto il padre d'Alì, in tuono serio, indurre il nipote ad abbandonare un impegno ineseguibile: «Risparmiate i consigli, rispose allo zio suo benefattore l'intrepido fanatico: quando si ponesse il sole sulla mia destra, la luna sulla sinistra non si cangerebbe la mia risoluzione». Per dieci anni perseverò nell'esercizio della sua incumbenza, e questa religione, che ha soggiogato l'Oriente e l'Occidente, non pose radici nelle mura della Mecca che con gran lentezza e difficoltà. Aveva peraltro il contento di vedere che la sua piccola congregazione di unitari andava ogni giorno crescendo; n'era rispettato come un Profeta, ed egli a tempo e luogo le comunicava il cibo spirituale del Corano. Si può argomentare il numero de' suoi proseliti dalla partenza di ottantatre uomini e di diciotto donne che nel settimo anno della sua missione si ritirarono in Etiopia; la sua Setta fu assai presto rafforzata per la conversione di Hamza suo zio, e dell'inflessibile e feroce Omar, che adoperò in favor dell'Islamismo collo stesso zelo con cui ne aveva tentata la distruzione. Non si racchiuse la carità di Maometto nella sola tribù di Koreish o nel recinto della Mecca; nelle grandi solennità, o ne' giorni di peregrinazione, andava alla Caaba, favellava agli stranieri di tutte le tribù, e sia nelle conferenze particolari, sia nelle pubbliche aringhe, predicava la credenza e il culto d'un solo Dio. Debole allora di forze e saggio nella sua dottrina, sosteneva la libertà di coscienza, e riprovava l'uso della violenza in materia di religione[130]: ma esortava gli Arabi alla penitenza, e scongiuravali a risovvenirsi degli antichi idolatri di Ad e di Thamud, che la giustizia divina avea disperso dalla faccia della terra[131]. [A. D. 613-622] Dalla superstizione e dalla gelosia era confermato nella incredulità il popolo della Mecca. Gli anziani della città, gli zii del Profeta, affettavano dispregio dell'ardimento d'un orfano che voleva figurare da riformatore del suo paese. Le pie preghiere di Maometto nella Caaba erano perseguitate dalle grida di Abu-Taleb: «Cittadini e pellegrini, gridava, non date orecchio al tentatore, non date retta alle sue empie novità: state invariabilmente attaccati al culto di Al Lata e Al Uzzah». Non ostante, questo vecchio Capo amava sempre il figlio d'Abdallah, e ne difendeva la persona e la riputazione contro gli assalti de' Koreishiti, la cui gelosia da lungo tempo era adontata dalla preminenza della famiglia di Hashem. Coprivano l'odio sotto il colore della religione; al tempo di Giobbe, il magistrato Arabo puniva il delitto d'empietà[132], e Maometto era reo del delitto d'abbandonare e rinnegare gli Dei della sua nazione; ma la Polizia della Mecca era sì difettosa, che i Capi dei Koreishiti, anzi che accusare un reo, furono obbligati ad usare la persuasione o la violenza. Più volte si diressero ad Abu-Taleb con aria di rimprovero e di minaccia. «Tuo nipote, gli dissero, insulta la nostra religione, accusa d'ignoranza e di follìa i nostri saggi antenati; fallo tacere subitamente acciocchè non turbi e sollevi la città. Se prosegue così, sguaineremo la spada contro lui e i suoi aderenti, e tu renderai conto del sangue de' tuoi concittadini». Abu-Taleb potè pel suo credito e per la sua moderazione sottrarsi alla violenza di questa fazion religiosa. I più deboli o più timidi fra i discepoli di Maometto si ritrassero in Etiopia, e il Profeta andò in cerca d'asili in diversi luoghi, sia in città sia in campagna, che gli offrissero qualche sicurezza. Continuando a difenderlo la sua famiglia, il rimanente della tribù di Koreish s'impegnò a rinunziare ogni commercio co' figli di Hashem, a nulla comperare da loro, a nulla vendere ad essi, a non contrarre più matrimoni seco loro, ma a perseguitarli senza pietà finattanto che non consegnassero alla giustizia degli Dei Maometto. Questo decreto fu sospeso nella Caaba, ed esposto alla vista di tutta la nazione; gli emissari de' Koreishiti perseguitarono i Musulmani sin nel cuore dell'Affrica, assediarono il Profeta e i suoi più fidi discepoli, li privarono d'acqua, e con rappresaglie dall'una e dall'altra parte s'inviperì la reciproca animosità. Parve che una tregua, di poca durata, riconducesse la concordia, ma colla morte d'Abu-Taleb rimase abbandonato Maometto in balìa de' nemici; e la morte della fedele e generosa Cadijah gli levava ogni consolazione domestica. Abu-Sophian, Capo del ramo d'Ommiyah, succedette alla primaria dignità della repubblica della Mecca. Il quale, zelante adoratore degl'idoli, nemico mortale della famiglia di Hashem, convocò un'assemblea de' Koreishiti e de' loro alleati per decidere della sorte dell'appostolo. Imprigionandolo, si poteva provocare il suo coraggio ad atti di disperazione, ed esiliando un fanatico eloquente, e accetto al popolo, si potea da lui diffondere il male in tutte le province dell'Arabia. Fu decisa la sua morte, ma si convenne che per dividere il delitto e prevenire la vendetta degli Hashemiti, un Membro d'ognuna delle tribù gl'immergerebbe la spada nel petto. Da un angelo o da una spia fu informato di quella sentenza, nè vide scampo fuorchè nella fuga[133]. A mezza notte, accompagnato dal suo amico Abubeker, fuggì cheto cheto di casa; attendendo i sicari alla porta, ma rimasero ingannati dalla figura d'Alì, che dormiva nel letto dell'appostolo, vestito del suo abito verde. Ebbero rispetto i Koreishiti alla pietà del giovane eroe, ma in alcuni versi d'Alì, che sussistono ancora, abbiamo una descrizione commovente delle sue inquietudini, della sua tenerezza, della sua religiosa fiducia. Maometto e il suo compagno si tennero nascosti per tre giorni nella caverna di Thor, distante dalla Mecca una lega: quando imbruniva la notte, il figlio e la figlia d'Abubeker recavano ad essi i viveri, e le notizie di quel che nella città succedeva. I Koreishiti, che attentamente spiavano per tutti i dintorni, giunsero all'ingresso della caverna; ma la Providenza, dicesi, li deluse con un ragnatelo, e con un nido di colombo che erano situati in modo da persuadere che niuno vi fosse entrato. «Non siamo che due», diceva tremante Abubeker: «un terzo è con noi, rispose il Profeta, ed è Iddio medesimo». Rallentato che fu alquanto l'ardore delle persecuzioni, uscirono della spelonca i due fuggiaschi, e salirono su i lor cammelli; camminavano alla volta di Medina quando furono arrestati dagli emissari de' Koreishiti; a forza di preghiere e di promesse poterono scampare dalle lor mani. In quel critico momento avrebbe la lancia d'un Arabo cangiata la storia del Mondo. Questa fuga di Maometto, che passò dalla Mecca a Medina, stabilisce l'epoca memoranda dell'Egira[134], che dopo dodici secoli segna ancora gli anni lunari delle nazioni Musulmane[135]. [A. D. 622] La religion del Coran sarebbe morta in culla, se non avesse Medina accolto con fede e con riverenza i santi esuli della Mecca. Medina, o la -città- che nomavasi Yatreb avanti che fosse consecrata come il trono del Profeta, era divisa fra due tribù, i Caregiti e gli Awsiti, dove i menomi accidenti di continuo risvegliavano l'odio ereditario; erano suoi umili alleati due colonie di Giudei che vantavano origine sacerdotale; senza convertire gli Arabi avevano introdotto fra loro quel genio della scienza e delle idee religiose che procacciò a Medina l'onore d'esserci soprannomata la città del -Libro-. Avendo le predicazioni di Maometto convertiti alcuni de' suoi cittadini più nobili venuti in pellegrinaggio alla Caaba, tornando a casa, diffusero la cognizione del vero Dio e del suo Profeta; e la novella alleanza de' Medinesi coll'appostolo fu ratificata dai loro deputati in due conferenze secrete, che si tennero la notte sur una collina dei sobborghi della Mecca. Nella prima, dieci Caregiti e due Awsiti si unirono di religione e d'affetto, e dichiararono in nome delle loro mogli, dei figli e dei fratelli assenti che per sempre professerebbero i dommi del Corano, e ne osserverebbero i precetti. Produsse la seconda un'associazione politica che fu il principio dell'impero de' Saraceni[136]. Settantatre uomini e due donne di Medina ebbero una solenne conferenza con Maometto, co' suoi alleati e co' suoi discepoli, e scambievolmente prestarono giuramento di fedeltà. Promisero gli abitanti di Medina in nome della loro città, che se sbandito fosse Maometto, lo riceverebbero come un alleato, che gli obbedirebbero come a Capo, e che lo difenderebbero sino all'ultima estremità con tanta costanza come le proprie mogli ed i figli. «Ma se vi richiama la vostra patria, dimandarono con un'inquietudine per lui onorevole, abbandonerete i vostri nuovi alleati? -- Tutto ora è comune tra noi, rispose Maometto ridendo; il vostro sangue è mio sangue; mia la ruina vostra. Siamo avvinti gli uni agli altri dall'onore e dall'interesse. Io son l'amico vostro, e il nemico de' vostri nemici. -- Ma se spendiamo la vita per voi, qual premio ne avremo? soggiunsero i deputati di Medina. -- Il PARADISO, replicò Maometto. -- Stendi dunque la mano», gridarono. L'appostolo stese la mano, ed essi rinnovellarono il giuramento di sommessione e di fedeltà. Ratificò il popolo questo trattato, e con unanime voto accettò l'Islamismo. Si rallegrarono gli abitanti di Medina per l'esilio di Maometto, ma tremavano per la sicurezza sua, e ne attesero con impazienza l'arrivo. Dopo un cammino pericoloso e rapido lungo la costa del mare, posò a Koba, situata a due miglia da Medina, e fece il suo pubblico ingresso sedici giorni dopo la fuga dalla Mecca. Gli andarono incontro cinquecento cittadini, e da ogni parte udì acclamazioni di fedeltà e di riverenza. Sedeva sopra un cammello femmina, coperto da un ombrello la testa, e davanti a lui era portato un turbante spiegato a guisa di stendardo. I suoi più prodi discepoli, dispersi dalla tempesta, si radunarono intorno a lui, e i suoi Musulmani, eguali tutti di merito si distinsero co' nomi di -Mohageriani-, e d'-Ansari-, fuggiaschi gli uni dalla Mecca, e gli altri ausiliari di Medina. Per soffocare ogni seme di gelosia, bravamente immaginò di congiugnere a due a due i primari tra loro con investirli di dritti e obbligandoli a legami fratellevoli. Dopo questa disposizione, Alì rimase solo, e amorevolmente dichiarò il Profeta sè voler essere compagno e fratello di quel giovane gentiluomo. Riuscì in tutto a bene questo espediente; e in pace e in guerra fu rispettata la santa fraternità, e le due parti studiarono di segnalarsi con generosa gara di coraggio e di fedeltà. Una sola volta addivenne che una contesa accidentale alcun poco turbò quella unione; un patriotta di Medina accusò i forestieri d'insolenza; lasciò travedere che si potevano cacciare, ma fu inteso con raccapriccio, e suo figlio si profferse vivacemente a recare al piè dell'appostolo la testa del proprio padre. Dal punto che Maometto stanziossi in Medina, esercitò i poteri di re e di gran Pontefice, e fu empietà il non piegare il capo a' decreti d'un giudice dalla sapienza divina inspirato. Ricevette egli in dono o comperò un piccolo pezzo di terra appartenente a due orfanelli[137]: quivi fabbricò una casa ed una moschea più venerande nella rozza loro semplicità che non i palagi ed i templi de' Califfi d'Assiria. Fece incidere nel suo suggello d'oro o d'argento il suo titolo di appostolo; quando faceva orazione, e predicava nell'assemblea, che tenevasi ogni settimana, si appoggiava al tronco d'una palma, e solamente lungo tempo dopo fece uso d'un seggio, o d'una cattedra di legno lavorata alla grossolana[138]. Dominava già da sei anni, quando mille e cinquecento Musulmani raccolti sotto le armi giurarono nuovamente fedeltà; e Maometto di bel nuovo promise loro assistenza sino alla morte dell'ultimo di loro, o al totale discioglimento della Lega. Nel campo medesimo ebbe a scorgere con maraviglia il deputato della Mecca quanta fosse l'attenzione de' fedeli alle parole, e ai sguardi del Profeta, la premura nel raccogliere sia gli sputi sia i capegli che gli cadevano, e l'acqua che serviva alle sue ablazioni; quasi tutte queste cose un grado avessero di profetica virtù. «Ho veduto, diss'egli, il Cosroe della Persia e il Cesare di Roma; ma non ho mai veduto un re così rispettato da' sudditi quanto lo è Maometto da' suoi compagni». Il devoto fervore del fanatismo in fatti si manifesta in guisa più energica e vera che la fredda e cerimoniosa servilità delle Corti. Ogn'uomo, nello stato di natura, ha diritto d'impiegare la forza dell'armi in difesa della sua persona o delle sue proprietà, di respingere ed anche di prevenire la violenza de' nemici, e di continuare le ostilità sinattanto che abbia ottenuto una giusta soddisfazione, o che sia giunto a quell'ultimo segno ch'è stabilito per le rappresaglie. Nella libera società degli Arabi, i doveri di suddito e di cittadino non metteano un grave freno, e Maometto, adempiendo una missione di carità e di pace, era stato spogliato e sbandito dall'ingiustizia de' suoi concittadini. Per l'elezione fattane da un popolo independente, il fuoruscito della Mecca era stato elevato alla dignità di sovrano, e legittimamente avea ricevuta la prerogativa di formare alleanze, e di fare la guerra offensiva e difensiva. Suppliva la pienezza della potenza divina all'imperfezione de' suoi diritti, e diveniva il fondamento del suo potere: prese egli nelle sue nuove rivelazioni un'aria più feroce e più sanguinaria, pruova, che l'anteriore moderazione che usò era stata una conseguenza della sua debolezza[139]. Avea tentato le arti della persuasione, ma passato era il tempo della pazienza; dichiarò che Iddio gli comandava di propagare la religione col ferro, di abbattere i monumenti dell'idolatria, e di perseguitar le nazioni miscredenti senza rispetto a' giorni o a' mesi santi. Attribuì all'autore del Pentateuco e dell'Evangelo que' precetti di sangue che dal Corano ripetonsi ad ogni pagina; ma il carattere di dolcezza che si scorge nello stile dell'Evangelo permette di spiegare altrimenti quel passo equivoco ove sta scritto, che Gesù ha recato in terra non la pace, ma la spada; e non denno confondersi le sue virtù pazienti e modeste collo zelo intollerante de' principi e de' vescovi, che il nome disonorano di suoi discepoli. A giustificare questa guerra di religione, allegava con più esattezza Maometto[140] l'esempio di Mosè, o quello de' Giudici e de' re d'Israello. Le leggi militari degli Ebrei sono anche più rigorose di quelle dell'Arabo legislatore[141]. Il Dio degli eserciti marciava in persona davanti a' Giudei; se una città resisteva, passavano a fil di spada i maschi senza distinzione: le sette nazioni di Canaan furono esterminate, nè il pentimento o la conversione valeano a sottrarle dall'inevitabile sentenza, per la quale non si dovea entro il recinto del lor dominio risparmiare veruna creatura vivente. Maometto almeno lasciò a' nemici la libertà di scegliere la sua amicizia, la sommessione, o la guerra. Come tosto professassero l'Islamismo, gli ammetteva a' vantaggi temporali o spirituali de' suoi primi discepoli, e li facea combattere sotto le bandiere medesime per la gloria della religione a cui s'erano addetti. Per lo più la sua clemenza era ligia al suo interesse, ma di rado conculcava il nemico atterrato, e par che prometta che per un tributo lascerà a' men colpevoli de' sudditi increduli il culto loro, o almeno l'imperfetta lor fede. Sin dal primo mese del suo regno eseguì quanto avea ne' suoi precetti statuito su la guerra religiosa, e inalberò il suo vessillo bianco davanti le porte di Medina; l'appostolo guerriero si trovò in persona a nove battaglie o a nove assedii[142], e in dieci anni compiè da sè stesso, o coll'opera de' suoi luogotenenti, cinquanta imprese guerresche. Continuava egli, nella sua qualità d'Arabo, a esercitare le professioni di mercadante e di ladrone, e colle piccole scorrerie che andava facendo, per difendere o assaltare una caravana, disponeva a poco a poco le sue genti alla conquista dell'Arabia. Una legge divina avea regolato il comparto del bottino[143], il quale veniva fedelmente ammassato in un solo cumulo; riservava il Profeta per opere pie e caritatevoli un quinto dell'oro e dell'argento, de' prigionieri e del bestiame, de' mobili e degl'immobili; del resto faceva parti eguali cui distribuiva a' soldati, sia che avessero riportato vittoria, o custodito il campo; le ricompense di quelli che avessero perduto la vita passavano alle mogli ed ai figli; per animare poi la gente ad accrescere la cavalleria, dava una porzione al cavaliere ed una al cavallo. Accorrevano da ogni luogo gli Arabi erranti a porsi sotto il vessillo della religione e del saccheggio: era stato premuroso il Profeta a santificare il commercio de' soldati colle donne prigioniere sia che fossero trattate come spose, sia da concubine; egli mostrava loro nel godimento della fortuna e della bellezza una debole immagine delle gioie del paradiso destinate a' prodi martiri della Fede: «La spada, egli diceva, è la chiave del cielo e dell'inferno; una goccia di sangue versata per la causa di Dio, una notte passata in armi, varranno più che due mesi di digiuni e d'orazioni: chi perirà in battaglia otterrà il perdono de' peccati; nell'ultimo giorno, le sue ferite saranno lucide come il minio, odorose come il muschio; ali d'angeli e di cherubini saranno sostituite alle membra ch'egli abbia perdute». In tal guisa seppe infiammare l'anima intrepida degli Arabi. L'idea di un Mondo invisibile si dipingeva con forti colori alla fantasia di quel popolo, e quella morte che già sprezzavano divenne oggetto di speranza e di desiderio. Insegna il Corano, nel significato il più assoluto, i dommi della predestinazione e della fatalità che spegner potrebbero ogn'industria ed ogni virtù, se l'uomo regolasse la vita colle proprie opinioni: que' dommi peraltro hanno in ogni tempo esaltato il coraggio de' Saraceni e de' Turchi. I primi compagni di Maometto marciavano alla battaglia con intrepidezza: non vi ha pericolo ove non sia incertezza d'evento; se erano predestinati a morire nel proprio letto, esser doveano sicuri e invulnerabili in mezzo a' dardi de' combattenti[144]. Avrebbe la fuga di Maometto bastato per avventura a satisfare i Koreishiti, se temuto e presentito non avessero la vendetta d'un nemico il quale era in luogo ove intercettare il commercio loro per la Siria nel passaggio all'andata e al ritorno pel territorio di Medina. Lo stesso Abu-Sophian colla sola scorta di trenta o quaranta guerrieri guidava una caravana di mille cammelli, e fu tanto felice, o ben regolato, il suo viaggio che deluse la vigilanza del Profeta, ma seppe che i santi ladroni stavano in imboscata, spiando il suo ritorno. Spedì un corriere a' suoi fratelli della Mecca, i quali per il timore di perdere merci e munizioni volarono immantinenti a soccorrerlo con tutte le forze della città. La santa masnada dell'appostolo contava trecento tredici Musulmani, fra i quali settantasette fuorusciti, il resto ausiliari; non avea che settanta cammelli, che servivano alternativamente a ciascheduno di loro (i cammelli d'Yatreb erano terribili in guerra); ma tanta era la miseria de' suoi primi discepoli, che due soli erano coloro che potessero comparire a cavallo sul campo di battaglia[145]. Si trovava egli nella celebre e fertile vallata di Beder[146], lungi tre giornate da Medina, quando le sue vedette l'avvisarono, che s'appressava da una parte la caravana, e dall'altra i Koreishiti con cento cavalli ed ottocento cinquanta fanti. Dopo breve deliberazione decise di sagrificare le ricchezze alla gloria ed alla vendetta; fece un piccolo trinceramento per coprire le sue genti e un ruscello d'acqua dolce che bagnava la valle. «O Dio, esclamò egli, mentre i Koreishiti calavano dalle colline, o Dio, chi più t'adorerà su la terra se i miei guerrieri periscono? -- Animo, figli miei, stringete le file, scagliate i vostri dardi, e la vittoria è nostra». Dopo queste parole s'assise con Abubeker sopra un trono o cattedra[147], ed invocò con gran fervore l'aiuto di Gabriele e di tremila angeli. Tenea fisso l'occhio sul campo di battaglia; già cedeano i suoi soldati, ed erano sul punto di rimanere sconfitti; quando il Profeta si slanciò dal trono, salì a cavallo, e gittò un pugno di sabbia in aria, gridando: «La faccia di coloro sia coperta d'obbrobrio.» I due eserciti, colpiti dal suono della sua voce, credettero vedere la squadra angelica da lui chiamata in soccorso[148]: tremarono i Koreishiti, e si diedero alla fuga: settanta de' più valorosi furono uccisi, e settanta prigionieri decorarono il primo trionfo dei fedeli. I morti furono spogliati e insultati: due prigionieri giudicati i più rei ebbero la morte, e gli altri pagarono pel riscatto quattromila dramme d'argento, che furono qualche compenso per la fuga della caravana; ma indarno i cammelli d'Abu-Sophian cercarono una nuova strada in mezzo al deserto e lungo l'Eufrate; pervenne ancora la vigilanza di Maometto a coglierli in via, e il bottino dovette essere considerevole, se, come è fama, la quinta parte dell'appostolo fu di ventimila dramme. Abu-Sophian irritato per la perdita pubblica e propria, ragunò un corpo di tremila uomini, fra' quali settecento armati di corazze e dugento cavalieri: tremila cammelli lo seguitarono, ed Henda, sua sposa, con quindici matrone della Mecca, batteva continuamente il tamburino per animare i soldati ed esaltare la grandezza di Hobal, la divinità più popolare della Caaba. Da novecento cinquanta credenti era difeso il vessillo di Maometto; la sproporzione del numero non era più grande di quel che fosse alla giornata di Beder, e tanta era la lor fiducia che la vinse su l'autorità divina, e su le ragioni umane che volle adoperare Maometto per dissuaderli dal combattere. La seconda battaglia si fece sul monte Ohud, lungi sei miglia da Medina al settentrione[149]: s'avanzarono i Koreishiti in forma di mezza luna, e Caled, il più terribile e il più fortunato de' guerrieri Arabi, conducea l'ala diritta della cavalleria. Maometto da bravo capitano collocò i suoi soldati sul pendìo del colle, e lasciò nel di dietro un distaccamento di cinquanta arcieri. La carica fu sì vigorosa che sbaragliò il centro degli idolatri, ma nell'inseguirli perdettero il vantaggio del terreno; gli arcieri abbandonarono il posto; gli uni e gli altri allettati dall'esca del bottino, disubbidirono al generale, e ruppero l'ordinanze. Allora l'intrepido Caled girando la sua cavalleria a' fianchi, e da tergo de' nemici, gridò ad alta voce che Maometto era stato ucciso. Avea questi di fatto sofferto un colpo di chiaverina nella faccia, e un sasso gli aveva spezzato due denti; ma in mezzo al disordine ed al terrore sgridava gl'infedeli feritori d'un Profeta, e benediva la mano amichevole che ne stagnava il sangue, e lo conduceva in luogo di sicurezza. Settanta martiri perdettero la vita pe' peccati del popolo; caddero orando, dice l'appostolo, e tenendo ciascuno abbracciato il corpo del commilitone morto con lui[150]: le femmine della Mecca inumanamente mutilarono i cadaveri, e la sposa di Abu-Sophian mangiò un brano delle viscere di Hamza, zio di Maometto. Poterono i Koreishiti godere del trionfo della loro superstizione, e sfogare il furore ond'erano invasi; ma il piccolo esercito di Maometto si riordinò prestamente sul campo di battaglia, senza avere però nè forza, nè coraggio per porre l'assedio a Medina. Nell'anno seguente fu assalito l'appostolo da diecimila nemici, e questa terza spedizione prese il nome ora dalle -nazioni- che marciavano sotto le bandiere d'Abu-Sophian, ora dalla -fossa- che fu scavata davanti alla città e al campo, dove, in numero di tremila, i Musulmani si tenevano trincerati. Evitò Maometto prudentemente un'azion generale: Alì si segnalò in un duello: la guerra si prolungò per venti giorni, indi i confederati si ritirarono. Una bufèra accompagnata da pioggia e da grandine rovesciò le lor tende: un avversario insidioso ne fomentava le dissensioni, e i Koreishiti nella diffalta de' loro alleati perdettero ogni speranza di atterrare il trono, o di fermar le conquiste dell'uomo invincibile che aveano proscritto[151]. [A. D. 623-627] Dalla scelta che volea far Maometto della città di Gerusalemme per primo -Kebla- dell'orazione, si manifesta l'inclinazione inspiratagli da' Giudei; ed era da desiderarsi, pe' temporali loro interessi, che avessero ravvisato nel Profeta arabo la speranza d'Israele, e il Messia ad essi promesso. L'ostinazione dei Giudei convertì in odio implacabile la sua affezione; perseguitò egli quel popolo sciagurato sino all'ultimo istante della sua vita, e pel suo duplice carattere d'appostolo e di conquistatore, avvenne che la sua persecuzione si stese a questo Mondo e nell'altro[152]. I Kainoka abitavano Medina, protetti dalla città: Maometto colse l'occasione d'un tumulto, nato a caso, per dichiarare che dovevano essi abbracciare la sua religione, o combattere. «Oimè, risposero sbigottiti gli Ebrei, noi non sappiamo trattare l'armi, ma perseveriamo nella credenza e nel culto de' padri nostri; e perchè vuoi tu ridurci alla necessità d'una giusta difesa?» Questa lotta disuguale si terminò in quindici giorni, e solo con estrema ripugnanza s'arrese il Profeta alle istanze de' suoi alleati, e fece grazia della vita a' prigioni, ma ne confiscò le ricchezze. Divennero più formidabili l'armi di questi in pugno a' Musulmani di quel che lo fossero state in lor mano, e settecento infelici esiliati dovettero colle mogli e co' figli mendicare un asilo su le frontiere della Sorìa. I più rei erano i Nadhiriti, per aver tentato d'assassinare il Profeta in una conferenza amichevole. Maometto ne assediò il castello distante da Medina tre miglia; ma quelli si difesero con tanto valore che ottennero una capitolazione decorosa; uscì la guarnigione a tamburo battente, e ricevette tutti gli onori di guerra. Aveano i Giudei suscitata la guerra de' Koreishiti, e vi si erano immischiati: dal punto che le -nazioni- si scostarono dalla -fossa-, Maometto, senza mai deporre l'arnese, s'incamminò nel giorno stesso ad estirpare la razza nemica dei figli di Koraidha. Dopo una resistenza di venticinque giorni, si arresero a discrezione. Fondavano qualche speranza nell'intervento de' loro alleati di Medina, ma avrebbero dovuto sapere che il fanatismo estingue l'umanità. Un vecchio venerando, al giudizio del quale si sottoposero volontari, pronunziò contro tutti la sentenza di morte. Settecento Ebrei incatenati furono condotti su la piazza del mercato, furono calati vivi nella fossa preparata pel supplizio e per la sepoltura loro, e il Profeta con occhio imperturbato mirò la strage de' suoi nemici disarmati. Da' Musulmani si ereditarono le pecore e i cammelli degli uccisi; trecento corazze, cinquecento picche, e mille lance furono la parte più utile delle spoglie. Chaibar, città antica e opulenta, lontana sei giornate al nord-est di Medina, era il centro della potenza degli Ebrei in Arabia; il suo territorio fertile, nel cuor del deserto, era sparso di piantagioni e di bestiame, e difeso da otto castella, molte delle quali imprendibili. Avea Maometto dugento cavalieri, e mille e quattrocento fanti; in una serie d'otto assedii laboriosi, che bisognava fare in maniera metodica, queste schiere furono esposte a' rischi, alla fatica e alla fame, e già i Capi più ardimentosi disperavano del buon successo. Rianimò l'appostolo la lor fedeltà e il coraggio citando le glorie d'Alì, ch'egli nomò il Leone di Dio. Forse si può credere per vero che la terribile scimitarra di questo tagliò in due un soldato Ebreo di statura gigantesca; ma sarebbe difficile per noi lodare il senno de' romanzieri, che ce lo rappresentano in atto di levare da' gangheri la porta d'una Fortezza, coprendo con quest'enorme scudo il braccio sinistro[153]. Dopo la resa delle castella, dovette la città di Chaibar sottomettersi al giogo. Il Capo della tribù fu messo alla tortura in presenza di Maometto, che voleva forzarlo a dichiarare in che luogo nascosti avesse i tesori: l'industria de' pastori e degli agricoltori ottenne un'indulgenza precaria; fu permesso che migliorassero il proprio patrimonio, ma a piacimento del vincitore, e a patto di dargli la metà della rendita. Sotto il regno di Omar, gli Ebrei di Chaibar furono trapiantati in Siria, e il Califfo notificò in quella occasione, che nel letto di morte aveagli il suo signore ordinato di cacciare dall'Arabia ogni religione che non fosse la vera[154]. [A. D. 629] Cinque volte al giorno volgea Maometto lo sguardo verso la Mecca[155], e da' più santi e più forti impulsi sentiva in sè suscitata la smania di rientrare da conquistatore in quella città, e in quel Tempio, da cui era stato espulso; o vegliando, o dormendo, sempre avea davanti agli occhi la Caaba: egli interpretò certo suo sogno come una visione ed una profezia; spiegò la santa bandiera, e si lasciò sfuggire di bocca l'imprudente promessa di trionfo. Il suo viaggio da Medina alla Mecca non annunciava che una peregrinazione religiosa e pacifica; settanta cammelli ornati pel sacrificio precedeano la sua vanguardia. Rispettò il territorio sacro, e poterono i prigionieri, rimandati senza riscatto, divolgare la sua clemenza; ma come ebbe messo piede nella pianura, lontano dalla città una giornata, esclamò: «Coloro si sono vestiti di pelle di tigre». Fu arrestato dalla moltitudine e dal valore de' Koreishiti, e aveva a temere non gli Arabi del deserto, trattenuti sotto le sue insegne dalla speranza del bottino, abbandonassero poi e tradissero il lor capitano. In un momento l'imperterrito fanatico si trasformò in un freddo e circospetto politico, omise nel trattato co' Koreishiti la qualità di appostolo di Dio, segnò con essi e co' loro alleati una tregua di dieci anni; s'impegnò a restituire i fuggiaschi della Mecca che abbracciassero la sua religione, e ottenne solamente per patto l'umile privilegio d'entrare nella Mecca l'anno dopo, come amico, e di rimanervi tre giorni per terminare le cerimonie del pellegrinaggio. La vergogna e il dolore copersero come d'una nube la ritirata de' Musulmani, e per questo infelice successo poterono facilmente accusare d'impotenza un Profeta, che sì frequentemente avea spacciato le sue vittorie come pruova di sua missione. Nell'anno seguente, si risvegliarono alla vista della Mecca la fede e la speranza de' pellegrini: stavano le loro spade nel fodero; fecero sette volte il giro della Caaba su le pedate di Maometto; i Koreishiti s'erano ritirati su le colline; e Maometto, dopo le solite cerimonie, uscì nel quarto giorno della città. La sua divozione edificò sommamente il popolo; sorprese, divise, sedusse i Capi; e Caled e Amron, che poi doveano soggiogare la Siria e l'Egitto, abbandonarono in tempo l'idolatria che già era vicina a perdere tutto il credito. Vedendo Maometto che cresceva di potere per la sommissione delle tribù Arabe, raunò diecimila soldati pel conquisto della Mecca; e gl'idolatri, com'erano i più deboli, furono di leggieri convinti che fosse stata rotta la tregua. L'entusiasmo e la disciplina acceleravano i passi de' suoi guerrieri, e assicuravano il segreto della sua impresa. Finalmente da diecimila fuochi venne l'annunzio a' Koreishiti spaventati dell'intenzione, dell'avvicinamento e della forza irresistibile del nemico. Il fiero Abu-Sophian corse ad offrire le chiavi della città, ammirò quella sì varia moltitudine d'armi e di stendardi fatti passare alla sua presenza, osservò che il figlio d'Abdallah aveva acquistato un gran regno, e sotto la scimitarra d'Omar confessò essere Maometto l'appostolo del vero Dio. Macchiò il sangue romano il ritorno di Mario e Silla, e qui pure dal fanatismo della religione era stimolato il Profeta a trarre vendetta; e attizzati dalla memoria delle ingiurie sofferte avrebbero i suoi discepoli con grande ardore eseguito, o forse anticipato l'ordine della strage. Anzichè satisfare al risentimento proprio, e a quello delle sue soldatesche, Maometto proscritto e vittorioso[156] perdonò a' suoi concittadini, e conciliò le fazioni della Mecca. Entrarono nella città i suoi soldati in tre colonne; ventotto cittadini perirono sotto il ferro di Caled. Maometto proscrisse undici uomini e sei donne; ma biasimò la crudeltà del suo luogotenente, e la sua clemenza o il disprezzo risparmiarono parecchi di coloro ch'egli avea già notati per vittime. I Capi de' Koreishiti si prostrarono a' suoi piedi, ed egli disse loro: «che potete aspettare da un uomo che avete oltraggiato? -- Noi confidiamo nella generosità del nostro concittadino. -- Nè confiderete in vano; andate; la vostra vita è sicura, e voi siete liberi.» Il popolo della Mecca meritò il suo perdono, dichiarandosi per l'Islamismo, e dopo un esiglio di sette anni, venne riconosciuto il missionario fuggiasco qual principe e Profeta del suo paese[157]; ma i trecento sessanta idoli della Caaba furono ignominiosamente abbruciati; fu purificato e abbellito il tempio di Dio, e per esempio alle generazioni future si sommise di nuovo l'appostolo a tutti i doveri di pellegrino; e con legge espressa fu vietato ad ogni miscredente il por piede sul territorio della santa città[158]. [A. D. 629-632] La conquista della Mecca si trasse dietro la fede e la sommessione delle Arabe tribù[159], che secondo le vicende della fortuna riverito avevano, o spregiato, l'eloquenza e l'armi del Profeta. Anche oggi l'indifferenza per le cerimonie e opinioni religiose fa il carattere de' Beduini, ed è probabile che accettassero la dottrina del Corano in quella guisa con cui la professano, cioè senza pigliarsene gran briga. Taluni di loro peraltro, più ostinati degli altri, si mantennero fedeli alla religione, non che alla libertà de' lor avi, e con ragione fu detta per soprannome la guerra di Honano -guerra degl'idoli-, poichè Maometto aveva fatto voto di distruggerli, e i confederati di Tayef giurato di difenderli[160]. Frettolosamente, e di soppiatto, corsero quattromila idolatri ad assalire d'improvviso il conquistatore; guardavano con occhio di compassione la stupida negligenza de' Koreishiti; ma confidavano ne' voti e forse ne' soccorsi d'un popolo, che da sì poco tempo avea rinunciato a' suoi Dei, e s'era piegato sotto il giogo del suo nemico. Dispiegò il Profeta le bandiera di Medina e della Mecca; gran numero di Beduini si pose sotto i suoi stendardi, e vedendosi i Musulmani in numero di dodicimila, s'abbandonarono in braccio ad una imprudente e colpevole presunzione. Senza cautela discesero nella vallata di Honano: gli arcieri e frombolieri degli alleati aveano prese le alture; fu oppresso l'esercito di Maometto, perdè la disciplina, si smarrì di coraggio, e giubilarono i Koreishiti vedendoli esposti al rischio di perire. Già accerchiano il Profeta salito su la bianca mula; volle egli slanciarsi contro le lor picche per ottenere almeno una morte gloriosa; ma dieci de' suoi fedeli compagni gli fecero schermo coll'armi, e colla persona, e tre di loro furono uccisi a' suoi piedi. «Fratelli miei, esclamò egli a più riprese con dolore e sdegno, io sono il figlio d'Abdallah; sono l'appostolo della verità! O uomini! siate fermi nella fede; o Dio, mandaci il tuo soccorso!» Abbas suo zio, il quale simile agli eroi d'Omero aveva una forza ed un suono straordinario di voce, intronò la valle con un grido di promesse e di premii: i Musulmani fuggiaschi si ridussero da ogni banda al sacro stendardo, ed ebbe Maometto la consolazione di vedere riacceso in ogni cuore il fuoco guerriero: dal suo contegno ed esempio fu decisa in suo favore la battaglia, ed egli esortò le schiere vittoriose a lavare senza ritegno la propria vergogna nel sangue nemico. Dal campo di Honano corse alla volta di Tayef, città lontana sessanta miglia dalla Mecca al sud-est, il cui fertile territorio produce le frutta della Sorìa in mezzo al deserto dell'Arabia. Una tribù amica, esperta, non so come, nell'arte degli assedi, gli fornì arieti ed altre macchine, e un corpo di cinquecento operai; ma indarno offerse libertà agli schiavi di Tayef, invano infranse le proprie leggi schiantando le piante fruttifere, invano i minatori apersero le trincee, e le sue truppe salirono alla breccia. Dopo venti giorni d'assedio diede il segnale della ritratta, ma allontanandosi dalla piazza, cantò devotamente vittoria, e affettò di chiedere al cielo il pentimento e la salute di quella città incredula. L'impresa per altro fu fortunata, poichè il Profeta fece seimila prigionieri, prese ventiquattromila cammelli, quarantamila pecore, e quattromila once d'argento. Una tribù, che aveva combattuto a Honano, riscattò i prigioni col sagrificio de' suoi idoli; ma il Profeta per indennizzare i soldati cedette loro il quinto del bottino, soggiugnendo che avrebbe voluto a pro loro possedere tanti capi di bestiame, quanti erano gli alberi nella provincia di Tehama. In vece di gastigare la mala volontà de' Koreishiti, prese il partito, com'egli stesso diceva, di ridurli al silenzio procacciandosi l'affetto loro con grandi liberalità; Abu-Sophian ricevette per sè solo trecento cammelli e venti once d'argento, e la Mecca sinceramente abbracciò la religion del Corano. Ne fecero doglianza i -fuggitivi- e gli -ausiliari-, dicendo che dopo avere portato il peso della guerra erano negletti nel tempo del trionfo. «Oh Dio! replicò lo scaltro condottiero, lasciatemi sagrificare pochi miserabili averi per affezionarmi persone che già erano nemici nostri, e per fortificare questi nuovi proseliti nella fede. Quanto a voi, io vi affido la mia vita e la mia fortuna: voi siete i compagni del mio esilio, del mio regno, del mio paradiso». Egli fu accompagnato da' deputati di Tayef che temevano un secondo assedio: «Appostolo di Dio, concedeteci, gli dissero, una tregua di tre anni, e tollerate l'antico nostro culto. -- Non per un mese, non per un'ora. -- Almeno dispensateci dall'obbligo dell'orazione. -- La religione è vana senza la preghiera». Si sottomisero allora chetamente: fu demolito il lor tempio, e questo decreto di proscrizione si estese a tutti gl'idoli dell'Arabia. Un popolo fido salutò i suoi luogotenenti su le coste del mar Rosso, dell'Oceano e del golfo Persico, e gli ambasciatori che vennero ad inginocchiarsi davanti al trono di Medina furono numerosi, dice un proverbio arabo, quanto i datteri maturi che cadono da una palma. La nazione assoggettossi al Dio e allo scettro di Maometto; si soppresse l'ignominioso nome di tributo; si spesero le elemosine o le decime, volontarie o forzate, in servigio della religione, e da cento quattordici Musulmani fu accompagnato nell'ultimo pellegrinaggio l'appostolo[161]. [A. D. 629-630] Quando Eraclio tornò trionfante dalla guerra Persiana, ricevette in Emeso un inviato di Maometto, che invitava i potentati e le nazioni della terra a professare l'Islamismo. Gli Arabi fanatici in questo avvenimento han veduto una pruova della conversione secreta di quell'imperatore cristiano; e la vanità de' Greci ha supposto per la sua parte che fosse venuto in persona il principe di Medina a visitare l'imperatore, e avesse dalla munificenza imperiale accettato un ricco demanio, e un asilo sicuro nella provincia di Siria[162]; ma fu di breve durata l'amistà d'Eraclio e di Maometto: aveva la nuova religione risvegliato anzichè indebolito lo spirito di rapina ne' Saraceni, e dall'uccisione d'un inviato si colse un motivo onesto d'invadere con tremila soldati il territorio della Palestina che si stende all'oriente del Giordano. A Zeid fu affidata la santa bandiera, e tale fu il fanatismo, se non la disciplina, della Setta nascente, che i capitani più nobili militarono di buon grado sotto lo schiavo del Profeta. Morendo Zeid, dovea essergli successivamente surrogati Jaafar, ed Abdallah, e se venivano a perire tutti tre, aveano facoltà i soldati di eleggersi il generale. Questi tre di fatto rimasero uccisi alla battaglia di Muta[163], cioè nella prima azione guerresca, in cui i Musulmani vennero a pruova di valore contro un nemico straniero. Zeid morì da soldato nella prima fila; eroica e memoranda fu la fine di Jaafar, il quale avendo perduta la man destra, impugnò lo stendardo colla sinistra, e troncatagli questa, strinse e tenne la bandiera co' due moncherini sanguinenti, sinattantochè per cinquanta onorate ferite stramazzò al suolo: «Accorrete, esclamò Abdallah che andò a farne le veci, accorrete arditamente, la vittoria o il paradiso è nostro». La lancia d'un Romano decise l'alternativa, ma Caled, il convertito della Mecca, afferrò il vessillo; nove spade si spezzarono in man sua, e la sua prodezza valse a reprimere e a respignere i cristiani di numero superiori. Nella notte seguente si tenne consiglio di guerra, ed egli fu eletto per generale nel conflitto della domane, ove colla sua abilità seppe assicurare a' Saraceni la vittoria o almeno la ritratta, e quindi Caled ricevè da' suoi compatriotti e da' nemici il glorioso soprannome di -Spada di Dio-. Salì Maometto in pulpito, e dipinse con enfasi profetica la sorte de' soldati che per la causa di Dio avevano data la vita; ma in privato lasciò vedere sentimenti di natura, e fu sorpreso in atto di piagnere per la figlia di Zeid. «Che veggo mai? gli disse maravigliato un suo discepolo. Tu vedi un amico, rispose l'appostolo, che piange la morte dell'amico più fedele». Dopo conquistata la Mecca, volle il sovrano dell'Arabia far sembiante di prevenire le ostilità di Eraclio, e dichiarò guerra solennemente a' Romani, senza cercare di nascondere le fatiche ed i rischi di tale impresa[164]. Erano scorati i Musulmani; osservarono che si difettava di danaro, di cavalli, di vittuaglie; opposero le faccende della messe, e l'ardor della state. «È ben più caldo l'inferno, disse loro incollerito il Profeta». Non degnò poi obbligarli a servire, ma ritornato che fu, lanciò contro i più colpevoli una scomunica di cinquanta giorni. Giovò la diffalta di coloro a dare risalto maggiore al merito di Abubeker, di Othmano e de' fidi servi che posero a rischio e vita e fortune. Diecimila cavalieri e ventimila fanti seguirono lo stendardo di Maometto. Il viaggio in fatti fu penosissimo; al tormento della sete e della fatica s'aggiunse il soffio ardente e pestilenziale de' venti del deserto: dieci uomini montavano alternativamente uno stesso cammello, e furono stretti alla umiliante necessità di dissetarsi coll'urina di quell'utile quadrupede. A mezza strada, cioè lungi da Medina e da Damasco dieci giornate, posarono presso al bosco e alla fontana di Tabuc. Non volle Maometto procedere più innanzi; si dichiarò pago delle intenzioni pacifiche dell'imperatore d'oriente, che forse cogli apparecchi militari lo aveva già sbigottito; ma l'intrepido Caled sparse il terrore pel suo nome d'intorno a' luoghi per cui passava; ed il Profeta riceveva gli omaggi di sommessione delle tribù e città, dall'Eufrate sino ad Ailah, città che giace sulla punta del mar Rosso. Non ebbe Maometto difficoltà di concedere a' suoi sudditi cristiani la franchigia delle persone, la libertà del commercio, la proprietà degli averi, e il permesso d'esercitare il lor culto[165]. Erano troppo deboli gli Arabi cristiani per far argine alla sua ambizione; i discepoli di Cristo erano accetti all'inimico degli Ebrei, ed importava all'interesse del conquistatore il proporre una capitolazione vantaggiosa alla religion più potente che fosse al Mondo. [A. D. 632] Sino all'età di sessantatre anni conservò Maometto le forze necessarie alle fatiche temporali e spirituali della sua missione. Più che ad odio dovrebbero movere a compassione i suoi accessi d'epilepsia, calunnia inventata da' Greci[166]; ma egli credette d'essere stato da una Ebrea avvelenato a Chaibar[167]. La sua salute per quattro anni andò di giorno in giorno languendo; s'aggravarono le sue infermità, e finalmente morì d'una febbre di quattordici giorni, che per intervalli gli tolse la ragione. Vedendosi al termine della sua carriera mortale, pensò ad edificare i suoi fratelli con singolare umiltà. «Se v'ha, diss'egli dall'alto della sua cattedra, se v'ha alcuno che io abbia ingiustamente percosso, mi sottometto alla sferza della rappresaglia. Se ho macchiata la riputazion d'un Musulmano, divulghi pur egli i miei falli davanti alla congregazione. Se ho spogliato delle sue sostanze un fedele, serva quel poco che possedo a pagare il capitale e il frutto del debito.» «Sì, gridò una voce di mezzo alla folla, ho ragion di pretendere tre dramme d'argento». Maometto trovò giusta la domanda, pagò la somma richiesta, e rendè grazie al creditore che lo aveva accusato in questo Mondo piuttosto che nel giorno finale. Con una fermezza tranquilla vide accostarsi l'ultim'ora: diede la libertà a' suoi schiavi (diciassett'uomini, per quanto si crede, e undici donne); dispose minutamente l'ordine che si doveva tenere ne' suoi funerali, e moderò le lamentazioni de' suoi amici cui benedisse con parole di pace. Sino a' tre ultimi giorni fece in persona la pubblica preghiera; parve poscia che eleggendo Abubeker a supplire per lui in quell'ufficio, destinasse quel vecchio e fedele amico per successore nelle incumbenze sacerdotali e regie; ma non volle esporsi all'odio che gli avrebbe potuto suscitare un'elezione più spiegata. Nel punto che visibilmente andavano scemando le sue forze, domandò penna e inchiostro per iscrivere, o piuttosto per dettare, un libro divino, com'egli diceva, che fosse il compendio e il compimento di tutte le rivelazioni: nella stessa sua camera insorse disputa per sapere, se gli si permetterebbe di porre un'autorità superiore a quella del Corano; e la quistione si riscaldò tanto che dovè d'indecente veemenza riprendere i suoi discepoli. Se si può prestar fede in parte alle tradizioni delle sue mogli, o di coloro che vissero con lui, mantenne in seno alla famiglia, e sino all'ultimo istante di vita, tutta la dignità d'un appostolo, e tutta la franchezza d'un entusiasta; descrisse le visite dell'angelo Gabriele venuto a dar l'ultimo addio alla terra, ed espresse una viva fiducia non solo nella bontà, ma nel favore dell'Essere supremo per lui. Un giorno, in un colloquio familiare, aveva annunciato che per un suo privilegio speciale non verrebbe l'angelo della morte a pigliar la sua anima se non se dopo avergliene chiesta rispettosamente licenza. Conceduta che l'ebbe, cadde in agonia; la sua testa si posava sul petto di Ayesha, la prediletta delle sue mogli; svenne egli nell'angoscia, ma poi riavutosi alquanto, sollevò verso la soffitta un'occhiata ancora franca, sebbene già fosse languida la voce, e pronunciò queste parole interrotte: «O Dio!... perdona i miei peccati... sì... vado a rivedere i miei concittadini che sono nel cielo». Poi sdraiato sur un tappeto disteso per terra esalò placidamente l'ultimo fiato. Questo tristo accidente impedì la straordinaria spedizione che dovea farsi per la conquista della Siria: l'esercito s'era fermato alle porte di Medina, e stavano i capitani raccolti attorno al loro padrone moribondo. Nella città, e specialmente poi in casa del Profeta, non s'udivano che grida di dolore quando cessava il silenzio della disperazione; dal solo fanatismo si ottenea qualche consolazione e speranza. «Il testimonio, l'intercessore, il mediator nostro presso Dio non può esser morto, gridavasi, ce ne appelliamo a Dio, non è morto: come Mosè e Gesù,[168] assorto in estasi, ben tosto ritornerà al suo fido popolo.» Non si volle stare alla testimonianza de' sensi, e Omar, cavando la scimitarra dal fianco, minacciò di tagliare la testa di quell'infedele che osasse asserire che più non viveva il Profeta. La moderazione d'Abubeker, da tutti rispettato, sedò lo scompiglio. «Adorate voi Maometto, disse egli ad Omar e alla moltitudine, ovveramente il Dio di Maometto? Il Dio di Maometto vive per sempre, ma è mortale l'appostolo siccome noi, e giusta la sua predizione ha soggiaciuto al destino comune de' mortali». I suoi più stretti parenti piamente lo sotterrarono colle proprie mani nel luogo stesso ove era spirato[169]. La sua morte e sepoltura hanno consacrato Medina; e gl'innumerevoli pellegrini della Mecca deviano sovente per onorare con devozione spontanea[170] la modesta tomba del Profeta[171]. Aspetterà forse il lettore che nel termine della vita di Maometto io mi faccia ad esaminare i suoi errori e le sue virtù, e a decidere se quest'uomo straordinario abbia meritato più il titolo d'entusiasta, o quello d'impostore. Quando avessi vissuto familiarmente col figlio d'Abdallah, difficile sarebbe l'impegno e incerto il successo; ma dopo dodici secoli, mi si presentano confusi i delineamenti di questo Profeta fra i religiosi nugoli di incenso; e se potessi pur un istante ravvisarli, questa incerta rassomiglianza non s'affarebbe ugualmente al solitario del monte Hera, al predicatore della Mecca e al vincitor dell'Arabia. Quest'uomo destinato a divenir l'autore di sì gran rivoluzione, era nato, per quanto pare, con un'inclinazione alla pietà e alla contemplazione: quando pel suo matrimonio fu immune dal bisogno, evitò la strada dell'ambizione e dell'avarizia; visse innocente sino all'età di quarant'anni, e se fosse morto allora non avrebbe avuto alcuna celebrità. L'unità di Dio è un'idea conformissima alla natura e alla ragione; dal solo conversare una volta co' Giudei e co' Cristiani potè apprendere a spregiare e a detestare l'idolatria della Mecca. Era ufficio di uomo e di cittadino pubblicar la dottrina della salute, e togliere dal peccato e dall'orrore la patria. È agevole cosa a concepirsi che uno spirito inteso costantemente e acremente a uno stesso oggetto, potesse convertire un obbligo generale in una mission particolare, e considerare per inspirazioni del cielo gli ardenti concetti della sua immaginazione; che l'ardor del pensiero abbia potuto condurlo ad una specie di estasi e di visione, e che abbia poi rappresentato le sue sensazioni interne, e la sua guida invisibile sotto la forma e gli attributi d'un angelo di Dio[172]. Pericoloso e lubrico è il passo dal fanatismo all'impostura. Il Demone di Socrate[173] ci mostra abbastanza sino a qual segno possa un saggio illudere sè medesimo, come illudere gli altri un uom virtuoso, in qual modo addormentarsi la coscienza fra l'illusion personale e la frode volontaria. La carità ci farebbe persuasi che dapprima fosse animato Maometto da' motivi più puri d'una benevolenza naturale; ma l'appostolo che non è un Dio, è tale da non amare increduli ostinati nel ributtare le sue pretensioni, nel dispregiarne gli argomenti, nel perseguitare la sua vita. Se Maometto perdonò qualche volta a' suoi avversari personali, credea senz'altro lecito a sè di detestare i nemici di Dio; allora passioni inflessibili d'orgoglio e di vendetta gli entrarono in cuore, e, simile al Profeta di Ninive,[174] fece voti per la distruzione de' ribelli che avea condannati. Per l'ingiustizia usatagli dalla Mecca, e per l'elezione che fece Medina, il semplice cittadino fu trasformato in principe, e l'umile predicatore in generale d'esercito. Ma sacra era la sua spada per l'esempio de' Santi, e quel Dio che punisce un Mondo peccatore colla peste e co' tremuoti, poteva adoperare il valor de' suoi servi per convertire e castigare alcuni uomini. Nell'esercitare il governo politico fu obbligato a mitigare l'inflessibile severità del fanatismo, a cedere in qualche parte a' pregiudizi e alle passioni de' Settari di quello, e di valersi degli stessi vizi del genere umano per la salute di esso. Soventi volte la menzogna e la perfidia, la crudeltà e l'ingiustizia servirono a propagare la fede, e Maometto ordinò o approvò l'assassinio de' Giudei, e degl'idolatri fuggiti dal campo di battaglia. Cotali atti ripetuti dovettero depravarne l'indole a poco a poco, e la pratica di alcune virtù personali e sociali, necessarie a 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000