venne più facilmente concedendo il titolo supremo d'-Augusto- ai figli ed ai fratelli del monarca regnante. Lo scaltro Alessio, che, senza violarlo, eludere voleva l'impegno contratto con un possente Collega, il marito di sua sorella, e ad un tempo ricompensare la pietà del fratello Isacco, senza farne un suo eguale, immaginò una dignità nuova superiore a quella di Cesare. Per la flessibilità propria della lingua greca potè congiungere i nomi d'Augusto e d'Imperatore (-Sebasto- et -Auctocratore-), e formò la sonora parola di -Sebastocratore-. Egli era maggiore di Cesare, e sedeva sul primo gradino del trono; le acclamazioni pubbliche ripetevano il suo titolo, e nell'esterno non differiva dal sovrano che negli ornamenti del capo e nella calzatura. Solamente l'imperatore portava i coturni di porpora o di color rosso, e il diadema o la tiara che gli imperatori Greci aveano presa dalla costumanza dei re di Persia[597]. Era questo un gran berretto piramidale, di stoffa di lana o di seta, quasi coperto da un ammasso di perle e di diamanti; un circolo orizzontale, e due archi d'oro formavano la corona; vedeasi in cima nel punto d'intersezione un globo o una croce, e cadeano sulle guance due cordoni o pendenti di perle. I coturni del Sebastocratore e del Cesare erano verdi, e le corone -aperte-, e non tanto cariche di pietre preziose. Creò Alessio le dignità di -Panhypersebasto- e di -Protosebasto- inferiori a quella del Cesare, e questi titoli, pel suono e pel senso, poteano essere gradevoli a una orecchia greca. Accennano essi una superiorità e un primato sul semplice titolo d'Augusto, titolo sacro e primitivo d'un principe romano, che allora, spoglio dell'antica dignità, toccò agli alleati e agli ufficiali della corte Bisantina. La figlia d'Alessio non sa contenersi per la compiacenza di questa bella gradazione di speranze e d'onori: ma come gli ingegni più meschini possono acquistar la scienza della parola, non durò gran fatica l'orgoglio dei successori d'Alessio ad arricchire questo dizionario di vanagloria; diedero essi ai figli o ai fratelli prediletti il nome più sublime di padrone o di -despota-, al quale fu conceduta una nuova pompa e nuove prerogative, e fu registrato immediatamente dopo la dignità d'imperatore. Questi non dava in generale se non ai principi del sangue i cinque titoli, I di -despota-, II di -Sebastocratore-, III di -Cesaro-, IV di -Panhypersebasto-, V di -Protesebasto-, ed erano emanazioni della sua maestà; ma come a queste dignità non s'accoppiava alcun officio, erano per sè inutili e aveano una autorità affatto precaria. Ma in tutte le monarchie, i ministri della Corte e dell'erario, dell'armata navale e dell'esercito sono partecipi dell'autorità reale e del governo. Solo i titoli son differenti; e nel volger dei secoli, i conti o i prefetti, il pretore e il questore discesero a poco a poco, mentre i loro inferiori salirono ai primi gradi dello Stato. I. Nella monarchia, che tutto riduce alla persona del principe, le cerimonie e le altre particolarità della Corte formano il dipartimento più rispettato. Il -curopalata-[598], elevato a un ordine sì illustre sotto il regno di Giustiniano, fu soppiantato dal -protovestiario-, il quale da prima non aveva altra incombenza che quella della guardaroba; fu estesa la sua giurisdizione su tutti gli ufficiali che servivano alla pompa e al lusso del principe, e colla sua bacchetta d'argento presedeva alle udienze pubbliche e private. II. Giusta le disposizioni di Costantino, ai ricevitori delle rendite pubbliche si dava il nome di -Logoteti- o computisti; si distinguevano i Logoteti del demanio, delle poste, dell'esercito, dell'erario pubblico e della cassa privata, e si paragonò il -gran Logoteta-, supremo custode delle leggi e delle rendite, ai cancellieri delle monarchie Latine[599]. Avea l'ispezione su tutta l'amministrazion civile, ed era aiutato in questa incombenza da' suoi subalterni, l'-eparca- o prefetto della città, il primo segretario, i custodi del sigillo privato, degli archivi e dell'inchiostro purpureo, riservato per le sottoscrizioni dell'imperatore[600]. L'introduttore e l'interprete degli ambasciatori esteri portava i titoli di gran -Shiaus-[601] e di -Dragomano-[602], nomi tratti dalla lingua turca e ancora famigliari alla Porta. III. I -familiari-, il cui titolo da principio fu sì modesto, e che non aveano altro impiego che quello di stare alla guardia del principe, s'innalzarono a poco a poco al grado di generali; i temi militari dell'oriente e dell'occidente, le legioni dell'Europa o dell'Asia furono compartite sovente fra molti generali particolari, sino a tanto che il -gran familiare- venne investito del comando universale e assoluto delle forze di terra. Le incombenze del protostratore si riduceano in principio ad aiutar l'imperatore quando montava a cavallo, e coll'andar del tempo divenne in guerra il Luogo-tenente del gran familiare: le scuderie, la cavalleria, e quanto concerneva la caccia e la falconeria furono da lui dependenti. Lo -stratopedarca- esercitava l'ufficio di gran giudice del campo; il -protospatario- comandava le guardie; il -contestabile-[603], il -grande eteriaco-, e l'-acolito- erano i diversi Capi dei Franchi, dei Barbari, e dei Varangi o Inglesi, mercenari esteri e che, degenerati i Greci, componeano la forza degli eserciti di Bisanzio. IV. Il -gran duca- disponeva delle forze navali, le quali in assenza sua obbedivano al -gran drungario- dell'armata navale, e a questi era sostituito l'-Emir- o -ammiraglio-, nome tolto dalla lingua dei Saracini[604], ma poi ammesso in tutte le lingue d'Europa. Questi ufficiali e molti altri, che vano sarebbe il numerare formavano la gerarchia civile e la militare: gli onori e gli emolumenti, l'abito e i titoli d'ognuno, infine i saluti che dovean farsi scambievolmente, o la rispettiva preminenza, furono regolati con più cura che non si sarebbe impiegata a formar la costituzione d'un popolo libero: era quasi portato il codice alla perfezione, quando questo vano edificio, monumento di fasto e di servitù, fu per sempre sepolto sotto le rovine dell'impero[605]. L'adulazione e il timore hanno impiegato verso persone simili a noi i titoli più alti, le positure più umili, che dalla divozione furono scelte per onorar l'Essere Supremo. Diocleziano prese dal servil cerimoniale della Persia l'usanza dell'-adorare-[606] l'imperatore, di prostrarsi davanti a lui e di baciargli i piedi; e s'è mantenuta, crescendo sempre in servilità, sino all'ultima epoca della monarchia dei Greci; eccetto le domeniche, in cui si ometteva per motivi di orgoglio religioso, queste vergognose riverenze si esigevano da quanti erano ammessi alla presenza del monarca, e doveano assoggettarvisi i principi decorati del diadema e della porpora, gli ambasciatori dei sovrani independenti come i Califfi dell'Asia, dell'Egitto e della Spagna, i re di Francia e d'Italia, ed anche gli imperatori Latini. Nel trattar gli affari Luitprando, vescovo di Cremona[607], difese la libertà d'un Franco e la dignità d'Ottone suo signore: ma sincero, siccome egli era, non sa velare l'umiliazione della sua prima udienza. Quando s'accostò al trono, gli uccelli dell'albero d'oro cominciarono i lor gorgheggi, a cui tenner bordone i ruggiti dei due leoni d'oro. Fu obbligato, del pari che i suoi due compagni, a curvarsi e a prostrarsi, e tre volte colla fronte toccò la terra. Nei pochi istanti che durò quest'ultima cerimonia, con una macchina era stato innalzato il trono sino alla soffitta, e vi compariva l'imperatore con abiti nuovi, e ancor più sontuosi, e la conferenza terminò in un superbo e maestoso silenzio. Il vescovo di Cremona, nel suo racconto così curioso e tanto notabile pel suo candore, espone le cerimonie della Corte di Bisanzio: queste anche presentemente sono osservate dalla Porta, e si mantennero fino all'ultimo secolo nella Corte dei Duchi di Moscovia o di Russia. Dopo un lungo viaggio per mare e per terra, da Venezia a Costantinopoli, l'ambasciatore si fermò alla porta d'oro, sino a tanto che venissero gli ufficiali che dovean condurlo al palazzo assegnatogli; ma questo palazzo era una prigione, e dai suoi rigidi guardiani gli era interdetto ogni comunicazione coi forestieri, o coi nativi del paese. Offerse egli nella prima udienza i donativi del suo padrone, i quali consistevano in ischiavi, in vasi d'oro, e in armi di gran valore. Il pagamento de' soldati, con ostentazione fatto alla sua presenza, gli diede lo spettacolo della magnificenza dell'impero: egli fu uno dei convitati al banchetto reale[608], dove gli ambasciatori delle nazioni erano disposti in ordinanza, e collocati a seconda della stima o del disprezzo che ne aveano i Greci: l'imperatore mandava dalla sua tavola come per gran favore i piatti che egli aveva assaggiati, ed ognuno de' suoi favoriti ricevette un abito d'onore[609]. Ogni mattina e ogni sera gli ufficiali dell'ordine civile e del militare andavano al palazzo ad esercitare il loro impiego: il padrone qualche volta gli onorava d'una occhiata o d'un sorriso; dichiarava i suoi voleri con un moto di testa o con un segno: davanti a lui tutti i grandi della terra stavano in piedi umili e silenziosi. Quando l'imperatore facea per la città i suoi passeggi trionfali, in tempi fissi o in occasioni straordinarie, si mostrava liberamente agli occhi del pubblico: le cerimonie inventate dalla politica erano collegate a quelle della religione, e le feste del Calendario greco determinavano le sue visite alle principali chiese. Nella vigilia di queste processioni, gli araldi annunciavano la pia intenzion del principe, o la grazia di cui degnava i suoi sudditi. Si scopavano e purificavano le strade, si seminavan i fiori sulle finestre e sui balconi, si esponevano mobili preziosi, vasellami d'oro e d'argento, tappezzerie di seta, e da una severa disciplina era represso e frenato il tumulto della plebe. Precedeano gli ufficiali dell'esercito coi loro soldati, e li seguiva una lunga fila di magistrati e d'ufficiali dell'ordine civile; gli eunuchi e i familiari componevano la guardia dell'imperatore, e il patriarca col clero lo riceveano solennemente alla porta della chiesa. Non si lasciava alle voci grossolane ed alle acclamazioni spontanee della moltitudine la cura di applaudire; erano collocati drappelli di -Azzurri- e di -Verdi- in modo conveniente nel luogo per cui passava l'imperatore, e quel furore di questioni, che aveano già scossa la capitale, s'era a poco a poco cangiato in una gara di servitù. Rispondeansi a vicenda gli uni agli altri coi cantici in lode dell'imperatore; i lor poeti e musici dirigevano il coro, e voti di lunga vita[610] ed augurii di vittorie erano il ritornello d'ogni strofetta. L'udienza, il banchetto, la chiesa rimbombavano dei medesimi applausi, e, quasi per provare l'immensa estensione del dominio del principe erano ripetuti in latino[611], nel linguaggio dei Goti, dei Persiani e Francesi, ed anche degli Inglesi, da uomini mercenari tolti da queste varie nazioni, o eletti a rappresentarli[612]. Costantino Porfirogeneta ha raccolto questa scienza del cerimoniale e della adulazione[613] in un volume scritto in uno stile pomposo ad un'ora e fanciullesco, e potè la vanità dei suoi successori aggiungervi un lungo supplimento. Pure, riflettendo un poco, dovea ciascun d'essi rammentarsi che si profondeano eguali acclamazioni a tutti gli imperatori e a tutti i regni; e chi di loro era uscito d'una condizione privata poteva sovvenirsi, che il momento in cui aveva alzato di più la voce ed applaudito con più ardore, era quello in cui invidiava la fortuna o cospirava alla vita del suo predecessore[614]. I principi delle nazioni settentrionali, popoli, dice Costantino, senza fede e senza fama, ambivano l'onore di allearsi alla famiglia dai Cesari con matrimoni, sia ottenendo la mano d'una principessa del sangue imperiale, o congiungendo a qualche principe Romano le proprie figlie[615]. Quel vecchio monarca, nelle sue istruzioni al figlio, viene svelando le segrete massime inventate dalla politica e dall'orgoglio; insegna le risposte più decenti, che ponno darsi per eludere quelle insolenti e irragionevoli proposte. La natura, dice il prudente imperatore, stimola ogni animale a cercarsi una compagna fra gli animali della sua specie, e per la lingua, la religione ed i costumi si divide il genere umano in diverse tribù. Mercè d'una saggia attenzione a serbar la purità delle razze, l'armonia si mantiene della vita pubblica e della privata; ma dalla lor mescolanza nasce il disordine e la discordia. Tali furono l'opinione e i principii secondo i quali si regolarono i prudenti Romani, le leggi dei quali proscrivevano il matrimonio d'un cittadino e d'una forestiera. Ai tempi della libertà e delle virtù, avrebbe un senatore sdegnato per sua figlia la mano d'un re, e Marc'Antonio sposando una Egiziana fece onta alla sua riputazione[616]; e la pubblica censura obbligò Tito a licenziare, malgrado suo e malgrado di lei, Berenice[617]. Per meglio perpetuare l'autorità di questa massima, si suppose che Costantino il Grande la confermasse. Gli ambasciatori delle nazioni estere, e di quelle soprattutto che non aveano abbracciato il cristianesimo, furono solennemente avvertiti che queste alleanze dal fondator della capitale e dalla religion dell'impero erano state proscritte. La pretesa legge fu incisa sull'altare di S. Sofia, e si dichiarò decaduto dalle comunioni civili e religiose de' Romani quell'empio che osasse macchiar la maestà della porpora. Se da qualche falso fratello avessero gli ambasciatori saputo la storia della Corte di Bisanzio, avrebber potuto allegare tre memorabili infrazioni fatte a questa legge immaginaria, il matrimonio di Leone o piuttosto di suo padre Costantino IV colla figlia del re dei Cozari, quello d'una nipote di Romano con un principe Bulgaro, e l'altro finalmente di Berta, principessa francese o italiana, col giovane Romano figlio dello stesso Costantino Porfirogeneta. Ma a queste tre obbiezioni vi avean tre risposte che togliean la difficoltà e statuivano la legge: I. Il matrimonio di Costantino Copronimo era considerato colpevole; questo principe, nato nell'Isauria, e trattato da eretico, che avea macchiata la purità battesimale e dichiarata guerra alle Immagini, avea di fatto sposato una Barbara. Quest'empia alleanza avea posto il colmo a' suoi delitti e l'aveva abbandonato alla censura della chiesa e della posterità. [A. D. 941] II. Romano non poteva essere considerato come imperator legittimo: nato di famiglia plebea, s'avea usurpato il trono, ignorava le leggi, e non pensava all'onore della monarchia. Suo figlio Cristoforo, padre della giovanetta che sposò il re Bulgaro, non avea che il terzo grado nel collegio de' principi, ed era poi suddito ad un tempo e complice del suo colpevole padre. Sinceri e zelanti cristiani erano i Bulgari, e la sicurezza dell'impero, non che la libertà di più migliaia di prigionieri, dependeano da questa mostruosa alleanza. Nondimeno, non potendo motivo alcuno esentarlo dalla legge di Costantino, fu dal clero, dal senato e dal popolo disapprovato il suo contegno, e in vita e in morte gli fu rimproverato l'obbrobrio dello Stato. III. Il saggio Porfirogeneta avea trovato una difesa più onorevole pel maritaggio di suo figlio colla figlia di Ugone re d'Italia. Dal gran Costantino, principe ragguardevole per la santità, apprezzavasi la fedeltà e il valore dei Franchi[618]; e lo spirito profetico onde era dotato lo avea istruito della loro grandezza. Furono eccettuati dalla proibizion generale essi soli. Ugone re di Francia discendeva in linea retta da Carlomagno[619], e sua figlia Berta aveva ereditato le prerogative della famiglia e della nazione. A poco a poco la voce della verità e quella della malevolenza vennero scoprendo la frode, o l'errore della Corte imperiale: invece del reame di Francia, i possedimenti di Ugone si restrinsero alla semplice contea d'Arles: ma tutti eran d'accordo nel dire, che giovandosi delle turbolenze di quel tempo, usurpata avesse la sovranità della Provenza, e invaso il regno di Italia. Suo padre non era che un semplice gentiluomo, e se Berta era del sangue dei Carlovingi, il bastardismo e la libidine aveano lordato ogni grado di quella stirpe. Ugone aveva avuta per suocera la famosa Valdrade, che fu concubina piuttosto che moglie di Lotario II, e che con quest'adulterio, col divorzio e colle seconde nozze avea provocato sopra di sè i fulmini del Vaticano. Sua madre, che nomavasi la gran Berta, fu successivamente sposa del conte d'Arles e del Marchese di Toscana; colle sue galanterie scandalezzò l'Italia e la Francia, e sino al suo sessantesim'anno i drudi, che ella ebbe di tutte le classi, furono zelanti istrumenti della sua ambizione. Imitò il re d'Italia l'incontinenza della madre e della suocera, e a tre delle sue concubine favorite si diedero i nomi classici di Venere, di Giunone e di Semele[620]. La figlia di Venere fu ceduta alle istanze della Corte di Bisanzio; lasciò il nome di Berta per pigliare quello di Eudossia, e fu maritata o piuttosto impalmata al giovine Romano, erede presuntivo dell'impero di oriente. Per la poca età dei due sposi fu sospesa la consumazion del matrimonio; ma quest'unione non si eseguì, essendo morta Eudossia cinque anni dopo. L'imperatore Romano sposò in seconde nozze una plebea, ma di sangue romano, e ne ebbe due figlie, Teofane ed Anna, amendue maritate con principi. La maggiore fu data per pegno di pace al figlio d'Ottone il Grande, che aveva domandata questa alleanza colle armi e colle negoziazioni. Si potea dubitare se un Sassone avesse diritto ai privilegi della nazion Francese; ma la fama e la pietà d'un eroe, restauratore dell'impero d'occidente, attutirono ogni scrupolo. Teofane dopo la morte del suocero e del marito governò Roma, l'Italia e l'Alemagna nella minorità di suo figlio Ottone III, e i Latini commendarono le virtù d'un'imperatrice, che sagrificò la ricordanza del suo paese a doveri più sacri[621]. Nel matrimonio della sorella Anna, la voce imperiosa della necessità o del timore impose silenzio a tutti i pregiudizi, e rimosse tutti i riguardi relativi alla dignità imperiale. Un idolatra settentrionale, Volodimiro, duca di Russia, aspirò alla mano della figlia degli imperatori; sostenne l'inchiesta con minacce di guerra, colla promessa di convertirsi e coll'offerta di soccorso contro un ribelle che turbava l'impero. La principessa Greca, vittima della sua religione, fu svelta dal palazzo de' suoi avi, e condannata a correre in cerca d'una corona selvaggia, e d'un esiglio disperato sulle rive del Boristene appresso al Circolo polare[622]. Pure il matrimonio fu felice, e fecondo: la figlia di Geroslao, nipote d'Anna, illustre pel sangue da cui proveniva, sposò un re di Francia, Enrico I, il quale andò a cercare una moglie sui confini dell'Europa e del Cristianesimo[623]. Nella sua reggia di Bisanzio, l'imperatore era il primo schiavo del cerimoniale, che imponeva ai sudditi, e di quelle rigorose formalità, che regolavano ogni parola ed ogni gesto; l'-etichetta- lo assediava nel suo palazzo, e disturbava l'ozio del suo ritiro in campagna. Ma egli disponeva arbitrariamente della vita e della fortuna di più milioni d'uomini, e spesso addiviene che i più nobili ingegni, che si ridono dei vani piacere della pompa e del lusso, son poi sedotti dal piacere più attraente di comandare ai loro eguali. S'accoppiava nel monarca il poter legislativo coll'esecutivo; e Leone il Filosofo aveva annichilito quel poco d'autorità che rimaneva al senato[624]. La servitù aveva renduto ottuso lo spirito dei Greci, di modo che, fra i più arditi atti di ribellione, non si elevarono mai alla idea di una costituzione libera, e la pubblica felicità non aveva altro sostegno, nè altra regola, che il carattere particolar del monarca. La superstizione addoppiava anche più le catene. Quando l'imperatore riceveva la corona dal patriarca nella chiesa di S. Sofia, giuravano i popoli a piè degli altari una sommession passiva ed assoluta al suo governo e alla sua famiglia. Il principe, per la parte sua, prometteva di astenersi quanto fosse possibile dalle pene capitali e dalle mutilazioni: segnava una profession di fede ortodossa, e giurava di obbedire ai decreti dei sette sinodi e ai canoni della santa chiesa[625]. Ma vaghe ed indeterminate erano le sue proteste di clemenza; facea quel giuramento non al popolo ma ad un giudice invisibile, e fuor dei casi d'eresia, su cui si mostrava inesorabile il clero, eran pronti i ministri del cielo a sostenere l'inevitabil diritto del principe, e ad assolvere i piccoli falli del sovrano. Viveano soggetti essi medesimi al magistrato civile; un cenno del despota creava, trasferiva, deponeva i vescovi o li puniva di morte ignominiosa; qualunque fosse la ricchezza, o il credito di costoro, non poterono mai, come quelli della chiesa Latina, formar una repubblica independente, ed anzi il patriarca di Costantinopoli condannava la grandezza temporale del vescovo di Roma, mentre nel suo segreto gli portava invidia. Ma l'esercizio del despotismo è per buona sorte frenato dalle leggi della natura, e da quelle della necessità[626]. Il grado di sapere e di virtù che si crede in quello che governa un impero, divien la misura dell'attaccamento di lui alla sacra norma dei suoi faticosi doveri; e il grado di vizio o di nullità che gli si suppone, lo determina vie maggiormente a lasciarsi cadere di mano lo scettro troppo grave per lui; allora è un ministro o un favorito quegli, che, con un filo impercettibile, fa muovere il simulacro di re, e che, pel suo privato interesse, assume il carico della pubblica oppressione[627]. In certi istanti il monarca più assoluto dee temere la ragione o il capriccio d'una nazione schiava, e l'esperienza ha provato che l'autorità regia perdè in sicurezza e solidità ciò che guadagna in estensione. Invano un despota usurpa i titoli più pomposi[628], invano stabilisce i suoi dritti; egli alla fin fine non ha che la sua spada per difenderli contro i nemici stranieri e domestici. Dal secolo di Carlo Magno a quello delle Crociate, i tre grandi imperi, o popoli Greci, Saracini, e Franchi, possedevano e si disputavano la terra allora nota, poichè non parlo qui della Cina, la quale, per essere alla estremità dell'Asia, non aveva che fare in quelle sommosse. Per giudicare delle lor forze militari, convien paragonarne il valore, le arti che conoscevano, le ricchezze che aveano, e finalmente la sommessione al Capo supremo, che poteva movere tutte le molle dello Stato. I Greci, che nel primo punto erano tanto inferiori ai lor rivali, erano in questa medesima parte superiori ai Franchi; e nel secondo e terzo merito per lo meno eguagliavano i Musulmani. La ricchezza dei Greci faceva sì che potessero assoldare nazioni più povere, e mantenere un'armata navale per difendere le proprie coste, e portare il guasto alle terre nemiche[629]. Con un traffico del pari vantaggioso alle due parti contraenti, cambiavano l'oro di Costantinopoli col sangue degli Schiavoni, dei Turchi, dei Bulgari e dei Russi; col valore contribuirono alle vittorie di Niceforo e di Zimiscè; e se una popolazione nemica ne restrignea troppo il confine, era obbligata a bramar la pace per tornare alla difesa del suo paese, che a loro istigazione veniva invaso da una tribù più lontana[630]. Sempre i successori di Costantino pretesero l'impero del Mediterraneo dalla foce del Tanai sino alle colonne di Ercole, e sovente lo possedettero. La lor capitale era piena di munizioni navali e d'abili operai: la situazione della Grecia e dell'Asia, le lunghe coste, i profondi golfi e le molte isole annesse all'impero, avvezzavano i sudditi alla navigazione, e il commercio di Venezia e d'Amalfi era per l'armata imperiale un vivaio di marinari[631]. Dopo la guerra del Peloponneso e le Puniche, non aveano gli eserciti di mare aumentata la forza; ed avea la scienza di costruire navigli fatto passi retrogradi. I carpentieri di Costantinopoli, come i meccanici dei nostri giorni, ignoravano l'arte di fabbricare quei maravigliosi edifizi che aveano tre, sei, o dieci ordini di remi, gli uni sopra gli altri, o che operavano gli uni dietro degli altri[632]. -I Dromoni-, o galee leggiere, dell'impero Bisantino[633] non avean che due ordini composti ognuno di venticinque banchi; un banco portava due remiganti che vogavano dall'uno e dall'altro fianco del navile. Nell'atto del combattere, il capitano o centurione stava sulla poppa con quello che portava la sua armatura; due piloti attendevano al timone e due ufficiali stavano alla prora, l'uno per appostare, l'altro per movere contra il nemico le macchine che scagliavano il fuoco greco. La ciurma, come era l'uso nella infanzia dell'arte, adempieva ad un tempo gli uffici di marinari e di soldati; erano muniti d'armi offensive e difensive, d'archi e di freccie, di cui si valevano dall'alto del ponte, e di lunghe picche che uscivano fuori dalle aperture dell'ordine inferiore de' remi. È bensì vero che si facean talvolta più grandi e più solide le navi da guerra; allora le fazioni di combattere e di -manovrare-, si dividevano più regolarmente fra settanta soldati e dugento trenta marinari; ma generalmente erano di una forma leggiera, e facili ai movimenti. Poichè il Capo Maleo, sulla costa del Peloponneso, avea sempre una fama spaventosa, un numeroso navile imperiale fu trasportato per terra e per lo spazio di cinque miglia, cioè per tutta la larghezza dell'istmo di Corinto[634]. Le regole della tattica navale non si erano cangiate da Tucidide in poi: una squadra di galee, nel momento della zuffa, procedeva innanzi sotto la figura d'una mezza luna, e si ingegnava di cacciare gli acuti speroni nei lati più deboli delle navi nemiche. Vedeasi sopra il ponte una macchina composta di forti pezzi di legno, diretta a lanciar pietre e dardi; l'arrembaggio faceasi mediante una gru, che sollevava e abbassava panieri pieni d'uomini armati; il vario collocamento e la mutazion dei colori del padiglione ammiraglio determinavano tutto il linguaggio dei segnali, che sono tanti e così chiari fra i moderni. I fanali della galera capitana annunciavano di notte gli ordini di cacciare, di combattere, di fermarsi, di rompere, o di formar la linea. In terra i segnali di fuoco si ripeteano da una montagna all'altra; una serie d'otto posti indicava una estension di paese di cinquecento miglia, e così Costantinopoli era in poche ore informata delle mosse ostili dei Saracini di Tarso[635]. Si può argomentare la forza navale degli imperatori Greci dalla descrizione dell'armamento che prepararono per vincere Creta. Furono allestite nella capitale, nelle isole del mar Egeo, e nei porti dell'Asia, della Macedonia e della Grecia, cento dodici galere, e settantacinque navi costrutte ad esempio di quelle della Panfilia. Questa squadra portava trentaquattromila marinai, settemila e trecentoquaranta soldati, settecento Russi, e cinquemila e ottantasette Mardaiti, provenienti da una popolazione discesa dalle montagne del Libano. Il loro stipendio, probabilmente per un mese, fu valutato trentaquattro centinaia d'oro, cioè circa centotrentaseimila lire sterline. La nostra immaginazione si perdè nel catalogo delle armi e delle macchine, delle stoffe e delle tele, de' viveri e de' foraggi, delle munizioni e degli utensili d'ogni sorta, adoperati inutilmente al conquisto di un'isoletta, quando erano bastanti a fondare una florida colonia[636]. L'invenzion del fuoco greco non originò, come quella della polvere da schioppo, un total cambiamento nell'arte della guerra. A questo fuoco liquido andò debitrice la città, non che l'impero di Costantinopoli, della sua liberazione. Gran guasti esso faceva negli assedii e nelle battaglie marittime; ma poca cura si pose a perfezionare questa nuova arte, o forse era men suscettiva di miglioramento. Per battere o per difendere le fortificazioni, si continuò a far uso più spesso e con effetto maggiore delle macchine antiche, delle catapulte, delle baliste e degli arieti. La sorte delle battaglie non era commessa al fuoco rapido e terribile d'una linea di fanteria, che invano si difenderebbe con armature da un fuoco simile della linea nemica. Il ferro e l'acciaio erano sempre gli strumenti consueti di strage e di difesa: gli elmetti, le corazze e gli scudi del decimo secolo erano per la forma, o per la materia, poco differenti da quelli onde erano guerniti i compagni d'Alessandro o di Achille[637]; ma invece d'accostumare i Greci moderni a marciare costantemente, e però senza stento, carichi di quell'utile peso come i soldati delle antiche legioni, si portavano le armi d'una soldatesca su carri leggeri che la seguivano, e di mala voglia, all'avvicinarsi del nemico, ripigliavano frettolosamente i guerrieri un arnese, che per difetto d'abitudine li impacciava. Le armi offensive erano spade, scuri di battaglia e picche: ma la picca macedone era stata accorciata d'un quarto, e ridotta alla misura più comoda di dodici cubiti o piedi. Aveano i Greci duramente sentita la forza dei dardi scitici ed arabici; a quel tempo deploravano gli imperatori la decadenza dell'arte di balestrare come una delle cagioni delle pubbliche, calamità, e raccomandarono, o piuttosto ordinarono, che tutti gli uomini addetti al servigio militare si dedicassero all'esercizio dell'arco, sino all'età di quarant'anni[638]. I -drappelli- o reggimenti, erano per lo più di trecento soldati; e, siccome termine medio tra le linee sopra quattro, e quelle sopra sedici uomini di profondità, la fanteria di Leone e di Costantino si formava sopra una profondità d'otto soldati: ma la cavalleria caricava con quattro di profondità, per questa giustissima considerazione, che la pression dei cavalli di dietro non aumenta la forza dell'urto che si fa nella fronte. Se si accresceva qualche volta del doppio la densità degli ordini della fanteria o della cavalleria, era segno d'una segreta diffidenza che si aveva del coraggio delle schiere solamente destinate allora a spaventare col numero, e disposte a lasciare ad un drappello scelto l'onore d'affrontar le picche e le spade de' Barbari. L'ordinanza di battaglia sicuramente variava secondo la qualità del terreno, secondo il disegno che si aveva, e secondo il nemico; ma generalmente l'esercito formava due linee e una riserva, e in tal guisa aveva una serie di speranze e di sussidi analoghi al carattere e allo spirito giudizioso dei Greci[639]. Se la prima linea era respinta, si ripiegava negli intervalli della seconda; e la riserva compartendosi in due divisioni, girava i fianchi per profittar della vittoria o per coprire la ritirata. La regolarità dei campi, e i metodi del camminare, degli esercizi e delle fazioni, gli editti e i libri del monarca Bisantino faceano almeno in teorica quanto può fare l'autorità[640]. Tanta era la ricchezza del principe e l'abilità de' suoi numerosi operai, che gli eserciti aveano a biseffe tutto ciò che potean desiderare in utensili e in munizioni. Ma nè l'autorità del principe, nè la bravura de' suoi artefici poteano formare la macchina più importante, cioè il soldato; e se il -cerimoniale- di Costantino suppone sempre che l'imperatore tornerà trionfante[641], la sua tattica non si eleva molto al di sopra degli espedienti di scampare da una sconfitta, e di prolungare una guerra[642]. Non ostante qualche passaggiera vittoria, erano scaduti i Greci nella propria opinione, e in quella dei vicini. Mano tarda e lingua pronta, era il proverbio popolare che indicava l'indole della nazione. Fu assediato l'autor della Tattica nella capitale, e i Barbari, anche i più deboli, che tremavano al solo nome dei Saracini o dei Franchi, poterono superbire di quelle medaglie d'oro e d'argento che aveano rapite all'imbelle sovrano di Costantinopoli. Avrebbe potuto la religione, per molti titoli, ispirare ad essi quel coraggio di cui, per colpa del lor governo e del carattere proprio, mancavano: ma la religione dei Greci non insegnava che a soffrire e a cedere. Niceforo, che per poco rintegrò la disciplina e la gloria del nome Romano, volle compartire gli onori del martirio ai cristiani, che in una santa guerra contro gli infedeli perdessero la vita: ma il patriarca, i vescovi e i primari senatori impedirono questa legge dettata dalla politica, sostenendo pertinacemente, giusta i canoni di S. Basilio, che tutti quelli che s'erano contaminati col sanguinoso esercizio del mestiere dell'armi, dovevano per tre anni essere segregati dalla comunione dei fedeli[643]. Si sono confrontati questi scrupoli dei Greci colle lagrime che versavano i primi Musulmani, quando non poteano assistere ad una battaglia, e tal contrapposto d'una vile superstizione e d'un fanatismo coraggioso spiega agli occhi del filosofo la storia delle due nazioni rivali. I sudditi degli ultimi Califfi[644] aveano veramente smarrito lo zelo e la fede dei compagni del Profeta, ma i lor dogmi guerrieri riguardavano sempre la divinità come il motor della guerra[645]. Una scintilla di fanatismo ardeva sempre nel seno della lor religione, ed accendeva bene spesso le più rapide fiamme fra i Saracini stanziati sulle frontiere dei cristiani. Le lor milizie regolari erano composte di que' valorosi schiavi educati a custodir la persona, e a seguir la bandiera del loro signore; ma al primo squillo della tromba, che annunciava una santa guerra contro gli infedeli, si svegliava il popolo Musulmano della Sorìa e della Cilicia, dell'Affrica e della Spagna. Bramavano i ricchi di vincere o di morire per la causa di Dio; la speranza del bottino allettava i poveri; e i vecchi, gli infermi e le donne, per partecipare a questa impresa meritoria, mandavano in lor vece un soldato con le armi ed il cavallo. Le loro armi offensive e difensive erano per la forza e la tempra eguali a quelle de' Romani: ma costoro comparivano ben superiori nell'arte di maneggiare un cavallo, o di scagliare i dardi. Le piastre d'argento che coprivano le tracolle, le spade ed anche la bardatura del cavallo, sfoggiavano la magnificenza d'una nazione prosperosa; e, eccetto alcuni arcieri neri venuti del mezzogiorno, gli Arabi non pregiavano guari il valore indigente ed inerme degli antenati. Invece di carri, venia lor dietro una lunga fila di cammelli, d'asini e di muli; la moltitudine di questi animali, che si ornavano di tende e di banderuole, ne ingrossavano apparentemente il numero, e cresceano lo sfarzo dell'esercito; ma la figura deforme e il detestabile odore dei cammelli, spargeano spesso la confusione tra i cavalli del nemico. Soffrivano questi soldati il calore e la sete con una pazienza che li rendeva invincibili; ma il freddo del verno agghiacciava i loro spiriti; si conosceva la loro disposizione al sonno, e perchè non fossero sorpresi fra le tenebre, conveniva ricorrere alle precauzioni più rigorose. L'ordinanza di battaglia formava un parallelogrammo di due file profonde e salde, l'una di arcieri, l'altra di cavalleria. Nei combattimenti, sosteneano intrepidamente il più furioso assalto, e generalmente non s'avanzavano alla carica che quando s'erano accorti della spossatezza degli assalitori; ma s'erano respinti o sbaragliati, non sapeano nè riordinarsi, nè rintegrare la zuffa, e ciò che aumentava lo spavento era la credenza, che Iddio si dichiarasse favorevole al nemico. Lo scadimento e la caduta dell'impero dei Califfi confermavano allora questa funesta opinione, e non mancava tra i Musulmani qualche oscura profezia[646] che presagiva la sconfitta or dell'uno, or dell'altro esercito. Non v'era più unità nell'impero degli Arabi; ma i suoi brani formavano tanti Stati independenti, che eguagliavano i grandi reami; ed un Emir d'Aleppo e di Tunisi trovava nei suoi tesori, nell'industria e nell'ingegno dei sudditi il modo di rendere formidabili le sue forze marittime. Troppo spesso s'avvidero i principi di Costantinopoli, che nella disciplina di quei Barbari niun vestigio vedeasi di -barbarie-, e che se mancavano dello spirito d'invenzione, sapeano cercare e prestamente imitare le scoperte d'altrui. È bensì vero che il modello superava la copia; le lor navi, le macchine e le fortificazioni non erano così ben costrutte, e confessavano, senza arrossire, che Iddio, il quale ha donato la lingua agli Arabi, ha poi formato più delicatamente la mano dei Cinesi e la testa dei Greci[647]. Il nome di varie tribù della Germania, stanziate fra il Reno e il Veser, era divenuto quello della maggior parte della Gallia, dell'Alemagna e dell'Italia, e i Greci del pari che gli Arabi appellavano FRANCHI[648] i cristiani della chiesa Latina, e le nazioni occidentali che si estendevano sulle sponde ignote dell'oceano Atlantico. Il gran senno di Carlomagno aveva imito ed avvivato il gran corpo della nazione dei Franchi; ma la discordia e il tralignamento de' suoi successori posero ben presto in fondo il suo impero, che avrebbe emulato quello di Bisanzio e vendicati gli affronti fatti a' cristiani. I sussidi che potea trarre dalle rendite pubbliche, dal commercio e dalle manifatture, impiegati un tempo a pro del servigio militare; gli scambievoli soccorsi che si davano le province e gli eserciti; finalmente, quelle squadre che per lo innanzi guardavano i mari dalla foce dell'Elba sino a quella del Tevere, non facean più timore ai nemici, nè davano più fiducia ai sudditi. Sul principio del decimo secolo, era quasi scomparsa la famiglia di Carlomagno; dalle rovine della sua monarchia erano surti vari Stati nemici e independenti; i Capi più ambiziosi prendeano il titolo di re; al di sotto di loro l'anarchia e la discordia, sparse egualmente in tutti gli ordini, riproduceano per ogni dove l'esempio della lor ribellione, ed i Nobili di tutte le province disubbidivano al sovrano, aggravavano i vassalli, e si teneano in uno stato di guerra perpetuo contro i loro eguali e i vicini. Queste guerre private che sconnettevano la macchina del governo, manteneano lo spirito marziale della nazione. Nell'odierno sistema europeo, cinque o sei gran Potentati, godono almeno nel fatto del gius della spada. Una classe d'uomini che si consacrano alla teorica e alla pratica dell'arte militare, eseguiscono sopra una frontiera lontana le operazioni immaginate nel segreto delle Corti; il rimanente del paese gode allora in mezzo alla guerra la tranquillità della pace, e non s'accorge dei cangiamenti che sopravvengono in proposito se non per l'accrescimento o la diminuzione delle imposizioni. Nei disordini del decimo e duodecimo secolo, ogni paesano era soldato e munito ogni villaggio; tutti i boschi e tutte le valli offerivano scene di strage e di rapina, e i proprietari di tutte le castella erano costretti a prendere il carattere di principi e di guerrieri. Si fidavano arditamente al coraggio e alla politica propria per difendere la lor famiglia, per proteggere le loro terre e vendicare l'ingiuria; e simili ai conquistatori d'un ordine superiore, non erano che troppo propensi ad oltrepassare i diritti della difesa personale. La presenza del pericolo e l'indispensabile necessità del coraggio induravano lo spirito e il corpo di costoro; e per una conseguenza dello stesso carattere, ricusavano d'abbandonare un amico, e di perdonare a un nemico: invece di riposare sotto la guardia del magistrato, ricusavano fieramente l'autorità delle leggi. In questo tempo dell'anarchia feudale furono convertiti in istrumenti di morte gli utensili della agricoltura e delle arti: le pacifiche occupazioni della società civile e della ecclesiastica s'annientarono, o si depravarono; e il vescovo, cangiando la mitra in elmo, era trascinato dai costumi del suo secolo più che dai doveri che il feudo suo gli imponeva[649]. Andavano superbi i Franchi del genio loro per la libertà e per la guerra; e i Greci parlano di questa propensione con una specie di maraviglia e di spavento. «I Franchi, dice l'imperator Costantino, sono ardimentosi e bravi quasi sino alla temerità, e il loro intrepido valore è sostenuto dal disprezzo che hanno dei pericoli e della morte. In un campo di battaglia, e nella mischia attaccano di fronte e piombano sul nemico senza calcolare il proprio numero. Le lor file sono strette dai saldi legami della parentela e dell'amicizia, e la brama di salvare o di vendicare i cari compagni è il fomite della loro prodezza. Reputano la ritirata come una fuga obbrobriosa, e la fuga poi è per essi un'infamia che non può lavarsi giammai[650].» Una nazione sì valorosa e imperterrita sarebbe stata sicura della vittoria, se grandi difetti non avessero bilanciato questi pregi. Lasciando deperire la marineria, rinunciarono ai Greci ed ai Saracini l'impero del mare, per portare soccorso ai loro alleati, o guasto ai nemici. Nel secolo che precedette l'istituzion della cavalleria, erano inabili i Francesi nelle fazioni di cavalieri[651]; e nei momenti di pericolo conoscean tanto i guerrieri d'esserne ignoranti, che volean piuttosto smontar da cavallo e combattere a piedi. Non avendo l'uso delle picche o dell'armi da lanciare, erano impacciati da lunghe spade, da arnesi pesanti, da enormi pavesi, e, se posso ripetere il rimprovero che lor facevano i magri abitanti della Grecia, la grassezza, figlia della loro intemperanza, accresceva difficoltà ai loro movimenti. Non curanti di disciplina, sdegnavano il giogo della subordinazione, e abbandonavano il vessillo del capitano se voleva tenerli in campagna più del tempo determinato pel loro servigio. Erano da tutte le parti esposti alle insidie del nemico, che quantunque men prode era più astuto. Si potea subornarli con danaro, perchè avevano un'anima venale; si potea soprapprenderli notte tempo, perchè non pensavano a chiudere il campo e facean male la sentinella. Le fatiche di una giornata estiva spossavano le loro forze, non che la pazienza, e si davano poi alla disperazione se non potevano sbramare con molto vino e molto cibo il vorace loro appetito. Fra questi caratteri generali della nazion dei Franchi, si osservavano alcune varietà locali che io attribuirei al caso piuttosto che al clima, ma ch'erano comuni agli oriundi e agli stranieri. Un ambasciator di Ottone dichiarò nella Corte di Costantinopoli, che i Sassoni sapean battersi meglio colla spada che colla penna, e che preferivano la morte alla vergogna di volgere il tergo al nemico[652]. I Nobili della Francia si gloriavano di non avere nei lor modesti abituri altro diletto che la guerra e la rapina, unica occupazione della lor vita. Affettavano di mettere in ridicolo i palazzi, i banchetti, e i costumi gentili degli Italiani, che, secondo l'opinione dei Greci medesimi, avean tralignato dall'amor di libertà e dal valore degli antichi Lombardi[653]. Il famoso editto di Caracalla concedette ai suoi sudditi, cominciando dalla Brettagna sino all'Egitto, il nome e i privilegi di Romani; e da quel punto il lor sovrano, sempre in mezzo a' suoi concittadini, potè a sua scelta determinare o eleggere momentaneamente la residenza nell'una o nell'altra delle province della patria comune. Quando seguì la divisione dell'oriente e dell'occidente, fu conservata con tutto lo scrupolo l'unità ideale dell'impero; nei titoli, nelle leggi, negli statuti, i successori di Arcadio e di Onorio si annunciarono sempre come colleghi inseparabili nelle medesime incumbenze, come associati alla sovranità dell'impero e della città di Roma entro i medesimi limiti. Caduta la monarchia d'occidente, la dignità della porpora romana si concentrò tutta quanta nei principi di Costantinopoli: Giustiniano fu il primo che unì all'impero i dominii dell'antica Roma, che ne erano separati da sessant'anni, e che sostenne col dritto di conquisto l'augusto titolo d'imperator de' Romani[654]. Un motivo di vanità o di disgusto indusse uno de' suoi successori, Costantino II, ad abbandonare il Bosforo Tracio, ed a restituire al Tevere gli antichi onori; pensiero insensato! esclama il malevolo scrittore della istoria bisantina, spogliare una vergine adorna di tutto lo splendore della gioventù e della bellezza, per abbellire, o piuttosto mettere in mostra la deformità d'una vecchia grinzosa[655]. Ma il ferro de' Lombardi gli impedì di fermare il piede in Italia; entrò in Roma, non come un vincitore, ma in figura di fuggiasco; e dopo aver passato colà dodici giorni, mise a sacco l'antica capitale del Mondo, e poi ne partì per sempre[656]. Succedette l'intera separazione dell'Italia, e dell'impero di Bisanzio circa due secoli dopo le conquiste di Giustiniano; e appunto sotto il suo regno cominciò ad andare in disuso la lingua latina. Avea questo legislatore pubblicato le sue Instituta, il suo Codice, e le Pandette, in un linguaggio che egli vanta come lo stile pubblico del governo romano, l'idioma della Corte e del senato di Costantinopoli, degli eserciti, e de' tribunali dell'oriente[657]. Ma non si intendea nè dal popolo, nè dai soldati dalle province asiatiche questa lingua straniera; e la maggior parte degli interpreti delle leggi, e dei ministri di Stato non la sapeano che malamente. Dopo una lotta che durò poco, la natura e l'abitudine trionfarono delle istituzioni della potenza umana; Giustiniano, a pro dei sudditi, promulgò nelle due lingue le sue Novelle; le varie parti della sua voluminosa giurisprudenza furono successivamente tradotte:[658] fu posto in dimenticanza l'originale, non si studiò più che la versione, e la lingua che per sè stessa meritava la preferenza, divenne nell'impero Greco l'idioma della legge, come quello della nazione. I successori di Giustiniano, e per la loro origine e per l'uso del paese che abitavano, furono stranieri alla lingua romana. Tiberio, secondo gli Arabi,[659] e Maurizio, secondo gli Italiani[660], furono i primi Cesari greci, e i fondatori d'una nuova dinastia, e d'un nuovo impero: si compiè sordamente questa rivoluzione prima della morte di Eraclio, e si conservarono alcune frasi oscure della lingua latina nei termini di giurisprudenza, e nelle acclamazioni di Corte. Quando Carlomagno e gli Ottoni ebbero rintegrato l'impero d'occidente, ai nomi di Franchi e di Latini fu dato lo stesso senso e la stessa ampliazione, e questi Barbari altieri sostennero con una specie di giustizia i lor dritti alla favella come al dominio di Roma. Insultarono ai popoli dell'oriente che aveano dimesso l'abito è l'idioma romano, e si fondarono in queste ragionevoli costumanze per indicarli sovente col nome di Greci[661]. Ma dal principe e dai popoli dell'impero Bisantino, fu sdegnosamente ributtata questa denominazione di disprezzo. Con tutti i cangiamenti introdotti dal corso dei secoli, vantavano una successione diretta e non interrotta da Augusto e Costantino in poi; e nell'ultimo grado della debolezza e dell'avvilimento, ai frammenti dell'impero di Costantinopoli rimaneva tuttavia il nome di Romani[662]. Mentre che nell'oriente si scrivevano in latino gli atti del governo, il greco era la lingua della letteratura e della filosofia; con questo idioma sì ricco e perfetto, non poteano gli uomini dotti invidiare il sapere rubato e il gusto imitatore de' Romani loro scolari. Distrutto che fu il paganesimo, perduta la Sorìa e l'Egitto, e abolite le scuole d'Alessandria e d'Atene, le scienze della Grecia a poco a poco si ricoverarono ne' monasteri, e precipuamente nel real collegio di Costantinopoli, incendiato poi sotto il regno di Leone l'Isaurico[663]. Nello stile enfatico dei tempi di cui parliamo, il presidente di quel collegio era chiamato l'astro della scienza; i dodici professori delle diverse scienze e facoltà, erano i dodici segni del zodiaco; aveano una biblioteca di trentaseimila cinquecento volumi, e mostravano un antico manoscritto di Omero in un rotolo di pergamena lungo centoventi piedi, che era stato, dicevano, un intestino di un serpente di mostruosa grandezza[664]. Ma il settimo e l'ottavo secolo furono un periodo di discordia, e di ignoranza; il fuoco divorò la biblioteca; fu soppresso il collegio, e gli autori dipingono gli Iconoclasti, come i nemici della antichità; di fatto i principi della famiglia d'Eraclio e della dinastia isaurica, si disonorarono coll'ignoranza, e col dispregio salvatico che aveano per le lettere[665]. Appare nel nono secolo l'aurora del ritorno delle scienze[666]. Quando il fanatismo degli Arabi fu calmato, furono solleciti i Califfi di conquistare le arti, piuttosto che le province dell'impero; le cure che posero per accattare cognizioni, ravvivarono la emulazione dei Greci: sciorinarono le polverose lor biblioteche, ed appresero a conoscere ed a premiare i filosofi che non aveano per lo innanzi avuto altro compenso delle lor fatiche, se non il piacere dello studio, e la scoperta della verità. Il Cesare Barda, zio di Michele III, meritò il titolo di generoso protettore delle lettere, nome che solo ha potuto preservarne la memoria, e scusarne L'ambizione: egli almeno sottrasse al vizio e alla follìa una parte dei tesori di suo nipote; aperse nel palazzo di Magnauro una scuola, dove colla sua presenza metteva in gara i maestri e gli alunni. Erano Capo Leone il filosofo, arcivescovo di Tessalonica, il cui sapere profondo nell'astronomia e nelle matematiche facea maraviglia a' popoli stranieri dell'oriente; e l'opinione che si avea della sua dottrina, era negli animi volgari accresciuta da quella modesta disposizione, che li inclina a vedere, in tutte le cognizioni che sorpassano le proprie, un effetto di ispirazione e di magia. Per le fervide istanze di questo Cesare, il celebre Fozio[667], suo amico, rinunciò alla independenza di una vita studiosa, ed accettò la dignità di Patriarca, nella quale fu e scomunicato ed assolto dai Sinodi dell'oriente e dell'occidente. Anche per confessione dei sacerdoti suoi nemici, non era estrania a quest'uomo universale alcun'arte o scienza: profondo ne' suoi concetti, istancabile negli studii, eloquente nello stile, esercitava Fozio la carica di Protospatario, ossia di capitano delle guardie, quando fu spedito ambasciatore al Califfo di Bagdad[668]. Per alleviare qualche ora di esiglio, e forse di solitudine, compose in fretta la sua -Biblioteca-, monumento di erudizione e di critica. In essa fa la rivista, senza metodo, di duecento ottanta autori storici, oratori, filosofi, teologi; ne espone, in compendio, i racconti, o le dottrine; giudica lo stile e il carattere loro, e cribra anche i Padri della chiesa con una libertà prudente, che spesso traluce in mezzo alle superstizioni del suo secolo. L'imperator Basilio, a cui doleva d'essere stato mal educato, commise a Fozio l'istruire il figlio e successore, Leone il Filosofo; e il regno di questo principe, non che di Costantino Porfirogeneta, figlio di esso, sono una delle più belle epoche della letteratura di Bisanzio. La munificenza loro arricchì la biblioteca imperiale dei tesori dell'antichità, ed essi ne fecero da sè stessi, e coll'aiuto di collaboratori, vari estratti e compendi, che senza annoiare l'indolenza del pubblico, sono atti a ricrearne la curiosità. Oltre i -Basilici-, o il Codice delle leggi, propagarono col medesimo zelo gli studi della agricoltura e della guerra, due arti intese a nudrire e a distruggere l'umana specie; fu compilata la storia della Grecia e di Roma, in cinquantatre titoli o capitoli; ma non ne giunsero a noi che due, quello delle ambasciate, e l'altro delle virtù e dei vizi. Colà i lettori d'ogni classe vedeano dipinto il passato, poteano far loro pro delle lezioni o degli avvisi dati in pagina, e apprendevano ad ammirare, o forse ad imitare, qualche virtù d'un secolo più luminoso. Io non mi fermerò sulle opere dei Greci di Costantinopoli, i quali, con uno studio assiduo degli antichi, meritarono per molti titoli la ricordanza e la gratitudine della posterità. Noi possediamo tuttavia il Manuale filosofico di Stobeo, il Lessico grammaticale e storico di Suida, le Chiliadi di Tzetze che in dodicimila versi comprendono seicento narrazioni, e i Commentari sopra Omero di Eustazio, arcivescovo di Tessalonica, che, dal suo corno d'abbondanza, ci versa i nomi e le autorità di quattrocento scrittori. Da questi autori originali, e dalla numerosa legione degli Scoliasti[669] e del critici, si può conoscere quali fossero le ricchezze letterarie del duodecimo secolo. Era tuttavia Costantinopoli rischiarata dalla luce di Omero e di Demostene, di Aristotile e di Platone; e circondati da simili tesori, che noi godiamo o trascuriamo, dobbiam pure invidiare quella generazione che potea leggere l'istoria di Teopompo, le arringhe d'Iperide, le commedia di Menandro[670], e le odi di Alceo e di Saffo. Il gran numero dei commenti, allora pubblicati sui classici greci, è una prova non solo che allora sussistevano, ma che stavano ancora nelle mani di tutti; e due donne, l'imperatrice Eudossia, e la principessa Anna Comnena, che sotto la porpora coltivarono la rettorica e la filosofia[671], sono un esempio assai sorprendente della universalità del sapere. Il dialetto volgare della capitale era rozzo e barbaro; si segnalavano con uno stile più corretto, e più elaborato, le conversazioni, o almeno gli scritti degli ecclesiastici e de' cortigiani, che talora aspiravano alla purità dei modelli dell'Attica. Nella moderna nostra educazione, lo studio penoso, ma necessario, di due lingue morte, logora il tempo e rallenta l'ardore d'un giovane alunno. Per lungo tempo i poeti e gli oratori dell'occidente si videro inceppati nei loro pensieri dai barbari dialetti dei nostri antenati, cotanto scemi d'armonia e di grazia; e l'estro, senza l'aiuto de' precetti e degli esempi degli antichi, era abbandonato alla guida naturale ma incolta del proprio giudizio, e della propria immaginazione. I Greci di Costantinopoli, dopo avere purgato l'idioma volgare, usavano liberamente la lingua degli avi, portentosa invenzione dello spirito umano; ed era lor famigliare la cognizione dei sublimi maestri, che aveano dilettato o istruito la prima delle nazioni; ma questi vantaggi non fanno che raddoppiar la vergogna ed il biasimo che aggravano un popolo tralignato. Se i Greci dell'impero stringeano nelle lor mani inerti le ricchezze avìte, non aveano già ereditata l'energia che ha creato ed accresciuto questo sacro patrimonio; leggevano, lodavano, compilavano, ma parea che la lor anima, sonnacchiosa e languida, fosse inabile a pensare e a fare. In uno spazio di dieci secoli, non si scorge una scoperta che abbia migliorata la dignità dell'uomo, o accresciutane la felicità; non una idea di più aggiunta ai sistemi speculativi degli antichi; veniano, l'un dopo l'altro, pazienti discepoli ad ammaestrare dogmaticamente una generazione, non men di loro servile. Non s'è trovato un solo passo di storia, di filosofia, o di letteratura che, per bellezza di stile o di sentimenti, per pensieri originali od anche per una felice imitazione, abbia meritato di vivere. Quei prosatori di Bisanzio, che si leggono con meno noia, hanno una semplicità ingenua e senza pretensione, che non permette di censurarli; ma gli oratori, che si credeano i più eloquenti[672], sono i più lontani dagli esemplari con cui voleano gareggiare. Al nostro gusto e alla ragione, fann'urto in ogni pagina una scelta di parole ampollose e andate in disuso, un fraseggiare pesante e intralciato, una incoerenza di concetti, uno studio puerile d'ornamenti falsi o improprii, e gli stenti di questi scrittori per innalzarsi, per abbagliare il lettore, e coprir d'esagerazione e d'oscurità un'idea triviale. Nella prosa cercan sempre il brio poetico, e la poesia è sempre inferiore alla scipitezza della prosa. Le muse della tragedia, della epopea e del poema lirico stavansi taciturne e spoglie d'onore; i Bardi di Costantinopoli non si segnalavano al più che con un enigma o un epigramma, con un panegirico o una novella; trascuravano persino le regole della prosodia, e, pieni l'orecchio della melodia Omerica, confondeano tutte le misure di piedi e di sillabe in quei miserabili accordi, che ebbero nome di versi -politici- o -di città-[673]. L'ingegno de' Greci era inceppato da una superstizione vile e imperiosa, che stende il suo dominio intorno alla sfera delle scienze e delle arti. Si smarriva il giudizio nelle controversie metafisiche: colla credenza e le visioni e i miracoli, avean perduto tutti i principii della evidenza morale, ed il gusto era depravato dalle omelie dei monaci, mescuglio assurdo di declamazioni e di frasi della Scrittura. Mai questi poveri studi non furono nemmeno nobilitati dall'abuso dell'ingegno; i Capi della chiesa Greca, stavano umilmente contenti ad ammirare ed a copiare gli oracoli antichi; e le scuole, ed il pulpito non ebbero alcuno che sapesse emulare la gloria di S. Atanasio e di S. Grisostomo[674]. Tanto nei travagli della vita attiva che in quelli della speculativa, l'emulazion dei popoli e degli individui è il movente più efficace degli sforzi e dei progressi del genere umano. Le città dell'antica Grecia serbavano tra loro quella fortunata mescolanza d'unione e di independenza, che sopra una scala più grande, ma in una guisa più debole, si trova fra le nazioni della Europa moderna. Congiunte dalla lingua, dalla religione e dai costumi, erano scambievolmente spettatrici e giudici di sè stesse[675]: independenti per cagion d'un governo e per interessi diversi, mantenea ciascheduna segretamente la propria libertà, e si ingegnava di superare le rivali nello stadio della gloria. Era meno vantaggiosa la situazion dei Romani: pure sin dai primi tempi della repubblica, cioè quando si formò il carattere nazionale, videsi nascere una pari emulazione fra gli Stati del Lazio e dell'Italia, e tutti intesero ad eguagliare, o a vincere nelle arti e nelle scienze i Greci che aveano per esemplari. Non v'ha dubbio, che l'impero dei Cesari non abbia arrestata l'attività e gli avanzamenti dello spirito umano. La sua vastità lasciava in vero qualche libertà all'emulazione reciproca dei cittadini: ma quando fu gradatamente ridotto da prima all'oriente, indi alla Grecia ed a Costantinopoli, non si vide più nei sudditi dell'impero Bisantino che un'indole abbietta e fievole, effetto naturale della loro situazione isolata. Erano oppressi a settentrione da tribù di Barbari; di cui ignoravano il nome, e che appena riputavano uomini. La lingua e la religione degli Arabi, nazione più incivilita, frapponeano ad ogni comunicazione sociale con essi un argine insuperabile. Professavano i vincitori dell'Europa come i Greci la religion cristiana; ma sconosciuto era a questi l'idioma dei Franchi o dei Latini; rozzi ne erano i costumi, e non ebbero co' successori d'Eraclio alcun vincolo d'alleanza o affari di inimicizia. Unico nella sua specie, l'orgoglio greco, sempre contento di sè medesimo, non si turbava giammai pel confronto con un merito straniero, e non vedendo rivali che potessero spronarlo nella sua carriera, nè giudici per coronarlo alla meta, non è da maravigliare se abbia dovuto soccombere. Le Crociate vennero mischiando le nazioni dell'Europa e della Asia; e solamente sotto la dinastia dei Comneni tornò l'impero di Bisanzio a gareggiare, benchè debolmente, in cognizioni e in virtù militari. NOTE: [558] Claudiano spiega con eleganza il senso dell'epiteto Πορφυρογενητος, -porfirogeneta-, ossia nato nella porpora. -Ardua privatos nescit fortuna Penates;- -Et regnum cum luce dedit. Cognata potestas- -Excepit Tyrio venerabile pignus in ostro.- E il Ducange, nel suo Glossario greco e latino, riferisce molti passi che esprimono lo stesso pensiero. [559] Un superbo manoscritto di Costantino (-De Caeremoniis aulae et ecclesiae Byzantinae-), fu trasportato da Costantinopoli a Buda, a Francfort e a Lipsia, ove dal Leich, e dal Reiske ne fu fatta una magnifica edizione (A. D. 1751, -in-folio-), accompagnata da quegli elogi che non mancano mai gli editori di prodigalizzare al subbietto delle loro fatiche qualunque ne sia il merito. [560] -V.- nel primo volume dell'-Imperium orientale- del Banduri, -Costantinus de Thematibus-, p. 1-24; -De administrando imperio- p. 45-127, ediz. di Venezia. Il testo dell'antica edizion di Meursio vi è corretto sopra un manoscritto della biblioteca reale di Parigi di già conosciuto da Isacco Casaubono (-Epist. ad Polybium- 10), e spiegato da due carte di Guglielmo Delisle, il primo dei Geografi anteriori al d'Anville. [561] La tattica di Leone e di Costantino fu pubblicata coll'aiuto di qualche nuovo manoscritto nella grande edizione delle opere di Meursio fatta dal dotto Lami (t. VI, p. 531-920, 1211-1417: -Fiorenza-, 1745); ma il testo è ancora guasto e mutilato, e sempre oscura e piena di spropositi la versione. La biblioteca di Vienna fornirebbe qualche prezioso materiale ad un nuovo editore (Fabricio, -Bibl. graec.-, t. VI, p. 369, 370). [562] Fabricio (-Bibl. graec.-, t. XII, p. 425-514), Einec. (-Hist. juris romani-, p. 396-399), e Giannone (-Istoria civile di Napoli-, t. I, p. 450-458) possono utilmente consultarsi come storici di giurisprudenza intorno ai Basilici. Quarant'un libri di questo codice greco sono stati pubblicati con una version latina da Carlo Annibale Fabrotti, Parigi 1647, in sette volumi in folio. Si sono scoperti di poi quattro altri libri che furono inseriti nel -Novus Thesaurus juris civil. et Canon.-, di Gerardo Meerman, t. V. Giovanni Leunclavio ha composto (a Basilea 1575) un'-egloga- o -sinopsi- dei sessanta libri che formano l'intera Opera. Si vedono nel -Corpus juris civilis- le centotredici Novelle o leggi nuove di Leone. [563] Mi son servito dell'ultima edizione de' Geoponici, che è la migliore (stampata da Nicolao Niclas, -Lipsia- 1781, due volumi in ottavo). Leggo nella prefazione, che lo stesso imperatore richiamò i sistemi di rettorica e di filosofia da lungo tempo dimenticati. I suoi due libri della -Hippiatrica-, ossia dell'arte di curare la malattia de' cavalli, furon pubblicati a Parigi, 1530 in folio (Fabr. -Bibl. graec.- t. VI, p. 493-500). [564] Di quei cinquantatre libri o titoli, due soli pervennero sino a noi e furono stampati: l'uno -De legationibus- da Fulvio Orsino, -Anversa-, 1582, e da Daniele Eschelio, August. Vindel. 1603; e l'altro -De virtutibus et vitiis- da Enrico di Valois, ediz. di Parigi, 1634. [565] Ankio (-De scriptorib. Bizant.- pag. 418-460), dà il sommario della vita e la lista delle opere di Metafraste. Questo Biografo dei Santi si compiaceva nel parafrasare i sensi o le assurdità degli Atti antichi; essendo stato una seconda volta parafrasato il suo stile di rettore nella version latina del Surio, appena oggi si può conoscere un filo del tessuto primitivo. [566] Giusta il primo libro della Ciropedia, la tattica, che non è che una piccola parte dell'arte della guerra, era già professata in Persia, il che deesi riferire alla Grecia. Una buona edizione di tutti gli autori che hanno scritto di tattica sarebbe impresa degna d'un erudito: egli potrebbe scoprire qualche nuovo manoscritto, e colle sue cognizioni schiarire l'istoria militare degli antichi: ma un tale erudito dovrebb'essere di più soldato, e sventuratamente non vive più un Quinto Icilio. [567] Dopo aver osservato che i Cappadoci son meno forniti di merito quanto sono più elevati per grado e per ricchezze, l'autore della descrizion delle province si compiace dell'epigramma attribuito a Demodoco: Καππαδοκην ποτ’ εχιδνα δακεν, αλλα και αυτη Κατθανε, γευσαμενη αιματος ιοβολου. -Una vipera infesta morse un Cappadoce, ma morì anch'essa succhiandone il sangue velenoso.- Il frizzo è precisamente eguale a quello d'un epigramma francese. «Un serpente morse Giovanni Freron. -- E che? Il serpente ne morì». Ma poichè i belli ingegni di Parigi sono in generale poco versati nell'antologia, avrei vaghezza di sapere d'onde abbiano cavato questo epigramma (Costantino Porfirogeneta, -De themat.-, c. 2; Brunk, -Analect. graec.-, t. II, p. 56; Brodaei -Anthologia-, l. II, p. 244). [568] La -Legatio Luitprandi episcopi Cremonensis ad Nicephorum Phocam-, è stata inserita dal Muratori negli -Scriptores rerum italicarum-, t. II, parte prima. [569] -V.- Costantino (-De thematibus-, nel Banduri, t. I, p. 1-30), il quale s'accorda a dire che quella parola è ουκ παλαια -non antica-. Maurizio (-Stratagema-, l. II. c. 2) si serve della parola Θημα -tema- per indicare una lezione: fu poi applicata al posto o alla provincia che esso occupava. Ducange (-Gloss. graec.- t. I, p. 487, 488). Gli autori han tentato di dar l'etimologia dei temi opsico, optimazio e tracesio. [570] Αγιος Πελαγος -Santo Pelago-, come lo chiamano i Greci moderni; i geografi e i marinai ne han fatto l'Arcipelago e le Arches (d'Anville -Géograph. ancienne-, t. I, p. 281: -Analyse de la Carte de la Grèce-, p. 60). La moltitudine dei monaci, e di quelli specialmente di S. Basilio, che abitavano tutte l'isole e il monte Athos, o -monte santo-, che sta nei contorni (-Observations- di Belon, fol. 32), potea giustificare l'epiteto di santo dato a questa parte del Mediterraneo. Αγιος con piccolo cangiamento divien la parola primitiva Αιγαιος -Egeo-, immaginato dai Doriesi, che nel lor dialetto diedero il nome figurato di αιγες, ossia capre, ai flutti saltellanti (Vossio, ap. Cellarius, -Geogr. antiq-., t. I, p. 829). [571] Secondo il viaggiatore ebreo, che avea corsa l'Europa e l'Asia, non gareggiava in estensione con Costantinopoli, se non se Bagdad, la gran città degli Ismaeliti (-Voyage- di Beniamino di Tudela, pubblicato da Baratier, t. I, c. 5, p. 46). [572] Εσθλαβωθη δε πασα η χωρα και γεγονε βαρβαρος -fu saccheggiata tutta la provincia e divenne Barbara-, dice Costantino (Thematibus, l. II, c. 6, p. 25) in uno stile tanto barbaro, quanto il suo concetto, a cui aggiunge, secondo il suo costume, un ridicolo 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000