Bagdad sotto il regno degli Abbassidi.
[481] Si posero le fondamenta di Bagdad, A. E. 145 (A. D. 762).
Mostasem, ultimo degli Abbassidi, venne in balìa dei Tartari che lo
mandarono a morte, A. E. 656 (A. D. 1258, 20 febbraio).
[482] Medinat al Salem, Dar al Salam. -Urbs pacis-, o Ειρηνοπολις
(Irenopoli), secondo la denominazione ancor più elegante
che le han data i scrittori Bizantini. Non van d'accordo gli autori
sull'etimologia di Bagdad; ma convengono che la prima sillaba in lingua
persiana significa un giardino di Dad, eremita cristiano, la cella del
quale era la sola abitazione che fosse nel sito ove si fabbricò la
città.
[483] -Reliquit in aerario sexcenties millies mille stateres, et quater
et vicies millies mille aureos aureos.- (Elmacin, -Hist. Saracen.- p.
126). Ho valutato le pezze d'oro per otto scellini, ed ho supposto che
la proporzione dell'oro all'argento fosse di dodici a uno: ma non mi fo
mallevadore delle quantità numeriche di Erpenio; i Latini non vagliono
più dei Selvaggi nei calcoli aritmetici.
[484] D'Herbelot p. 638; Abulfeda (p. 154) -nivem Meccam apportavit, rem
ibi aut nunquam aut rarissime visam-.
[485] Descrive Abulfeda, (pag. 184-189) la magnificenza e la liberalità
d'Almamon. Il Milton fece allusione a quest'uso orientale:
«Ovvero ai luoghi ove il pomposo oriente, colla opulenta sua mano, versa
sopra i suoi re l'oro e le perle della Barbarìa».
Mi son valso dell'espression moderna di -lotto- per tradurre li
-missilia- degli imperadori Romani, i quali davano un premio o un lotto
a chi lo coglieva quando era gettato in mezzo alla folla.
[486] Quando Bell d'Antermony (-Travels-, vol. I; pag. 99) accompagnò
l'ambasciador Russo all'udienza dello sventurato Shah Hussein di Persia,
furon condotti nella sala dell'assemblea due leoni, per far mostra del
potere che aveva il monarca sugli animali più feroci.
[487] Abulfeda, p. 237: d'Herbelot, p. 590. Quell'ambasciator Greco
giunse a Bagdad A. D. 917. Nel passo d'Abulfeda mi son servito, con
qualche cangiamento, della traduzione inglese del dotto ed amabile sig.
Harris di Salisbury (-Philological Enquiries-, 364, 365).
[488] Cardonne, -Hist. de l'Afr. et de l'Esp.-, t. I, p. 330-336. La
descrizione e le incisioni dell'Alhambra, che si trovano nei -Voyages de
Swinburne- (p. 171-188, in ingl.), danno una vera idea del gusto e
dell'architettura degli Arabi.
[489] Cardonne, t. I, pag. 329, 330. I detrattori della vita umana
citeranno in aria di trionfo questa confessione, i lamenti di Salomone
sulle vanità del mondo (-V.- il poema verboso ma eloquente di Prior) e i
dieci giorni felici dell'imperatore Seghed (Rambler, n. 204, 205);
spesso sono smodati i loro disegni, e rare volte imparziale il lor modo
di valutarli. Se mi è lecito parlar di me (il sol uomo di cui posso con
certezza parlare), i miei giorni felici han superato di molto il piccol
numero indicatoci dal Califfo di Spagna, a continuano tuttavia; nè
temerò di aggiungere, che il piacere che io provo a comporre quest'Opera
ha una gran parte nel conto de' miei giorni beati.
[490] Il Gulistan (pag. 239) narra la conversazione di Maometto e d'un
medico (-Epistol.- Renaudot, -in- Fabricio, -Bibl. graec.-, t. I, p.
814). Il Profeta esso stesso era versato nell'arte della medicina, e il
Gagnier (-Vie de Mahomet-, t. III, p. 394-405) ha fatto un estratto
degli aforismi che sussistono sotto il suo nome.
[491] -V.- le particolarità di questa curiosa architettura delle api in
Réaumur (-Hist. des Insectes-, t. V., Memoria 8). Questi esagoni son
terminati da una piramide. Un matematico ha cercato quali angoli dei tre
lati d'una tal piramide adempirebbero al dato fine colla minor quantità
di materie possibili, ed ha determinato il più grande in 109°, 26′, e il
più piccolo in 70°, 34′. La misura che seguono le api è di 109°, 28′, e
di 70°, 32′. Questa perfetta concordanza non fa onore per altro al
lavoro se non a danno dell'artista, poichè le api non conoscono la
geometria trascendente.
[492] Saied-Ebn-Ahmed, Cadì di Toledo, che morì A. E. 462, A. D. 1069,
ha somministrato ad Abulfaragio (-Dynast.- p. 160) questo passo
singolare, come pure il testo dello -Specimen Historiae Arabum- del
Pocock. Alcuni aneddoti letterari sui filosofi e i medici ec., vissuti
sotto ogni Califfo, formano il primario pregio delle dinastie di
Abulfaragio.
[493] Questi aneddoti letterari sono tratti dalla -Bibliotheca
arabico-hispana- (t. II, p. 38, 71, 201, 202), da Leone Affricano (-De
Arab. medicis et philosophis-, in Fabrizio, -Bibl. graec.-, t. XIII, p.
259-298, ed in particolare p. 274), da Renaudot (-Hist. patriar. Alex.-
p. 274, 275, 536, 537), e dai -Remarques chronologiques- d'Abulfaragio.
[494] Il Catalogo arabo dell'Escuriale darà un'idea giusta della
proporzion delle classi. Nella biblioteca del Cairo, i manoscritti
d'astronomia e di medicina eran da seimila e cinquecento, con due bei
globi, uno di bronzo e l'altro d'argento (-Bibl. arab.-hispana-, t. I,
p. 417).
[495] Vi si è trovato, per esempio, il quinto, sesto e settimo libro
(manca sempre l'ottavo) delle Sezioni coniche d'Apollonio Pergeo,
stampati poi, nel 1661, secondo il manoscritto di Firenze (-Fabr. Bibl.
graec.- t. II, p. 559). I dotti per altro possedevano già il quinto
libro indovinato e rinnovato dal Viviani (-V.- il suo elogio nel
Fontenelle, t. V, p. 59 ec.).
[496] Il Renaudot (Fabricio, -Bibl. graec.- t. I, p. 812, 816) discute
in un modo veramente filosofico il pregio di queste versioni arabe
piamente difese dal Casiri (-Bibliot. arab.-hisp.- t. I, p. 238-240). La
maggior parte delle traduzioni di Platone, d'Aristotile, d'Ippocrate, di
Galeno ec., che viveva in Corte dei Califfi di Bagdad, e che morì A.D.
876. Era Capo d'una scuola o d'un'officina di traduttori, e van sotto il
suo nome le Opere dei suoi discepoli. -V.- Abulfaragio (-Dynast.-, p.
88, 113, 171-174, et -apud- Assemani, -Bibl. orient.-, t. II, p. 438),
d'Herbelot (-Bibl. orient.-, p. 456), Assemani (-Bibl. orient.-, t. III,
pag. 164) e Casiri (-Bibl. arabico-hispana- t. I, p. 238 ec., 251,
286-290; 302-304, ec.).
[497] -V.- Il Moshemio, -Instit. Hist. eccles.-, p. 181, 214, 236, 257,
315, 338, 396, 438 ec.
[498] Il Commentario più elegante su le categorie o su i predicamenti
d'Aristotile è quello che si trova nei -Philosophical arrangements- del
signor Giacomo Harris (Londra 1775 in 8), il quale si ingegna di
ravvivare lo studio delle lettere e della filosofia dei Greci.
[499] Abulfaragio, -Dynast.-, p. 81-222; -Bibl. arab.-hispan.-, t. I, p.
370, 371. -In quem- (dice il Primate de' Giacobiti) -si immiserit se
lector, oceanum hoc in genere- (-algebrae-) -inveniet-. Non si sa in
qual tempo abbia vissuto Diofanto d'Alessandria. Ma sussistono ancora i
suoi sei libri, e sono stati spiegati dal Greco Planude, e dal Francese
Meziriac (Fabricio, -Bibl. graec.-, t. IV, p. 12-15).
[500] Abulfeda (-Annal. moslem.-, p. 210, 211, vers. Reiske) descrive
questa operazione dietro la scorta di Ibn-Challecan e de' migliori
storici. Questo grado misurato esattamente era di dugentomila cubiti
regi, ossia assemiti; misura che gli Arabi avean tolta dai libri divini,
e dagli usi della Palestina e dell'Egitto; questo antico cubito si vede
quattrocento volte sopra ogni lato della base della gran piramide, e
indica, per quanto pare, le misure primitive e universali dell'oriente
(-V.- la -Metrologia- del laborioso sig. Paucton, p. 101, 195).
[501] -V.- le -Tavole astronomiche- d'Ulugh-Begh, colla -Prefazione- del
dottor Hyde, nel primo volume del suo -Syntagma dissertationum-, Oxford,
1767.
[502] Albumasar e i migliori astronomi arabi convenivano della verità
dell'astrologia, e attigneano le loro predizioni più sicure, non già da
Venere e Mercurio, ma da Giove e dal Sole. (Abulfaragio -Dynast.-, p.
161-163). -V.- sullo stato e sui progressi dell'astronomia in Persia il
Chardin (-Voyages- t. III, p. 162-283).
[503] -Bibl. arabico-hispana-, t. I, pag. 438. L'autore originale narra
un'istoria faceta d'un pratico ignorante, ma senza malizia.
[504] Nel 956, Sancio il Grasso, re di Leone, fu guarito dai medici di
Cordova. (Mariana, l. VIII, c. 7; t. I, p. 318).
[505] Muratori discute, da quell'uomo dotto e giudizioso che egli era,
(-Antiquit. Ital. med. aevi-, t. III, p. 932-940) ciò che si riferisce
alle scuole di Salerno, e alla introduzione della dottrina degli Arabi
in Italia (-V.- pure Giannone, -Istoria civile di Napoli- t. II, p.
119-127).
[506] -V.- una bella descrizione dei progressi dell'anatomia, in Wotton,
(-Reflections on ancient and modern learning-, p. 208-256). I begli
ingegni hanno indegnamente assalita la sua riputazione nella
controversia del Boyle e del Bentley.
[507] -Bibliot. arab.-hispan.- t. I, p. 275. Al-Beithar di Malaga, il
più grande dei lor botanici, avea viaggiato in Affrica, nella Persi e
nell'India.
[508] Il dottor Watson (-Elements of chemistry-, v. I, p. 17 ec.)
consente che i progressi degli Arabi nella chimica erano veramente opera
loro: egli cita non ostante la modesta confessione del celebre Geber,
scrittore del nono secolo (d'Herbelot p. 387), il quale diceva d'aver
ricavato dagli antichi Saggi la maggior parte delle sue cognizioni,
forse sulla trasmutazione de' metalli. Qual che fosse l'origine o la
vastità del loro sapere, sembra che le arti della chimica e
dell'alchimia fossero diffuse nell'Egitto tre secoli almeno prima di
Maometto (-Wotton's Reflections-, p. 121-133; Paw, -Recherches sur les
Egyptiens et sur les Chinois-, t. I, p. 376-429).
[509] Abulfaragio (-Dynast.-, p. 26-148) cita una version siriaca dei
due poemi d'Omero, fatta da Teofilo, Maronita cristiano del monte
Libano, il quale professava l'astronomia in Roha o Edessa sulla fine
dell'ottavo secolo: la sua Opera sarebbe una curiosità letteraria. Ho
letto in qualche luogo, ma senza crederlo, che Maometto II traducesse in
lingua turca le Vite di Plutarco.
[510] Ho letto con gran piacere il commentario latino di Sir William
Jones sulla poesia asiatica (Londra 1774 in 8), che quest'uomo
maraviglioso, per la sua cognizione sulle lingue, pubblicò in gioventù.
Oggi, che il suo gusto e il suo ingegno sono perfettamente maturi,
scemerebbe per avventura un poco gli elogi così caldi ed anche
esagerati, che egli dà alla letteratura degli orientali.
[511] È stato accusato Averroe, un de' filosofi Arabi, d'avere sprezzate
le religioni dei Giudei, dei Cristiani e dei Musulmani (-V.- il suo
articolo nel Dizionario di Bayle): certamente ognuna di queste religioni
direbbe che fu ragionevole il suo disprezzo, eccetto che nella parte che
la concerne.
[512] D'Herbelot, -Bibl. orient.-, p. 546.
[513] Θεοφιλος ατοπον κρινας ει την των οντων γνωσιν, δι ην το Ρωμαιων
γενος θαυμαζεται εκδοτον ποιησει τοις εθνεσι, etc. -Stimando
Teofilo cosa inopportuna se comunicasse ai Gentili la cognizione degli
Enti per cui sono ammirati i Romani-, ec. Cedreno (p. 548) espone i vili
motivi d'un imperatore, che nobilmente negò un matematico alle istanze
ed alle offerte del Califfo Almamon. Questo sciocco scrupolo, quasi
negli stessi termini, è riferito dal continuator di Teofane (-Scriptores
post Theophanem-, p. 118).
[514] -V.- il regno e il carattere di Haroun-al-Rashid nella
-Bibliothèque orientale-, p. 431-433, all'articolo di quel Califfo, e
negli altri a cui ci rimanda il d'Herbelot: questo dotto compilatore ha
trascelto con molto gusto nelle cronache d'oriente gli aneddoti
istruttivi e dilettevoli.
[515] Quanto alla situazione di Racca, l'antico Niceforio, veggasi
d'Anville (-l'Euphrate et le Tigre-, pag. 24-27). Nelle Notti Arabe si
parla di Haroun-al-Rashid come se non uscisse mai di Bagdad. Egli
rispettava la sede reale degli Abbassidi: ma i vizi degli abitanti
l'aveano cacciato da quella città (Abulfeda, -Annal.- p. 167).
[516] Il signor di Tournefort nel suo dispendioso viaggio da
Costantinopoli a Trebisonda, passò una notte in Eraclea, ossia Eregri.
Esaminò la città nel suo stato d'allora, e ne raccolse le anticaglie.
(-Voyage du Levant-, tom. III, lettera 16, p. 23-35). Abbiamo una storia
particolare d'Eraclea nei frammenti di Mennone, conservati da Fozio.
[517] Teofane (p. 384, 385, 391, 396, 407, 408), Zonara (t. II, l. XV,
p. 115-124) Cedreno, (p. 447, 478), Eutichio (-Annal.-, t. II, p. 407 ),
Elmacin (-Hist. Saracen.-, p. 136, 151-152), Abulfaragio (-Dynast.- p.
147, 151) ed Abulfeda (156, 166-168) parlano delle guerre di
Haroun-al-Rashid contro l'impero Romano.
[518] Gli autori che mi hanno meglio istruito dello stato antico e
moderno di Creta, sono Belon (-Observ.- ec. c. 3-20, -Paris-, 1555),
Tournefort (-Voyage du Levant-, t. I, lettera II e III) e Meursio
(CRETA, nella raccolta delle sue Opere t. III, p. 343-544). Benchè Creta
sia chiamata da Omero Πιειρα -opulenta-, e da Dionigi λιπαρη τε και
ευβοτος -splendida ed ubertosa-, non so credere che quell'isola
montuosa superasse e nemmeno pareggiar potesse la fertilità
della maggior parte dei paesi di Spagna.
[519] Le particolarità più autentiche e più minute si incontrano nei
quattro libri della continuazion di Teofane, che Costantino
Porfirogenito, fece da sè stesso, o che fu fatta per ordine suo, e
pubblicata colla vita di suo padre Basilio il Macedone (-Scriptores post
Theophan.-, p. 1-162 da Francesco Combesis, -Paris-, 1685 ). Vi si narra
la perdita di Creta e di Sicilia (l. II, p. 46-52 ). Vi si ponno
aggiungere come testimonianze secondarie quelle di Giuseppe Genesio (l.
II, pag. 21, Venezia, 1733), di Giorgio Cedrano (-Compend.-, p.
506-508), e di Giovanni Scylitze Curopalata (-apud- Baronio, -Annal.
eccl.-, A. D. 827, n. 24 ec.). Ma i Greci moderni rubano sì palesemente,
che fra loro si potrebbe citare una folla d'altri autori.
[520] Renaudot (-Hist. patriar. Alex.-, p. 251-256, 268, 270) ha
descritto i guasti commessi in Egitto dagli Arabi dell'Andalusia; ma si
dimenticò di congiungerli al conquisto di Creta.
[521] Δηλοι (dice il continuator di Teofane, l. II, p. 51)
δε ταυτα σαφεστατα και πλατικωτερον η τοτε γραφαισα Οεογνωστω και εις
χειρας ελθουσα ημων, -tai cose sono manifestissime e più
divulgate di quelle scritte allora da Teognosto e venute nelle nostre
mani-. Questa storia della perdita della Sicilia non si ha più. Muratori
(-Ann. d'Ital.- t. VII, p. 7-19-21 ec.) ha soggiunto alcune
particolarità tratte dalle cronache d'Italia.
[522] La pomposa e interessante tragedia del -Tancredi- converrebbe
piuttosto a quest'epoca, che all'anno 1005 scelto dal Voltaire. Io farò
un lieve rimprovero all'autore per avere dato a Greci, schiavi
dell'imperator di Bisanzio, il coraggio della cavalleria moderna e delle
antiche repubbliche.
[523] Il Pagi ha riferito e rischiarato il racconto o le lamentazioni di
Teodosio (-Critica-, t. III, p. 619 ec.). Costantino Porfirogenito (-in
vit. Basil.-, c. 69, 70, pag. 190-192) fa menzione della perdita di
Siracusa e del trionfo dei demonii.
[524] Si trovano parecchi estratti d'autori Arabi sulla conquista della
Sicilia in Abulfeda (-Annal. moslem-., p. 271-273), e nel primo volume
degli -Script. rerum italic-. del Muratori. Il signor de Guignes (-Hist.
des Huns-, t. I, p. 363, 364) aggiunge alcuni fatti rilevanti.
[525] Uno dei più eminenti personaggi di Roma (Graziano, -magister
militum et romani palatii superista-) fu accusato per aver detto: Quia
-Franci nihil nobis boni faciunt, neque adjutorium praebent, sed magis
quae nostra sunt violenter tollunt; quare non advocamus Graecos et cum
eis faedus pacis componentes Francorum regem et gentem de nostro regno
et dominatione expellimus?- (Anastasio in Leone IV, p. 199).
[526] Il Voltaire (-Hist. générale-, t. II, c. 38, p. 124) pare molto
colpito dal carattere di Leone IV. Ho usato le sue frasi generali, ma la
veduta del Foro mi ha fornito un'immagine più esatta e più viva.
[527] De Guignes (-Hist. génér. des Huns-, t. I, pag. 363, 364),
Cardonne (-Hist. de l'Afrique et de l'Espagne-, sotto il dominio degli
Arabi, t. II, pag. 24, 25). Questi scrittori non van d'accordo intorno
alla successione degli Aglabiti, nè a me basta l'animo di conciliarli.
[528] Beretti (-Chronogr. Ital. med. aevi-, p. 106-108) ci ha dato
schiarimenti sulla città di Centumcellae, di Leopoli, della città
Leonina e delle altre del ducato di Roma.
[529] Gli Arabi e i Greci tacciono egualmente in proposito dell'invasion
di Roma, fatta dagli Affricani. Le cronache latine non ci istruiscono
abbastanza (-V.- gli -Annali- del Baronio e del Pagi). Anastasio,
bibliotecario della chiesa Romana, istorico contemporaneo, è la guida
autentica che abbiam seguìta per la storia de' Papi del nono secolo. La
sua vita di Leon IV contiene ventiquattro pagine (p. 175-199 ediz. di
Parigi): e se comprende in gran parte minuzie superstiziose, dobbiamo
biasimare e lodare ad un tempo il suo eroe, perchè più spesso è stato in
chiesa che al campo.
[530] Questo numero d'-otto- fu applicato a diverse circostanze della
vita di Motassem. Era egli l'-ottavo- degli Abbassidi, e regnò -otto-
anni, -otto- mesi, e -otto- giorni; lasciò morendo -otto- figli, -otto-
figlie, -otto- mila schiavi, e -otto- milioni d'oro.
[531] Rare volte parlano i Geografi antichi di -Amorio-, e gli itinerari
romani l'hanno dimenticato del tutto. Dopo il sesto secolo divenne sede
episcopale, e poi metropoli della nuova Galazia (Carlo di Saint-Paul,
-Geograph. sacra-, pag. 234). Questa città è risorta dalle sue rovine se
si legge -Amuria- invece di -Anguria-, nel testo del geografo di Nubia
(p. 236).
[532] Era chiamato in Oriente Δυστυχης -sciagurato- (-Continuator-
Τheoph. l. III, p. 84). Ma tanta era l'ignoranza dei popoli d'occidente,
che non vergognarono i loro ambasciadori di parlare in un'arringa
pubblica -de victoriis quas adversus exteras bellando gentes coelitus
fuerat assecutus- (-Annal. Bertinian., apud- Pagi, t. III, p. 720).
[533] Abulfaragio (-Dynast-., p. 167, 168) riferisce uno di quei cambi
singolari che si fece sul ponte del Lamo in Cilicia, confine dei due
imperi, lontano una giornata all'occidente di Tarso ( d'Anville, -Geogr.
ancien-., t. II, p. 91). Quattromila quattrocentosessanta Musulmani,
ottocento donne e fanciulli, e cento alleati furono cambiati con egual
numero di Greci. Passarono gli uni davanti agli altri a mezzo il ponte,
e quando da ambe le parti furon giunti ai lor concittadini esclamarono
-Allah Acbar- e -Kyrie eleison-! È probabile che allora si facesse il
cambio del maggior numero de' prigionieri di Amorio; ma lo stesso anno
(A. E. 231) i più illustri di loro, indicati colle denominazioni di
quarantadue martiri, furon decapitati per ordine del Califfo.
[534] Costantino Porfirogenita -in vit. Basil-. c. 61, pag. 186. È vero
che que' Saracini, come corsari e rinnegati, furono puniti con un rigor
particolare.
[535] V. intorno a Teofilo, a Motassem, e alla guerra d'Amorio, il
continuator di Teofane (l. III, p. 77-84), Genesio (l. III, pag. 24-34),
Cedreno (pag. 528-532), Elmacin (-Hist. Saracen-., p. 180), Abulfaragio
(-Dyn-., p. 165, 166), Abulfeda (-Annal. mosl-., p. 191), d'Herbelot
(-Bibl. orient-., p. 639, 640).
[536] Il signor de Guignes, che talvolta trapassa la laguna che si trova
tra l'istoria de' Cinesi e quella de' Musulmani, e che altrevolte vi
cade entro, crede che quei Turchi siano gli -Hoei-ke- altramente detti i
-Kao-tche- o i gran -Carri-; i quali erano disseminati dalla Cina e
dalla Siberia sino ai dominii dei Califfi e dei Samanidi; e che
formavano quindici -orde- o masnade ec. (-Hist. des Huns-, t. III, p.
1-33, 124-131).
[537] Egli cangiò l'antico nome di Sumera o Sumara in quello di
-Ser-men-rai-, città che piace a prima vista (d'Herbelot, -Bibl.
orient.-, p. 808; d'Anville, -l'Euphrate et le Tigre-, p. 97, 98).
[538] Per darne un esempio, ecco i particolari della morte del Califfo
Motaz: -Correptum pedibus pertrahunt, et sudibus probe perculeant, et
spoliatum laceris vestibus in sole collocant, prae cujus acerrimo aestu
pedes alternos attollebat et demittebat. Adstantium aliquis misero
colaphos continuo ingerebat, quos ille objectis manibus avertere
studebat.... quo facto traditus tortori fuit, totoque triduo cibo
potuque prohibitus.... suffocatus-, etc. (Abulfeda, p. 206). egli dice
parlando del Califfo Mohtadi: -Cervices ipsi perpetuis ictibus
contundebant, testiculosque pedibus conculcabant- (p. 208).
[539] -V.- in quel che concerne ai regni di Motassem, Motewakkel,
Mostanser, Mostain, Motaz, Mohtadi e Motamed, nella -Biblioteca- del
d'Herbelot, e negli -Annali- di Elmacin, d'Abulfaragio, e di Abulfeda,
che saran già divenuti famigliari al lettore.
[540] Si consulti sulla Setta dei Carmatii, Elmacin (-Hist. Saracen.-,
p. 219, 224, 229, 231, 238, 241, 243), Abulfaragio (-Dynast.-, p.
179-182), Abulfeda (-Annal. moslem-., p. 218, 219, ec. 245, 265, 274), e
d'Herbelot (-Bibl. orient.- p. 256-258, 635). Nelle materie teologiche e
cronologiche io vi trovo molta contraddizione che sarebbe difficile e
poco importante lo schiarire.
[541] Hyte, -Syntagma Dissertat.-, t. II, p. 57, -in Hist. Shahiludii-.
[542] Si ponno esaminare le dinastie dell'impero Arabo, cercando negli
annali d'Elmacin, di Abulfaragio e di Abulfeda le date che rispondono
agli avvenimenti, e nel dizionario del d'Herbelot i nomi sotto i quali
son distribuiti i vari articoli. Le Tavole del Signor De-Guignes (-Hist.
des Huns-, t. I), presentano una cronologia generale dell'oriente, mista
di alcuni aneddoti istorici; ma dal patriottismo fu tratto a confonder
l'epoca e i luoghi.
[543] Gli Aglabiti e gli Edrisiti son l'argomento principale dell'opera
del Signor di Cardonne (-Hist. de l'Afrique et de l'Espagne sous la
domination des Arabes-, t. II, p. 1-63).
[544] Per non essere accusato d'errori, debbo notare le inesattezze del
Signor de-Guignes (t. I, pag. 359) sugli Edrisiti. I. Non potea esser
l'anno dell'Egira 173 quello in cui si fondarono la dinastia e la città
di Fez, perchè l'una e l'altra furono stabilite da un figlio -postumo-
d'un discendente d'Alì, che fuggì dalla Mecca l'anno 168; II. questo
fondatore Edris, figlio di Edris, invece d'esser vissuto sino a cento
vent'anni, e sino all'anno trecentotredici dell'Egira, come si afferma
contra ogni verosimiglianza, morì (A. E. 214) nel fior dell'età; III. la
dinastia finì l'anno dell'Egira 307, 23 anni più presto del tempo
assegnato dall'istorico degli Uni, (-V.- gli esatti -Annali- d'Abulfeda,
p. 158, 159, 185, 238).
[545] La storia originale e la version latina di Mirchond trattano della
dinastia dei Thaeriti e dei Suffaridi, non che del principio di quella
dei Samanidi; ma l'instancabile d'Herbelot ne avea già attinti i fatti
più importanti.
[546] Il signor de-Guignes (-Hist. des Huns-, t. III, p. 124-154) ha
esausto quanto si riferisce ai Tulonidi ed agli Iksiditi dell'Egitto, ed
ha sparsa gran luce sulle notizie degli Hamadaniti e dei Carmatii.
[547] -Hic est ultimus chalifah qui multum atque saepius pro concione
perorarit.... fuit etiam ultimus qui otium cum eruditis et facetis
hominibus fallere hilariterque agere soleret. Ultimus tandem chalifarum
cui sumptus, stipendia, redditus, et thesauri, culinae, caeteraque omnis
aulica pompa priorum chalifarum ad instar comparata fuerint. Videbimus
enim paulo post quam indignis et servilibus ludibriis exagitati, quam ad
humilem fortunam, ultimumque contemptum abjecti fuerint hi quondam
potentissimi totius terrarum Orientalium orbis domini.- (Abulfeda,
-Annal, moslem.-, p. 261.) Ho riferito questo passo per indicare la
maniera e lo stile d'Abulfeda: ma le frasi latine son veramente del
Reiske. Lo storico Arabo (p. 255, 257, 260, 261, 269. 283 ec.) mi ha
somministrato i fatti più interessanti di questo paragrafo.
[548] In pari occasione, aveva mostrato il lor maestro più moderazione e
tolleranza. Ahmed-Ebn-Hanbal, Capo d'una delle quattro Sette ortodosse,
nacque a Bagdad A. E. 164, e vi morì A. E. 241. Contrastò ed ebbe a
soffrire assai nella disputa concernente la creazione del Corano.
[549] All'impiego di Visir era stato sostituito quello di Emir-Al-Omra
(-imperator imperatorum-), titolo dapprima istituito da Rhadi, che poi
passò ai Bowidi ed ai Sel-jukidi, -vectigalibus, et tributis et curiis
per omnes regiones praefecit, jussitque in omnibus suggestis nominis
ejus in concionibus mentionem fieri-. (Abulfaragio -Dynast.-, p. 199).
Elmacin (p. 254, 255) ne fa pure menzione.
[550] Luitprando, il cui carattere irascibile era inasprito dalle
disgrazie del suo stato, accenna soprannomi di rimprovero e di disprezzo
che, più dei titoli vani immaginati dai Greci, convengono a Niceforo:
-Ecce venit stella matutina, surgit Eous, reverberat obtutu solis
radios, pallida Saracenorum mors, Nicephorus- μεδων regnante.
[551] Non ostante l'insinuazione di Zonara και ει μη se non ec.
(t. II, l. XVI, p. 197), è cosa sicura che Niceforo Foca soggiogò
totalmente e definitivamente Creta (Pagi -critica-, t. III, p. 873-875;
Meursio, -Creta-, l. III, c. 7; t. III, p. 464, 465).
[552] S'è scoperta nella Biblioteca degli Sforza una vita greca di S.
Nicone Armeno, che il gesuita Sirmondo tradusse in latino per uso del
cardinal Baronio. Questa leggenda contemporanea getta un po' di chiarore
sullo stato di Creta, e del Peloponneso nel decimo secolo. S. Nicone
trovò l'isola nuovamente congiunta all'impero dei Greci: -faedis
detestandae Agarenorum superstitionis vestigiis adhuc plenam ac
refertam-.... Ma il missionario vittorioso, forse con qualche soccorso
terrestre, -ad baptismum omnes veraeque fidei disciplinam pepulit-.
-Ecclesiis per totam insulam aedificatis-, ec. (-Annal. eccles.-, A. D.
961).
[553] Elmacin (-Hist. Saracen.-, p. 278, 279). Luitprando era propenso a
disprezzare la potenza de' Greci, ma confessa che Niceforo marciò contro
gli Assiri con un esercito d'ottantamila uomini.
[554] -Ducenta fere millia hominum numerabat urbs- (Abulfeda, -Annal.
moslem.-, p. 231) di Mopsuestia o Masifa, Mampsysta, Mansista, Mamista,
come si chiama nella età di mezzo corrottamente, o forse più esattamente
secondo Vesseling (Itiner. p. 580). Non posso credere a tanta
popolazione di Mopsoesto pochi anni dopo la testimonianza dell'Imp.
Leone ου γαρ πολυπληθια σρατου τοις Κιλιξι βαρβαροις εστιν
-poichè i Cilici barbari non hanno esercito numeroso- (-Tactica-, c. 18,
in Meursii -Oper.-, t. VI, p. 817).
[555] I nomi corrotti di Emeta e di Myctarsin accennano nel testo di
Leone Diacono le città di Amida e di Martiropoli (Miafarekin, -V.-
Abulfeda, -Géograph.- p. 245, vers. Reiske). Leone parlando della prima
dice, -urbs munita et illustris-, e della seconda, -clara atque
conspicua opibusque et pecore, reliquis ejus, provinciis, urbibus, atque
oppidis longe praestans-.
[556] -Ut et Ecbatana pergeret Agarenorumque regiam everteret.... aiunt
enim urbium quae usquam sunt ac toto orba existunt felicissimam esse
auroque ditissimam.- (Leone Diacono -apud- Pagi t. IV, p. 34). Questa
magnifica descrizione non si confà che a Bagdad, e non è applicabile nè
ad Hamadan (la vera Ecbatana, d'Anville, -Géograph. ancienne-, t. II, p.
237) nè a Tauris, che per lo più si confonde con questa città. Cicerone
(-pro lege Manilia-, c. 4), dà il nome d'Ecbatana nello stesso senso
indefinito alla residenza reale di Mitridate re di Ponto.
[557] -V.- gli -Annali- d'Elmacin, Abulfaragio, e Abulfeda dopo l'A. E.
351, sino all'A. E. 361, e i regni di Niceforo Foca e di Giovanni
Zimiscè, nelle cronache di Zonara (t. II, l. XVI pag. 199; l. XVII, pag.
215) e Cedreno (-Compend.- p. 649-684). Le tante ommissioni che si
trovano in questi autori sono supplite in parte dalla storia manoscritta
di Leone Diacono, che il Pagi ottenne dai Benedettini, e che inserì
quasi intieramente in una versione latina (-Critica-, t. III, p. 873, l.
IV, p. 37).
CAPITOLO LIII.
-Stato dell'Impero d'oriente nel decimo secolo. Sua estensione e
divisione. Ricchezze e rendite. Palazzo di Costantinopoli.
Titoli e cariche. Orgoglio e potenza degli imperatori. Tattica
dei Greci, degli Arabi e dei Franchi. Estinzione della lingua
latina. Studii e solitudine de' Greci.-
Sembra che alcuni raggi di luce scendano a rischiarare la profonda
oscurità del secolo decimo. Noi con curiosità e con riverenza gettiamo
lo sguardo sulle Opere di Costantino Porfirogeneta[558], composte in età
matura per istruzione del figlio, nelle quali ci avvisa che egli intende
spiegare davanti ai nostri occhi lo stato dell'impero d'oriente dentro e
fuori, in pace e in guerra. Nel primo di quei libri descrive minutamente
l'imperatore le pompose cerimonie della chiesa e del palazzo di
Costantinopoli, giusta il suo cerimoniale, o quello de' suoi
predecessori[559]. Cerca nel secondo di considerare esattamente le
province o, come allora si chiamavano, i -temi- dell'Europa e
dell'Asia[560]. Espone il terzo qual fosse il sistema di tattica presso
i Romani, la disciplina e l'ordine delle loro milizie, e le lor fazioni
militari in mare e nel continente, ma non si sa se questo Trattato sia
di Costantino o di Leone suo padre[561]. Il quarto tratta della
amministrazion dell'impero, e vi si rivelano i segreti della politica di
Bisanzio nelle sue corrispondenze di amicizia o inimicizia colle altre
nazioni. I lavori letterari di quel tempo, le massime seguite nella
pratica delle leggi, dell'agricoltura e negli scritti storici ebbero in
vista, per quanto pare, il vantaggio dei sudditi, e furon fatti per
onorare i principi Macedoni. I sessanta libri -dei Basilici-[562], che
formano il Codice e le Pandette della giurisprudenza civile, furono
compilati sotto i tre primi regni di quella dinastia. Avea l'arte
dell'agricoltura occupati gli ozii ed esercitato la penna de' più dotti
e virtuosi personaggi dell'antichità, e i venti libri dei -Geoponici- di
Costantino[563] racchiudono quanto fu detto di meglio in quella materia.
Ordinò questo principe che fossero raccolti in cinquantatre libri[564] i
fatti della storia più acconci a propagar le virtù e ad ispirare orrore
al vizio; e poterono tutti i cittadini giovarsene per sè, o fare che si
giovassero i loro contemporanei delle lezioni e degli avvisi dei tempi
passati. Il sovrano dell'oriente discese in tal guisa dall'augusto
carattere di legislatore al modesto ufficio di professore, o di copista;
e se non rendettero i suoi successori o i suoi sudditi il debito onore
alle sue cure paterne, almeno i posteri ne han ricevuta la durevole
eredità.
Veramente, con un esame più severo sviene di molto il valore del
donativo e la gratitudine della posterità; nè il possesso di questo
imperiale tesoro ci toglie il dispiacere della nostra povertà ed
ignoranza in quell'epoca della storia, e colla indifferenza o col
disprezzo rimane insensibilmente cancellato l'onor degli autori. I
Basilici non sono che frammenti, e una versione greca parziale e
mutilata delle leggi di Giustiniano. Ma sovente la sapienza degli
antichi giureconsulti si vede alterata da una rigida devozione, e
tiranneggiata la libertà del commercio e la felicità della vita privata
dalla proibizione assoluta del divorzio, del concubinato e del prestito
fruttifero. Poteva un suddito di Costantino ammirare in quella
compilazione istorica le inimitabili virtù della Grecia e di Roma;
poteva scorgere a qual segno di energia e d'elevazione era già pervenuto
l'uomo; ma tutto altro effetto dovette provenire da una nuova edizione
della vita dei Santi che il gran Logoteta, ossia cancellier dell'impero,
ebbe ordine di preparare; e Simone il -Metafraste-[565] arricchì ed ornò
colle sue favolose leggende l'oscura materia fornitagli dalla
superstizione. Secondo il raziocinio umano, tutti i meriti ed i miracoli
celebrati nel calendario hanno minor pregio dell'opera d'un solo
agricoltore che moltiplichi i doni del cielo, e alla sussistenza
provegga de' suoi simili. Eppure gl'imperatori da cui avemmo i
Geoponici, hanno più premura d'esporre i precetti d'un'arte
distruggitrice, quella della guerra, che sin dal tempo di Zenofonte[566]
si insegnava come l'arte degli eroi e dei re. La tattica di Leone e di
Costantino ha ricevuto l'impronto dello spirito del secolo in cui
vissero, e il suo carattere consiste nella mancanza di ingegno e di
originalità. Quindi trascrivono essi, senza criterio, la regole e le
massime accreditate dalle vittorie: non istile, non metodo: poste alla
rinfusa le istituzioni più lontane e quelle che meno con quelle
s'accordano, la falange di Sparta e quella di Macedonia, le legioni di
Catone e di Traiano, di Augusto e di Teodosia. Si può anche contendere
l'utilità, o almen l'importanza di questi elementi dell'arte militare.
La lor teorica generale è dettata dalla ragione; ma nella applicazione
ne sta il merito e la difficoltà. L'esercizio più che lo studio forma la
disciplina del soldato. Il talento della guerra è il retaggio di quegli
ingegni tranquilli ma pronti, creati dalla natura per decidere la sorte
degli eserciti e delle nazioni; e la prima di queste qualità dipende
dall'abitudine della vita, la seconda dalla prontezza del vedere, e le
battaglie guadagnate per le lezioni della tattica son tanto rare quanto
le epopee create colle regole della critica. Il libro delle cerimonie è
una noiosa e imperfetta descrizione di quella pompa ridicola, che
infettava la chiesa e lo Stato, da poi che l'una avea perduta la sua
purità, l'altro la forza. Invece di alcune tradizioni favolose
sull'origine delle città, invece d'alcuni maligni epigrammi sui vizi
degli abitanti, si potevano sperare dalla descrizione dei temi o delle
province le notizie autentiche di ciò che solo può avere il
governo[567]. Son quelli i fatti che l'istorico si sarebbe dilettato a
raccogliere: ma non si potrà condannare il suo silenzio in questo
argomento quando Leone il Filosofo, e Costantino suo figlio trascurano
le cose più interessanti, come la popolazion della capitale e delle
province, la quantità delle imposizioni e delle rendite, il numero de'
sudditi e degli estranei che sotto la bandiera imperiale militavano. Nel
Trattato della amministrazion pubblica s'incontrano gli stessi difetti;
avvi per altro un pregio particolare, ed è che quantunque possan essere
incerte o favolose le descritte antichità delle nazioni, pure
minutamente e con esattezza vi si trova esposta la geografia de' paesi
barbari, e i costumi dei loro abitanti. Fra quei popoli, erano i Franchi
quei soli che avean modo d'osservare e di descrivere la metropoli
dell'Oriente. Il vescovo di Cremona, ambasciatore d'Ottone il Grande, ha
dipinta Costantinopoli quale ella era verso la metà del decimo secolo;
caldo ne è lo stile, vivace la narrazione, frizzanti le osservazioni, ed
anche i pregiudizi e le passioni di Luitprando hanno l'impronta
originale della libertà e dell'ingegno[568]. Con questi pochi sussidi
tanto stranieri che tratti dal paese, io m'accingo ad esaminare
l'aspetto e la situazione vera dell'impero di Bisanzio, la condizion
delle province e le loro ricchezze, il governo civile e le forze
militari, i costumi e le lettere dei Greci ne' sei secoli che volsero
dopo il regno d'Eraclio sino all'invasion dei Franchi e dei Latini.
Dopo che si furon divise le province tra i figli di Teodosio, folti
sciami di Sciti e di Germani inondarono quelle province, e misero in
fondo l'impero dell'antica Roma. L'ampiezza dei dominii velava la
debolezza di Costantinopoli: non erano stati attaccati i suoi confini, o
per lo meno erano tuttavia nella loro integrità, e l'impero di
Giustiniano si era dilatato per due grandi acquisti, l'Affrica e
l'Italia; ma non possedettero gli imperatori queste contrade che poco
tempo, e precariamente, e fu invasa dai Saracini quasi la metà
dell'impero orientale. I Califfi arabi s'insignorirono della Sorìa e
dell'Egitto, e dopo sottomessa l'Affrica, i lor Luogo-tenenti
soggiogarono la provincia romana che allora formava la monarchia de'
Goti in Ispagna. Approdarono i lor vascelli alle isole del Mediterraneo;
a dai porti di Creta e dai Forti della Cilicia, che erano le loro stanze
più rimote, gli Emiri, o fedeli o ribelli ai Califfi, insultavano del
pari la maestà del trono e della capitale. Le province ancora obbedienti
agli imperatori presero nuova forma; alla giurisdizione dei presidenti,
dei consolari e dei conti furono sostituiti, sotto i successori
d'Eraclio, i -temi-[569] o governi militari quali ce li fa conoscere
l'imperator Costantino. L'origine di quei ventinove -temi-, dodici dei
quali in Europa, e diciassette in Asia, è del tutto oscura, ed incerta o
capricciosa l'etimologia dei loro nomi; arbitrari ne erano e cangiavano
spesso i confini; ma quei nomi, che sembrano più strani alla nostra
orecchia, derivavano dal carattere e dalle attribuzioni delle milizie
pagate dalle province, ed alla lor custodia assegnate. La vanità dei
principi Greci si valse avidamente del simulacro d'alcune conquiste, e
della memoria dei dominii perduti. Si creò una nuova Mesopotamia sulla
riva occidentale dell'Eufrate; fu trasferito il nome di Sicilia col suo
pretore ad un'angusta striscia della Calabria, e un brano del ducato di
Benevento fu nomato il -tema- della Lombardia. Mentre declinava l'impero
degli Arabi, poterono i successori di Costantino soddisfare il proprio
orgoglio, e in maniera più stabile; le vittorie di Niceforo, di Giovanni
Zimiscè e di Basilio II restaurarono la gloria, e i confini allargarono
dell'impero Romano. La provincia di Cilicia, la metropoli di Antiochia,
le isole di Creta e di Cipro tornarono alla fede di Cristo, e alla
signoria dei Cesari: il terzo dell'Italia fu annesso al trono di
Costantinopoli; fu distrutto il regno di Bulgaria, e gli ultimi sovrani
della dinastia Macedone diedero legge alle contrade che dalle sorgenti
del Tigri si estendono ai contorni di Roma. Nuovi nemici e nuove
calamità ottenebrarono nell'undecimo secolo questo bell'orizzonte; gli
avventurieri Normanni vennero ad invadere il rimanente dell'Italia, e i
Turchi svelsero dal trono romano quasi tutte le diramazioni dell'Asia.
Dopo queste perdite, regnavano ancora gli imperatori della casa Comnena
dalle sponde del Danubio a quelle del Peloponneso, e da Belgrado sino a
Nicea, a Trebisonda e alla tortuosa corrente del Meandro. Le vaste
province della Tracia, della Macedonia e della Grecia obbedivano al loro
impero; ad essi appartenevano Cipro, Rodi, Creta, e cinquanta isole del
mar Egeo, o del mar Santo[570], e questi avanzi superavano ancora
l'estensione del più gran regno d'Europa.
Poteano ancora gli imperatori andar con ragione superbi, poichè fra
tutti i monarchi del cristianesimo, non v'era un solo che vantasse una
sì gran capitale[571], sì grossa rendita, e uno Stato sì florido e
popoloso. Le città dell'occidente erano decadute coll'impero, e le
rovine di Roma, le mura di melma, le case di legno, e l'angusto recinto
di Parigi e di Londra non davano ai Latini veruna idea che potesse
predisporli alla vista di Costantinopoli, al suo sito e alla sua
vastità, alla magnificenza de' suoi palagi, delle chiese, delle arti o
del lusso de' suoi innumerabili abitatori. Poteano i suoi tesori
stimolare o allettare l'avidità dei Persiani, dei Bulgari, degli Arabi e
dei Russi: ma la sua forza aveva sempre ributtato, e promettea di
ributtare ancora i lor temerarii assalti. Erano le province meno felici
e più facili da conquistare, e si citavano pochi Cantoni e poche città
che non fossero state poste a sacco dai Barbari, tanto più ingordi di
bottino quanto più scemi della speranza di fermare il piede in quelle
contrade ove faceano scorrerie. Dal regno di Giustiniano in poi,
l'impero d'oriente venne ogni dì perdendo del suo primo splendore; la
forza struggitrice era più potente di quella che tendeva a perfezionare,
e i mali della guerra erano aggravati da quelli più durevoli che dalla
tirannide civile e dalla ecclesiastica discendevano. Sovente il
prigioniero, scampato dai Barbari, era spogliato e incarcerato dagli
agenti del suo sovrano. La superstizione dei Greci ne ammolliva lo
spirito coll'uso dell'orazione, e indeboliva il corpo coll'eccesso dei
digiuni: la moltitudine dei conventi e delle solennità privava la
nazione di gran numero di braccia e di giornate di lavoro. Nondimeno i
sudditi dell'impero Bizantino erano tuttavia il popolo più industre e
più operoso della terra. Era stata prodiga la natura al lor paese di
tutti i beneficii del suolo, del clima e della situazione, e la lor
indole paziente e pacifica era più giovevole alla conservazione e al
ristauramento delle arti, di quel che potesse esserlo lo spirito
guerriero e l'anarchia feudale dell'Europa. Le province che ancora eran
parte dell'impero, si popolarono e s'arricchirono sulle disgrazie di
quelle che irreparabilmente caddero in balìa del nemico. Per fuggire il
giogo dei Califfi, vennero i Cattolici della Siria, dell'Egitto e
dell'Affrica a cercare il dominio del loro legittimo principe e la
società dei lor fratelli. Fu accompagnato e addolcito il loro esilio
dalle ricchezze mobiliari, che sfuggono alle indagini dell'oppressione,
e Costantinopoli accolse nel suo grembo il commercio che abbandonò Tiro
ed Alessandria. I Capi dell'Armenia e della Scizia, scacciati dal nemico
o dalla persecuzion religiosa, vi furono con ospitalità ricevuti; si
diede coraggio a quei che li avean seguìti di fabbricare nuove città e
di coltivar le terre deserte; e molti angoli dell'Europa e dell'Asia han
conservato e il nome e le costumanze, o la memoria almeno, di quelle
colonie. Quelle tribù dei Barbari, che coll'armi alla mano avean fermato
il piede sul territorio dell'impero, furono anch'esse a poco a poco
ridotte sotto le leggi della chiesa e dello Stato. Quando avessi
bastanti documenti per descrivere i ventinove temi della monarchia
Bisantina, dovrei per avventura ristringermi alla esposizione di una
sola di queste province che desse a conoscere le altre. Per buona sorte
posso parlare minutamente di una che più merita attenzione, cioè di
quella del Peloponneso, nome che sarà gradevole alla curiosità di tutti
i dilettanti delle cose antiche.
Sin dall'ottavo secolo, durante il procelloso regno degli Iconoclasti,
alcune geldre di Schiavoni, che precorsero lo stendardo reale della
Bulgaria, aveano inondato la Grecia ed anche il Peloponneso[572]. Erano
stranieri Cadmo, Danao, e Pelope che aveano seminato di già su quel
fertile suolo i germi della civiltà e del sapere; ma dai selvaggi del
Nord furono totalmente sbarbate le reliquie di quelle già isterilite
radici. Questa irruzione cangiò la faccia del paese e gli abitatori;
perdette il sangue greco gran parte della sua purezza, e i nobili più
superbi del Peloponneso ricevettero i nomi ingiuriosi di forestieri e di
-schiavi-. Sotto i regni successivi si potè in parte sgombrar quella
terra dai Barbari che la bruttavano; i pochi che vi si lasciarono furono
legati da un giuramento di ubbidienza, di tributo e di servigio
militare, che poi rinnovarono, e violarono soventi volte. Per una
singolar congiuntura, si unirono gli Schiavoni del Peloponneso e i
Saracini dell'Affrica ad assediare Patrasso. Erano già agli estremi i
cittadini di quella città, e per ravvivarne il coraggio si immaginò di
dar loro a credere che veniva in soccorso il pretor di Corinto; fecero
essi una sortita così vigorosa che gli stranieri si rimbarcarono, i
ribelli si sottomisero, e fu attribuita la vittoria ad un fantasma, o ad
un guerriero incognito, che combatteva, si disse, nella prima schiera
sotto la figura dell'appostolo S. Andrea. Allora si ornò dei trofei di
vittoria la cassa che conteneva le sue reliquie, e la stirpe prigioniera
fu per sempre addetta al servigio, e soggetta al potere della chiesa
metropolitana di Patrasso. Dalla rivolta delle due tribù schiavone,
stanziate nei contorni di Helos e di Lacedemone, fu spesso turbata la
pace della penisola. Qualche volta insultarono la debolezza del
ministero di Bisanzio, e qualche volta fecero resistenza alla sua
oppressione. Finalmente, alla nuova che veniva in soccorso un drappello
dei lor concittadini, carpirono una specie di carta che regolava i
diritti e i doveri degli Ezzeriti e dei Milengi, determinando l'annuo
tributo a mille ducento pezze d'oro. Nel descriver le province
dell'impero, il principe ebbe cura di non confondere cogli Schiavoni una
razza domestica, forse indigena, e che poteva trarre la sua origine dai
miseri Iloti. I Romani, e specialmente Augusto, aveano liberato dal
dominio di Sparta le città marittime, e questo privilegio valse agli
abitanti il titolo di Eleuteri o di Laconii liberi[573]. Al tempo di
Costantino Porfirogeneta, avean già quello di Manioti col quale
disonorarono l'amor di libertà coll'inumana usanza di prendere, e
saccheggiare i vascelli che s'arrenavano nei loro scogli. Il loro
territorio che non produceva biada, ma dava un gran ricolto d'olive, si
estendeva sino al capo Maleo; il lor Capo, o principe, era nominato dal
pretor di Bisanzio, e un piccol tributo di ottocento pezze d'oro era
un'arra delle loro immunità, piuttosto che di dependenza. Seppero gli
uomini liberi della Laconia manifestare l'energia romana, e lungo tempo
aderirono alla religione dei Greci antichi. Abbracciarono poi il
cristianesimo per cura dell'imperator Basilio; ma Venere e Nettuno avean
ricevuto gli omaggi di questi grossolani adoratori, anche cinque secoli
dopo che furono proscritte nell'impero Romano le divinità del
paganesimo. Il tema del Peloponneso comprendeva tuttavia quaranta
città[574]; e nel decimo secolo, Sparta, Argo e Corinto poteano essere
egualmente lontane dall'antico splendore come dalla odierna povertà.
Quelli che possedevano le terre o i beneficii della provincia furono
obbligati al servigio militare, sia in persona, sia con sostituti: si
esigevano cinque pezze d'oro da ognuno dei ricchi possessori, e i
cittadini meno agiati si univano in certo numero a pagare questo
testatico. Quando fu pubblicata la guerra d'Italia, gli abitanti del
Peloponneso, per dispensarsi dal servigio, offersero cento libbre d'oro
(quattromila lire sterline) e mille Cavalieri con armi e bagagli. Le
chiese e i monasteri fornirono la loro quota, e si colse un sussidio
sacrilego dalla vendita delle dignità ecclesiastiche, e fu obbligato
l'indigente vescovo di Leucadia[575] a dichiararsi debitore ogni anno
d'una pensione di cento pezze d'oro[576].
Ma la ricchezza della provincia, la fonte più certa delle rendite
pubbliche, derivava dalle preziose e abbondanti produzioni del traffico,
e delle manifatture. Si scorgono alcuni sintomi d'una sana politica in
una legge che libera da ogni imposizione personale i marinai del
Peloponneso, e gli operai che lavoravano la pergamena e la porpora. Pare
che sotto questo titolo si comprendessero gli opificii di tela, di lana,
e precipuamente di seta: fiorivano nella Grecia i primi fin dal tempo
d'Omero, e gli ultimi forse erano attivi sin dal regno di Giustiniano.
Queste arti esercitate in Corinto, in Tebe e in Argo occupavano e
mantenevano gran numero di persone: v'erano impiegati, secondo l'età e
la forza rispettiva, uomini, donne, fanciulli, e se molti degli operai
erano schiavi, erano poi di condizion libera e onorata i loro padroni,
che dirigevano i lavori e ne raccoglieano il guadagno. I donativi che
offerse all'imperator Basilio suo figlio adottivo, che egli avea
ricevuti da una ricca matrona del Peloponneso, erano stati senza dubbio
fatti nei telai della Grecia. Quella donna, che si nomava Danieli, gli
mandò un tappeto di bellissima lana che rappresentava gli occhi d'una
coda di pavone, e che era tanto grande da coprire il pavimento d'una
chiesa nuova eretta in onore di Gesù Cristo, dell'arcangelo S. Michele,
e del profeta Elia; di più gli diede seicento pezze di seta e di tela di
varie qualità, e acconce a diversi usi. Le stoffe di seta tinte dei
colori di Tiro erano ricamate coll'ago, e tanta era la finezza delle
tele che una pezza intiera poteva stare nella cavità di una canna[577].
Uno storico di Sicilia, che descrive queste opere dell'industria greca,
ne fissa il prezzo secondo la quantità e la qualità della seta, la
finezza del tessuto, la vaghezza de' colori, il disegno dei ricami.
Ordinariamente nel tessuto delle stoffe si impiegava uno, due o tre
fili; ma se ne facevano di sei, che erano molto più forti e più cari.
Fra i colori si vanta col trasporto d'un retore lo scarlatto fiammante,
e il brillante più mite del color verde. Si ricamavano in oro e in seta;
le righe o i circoli formavano gli ornamenti semplici; le più belle
presentavano fiori esattamente imitati, e quelle che si facevano ad uso
del palagio o degli altari, spesso risplendeano di pietre preziose, ed
aveano figure contornate di file di perle orientali[578]. Sino al
duodecimo secolo era la Grecia l'unico paese cristiano, il quale
possedesse quell'insetto prezioso, a cui siam debitori della materia di
quella elegante superfluità, ed abili operai nell'arte del fabbricarle.
Ma gli Arabi erano stati destri a rubarne il segreto: i Califfi
dell'oriente e dell'occidente avrebbero creduto avvilirsi recando da un
paese infedele i mobili e le stoffe loro, e due città di Spagna, Almeria
e Lisbona, divennero celebri per le manifatture di drappi di seta, per
l'uso che ne facevano, e forse pel traffico in estere parti. I Normanni
introdussero questi opificii nella Sicilia, e portandovi così un'arte
profittevole, Ruggero distinse la sua vittoria dalle ostilità uniformi
ed infruttuose di tutti i secoli. Dopo il sacco di Corinto, d'Atene e di
Tebe il suo Luogo-tenente imbarcò nelle proprie navi una folla
prigioniera di tessitori e d'operai dei due sessi, trofeo glorioso pel
suo padrone, quanto vergognoso pel Greco imperatore[579]. Il re di
Sicilia, apprezzò sommamente il valore del donativo, e quando si trattò
di restituire i prigionieri, non eccettuò che quegli operai maschi e
femmine di Tebe e di Corinto, i quali lavoravano sotto un barbaro
signore, dice lo storico Bizantino, siccome un tempo gli Eretrii servi
di Dario[580]. Si fabbricò nel palagio di Palermo un magnifico edifizio
per questa industriosa colonia[581], e l'arte fu propagata dai figli
degli operai e dagli alunni che essi istruirono in modo da satisfare
alle sempre crescenti inchieste delle nazioni dell'occidente. Si può
attribuire la decadenza dei telai alle turbolenze dell'isola, e alla
concorrenza delle città italiane. Nell'anno 1314, la repubblica di Lucca
era fra le italiche la sola che facesse commercio di drappi di
seta[582]. Una rivoluzione interna ne disperse gli operai a Firenze, a
Bologna, a Venezia, a Milano ed anche nei paesi Transalpini; e tredici
anni dopo questo avvenimento, è ordinato negli statuti di Modena di
piantar gelsi, ed è regolata l'imposizione sulla seta cruda[583]. I
climi settentrionali non son tanto acconci a educare i bachi da seta; ma
quelli della Cina e dell'Italia mantengono i telai della Francia e
dell'Inghilterra[584].
Qui specialmente ho da dolermi che l'incertezza e la insufficienza delle
memorie di quel tempo non mi concedano di esattamente valutare le
imposizioni, le rendite ed altri spedienti pecuniari dell'impero Greco.
Da tutte le province dell'Europa e dell'Asia venivano l'oro e l'argento
con flusso abbondante e regolare nell'erario imperiale. Le perdite
dell'Impero, spogliando il tronco di qualche ramo crebbero la grandezza
relativa di Costantinopoli, e le massime del dispotismo ristrinsero lo
Stato nella sola capitale, la capitale nella Corte, e la Corte nella
persona del principe. Un viaggiatore ebreo, che girò l'oriente nel
duodecimo secolo, si perdè ad ammirar le ricchezze di Bisanzio. «Colà,
dice Beniamino di Tudela, in quella regina delle città, colano ogni anno
le contribuzioni dei sudditi dell'impero; le sue alte torri sono piene
zeppe di seta, di porpora e d'oro. È fama che Costantinopoli paghi ogni
giorno al sovrano ventimila pezze d'oro, imposte alle botteghe, alle
taverne, alle fiere, ai mercadanti della Persia, dell'Egitto, della
Russia, dell'Ungheria, dell'Italia e della Spagna, che accorrono colà
per mare e per terra[585].» In argomento di danaro, l'autorità d'un
Ebreo è senz'altro assai valutabile; ma poichè i trecento sessantacinque
giorni dell'anno farebbero la somma di più di sette milioni di lire
sterline, son d'avviso che convenga sottrarne almeno le tante feste del
Calendario greco. I tesori adunati da Teodora e da Basilio II
indicheranno in un aspetto incerto, ma luminoso, le rendite e i sussidi
che avea l'impero. La madre di Michele, prima di ritirarsi in un
chiostro, volle ammonire o svelare la prodigalità dell'ingrato figlio,
dando un conto fedele delle ricchezze che passavano tra le sue mani.
Montava la somma a cento novemila libbre d'oro, e inoltre a trecentomila
libbre d'argento, frutto della sua economia e di quella del marito[586].
Non è men celebre l'avarizia di Basilio di quel che lo sia il valore e
la fortuna di lui. Pagò e ricompensò i suoi eserciti vittoriosi senza
toccare un tesoro di centomila libbre d'oro (circa otto milioni
sterlini), che egli custodiva nelle volte sotterranee del palazzo[587].
A così fatti cumuli di danaro si oppone la teorica e la pratica
dell'odierna nostra politica, e siam più inclinati a calcolar la
ricchezza nazionale sopra l'uso e l'abuso del credito pubblico. Pure, un
re temuto dai nemici, una repubblica rispettata dagli alleati van
seguendo tuttavia queste massime degli antichi governi, e l'uno e
l'altra hanno ottenuto il lor fine, che per l'uno era la potenza
militare, per l'altra la domestica tranquillità.
Qualunque fossero le somme serbate ai bisogni giornalieri e futuri dello
Stato, erano messe in prima linea le spese consacrate alla pompa, e ai
piaceri dell'imperatore, nè altri limiti aveano che la sua volontà. I
principi di Costantinopoli si scostavano assai dalla semplicità della
natura; ma pure, al ritorno della bella stagione guidati dal gusto e
dalla moda, andavano, lungi dal fumo e dallo strepito della capitale, a
respirare un'aria più pura; godevano essi, o parea che godessero, della
villereccia allegria delle vendemmie; si divertivano alla caccia, e nei
più tranquilli passatempi della pesca, o quando era più infocata la
state, cercavano i luoghi ombrosi e rinfrescati dai venti marini. Su le
coste e le isole dell'Asia e dell'Europa torreggiavano le magnifiche
loro case campestri; ma invece di que' modesti ornamenti d'un'arte, che,
cercando di celarsi, non vuol che abbellire le scene della natura, i
marmi dei loro giardini servivano solo a far mostra della ricchezza del
padrone, e dell'opera dell'artista: i demanii del principe, dilatati
colle eredità e colle confische, aveano data al sovrano la proprietà
d'un gran numero di superbi palazzi in città e nei sobborghi: dodici
erano occupati dai ministri di Stato: ma il gran palazzo, residenza
principale dell'imperatore, conservò sempre per undici secoli lo stesso
spazio fra l'Ippodromo, la cattedrale di S. Sofia, e i giardini, le
molte terrazze dei quali scendevano sino alle rive della
Propontide[588]. Quando Costantino eresse il primo edificio, si era
proposto in animo di copiare o eguagliare l'antica Roma, e gli
abbellimenti a mano a mano aggiunti dai suoi successori miravano a
gareggiare colle meraviglie del Mondo antico[589]. Nel decimo secolo, il
palazzo di Bisanzio, infallibilmente superiore per solidità, grandezza e
magnificenza a quanto si conosceva allora, era l'ammirazione dei popoli
o quella almen dei Latini[590]; ma il lavoro e i tesori di sette secoli
non aveano creato altro che una gran mole irregolare: ogni edificio
separato portava l'impronta del tempo in cui fu eretto e del gusto del
fondatore, e l'angustia dello spazio potè talora dar motivo al monarca
regnante di demolire, forse con segreta compiacenza, l'opera de'
predecessori. Il risparmio dell'imperator Teofilo non fu diretto al suo
lusso privato, nè a cosa che potesse aumentare la pompa della sua Corte.
Da un suo ambasciatore, ch'egli particolarmente amava, e che aveva fatto
stordire gli stessi Abbassidi coll'orgoglio e colle liberalità, gli fu
recato il modello d'un palazzo allora costrutto dal Califfo di Bagdad su
le sponde del Tigri. Immediatamente fu imitato, e migliorato ancora: le
nuove fabbriche di Teofilo[591] furono corredate di giardini e di cinque
chiese, fra le quali una era considerevole per la vastità e la bellezza;
avea tre cupole; la cima di bronzo dorato posava su colonne di marmi
italiani, e i muri erano pure incrostati di marmi di più colori:
quindici colonne di marmo frigio sorreggevano, davanti alla chiesa, un
portico semicircolare, che avea la forma e la denominazione del -Sigma-
greco, e pari era la costruzione delle volte sotterranee. Una fontana
decorava la piazza dinnanzi al portico, e gli orli del bacino erano di
lamina d'argento. Al cominciar d'ogni stagione, si empieva la vasca
delle frutta più deliziose, che, per divertire il principe, si
lasciavano pigliare alla plebe; ed egli godeva di questo tumultuoso
spettacolo dall'alto di un trono sfolgorante d'oro e di gemme, collocato
sopra una gradinata di marmo alta quanto un alto terrazzo. Stavano
seduti sotto il trono gli officiali delle guardie, i magistrati, e i
Capi delle fazioni del circo; occupava il popolo i gradini più bassi, e
nel davanti era piena la piazza di truppe di ballerini, di cantanti, di
pantomimi. Il palazzo della giustizia, l'arsenale e gli uffici
contornavano la piazza, e di più v'era la camera -di porpora-, così
denominata per la distribuzione de' manti di scarlatto e di porpora, che
colà ogni anno faceasi dalla mano stessa dell'imperatrice. La lunga fila
degli appartamenti del palazzo era adatta alle varie stagioni: v'erano a
profusione il marmo, il porfido, quadri, statue, mosaici, oro, argento,
pietre preziose. A sì bizzarra magnificenza pose Teofilo in opera
l'abilità degli artisti del suo tempo; ma il buon gusto d'Atene avrebbe
spregiato que' frivoli e dispendiosi lavori, tra i quali si vedeva un
albero d'oro, ne' rami e nelle foglie del quale si celava una
moltitudine di uccelli artefatti, da' quali s'udiva il gorgheggio
speciale d'ognuno, e due lioni d'oro massiccio, grandi al naturale, che
giravano gli occhi e ruggivano come quelli delle foreste. Anche i
successori di Teofilo, pertinenti alle dinastie di Basilio e di Comneno,
ambirono di lasciar dopo sè qualche monumento del regno loro, e la parte
più ricca ed augusta del palazzo ebbe da loro il titolo di -Triclinio-
d'oro[592]. Cercavano i più doviziosi, e i più nobili tra i Greci
d'imitare con proporzion conveniente il sovrano, e quando con vesti
ricamate passavano a cavallo per le contrade, erano da' fanciulli
creduti altrettanti re[593]. Danieli, quella matrona del
Peloponneso[594], che ho mentovata sopra, le cure della quale aveano
contribuito al primordio della fortuna di Basilio il Macedone, fosse
amore o vanità, volle vedere il suo figlio adottivo nella pompa di tutta
la sua grandezza. Per fare il viaggio di cinquecento miglia, quante se
ne contavano da Patrasso a Costantinopoli, non le parvero per l'età, o
per la mollezza sua, abbastanza agiate le vetture o i cavalli: venne in
lettiga portata da dieci schiavi robusti, e trecento ne impiegò a
quest'uso, moltissime essendo le fermate pe' ricambi. Accolsela Basilio
con filial riverenza nel palazzo di Bisanzio, e gli onori le compartì di
reina; e veramente, qual che si fosse la condizione di costei, i
donativi ch'ella fece all'imperatore non erano indegni della regia
magnificenza. Ho già descritti i bei lavori del Peloponneso, in lino, in
seta e lana che erano parte del regalo; ma il più magnifico dono fu
quello di trecento giovanetti di rara avvenenza, fra' quali cento erano
eunuchi[595]: «imperocchè ben sapeva essa, scrive lo storico, essere
l'aria della Corte più confacente a questa specie d'insetti, che la
cascina d'una pastorella alle mosche nella state.» Ella fu padrona,
sinchè visse, della maggior parte de' demanii del Peloponneso; e nel suo
testamento nominò erede universale Leone, figlio di Basilio. Pagati
ch'ebbe i legati, unì questi al demanio imperiale ottanta case di
campagna o poderi: fece liberi tremila schiavi della Danieli,
trapiantandoli sulla costa d'Italia, e formandone una colonia. Dalla
fortuna di una semplice privata si può di leggieri argomentare qual
fosse la ricchezza e la magnificenza degli imperatori.
In un governo assoluto che non ha riguardo alle condizioni nobili o
plebee, tutti gli onori vengono dal sovrano, e il grado, sia in Corte,
sia nel rimanente dell'impero, dipende dai titoli o dalle cariche,
ch'egli dà o toglie a sua voglia. In un intervallo di oltre a dieci
secoli, da Vespasiano sino ad Alessio Comneno[596], il Cesare fu la
seconda persona, o almeno ebbe il secondo posto nello Stato; di poi si
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