Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10 (of 13)
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME DECIMO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXIII
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO L.
-Descrizione dell'Arabia e de' suoi abitatori. Nascita,
carattere e dottrina di Maometto. Predica alla Mecca. Fugge a
Medina. Propaga la sua religione colla spada. Sommessione
volontaria o sforzata degli Arabi. Sua morte, e suoi successori.
Pretensioni e trionfi d'Alì e de' suoi discendenti.-
Dopo avere per più di sei secoli tenuto dietro ai vacillanti sovrani di
Costantinopoli e della Germania, ora risalendo all'epoca del regno
d'Eraclio, mi trasferirò sulla frontiera orientale della monarchia
greca. Mentre lo Stato s'impoveriva colla guerra di Persia, e straziata
era la Chiesa dalla Setta di Nestorio e da quella dei Monofisiti,
Maometto, colla spada in una mano e coll'Alcorano nell'altra, fondava il
suo trono sulle ruine del Cristianesimo e di Roma. I talenti del Profeta
arabo, i costumi del suo popolo e lo spirito della sua religione sono
tra le cagioni che hanno operato il decadimento e l'ultimo crollo
dell'impero d'Oriente; e la rivoluzione che ne seguì, e che si può
noverare fra le più memorabili che impressero nelle varie nazioni del
Globo un carattere nuovo e permanente, ci presenterà uno spettacolo ben
degno de' nostri sguardi[1].
La penisola d'Arabia raffigura[2] tra la Persia, la Siria, l'Egitto e
l'Etiopia una specie di vasto triangolo con faccie irregolari. Dalla
punta settentrionale di Beles[3], sull'Eufrate, forma una linea di mille
e cinquecento miglia che termina nello stretto di Babelmandel e nel
paese dell'incenso. La linea del mezzo, che va dall'Oriente
all'Occidente, da Bassora a Suez, dal golfo Persico al mar Rosso, può
essere all'incirca la metà in lunghezza[4]; i lati del triangolo si
dilatano insensibilmente, e la base che è al mezzodì presenta all'Oceano
indiano una costa di circa mille miglia. La superficie interna della
penisola è quattro volte più ampia di quella dell'Alemagna o della
Francia; ma la parte più vasta di quel terreno è stata giustamente
disonorata cogli epiteti di -Petrea- e di -Arenosa-. La natura almeno
fregiò i deserti della Tartaria di grandi alberi, d'erbaggi abbondanti,
e il viaggiator solitario vi trova nello spettacolo dei vegetabili una
sorta di consolazione e di società; ma gli orridi deserti dell'Arabia
non offrono allo sguardo che un'immensa pianura di sabbia, solamente
interrotta da montagne aride ed angolose, e la superficie del deserto,
priva d'ombra di sorta, mostra un terreno abbruciato dai raggi diretti
del cocente sole del tropico. In vece di rinfrescar l'atmosfera non
diffondono i venti che un vapore nocivo ed anche mortale, quando
soprattutto vengono dal sud-ouest; i monti di sabbia cui formano e
disperdono alternativamente, ponno paragonarsi ai flutti dell'Oceano:
caravane ed eserciti intieri furono inghiottiti da quel vortice. Si
desidera e si contende l'acqua colà, che per tutto il Mondo è sì comune,
e tanta è la carestia di legna che ci vuol molt'arte per conservare e
propagare il fuoco. Non ha l'Arabia una sola di quelle riviere
navigabili, che fecondano il suolo, e ne portano alle vicine contrade le
produzioni. La terra sitibonda assorbe i torrenti che cadono dalle
colline: il tamarindo, l'acacia e poche piante robuste, che pongono le
radici nei crepacci delle rupi, non si alimentano che della rugiada
notturna: quando piove si ha cura di trattenere qualche goccia d'acqua
in cisterne o in acquedotti; i pozzi e le fonti sono i secreti tesori di
que' deserti, e dopo molti giorni di viaggio il trafelato pellegrino
della Mecca[5] non incontra per dissetarsi che poche acque ributtanti
pel sapor che han contratto sopra un letto di zolfo o di sale. Tale è la
prospettiva generale del clima dell'Arabia; e questa universale
sterilità dà un prezzo infinito a qualche apparenza di vegetazione, che
si trovi qua e là; un bosco ombroso, un meschino pascolo, una corrente
d'acqua dolce invitano una colonia d'Arabi a stanziar sul fortunato
terreno che loro procaccia alimento ed ombra per sè e pei lor bestiami,
e li incoraggia a coltivar la palma e la vite. Le alte terre che
costeggiano l'Oceano indiano son segnalate dalle legne e dall'acque che
vi si rinvengono in maggior abbondanza; l'aria è più temperata, più
saporite le frutta, più numerosi gli animali e gli uomini; la fertilità
del suolo inanimisce e premia i lavori dell'agricoltura; e l'incenso[6]
ed il caffè di quelle regioni hanno tratto colà in ogni tempo i
mercadanti di tutti i paesi del Mondo. Paragonando questa regione
privilegiata al rimanente della penisola, merita il nome d'Arabia
-Felice-, e mercè del contrapposto de' suoi dintorni comparisce agli
occhi dell'immaginazione bella e pomposa di tutti gl'incanti della
favola, che per la lontananza ha preso il credito della verità; si è
supposto che la natura avesse riservato a questo paradiso terrestre i
suoi favori più singolari, e le sue opere più curiose; che gli abitanti
vi godessero di due cose che sembrano incompatibili; lusso e innocenza;
che il suolo ridondasse d'oro e di pietre preziose[7], e che terra e
mare esalassero vapori aromatici. Non conoscono gli Arabi questa
divisione dell'Arabia -Deserta-, della -Petrea- e della -Felice- tanto
famigliare ai Greci ed ai Latini; ed è ben cosa singolare che un Cantone
che non cangiò nè linguaggio, nè abitatori serbi appena qualche vestigio
dell'antica sua Geografia. Li distretti marittimi di -Bahrein- e
d'-Oman- stanno rimpetto alla Persia. Il regno di -Yemen- fa conoscere i
limiti o almen la situazione dell'Arabia Felice: il nome di -Neged- si
distende nell'interno delle terre, e la nascita di Maometto ha
illustrato la provincia di Hejaz che giace sulla costa del mar Rosso[8].
Si misura la popolazione dai mezzi di sussistenza, e la vasta penisola
dell'Arabia ha forse meno abitatori che una provincia fertile e
industre. Gli Icthyofagi[9], o popoli che vivon di pesci, andavano un
tempo erranti sulle coste nel golfo Persico, dell'Oceano ed anche del
mar Rosso a procurarsi quel precario alimento. In sì miserabile
condizione, che poco merita il nome di società, quel bruto che si chiama
uomo, senz'arti e senza leggi, quasi sfornito d'idee e di parole era
superiore di poco al resto degli animali; per lui passavano in una
silenziosa obblivione le generazioni ed i secoli, e i bisogni e gli
interessi che restringeano l'esistenza del Selvaggio all'angusto margine
della costa marittima, gl'impedivano il pensiero di moltiplicar la
specie; ma è ben rimota di già quell'epoca in cui la gran masnada degli
Arabi si tolse da quella deplorabile miseria, e non potendo il deserto
mantener una popolazione di cacciatori, passarono questi subitamente al
più tranquillo e più felice stato della vita pastorale. Tutte le tribù
erranti degli Arabi hanno le abitudini stesse; nella faccia de'
-Beduini- attuali si rinvengono i delineamenti dei loro avi[10], i
quali, al tempo di Mosè o di Maometto, abitavano sotto tende della
medesima forma, e guidavano i lor cavalli, i cammelli, le gregge ai
fonti ed ai pascoli stessi. Il nostro dominio sugli animali di servigio
ci scema le fatiche, accrescendoci le ricchezze, ed il pastor Arabo è
divenuto padrone ed arbitro d'un fedele amico, e d'uno schiavo laborioso
nel suo cavallo[11]. Credono i naturalisti che il cavallo sia originario
dell'Arabia, ove il clima è il più favorevole non alla statura, ma
all'ardenza e alla velocità di questo generoso quadrupede. Il pregio de'
cavalli barbari, spagnuoli ed inglesi proviene della mischianza del
sangue arabo[12]. Con una cura superstiziosa conservano i Beduini la
rimembranza della storia e dei meriti della razza più pura; si vendono
carissimi i maschi, ma le femmine rare volte si contrattano, e la
nascita d'un nobile poledro è un'occasione di gioia e di congratulazioni
fra le tribù. Questi cavalli sono allevati sotto tende in mezzo ai
fanciulli arabi, coi quali stanno in un'amichevole famigliarità che
nutre in loro abitudini di dolcezza e d'affetto. Non hanno che due
andature, il passo e il galoppo; le loro sensazioni non sono mortificate
dalle continue percosse della sferza o dello sprone; se ne riserva la
forza pei momenti in cui occorre o fuggire, o inseguire; appena sentono
la mano, o la staffa si slanciano colla celerità del vento; e se nella
rapida corsa il loro amico è rovesciato a terra, nel punto istesso si
fermano, e aspettano che il cavaliere risalga in sella. Nelle sabbie
dell'Affrica e dell'Arabia, il cammello è un dono del cielo e un animale
sacro. Questa robusta e paziente bestia destinata a portare i fardelli
può camminar molti giorni senza mangiare e senza bere; il suo corpo,
segnato dai marchi di servitù, ha una specie di tasca, o sia un quinto
stomaco, che è un serbatoio d'acqua dolce; i grandi cammelli possono
soffrire un peso di dieci quintali; e il dromedario d'una struttura più
snella e più agevole, precorre il cavallo più agile. E in vita e in
morte, quasi tutte le parti del cammello sono profittevoli all'uomo; la
sua femmina somministra una quantità considerabile d'un latte nudritivo;
quando è in tenera età la carne ha il sapor del vitello[13]; si ricava
dall'orina un sale prezioso; i suoi escrementi suppliscono alle materie
combustibili; e il suo lungo pelo, che cade e si rinova ogni anno,
lavorato grossolanamente serve al vestire, al mobigliamento e alle tende
de' Beduini. Nella stagione piovosa si nutre della poca erba del
deserto; negli ardori della state e nella penuria del verno le tribù
s'accampano sulla costa del mare, sulle colline dell'Yemen, o ne'
contorni dell'Eufrate, e spesse volte si trasferirono, non senza
rischio, sino alle sponde del Nilo e ne' villaggi della Siria e della
Palestina. La vita d'un Arabo vagabondo è tutta pericolo e miseria; e
benchè si procacci talvolta colle rapine, o colle permute, i frutti
dell'industria, un semplice particolare in Europa col suo lusso trova
godimenti assai più sodi e piacevoli di quelli che possa ottenere il più
altiero Emir, ricco d'un armento di diecimila cavalli.
Si osserva per altro una differenza essenziale tra le masnade, o sia
orde della Scizia, e le tribù Arabe; parecchie di quest'ultime si
adunarono in borgate, e si diedero al traffico e all'agricoltura.
Impiegavano una parte del tempo e dell'industria nelle cure del
bestiame; tanto in guerra che in pace si mischiavano coi loro fratelli
del deserto; e queste utili pratiche procacciarono a' Beduini qualche
mezzo da sovvenire a' bisogni, e diedero loro qualche sentore d'arti e
di scienze. Le più antiche e più popolate delle quarantadue città
dell'Arabia[14], indicate da Abulfeda, appartenevano all'Arabia Felice;
le torri di Saana[15], e il mirabile serbatoio di Merab erano opera del
re degli Omeriti[16]; ma questa gloria profana era oscurata e vinta da'
fasti profetici di Medina[17], non che della Mecca[18], situate presso
il mar Rosso, lontane l'una dall'altra dugencinquanta miglia: era
l'ultima di queste città sante conosciuta da' Greci sotto il nome di
-Macoraba-, e la desinenza della parola ne denota la vastità, che
peraltro, nell'epoca più florida, non sorpassò mai l'ampiezza, nè la
popolazione di Marsiglia. Convien dire che un occulto motivo, forse nato
da qualche superstizione, determinasse i fondatori a prescegliere una
situazione tanto infelice. Fabbricarono le abitazioni di melma, o di
pietra, sopra un piano lungo due miglia circa, e largo d'un miglio, alle
falde di tre monti sterili. Il suolo è roccia; l'acqua, non esclusa
quella del santo pozzo di Zemzem, è amara o salmastra; i pascoli remoti
dalla città, e l'uva che si mangia viene da' giardini di Tayef, che sono
lontani sessantasei miglia. Si segnalavano fra le diverse tribù Arabe i
Koreishiti che regnavano alla Mecca, per la riputazione, e il valore; ma
nel mentre che la trista qualità del terreno era ritrosa
all'agricoltura, erano essi collocati in luogo vantaggioso per
trafficare. Col mezzo del porto di Gedda, distante solo quaranta miglia,
manteneano un'agevole corrispondenza coll'Abissinia, e questo regno
cristiano fu il primo asilo de' discepoli di Maometto. Si trasportavano
i tesori dell'Affrica a traverso della penisola a Gerrha, o Katif, città
della provincia di Bahrein, edificata da' fuorusciti della Caldea, i
quali, è fama, impiegarono per materiali una rocca di sale[19]. Si
conduceano di poi, colle perle del golfo Persico, su le zattere, sino
alla foce dell'Eufrate. Giace la Mecca quasi in pari distanza, cioè
trenta giornate di viaggio lontana dall'Yemen che le sta a destra, e
dalla Siria posta su la sinistra. Quelle caravane posavano il verno
nell'Yemen, la state nella Siria, e l'arrivo loro dispensava i vascelli
dell'India dalla noiosa e difficile navigazione del mar Rosso. I
cammelli de' Koresheiti ritornavano da' mercati di Saana e di Merab, e
da' porti di Oman e d'Aden, carichi d'aromi preziosi. Le fiere di Bostra
e di Damasco fornivano biada alla Mecca, e lavori dell'industria loro:
queste lucrose permute portavano l'abbondanza e la ricchezza nelle
contrade di quella città, e i più nobili de' suoi figli accoppiavano
l'amor delle armi alla profession del commercio[20].
I forestieri e i nativi del paese discorsero con grandi elogi
dell'independenza perpetua degli Arabi, e parecchi artificiosi
controversisti hanno trovato[21] in quello stato singolare, ma naturale,
una profezia ed un miracolo in favore della posterità d'Ismaele[22].
Parecchi fatti che non si ponno nè dissimulare, nè eludere, rendono
imprudente e superflua questa maniera di ragionare: il regno d'Yemen fu
soggiogato ora dagli Abissini, ora da' Persiani, ora da' Soldani
d'Egitto[23], e da' Turchi[24]: le città sante della Mecca e di Medina
varie volte furono soggette a un tiranno Tartaro, e la provincia romana
d'Arabia[25] comprendea particolarmente il deserto ove Ismaele e i suoi
figli alzarono probabilmente le loro tende in faccia a' fratelli. Ma
questa servitù non fu che passeggera o locale; il Corpo della nazione
sfuggì all'impero delle più possenti monarchie. Sesostri e Giro, Pompeo
e Traiano, non valsero a terminare la conquista dell'Arabia; e se il
moderno sovrano de' Turchi[26] esercita una giurisdizione apparente, il
suo orgoglio è ridotto a domandare l'amicizia d'un popolo che provocato
è terribile, e che invano si assale. È cosa evidente che la libertà
degli Arabi dipende dalla lor indole e dalla qualità del paese. Per
molte generazioni, prima di Maometto[27], aveano le contrade
circonvicine provato con grave danno l'intrepido valore di quelli nella
guerra offensiva e nella difensiva. Seguendo le abitudini e la
disciplina della vita pastorale, gli uomini si conformano a poco a poco
alle pazienti e operose virtù del soldato. La cura delle pecore e de'
cammelli è lasciata alle donne della tribù; ma la gioventù bellicosa,
sempre a cavallo, armata ed unita sotto la bandiera dell'Emir,
s'esercita a scagliar dardi, a maneggiar la chiaverina e la scimitarra.
La memoria della lunga loro independenza è la testimonianza più certa
per provarne la durata; ogni generazione novella si sente infiammata
dalla brama di mostrarsi degna de' suoi antenati, degna di conservare
l'eredità del valore che gli fu trasmesso. All'avvicinarsi d'un comune
nemico rimane sospesa ogni lite domestica; nelle ultime ostilità contro
i Turchi, ottantamila confederati assalirono, e rubarono la caravana
della Mecca. Marciano alla battaglia forti della speranza di vincere, e
si conducono dietro quanto occorre ad assicurare la ritratta. I lor
cavalli, e i cammelli, che in otto o dieci giorni possono correre
quattro o cinque cento miglia, si dileguano rapidamente davanti al
vincitore; le acque occulte del deserto ne eludono ogni ricerca, e le
schiere vittoriose son costrette a languire di fame, di sete, di stenti
inseguendo un nemico invisibile, che, ridendosi degli sforzi ostili,
riposa sicuro in seno all'ardente sua solitudine. Nè solamente le armi e
i deserti de' Beduini ne francheggiano la libertà; essi sono una
barriera per l'Arabia Felice, gli abitanti della quale lontani dal
teatro della guerra sono snervati dal clima e dall'abbondanza del suolo.
Dalle fatiche e dalle malattie furono distrutte le legioni
d'Augusto[28], nè mai si giunse, fuorchè per mare, a sottomettere
l'Yemen. Quando Maometto[29] inalberò il suo sacro Vessillo[30], era
quel regno una provincia del reame di Persia; ma regnavano tuttavia
nelle montagne sette principi degli Omeriti, e il luogotenente di Cosroe
si indusse a dimenticare la patria, e il suo sciagurato padrone. Gli
storici del secolo di Giustiniano ci espongono lo stato degli Arabi
independenti, che parteggiarono secondo l'interesse e l'inclinazione
propria nella lunga guerra dell'Oriente: fu permesso alla tribù di
-Gassan- l'accamparsi sul territorio di Siria, ed a' principi di Hira
l'edificare una città circa quaranta miglia al mezzodì dalle ruine di
Babilonia. Spediti erano e vigorosi nelle fazioni militari, ma venali
nell'amicizia, incostanti nella fedeltà, capricciosi negli odii: era più
facile l'attizzare questi Barbari erranti che il disarmarli, e nella
familiarità che si acquista con chi guerreggia, imparavano a conoscere e
a dispregiare l'altiera debolezza di Roma e della Persia. Da' Greci e
da' Latini le tribù Arabe, disseminate fra la Mecca e l'Eufrate[31],
erano confuse sotto il nome generale di Saraceni[32], cui sino
dall'infanzia ogni cristiano apprendeva a pronunciare con orrore e
spavento.
Quando gli uomini vivono sommessi ad una tirannide interna, invano si
rallegrano della lor nativa independenza; ma l'Arabo personalmente è
libero, e per qualche rispetto gode i beni sociali senza rinunciare a'
dritti della natura. In ogni tribù, la gratitudine, la superstizione, o
la fortuna sollevarono una famiglia particolare sopra dell'altre. Le
dignità di Scheik e d'Emir si trasmettono in modo invariabile a questa
razza eletta; ma l'ordine di successione è precario e poco determinato,
e al personaggio più degno o più avanzato d'età in quella nobile
famiglia si conferisce l'officio semplice, ma rilevante, di terminare
coi suoi consigli le liti, e di guidare coll'esempio la bravura della
nazione. Fu permesso ancora ad una donna valente e coraggiosa di
comandare a' concittadini di Zenobia[33]. Dalla momentanea unione di più
tribù risulta un esercito: quando è durevole, una nazione; e il Capo
supremo, l'Emir degli Emiri, che inalbera davanti a loro la sua
bandiera, può dagli stranieri considerarsi per un re. Se i principi
Arabi abusano d'autorità, ne sono presto puniti dalla diserzione de'
sudditi, accostumati ad un reggimento dolce e paterno. Non è frenato da
verun vincolo il lor coraggio; liberi ne sono i passi; il deserto è per
tutti: non sono congiunte le famiglie fra loro che per un contratto
naturale e volontario. La popolazione dell'Yemen, più docile, ha
tollerato la pompa e la maestà d'un monarca, ma se, come fu detto, non
poteva il re uscire del palazzo senza porre a repentaglio la vita[34],
dovea la forza del suo governo essere in mano de' Nobili e de'
magistrati. Nelle città della Mecca e di Medina si vede, in mezzo
dell'Asia, la forma o piuttosto la realtà d'una repubblica. L'avolo di
Maometto e i suoi antenati in linea retta compariscono nelle operazioni
al di fuori, e nell'amministrazione interna come principi del loro
paese: pure l'impero loro, come quello di Pericle in Atene, e de' Medici
in Firenze, era appoggiato all'opinione che avevasi della loro sapienza
e integrità: il poter loro si divise col patrimonio, e lo scettro passò
dagli zii del Profeta al ramo cadetto della tribù de' Koreishiti.
Adunavano il popolo nelle grandi occasioni, e poichè non si guida il
genere umano se non per la forza o la persuasione, ne viene che l'uso e
la celebrità dell'arte oratoria presso gli Arabi è la più chiara pruova
della lor libertà pubblica[35]. Ma il semplice edifizio della lor
libertà era ben diverso dalla struttura dilicata e artificiale delle
repubbliche greche e romana, ove ogni cittadino aveva una parte indivisa
de' dritti civili e politici della Comunità. In un sistema di società
men complicato, gode la nazione Araba la libertà, perciò che ciascheduno
de' figli suoi aborre dal sottomettersi vilmente alla volontà d'un
padrone. Il cuore dell'Arabo è guernito delle austere virtù del
coraggio, della pazienza e della sobrietà; coll'amore per la
independenza vien contraendo l'abitudine di dominare sè stesso, e la
tema del disonore sbandisce da lui lo spavento pusillanime delle
fatiche, de' pericoli, della morte. Il suo contegno denota la gravità
del suo pensare; parla adagio, e il suo discorso è sensato e conciso;
ride poco, e non ha altro gesto che quello di accarezzare la propria
barba, rispettabile simbolo della virilità; pieno del sentimento di sè
medesimo, tratta leggermente gli eguali, e senza soggezione i
superiori[36]. La libertà dei Saraceni sopravvisse alla conquista del
lor paese; ebbero i primi Califi a soffrire la franchezza ardita e
familiare dei sudditi; salivano in cattedra a persuadere e ad edificare
la congregazione, e solamente dopo che fu trasferita la sede dell'impero
su le rive del Tigri, introdussero gli Abassidi l'altero e magnifico
cerimoniale delle Corti di Persia, e di Bisanzio.
Volendo studiare le nazioni e gli uomini, conviene investigare le
cagioni che tendono ad accostarli o a disgiungerli, che restringono o
estendono, addolciscono o inaspriscono il carattere sociale. Segregati
dal rimanente degli uomini, s'abituarono gli Arabi a confondere le idee
di forestieri e di nemici, e la povertà del suolo diffuse fra loro un
principio di giurisprudenza, che sempre ammisero, e posero in pratica.
Pretendono che nel comparto della Terra, gli altri rami della gran
famiglia abbiano avuto in sorte i climi ubertosi e felici, e che la
posterità di Ismaele, proscritta e dispersa, abbia il dritto di
rivendicare, coll'artificio e colla violenza, quella parte d'eredità che
le fu ingiustamente negata. Secondo l'osservazione di Plinio, le tribù
Arabe sono dedite al ladroneccio del pari che al traffico, assoggettano
a contribuzioni o a spoglio le caravane che attraversano il deserto, e
sin da' tempi di Giobbe e di Sesostri[37], furono i lor vicini le
vittime di loro rapacità. Se un Beduino vede da lungi un viaggiatore
solitario, gli corre addosso furiosamente, gridando: «Spogliati: tua zia
(mia moglie) è senza veste». Se quegli si sottomette subito, ha diritto
alla clemenza dell'Arabo; ma la menoma resistenza lo irrita, e il sangue
dell'assalito debbo espiare quello che sarebbe stato versato per la
difesa. Chi spoglia i passeggeri da sè solo, o con pochi compagni, è
trattato da ladro, ma le imprese d'una truppa numerosa prendono qualità
di guerra legittima ed onorata. Le disposizioni violente d'un popolo
armato così contro il genere umano s'erano inviperite per l'abito di
saccheggiare, d'assassinare, di far vendette approvate da' costumi
domestici. Nell'odierna costituzione dell'Europa, il dritto di far pace
o guerra appartiene a pochi principi, e ancora più pochi son quelli che
in fatto esercitano questo dritto; ma poteva impunemente ogni Arabo, ed
anche con gloria, volgere la punta della sua chiaverina contro un
concittadino. Qualche somiglianza d'idiomi e di usanze erano quel solo
vincolo che congiugneva queste tribù in Corpo di nazione, ed in ogni
Comunità era impotente e muta la giurisdizione del magistrato: dalla
tradizione si ricordano mille e settecento battaglie[38] accadute in
que' tempi di ignoranza che precedettero Maometto: per l'animosità delle
fazioni civili più acerbe facevansi le ostilità, e il racconto in prosa
o in versi d'un'antica contesa bastava a riaccendere le stesse passioni
nei discendenti delle popolazioni nemiche. Nella vita privata, ogn'uomo,
o per lo meno ogni famiglia, era giudice o vindice della causa propria.
Quella delicatezza d'onore che valuta più l'oltraggio che il danno,
avvelena mortalmente ogni lite degli Arabi; facilmente s'offende l'onore
delle lor mogli e delle lor barbe: un atto indecente, un motto frizzante
non può espiarsi altramente che col sangue del reo, e tanto è paziente
il lor odio nel temporeggiare, che aspettano per mesi ed anni
l'occasione di vendicarsi. I Barbari di tutti i secoli hanno ammesso
un'ammenda o un compenso per l'omicidio, ma nell'Arabia hanno i parenti
del morto l'arbitrio d'accettare la soddisfazione, o di praticare colle
proprio mani il diritto di rappresaglia. La loro rabbia giugne alla
sottigliezza di ricusare anche la testa del nemico, di sostituire un
innocente al colpevole, di rovesciare la pena sul migliore e sul più
ragguardevole degli individui di quella razza di cui si dolgono. Se
perisce per lor mano, sono esposti essi pure al pericolo delle
rappresaglie: vanno ad accumularsi insieme l'interesse e il capitale di
questo sanguinario debito, per modo che i Membri delle due famiglie
passano i giorni a tendere, e a temere agguati, e tante volte occorre un
mezzo secolo a saldare finalmente questa partita di vendetta[39].
Siffatta inclinazion micidiale, che non conosce nè pietà, nè indulgenza,
è stata peraltro temperata dalle massime dell'onore, che vuole in
ogn'incontro privato una specie d'eguaglianza d'età e di forza, di
numero e d'armi. Prima di Maometto, celebravano gli Arabi un'annua
solennità per due o quattro mesi, durante la quale, dimenticando le
nimicizie straniere o domestiche, lasciavano religiosamente in riposo le
armi, e questa tregua parziale ci offre meglio l'idea delle loro
abitudini di anarchia e di ostilità[40].
Ma questo ardore di rapina e di vendetta era mitigato dal commercio, ed
anche dal gusto per la litteratura. I popoli più civili del Mondo antico
circondano la penisola solitaria in cui giace l'Arabia; il mercadante è
amico di tutte le nazioni, e le caravane annuali recavano alle città, ed
anche ne' campi del deserto, i primi albori di luce, e i primi semi di
gentilezza. Qualunque siasi la genealogia degli Arabi, derivò la lor
lingua della fonte medesima dell'ebrea, della siriaca, della caldaica:
le diversità di dialetto che si notano fra le varie tribù, sono pruova
della loro independenza[41], e tutte, dopo il nativo idioma,
preferiscono quello semplice e chiaro della Mecca. Nell'Arabia, siccome
già nella Grecia, la lingua ha fatto più rapidi progressi che non i
costumi; ottanta erano le parole per significare il mele, dugento per
denotare il serpente, cinquecento per un lione, mille per una spada, in
un tempo che questo copioso vocabolario non si conservava ancora che
nella memoria d'un popolo illetterato. Nelle iscrizioni de' monumenti
degli Omeriti si trovano caratteri mistici e non usati, ma le letture
cufiche le quali sono il fondamento dell'alfabeto moderno, inventate
furono sulle rive dell'Eufrate, e poco dopo introdotte alla Mecca da un
forestiero, che quivi si domiciliò dopo la nascita di Maometto.
L'eloquenza naturale degli Arabi era estranea alle regole grammaticali,
poetiche, e rettoriche, ma avevan essi gran sagacità, ricca fantasia,
frasi energiche e sentenziose[42]; i loro discorsi composti, pronunciati
con gran forza, facevano molta impressione sull'uditorio. L'ingegno e il
valore d'un poeta nascente erano dalla sua tribù, e dalle alleate per
tutto decantati. S'imbandiva un solenne banchetto; un coro di donne
battendo i timballi, in un assetto da giorno nuziale, cantavano davanti
a' figli e agli sposi la fortuna della loro tribù; erano vicendevoli le
congratulazioni pel nuovo campione che s'apparecchiava a sostenere le
loro ragioni, pel nuovo eroe che doveva immortalare il lor nome. Le
tribù più remote e le più nemiche fra loro, andavano ad una fiera
annuale, abolita poi dal fanatismo de' primi Musulmani, e siffatta
assemblea nazionale debbe pure aver contribuito molto a dirozzare, ed a
familiarizzare insieme que' Barbari. Trenta giorni spendeansi a
permutare biada e vino, non che a recitare componimenti d'eloquenza e di
poesia. La magnanima gara de' poeti veniva disputando il premio, e
l'Opera che ottenea la corona si deponeva negli archivi de' principi e
degli Emiri: furono recati in idioma inglese i sette poemi originali
impressi in lettere d'oro, e appesi nel tempio della Mecca[43]. I poeti
Arabi erano gli storici e i moralisti del loro secolo; e se
partecipavano a' pregiudizii de' concittadini, incoraggiavano almeno e
premiavano la virtù. Godevano cantando l'unione della generosità e del
valore, e ne' sarcasmi contro qualche tribù spregevole, il più amaro
rimbrotto era questo, che gli uomini non sapeano dare, e le donne non
sapeano rifiutare[44]. Ne' campi degli Arabi si scontra quella
ospitalità, che si usava da Abramo, e che si cantava da Omero. I feroci
Beduini, terrore del deserto, accolgono, senza esame e senza esitazione,
lo straniero che osa affidarsi all'onore di quelli, e porre il piede
nelle lor tende. Sono trattati con amicizia e con riguardo. Egli entra a
parte della ricchezza o della povertà del suo ospite, e quando ha
passato riposo, viene rimesso in via, con ringraziamenti, con
benedizioni, e fors'anche con donativi. Danno gli Arabi anche pruove di
più generosa cordialità verso i fratelli, e gli amici che sono in
bisogno: gli atti eroici che loro meritarono gli encomii di tutte le
tribù sono senza dubbio di quelli che trapassavano, anche ai lor occhi,
gli angusti limiti della prudenza e dell'uso comune. Si faceano dispute
per sapere quale tra i cittadini della Mecca superasse gli altri in
generosità: per metterli a la pruova, un giorno si rivolsero a tre di
quelli, fra cui erano bilanciati i suffragi. Abdallah, figlio d'Abbas,
partiva per un lungo viaggio: avea già il piede nella staffa, quando un
pellegrino fattosi a lui dinnanzi gli volse queste parole: «figlio dello
zio dell'apostolo divino, vedi un viaggiatore, che è miserabile.»
Abdallah smontò subito da cavallo, offerse al supplicante il proprio
cammello, col suo ricco vestiario, e con una borsa di quattromila monete
d'oro; non ritenne che la spada, sia perchè fosse di buona tempera, sia
che ricevuta l'avesse da un parente rispettato. Il servo di Kais disse
al secondo supplicante: «il mio padrone dorme, ma tu ricevi quella borsa
di settemila monete d'oro: questo è quanto abbiamo in casa: eccoti di
più un ordine, a vista del quale ti sarà dato un cammello e uno
schiavo». Il padrone, quando fu desto, diede gran lodi al suo fedele
ministro, e lo fece libero, con un mite rimprovero di avere, rispettando
il suo sonno, messo limiti alla sua liberalità. Il cieco Arabah era
l'ultimo de' tre Eroi: mentre il mendico ricorse a lui, camminava
appoggiato sulla spalla di due schiavi: «oimè, esclamò, i miei forzieri
son voti; ma tu puoi vendere questi due schiavi: e quando tu non li
accettassi, io non li voglio più.» A queste parole, respinse da sè i due
schiavi, o cercò brancollando l'appoggio d'una muraglia. Abbiamo in
Hatem un perfetto modello delle virtù degli Arabi[45]: era prode,
liberale, poeta eloquente, ladro scaltrito: metteva ad arrostire
quaranta cammelli per li suoi conviti ospitali, e se un nemico veniva
supplichevole, gli restituiva i prigioni, e il bottino. L'independenza
de' suoi concittadini non curava le leggi della giustizia, ma tutti
orgogliosamente seguivano il libero impulso della compassione e della
benevolenza.
Gli Arabi[46], simili agl'Indiani in questo, adoravano il sole, la luna,
le stelle, superstizione affatto naturale, che pur fu quella dei primi
popoli. Pare che quegli astri luminosi offrano in cielo l'immagine
visibile della Divinità: il numero e la distanza loro danno al filosofo,
come al volgo, l'idea di uno spazio illimitato; sta un'impronta
d'eternità su que' globi che non sembrano soggetti nè a corruzione, nè a
deperimento, e pare che il loro movimento regolare annunci un principio
di ragione o d'istinto, e la loro reale o immaginaria influenza mantiene
l'uomo nella vana idea che oggetto speciale delle lor cure sieno la
terra e i suoi abitatori. Babilonia coltivò l'astronomia come una
scienza, ma non aveano gli Arabi altra scuola, nè altra specola fuorchè
un cielo limpido, e un territorio tutto piano. Ne' lor viaggi notturni
prendeano a guida le stelle; mossi da curiosità, o da divozione, ne
aveano imparato i nomi, le situazioni relative e il luogo del cielo ove
comparivano ogni giorno: dall'esperienza aveano appreso a dividere in
ventotto parti lo Zodiaco della luna e a benedire le costellazioni che
versavano piogge benefiche sull'assetato deserto. Non potea l'impero di
que' corpi raggianti stendersi al di là della sfera visibile, e
sicuramente ammetteasi dagli Arabi qualche potenza spirituale necessaria
per presedere alla trasmigrazion dell'anime, e alla risurrezion de'
corpi: si lasciava morire un cammello sul sepolcro d'un Arabo, acciocchè
potesse servire il padrone nell'altra vita, e poichè invocavano l'anime
dopo morte, doveano ad esse supporre sentimento e potere. Io non conosco
bene, e poco mi cale di conoscere la cieca mitologia di que' Barbari, le
divinità locali cui poneano nelle stelle, nell'aria e su la terra, i
sessi e i titoli di que' Dei, le loro attribuzioni o la gerarchia. Ogni
tribù, ogni famiglia, ogni guerriero independente creava, e cangiava a
suo talento i riti non che gli oggetti del suo culto; ma in tutti i
secoli quella nazione, per molti rispetti, accettò la religione del pari
che l'idioma della Mecca. L'antichità della CAABA precede l'Era
cristiana. Il greco istorico Diodoro[47] accenna nella sua descrizione
della costa del mar Rosso, che tra il paese de' Tamuditi e quello de'
Sabei sorgeva un Tempio famoso di cui tutti gli Arabi veneravano in
santità: quel velo di lino o di seta che tutti gli anni è colà mandato
dall'imperatore de' Turchi, fu la prima volta offerto da un pio re degli
Omeriti, che regnava sette secoli prima di Maometto[48]. Potè il culto
de' primi Selvaggi esser contento d'una tenda o d'una caverna, ma poi si
innalzò un edifizio di pietra e d'argilla, e non ostante l'incremento
dell'arti, e la potenza propria non si scostarono i re dell'Oriente
dalla semplicità del primo modello[49]. La Caaba ha la forma d'un
parallelogrammo cinto da un vasto portico; vi si vede una cappella
quadrata, lunga ventiquattro cubiti, larga ventitre, alta ventisette,
che riceve luce da una porta e da una finestra: il suo doppio tetto è
sostenuto da tre colonne di legno; l'acqua pluviale cade da una
grondaia, che presentemente è d'oro, e una cupola difende dalle sozzure
accidentali il pozzo di Zemzem. Coll'arte, o colla forza ebbe la tribù
dei Coreishiti in custodia la Caaba; l'avo di Maometto esercitò la
dignità sacerdotale da quattro generazioni inveterata nella sua
famiglia, la quale era quella degli Hashemiti, la più reverenda e la più
sacra del paese[50]. Il recinto della Mecca avea le prerogative del
santuario, e nell'ultimo mese d'ogn'anno la città ed il Tempio erano
pieni d'una moltitudine di pellegrini che recavano alla casa di Dio voti
ed offerte. Queste cerimonie, anche al dì d'oggi osservate dal fedel
Musulmano, furono introdotte e praticate dalla superstizione
degl'idolatri. Giunti ad una certa distanza, si spogliavano delle
vestimenta, faceano sette volte rapidamente il giro della Caaba, e sette
volte baciavano la pietra nera, e visitavano sette volte e adoravano le
montagne vicine, e gettavano in sette riprese alcune pietre nella valle
di Mina, e le cerimonie del pellegrinaggio terminavano, allora come
adesso, con un sagrificio di pecore, e di cammelli, la lana e l'unghie
de' quali si seppellivano nel terreno sacro. Le varie tribù trovavano o
introducevano nella Caaba gli oggetti del lor culto particolare. Era
quel Tempio ornato, o piuttosto deformato, da trecentosessanta idoli che
figuravano uomini, aquile, lioni, gazelle; il più notabile era la statua
di Hebal, d'agata rossa, che teneva in mano sette frecce senza capo o
penne, istrumenti e simboli d'una profonda divinazione; ma questo
simulacro era un monumento dell'arto de' Siri. Alla divozione de' tempi
più rozzi avea bastato una colonna, o una tavoletta, e le rupi del
deserto furono tagliate a foggia di numi o d'altari, ad imitazione della
pietra nera della Mecca[51] creduta, con forti ragioni, come un oggetto
originariamente d'un culto idolatra. Dal Giappone al Perù fu in uso la
pratica de' sagrifici, e per esprimere gratitudine o timore, il devoto
ha distrutto, o consunto, in onore degli Dei i doni del cielo più cari e
preziosi. Parve la vita dell'uomo[52] l'obblazione più bella da farsi
per allontanare una calamità pubblica, e il sangue umano tinse gli
altari della Fenicia e dell'Egitto, di Roma e di Cartagine: sì barbara
usanza si mantenne fra gli Arabi lunga pezza: nel terzo secolo la tribù
de' Dumaziani sagrificava ogn'anno un giovanetto[53], e fu piamente
scannato un re prigioniero dal principe de' Saraceni, che serviva sotto
le insegne dell'imperator Giustiniano suo alleato[54]. Un padre che
trascina un figlio appiè degli altari è il più sublime e il più grande
sforzo del fanatismo. L'esempio dei santi e degli eroi ha santificato
l'atto o l'intenzione di questo sagrificio. Lo stesso padre di Maometto
fu così destinato a morte per un voto temerario, e si durò gran fatica a
redimerlo con cento cammelli. In que' giorni d'ignoranza, gli Arabi, al
pari de' Giudei e degli Egizi[55], s'astenevano dalla carne di
porco[56], facevano circoncidere[57] i figli giunti alla pubertà; e
queste usanze, nè riprovate, nè prescritte dal Corano, sono tacitamente
passate alla posterità loro, e ai proseliti. Si è congetturato con molto
ingegno, che il sagace legislatore si uniformasse agli ostinati
pregiudizi de' suoi concittadini; ma è più naturale il credere ch'egli
abbia seguìto le abitudini e le opinioni della sua gioventù, senza
prevedere che un uso analogo al clima della Mecca sarebbe per divenire
inutile o incomodo su le rive del Danubio o del Volga.
Libera era l'Arabia: avendo la conquista e la tirannia capovolto i regni
circonvicini, le Sette perseguitate ripararono su quel suolo felice ove
poteano francamente professare la propria opinione, e regolare le azioni
a seconda della credenza. Le religioni de' Sabei, de' Magi, de' Giudei,
de' Cristiani erano diffuse dal golfo Persico sino al mar Rosso. In un
tempo remotissimo dell'antichità, la scienza de' Caldei[58], e le armi
degli Assiri propagato aveano il Sabeismo nell'Asia: su le osservazioni
di duemila anni i sacerdoti e gli astronomi di Babilonia[59] fondato
aveano il concetto che formarono delle leggi eterne della Natura e della
Previdenza. Adoravano i sette Dei, ovvero angeli, che dirigevano il
corso de' sette pianeti, e spandeano su la terra i loro indeclinabili
influssi. Alcune immagini e talismani figuravano gli attributi de' sette
pianeti, i dodici segni dello Zodiaco e le ventiquattro costellazioni
dell'emisfero settentrionale e dell'australe. I sette giorni della
settimana erano dedicati alle lor deità rispettive: i Sabei oravano tre
volte al giorno, e il tempio della Luna, situato in Haran, era il
termine del loro peregrinare[60]; per la pieghevolezza della lor fede
erano facili a dare continuamente e ad ammettere novelle opinioni. Le
loro idee[61] su la creazione del Mondo, sul diluvio, su i Patriarchi
aveano una singolar somiglianza con quelle de' Giudei lor cattivi;
citavano i libri secreti d'Adamo, di Seth, d'Enoch; e una lieve tintura
dell'Evangelo fece di tai politeisti i Cristiani di San Giovanni che
stanno nel territorio di Bassora[62]. Le are di Babilonia furono
atterrate dai Magi, ma la spada d'Alessandro vendicò le ingiurie de'
Sabei; per più di cinque secoli gemette la Persia sotto giogo straniero:
alcuni de' discepoli di Zoroastro scamparono dal contagio della
idolatria, e respirarono co' loro antagonisti l'aria libera del
deserto[63]. Erano già stanziati nell'Arabia i Giudei da sette secoli
prima, della morte di Maometto, e le guerre di Tito e d'Adriano ne
scacciarono un più gran numero dalla Terra Santa. Questi esuli
industriosi aspirarono alla libertà e alla dominazione, formarono
sinagoghe nella città, castella nel deserto, e i Gentili, cui
convertirono alla religione Mosaica, furono confusi co' figli d'Israele,
a' quali, pel segno esterno della circoncisione, rassomigliavano. Più
operosi ancora e più fortunati furono i missionari Cristiani: sostennero
i Cattolici[64] le pretensioni loro all'impero universale: le Sette da
essi perseguitate si ritrassero di mano in mano al di là de' confini
dell'Impero romano: da' Marcioniti, e da' Manichei furono disseminate le
loro opinioni fantastiche e i loro evangeli apocrifi: i Vescovi
giacobiti e nestoriani[65] introdussero nelle Chiese dell'Yemen, e fra i
principi di Hira e di Gassan massime più ortodosse. Aveano le tribù la
libertà di scegliere, ogni Arabo era padrone di farsi una religione
particolare, e talvolta alla superstizione grossolana della sua casa
accoppiava la sublime teologia de' santi e de' filosofi. Alla concordia
generale de' popoli istruiti andavano debitori del domma fondamentale
della esistenza d'un Dio supremo che sovrasta a tutte le potenze della
terra e del cielo, ma che sovente s'è rivelato agli uomini col ministero
de' suoi angeli e de' suoi profeti, e che pel favore o per la giustizia
sua ha interrotto con miracoli l'ordine consueto della Natura. I più
ragionevoli tra gli Arabi ne riconoscevano il potere quantunque
trascurassero d'adorarlo[66]. Per abitudine piuttosto che per
convincimento aderivano a' resti dell'idolatria. I Giudei e i Cristiani
erano il popolo del libro santo: la Bibbia era già tradotta in lingua
Arabica[67], e que' nemici implacabili riceveano con pari fede l'antico
Testamento. Amavano gli Arabi di trovare nella Storia de' patriarchi
Ebrei qualche vestigio della propria origine. Festeggiavano la nascita
d'Ismaele, e le promesse a lui fatte: riverivano la fede e le virtù
d'Abramo; riportavano la sua genealogia e la loro sino alla creazione
del primo uomo, e colla stessa credulità[68] ammisero i prodigi del
sacro testo come i sogni e le tradizioni de' Rabbini giudaici.
[A. D. 569-609]
L'oscura e volgare origine che si attribuì a Maometto è una sciocca
calunnia de' Cristiani[69], i quali così adoperando danno più risalto al
merito dell'avversario in vece di menomarlo. La discendenza sua da
Ismaele era un privilegio, oppure una favola comune all'intera
nazione[70]; ma se abietti o incerti erano i primi anelli della sua
genealogia, provava una nobiltà purissima per più generazioni; discendea
dalla tribù di Koreish, e dalla famiglia degli Hashemiti, i più illustri
fra gli Arabi, principi della Mecca, e custodi ereditari della Caaba.
Abdol-Motalleb, suo avo, era figlio di Hashem, cittadino ricco e
generoso, che in tempo di carestia avea mantenuto co' guadagni del suo
traffico i concittadini. La Mecca, sostentata dalla liberalità del
padre, fu salvata dal coraggio del figlio. Il regno d'Yemen obbediva a'
principi cristiani dell'Abissinia; avvenne che per un insulto ricevuto,
Abrahah, loro vassallo, si determinò a vendicare l'onore della croce;
una truppa d'elefanti e un esercito d'Affricani investirono la santa
città. Si propose un accomodamento; nella prima conferenza, l'avo di
Maometto domandò che fossero restituite le sue greggie. «E perchè, gli
disse Abrahah, non implori piuttosto la mia clemenza in favore del tuo
Tempio che ho minacciato?» «Perchè, replicò l'intrepido Capo, le greggie
son mie, e la Caaba appartiene agli Dei, che ben sapranno difenderla
contro l'oltraggio e il sacrilegio». La diffalta di viveri o il valore
de' Koreishiti forzarono gli Abissini ad una ritratta obbrobriosa. Si
ornò il racconto di quella sconfitta colla apparizione miracolosa d'uno
stormo d'uccelli che fecero piovere una grandine di sassi su le teste
infedeli, e la memoria di questa liberazione fu per lungo tempo
celebrata sotto nome di Era dell'elefante[71]. La gloria
d'Abdol-Motalleb fu rabbellita dalla felicità domestica; visse sino
all'età di centodieci anni, e diede la vita a sei figlie e a tredici
maschi. Abdallah, suo figlio prediletto, era il più bello e il più
modesto giovanetto dell'Arabia; narrasi che nella prima notte delle sue
nozze colla vezzosa Amina, della nobile stirpe degli Zahriti, duecento
fanciulle morissero di gelosia e di rabbia. Maometto, o, più esattamente
scrivendo, Mohammed, unico figlio di Abdallah e d'Amina, nacque alla
Mecca quattro anni dopo la morte di Giustiniano, e due mesi dopo la
sconfitta degli Abissini[72], i quali, vincendo, introdotta avrebbero
nella Caaba la religione cristiana. Ancora fanciullo perdette il padre,
la madre e l'avolo. I suoi zii erano considerati assai, ed erano molti:
nella division della successione non ebbe per sua parte che cinque
cammelli ed una schiava d'Etiopia. Abu-Taleb, il più ragguardevole de'
suoi zii, fu sua guida nell'interno della casa e fuori, in pace e in
guerra[73]. Nella età di venticinque anni andò Maometto a servire
Cadijah, ricca e nobile, vedova della Mecca, che in premio della sua
fedeltà gli concedette ben tosto la sua mano e la sua fortuna. Il
contratto matrimoniale dimostra, secondo la semplicità di que' tempi,
l'amore scambievole di Maometto e di Cadijah, e lo rappresenta per
l'uomo più costumato e gentile della tribù di Koreish. Lo sposo assegnò
alla moglie per trattamento vedovile dodici once d'oro e venti cammelli
che furono dati dallo zio[74]. Questa alleanza ripose il figlio
d'Abdallah nel grado de' suoi antenati, e la saggia matrona fu paga
delle domestiche di lui virtù, sinchè giunto all'età di quarant'anni[75]
assunse il titolo di Profeta, e predicò la religione del Corano.
Secondo la tradizione de' suoi compatriotti, Maometto[76] era insigne
per avvenenza, vantaggio esteriore dispregiato soltanto da quelli che
nol possedono. Prima di favellare, sia in pubblico sia in privato, si
conciliava già il favore degli astanti. Applaudivasi al suo contegno che
annunciava un uomo autorevole, alla sua aria maestosa, al suo sguardo
penetrante, al suo sorriso piacevole, alla lunga barba, alla fisonomia
in cui si leggevano i sentimenti dell'anima, al gesto che cresceva forza
alle sue parole. Nella familiarità della vita privata non si dipartiva
mai dalla civiltà grave e cerimoniosa del suo paese; i suoi riguardi
verso i ricchi e i potenti erano nobilitati dalla condiscendenza e
affabilità con cui trattava i cittadini più poveri della Mecca. La
franchezza delle sue maniere velava l'astuzia delle sue mire, e
l'urbanità prendeva in lui le sembianze d'affetto per la persona a cui
parlava, o quelle d'una benevolenza generale. Vasta era e sicura la sua
memoria, agevole l'ingegno e adatto alla società, sublime
l'immaginazione, e il giudizio chiaro, pronto, decisivo. Aveva coraggio
nel pensare come nell'operare, e benchè sia da credersi che i suoi
disegni si allargarono gradatamente a seconda del buon esito, la prima
idea che concepì della sua missione profetica porta l'impronto d'un
ingegno straordinario. Educato in grembo alla famiglia più nobile del
paese, avevane preso l'abito di parlare il più puro dialetto degli
Arabi; e sapea contenere la facilità e l'abbondanza del discorso, e
accrescerne il pregio con un silenzio usato a luogo e tempo. Con tutti
questi doni dell'eloquenza, non era in fin fine Maometto che un Barbaro
ignorante: non se gli era insegnato quand'era giovane, a leggere, nè a
scrivere[77]; la universale ignoranza lo assolvea da vergogna e da
rimprovero; ma fra limiti angusti era imprigionato il suo spirito, e
mancava di quegli specchi fedeli che riflettono su la mente nostra i
pensamenti de' saggi e degli eroi. Veramente il gran libro della Natura
stava aperto davanti a' suoi occhi; nondimeno debbonsi attribuire agli
autori della sua vita le osservazioni politiche e filosofiche che ne'
suoi viaggi gli prestano[78]. Lo veggiamo, la mercè loro, fare confronti
di tutte le nazioni e di tutte le religioni della terra, scoprire la
debolezza della monarchia della Persia e di quella di Roma, osservare
con isdegno e compassione il suo secolo degenerato, e formare il
divisamento di unire sotto uno stesso re e uno stesso Dio l'invitto
valore e le virtù prische degli Arabi. Più esatte indagini ci avvertono
che Maometto non avea veduto le Corti, gli eserciti, i Templi
dell'oriente; che consistettero i suoi viaggi nell'attraversare la Siria
andando due volte alle fiere di Bostra e di Damasco; che avea soli
tredici anni quando accompagnò la caravana dello zio, e dovè ritornare
alla casa di Cadijah tosto ch'ebbe spacciate le merci da lei
affidategli. Nelle sue corse precipitose e negligenti potè l'occhio
acuto del suo grande intelletto penetrare cose invisibili pe' suoi rozzi
compagni: potè quello spirito fecondo ricevere i semi di varie
cognizioni; ma l'ignoranza in cui era dell'idioma siriaco avrà poi
repressa moltissimo la sua curiosità, e di fatto io non iscorgo nella
vita e negli scritti di Maometto che siensi mai allargate le sue mire
oltre i confini dell'Arabia. La divozione e il commercio conduceano
ogn'anno alla Mecca pellegrini da ogni Cantone di quella romita parte
del globo. Per le libere comunicazioni vigenti fra questa moltitudine di
persone poteva un cittadino qualunque aver modo di studiare nella lingua
nativa lo stato politico e il carattere delle varie tribù, la dottrina e
la pratica de' Giudei e de' Cristiani. Poteano gli Arabi aver avuta
occasione d'esercitare l'ospitalità con alcuni stranieri utili ad essi,
colà guidati da genio o da necessità, e i nemici di Maometto nominarono
un Giudeo, un Persiano e un Monaco siriaco come cooperatori secreti nel
comporre il Corano[79]. Il conversare arricchisce d'idee l'intelletto,
ma la solitudine è la scuola del grand'uomo, e l'uniformità di un'opera
annuncia la mano d'un autor solo. Si era dato Maometto interamente alla
contemplazione religiosa; ogni anno si allontanava dalla gente non che
dalle braccia di Cadijah nel mese di Ramadan; si ritraeva nel fondo
della spelonca di Hera, distante tre miglia della Mecca[80]: quivi
consultava lo spirito di frode o quello del fanatismo, il soggiorno del
quale non è già in cielo, ma nella mente del profeta. -Non vi ha che un
Dio, e Maometto è l'appostolo di Dio-: tale è la fede, che sotto nome
d'-Islam-, predicò egli alla sua famiglia e alla sua nazione, e che così
comprende una verità eterna, ed una favola evidente.
È lecito agli Apologisti della religione giudaica l'insuperbirsi perchè,
in tempo che le favole del politeismo illudevano le nazioni dotte
dell'antichità, da' lor semplici antenati serbavasi nella Palestina la
cognizione e il culto del vero Dio. Non è agevol cosa[81] il conciliare
gli attributi morali di Jehovah colla norma delle virtù -umane-; le sue
qualità metafisiche sono esposte in un modo oscurissimo; ma ogni pagina
del Pentateuco e dei profeti attesta il suo potere: l'unità del suo nome
è stampata su la tavola prima della legge, nè mai il suo santuario è
macchiato da veruna immagine visibile della Essenza invisibile. Dopo
distrutto il Tempio di Gerusalemme, la devozione spirituale della
sinagoga depurò, determinò, illuminò la fede degli Ebrei proscritti; nè
basta l'autorità di Maometto a giustificare il rimprovero ch'egli ha
sempre fatto ai Giudei della Mecca o di Medina d'adorare Ezra come
figlio di Dio[82]. Ma gli uomini d'Israello più non componevano un
popolo, e tutte le religioni del Mondo aveano il torto realissimo agli
occhi di quel Profeta, di dare e figli e figlie e colleghi al Dio
supremo. Nella goffa idolatria degli Arabi si appalesa senza velo e
senza sutterfugio questa pluralità; e malamente si salvavano i Sabei da
tale accusa, colla preminenza che davano nella gerarchia celeste al
primo pianeta o intelligenza; e nel sistema de' Magi la lotta de' due
principii tradisce l'imperfezione del principio vittorioso. Parea che i
cristiani del settimo secolo fossero a poco a poco ricaduti nella
idolatria[83]; volgeano preghiere in pubblico ed in secreto alle
reliquie e alle immagini che deturpavano i Templi d'Oriente; una folla
di martiri, di santi, d'angeli, oggetti della venerazion popolare,
offuscavano il trono dall'Onnipotente, e i Colliridii, eretici che nel
fertile suolo d'Arabia fiorivano, alla Vergine Maria conferivano il
titolo e gli onori di Dea[84]. -Sembra- che al principio dell'Unità
Divina s'oppongano i misteri della Trinità e dell'Incarnazione. L'idea
che naturalmente presentano è quella di tre Divinità uguali, e della
trasformazione dell'uomo Gesù nella sostanza del figlio di Dio[85]. La
spiegazione che danno gli ortodossi[86] satisfa soltanto un credente:
una curiosità, ed uno zelo smoderato aveano rotto il velo del santuario,
e ciascuna Setta dell'oriente avea premura di confessare che l'altre
tutte meritavano il rimprovero di idolatria e di politeismo. Il simbolo
di Maometto non dà su questa materia motivo di sospetto, nè di equivoco.
Il Profeta della Mecca rigettò il culto degl'idoli e degli uomini, delle
stelle e de' pianeti, per quel ragionevole principio che tutto ciò che
si leva dee tramontare, ciò che riceve vita dee morire, ciò che è
corruttibile dee guastarsi e dissolversi[87]. Il suo entusiasmo,
regolato dalla ragione, adorava nel Creatore dell'Universo un Essere
eterno e infinito che non ha forma, nè occupa spazio, che non ha
generato nulla, e a cui nulla si rassomiglia; che è presente a' nostri
più occulti pensieri, che esiste per necessità della sua natura, e che
da sè trae tutte quante le sue morali e intellettuali perfezioni. I
discepoli del Profeta costantemente aderiscono a sì grandi verità[88], e
gl'interpreti del Corano le spiegano colla precisione de' metafisici. Un
filosofo deista potrebbe sottoscriversi al simbolo popolare de'
Musulmani[89], simbolo per avventura troppo sublime per le attuali
facoltà dell'uomo; ed in fatti come mai la sua immaginazione od anche
l'intelligenza sua potrebbero comprendere una sostanza incognito, quando
da questa si separano tutto le idee di tempo e di spazio, di moto e di
materia, di sensazione e di riflessione? La voce di Maometto confermò
questo primo principio dell'unità di Dio insegnata dalla ragione e dalla
rivelazione; i suoi proseliti dalle frontiere dell'India a quelle di
Marocco, sono distinti dal nome d'-unitari-, e coll'interdizion delle
immagini s'andò incontro al pericolo dell'idolatria. Da' Maomettani fu
ammessa con rigorosa osservanza la dottrina de' decreti eterni, e della
predestinazione assoluta, e studiansi essi inutilmente di concordare la
prescienza di Dio colla libertà dell'uomo, col suo merito, o demerito,
non che di spiegare l'esistenza del male in un Mondo governato da una
potenza e bontà infinita.
Il Dio della natura ha posto in tutte le sue opere la pruova della sua
esistenza, e ha scolpito la sua legge nel cuore dell'uomo; i profeti di
tutti i tempi hanno avuto la vera o apparente mira di dare a conoscere
agli uomini l'Ente supremo, e di rinvigorire la pratica della morale.
Maometto non negava a' suoi predecessori quel credito che pretendeva per
sè, e riconosceva una serie d'uomini ispirati dalla caduta del nostro
primo padre sino alla promulgazione del Corano[90]. Durante quell'epoca,
egli diceva, centoventiquattromila eletti, singolari per favori ricevuti
e per virtù, hanno ottenuto qualche raggio della luce profetica;
trecento tredici appostoli sono stati specialmente inviati a distogliere
i loro concittadini dall'idolatria e dal vizio; lo Spirito Santo ha
dettato cento quattro volumi; e sei legislatori d'una fama trascendente
hanno annunciato al Mondo sei rivelazioni successive; per cui si
variavano le cerimonie d'una religione immutabile. Adamo, Noè, Abramo,
Mosè, Gesù Cristo e Maometto sono i sei legislatori gradatamente
eminenti in modo, che ognun di loro è superiore a que' che lo precedono.
Egli metteva nel numero degl'Infedeli chi odiava o negava fede a
qualcuno di questi Legislatori. Non sussistevano le scritture de'
Patriarchi se non se nelle copie apocrife de' Greci e dei Sirii[91]: non
s'era meritato Adamo alcun dritto alla gratitudine e al rispetto de'
figli; una classe inferiore de' proseliti della sinagoga osservava i
sette precetti di Noè[92], e i Sabei onoravano in certo modo la memoria
d'Abramo nella Caldea, ove era nato il patriarca. Aggiugnea Maometto che
fra le miriadi parecchie di profeti da Dio inspirati, Mosè e Gesù Cristo
soli viveano e regnavano ancora, e che quanto rimaneva degli scritti
inspirati era registrato ne' libri dell'antico e nuovo Testamento. Il
Corano[93] ha consecrata e abbellita la storia miracolosa di Mosè, e
possono i Giudei vendicarsi della lor cattività col vanto di vedere
accettati i lor dommi dalle nazioni, delle quali essi beffano i simboli
di fede più moderni. Il Profeta dei Musulmani palesa una gran riverenza
per l'Autore del cristianesimo[94]. «Gesù Cristo, figlio di Maria, dice
egli, è veracemente l'appostolo di Dio, egli è la sua parola mandata nel
grembo di Maria; è uno spirito che da lui procede: merita onore in
questo Mondo e nell'altro: egli è di quelli che più s'avvicinano alla
faccia di Dio[95]». Esso poi accumula sul capo di lui le meraviglie e
de' Vangeli veri e degli aprocrifi[96], nè la Chiesa latina[97] ha
sdegnato di pigliare in prestito dal Corano l'immacolata Concezione
della Vergine madre[98]. Osserva peraltro che Gesù non era che un
mortale, e che nel dì del Giudizio farà testimonianza contro i Giudei
che non vogliono riconoscerlo per profeta, e contro i Cristiani che
l'adorano come figlio di Dio. La malignità de' suoi nemici macchiò la
sua riputazione, e cospirò contro la sua vita, ma non ne fu peccaminosa
che l'intenzione; un fantasma o un malfattore[99] gli fu sostituito su
la croce, e il Santo immacolato salì al settimo cielo[100]. L'Evangelo
fu per sei secoli la via della verità e della salute; ma i cristiani a
poco a poco posero in dimenticanza le leggi e l'esempio del fondatore, e
apprese Maometto dai Gnostici ad incolpare e la chiesa e la sinagoga
d'aver esse corrotto il sacro testo[101]. Mosè e Gesù Cristo si
rallegrarono per la certezza della venuta d'un profeta più illustre di
loro. La promessa[102] del -Paracleto-, o Spirito Santo, fatta
dall'Evangelo, fu adempiuta nel nome e nella persona di Maometto[103],
il più grande e l'ultimo degli appostoli di Dio.
A comunicare le idee è necessaria la corrispondenza del linguaggio co'
pensieri: nulla otterrebbe il discorso d'un filosofo nell'orecchio d'un
paesano; ma quale differenza impercettibile è mai quella che si rinviene
nelle loro intelligenze paragonate insieme, e quella che si scopre nel
contatto d'una intelligenza finita con una infinita, la parola di Dio
espressa dalla parola o dallo scritto d'un mortale! Può l'ispirazione
de' profeti ebrei, degli appostoli, degli evangelisti di Gesù Cristo,
non essere incompatibile coll'esercizio della loro ragione e memoria, e
lo stile e la composizione de' libri nell'antico e nuovo Testamento
dimostrano assai la diversità del loro ingegno. Si contentò Maometto
alla figura più modesta, ma più sublime, di semplice editore; secondo
lui e i suoi discepoli, la sostanza del Corano[104] è increata ed
eterna; esiste nella essenza della divinità ed è stata inscritta con una
penna di luce su la tavola de' suoi decreti eterni; l'angelo Gabriele,
che nella religione Giudaica aveva ricevuto le più rilevanti missioni,
gli recò, in un volume fregiato di seta e di gemme, una copia in carta
di quell'Opera immortale, e il fedel messaggero gliene rivelò
successivamente i capitoli ed i versetti. In vece di spiegare a un
tratto il perfetto e immutabile esemplare del volere di Dio, ne pubblicò
Maometto, come glien veniva talento, vari frammenti. Ciascheduna
rivelazione è adattata a' bisogni diversi delle sue passioni, o della
sua politica, e per sottrarsi al rimprovero di contraddizione pose per
massima, che ogni testo era abrogato o modificato da qualche passo
susseguente. I discepoli di Maometto scrissero accuratamente sopra
foglie di palma, o su omoplati di agnello, le parole di Dio e quelle
dell'appostolo, e queste diverse pagine forono gittate senz'ordine e
senza connessione in un forziere che il Profeta diede in custodia ad una
delle sue mogli. Due anni dopo la sua morte, Abubeker, amico e
successore di lui, compilò ordinatamente e diede alla luce il sacro
libro: il quale fu riveduto dal califfo Othmano nell'anno trentesimo
dell'Egira, e le varie edizioni del Corano partecipano tutte al
miracoloso privilegio di presentare un testo uniforme e incorruttibile.
Sia fanatismo, sia vanità, dai pregi del suo libro ricava la prova della
verità della sua missione: disfida arditamente uomini ed angeli ad
imitare la bellezza d'una delle sue pagine, ed osa affermare[105] che
Dio solo poteva dettare quello scritto[106]. Siffatto argomento fa
grande impressione su l'animo di un devoto Arabo inclinato sempre alla
credulità e all'entusiasmo, il cui orecchio è sedotto dal solletico de'
suoni, e che per ignoranza è inetto a raffrontare insieme le diverse
produzioni dello spirito umano[107]. Non potrà certamente nè l'armonia,
nè la ricchezza dello stile dell'originale passare nelle traduzioni
all'udito dell'infedele Europeo. Questi non iscorrerà che con impazienza
quella interminabile e incoerente rapsodia di favole, di precetti, di
declamazioni che rado inspira un sentimento o un pensiero, che striscia
talvolta su la polvere, e talvolta si dilegua per le nuvole. Gli
attributi di Dio esaltano l'immaginazione del missionario Arabo; ma i
suoi tratti più sublimi son di molto inferiori alla nobile semplicità
del libro di Giobbe, scritto nello stesso paese e nella lingua stessa,
da tempo antichissimo[108]. Se la composizione del Corano sorpassa le
facoltà dell'uomo, a qual intelletto superiore debbesi attribuire
l'Iliade d'Omero, le Filippiche di Demostene? In tutte le religioni, la
vita del fondatore supplisce al silenzio delle sue rivelazioni scritte:
le parole di Maometto furono considerate come tante lezioni di verità,
le sue azioni come esempi di virtù; dalle sue mogli, dai suoi compagni
fu conservata la rimembranza di quanto avea detto e fatto in tutta la
vita pubblica e privata. Due secoli appresso, il Sonna, o sia la legge
orale, fu statuita e consacrata dal lavoro di Al-Bochari, il quale
separò centomila dugentosettantacinque tradizioni autentiche da un
ammasso di tremila più incerte o men vere. Ogni giorno soleva questo pio
Autore trasferirsi a pregare nel tempio della Mecca. Ivi facea le sue
abluzioni colle acque dello Zemzem; depose successivamente le sue carte
su la cattedra e su la tomba dell'appostolo, e dalle quattro Sette
ortodosse de' Sonniti fu approvata quell'Opera[109].
Da prodigi strepitosi era stata confermata la missione di Mosè e di
Gesù, e gli abitatori della Mecca e di Medina eccitarono più volte
Maometto a dare ugual pruova per la sua, a far discendere dal cielo
l'Angelo e il libro che diceva d'averne ricevuto; a creare un giardino
in mezzo al deserto, o a distruggere la città miscredente con un
incendio. Tutte le volte ch'egli si sentia così cimentato da'
Coreishiti, se ne sottrasse, vantando in modo oscuro il dono di visioni
e di profezia; se ne appella alle pruove morali della sua dottrina, e si
mette a coperto dietro la Providenza, la quale nega que' segni e quelle
maraviglie che scemano il merito della fede, e la colpa aggravano della
infedeltà; ma dal tuono modesto, o collerico, delle sue risposte trapela
la debolezza e l'imbarrazzo suo, e que' passi sciagurati non lasciano
dubbio veruno intorno all'integrità del Corano[110]. I suoi Settari
parlano de' suoi miracoli più asseverantemente di lui, e la franchezza
della loro credulità va crescendo quanto più son lontani all'epoca e al
luogo delle sue imprese spirituali. Credono essi, o assicurano, che
andassero gli alberi ad incontrarlo; che fosse salutato da' sassi; che
scaturisse acqua dalle sue dita; che nudrisse miracolosamente i
famelici, sanasse gl'infermi, risuscitasse i morti; che una trave
mandasse gemiti al suo cospetto; che un cammello gli dirigesse lagnanze;
che una spalla di agnello lo avvisasse ch'era avvelenata, e che la
natura vivente del pari che la morta fossero sottomesse all'appostolo di
Dio[111]. Fu descritto seriamente il suo sogno d'un viaggio che fece di
notte, come se il fatto fosse vero e materiale. Un animal misterioso, il
borak, lo trasportò dal Tempio della Mecca a quello di Gerusalemme,
corse un dopo l'altro i sette cieli in compagnia dell'angelo Gabriele;
nelle rispettive dimore dei Patriarchi, de' Profeti, degli Angeli ne
ricevette, e restituì loro, la visita. Ebbe egli solo licenza di
oltrepassare il settimo cielo; aperse il velame dell'unità; giunse a due
tiri di dardo presso il trono di Dio, e tocco nella spalla dalla man
dell'Altissimo, ne sentì tal freddo che gli passò il cuore. Dopo questa
familiare e considerevole conversazione, calò di nuovo a Gerusalemme,
risalì sul borak, tornò alla Mecca, e spese soltanto la decima parte
d'una notte a compiere un viaggio di molte migliaia d'anni[112]. Giusta
un'altra leggenda confuse in un'adunata nazionale i Koreishiti i quali
gli facevano una maliziosa disfida. La sua prepotente parola divise in
due l'orbe lunare; l'obbediente pianeta si rimosse dal suo cammino, fece
sette rivoluzioni intorno alla Caaba, e dopo aver salutato Maometto, in
lingua Arabica, si impicciolì ad un tratto, entrò pel collo della sua
camicia, e ne uscì per la manica[113]. Queste novelle meravigliose son
di trastullo all'uomo volgare, ma i più gravi autori Musulmani imitano
la modestia del lor maestro, e lasciano una certa libertà di credenza o
d'interpretazione[114]. Potrebbono rispondere che per predicare la
religione non era necessario rompere l'armonia della Natura; che una
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