indugiò il vincitor dei Sassoni fino all'anno seguente d'andare esso
stesso a compiere questo pio dovere in Roma. Vi si trasferì di fatto
Carlomagno per la quarta ed ultima volta, e fu accolto cogli onori
dovuti al re de' Franchi, e al patrizio di quella capitale. Fu permesso
a Leone di scolparsi col giuramento dai delitti imputatigli; i suoi
nimici furon ridotti al silenzio, e troppo umanamente puniti furono
coll'esilio i sacrileghi assassini che aveano cospirato contro la sua
vita. Nel giorno di Natale dell'ultimo anno del secolo ottavo, si
trasferì Carlomagno alla Basilica di S. Pietro: per satisfare alla
vanità dei Romani avea cangiato l'abito semplice della sua nazione, in
quello di patrizio di Roma[301]. Dopo la celebrazione dei Santi Misteri
improvvisamente Leone pose sul capo del principe una corona
preziosa[302], e risonò la Chiesa di questa acclamazione «Lunga vita e
vittoria a Carlo, piissimo Augusto, coronato dalla mano di Dio, grande e
pacifico Imperator dei Romani». Gli fu versato l'olio reale sulla testa
e sul corpo. Secondo l'esempio de' Cesari fu salutato e adorato dal
Pontefice; nel giuramento della sua incoronazione era inchiusa la
promessa di mantener la Fede e i privilegi della Chiesa, e ne furono il
primo frutto le ricche offerte che depose sulla tomba del Sant'Apostolo.
Protestò per altro l'Imperatore, ne' suoi colloqui famigliari, di avere
ignorata l'intenzione del Papa; che se ne fosse stato consapevole,
l'avrebbe delusa colla sua assenza; ma per altro gli apparecchi della
cerimonia doveano averne palesato il secreto, e prova il viaggio di
Carlomagno ch'egli s'aspettava questa incoronazione; egli avea
confessato d'ambire il titolo d'Imperatore, e da un Sinodo tenuto in
Roma era stato detto quello essere il solo guiderdone proporzionato al
suo merito e a' suoi servigi[303].
[A. D. 768-814]
Soventi volte fu dato il soprannome di -Grande-, e talora giustamente;
ma non v'ha che Carlomagno per cui questo nobile epiteto sia stato
indissolubilmente accoppiato al nome proprio. Questo nome è stato
collocato nel calendario di Roma fra quello dei Santi; e, per una sorte
ben rara, questo Santo ottenne gli elogi degli storici e dei filosofi
d'un secolo illuminato[304]. È fuor di dubbio per altro, che il suo
merito reale risalta di più per la barbarie del secolo e della nazione
sulla quale egli si sollevò; ma gli oggetti acquistano pure una
grandezza apparente dal confronto della picciolezza di quelli che stan
loro d'intorno, e alla nudità del deserto son debitrici le rovine di
Palmira di gran parte della loro maestà. Io posso senz'ingiustizia
notare alcune macchie sulla santità e la grandezza del restauratore
dell'Impero occidentale. La continenza non è tra le sue virtù morali
quella che risplenda di più[305]: per altro nove mogli o concubine,
altri amorazzi meno osservati e meno durevoli, i tanti bastardi, che
tutti furon da lui collocati nell'Ordine ecclesiastico, il lungo
celibato e i licenziosi costumi delle sue figlie[306], le quali, per
quanto sembra, erano da lui amate più del dovere, non avranno forse
avuto conseguenze realmente funeste alla pubblica felicità. Appena si
vorrà permettermi d'accusare l'ambizione d'un conquistatore; ma in un
giorno di ricompense, i figli di Carlomano suo fratello, i principi
Merovingi d'Aquitania, e i quattromila cinquecento Sassoni decapitati
nel luogo medesimo, avrebbero qualche rimprovero da fare alla giustizia
e all'umanità di Carlomagno. Il trattamento che soffersero i
Sassoni[307] fu un abuso del dritto della vittoria. Le sue leggi non
furono men sanguinarie delle sue armi, e nell'esame de' suoi motivi
tutto quello che non si attribuisce alla superstizione debbe essere
imputato al suo naturale. Il lettor sedentario stupisce
dell'instancabile attività dello spirito e del corpo di quel gran
principe; e i suoi sudditi erano sorpresi del pari che i suoi nemici
delle subitanee comparse, con cui veniva lor sopra, quando lo credeano
nelle contrade più lontane dell'Impero. Non riposava nè in tempo di
pace, nè in tempo di guerra; non nel verno, non nella state; e la nostra
immaginazione non sa facilmente conciliare gli annali del suo regno
colle particolarità geografiche delle sue spedizioni. Ma quella
prontezza era una virtù nazionale piuttosto che personale: a que' giorni
il Francese passava la sua vita vagabonda alla caccia, in pellegrinaggi,
o in avventura militari; nè differivano i viaggi di Carlomagno se non
per una serie più numerosa di corse, e per un oggetto più rilevante. A
ben giudicare della fama, che ottenne nel mestiere dell'armi, è d'uopo
considerare quali fossero le sue soldatesche, i suoi nemici e le azioni
sue. Alessandro fece i suoi conquisti coi soldati di Filippo; ma i due
eroi, che avean preceduto Carlomagno, gli lasciarono in eredità col nome
gli esempli loro, ed i compagni delle lor vittorie. Con queste vecchie
milizie, di gran lunga più numerose, sconfisse egli nazioni selvagge o
tralignate, inette a riunirsi per la sicurezza comune; e giammai non
ebbe a combattere un esercito ugualmente copioso, o paragonabile al suo
per armi o per disciplina. La scienza della guerra s'è perduta e
ravvivata colle arti della pace; ma le campagne non sono state
illustrate da verun assedio o da veruna battaglia molto difficile, o di
successo molto strepitoso; e dovette con occhio d'invidia vedere i
trionfi del suo avo sui Saracini. Dopo la sua corsa di Spagna, il suo
retroguardo fu sbaragliato nei Pirenei; e i suoi soldati, che vedeansi
in un cimento irreparabile e dove il valore era inutile, poterono
morendo accusare il lor Generale di poca abilità o circospezione[308].
Con tutto il rispetto farò un cenno delle leggi di Carlomagno, tanto
lodate da un giudice sì rispettabile. Le quali non formano già un
sistema, ma una serie d'editti minuziosi pubblicati secondo i bisogni
del momento per la correzion degli abusi, la riforma dei costumi,
l'economia dei suoi possedimenti, la cura del suo pollame, ed anche la
vendita delle sue uova. Volea migliorare la legislazione, e l'indole dei
Francesi, e meritano elogio i suoi tentativi comecchè deboli ed
imperfetti: sospese o alleviò colla sua amministrazione i mali
inveterati che gravitavano sul suo secolo[309]; ma nelle sue
instituzioni non so scorgere che di rado le mire generali e lo spirito
immortale d'un legislatore, che sopravvive a sè stesso pel bene della
posterità. L'unione e la fermezza del suo Impero dipendevano dalla sua
vita unicamente: egli seguì l'usanza pericolosa di dividere il regno tra
i figli, e dopo le tante Diete che tenne lasciò tutti i punti della
Costituzione incerti, fra i disordini dell'anarchia e quei del
dispotismo. Fu sedotto da' suoi riguardi per la pietà e pei lumi del
clero a porre fra le mani di questo Ordine ambizioso i demanii
temporali, e una giurisdizione civile; e quando Luigi suo figlio fu
accusato e deposto dal trono per opera de' Vescovi, potea aver qualche
dritto di accagionarne l'imprudenza del padre. Ingiunse colle sue leggi
il pagamento della decima perchè i demonii avevano gridato per aria, che
una penuria di grani era succeduta per motivo che non s'era pagata la
decima[310]. Il suo gusto per le lettere è provato dalle scuole che
fondò, dalle arti che introdusse ne' suoi Stati, dalle Opere pubblicate
col suo nome, e dal suo commercio familiare con quei sudditi e
forestieri che chiamò alla sua Corte, affinchè attendessero alla sua
educazione e a quella del suo popolo. Tardivi furono i suoi studii,
laboriosi ed imperfetti: se parlava il latino, e se intendeva il greco,
aveva apparato più nel conversare che sui libri ciò che ne sapea di
queste due lingue; e solo in età matura s'ingegnò il sovrano dell'Impero
Occidentale di familiarizzarsi coll'arte dello scrivere, che oggi sin
dall'infanzia è conosciuta da tutti i paesani[311]. Allora non si
studiava la grammatica, la logica, l'astronomia, la musica che per farne
uso in servigio della superstizione; ma la curiosità dello spirito umano
debbe finalmente perfezionarlo, e gl'incoraggiamenti dati alle scienze
sono i più puri e i più bei raggi della gloria di cui si cinse il
carattere di Carlomagno[312]. La sua figura maestosa[313], il lungo suo
regno, la prosperità delle sue armi, la forza della sua amministrazione,
gli omaggi che gli tributarono le nazioni lontane lo sollevano sopra la
turba dei Re; e la rinnovazione dell'Impero d'Occidente, ristabilito da
lui, incominciò una nuova epoca per l'Europa.
Ben era degno quest'Impero del suo titolo[314]; ed il principe che per
diritto d'eredità o di conquista regnava ad un'ora sulla Francia, sulla
Spagna, sull'Italia, sulla Germania, sull'Ungheria, potea considerarsi
come possessore della maggior parte de' più bei reami d'Europa[315]. I.
La provincia romana della Gallia era divenuta la monarchia di Francia;
ma nel decadere della linea dei Merovingi ne furono ristretti i limiti
dall'independenza de' Bretoni e dalla rivolta dell'Aquitania. Carlomagno
incalzò i Bretoni sino alle rive dell'Oceano, confinò sulle coste quella
feroce tribù, per l'origine e pel dialetto tanto rimota dai Francesi, e
per gastigo le impose tributi, ne trasse ostaggi, e obbligolla alla
pace. Dopo lungo contrasto, la provincia d'Aquitania fu confiscata, e i
suoi Duchi perdettero libertà e vita. Sarebbe stata questa una punizione
troppo rigorosa per governatori ambiziosi, rei soltanto d'aver voluto
troppo imitare i Prefetti del Palazzo; ma una carta non guari
scoperta[316] prova che quelli erano gli ultimi discendenti di Clodoveo,
e i legittimi eredi della sua corona per parte d'un ramo cadetto
proveniente da un fratello di Dagoberto. Era ridotto l'antico loro regno
al Ducato di Guascogna, colle contee di Fesenzac e d'Armagnac, situate
alle falde de' Pirenei; se ne propagò la razza fino al cominciamento del
sesto secolo; e sopravvissero ai Carlovingi, loro oppressori, per
provare l'ingiustizia o il favore d'una terza dinastia. Unendo a sè
l'Aquitania acquistò la Francia quell'estensione, che oggi conserva,
aggiugnendovi i Paesi Bassi sino al Reno; II. I Saracini erano stati
cacciati di Francia dal padre e dall'avo di Carlomagno; ma rimanevano
padroni della maggior parte della Spagna, dalla rupe di Gibilterra fino
ai Pirenei. Nel tempo delle lor dissensioni civiche, un Arabo, l'Emir di
Saragossa, andò alla Dieta di Paderborna a implorar la protezione
dell'Imperatore. Carlomagno si trasferì in Ispagna, ripose in carica
l'Emir, e senza far distinzione, tra le varie credenze, oppresse i
cristiani che vollero resistere, e premiò l'obbedienza e i servigi de'
Musulmani. Indi partendo, statuì la Marca spagnuola[317] che si
prolungava dai Pirenei sino alla riviera dell'Ebro: il governator
francese presedeva in Barcellona e reggeva le contee di -Rossiglione- e
di -Catalogna-, e i piccioli regni d'-Aragona- e di -Navarra-
soggiacevano alla sua giurisdizione; III. come Re dei Lombardi, e
patrizio di Roma, Carlomagno governava la maggior parte
dell'Italia[318], la quale dalle Alpi fino alle frontiere della Calabria
aveva un'estensione di mille miglia. Il Ducato di Benevento, feudo
lombardo, erasi a spese dei Greci allargato su tutto il paese che forma
oggi il regno di Napoli. Ma il Duca allora regnante, Arrechis, non volle
partecipare alla servitù del suo paese; si dichiarò principe
independente, e oppose la sua spada alla monarchia Carlovingia. Si
difese egli con fermezza, nè fu senza gloria la sua sommessione;
l'Imperatore si contentò ad esigerne un tributo modico, la demolizion
delle Fortezze, e l'obbligo di riconoscere nelle sue monete la
superiorità d'un Signore. Grimoaldo, figlio d'Arrechis, lusingando
Carlomagno, e scaltramente onorandolo col nome di padre, sostenne del
pari la propria dignità con prudenza, e a poco a poco Benevento si
sottrasse al giogo francese[319]. IV. Carlomagno è il primo che sotto lo
stesso scettro tenesse la Germania. Il nome di -Francia orientale-
sussiste nel Circolo di -Franconia-; e per la conformità di religione e
di governo s'erano recentemente incorporati gli abitanti dell'-Assia- e
della -Turingia- alla nazion dei vincitori. Gli -Alemanni-, sì
formidabili a Roma, eran divenuti i fidi vassalli e gli alleati dei
Franchi, e il lor paese abbracciava il territorio dell'-Alsazia-, della
-Svevia- e della -Svizzera.- I -Bavaresi-, a cui pure si lasciavano le
leggi e i costumi patrii, erano più intolleranti di dominio estero; le
continue tradigioni del lor Duca Tasillo giustificarono l'abolizione
della sovranità ereditaria, e fu divisa l'autorità dei Duchi fra i conti
che doveano custodire ad un tempo quella rilevante frontiera francese,
ed esercitarvi l'officio di giudici. Ma la parte settentrionale
dell'Alemagna, che dal Reno s'estende oltre l'Elba, era sempre nemica e
pagana, e solo dopo una guerra di trentatre anni abbracciarono i Sassoni
il cristianesimo, e furono soggetti a Carlomagno. Si discussero gl'idoli
e i loro adoratori: la fondazione dei vescovadi di Munster, di
Osnabruck, di Paderborna, di Minden, di Brema, di Verden, d'Hildesheim e
d'Halberstadt, segnò dalle due rive del Veser i confini della Sassonia
antica: formarono quei vescovadi le prime scuole e le prime città di
quella terra selvaggia, e così la religione e l'umanità instillate ai
fanciulli espiarono in qualche modo la strage dei padri. Al di là
dell'Elba, gli Slavi, o Schiavoni, popoli di conforme costume, benchè
diversi di nome, occupavano il territorio, che oggi forma la Prussia, la
Polonia, la Boemia; e da qualche indizio di temporaria obbedienza furon
condotti gli Storici francesi a prolungare l'Impero di Carlomagno fino
al Baltico ed alla Vistola. È più recente il conquisto o la conversion
di quel paese; ma si può riferire alle armi di quel principe la prima
congiunzione della Boemia al Corpo Germanico. V. Agli Avari o Unni della
Pannonia rendette le calamità, onde avean essi aggravate le nazioni, e
dal triplice sforzo d'un esercito francese, che penetrò nella loro
contrada per terra e pei fiumi, attraversando i monti Carpazii che
ingombrano per lo lungo la pianura del Danubio, furono atterrate le
fortificazioni dei boschi che ne cingeano i distretti e i villaggi. Dopo
una lotta sanguinosa di otto anni, fu colla strage dei loro Nobili
primarii vendicato l'eccidio d'alcuni Generali francesi: il resto della
nazione si sottomise. Fu devastata e al tutto distrutta la reggia dal
Chagan, e i tesori accumulati in due secoli a mezzo di rapine
arricchirono le milizie vittoriose, o andarono ad ornare le Chiese
dell'Italia e della Gallia[320]. Dopo l'assoggettamento della Pannonia,
non ebbe l'Impero di Carlomagno altri confini che il confluente del
Danubio, della Teyss e della Sava: acquistò senza fatica, ma con poco
profitto, le province d'Istria, di Liburnia e di Dalmazia; e per un
effetto della sua moderazione soltanto, rimasero i Greci possessori,
veri o titolari, delle città marittime; ma l'acquisto di que' paesi
rimoti giovò più alla sua fama che alla sua potenza, e non ebbe il
coraggio di avventurare qualche fondazione ecclesiastica per togliere i
Barbari alla lor vita vagabonda, ed all'idolatria. Non fece che pochi
tentativi per aprire qualche canale di comunicazione tra la Saona e la
Mosa, il Reno e il Danubio[321]. Questo divisamento se fosse stato
compiuto avrebbe dato vita all'Impero; e in vece Carlomagno sprecò
spesse volte, nel costruire una cattedrale, più denari e lavori di
quelli che avrebbe costato sì fatta impresa.
Raffrontando i grandi tratti di questa dipintura geografica si vedrà,
che l'Impero dei Francesi si estendeva fra l'Oriente e l'Occidente
dall'Ebro all'Elba, o alla Vistola; fra il Settentrione e il Mezzodì,
dal Ducato di Benevento alla riviera d'Eyder, che ha sempre separata la
Germania e la Danimarca. Lo stato di miseria e la divisione del
rimanente dell'Europa davan maggiore risalto personale e politico a
Carlomagno. Gran numero di principi, d'origine Sassone o Scozzese, si
contendeano fra loro le isole della Gran Brettagna e dell'Irlanda; e
dopo la perdita della Spagna il regno dei Goti cristiani, governati da
Alfonso il Casto, fu limitato da un'angusta catena dei monti delle
Asturie. Riverivano quei regoli la potenza o la virtù del monarca
Carlovingio; imploravano l'onore e la protezione della sua alleanza, lo
nomavano padre comune, sommo e supremo Imperatore dell'Occidente[322].
Trattò più da pari a pari col Califfo Harun al Rascid[323], i cui Stati
andavano dall'Affrica fino all'India, e dagli ambasciatori di questo
principe ricevette una tenda, un orologio da acqua, un elefante e le
chiavi del Santo Sepolcro. Non è agevol cosa a comprendere la personale
amicizia d'un Francese e d'un Arabo che non si eran veduti giammai, e
che aveano sì diverso il linguaggio e la religione; ma quanto al loro
carteggio pubblico era fondato sulla vanità; e la lontananza dell'uno
dall'altro non permetteva che i loro interessi potessero trovarsi in
concorrenza. Furono soggetti a Carlomagno i due terzi dell'Impero
posseduto da Roma nell'Occidente, ed egli era ben compensato della parte
che gliene mancava col dominio di nazioni inaccessibili e indomabili
della Germania; ma nello scegliere i suoi amici fa maraviglia ch'egli
preferisse sì spesso la povertà del Settentrione alle ricchezze del
Mezzodì. Le trentatre campagne che fece con tante fatiche nelle foreste
e nei paduli della Germania, avrebbero bastato a cacciare d'Italia i
Greci, di Spagna i Saracini, e a procacciargli così tutto l'Impero di
Roma. La debolezza dei Greci gli prometteva sicura e facile vittoria; la
gloria e la vendetta avrebbero mosso i sudditi ad una Crociata contro i
Saracini, la quale avrebbe avuto i suffragi della religione e della
politica. È probabile che nelle sue imprese al di là del Reno e
dell'Elba avesse in mira di sottrarre la sua monarchia al destino
dell'Impero romano, di disarmare i nemici delle culte nazioni, e di
sterpare i germi delle trasmigrazioni future. Ma fu saggiamente
osservato dover le conquiste di precauzione essere universali per
conseguire l'intento, avvegnachè allargando la sfera delle conquiste,
non si fa che ingrandire il circolo de' nemici intorno alle proprie
frontiere[324]. Coll'assoggettar la Germania s'aperse il velo che sì
lungamente aveva celato all'Europa il Continente o sia le isole della
Scandinavia; si risvegliò allora in que' barbari abitanti il sopito
valore. Gl'idolatri della Sassonia che aveano più energia, scamparono
dalle mani dell'oppressore cristiano, e cercarono un asilo nel
Settentrione; ingombrarono di corsari l'Oceano e il Mediterraneo, ed
ebbe Carlomagno il dolore di scorgere i funesti progressi dei Normanni,
che in meno di settant'anni di poi accelerarono la ruina della sua
razza, non che della sua monarchia.
[A. D. 814-887]
Se il Papa e i Romani avessero rinnovata la primitiva costituzione, non
avrebbe Carlomagno goduto che in vita i titoli d'Imperatore e d'Augusto,
e sarebbe stato necessario, ad ogni vacanza, che con una elezione
formale o tacita fosse collocato sul trono ogni successore; ma
nell'associare all'Impero suo figlio, Luigi il Buono, statuì i suoi
diritti d'independenza, come monarca e come conquistatore; e pare che in
quella occasione scorgesse e prevenisse le occulte pretensioni del
clero. Ordinò al giovine principe di pigliar la corona sull'altare, e di
porsela in capo da sè, come un dono che gli veniva da Dio, da suo padre
e dalla nazione[325]. Di poi, quando furono associati all'Imperio
Lotario e Luigi II, si ripetè la stessa cerimonia, ma con minore
pubblicità; passò lo scettro de' Carlovingi di padre in figlio per
quattro generazioni, e l'ambizione dei Papi fu ridotta alla sterile
onorificenza di dar la corona e l'unzione reale a quei principi
ereditari di già investiti del potere, e possessori dei loro Stati.
Luigi il Buono sopravvisse ai fratelli, e unì sotto il suo scettro tutto
l'Impero di Carlomagno; ma presto i popoli e i Nobili, i Vescovi e i
suoi figli s'avvidero, che quel gran Corpo non era avvivato dalla stessa
anima di prima, e che i fondamenti erano scassinati nel centro, mentre
la esterna superficie sembrava tuttavia bella e intatta. Dopo una guerra
o una battaglia in cui perirono centomila Francesi, fu da un trattato di
divisione partito l'Impero fra i suoi tre figli, che aveano mancato a
tutti i doveri figliali e fraterni. I reami della Germania e della
Francia furono per sempre separati; Lotario, a cui fu dato il titolo
d'Imperatore, s'ebbe le province della Gallia fra il Rodano, le Alpi, la
Mosa e il Reno. Quando poscia fu divisa la sua porzione tra i suoi
figli, la Lorena e Arles, due piccioli regni fondati poco prima, e che
poco durarono, furono il retaggio de' suoi due figli più giovani. Luigi
II il maggiore fu contento del regno d'Italia, patrimonio naturale e
bastante ad un Imperatore di Roma. Morì senza figli maschi, ed allora i
suoi zii e i cugini si contesero il trono: i Papi afferrarono
destramente questa occasione per farsi giudici delle pretensioni o del
merito de' candidati, e per dare al più docile o al più liberale
l'imperial dignità di avvocato della Chiesa romana. Non s'incontra più
nei miserabili avanzi della grande stirpe Carlovingia la menoma
apparenza di virtù o di potere, e solo dai ridicoli soprannomi di Calvo,
di Balbo, di Grosso, di Semplice sono caratterizzati i tratti nobili ed
uniformi di questa folla di Re, tutti ugualmente degni dell'obblivione.
L'estinzione dei rami materni trasmise l'intera eredità a Carlo il
Grosso, ultimo Imperatore della sua famiglia: dalla debolezza del suo
ingegno derivò la diffalta della Germania, dell'Italia e della Francia:
fu deposto in una Dieta e ridotto a mendicare il pane giornaliero da'
ribelli, il disprezzo de' quali gli avea lasciata la libertà e la vita.
I Governatori, i Vescovi ed i Signori, ciascheduno secondo le sue forze,
usurparono qualche frammento dell'Impero che andava in ruina; si usò
qualche preferenza a coloro, che per parte di donne o di bastardi
discendeano da Carlomagno. Erano ugualmente incerti il titolo e il
possesso della maggior parte di questi competitori, e il loro merito
pareva adeguato alla poca estensione de' loro dominii. Quelli che
poterono comparire con un esercito davanti alle porte di Roma furono
coronati Imperatori nel Vaticano; ma fu paga il più delle volte la loro
modestia del solo titolo di Re d'Italia; e si può considerare come un
interregno lo spazio di settantaquattr'anni trascorsi dall'abdicazione
di Carlo il Grosso, sino all'esaltamento di Ottone I.
[896]
Ottone[326] apparteneva al nobile lignaggio dei Duchi di Sassonia, e se
è vero che discendesse da Vitichindo, già nemico e poi proselito di
Carlomagno, la posterità del popolo vinto giunse in fine a regnare sui
vincitori. Enrico l'Uccellatore, suo padre, eletto dal suffragio della
sua nazione avea salvato, e su salde basi fondato il regno della
Germania. Il figlio d'Enrico, il primo e il più grande degli Ottoni,
allargò d'ogni lato i confini di quel reame[327]. Fu aggiunta alla
Germania quella porzion della Gallia che all'Occidente del Reno
costeggia le sponde della Mosa e della Mosella, i cui popoli, fin dai
tempi di Cesare e di Tacito, avean co' Germani molta somiglianza di
linguaggio e di temperamento. I successori d'Ottone acquistarono tra il
Reno, il Rodano e le Alpi una vana supremità sopra i regni di Parigi, di
Borgogna e d'Arles. Dalla parte del Settentrione, il cristianesimo fu
propagato dalle armi d'Ottone, vincitore ed apostolo delle nazioni
Schiavone dell'Elba e dell'Oder; con varie colonie d'Alemanni fortificò
le Marche di Brandeburgo e di Schleswik; il Re di Danimarca, ed i duchi
di Polonia e di Boemia si dichiararono suoi vassalli e tributari. Valicò
egli le Alpi con un esercito vittorioso, soggiogò il regno d'Italia,
liberò il Papa e congiunse per sempre la corona imperiale al nome ed
alla nazione dei Germani. Da quell'epoca memoranda s'introdussero due
massime di giurisprudenza pubblica fondate dalla forza, e ratificate dal
tempo; I che il principe eletto in una Dieta di Alemagna acquistava ad
un tempo i regni subordinati dell'Italia e di Roma; II ma che non poteva
legalmente qualificarsi per Imperatore ed Augusto prima di ricevere la
corona dalle mani del romano Pontefice[328].
Il nuovo titolo di Carlomagno fu annunziato in Oriente dal cangiamento
di stile nello scrivere; fu sostituito il titolo di padre che gli davano
gl'Imperatori greci a quello di fratello, simbolo d'uguaglianza e di
famigliarità[329]. Forse ne' suoi carteggi con Irene aspirava al titolo
di sposo: i suoi ambasciatori a Costantinopoli parlarono il linguaggio
della pace e dell'amicizia; e il fine segreto della lor missione fu
quello per avventura di trattar un matrimonio con quell'ambiziosa
principessa, che aveva abiurato tutti i doveri di madre. Non è possibile
il congetturare quale sarebbe stata la qualità, la durata e le
conseguenze di tal unione fra due Imperi così lontani ed estranei l'uno
all'altro; ma dal silenzio concorde dei Latini si debbe argomentare che
la nuova di questo trattato di matrimonio fosse inventata dai nimici
d'Irene, per porle addosso il delitto d'aver voluto dar la Chiesa e lo
Stato in balìa dei popoli dell'Occidente[330]. Gli ambasciatori di
Francia furon testimoni della cospirazion di Niceforo e dell'odio
nazionale, e per poco ebbero a divenirne le vittime. Fu irritata
Costantinopoli dal tradimento e sacrilegio dell'antica Roma; e ogni
bocca ripetea quel proverbio «che i Francesi eran buoni amici, e cattivi
vicini»; ma doveasi temere di provocar un vicino che poteva esser
tentato a rinnovare nella Chiesa di Santa Sofia la cerimonia della sua
incoronazione. Dopo un viaggio disastroso, lunghi andirivieni, e molti
indugi gli ambasciatori di Niceforo trovarono Carlomagno nel suo campo
sulle sponde della Saal; il quale per confondere la lor vanità dispiegò
in un villaggio di Franconia tutta la pompa, o per lo meno tutto il
fasto della reggia Bizantina[331]. Passarono i Greci per quattro sale
d'udienza; nella prima stavan già per prostrarsi davanti un personaggio
magnificamente vestito, seduto sopra un alto seggio, quando egli
avvisolli, esser lui soltanto il Contestabile o maestro de' cavalli,
cioè un servo del principe. Fecero uno sbaglio simile, ed ebbero la
stessa risposta, nelle tre stanze successive ove stavano il Conte del
palazzo, l'Intendente e il gran Ciamberlano. Essendosi così raddoppiata
in essi la impazienza, finalmente fu aperta la porta della camera ove
era Carlomagno, e videro il monarca attorniato da tutto lo sfarzo di
quel lusso straniero ch'egli spregiava, e dall'amore, e dal rispetto de'
suoi capitani vittoriosi. Conchiusero i due Imperi un trattato di pace e
d'alleanza, e fu deciso che ciascuno serberebbe i dominii che possedeva;
ma i Greci[332] dimenticaron ben presto quest'umiliante uguaglianza, o
non se ne ricordarono che per detestare i Barbari che li aveano
obbligati a riconoscerla. Fino a tanto che furono congiunti in un uomo
il potere e le virtù, salutarono ossequiosamente l'augusto Carlomagno,
dandogli i titoli di Basileus, e d'Imperatore de' Romani. Come tosto
coll'esaltamento di Luigi il Pio, queste due qualità furono disgiunte,
si videro nella soprascritta delle lettere della Corte di Bizanzio
queste parole «Al Re, o come egli stesso si qualifica, all'Imperatore
dei Francesi e dei Lombardi». Quando più non videro nè potere, nè virtù,
tolsero a Luigi II il suo titolo ereditario, e dandogli la barbara
denominazione di rex o rega, lo relegarono nella turba dei Principi
latini. La sua risposta[333] ne dimostra la debolezza; provando con
molta erudizione, che nella storia sagra e profana il nome di Re è
sinonimo della parola greca Basileus; e soggiungendo, che se a
Costantinopoli viene preso in un significato più esclusivo e più
augusto, egli ricevè da' suoi antenati e dal Papa il giusto diritto di
partecipare agli onori della porpora romana. Ricominciò la stessa
disputa nel regno degli Ottoni, l'ambasciatore dei quali dipinge con
vivi colori l'insolenza della Corte di Costantinopoli[334]. Affettavano
i Greci molto disprezzo per la povertà e l'ignoranza de' Francesi e de'
Sassoni; e, ridotti all'estremo avvilimento, ricusavano ancora di
prostituire il titolo d'Imperatori romani ai Re della Germania.
Gl'Imperatori d'Occidente continuavano ad ingerirsi nell'elezione dei
Papi, come già facevano prima arbitrariamente i principi Goti e
gl'Imperatori greci; e il valore di questa prerogativa crebbe coi
dominii temporali, e colla giurisdizione spirituale della Chiesa romana.
Secondo la costituzione aristocratica del clero, i suoi membri primari
formavano un Senato che cooperava all'amministrazione de' suoi Consigli
e nominava al vescovado, quand'era vacante. Ventotto erano le parrocchie
in Roma, ed ognuna era governata da un Cardinale prete o presbitero,
titolo modesto nella sua origine, ma che poi volle uguagliarsi alla
porpora dei Re. Il numero dei membri di questo Consiglio venne crescendo
coll'associazione dei sette Diaconi degli spedali più considerevoli, dei
sette giudici del palazzo di Laterano, e di alcuni dignitari della
Chiesa. Questo Senato era diretto da sette Cardinali vescovi della
Provincia romana, i quali non attendeano tanto alle lor diocesi d'Ostia,
di Porto, di Velletri, di Tuscolo, di Preneste, di Tivoli, e del paese
de' Sabini, situati, può dirsi, ne' sobborghi di Roma, quanto al
servigio settimanale nella Corte del Papa, e alla premura d'ottenere una
maggior parte degli onori e dell'autorità della Sede apostolica. Morto
il Papa, questi Vescovi indicavano al Collegio de' Cardinali quello che
doveano eleggere per successore[335]; e dagli applausi o dagli
schiamazzi del popolo romano era approvata o rigettata la scelta. Ma
dopo il suffragio del popolo era ancor imperfetta l'elezione; e per
consecrar legalmente il Pontefice era d'uopo che l'Imperatore, come
avvocato della Chiesa, avesse data l'approvazione e l'assenso. Il
Commissario imperiale esaminava sul luogo la forma e la libertà
dell'elezione, e solamente dopo aver ben disaminate le qualificazioni
degli Elettori, ricevea il giuramento di fedeltà, e confermava le
donazioni che aveano successivamente arricchito il Patrimonio di San
Pietro. Se sopravveniva uno Scisma, e di frequente ne accadevano, si
sottometteva il tutto al giudizio dell'Imperatore, il quale in mezzo a
un Sinodo di Vescovi osò giudicare, condannare e punire un Pontefice
delinquente. Si obbligarono il senato ed il popolo, in un trattato con
Ottone I, di eleggere quel candidato che più a sua maestà fosse
aggradevole[336]: i suoi successori anticiparono o prevennero i loro
suffragi: diedero al proprio Cancelliere il Vescovado di Roma, non che
quelli di Colonia e di Bamberga; e qualunque pur fosse il merito d'un
Francese o d'un Sassone, prova il suo nome abbastanza l'intromissione
d'una Potenza straniera. I disordini d'un'elezion popolare erano per
questi atti autorevoli una scusa assai speciosa. Il competitore, escluso
dai Cardinali, si appellava alle passioni o alle venalità della plebe:
il Vaticano e il Palazzo di Laterano furono imbrattati d'assassinii, e i
senatori più potenti, i Marchesi di Toscana e i conti di Tuscolo tennero
in lungo servaggio la Sede apostolica. I Papi del nono e decimo secolo,
furono insultati, incarcerati, assassinati dai lor tiranni; e quando
erano spogliati dei demanii dipendenti dalla loro Chiesa, tant'era la
lor indigenza, che non potevano sostenere la condizione d'un principe
non solo, ma neppure esercitare la carità d'un sacerdote[337]. La
riputazione ch'ebbero allora due sorelle prostitute, Marozia e Teodora,
era fondata su le ricchezze e l'avvenenza loro, sui loro raggiri amorosi
o politici; la mitra romana era il guiderdone dei più instancabili dei
loro amanti, e il loro regno[338] ha potuto[339] nei secoli d'ignoranza
dar origine alla favola[340] d'una Papessa[341]. Un bastardo di Marozia,
un suo nipote e un pronipote, discendenti dal bastardo (genealogia
veramente singolare!) salirono la Cattedra di San Pietro, ed aveva l'età
di diciannov'anni il secondo degli anzidetti, quando divenne Capo della
Chiesa latina. Giunto alla maturità degli anni corrispose
all'aspettazione che avea dovuto dare di sè in gioventù; e la folla de'
pellegrini che concorrevano a Roma poteva attestar la verità delle
accuse fattegli in un Sinodo romano, e alla presenza d'Ottone il Grande.
Dopo avere rinunciato all'abito e al decoro della sua dignità, potea
Papa Giovanni XI, nella sua qualità di soldato, non avere taccia per gli
eccessi nel bere, per gli omicidii, per gl'incendii, per la smodata
passione del giuoco e della caccia: poteano i suoi Atti pubblici di
simonìa essere una conseguenza della sua ristrettezza; e supposto che
abbia invocato, come è fama, Giove e Venere, potea essere questa una
facezia; ma noi veggiamo con istupore questo degno nipote di Marozia
vivere pubblicamente in adulterio colle Matrone romane; il palazzo
Lateranense trasformato in un postribolo, e lo svergognato Papa, tiranno
del pudore delle vergini e delle vedove, il quale impediva così alle
donne di andare in pellegrinaggio al sepolcro di San Pietro, ov'elle
avrebbero corso rischio, in quell'atto di divozione, d'essere
violate[342] da quel successor dell'apostolo[343]. Hanno insistito con
maligno diletto i protestanti su questi segni di somiglianza
coll'anticristo; ma agli occhi d'un filosofo son men pericolosi i vizi
del clero che le virtù del medesimo. Dopo lunghi scandoli fu purificata
e rialzata la Sede apostolica dall'austerità e dallo zelo di Gregorio
VII. Questo frate ambizioso[344] passò tutta la sua vita meditando, e
regolando l'esecuzione de' suoi gran disegni, il primo de' quali era
fissare nel Collegio de' Cardinali la libertà e l'independenza della
elezione del Papa, e per sempre togliervi l'intervento, o legittimo o
usurpato, degl'Imperatori, e del popolo romano; il secondo di dare e
riprendere l'Impero d'Occidente come un feudo, o benefizio[345] della
Chiesa, e a stendere il suo dominio temporale sopra i re, e sopra i
reami della terra. Dopo cinquant'anni di combattimenti, la prima di
queste operazioni fu condotta ad effetto mercè dell'Ordine
ecclesiastico, la libertà del quale andava congiunta a quella del Capo;
ma la seconda, non ostante qualche buon esito apparente o parziale,
trovò nella potestà civile una gran resistenza, e fu impedita da'
progressi dell'umana ragione.
Quando risorse l'Impero di Roma, nè il suo Vescovo nè il popolo poteano
dare a Carlomagno o ad Ottone le province, perdute per la sorte
dell'armi come erano state acquistate; ma i Romani aveano la facoltà
d'eleggersi un padrone, e l'autorità delegata al patrizio fu
irrevocabilmente conferita agl'Imperatori francesi e sassoni. Gli annali
imperfetti di que' tempi[346] ci serbarono qualche memoria del palazzo,
della moneta, del tribunale, degli editti di que' principi, e della
giustizia esecutiva, che sin al decimo-terzo secolo era dal Prefetto di
Roma esercitata in virtù de' poteri conferitigli da' Cesari[347]; ma
infine per gli artificii de' Papi e per la violenza del popolo, questa
sovranità degl'Imperatori fu soppressa. I successori di Carlomagno,
paghi de' titoli d'Imperatore e d'Augusto, non posero cura nel mantenere
quella giurisdizione locale; ne' tempi prosperi, era l'ambizione loro
pasciuta d'idee più lusinghiere, e nella decadenza e division
dell'Impero i lor pensieri furono del tutto assorti da quello di
difendere le province ereditarie. In mezzo a' disordini dell'Italia, la
famosa Marozia indusse uno degli usurpatori a sposarla, e la sua fazione
guidò Ugo, re di Borgogna, entro la Mole d'Adriano, ossia Castello
Sant'Angelo, che domina il ponte principale, ed uno degli ingressi di
Roma. Suo figlio Alberico, ch'ella ebbe da uno de' suoi primi mariti, fu
astretto a servire al banchetto nuziale; il suo suocero sdegnato della
ripugnanza manifesta con cui quegli adempieva tale ufficio gli diede una
percossa. Questa originò una rivoluzione. «Romani, gridò il giovanetto,
voi eravate un tempo i signori del Mondo, e questi Borgognoni erano
allora i più abietti fra i vostri schiavi. Ed oggi regnano, que'
selvaggi voraci e brutali, e l'oltraggio ch'io ricevetti è il principio
della vostra servitù[348]». Sonarono le campane a stormo; corse il
popolo all'armi da tutti i quartieri della città, e i Borgognoni
fuggirono a precipizio svergognati e atterriti. Il vincitore Alberico
cacciò in un carcere sua madre Marozia, e ridusse suo fratello, Papa
Giovanni XI, all'esercizio del suo ministero spirituale. Governò Roma
per più di vent'anni col titolo di principe, e dicesi che per
assecondare i pregiudizi del popolo, rinnovò l'officio, o almeno il nome
de' Consoli, e de' Tribuni. Ottaviano, suo figlio ed erede, prese col
Pontificato il nome di Giovanni XII: tribolato come il suo predecessore
da' principi Lombardi cercò un difensore che potesse liberare la Chiesa
e la Repubblica, e quindi la dignità imperiale divenne il guiderdone de'
servigi d'Ottone; ma il Sassone era prepotente, e intolleranti i Romani.
La festa dell'incoronazione fu turbata dalle secrete dispute suscitate
per una parte dalla gelosia del potere, per l'altra dal desiderio di
libertà. Temendo Ottone d'essere assalito, e assassinato al piè
dell'altare, ordinò al suo Porta-spada di non iscostarsi dalla sua
persona[349]. Prima di ripassare le Alpi, l'Imperatore punì la rivolta
del popolo, e l'ingratitudine di Giovanni XII. Il Papa fu deposto dalla
Sede in un Sinodo; il Prefetto a cavallo d'un asino fu frustato per
tutti i quartieri della città, poi cacciato nel fondo d'un carcere;
tredici cittadini de' più colpevoli spirarono su le forche, altri furono
mutilati e sbanditi, e servirono le antiche leggi di Teodosio e di
Giustiniano a giustificare tanta severità di gastighi. Ottone II dalla
voce pubblica fu accusato d'avere con una atrocità pari alla perfidia
fatto trucidare alcuni Senatori, da lui invitati a pranzo, sotto le
sembianze d'ospitalità e d'amicizia[350]. Durante la minorità di Ottone
III, suo figlio, Roma tentò con vigoroso sforzo di scuotere il giogo de'
Sassoni, e il console Crescenzio fu il Bruto della repubblica. Dalla
condizione di suddito e d'esule giunse due volte al comando della città;
perseguitò, cacciò, creò i Papi, e tramò una cospirazione per
ristabilire l'autorità degl'Imperatori greci. Sostenne un assedio
ostinato in castel Sant'Angelo; ma sedotto da una promessa d'impunità,
fu appiccato, e s'espose il suo capo su i merli della Fortezza. Per un
rovescio di sorte avvenne poi che Ottone, avendo diviso qua e là il suo
esercito, fu assediato per tre giorni nel suo palazzo, ove difettava di
vittovaglie; e solamente con una vergognosa fuga potè sottrarsi alla
giustizia o al furor de' Romani. Il senatore Tolomeo guidava il popolo,
e la vedova del console Crescenzio ebbe la consolazione di vendicare il
marito dando il veleno all'Imperatore divenuto suo amante: almeno se ne
dà il vanto a lei. Era intendimento di Ottone III abbandonare le aspre
contrade del Settentrione per collocare il suo trono in Italia, e far
rivivere le instituzioni della monarchia romana; ma i successori di lui
non comparvero che una volta in tutta la lor vita sulle sponde del
Tevere per ricevere la corona nel Vaticano[351]. La loro assenza li
esponea al disprezzo, e la loro presenza era odiosa e formidabile.
Discendeano dalle Alpi co' loro Barbari, stranieri all'Italia, ove
giungevano coll'armi in mano, e le loro passaggere comparse non
offerivano che scene di tumulto e di strage[352]. I Romani, sempre
tormentati da una debole memoria dei loro antenati, vedeano con pio
sdegno quella serie di Sassoni, di Francesi, di principi di Svevia e di
Boemia usurpare la porpora e le prerogative de' Cesari.
[A. D. 774-1250]
Non v'ha forse nulla di più contrario alla natura e alla ragione, che il
tenere sotto il giogo paesi lontani e straniere nazioni contro lor
voglia, e contro il loro interesse. Può un torrente di Barbari passare
sopra la terra; ma per mantenere un vasto Impero, si richiede un sistema
profondo di politica e d'oppressione. Vi dev'essere al centro un potere
assoluto pronto all'atto e ricco di espedienti; è necessario poter
comunicare facilmente e rapidamente dall'una estremità all'altra; fan
d'uopo Fortezze per reprimere i primi assalti dei ribelli;
un'amministrazione regolare atta a proteggere e a punire, e un esercito
ben disciplinato che possa infondere timore senz'eccitare l'odio e la
disperazione. Ben diversa era la situazione de' Cesari della Germania,
allorchè divisarono d'assoggettare a sè il regno d'Italia. Le loro terre
patrimoniali s'estendevano lunghesso il Reno, od erano sparse qua e là
nelle loro varie province; ma l'imprudenza o la miseria di molti
principi aveva alienato questo ricco retaggio, e la rendita, che
traevano da un esercizio minuto e gravoso delle loro prerogative,
bastava appena alle spese della lor casa. Erano i loro eserciti fondati
soltanto sopra il servizio, legale o volontario, dei loro diversi
feudatarii che valicavano le Alpi con ripugnanza, si permetteano ogni
sorta di rapine e di eccessi, e sovente disertavano avanti la fine della
campagna. Il clima dell'Italia ne distruggeva eserciti intieri; quelli
che sfuggivano alla sua mortifera influenza riportavano in patria le
ossa dei principi e Nobili loro[353]; imputavano talvolta l'effetto
della loro intemperanza alla perfidia e malizia degl'Italiani, che
rallegravansi almeno dei mali dei Barbari. Questa tirannia irregolare
combattea con armi uguali contro la potenza de' piccioli tiranni del
paese: l'esito della disputa non interessava molto il popolo, e dee oggi
interessar poco il lettore. Ma ne' secoli undecimo e duodecimo
riaccesero i Lombardi la fiaccola dell'industria e della libertà, e le
repubbliche della Toscana imitarono finalmente quel generoso esempio.
Avevano le città d'Italia conservata mai sempre una specie di governo
municipale; e i loro primi privilegi furono un dono della politica
degl'Imperatori, che voleano fare servire i plebei a raffrenare
l'independenza della Nobiltà. Ma i rapidi progressi di queste Comunità,
e l'estensione ch'esse davano ogni giorno al loro potere, non ebbero
altra cagione che il numero e l'energia dei loro Membri[354]. La
giurisdizione di ciascuna città abbracciava tutta l'ampiezza d'una
diocesi o d'un distretto; quella de' Vescovi, de' marchesi e dei conti
fu annichilata, e i più orgogliosi de' Nobili si lasciarono persuadere,
o furono costretti, d'abbandonare i loro castelli solitari e d'assumere
la qualità più onorevole di cittadini e di magistrati. L'autorità
legislativa apparteneva all'Assemblea generale; ma il potere esecutivo
era nelle mani de' tre consoli che s'estraevano annualmente dar tre
Ordini de' quali componevasi la repubblica, cioè: i -capitani-, i
-valvassori-[355] e i -comuni- sotto la protezione d'una legislazion
uguale per tutti. L'agricoltura e il commercio si ravvivarono a poco a
poco; la presenza del pericolo sosteneva il carattere guerriero de'
Lombardi, ed al suono della campana, o al ventilare del vessillo[356],
sboccava dalle porte della città una schiera numerosa ed intrepida, il
cui zelo patriottico si lasciò ben tosto guidare dalla scienza della
guerra, e dalle regole della disciplina. L'orgoglio de' Cesari ruppe
contro questi baluardi popolari, e l'invincibile Genio della libertà
trionfò dei due Federici, i due più gran principi del medio evo: il
primo forse più grande per le geste militari, ma il secondo dotato senza
dubbio di maggiori lumi e di virtù più grandi che convengono alla pace.
Vago di ravvivare tutto lo sfarzo della porpora, invase Federico I le
repubbliche della Lombardia coll'arte d'un politico, col valore d'un
soldato, e colla crudeltà d'un tiranno. Aveva la recente scoperta delle
Pandette rinnovata una scienza molto favorevole al dispotismo; e alcuni
giureconsulti venali dichiararono che l'Imperatore era assoluto padrone
della vita e delle proprietà dei sudditi. La Dieta di Roncaglia
riconobbe la regia prerogativa in un senso meno odioso; a sessantamila
marchi d'argento[357] fu portata la rendita dell'Italia, ma ad infinita
ampiezza la estesero colle estorsioni gli officiali del fisco. Col
terrore e colla forza dell'armi furono ridotte al dovere le città più
pertinaci; i prigioni furono consegnati al carnefice, o fatti perire
sotto i dardi scagliati dalle macchine guerresche: dopo l'assedio e la
resa di Milano, Federico fece radere gli edifici di quella magnifica
capitale; ne levò trecento statici cui spedì in Alemagna, e disperse in
quattro villaggi gli abitanti messi sotto il giogo dall'inflessibile
vincitore[358]. Non tardò Milano a risorgere dalle sue ceneri: la
sventura formò la lega di Lombardia; Venezia, il Papa, Alessandro III, e
l'Imperator greco ne difesero gl'interessi; l'edificio del dispotismo fu
atterrato in un giorno, e nel trattato di Costanza Federico
sottoscrisse, con qualche riserva, la libertà di ventiquattro città.
Aveano queste acquistato tutto il vigore e la maturità, quando entrarono
in lotta contro il suo nipote; ma questi, Federico II, era dotato di
qualità personali, e singolari che lo segnalavano[359]. Per la nascita e
per la educazione era raccomandato agli Italiani, e durante l'implacabil
discordia della fazione de' Ghibellini e de' Guelfi, aderirono i primi
all'Imperatore, mentre i secondi inalberarono il vessillo della libertà
e della Chiesa. La Corte romana, in un momento di sonno, avea permesso
ad Enrico VI di congiungere all'Impero i regni di Napoli e di Sicilia; e
Federico II, suo figlio, ricavò da quegli Stati ereditarii grandi
sussidii in soldati e in denari. Fu non di meno oppresso in fine dalle
armi lombarde e dai fulmini del Vaticano; ne fu dato il reame ad uno
straniero, e l'ultimo della sua razza fu pubblicamente decapitato sul
palco nella città di Napoli. Per uno spazio di sessant'anni non si vide
più un Imperator in Italia, e appena fu ricordato questo nome per la
vendita ignominiosa degli ultimi rimasugli della sovranità.
[814-1250 ec.]
Piaceva ai Barbari, vincitori dell'Occidente, il dare al lor Capo il
titolo d'Imperatore, senz'aver però l'intenzione di conferirgli il
dispotismo di Costantino e di Giustiniano. La persona dei Germani era
libera, come loro proprii i conquisti, e l'energia del loro carattere
nazionale aveva a schifo la servil giurisprudenza dell'antica e della
nuova Roma. Sarebbe stata impresa di gran rischio ed inutile il voler
imporre il giogo monarchico a cittadini armati, che mal poteano
sopportare in pace un magistrato, ad uomini ardimentosi che non voleano
obbedire, e ad uomini potenti che voleano comandare. I duchi delle
nazioni o delle province, i conti dei piccioli distretti, i margravii
delle Marche, o frontiere, si partirono fra loro l'Impero di Carlomagno
e d'Ottone, e riunirono l'autorità civile e militare tal quale era stata
delegata ai luogotenenti dei primi Cesari. I governatori romani, per lo
più soldati di ventura, sedussero le loro legioni mercenarie, e preser
la porpora imperiale, con buono o cattivo successo, nella lor rivolta
senza nuocere al potere e all'unità del governo. Se meno audaci furono
nelle pretensioni i duchi, i margravii e i conti dell'Alemagna, più
durevoli furono, e più funesti allo Stato gli effetti dei loro vantaggi.
Invece d'aspirare alla dignità suprema, attesero in segreto a fermare
l'independenza sul territorio che occupavano. I lor disegni ambiziosi
furon favoreggiati dal numero dei dominii loro e dei vassalli,
dall'esempio e dal soccorso che si prestavano vicendevolmente;
dall'interesse comune dei Nobili subordinati, dal cangiamento dei
principi e delle famiglie, dalla minorità d'Ottone III e da quella
d'Enrico IV, dall'ambizione dei Papi, e dalla vana perseveranza con cui
gl'Imperatori correan dietro alle fuggiasche corone dell'Italia e di
Roma. A poco a poco i comandanti delle province usurparono tutti gli
attributi della giurisdizione regia e territoriale; i dritti di pace e
di guerra, di vita e di morte, quello di batter moneta, di mettere
imposizioni, di contrar alleanze coll'estero, e d'amministrare
l'interno. Tutte le usurpazioni della violenza furono dall'Imperatore
ratificate sia che il facesse di buona voglia, sia per forza di
necessità, e questa conferma divenne il prezzo d'un suffragio dubbio, o
d'un servigio volontario; quel che avea conceduto all'uno non potea da
lui ricusarsi senz'ingiustizia al successore o all'eguale di quello;
così da questi differenti atti di dominio passaggero o locale s'è
formato a grado a grado la costituzione del Corpo germanico. Il duca o
conte d'ogni provincia era il Capo visibile collocato fra il trono e la
Nobiltà; i sudditi della legge diveniano i vassalli d'un Capo
particolare, che spesso levava contro il sovrano lo stendardo che ne
avea ricevuto. La potenza temporale del clero fu secondata ed
accresciuta dalla superstizione, o dai fini politici delle dinastie
Carlovingia e Sassone, le quali ciecamente confidavano nella sua
moderazione e fedeltà: i vescovadi d'Alemagna acquistarono l'estensione
e i privilegi dei più vasti demanii dell'Ordine militare, e in ricchezze
e in popolazione li superarono. Per quanto tempo poterono gl'Imperatori
conservare la prerogativa di nominare i benefici ecclesiastici e laici,
la gratitudine o l'ambizione dei loro amici e favoriti seguì le parti
della Corte; ma nata la disputa delle investiture, perdettero ogni
ingerenza sui Capitoli episcopali; le elezioni tornarono libere, e per
una specie di beffa solenne, fu ridotto il sovrano alle sue prime
preghiere, cioè al diritto di raccomandare una volta sola, durante il
suo regno, un soggetto per una prebenda di ogni Chiesa. Anzi che
obbedire ad un superiore, non poterono i governatori secolari essere
dimessi dalla carica che per sentenza dei lor pari. Nella prima età
della monarchia, la nomina d'un figlio al ducato o alla contea del padre
era domandata come un favore; a poco a poco divenne un'usanza, e in fine
fu pretesa come un diritto. Sovente la successione in retta linea si
estese ai rami collaterali o femminili; gli Stati dell'Impero,
denominazione popolare da principio, poi divenuta legale, furono divisi
e alienati con testamenti e con trattati di vendita; ed ogn'idea d'un
deposito pubblico si confuse in quella d'una eredità particolare e
trasmissibile in perpetuo. Non potea nemmeno l'Imperatore arricchirsi
colle confische e colla estinzione di qualche linea; non avea che un
anno per disporre del feudo vacante, e nell'eleggere il candidato dovea
consultare la Dieta generale o quella della provincia.
[A. D. 1250]
Morto Federico II parea l'Alemagna un mostro di cento teste. Una
moltitudine di principi e di prelati si contendeano i frantumi
dell'Impero: innumerabili castella aveano padroni più inclinati ad
imitare i lor superiori che ad obbedirli, e, secondo la misura delle
forze di ciascheduno, alle continue loro ostilità si dava il nome di
conquisto o di ladroneccio. Cotale anarchia era conseguenza inevitabile
delle leggi e de' costumi europei, e lo stesso turbine aveva messo in
brani i regni della Francia e dell'Italia; ma le città italiche e i
vassalli francesi, discordi fra loro, si lasciarono distruggere, mentre
l'unione degli Alemanni ha prodotto sotto nome d'Impero un gran sistema
di confederazione. Le Diete, da prima frequenti e poi perpetue, hanno
serbato vivo lo spirito nazionale, e la legislazione generale dello
Stato è rimasa nei tre rami, o Collegi, degli Elettori, de' principi e
delle città libere ed imperiali. I. A sette dei più potenti feudatarii
fu permesso d'esercitare con un nome e un grado speciale il privilegio
esclusivo di eleggere un Imperatore romano, e questi elettori furono il
re di Boemia, il duca di Sassonia, il margravio di Brandeburgo, il conte
palatino del Reno e i tre arcivescovi di Magonza, di Treveri e di
Colonia. II. Il Collegio dei principi e de' prelati si liberò da una
moltitudine accozzata confusamente; ridussero a quattro voti
rappresentativi la lunga lista dei Nobili independenti, ed esclusero i
Nobili, o membri dell'ordine equestre, che nel campo dell'elezione, del
pari che in Polonia, s'erano veduti in numero di sessantamila a cavallo.
III. Non ostante l'orgoglio della nascita o del potere, non ostante
quello che inspirano la spada o la mitra, si ebbe la prudenza di porre
nei Comuni il terzo ramo del poter legislativo, e i progressi della
civiltà, quasi nell'istess'epoca, fecero altrettanto nelle assemblee
nazionali della Francia, d'Inghilterra e dell'Alemagna. La lega
anseatica padroneggiava il commercio e la navigazione del Settentrione;
i confederati del Reno manteneano la pace e la comunicazione interna
nell'Alemagna: le città han conservato una certa influenza proporzionata
alle ricchezze e alla politica loro, e la lor negativa annulla ancora le
risoluzioni dei due Collegi superiori, cioè di quello degli Elettori e
dell'altro dei principi[360].
[A. D. 1347-1378]
Nel quattordicesimo secolo precipuamente fa stupore la contraddizione
che si trova fra il nome e lo Stato dell'Impero romano di Alemagna, il
quale, eccetto sulle rive del Reno e del Danubio, non possedeva una sola
provincia di quelle di Traiano e di Costantino. Questi principi aveano
per indegni successori[361] i conti d'Absburgo, di Nassau, di
Lussemburgo e di Schwartzenburgo: l'Imperator Enrico VII ottenne pel
figlio la corona di Boemia, e suo nipote, Carlo IV, ebbe la culla presso
un popolo che gli stessi Alemanni trattavano da forestiero, da
Barbaro[362]. Dopo avere scomunicato Luigi di Baviera, i Papi che,
quantunque esuli o prigionieri nella contea di Avignone, affettavano di
disporre dei reami della Terra, gli diedero o gli promisero l'Impero
allora vacante. La morte dei competitori gli procurò i voti del Collegio
elettorale, e fu dagli unanimi suffragi riconosciuto Re de' romani e
futuro Imperatore, titolo che veniva prostituito ai Cesari della
Germania e a quei della Grecia. Altro non era l'Imperator d'Alemagna che
il magistrato elettivo, e senza autorità, d'un'aristocrazia di principi
che non gli aveano lasciato un solo villaggio di cui potesse dirsi
padrone. La sua più bella prerogativa era il diritto di presedere il
senato della nazione, convocato per le sue lettere, e di proporvi le
cose su cui deliberare; e il suo regno di Boemia, meno opulento della
città di Norimberga posta in quel dintorno, era il fondamento più saldo
del suo potere e la fonte più ricca delle sue rendite. Non più di
trecento guerrieri componeano l'esercito con cui varcò le Alpi. Fu
coronato nella cattedrale di S. Ambrogio colla corona di ferro
attribuita dalla tradizione alla monarchia Lombarda; ma non se gli
permise che un picciol seguito; gli furon chiuse alle spalle le porte
della città, e le armi de' Visconti tennero prigioniero il re d'Italia,
che fu obbligato di confermarli nel possesso di Milano. Una seconda
volta, fu coronato nel Vaticano colla corona d'oro dell'Impero; ma per
adattarsi ad un articolo d'un trattato segreto, l'Imperatore romano si
ritirò senza passare neppure una notte nel ricinto di Roma. L'eloquente
Petrarca[363], il quale trasportato dalla sua immaginazione vedea di già
risorgere la gloria del Campidoglio, deplora ed accusa la fuga
ignominiosa del principe Boemo; e gli autori contemporanei osservano,
che la vendita lucrosa de' privilegi e de' titoli fu il solo atto
d'autorità che esercitò l'Imperatore nel suo passaggio. L'oro
dell'Italia assicurò l'elezion di suo figlio; ma tanta era la vergognosa
povertà di questo Imperator romano, che fu fermato sulla strada di Worms
da un beccaio, e ritenuto in un'osteria per cauzione, o per ostaggio
delle spese che avea fatto.
[A. D. 1356]
Da questo spettacolo d'avvilimento volgiamo lo sguardo all'apparente
maestà che Carlo IV portò nelle Diete dell'Impero. La Bolla d'oro che
fissò la costituzione germanica è scritta in tuono di sovrano e di
legislatore. Cento principi s'incurvavano ai piedi del suo soglio, e
sublimavano la propria dignità cogli omaggi volontarii, che concedeano
al lor Capo o al lor ministro. I sette Elettori suoi grandi officiali
ereditari, che per grado e per titoli pareggiavano i re, servivano alla
tavola imperiale. Gli Arcivescovi di Magonza, di Treveri e di Colonia,
arcicancellieri perpetui dell'Alemagna, dell'Italia e della provincia di
Arles portavano in gran pompa i suggelli del triplice reame. Il gran
Maresciallo, montato sur un palafreno, per segno di sue incombenze,
tenea in mano un moggio d'argento pieno d'avena, ch'egli spandea per
terra, indi scendea da cavallo per regolare l'ordinanza de' convitati.
Il gran Siniscalco, il conte palatino del Reno, recava i piatti in
tavola. Dopo il banchetto il margravio di Brandeburgo, gran Ciamberlano,
si presentava colla brocca e il bacino d'oro, e gli dava da lavar le
mani; il re di Boemia era raffigurato, come gran Coppiere dal fratello
dell'Imperatore duca di Lussemburgo e del Brabante; e la cerimonia era
terminata dai grandi officiali della caccia, i quali con un frastuono di
corni e di cani introduceano un cervo ed un cignale[364]. Nè alla sola
Alemagna era ristretta la supremazia dell'Imperatore; i monarchi
ereditari dell'altre contrade dell'Europa confessavano la preeminenza
sua di grado e di dignità: era egli il primo dei principi cristiani, e
il Capo temporale della gran repubblica d'Occidente[365]: già da gran
tempo assumeva il titolo di maestà, e contrastava al Papa l'eminente
diritto di creare i re, e di convocare i Concilii. L'oracolo delle leggi
civili, il dotto Bartolo, riceveva una pensione da Carlo IV, e la sua
scuola risonava di questa sentenza, che il romano Imperatore era il
sovrano legittimo della Terra, cominciando dai luoghi ove si leva il
Sole sino a quelli dove tramonta. La contraria opinione fu condannata
non come un errore, ma come eresia, in vigor di quelle parole
dell'Evangelo: «E un decreto di Cesare Augusto dichiarò che tutto il
Mondo dovesse pagare l'imposizione»[366].
Se attraverso lo spazio dei tempi o de' luoghi, noi raffrontiamo Augusto
con Carlo, i due Cesari ci presenteranno un contrapposto ben forte.
Carlo nascondea la sua debolezza sotto la maschera dell'ostentazione, e
il primo velava la sua forza coi colori della modestia. Augusto,
capitanando le sue vittoriose legioni, dando leggi alla terra e al mare,
dal Nilo e dall'Eufrate sino all'Oceano Atlantico, si dicea servitor
dello Stato e l'uguale a' suoi concittadini. Il trionfator di Roma e
delle province si sottomettea alle formalità volute dagli offici legali
e popolari di censore, di console e di tribuno. La sua volontà era la
legge del Mondo; ma per pubblicar questa legge prendeva in prestito la
voce del senato e del popolo; da essi il padrone riceveva le nomine
rinnovate delle cariche temporanee già conferitegli per amministrar la
repubblica. Negli abiti, nell'interno della casa[367], nei titoli, in
tutte le azioni della vita sociale serbò Augusto le maniere d'un
semplice privato, e da' suoi scaltri adulatori fu rispettato il segreto
della sua assoluta e perpetua monarchia.
NOTE:
[188] -In vece di curiosità dovevasi dire (trattandosi della
Transustanziazione) seria considerazione de' teologi rivolta sempre a
spiegare i passi misteriosi dell'Evangelo, a togliere gli apparenti
obbietti, che potrebbero per avventura presentarsi, ed a mostrare a
credenti i motivi di credibilità, onde tener ferma la fede.- (Nota di N.
N.)
[189] Il dotto Selden ci dà, in una parola molto energica, e d'un
significato estesissimo, tutta l'istoria della Transustanziazione:
«Quest'opinione è una figura di retore[*], della quale si fece una
proposizione di logica». -Vedi- le sue opere, vol. III, p. 2073, nel suo
-Seldeniana- o i suoi -Propos de table.-
* -Non è maraviglia che Selden, protestante, abbia ciò asserito; e non
ha alcuna autorità per un cattolico il detto di un protestante in questo
proposito, siccome in tutti gli altri intorno le cose di religione.-
(Nota di N. N.)
[190] -Il culto delle Immagini non può chiamarsi superstizione popolare,
perchè fu spiegato, sanzionato, e stabilito dai Concilii generali, e dai
Papi, che condannarono l'opinione eretica degli Iconoclasti, che invano
vi si opposero per tanti anni per abolirlo. Vedi la nostra Nota a p.
248.- (Nota di N. N.)
[191] -Nec intelligunt homines ineptissimi, quod si sentire simulacra et
moveri possent, adoratura hominem fuissent a quo sunt expolita.- (-Div.
Instit.-, lib. 11, c. 2). Lattanzio è l'ultimo e il più eloquente degli
apologisti del cristianesimo; i loro motteggi sugli idoli intaccano non
solo l'oggetto, ma anche la forma e la materia.
[192] -Vedi- Sant'Ireneo, Sant'Epifanio e S. Agostino (Basnagio -Hist.
des Eglises réformées-, t. II, p. 1313). Questa pratica dei Gnostici ha
una singolare relazione col culto secreto usato da Alessandro Severo
(Lampridio, cap. 29; Lardner -Heathen Testimonies-, vol. III, p. 34).
[193] -Vedi- i capitoli XXIII e XXVIII di quest'opera.
[194] Ου γαρ το Θειον απλουν υπαρχον και αληπτον μορφαις τισι και
σχημασιν απεικαζομεν. Ουτε κηρω και ξυλοις την υπερουσιον και
προαναρχον ουσιαν τιμαν ημεισ διεγνωκαμεν. -Imperciocchè noi non
rappresentiamo con figure od immagini la Divinità, sostanza semplice ed
incomprensibile: nè in cera o in legno intendiamo d'onorare una Essenza
suprema ed eterna.- (-Concilium Nicenum-, II, in -Collect.- Labbe, t.
VIII, p. 1025, edizione di Venezia). «-Il serait peut-être à propos,
dice il signor Dupin, de ne point souffrir d'images de la Trinité ou de
la Divinité; les défenseurs les plus zélés des images ayant condamné
celles-ci, et le Concile de Trente ne parlant que des images de
Jésus-Christ et des Saints-». (-Bibliot. ecclés.- t. VI, p. 154).
[195] -Il culto del divin Fondatore della religione, Gesù Cristo, era sì
spiritualmente impresso ne' Cristiani che non ne avrebbero giammai
perduta l'idea, quand'anche non avessero avuto il soccorso de' sensi per
mezzo dell'immagine di lui; e ciò sarebbe anche avvenuto, perchè la fede
in lui non poteva mancare.- (Nota di N. N.)
[196] -I Greci, ed i Latini adottarono l'idea della assunzione per un
motivo già di sopra esposto, nella nostra Nota a pag. 44.- (Nota di N.
N.)
[197] Questo compendio della Storia delle Immagini è tratto dal
ventesimosecondo libro dell'-Histoire des Eglises reformées- di
Basnagio, t. II, p. 1310-1337. Era protestante, ma d'uno spirito
maschio; e non temono i riformati la taccia di imparziali in una cosa
intorno alla quale hanno così evidentemente ragione. -Vedi- la
perplessità del povero monaco Pagi, -Critica-, t. I, p. 42.
[198] Quando si studiano gli annalisti, messi da un lato i miracoli e le
contraddizioni, si giudica che dall'anno 300 avea la città di Paneade,
in Palestina, un gruppo di bronzo, rappresentante un gran personaggio,
avviluppato in un mantello, ed una donna a' suoi piedi che gli attestava
la propria gratitudine, o gl'indirizzava suppliche; e leggevasi per
avventura sul piedestallo τω Σωτηρι, τω ευεργετη, -al salvatore, al
benefattore.- Supponevano i cristiani pazzamente, che un tal gruppo
rappresentasse Gesù Cristo, e la -povera- donna ch'egli avesse guarito
d'un flusso di sangue. (Eusebio, VII, 18; Filostorgio VII, 3, ec.).
Il Signor di Beausobre con più ragione congettura, che quella statua
rappresentava il filosofo Apollonio o l'Imperatore Vespasiano: in
quest'ultima supposizione la donna è una città, una provincia, o forse
la regina Berenice. -Biblioth. germ.- XIII, p. 192.
[199] -Gli storici, e gli eruditi ecclesiastici del pari che i Teologi
hanno rifiutato con tutte le ragioni la corrispondenza fra il re Abgaro,
e Gesù Cristo, e qualificata falsa ed inventata la lettera di quel re a
Cristo, sebbene sia questa riferita dal Vescovo Eusebio nella sua storia
ecclesiastica. La di lui autorità unita a quella di S. Efrem, e di
Giacomo Vescovo di Sarug accreditò cotal favola: non si sa precisamente
quando, e da chi sia stata inventata. La mancanza di buone istorie ed
ancor più quella di buona critica, ne' primi secoli del cristianesimo,
cagionarono tale ignoranza. Il cattolico saggio, ed istruito, deve tener
certe e ferme le cose narrate ne' libri rivelati del Nuovo Testamento e
quelle definite dalla Chiesa, e lasciare le altre alla critica
giudiziosa de' dotti.- (Nota di N. N.)
[200] Eusebio, -Hist. ecclesiast.-, l. I, c. 13. Il dotto Assemani vi
aggiugne il testimonio di tre Sirii, di S. Efremo, di Giosuè Stilite, e
di Giacomo, vescovo di Sarug; ma non so che s'abbia prodotto l'originale
di quella lettera, o indicati gli archivi d'Edessa. (-Bibl. orient.- t.
I, p. 318, 420, 554). Si fatta tradizione così incerta venia loro
probabilmente dai Greci.
[201] Lardner discute e rigetta colla sua solita ingenuità i testimonii
citati in favore di quel carteggio (-Heathen Testimonies-, vol. I, p.
297-309). Arrossisco di vedere tra la folla degli scrittori
superstiziosi, ch'egli scaccia da questo posto ragguardevole insieme ai
Grabe, Cave e Tillemont, anche il signor Addison (-Vedi- le sue opere,
vol. I, p. 528 ediz. di Baskerville); ma il trattato superficiale da lui
composto sulla religion cristiana ha acquistato credito dal nome
dell'autore, dal suo stile, e dagli elogi troppo sospetti del clero.
[202] Dal silenzio di Giacomo di Sarug (Assemani -Bibliot. orient.- p.
289-318), e dalla testimonianza d'Evagrio (-Hist. eccl.- l. IV, c. 27)
giudicai, essere stata quella favola inventata tra gli anni 521 e 594,
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