secolo ottavo, cominciarono alcuni Greci scrupolosi a temere d'avere
ristabilito, sotto l'apparenza del cristianesimo, la religione dei loro
antenati; non poteano tollerare senza dolore ed impazienza il nome
d'Idolatri, che davan loro incessantemente gli Ebrei e i Musulmani[207],
ai quali inspirava la legge di Mosè e del Korano un odio immortale
contro le Immagini incise, ed ogni specie di culto relativo ad esse.
Fiaccava la servitù degli Ebrei il loro zelo, e dava poca importanza
alle loro accuse; ma i rimproveri dei Musulmani, che regnavano a
Damasco, e minacciavano Costantinopoli, aveano tutto il peso che dar
poteano la verità e la vittoria. Erano le città della Siria, della
Palestina e dell'Egitto fornite d'Immagini di Gesù Cristo, della Vergine
Maria, e dei Santi, ed avea ciascheduna la speranza od aspettava la
promessa d'essere difesa in guisa miracolosa. Soggiogarono gli Arabi in
dieci anni quelle città e le loro Immagini; e il Dio degli eserciti,
secondo la loro opinione, pronunciò un giudizio decisivo sul disprezzo
che ispirar doveano quegl'Idoli muti e inanimati[208]. Aveva fatta
Edessa lunga resistenza agli assalti del Re di Persia; ma quella città
prediletta, la sposa di Gesù Cristo, videsi involta nella comune ruina,
e l'Immagine del Salvator del Mondo divenne un trofeo della vittoria
degli Infedeli. Dopo tre secoli di servitù, fu renduto il Palladio alla
divozione di Costantinopoli, che pagò, per averlo, dodicimila lire
d'argento, rimise in libertà duecento Musulmani, e promise di non mover
guerra giammai contra il territorio d'Edessa[209].
In que' tempi di calamità e di abbattimento usarono i monaci tutta la
forza dell'eloquenza in difesa delle Immagini; vollero provare che i
peccati e lo Scisma della maggior parte degli Orientali aveano alienato
il favore, e annichilata la virtù di que' Simboli preziosi; ma si ebbero
contro i susurri d'una folla di cristiani che invocavano i testi, i
fatti e l'esempio dei tempi primitivi, e che bramavano secretamente la
riforma della Chiesa. Siccome non era stato il culto delle Immagini
stabilito da veruna legge generale o positiva, nell'Impero d'Oriente,
furono i suoi progressi ritardati o accelerati, secondo la qualità degli
uomini e le combinazioni del tempo, secondo i vari gradi delle
cognizioni sparse nelle varie contrade, e secondo il carattere
particolare dei Vescovi. Lo spirito incostante della capitale e il genio
inventivo del clero di Bizanzio s'affezionarono appassionatamente ad un
culto tutto splendore, mentre le rimote regioni dell'Asia, di costumi
più rozzi, non amavano punto quella specie di fasto religioso.
Mantennero numerose congregazioni di Gnostici e di Ariani, dopo la loro
conversione, quel semplice culto che aveano osservato prima d'abiurare,
e non erano gli Armeni, i più bellicosi dei sudditi di Roma,
riconciliati al duodecimo secolo colla vista delle Immagini[210]. Tutti
questi nomi diversi produssero prevenzioni ed odii che furono di poco
effetto nei villaggi dell'Anatolia e della Tracia, ma che sovente
influirono sulla condotta del guerriero, del prelato o dell'eunuco,
giunto alle primarie dignità della Chiesa o dello Stato.
[A. D. 726-840]
Di tutti questi avventurieri il più fortunato fu l'Imperatore Leone
III[211], che passò dalle montagne dell'Isauria sul trono dell'Oriente.
Non sapea nè di letteratura sacra nè di profana; ma la sua educazione
zotica e guerriera, la sua ragione, e forse la comunicazione che avea
cogli Ebrei e gli Arabi, gli aveano inspirato antipatia alle Immagini, e
risguardavasi allora come dovere d'un principe la cura d'obbligare i
suoi sudditi a regolare la loro coscienza secondo la sua. Con tutto ciò,
nei primordii d'un regno vacillante, si sottomise Leone, pel corso di
dieci anni di fatiche e pericoli, alle bassezze dell'ipocrisia; si
prostrò davanti Idoli, che disprezzava nell'intimo del cuore, e
soddisfece ogni anno il Papa con una solenne dichiarazione del suo zelo
per l'Ortodossia. Quando volle riformare la religione furono i suoi
primi passi circospetti e moderati: adunò un gran Concilio di Senatori e
di Vescovi, e, col loro consenso, ordinò di togliere dal Santuario e
dall'altare tutte le Immagini, e di collocarle nelle navate a tale
altezza che si potessero scorgere, ed essere inaccessibili alla
superstizione del popolo; ma invano tentò reprimere dall'una parte e
dall'altra il rapido impulso della venerazione e dell'orrore: le sante
Immagini poste a quell'altezza edificavano di continuo i devoti ed
accusavano il tiranno. La resistenza e le invettive irritarono lo stesso
Leone. Fu accusato da' suoi medesimi partigiani di non adempiere i
propri doveri; gli proposero essi a modello il Re giudeo che aveva
infranto il serpente di rame. Comandò con un secondo editto non solo
l'abolizione, ma la distruzione dei quadri religiosi. Furono
Costantinopoli e le province purificate d'ogni sorta d'idolatria: furono
distrutte le Immagini di Gesù Cristo, della Madre di Dio e dei Santi, e
si copersero le mura degli edificii con un semplice strato di gesso.
Venne la Setta degl'Iconoclasti spalleggiata dallo zelo e dal potere
dispotico di sei Imperatori, e per cento vent'anni risuonarono l'Oriente
e l'Occidente di quella disputa strepitosa. Voleva Leone l'Isaurico fare
della proscrizion delle Immagini un articolo di Fede sancito
dall'autorità d'un Concilio generale; ma questo Concilio non fu
convocato che sotto il regno di Costantino, suo figlio, e benchè l'abbia
il fanatismo della Setta trionfante rappresentato come un'adunanza
d'imbecilli e d'atei,[212] ciò che abbiamo de' suoi Atti in vari
frammenti mutilati palesa alcuni sintomi di ragione e di pietà. Aveano
le discussioni e i decreti di più Sinodi provinciali cagionato quel
Concilio generale, tenuto ne' sobborghi di Costantinopoli, e composto di
trecento trentotto Vescovi dell'Europa e dell'Anatolia; che allora erano
i Patriarchi d'Antiochia e d'Alessandria schiavi del Califfo, e i
Pontefici di Roma aveano separato dalla comunion dei Greci le Chiese
d'Italia e d'Occidente. Arrogossi il Concilio bizantino il titolo e il
potere di settimo Concilio generale; riconosceva però in tal guisa i sei
Concilii generali anteriori, che aveano gittate con tanta fatica le
fondamenta dell'edificio della Fede cattolica. Dopo una deliberazione di
sei mesi dichiararono i trecento trentotto Vescovi, e sottoscrissero
d'unanime consenso, che tutti i Simboli visibili di Gesù Cristo, fuorchè
nell'Eucarestia, erano blasfematorii od eretici; che il culto delle
Immagini corrompea la purezza della Fede cristiana e rinnovava il
paganesimo; ch'era giuocoforza cancellare od atterrare simili monumenti;
che coloro i quali ricuserebbero di consegnare alla Chiesa gli oggetti
delle loro particolari superstizioni, si renderebbero colpevoli di
disobbedienza all'autorità della Chiesa istessa e dell'Imperatore.
Celebrarono essi con sincere e forti acclamazioni i meriti del loro
Redentore temporale, a affidarono allo zelo e alla giustizia di lui
l'esecuzione delle loro spirituali censure. Come ne' precedenti
Concilii, fu anche a Costantinopoli la volontà del principe la regola
della Fede episcopale;[213] ma io sarei quasi per credere, che un gran
numero di Prelati sagrificò in tale occasione, a idee di speranza o di
timore, le opinioni della loro coscienza. Durante questa lunga notte di
superstizione, eransi i cristiani allontanati dalla semplicità
dell'Evangelo, e non era agevole per essi il seguire il filo, e
discernere gli andirivieni del labirinto. Era il culto delle Immagini,
nella mente d'un devoto, indivisibilmente unito alla Croce, alla
Vergine, ai Santi e alle loro reliquie. I miracoli e le visioni
stendevano una caligine sopra la base di quel sacro edificio, e le
abitudini della obbedienza e della Fede aveano sopite le due potenze
dello spirito, la curiosità e lo scetticismo. Costantino istesso è
accusato di dubbio, di miscredenza od anche di alcune regie facezie
sopra i Misteri dei cattolici[214]; ma erano questi Misteri ben fondati
nel Simbolo pubblico e privato de' suoi Vescovi; e il più audace
Iconoclasta non avrà potuto, che con interno orrore, assalire i
monumenti della superstizion popolare consegrati alla gloria dei Santi,
ch'ei teneva ancora per suoi protettori presso Dio. Ai tempi della
riforma del sedicesimo secolo, aveano la libertà, e i lumi aumentate
tutte le facoltà dell'uomo; il rispetto per l'antichità fu vinto dal
bisogno delle innovazioni, e ardì l'Europa, nel suo vigore, sdegnare i
fantasmi, d'innanzi ai quali tremava la debolezza effeminata dei Greci
avviliti.
[A. D. 726-775]
Non s'avvede il popolo dello scandolo d'una eresia, sopra quistioni
astratte, che allo squillo della tromba ecclesiastica; ma i più
ignoranti possono scorgere, devono i più agghiaccati risentire la
profanazione e la caduta delle loro Divinità visibili. Si volsero le
prime ostilità di Leone contro un Crocifisso, situato nel vestibolo, e
al di sopra della porta del palazzo. Già già s'abbattea; ma la scala
innalzata a tal fine, fu rovesciata con furore da una folla di fanatici
e di donne. Vide la moltitudine con pio trasporto piombare i ministri
del sacrilegio dall'alto della scala; e giacere in terra sfracellati;
essendo stati i rei di quest'azione giustamente puniti come omicidi e
ribelli, prostituì la loro fazione in lor onore gli omaggi conceduti
agli antichi martiri[215]. L'esecuzione degli editti dell'Imperatore
cagionò frequenti tumulti in Costantinopoli e nelle province: la vita di
Leone fu in pericolo; si trucidarono sei officiali, e bisognò impiegare
tutta la forza dell'autorità civile, e della potenza militare ad
estinguere l'entusiasmo del popolo. Le numerose isole dell'Arcipelago,
detto allora il mar Santo, erano piene d'Immagini e di monaci;
abiurarono gli abitanti senza scrupolo la loro fedeltà verso un nimico
di Gesù Cristo, della Vergine e dei Santi; allestirono un'armata di
battelli e di galee, spiegarono i loro sacri vessilli, e arditamente
corsero verso il porto di Costantinopoli, per collocare sul trono un
uomo più grato a Dio e al popolo. Aveano fiducia di miracoli; ma questi
miracoli non poterono resistere al fuoco greco[216]; e dopo la rotta e
l'incendio dei loro vascelli, le loro isole senza difesa furono
abbandonate alla clemenza o alla giustizia del vincitore. Aveva il
figlio di Leone, nel primo anno del suo regno, intrapresa una spedizione
contro i Saracini; e durante la sua assenza, erasi il parente di lui,
Artavasdes, ambizioso difensore della Fede ortodossa, impadronito della
capitale, del palazzo e della porpora. Si restaurò pomposamente il culto
delle Immagini, rinunciò il Patriarca alla dissimulazione ch'erasi
imposta[217], ovvero dissimulò i sentimenti che avea adottati; e i
diritti dell'usurpatore furono riconosciuti nella nuova e nella vecchia
Roma. Riparò Costantino sulle montagne, ov'eran nati i suoi avi; ma con
que' prodi e fedeli Isauri discese da esse, e in una vittoria decisiva
trionfò delle armi e delle predizioni dei fanatici; il lungo suo regno
fu continuamente agitato da clamori, sedizioni, congiure, da un odio
vicendevole, e da vendette sanguinolenti. La persecuzion delle Immagini
fu il motivo o il pretesto de' suoi avversari, e se non ebbero un
diadema temporale, ricevettero dai Greci la corona del martirio. In
tutte le trame che gli si ordirono contro, in palese, o in secreto,
provò l'Imperatore l'implacabile inimicizia dei monaci, fedeli schiavi
della superstizione, dalla quale ripetono le ricchezze e il potere[218].
Pregavano e predicavano, assolvevano e infiammavano il popolo,
congiuravano contro il sovrano: sboccò dalla solitudine della Palestina
un torrente d'invettive: e la penna di S. Giovanni Damasceno[219],
l'ultimo dei Padri greci, proscrisse la testa dell'Imperatore in questo
Mondo e nell'altro[220]. Non ho tempo d'esaminare fino a qual segno
eransi i monaci tirato addosso i mali veri o supposti dei quali
dolevansi, nè qual sia il numero di coloro che perdettero la vita, o
qualche membro, gli occhi o la barba, per la crudeltà dell'Imperatore.
Gastigati gl'individui, passò all'abolizione dei loro Ordini; essendo
questi ricchi ed inutili, avrà potuto il risentimento di lui essere
aizzato dall'avarizia, e scusato dal patriottismo. La missione e il nome
formidabile di -Dragone-[221], suo Visitator generale, sparsero l'orrore
e lo spavento in tutta la nazione -incappucciata-. Furono disfatte le
Comunità religiose, gli edifici convertiti in magazzeni od in baracche,
confiscate le terre, le masserizie e le gregge; vari moderni esempi ci
autorizzano a pensare, che non solo le reliquie, ma le biblioteche sieno
divenute preda di quella rapina, ch'eccitò la licenza o il piacere di
nuocere. Oltre l'abito e lo stato monastico si proscrisse col medesimo
rigore anche il culto pubblico e privato delle Immagini; e parrebbe che
si esigesse dai sudditi, od almeno dal clero dell'Impero d'Oriente, una
solenne abiurazione dell'idolatria[222].
Rinunziò con ripugnanza il sottomesso Oriente alle sue sacre Immagini;
lo zelo independente degli Italiani le difese con vigore, e raddoppiò la
divozione per esse. Era il Patriarca di Costantinopoli pel grado e per
l'ampiezza della sua giurisdizione quasi uguale al Pontefice di Roma; ma
il Prelato greco era uno schiavo sotto gli occhi del padrone che ad un
cenno, ora da un convento il facea passare sul trono, ora dal trono nel
fondo d'un convento. Il Vescovo di Roma, lontano dalla Corte, e sempre
in pericolo, in mezzo ai Barbari dell'Occidente, traeva dalla sua
condizione, coraggio e libertà; scelto dal popolo, gli era caro;
bastavano le sue rendite ragguardevoli ai bisogni pubblici e a quelli
dei poveri. La debolezza o la negligenza degli Imperatori lo determinò a
consultare, in pace e in guerra, la sicurezza temporale della città.
Nella scuola dell'avversità, s'andava egli a poco a poco arricchendo
delle virtù di un principe, e ne sentia l'ambizione: l'Italiano, il
Greco o il Siro, che arrivava alla Cattedra di S. Pietro, tutti
procedeano del pari, e seguivano la medesima politica; e Roma, perdute e
legioni e province, vedea di nuovo ristabilita la sua supremazia dal
genio e dalla fortuna dei Papi. Tutti gli autori convengono, che nel
secolo ottavo essi hanno fondato il dominio sulla ribellione[223]; che
questa fu cagionata e giustificata dall'eresia degl'Iconoclasti; ma la
condotta di Gregorio II e di Gregorio III, durante quella lotta
memoranda, s'interpreta in varia guisa dai loro amici e nemici.
Dichiarano gli Scrittori bizantini unitamente, che dopo un'utile
ammonizione, pronunciarono i Papi la separazion dell'Oriente e
dell'Occidente, e privarono il sacrilego Imperatore della rendita e
della sovranità dell'Italia. I Greci, testimoni del trionfo dei Papi,
parlano di questa scomunica in modo ancora più chiaro; ed essendo
affezionati maggiormente alla loro religione che al loro paese, invece
di biasimare, lodano essi lo zelo o l'ortodossia di quegli uomini
apostolici[224]. Gli autori che ne' tempi moderni difesero la Corte di
Roma, mostrano gran premura ad avvalorare l'elogio ed il fatto; i
cardinali Baronio e Bellarmino decantano quel grand'esempio del
deponimento dei Re eretici[225]; e se loro dimandasi, perchè non si
scagliarono le medesime folgori contro i Neroni e i Giuliani
dell'antichità. rispondono, che la debolezza della Chiesa primitiva fu
la sola cagione della sua paziente fedeltà[226]. In tale occasione
l'odio e l'amore produssero i medesimi effetti, e i protestanti pieni di
zelo, che vogliono eccitare l'indignazione, e spaventare il potere dei
principi e dei magistrati, ragionano alla distesa sull'innocenza e sul
delitto dei due Gregorii verso il loro legittimo sovrano[227]. Questi
Papi non sono difesi che dai cattolici moderati, i più della Chiesa
gallicana[228], che rispettano il Santo senz'approvarne il delitto. Que'
difensori della corona e della tiara giudicano della verità dei fatti
dalla regola dell'equità, dalle opere che ci rimangono, e dalla
tradizione; ricorrono al testimonio[229] dei Latini, alle Vite[230] ed
all'Epistole dei Papi istessi.
[A. D. 727]
Abbiamo due Epistole originali di Gregorio II all'Imperatore Leone[231];
e se non si può citarle come modelli d'eloquenza e di logica, offrono il
ritratto o almeno la maschera d'un fondatore della monarchia
pontificale. «Pel corso di dieci anni di vera felicità, gli dice,
abbiamo avuto la consolazione di ricever vostri fogli regii,
sottoscritti con inchiostro di porpora, e di vostra propria mano: erano
questi fogli per noi sacri pegni del vostro attaccamento alla Fede
ortodossa dei nostri avi. Che cangiamento deplorabile! che orribile
scandolo! Voi accusate ora i cattolici d'idolatria, e con tale accusa
non fate che smascherare la vostra empietà ed ignoranza. Siamo costretti
a proporzionare a siffatta ignoranza la rozzezza del nostro stile, e la
materialità degli argomenti. Bastano a confondervi i primi elementi
delle sante lettere; e se entrando in una scuola di grammatica, vi
dichiaraste nimico del nostro culto, irritereste la semplicità e la
pietà degli scolari a tale, che vi gitterebbero in faccia il loro
alfabeto». Dopo quest'esordio decente, tenta il Papa di stabilire
l'ordinaria distinzione tra gl'Idoli dell'antichità, e le Immagini del
cristianesimo. «Sono gli Idoli, dic'egli, figure immaginarie di fantasmi
o diavoli, in un tempo che il vero Dio non avea manifestata la sua
persona sotto forma visibile; le Immagini sono le vere forme di Gesù
Cristo, di sua Madre, e dei suoi Santi, che con tanti miracoli provarono
l'innocenza e il merito di questo culto relativo». Bisogna veramente
ch'egli siasi fidato nell'ignoranza di Leone per sostenere, che dai
tempi degli Apostoli furono le Immagini sempre in onore, e che colla
loro presenza santificarono i sei Concilii della Chiesa cattolica.
Deduce dal possedimento momentaneo e dalla pratica attuale un argomento
più specioso; pretende, che l'armonia del Mondo cristiano renda inutile
un Concilio generale; ed ha la franchezza di confessare che non possono
quelle assemblee esser utili che regnante un principe ortodosso.
Volgendosi quindi all'impudente ed inumano Leone, molto più reo di un
eretico, gli raccomanda la pace, il silenzio, ed una sommissione
implicita, alle sue guide spirituali di Costantinopoli e di Roma. Fissa
i limiti della potenza civile e della potenza ecclesiastica; sottomette
il corpo alla prima, l'anima alla seconda; stabilisce, che la spada
della giustizia è nelle mani del magistrato; che una spada più
formidabile, quella della scomunica, appartiene al clero; che,
nell'esercizio di questa divina commissione, non risparmierà un figlio
zelante il padre colpevole; che il successore di San Pietro ha il
diritto di gastigare i Re del Mondo. «O tiranno, soggiunse, tu ci assali
con mano voluttuosa ed armata: noi, inermi ed ignudi, non possiamo
ricorrere che a Gesù Cristo; principe dell'esercito celeste, e
supplicarlo che ti mandi un demonio per la distruzion del tuo corpo e la
salvezza dell'anima: spedirò i miei ordini a Roma, tu osi dichiarare con
folle arroganza; farò in pezzi le Immagini di S. Pietro; e Gregorio,
come Martino suo predecessore, sarà condotto, carico di catene, al piè
del trono imperiale a ricevere la condanna dell'esilio. Ah! Dio volesse
che mi fosse lecito camminare sull'orme di San Martino! Ma serva
d'esempio il fatto di Costanzo ai persecutori della Chiesa. Condannato
questo tiranno giustamente dai Vescovi della Sicilia, tutto coperto di
peccati, morì dalla mano d'uno de' suoi servi: questo sant'uomo è ancora
adorato dai popoli della Scizia, fra i quali terminò l'esilio e la vita.
Ma noi dobbiamo vivere per l'edificazione e il sostegno dei Fedeli; nè
siamo ridotti ad avventurare la nostra sicurezza in una battaglia. Per
quanto sii incapace di difendere la tua città di Roma, la situazione di
lei sulla spiaggia del mare, può farle temere i tuoi saccheggiamenti;
noi possiamo però ritirarci alla distanza di ventiquattro -stadii-[232],
nella prima Fortezza dei Lombardi, e allora perseguiterai i venti. Non
sai tu che i Papi sono i legami dell'unione, e i mediatori della pace
fra l'Oriente e l'Occidente? Stan fissi gli sguardi delle nazioni sulla
nostra umiltà; adorano esse qua giù come un Dio l'Apostolo S. Pietro, di
cui minacci d'annichilare l'Immagine[233]. I regni più remoti
dell'Occidente offrono i loro omaggi a Gesù Cristo e al suo Vicario, e
già noi ci apparecchiamo a visitare uno de' più possenti monarchi di
quella parte del Mondo, che desidera ricevere dalle nostre mani il
Sacramento del Battesimo[234]. Si sottomisero i Barbari al giogo
dell'Evangelo, tu solo sei sordo alla voce del pastore. Questi pii
Barbari sono pieni di furore; ardono di desiderio di vendicare la
persecuzione che soffre la Chiesa in Oriente. Cessa dalla tua audace e
funesta impresa; rifletti, trema e pentiti. Se ti ostini, noi non saremo
rei del sangue che si verserà in questa disputa; possa egli cadere sul
tuo medesimo capo»!
[A. D. 728]
Le prime ostilità di Leone contro le Immagini di Costantinopoli aveano
avuto a testimonio una folla di stranieri, venuti dall'Italia e da vari
paesi dell'Occidente; vi raccontarono essi con isdegno e dolore il
sacrilegio del monarca; ma al ricevere l'editto che proscrivea quel
culto, tremarono pei loro Dei penati; si tolsero da tutte le Chiese
dell'Italia le Immagini di Gesù Cristo, della Vergine, dei Martiri e dei
Santi, e si propose al Pontefice di Roma questa scelta; il favore
imperiale per premio della sua condiscendenza, la degradazione e
l'esilio per gastigo della sua disobbedienza. Lo zelo religioso e la
politica non gli permetteano d'esitare, e l'alterigia con cui trattò
l'Imperatore, annunciava una gran fiducia nella verità della sua
dottrina, o nelle forze di resistenza. Senza far conto delle preghiere o
dei miracoli, armossi contro il nimico pubblico, e le sue lettere
pastorali avvertirono gl'Italiani dei loro pericoli, e doveri[235]. A
questo segnale, Ravenna, Venezia, e le città dell'Esarcato e della
Pentapoli, aderirono alla causa della religione; erano quasi tutti
indigeni i soldati di terra e di mare; e infusero ai mercenarii
stranieri lo spirito di patriottismo e di zelo, da cui essi stessi erano
animati. Giurarono gli Italiani di vivere o morire per la difesa del
Papa e delle sante Immagini; era il popolo romano consegrato al suo
padre spirituale, ed anche i Lombardi bramavano di dividere il merito e
i vantaggi di quella sacrosanta battaglia. La distruzione delle statue
di Leone fu l'atto di ribellione il più apparente, il più audace e
quello che veniva in capo più naturalmente: il più efficace e il più
vantaggioso fu di ritenere il tributo che pagava l'Italia a
Costantinopoli, e di spogliare in tal guisa il principe d'un potere, del
quale poco prima aveva abusato coll'esigere una nuova capitazione[236].
Si elessero magistrati e governatori, e si conservò così una forma di
governo; tant'era la pubblica indignazione, che i Romani si disponeano a
creare un Imperatore ortodosso, e a condurlo con una squadra navale ed
un esercito nel palazzo di Costantinopoli. Furono nel tempo istesso
Gregorio II e Gregorio III dichiarati dal monarca autori della
ribellione, e condannati per tali: si fece il potere per impadronirsi
della loro persona colla frode o colla violenza, o per toglier loro la
vita. S'introdussero in Roma, o vennero più volte ad assalirla,
capitani, guardie, duchi e vescovi, investiti d'una dignità pubblica, o
deputati con una secreta commissione; approdarono con bande straniere;
trovarono nel paese qualche soccorso, e dee la città superstiziosa di
Napoli arrossire, che i suoi antenati difendessero allora la causa
dell'eresia: il valore però e la vigilanza dei Romani rispinsero quegli
assalti palesi o clandestini; i Greci furono sconfitti e trucidati,
morti i Capi d'una morte ignominiosa, e per quanto fossero i Papi
inclinati alla clemenza, ricusarono d'intercedere in favore di quelle
colpevoli vittime. Risse sanguinose, prodotte da un odio ereditario,
divideano da lungo tempo i diversi rioni della città di Ravenna[237];
trovarono quelle fazioni un nuovo alimento nella controversia religiosa
che sorgeva allora; ma aveano i partigiani delle Immagini la superiorità
del numero o del valore, e l'Esarca, che volle arrestar il torrente,
perdè la vita in una sedizion popolare. Per punire quel misfatto, e
ristabilire il suo dominio in Italia, mandò l'Imperatore una squadra ed
un esercito nel golfo Adriatico. Ritardati lunga pezza dai venti e
dall'onde, che loro cagionarono gran danno, sbarcarono i Greci alla fine
nei dintorni di Ravenna; minacciarono di spopolare quella rea città, e
d'imitare, forse di superare, Giustiniano II, il quale dovendo, già un
tempo, punire una ribellione, avea consegnato al carnefice cinquanta dei
primarii abitanti. Vestiti del sacco e coperti di cenere, pregavano le
donne e il clero; gli uomini erano armati alla difesa della patria;
aveva il comun pericolo riunite le fazioni, e vollero piuttosto
avventurare una battaglia ch'esporsi alle lunghe miserie d'un assedio.
Si combattè di fatto con accanimento. I due eserciti indietreggiarono e
si avanzarono a vicenda; videsi un fantasma, s'udì una voce, e la
certezza della vittoria rendè Ravenna vittoriosa. I soldati
dell'Imperatore si ritirarono sopra i vascelli; ma la spiaggia del mare
assai popolata mandò contro il nimico una gran quantità di schifi; si
mescolò tanto sangue alle acque del Po, che per sei anni non volle il
popolo cibarsi del pesce di quel fiume; l'instituzione d'una festa
annuale consecrò il culto delle Immagini, e l'odio del tiranno greco. In
mezzo al trionfo delle armi cattoliche, volendo il Pontefice di Roma,
condannare l'eresia degl'Iconoclasti, convocò un Concilio di novantatre
Vescovi. Coll'approvazione di questi, pronunciò una scomunica generale
contro quelli che assalirebbero la tradizion de' Padri, e le Immagini
dei Santi sia con parole o con fatti; comprendeva questo decreto
tacitamente l'Imperatore[238]; con tutto ciò sembra che la risoluzione
presa di fargli per l'ultima volta un'ammonizione, senza speranza di
buon esito, provi che l'anatema non era allora che sospeso sopra il suo
reo capo. Sembra di più, che i Papi, dopo avere ben fondato le basi
della propria sicurezza, del culto delle Immagini, e della libertà di
Roma e dell'Italia, abbiano mitigato il rigore, e risparmiato il
rimanente del dominio Bizantino. Differirono con moderati consigli ed
impedirono l'elezione d'un nuovo Imperatore; esortarono gl'Italiani a
non separarsi dal corpo della Monarchia romana. Si concedette all'Esarca
di risedere nelle mura di Ravenna, dove fece la parte piuttosto di
schiavo che di padrone; e fino all'incoronazione di Carlomagno, il
governo di Roma e dell'Italia fu sempre tenuto in nome dei successori di
Costantino[239].
La libertà di Roma oppressa dalle armi e dall'arte d'Augusto, dopo
settecento cinquant'anni di servitù fu campata dalla tirannia di Leone
l'Isaurico. Aveano i Cesari annichilati i trionfi dei Consoli; nella
decadenza e ruina dell'Impero romano, erasi il Dio Termine, quel sacro
limite, ritirato a poco a poco dalle rive dell'Oceano, del Reno, del
Danubio e dell'Eufrate, e Roma era ridotta al suo antico territorio,
contando i paesi che da Viterbo si stendono a Terracina, e da Narni
all'imboccatura del Tevere[240]. Espulsi i Re, riposò la Repubblica
sopra la solida base fondata dalla loro saggezza e virtù. La loro
perpetua giurisdizione si divise a due magistrati, che si eleggeano ogni
anno; continuò il senato ad essere investito del potere amministrativo e
deliberativo; le assemblee del popolo esercitarono l'autorità
legislativa distribuita tra le classi diverse in proporzione delle
sostanze, o dei servigi di ciascun individuo. Aveano i primi Romani,
ignari delle arti del lusso, perfezionata la scienza del governo e della
guerra: erano sacri i diritti personali; il volere della Comunità era
assoluto; erano armati cento trentamila cittadini a difendere il loro
paese, o ad ampliarlo per via di conquisti; una geldra di ladri e di
proscritti era divenuta una nazione, degna di libertà e ardente di
gloria[241]. Allorchè si estinse la sovranità degl'Imperatori greci,
Roma spopolata più non era che il tristo scheletro della miseria; era la
schiavitù divenuta per lei un'abitudine, e la sua libertà fu un
accidente prodotto dalla[242] superstizione, ch'essa medesima non potè
mirare che con sorpresa e terrore. Non trovavasi nelle instituzioni o
nella memoria dei Romani il menomo vestigio della sostanza, od anche
delle forme della costituzione; nè aveano abbastanza lumi e virtù a
rifabbricare l'edificio d'una Repubblica. Il debole avanzo degli
abitanti di Roma, nati tutti da schiavi o da stranieri, era l'oggetto
dello scherno dei Barbari trionfanti. Per esprimere il maggior disprezzo
che aveano per un nimico, lo chiamavano i Franchi e Lombardi -Romano-;
«e questo nome, dice il Vescovo Luitprando, abbraccia tutto ciò che è
vile, infame e perfido; i due estremi dell'avarizia e del lusso, e tutti
i vizi infine che possono prostituire la dignità della natura
umana[243].» La situazione dei Romani li gettò necessariamente in un
governo repubblicano grossolanamente concepito. Furono obbligati a
scegliere Giudici in tempo di pace, e Capi durante la guerra; si
adunavano i Nobili per deliberare, e non poteansi eseguire le loro
risoluzioni, senza il consenso della moltitudine. Si videro rinnovarsi
le forme antiche del Senato e del Popolo romano[244]; ma non erano
animate dall'istesso spirito, e quella nuova independenza fu disonorata
dalla tempestosa lotta della licenza e dell'oppressione. La mancanza di
leggi non poteva essere supplita che dal potere della religione, e
l'autorità del Vescovo dirigeva l'amministrazione interna, e la politica
esterna. Le sue limosine, i suoi discorsi, la sua corrispondenza coi re
e prelati dell'Occidente, i servigi, che non guari prima avea renduto
alla città, i giuramenti statigli prestati, e la gratitudine che gli si
dovea, assuefarono i Romani a risguardarlo come il primo magistrato, o
il principe di Roma. Il nome di -dominus- o di Signore non isgomentò
l'umiltà cristiana dei Papi, e se ne scorge la figura e l'iscrizione
sulle più antiche monete[245]. Il loro dominio temporale è oggigiorno
assodato da dieci secoli di rispetto, e il loro più bel titolo e la
libera scelta di un popolo, ch'essi aveano sottratto dalla schiavitù.
[A. D. 730-752]
In mezzo alle dispute dell'antica Grecia godeva il popol santo
dell'Elide una pace continua sotto la protezione di Giove, e
nell'esercizio de' Giuochi Olimpici[246]. Sarebbe stato una fortuna pei
Romani che un simile privilegio difendesse il patrimonio della Chiesa
dalle calamità della guerra, e che i cristiani, i quali andavano a
vedere la tomba di San Pietro, si credessero tenuti, alla presenza
dell'apostolo e del suo successore, di riporre le spade nel fodero; ma
questo mistico cerchio non potea essere delineato che dalla verga d'un
legislatore e d'un saggio: questo pacifico sistema non s'uniformava
collo zelo e coll'ambizione dei Papi; non erano i Romani, come gli
abitanti dell'Elide, dediti agl'innocenti e placidi lavori
dell'agricoltura, e le instituzioni pubbliche e private dei Barbari
dell'Italia, malgrado dell'effetto che aveva il clima prodotto sui loro
costumi, erano assai inferiori a quelle degli Stati della Grecia.
Luitprando, Re dei Lombardi, diede un esempio memorando di pentimento e
di divozione. Ascoltò questo vincitore, in mezzo alle armi, alla porta
del Vaticano, la voce di Gregorio II[247], ritirò le schiere, abbandonò
i conquisti, si condusse alla Chiesa di S. Pietro, e, dopo avere orato,
depose sulla tomba dell'Apostolo la spada e il pugnale, la corazza e il
mantello, la croce d'argento e la corona d'oro; ma tale fervor religioso
fu un'illusione e forse un artificio del momento; il sentimento
dell'interesse è possente e durevole. Era l'amore delle armi e della
rapina inerente al carattere dei Lombardi, e i disordini dell'Italia, la
debolezza di Roma, e la profession pacifica del suo nuovo Capo, furono
per essi e pel loro Re un oggetto di tentazione irresistibile. Alla
pubblicazione dei primi editti del monarca si dichiararono difensori
delle Immagini. Invase Luitprando la provincia di Romagna, chiamata così
fin da quei tempi; i cattolici dell'Esarcato si sottomisero senza
ripugnanza al suo potere civile e militare, e per la prima volta venne
introdotto un nimico straniero nell'inespugnabile Fortezza di Ravenna.
Furono la città e la fortezza ricuperate bentosto dall'attività dei
Veneziani valenti e poderosi in mare, e questi fedeli sudditi s'arresero
alle esortazioni di Gregorio, che li indusse a separare il fallo
personale di Leone dalla causa generale dell'Impero romano[248].
Dimenticarono i Greci un tale servigio, e i Lombardi si ricordarono di
tale ingiuria. Formarono le due nazioni, nimiche per la lor Fede,
un'alleanza pericolosa e poco naturale; marciarono il Re e l'Esarca al
conquisto di Spoleti e di Roma: si dissipò la tempesta senz'alcun
effetto; ma il politico Luitprando continuò a tenere l'Italia agitata da
perpetue alternative di tregue e d'ostilità. Astolfo, successore di lui,
si dichiarò ad un tempo nimico dell'Imperatore e del Papa. Fu soggiogata
Ravenna dalla forza o dal tradimento[249], e questa conquista troncò la
serie degli Esarchi, i quali, dall'epoca di Giustiniano e dalla ruina
del regno dei Goti in poi, aveano esercitato in quel paese una specie di
potere dependente. Fu ingiunto a Roma di riconoscere per suo legittimo
sovrano il Lombardo vittorioso; si fissò la taglia di ciascun cittadino
ad un annuo tributo d'un pezzo d'oro; la spada sospesa sul loro capo era
pronta a punire le disobbedienze. Esitarono i Romani; supplicarono, si
dolsero, e l'effetto delle minacce dei Barbari fu impedito dalle lagrime
e dai negoziati, fino a tanto che il Papa seppe procurarsi al di là
delle Alpi un alleato e un vendicatore[250].
[A. D. 754]
Aveva Gregorio I, nelle sue calamità, implorato i soccorsi dell'eroe del
suo secolo, di Carlo Martello, che governava la Francia col titolo
modesto di Prefetto del Palazzo o di Duca, e che colla sua vittoria
segnalata sopra i Saracini avea salvata la patria, e forse l'Europa, dal
giogo dei Musulmani. Ricevè Carlo col dovuto rispetto gli ambasciatori
del Papa; ma l'importanza delle sue occupazioni e la brevità della sua
vita non gli permisero d'immischiarsi negli affari dell'Italia che per
via d'una mediazione amichevole ed infruttuosa. Suo figlio Pipino, erede
del suo potere e delle sue virtù, si dichiarò difensore della Chiesa
romana, e sembra che lo zelo di questo principe fosse eccitato dall'amor
della gloria e dalla religione; ma era il pericolo sulle sponde del
Tevere, i soccorsi su quelle della Senna, e debole è la nostra
compassione per miserie lontane da noi. Mentre abbandonavasi la città di
Roma al dolore, Stefano III prese la generosa risoluzione di condursi in
persona alla Corte di Lombardia e a quella di Francia, di piegare
l'ingiustizia del suo nimico, o di destare la pietà e l'indignazione del
suo amico. Mitigata la pubblica disperazione con preghiere e litanie,
intraprese quel faticoso viaggio cogli ambasciatori del Monarca
francese, e con quelli dell'Imperator greco. Il Re dei Lombardi fu
inesorabile; ma non poterono le sue minacce frenare i lamenti, o
ritardare la diligenza del Pontefice di Roma, che traversò le Alpi
pennine, si riposò nell'abbazia di S. Maurizio, e andò poscia in tutta
fretta a stringere quella mano del suo protettore, che mai non alzavasi
in vano tra l'armi e per l'amicizia. Fu Stefano accolto come il
successore visibile dell'Apostolo. Nella prima assemblea del Campo di
Marzo o di Maggio, espose il Re di Francia a una nazione divota e
guerriera le varie doglianze del Papa, e il Pontefice ripassò le Alpi
non da supplichevole ma da conquistatore, con un esercito di Francesi
guidati dal Re medesimo. Dopo una debole resistenza ottennero i Lombardi
una pace ignominiosa; giurarono di restituire le possessioni, e di
rispettare la santità della Chiesa romana; ma non appena fu liberato
dalla presenza delle schiere francesi, dimenticò Astolfo la sua
promessa, e non sentì che l'affronto ricevuto. Videsi Roma di nuovo
investita dai soldati, e Stefano, temendo di stancare lo zelo degli
alleati che si avea procurato al di là delle Alpi, immaginò di
fortificare la sua doglianza, e la supplica, con una lettera eloquente
scritta da S. Pietro istesso[251]. L'Apostolo accerta i suoi figli
adottivi, il Re, il Clero e i Nobili di Francia, che morto corporalmente
vive tuttavia in ispirito; che la voce ch'essi ascoltano e che devono
obbedire, è quella del fondatore e del guardiano della Chiesa di Roma;
che la Vergine, gli Angeli, i Santi, i Martiri e tutto l'esercito
celeste, sollecitano la supplica del Papa, e impongon loro di marciare
immediatamente; che in ricompensa della loro pia impresa avranno la
fortuna, la vittoria e il paradiso, e che la perdizione eterna sarà la
pena della loro negligenza, se lascieranno cadere nelle mani dei perfidi
Lombardi la sua tomba, la sua Chiesa, il suo popolo. Non men rapida e
felice della prima fu la seconda spedizione di Pipino; ottenne S. Pietro
quanto bramava; Roma fu salva per la seconda volta, e sotto la sferza
d'un padrone straniero imparò finalmente Astolfo a rispettare la
giustizia e la buona fede. Dopo quel doppio gastigo, non fecero i
Lombardi che languire, e decadere per lo spazio di circa vent'anni. Non
erasi per altro il loro carattere conformato all'avvilimento della loro
condizione; e in vece d'aspirare alle pacifiche virtù dei deboli,
stancarono i Romani con una quantità di pretensioni, sutterfugii e
scorrerie, che cominciarono senza riflessione, e terminarono senza
gloria. Era la loro spirante monarchia angustiata, da un lato, dallo
zelo e dalla prudenza del Papa Adriano I, dall'altro, dal genio, dalla
fortuna e dalla grandezza di Carlomagno, figlio di Pipino: quegli eroi
della Chiesa e dello Stato si unirono con un'alleanza e coll'amicizia; e
quando calpestarono i deboli, seppero dare al loro procedere i più bei
colori dell'equità e della moderazione[252]. Unica difesa dei Lombardi
erano le gole delle Alpi e le mura di Pavia. Sorprese il figlio di
Pipino quelle gole, e investì quelle mura, e dopo un assedio di due
anni, l'ultimo dei loro principi naturali, Desiderio, consegnò al
vincitore lo scettro e la capitale. I Lombardi, sottomessi a un Re
straniero, serbando però le loro leggi nazionali, divennero piuttosto
concittadini che sudditi dei Franchi, i quali, com'essi traevano
l'origine, i costumi e la lingua dalla Germania[253].
[751, 753-768]
Le obbligazioni reciproche dei Papi e della famiglia Carlovingia,
formano l'importante anello che unisce l'istoria antica e moderna, la
civile ed ecclesiastica. Erano stati i difensori della Chiesa
incoraggiati al conquisto dell'Italia da una fausta occasione, da un
titolo specioso, dai voti del popolo, dalle preghiere e dai raggiri del
clero. La dignità di Re di Francia[254] e quella di Patrizio di Roma
furono i doni i più preziosi, che ricevè dai Papi la dinastia
Carlovingia. I. Sotto la monarchia sacerdotale di S. Pietro,
cominciarono le nazioni a ripigliare l'abitudine di cercare sulle sponde
del Tevere il loro monarca, le loro leggi e gli oracoli del loro
destino. Erano i Franchi imbarazzati tra due sovrani, l'uno di fatto,
l'altro di nome; Pipino, semplice Prefetto del Palazzo, esercitava
l'assoluto potere d'un Re; non mancava che questo titolo alla sua
ambizione. Il suo valore abbatteva gl'inimici; la sua liberalità gli
moltiplicava il numero degli amici. Era stato suo padre il salvatore del
cristianesimo, e quattro illustri generazioni assodavano, e faceano
risaltare i diritti del suo merito personale. L'ultimo discendente di
Clodoveo, il debole Childerico, conservava tuttavia il nome e le
apparenze della regia dignità, ma il suo diritto disusato non potea
servire ad altro che d'istrumento a sediziosi; desiderava la nazione di
restaurare la semplicità della sua costituzione, e Pipino, suddito e
principe, voleva assicurare il proprio grado e la fortuna della sua
famiglia. Legava un giuramento di fedeltà il Prefetto e i Nobili al
fantasma reale; era il puro sangue di Clodoveo, sempre sacro ad essi:
chiesero i loro ambasciatori al Pontefice romano di dissipare i loro
scrupoli, o di assolverli dalle loro promesse. L'interesse determinò
prontamente il Papa Zaccaria, successore dei due Gregorii, di
pronunciare in loro favore; decise che la nazione aveva il diritto di
unire sul medesimo capo il titolo e l'autorità di re; che lo sfortunato
Childerico dovea essere immolato alla pubblica sicurezza; ch'era d'uopo
deporlo dal trono, raderlo e chiuderlo in un convento pel resto de' suoi
giorni. Una risposta sì conforme al desiderio dei Franchi fu ricevuta da
essi come l'opinione d'un casuista, la sentenza d'un Giudice, o
l'oracolo d'un Profeta[255]: sparve la razza Merovingia; e fu innalzato
Pipino sopra lo scudo da un popolo libero, assuefatto ad obbedire alle
sue leggi ed a marciare sotto il suo vessillo. Fu incoronato due volte
colla confermazione della Corte di Roma; la prima dal servo fedele dei
Papi, S. Bonifazio, apostolo della Germania, e la seconda dalle mani
riconoscenti di Stefano III, che nel monastero di S. Dionigi pose il
diadema in capo al proprio benefattore. Alle altre cerimonie si aggiunse
allora destramente l'unzione dei Re d'Israele[256]: il successore di S.
Pietro assunse il carattere d'un messaggero di Dio; divenne un Capo
germanico agli occhi dei popoli, l'unto del Signore, e tanto la vanità
che la superstizione[257] contribuirono a diffondere questa cerimonia
giudaica per tutta l'Europa moderna. Si dispensarono i Franchi dal loro
primo giuramento di fedeltà, ma furono minacciati dei più tremendi
anatemi, i quali piomberebbero anche sulla loro posterità, se ardivano
in avvenire di fare un nuovo uso della libertà d'elezione, o di
scegliere un re, che non fosse della santa e degna stirpe dei principi
Carlovingi. Godettero questi principi tranquillamente la loro gloria
senz'inquietarsi dell'avvenire; afferma il secretario di Carlomagno, che
lo scettro di Francia era stato trasferito dall'autorità dei Papi[258],
e in processo di tempo, nelle loro più ardite imprese, non lasciarono
d'insistere con fiducia su quest'atto notabile, e approvato dalla loro
giurisdizion temporale.
II. Aveano i costumi e la lingua cangiato a tale, che i patrizi di
Roma[259] erano ben lontani dal rammentare il Senato di Romolo, e gli
officiali del palazzo di Costantino rassomigliavano poco ai Nobili della
repubblica, od ai patrizi distinti dal titolo fittizio di padri
dell'Imperatore. Allorchè ebbe Giuliano riconquistato l'Italia e
l'Affrica, l'importanza di quelle province rimote, e i pericoli ai quali
erano esposte, obbligarono a stabilire un magistrato supremo che
risedesse colà; chiamavasi indifferentemente Esarca o patrizio, e que'
governatori di Ravenna, che stanno registrati nella cronologia dei
principi, stendevano la loro giurisdizione sulla città di Roma. Dalla
ribellion dell'Italia e dalla perdita dell'Esarcato in poi, aveva la
miseria dei Romani, per certi riguardi, dimandato il sacrificio della
loro independenza; ma in quest'atto esercitavano ancora il diritto di
disporre d'essi medesimi, e i decreti del senato e del popolo
investirono successivamente Carlo Martello e la sua posterità degli
onori di patrizio di Roma. Avrebbero i Capi d'una potente nazione
sdegnati titoli servili, e uffici dependenti; ma il regno degli
Imperatori greci era sospeso, e durante la vacanza dell'Impero,
ottennero essi dal Papa e dalla repubblica una missione più gloriosa.
Presentarono gli ambasciatori romani a questi patrizi le chiavi della
Chiesa di S. Pietro in prova e per simbolo di sovranità; ricevettero nel
tempo stesso un santo vessillo che poteano e doveano spiegare a
difendere la Chiesa e la città[260]. Ai giorni di Carlo Martello e di
Pipino, l'interposizione del regno dei Lombardi minacciava la sicurezza
di Roma, ma ne proteggea la libertà, e la parola -patriziato-
rappresentava soltanto il titolo, i servigi e l'alleanza di que'
protettori lontani. La potenza e politica di Carlomagno annichilarono i
Lombardi, e lo fecero signore di Roma. Quando per la prima volta entrò
in quella città, vi fu ricevuto con tutti gli onori, renduti in altri
tempi all'Esarca, cioè al rappresentante dell'Imperatore; la gioja e la
gratitudine del Papa Adriano I[261] aggiunsero maggior lustro a quegli
onori. Non così tosto ei seppe l'improvviso avvicinamento del monarca,
che gli mandò incontro i magistrati e i Nobili colla bandiera, trenta
miglia in circa dalla città. Le -Scuole- o le Comunità nazionali dei
Greci, dei Lombardi, dei Sassoni etc. si affilarono lunghesso i due lati
della via flaminia, per lo spazio d'un miglio; era la gioventù di Roma
sotto le armi, e fanciullini, con palme e rami d'olivo in mano,
cantavano le lodi dell'illustre liberatore. Allorchè vide le croci e i
vessilli, discese Carlo da cavallo; condusse al Vaticano la processione
di que' Nobili, e nel salire la scala baciò devotamente tutti i gradini,
che metteano nel santuario degli Apostoli. Lo stava Adriano aspettando
col clero sotto il portico. S'abbracciarono come amici ed uguali; ma
andando verso l'altare prese il Re, o patrizio, la diritta del Papa, nè
fu pago Carlomagno di queste vane dimostrazioni di rispetto. Durante i
ventisei anni, che passarono fra il conquisto della Lombardia e la sua
incoronazione in qualità d'Imperatore, governò da padrone la città di
Roma che avea liberata colle sue armi. Giurò il popolo fedeltà alla sua
persona e alla sua famiglia; si coniarono le monete; si amministrò la
giustizia in suo nome; egli esaminò e confermò l'elezione dei Papi.
Toltone il diritto di richiamare la sovranità del suo proprio capo, non
poteva il titolo d'Imperatore aggiungere alcuna prerogativa a quelle
delle quali era il patrizio di Roma già investito[262].
Fu la gratitudine dei Carlovingi proporzionata a queste obbligazioni, e
i loro nomi sono stati consegrati col titolo di salvatori e benefattori
della Chiesa romana. Il suo antico patrimonio consistente in case e
poderi affittati, fu trasformato dalla loro munificenza in un dominio
temporale di città e province. Primo frutto delle vittorie di Pipino fu
la concessione dell'Esarcato[263]. Abbandonò Astolfo sospirando la sua
preda. Si consegnarono le chiavi e gli ostaggi delle primarie città
all'ambasciatore di Francia, che li presentò, in nome del suo Re, sulla
tomba di S. Pietro. Abbracciava l'Esarcato, secondo il più ampio
significato di questo vocabolo[264], tutte le province dell'Italia che
aveano obbedito all'Imperatore e a' suoi ministri; ma a tutto rigore non
comprendea che i territori di Ravenna, di Bologna e di Ferrara; deesi
aggiungere la Pentapoli, che estendevasi lunghesso il mare Adriatico, da
Rimini fino ad Ancona, e che avanzavasi nell'interno del paese fino alla
giogaia dell'Apennino. Si biasimarono molto l'ambizione e l'avarizia dei
Papi in quel maneggio. Avrebbe forse dovuto l'umiltà d'un prete
cristiano ricusare un regno terrestre, che non potea di leggieri
governare senza rinunciare alle virtù del suo stato. Avrebbe forse
dovuto un suddito fedele od anche un nimico generoso mostrar meno ardore
a dividere le spoglie del principe Barbaro; e se aveva l'Imperatore
commesso a Stefano di sollecitare in suo nome la restituzione
dell'Esarcato, non assolverei il Papa dal rimprovero di perfidia o di
falsità; ma stando esattamente alle leggi, può chiunque accettare senza
offesa, ciò che senza ingiustizia gli può dare un benefattore. Aveva
l'Imperator greco abbandonato o perduto i diritti all'Esarcato, e la
spada d'Astolfo era rotta dalla spada più forte del Carlovingio. Non per
difendere la causa dell'Iconoclasta, aveva Pipino esposto la sua persona
e l'esercito ai pericoli di due spedizioni al di là della Alpi; possedea
legalmente i suoi conquisti, e li potea legalmente alienare: rispose
piamente alle importunità dei Greci, che niuna considerazione umana non
lo determinerebbe a ripigliare un dono, che avea fatto al Pontefice di
Roma per la remission de' suoi peccati e la salute dell'anima. Aveva
egli dato l'Esarcato con tutti i diritti di sovranità; e vide il Mondo
per la prima volta un Vescovo cristiano investito delle prerogative d'un
principe temporale, del diritto di nominare magistrati, di far
esercitare la giustizia, di impor tasse, e di disporre delle ricchezza
del palazzo di Ravenna. Al disciogliersi del reame Lombardo, cercarono
gli abitanti del Ducato di Spoleti[265] un rifugio dalla procella; si
tagliarono i capelli all'uso dei Romani, si dichiararono servitori e
sudditi di S. Pietro, e compierono, con questa volontaria confessione,
il circondario odierno dello Stato ecclesiastico. Divenne questo circolo
misterioso d'un'ampiezza indefinita mercè la donazione verbale o scritta
di Carlomagno[266], il quale ne' primi trasporti della sua vittoria
spogliò sè stesso e l'Imperatore greco delle città e delle isole
dipendenti altre volte dall'Esarcato. Ma riflettendo, lontano
dall'Italia, a mente più fredda a quanto avea fatto, guardò con occhio
di invidia e di diffidenza la nuova grandezza del suo alleato
ecclesiastico. Eluse in guisa rispettosa l'esecuzione nelle sue promesse
e di quelle di suo padre; sostenne il Re dei Francesi e dei Lombardi i
diritti inalienabili dell'Impero, e finch'ei visse, e nel punto di sua
morte, Ravenna[267] e Roma furono sempre contate nel numero delle sue
città metropolitane. Svanì la sovranità dell'Esarcato tra le mani dei
Papi. Trovarono questi nell'Arcivescovo di Ravenna un rivale
pericoloso[268]: sdegnarono i Nobili e il popolo il giogo d'un prete; e
in mezzo ai disordini di quei tempi non poterono i Pontefici di Roma
ritenere che la memoria d'un'antica pretensione, che in una epoca più
favorevole rinnovarono con prospero evento.
La frode è l'arme della debolezza e dell'astuzia, e Barbari possenti, ma
ignoranti, caddero ben spesso nei lacci della politica sacerdotale.
Erano il Vaticano e il palazzo[269] di Laterano un arsenale ed una
manifattura, che secondo le occasioni produceano o celavano una copiosa
raccolta d'Atti veri o falsi, corrotti o sospetti, favorevoli
agl'interessi della Chiesa romana. Prima della fine del secolo ottavo,
qualche scriba della Santa Sede, forse il famoso Isidoro, fabbricò le
Decretali e la donazione di Costantino, quelle due colonne della
monarchia spirituale e temporale dei Papi. Fu mentovata quella memoranda
donazione, per la prima volta, in una lettera d'Adriano I, il quale
esortava Carlomagno ad imitare la liberalità del Gran Costantino, ed a
farne rivivere il nome[270]. Secondo la leggenda, aveva San Silvestro,
Vescovo di Roma, guarito dalla lebbra, e purificato nell'acque
battesimali il primo degl'Imperatori cristiani, nè medico alcuno fu mai
tanto ricompensato. Erasi il neofito reale allontanato dalla residenza e
dal patrimonio di San Pietro: aveva dichiarato la sua risoluzione di
fondare una nuova capitale in Oriente, e aveva abbandonata ai Papi
l'intiera e perpetua sovranità di Roma, dell'Italia e delle province
dell'Occidente.[271] Produsse una tale finzione gli effetti i più
vantaggiosi. Furono i principi Greci convinti d'usurpazione, e la
ribellione di Gregorio[272] non fu più considerata che come l'atto,
mercè del quale rientrava ne' suoi diritti ad una eredità, che gli
apparteneva legittimamente: si sciolsero i Papi dal dovere di
gratitudine, poichè l'apparente donazione non era che la giusta
restituzione d'una picciola parte dello Stato ecclesiastico. La
sovranità di Roma non dipendeva più dalla scelta d'un popolo volubile, e
si videro i successori di San Pietro, e di Costantino investiti della
porpora e dei diritti dei Cesari. Tanta era l'ignoranza e la credulità
di quel secolo, che in Grecia e in Francia si accolse con rispetto la
più assurda delle favole, e che trovasi tuttavia fra i decreti della
legge canonica[273]. Nè gl'Imperatori, nè i Romani non furono capaci di
discernere una trufferia, che distruggea i diritti degli uni e la
libertà degli altri: il solo ostacolo venne da un monastero della
Sabinia, che sul principio del duodecimo secolo contrastò l'autenticità
e la validità della donazione di Costantino[274]. Al risorgere delle
lettere e della libertà fu quel falso atto trafitto dalla penna di
Lorenzo Valla, critico eloquente, e Romano pieno di patriottismo[275].
Stupirono i suoi contemporanei del suo audace sacrilegio; ma tal'è il
tacito ed irresistibile progresso della ragione, che avanti la fine del
secolo vegnente, era quella favola rigettata con disprezzo dagli
Storici[276], dai Poeti[277], e dalla censura tacita e moderata dei
difensori della Chiesa di Roma[278]. I Papi sorrisero anch'essi alla
pubblica credulità[279]: ma questo titolo, supposto e disusato, continuò
a santificare il loro regno; e per un accidente felice al pari di quello
che preservò le decretali e gli oracoli della Sibilla, distrutte le
fondamenta, l'edificio non ruinò.
Mentre fondavano i Papi in Italia la loro independenza e il loro
dominio, le Immagini, ch'erano state la primaria cagione della loro
rivolta, si restauravano nell'Impero d'Oriente[280]. Sotto il segno di
Costantino V aveva l'unione del poter civile e del potere
ecclesiastico[281] rovesciato l'albero della superstizione senza
sbarbicarne la radice. Quella classe di uomini e quel sesso che sono più
dediti alla divozione, amavano nel lor segreto il culto degli idoli,
così nomandosi allora le Immagini,[282] e l'alleanza dei monaci e delle
donne[283] vinse decisamente la prova contro la ragione e l'autorità.
Leone IV sostenne, ma con minor rigore la religion del padre e dell'avo
mentre sua moglie, la bella e ambiziosa Irene, era imbevuta del
fanatismo degli Ateniesi, eredi dell'idolatria assai più che della
filosofia dei loro antenati. Vivente il marito, le sue inclinazioni non
fecero che invigorirsi vie più pei rischi a cui l'esponevano, e per la
dissimulazione che ne fu la conseguenza; solamente potè ella adoperarsi
nel proteggere, e promovere alcuni monaci favoriti, che trasse dalle
loro spelonche per collocarli sulle Sedi metropolitane dell'Oriente; ma
non così tosto cominciò a regnare in nome proprio, e in quello del
figlio, ella intese più seriamente alla ruina degl'Iconoclasti, e con un
editto generale a favor della libertà di coscienza aperse la via alla
persecuzione. Richiamando i monaci, espose delle Immagini a migliaia
alla pubblica venerazione, e da quel punto s'inventarono mille leggende
di martirii e di miracoli. Ad un Vescovo morto o scacciato, erano
immantinente sostituiti uomini animati dalle sue passioni.
[A. D. 787]
Coloro che più ardentemente cercavano i favori temporali e celesti,
prevenivano l'elezione che farebbe la sovrana, e non mancavano
d'approvarla. La promozion di Tarasio, suo segretario, alla dignità di
Patriarca di Costantinopoli, la fece arbitra della Chiesa d'Oriente: ma
i decreti d'un Concilio generale non si poteano rivocare, che da
un'assemblea della stessa qualità[284]; gl'Iconoclasti da lei radunati,
fatti forti dal possesso attuale, pareano poco inclinati alle
discussioni, e la debole voce dei loro Vescovi era avvalorata dalle
grida assai più formidabili dei soldati e della plebe di Costantinopoli.
Fu differito per un anno il Concilio; e in quest'intervallo si ordirono
maneggi, si separarono le squadre mal affezionate, e finalmente, per
toglier di mezzo tutti gli ostacoli, fu deciso che si congregherebbe il
Concilio in Nicea; così secondo l'uso della Grecia fu un'altra volta la
coscienza dei Vescovi in mano dei principi. Non si assegnarono che
diciotto giorni pur l'esecuzione di sì grande affare; comparvero
gl'Iconoclasti nell'Assemblea non come giudici, ma come rei o penitenti;
la presenza dei Legati del Papa Adriano e dei Patriarchi dell'Oriente
crebbero la pompa di quella scena[285]. Tarasio, che presedeva al
Concilio, stese il decreto, che fu confermato e ratificato dalle
acclamazioni e dalla sottoscrizione di trecentocinquanta Vescovi. I
quali con voce unanime dichiararono, che il culto delle Immagini è
conforme ai dettami della Scrittura e della ragione, dei Padri e dei
Concilii; ma stettero in forse quando si volle determinare, se questo
culto sia relativo, o diretto, se la Divinità e la figura di Gesù Cristo
ponno ammettere la stessa forma d'adorazione. Abbiamo già gli Atti di
questo secondo Concilio di Nicea; monumento singolare di superstizione e
d'ignoranza, di menzogna e di follia. Solamente riferirò il giudizio
dato dai Vescovi sul merito comparativo del culto che si rende alle
Immagini, e della moralità nelle azioni della vita. Aveva convenuto un
monaco[286] una tregua col demonio della fornicazione, a patto che
cesserebbe di fare le solite orazioni quotidiane davanti un'Immagine
sospesa al muro della sua cella. Fu dagli scrupoli indotto a consultare
il suo abate. «È meglio, gli rispose il casuista, entrare in tutti i
lupanari; e visitare tutte le prostitute della città, che astenerti
dall'adorar Gesù Cristo e sua Madre nelle lor sante Immagini[287]».
[A. D. 841]
È gran disgrazia per l'onor dell'ortodossia o per lo meno di quello
della Chiesa romana, che i due principi i quali convocarono i due
Concilii di Nicea si sieno macchiati del sangue del loro figlio[288].
Irene approvò e mandò despoticamente ad effetto i decreti della seconda
di queste Assemblee, e ricusò ai suoi avversari quella tolleranza che da
prima aveva conceduta a' suoi amici. La lite fra gli Iconoclasti e i
difensori del culto delle Immagini durò trentott'anni, o sia per cinque
regni consecutivi, collo stesso furore, benchè con diversi successi; ma
non è mio intendimento di rivangare minutamente fatti simili ai già
narrati. Diede Niceforo su questa materia una libertà generale di
discorsi e di contegno; e i monaci indicarono questa sola virtù del suo
regno come origine delle sue disgrazie in questo Mondo, e della sua
dannazione eterna. Superstizione e debolezza fecero il carattere di
Michele I; ma non valsero nè i Santi nè le Immagini, a cui offeriva
omaggio continuamente, a sostenerle sul trono. Quando Leone ottenne la
porpora, col nome d'Armeno, ne prese pure la religione, e le Immagini
coi lor sediziosi aderenti furono di bel nuovo sbandite. Avrebbero i
partigiani delle Immagini santificato cogli elogi l'assassinio di un
empio tiranno; ma Michele II suo assassino, e successore, era sin dalla
nascita affetto dell'eresie frigie volle interporre la sua mediazione
fra le due Sette, e l'intrattabile contegno dei cattolici fece pendere
la bilancia a poco a poco dall'altra parte. Per timidezza si mantenne
nella moderazione; ma Teofilo, suo figlio, incapace del pari di timore e
di compassione, fu l'ultimo e il più crudele degl'Iconoclasti. Allora
erano sfavorevoli ad essi le disposizioni generali, e gl'Imperatori che
vollero fermare il torrente, non conseguirono altro che l'odio pubblico.
Morto Teofilo, una seconda moglie, Teodora sua vedova, a cui lasciò la
tutela dell'Impero, finì il trionfo compiuto delle Immagini. I suoi
provvedimenti furono arditi e decisivi. Per rimettere in onore la
riputazione e salvar l'anima di suo marito, ebbe ricorso alla
supposizione di un tardo pentimento. La punizion degl'Iconoclasti, che
li condannava a perdere gli occhi, fu commutata in una flagellazione di
duecento colpi di sferza; tremarono i Vescovi, mandarono grida di gioia
i monaci, e la Chiesa cattolica celebra annualmente la festa del trionfo
delle Immagini. Non rimaneva più da discutere che una quistione, cioè,
se abbiano esse una santità loro propria ed inerente: se ne trattò dai
Greci dell'undecimo secolo[289], e quest'opinione è tanto assurda, che
mi fa maraviglia il vedere che non sia stata ammessa in modo più
positivo. Approvò Papa Adriano e pubblicò in Occidente i decreti del
Concilio Niceno, rispettato oggi dai cattolici come il settimo dei
Concilii ecumenici. Roma e l'Italia furono docili alla voce del lor
Padre spirituale; ma la maggior parte dei cristiani della Chiesa latina
rimasero in questo proposto molto addietro nella carriera della
superstizione. Le Chiese di Francia, di Germania, d'Inghilterra, di
Spagna s'apersero una strada fra l'adorazione e la distruzione delle
Immagini, le quali da quei popoli sono ammirate ne' lor templi, non come
oggetti di culto, ma come cose atte a richiamare e conservar la memoria
di qualche fatto che concerne la Fede. Comparve sotto il nome di
Carlomagno un libro di controversia scritto collo stile della
collera[290][291]. Si adunò a Francoforte sotto l'autorità di questo
principe un Concilio di trecento Vescovi[292]. Questi biasimarono il
furore degl'Iconoclasti, ma furon più severi nel censurare la
superstizione dei Greci e i decreti del preteso loro Concilio, il quale
fu lunga pezza vilipeso dai Barbari dell'Occidente[293]. Non fece il
culto delle Immagini presso di loro che progressi taciti ed
impercettibili; ma la loro esitazione e i loro indugi furono bene
espiati dalla grossolana idolatria dei secoli che precedettero la
riforma, e da quella che regna in diverse contrade tanto dell'Europa che
dell'America, tuttavia ottenebrate dalla caligine della superstizione.
Dopo il secondo Concilio di Nicea, e nel regno della pia Irene, avvenne
che i Papi dando l'Impero a Carlomagno, assai meno ortodosso di lei,
distaccarono dall'Impero d'Oriente Roma e l'Italia. Era mestieri
scegliere fra due nazioni rivali; non fu la religione il solo motivo che
prevalse: dissimulando i falli dei loro amici, vedeano con inquietudine
e con ripugnanza le virtù cattoliche dei nimici; di già per la
differenza di lingua e di costumi s'era perpetuata la nimistà delle due
capitali, e settant'anni di scisma le avevano totalmente alienate una
dall'altra. In questo spazio aveano i Romani assaporata la libertà, e i
Papi la signorìa; se si fossero sottomessi si sarebbero esposti alla
vendetta d'un despota geloso, e la rivoluzion dell'Italia avea già
svelata l'impotenza ad un tempo e la tirannide della Corte bizantina.
Aveano gl'Imperatori greci rimesse le Immagini, ma non restituiti i
demanii della Calabria[294], nè le diocesi dell'Illiria[295], usurpati
dagl'Iconoclasti ai successori di San Pietro; e Papa Adriano li minacciò
di scomunica se non abiuravano questa eresia pratica[296]. I Greci
allora erano ortodossi, ma potea il monarca regnante infettar col suo
soffio la lor religione; i Franchi comparivano restii; ma da un occhio
acuto si potea facilmente scorgere che presto passerebbero dall'uso al
culto delle Immagini. Il nome di Carlomagno avea la taccia del fiele
polemico versato da' suoi scrittori: ma quanto alle opinioni sue proprie
s'uniformava il vincitore, con la pieghevolezza d'un uomo accorto, alle
varie idee della Francia e dall'Italia. Nei quattro pellegrinaggi, o
visite ch'egli fece al Vaticano, era sembrato e per affetto e per
credenza unito coi Papi; s'era inginocchiato davanti alla tomba, e per
conseguente davanti l'immagine di S. Pietro, e senza scrupolo avea
partecipato alle orazioni e alle processioni della liturgia romana. Ma
la prudenza e la gratitudine doveano forse impedire ai Pontefici di Roma
lo scostarsi dal lor benefattore? Avean essi il diritto di vendere
l'Esarcato ricevuto da lui? avean essi l'autorità d'abolirne a Roma il
governo? Troppo inferiore al merito e alla grandezza di Carlomagno era
il titolo di patrizio, e non avean essi altro modo di sdebitarsi con
lui, o di raffermare il proprio Stato, fuor quello di rinnovare l'Impero
d'Occidente. Quest'atto decisivo avrebbe per sempre annichilite le
pretensioni dei Greci, e Roma si sarebbe sollevata dall'umiliante
condizione di città provinciale per riprendere l'antica sua maestà; i
cristiani della Chiesa latina sarebbero stati riuniti sotto un Capo
supremo nella prisca metropoli, e avrebbero i vincitori dell'Occidente
ricevuta la corona dalle mani dei successori di S. Pietro. Si
procacciava la Chiesa romana un difensore zelante e formidabile, e sotto
la protezione potente dei Carlovingi avrebbe da indi in poi potuto il
Vescovo di Roma governare quella capitale con onore e con
sicurezza[297].
[A. D. 800]
Prima della caduta del paganesimo, dalla concorrenza pel Vescovado di
Roma, erano sovente nate turbolenze ed uccisioni. Nel tempo di cui
parliamo era meno numerosa la popolazione, ma erano più rozzi i costumi,
più rilevante il conquisto, e però dagli ecclesiastici ambiziosi, che
aspiravano al grado di sovrani, era con furore disputata la Cattedra di
S. Pietro. Il lungo regno d'Adriano I[298] fu anche più lungo di quello
de' suoi predecessori, e dei Papi che vennero di poi[299]; trofei della
sua gloria furono l'erezione delle mura della città di Roma, il
Patrimonio della Chiesa, la distruzion dei Lombardi, l'amicizia di
Carlomagno; innalzò segretamente il trono dei suoi successori, e in un
picciolo teatro spiegò le virtù d'un gran principe. Fu rispettata la sua
memoria; ma quando fu d'uopo sostituirgli un altro, fu preferito un
sacerdote della Chiesa di Laterano, Leone III, al suo nipote ed al suo
favorito, da lui investiti delle prime dignità ecclesiastiche. Costoro,
sotto la maschera della sommessione o della penitenza, dissimularono per
quattr'anni gli orrendi loro disegni di vendetta; finalmente in una
processione, un drappello di cospiratori furibondi, dopo aver dispersa
una moltitudine inerme, si avventò alla sacra persona del Papa; che fu
oppresso da colpi e da ferite. Voleano torgli la vita o la libertà; ma,
fosse confusione o rimorso, non conseguirono l'intento. Leone, lasciato
come morto sulla piazza, riavutosi dallo svenimento sofferto nel perdere
il sangue, ricuperò la parola e la vista: e su questo accidente naturale
fu poi fabbricata la storia miracolosa aver lui ricuperati gli occhi e
la lingua, di cui l'avea privato due volte il ferro degli
assassini[300]. Scampò dalla prigione, e si riparò nel Vaticano; volò il
duca di Spoleto in suo soccorso; Carlomagno fu irritato da tanto
misfatto, e il Pontefice di Roma, invitato da lui, o spontaneamente,
andò a visitarlo nel campo di Paderborna in Vestfalia. Ripassò Leone le
alpi, scortato da conti e da vescovi, che dovean difendere la sua
persona, e sentenziare ch'egli era innocente; e non senza rincrescimento
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