come odioso è chi il tiene! --» Tali furono le parole che sfuggirono,
accompagnate d'un sospiro, dal labbro del padre addolorato. Il suo
cordoglio inasprì il risentimento nazionale de' Gepidi; e Cunimondo,
figlio che gli restava, fu provocato dal vino, o dal fraterno amore, al
desiderio della vendetta. «I Lombardi,» disse il rozzo Barbaro,
«rassomigliano, nell'aspetto e nell'odore, alle giumente delle nostre
pianure sarmatiche». E quest'insulto era una grossolana allusione alle
bianche bende di cui i Lombardi portavano avviluppate le gambe.
«Aggiungi un'altra rassomiglianza,» replicò un baldanzoso Lombardo; «che
tu sai come tirano calci. Visita la pianura di Asfeld, ed ivi cerca le
ossa di tuo fratello; esse vi sono miste con quelle degli animali più
vili». I Gepidi, nazione di guerrieri, balzarono da' loro scanni, e
l'intrepido Alboino, co' suoi quaranta compagni, pose mano alla spada.
Pacificata fu la rissa dalla venerabile interposizione di Turisondo.
Egli salvò il proprio onore e la vita del suo ospite; e poscia ch'ebbe
compito i solenni riti dell'investitura, licenziò lo straniero, cinto
delle insanguinate armi del figlio, dono di un genitor lacrimoso.
Tornossene Alboino in trionfo, ed i Lombardi nel celebrare
l'incomparabile sua intrepidezza, furono costretti a lodare le virtù di
un nemico[412]. È probabile che in quella straordinaria visita egli
vedesse la figlia di Cunimondo, il quale ben tosto salì sul trono de'
Gepidi. Rosamonda o Rosmunda ella chiamavasi, nome ben atto ad esprimere
femminile bellezza, e consacrato dall'istoria e dal romanzo alle novelle
di amore. Il re de' Lombardi, chè il padre di Alboino più non viveva,
era promesso sposo alla figlia di Clodoveo; ma i legami della fede e
della politica immantinente cederono alla speranza di possedere la bella
Rosmunda, e d'insultare la famiglia e la nazione di lei. Si
sperimentarono vanamente le arti della persuasione; e l'impaziente
amatore, con la forza e lo stratagemma, conseguì l'intento de' suoi
desiderj. La guerra era la conseguenza ch'ei prevedeva e cercava; ma i
Lombardi non potevano per gran pezza reggere al furibondo assalto de'
Gepidi, spalleggiati da un esercito Romano. E siccome l'offerta del
matrimonio con disprezzo fu rigettata, Alboino si vide astretto ad
abbandonar la sua preda, ed a partecipare del disonore che impresso egli
avea sulla casa di Cunimondo[413].
[A. D. 566]
Ogni volta che da private ingiurie attossicata viene una contesa
pubblica, un colpo che mortale o decisivo non sia, altro non produce che
una breve tregua, la quale permette a' combattenti di affilare le armi
per azzuffarsi di nuovo. La forza di Alboino non era sufficiente ad
appagare la sua sete di amore, di ambizione e di vendetta; egli piegossi
ad implorare il formidabile aiuto del Cacano; e gli argomenti, da lui
usati, ci chiariscono la politica e l'arte de' Barbari. Nell'attaccare i
Gepidi, egli era stato mosso, dicea, dal giusto desiderio di estirpare
un popolo, la cui alleanza col Romano Impero lo avea fatto il comune
inimico delle nazioni, ed il nemico personale del Cacano. Se le forze
degli Avari e de' Lombardi si collegavano in questa gloriosa contesa,
sicura diveniva la vittoria, ed inestimabile il premio: il Danubio,
l'Ebro, l'Italia e Costantinopoli sarebbero senza ostacolo, esposte alle
armi loro invincibili. Ma se esitavano od indugiavan essi a prevenire la
tristizia de' Romani, lo stesso spirito che avea oltraggiato gli Avari,
gli avrebbe perseguitati sino all'estremità della terra. Il Cacano
ascoltò con freddezza e disdegno queste ragioni speciose: egli ritenne
gli ambasciatori Lombardi nel suo campo, trasse in lungo le pratiche, ed
alternamente venne allegando la sua mancanza di volontà, o la sua
mancanza di attitudine ad assumere la rilevante impresa. In fine
egli dichiarò che l'ultimo prezzo della sua alleanza era, che i Lombardi
dovessero immantinente fargli dono della decima dei loro armenti; che le
spoglie ed i prigionieri si avessero da dividere a parti eguali; ma che
le terre dei Gepidi diverrebbero unicamente il patrimonio degli Avari.
Le passioni di Alboino gli fecero premurosamente accettare tali ardui
patti; e siccome i Romani erano malcontenti della ingratitudine e
perfidia de' Gepidi, Giustino abbandonò quell'incorreggibile popolo al
proprio destino, e rimase tranquillo spettatore del disuguale conflitto.
Cunimondo, spinto a disperazione, divenne più infaticabile e più fiero.
Egli sapea che gli Avari erano entrati sul suo territorio; ma tenendo
per fermo che, rotti i Lombardi, que' stranieri invasori verrebbero
facilmente respinti, mosse rapidamente ad affrontare l'implacabil nemico
del suo nome e della sua stirpe. Ma il coraggio de' Gepidi non fruttò ad
essi che una morte onorata. I più valorosi della nazione caddero sul
campo di battaglia; il re de' Lombardi contemplò con diletto la testa di
Cunimondo, ed il cranio di questo Re fu convertito in una coppa per
saziare l'odio del conquistatore, o, forse, per conformarsi ai selvaggi
usi della sua patria[414]. Dopo questa vittoria, nessuno ulteriore
inciampo potè frenare i progressi de' collegati, e fedelmente essi
tennero i patti del loro accordo[415]. Le belle contrade della Valachia,
della Moldavia, della Transilvania e le parti dell'Ungheria di là dal
Danubio, furono occupate senza resistenza da una nuova colonia di Sciti,
e l'impero Dace del Cacano fiorì con lustro per più di dugento e
trent'anni. Disciolta venne la nazione dei Gepidi; ma nella
distribuzione de' prigionieri, gli schiavi degli Avari furono men
fortunati che i compagni de' Lombardi, la cui generosità adottò un
valoroso nemico, e la cui libertà non poteva accordarsi colla fredda e
deliberata tirannide. Una metà delle spoglie introdusse nel campo di
Alboino più dovizie di quanto un Barbaro potesse computare co' rozzi e
lenti suoi calcoli. La bella Rosmunda fu persuasa e costretta a
riconoscere i diritti del vittorioso suo amante, e la figlia di
Cunimondo parve mettere in dimenticanza que' delitti che imputar si
potevano alle irresistibili sue attrattive.
[A. D. 567]
La distruzione di un potente regno stabilì la fama di Alboino. Ne'
giorni di Carlomagno, i Bavari, i Sassoni e le altre tribù di favella
Teutonica ripetevano ancora i canti in cui si esaltavano le eroiche
virtù, il valore, la liberalità e la fortuna del re de' Lombardi[416].
Ma la sua ambizione non era soddisfatta per anco: ed il conquistatore
de' Gepidi dal Danubio rivolse gli occhi alle più ricche rive del Po e
del Tevere. Quindici anni non erano corsi ancora, dacchè i suoi sudditi,
confederati di Narsete, avevano visitato il dolce clima d'Italia; i
monti, i fiumi, le strade maestre n'erano familiari alla memoria loro;
la narrazione delle loro vittorie, e forse l'aspetto del loro bottino,
avea acceso nella generazione sorgente la fiamma dell'emulazione e
dell'intrapresa. Lo spirito e l'eloquenza di Alboino ne rinvigorì le
speranze, e si racconta ch'egli ragionasse a' loro sensi, col far
imbandire sulla mensa reale le più belle e più squisite frutta che
spontaneamente vengono nel giardino del mondo. Non sì tosto ebbe egli
spiegato all'aure i vessilli, che la natia forza dei Lombardi fu
moltiplicata dalla gioventù, vaga di avventure, della Germania e della
Scizia. I robusti contadini della Pannonia avevano ripigliato i costumi
de' Barbari; ed i nomi dei Gepidi, dei Bulgari, dei Sarmati e dei Bavari
distintamente si possono rintracciare ancora nelle province
d'Italia[417]. Della nazione dei Sassoni, antichi alleati de' Lombardi,
ventimila guerrieri, con le mogli ed i figli accettarono l'invito di
Alboino. Il loro valore contribuì al buon successo delle sue armi; ma
tale era il numero del suo esercito, che la presenza o l'assenza loro
appena scorgevasi in esso. Ogni modo di religione liberamente veniva
praticato dai suoi rispettivi seguaci. Il re de' Lombardi era stato
educato nell'eresia Arriana, ma si concedeva a' Cattolici di pregare
pubblicamente nelle chiese loro per la conversione di essi; mentre i più
ostinati Barbari sagrificavano una capra, o forse un prigioniero, agli
Dei de' loro antenati[418]. I Lombardi ed i loro confederati, erano
uniti dal comune amore che portavano ad un Capo, il quale tutte in sè
accoglieva le virtù ed i vizi di un eroe selvaggio. La vigilanza di lui
provvide un ampio magazzino di armi offensive e difensive per l'uso
della spedizione. La ricchezza portatile de' Lombardi seguiva le mosse
del loro campo. Allegramente essi abbandonarono agli Avari i loro
terreni mediante la solenne promessa fatta ed accettata senza
sorriderne, che non riuscendo nella conquista dell'Italia, que'
volontarj esuli sarebbero tornati al possesso degli antichi lor beni.
Ed a vuoto sarebbero andati i loro disegni se Narsete fosse stato
l'antagonista de' Lombardi, ed i veterani guerrieri, i compagni della
sua vittoria Gotica avrebbero, con ripugnanza, affrontato un nemico che
stimavano e paventavano. Ma la debolezza della corte di Bisanzio giovò
la causa dei Barbari; e fu appunto per la rovina dell'Italia che
l'Imperatore diede una volta ascolto alle querele dei sudditi. Le virtù
di Narsete erano macchiate dall'avarizia, e nel suo regno provinciale di
quindici anni, egli accumulò un tesoro d'oro e d'argento eccedente la
modestia di una sostanza privata. Il suo governo era oppressivo ed in
odio al popolo, e i deputati di Roma con libertà esposero il generale
disgusto. Innanzi al trono di Giustiniano essi arditamente dichiararono
che il servaggio gotico era stato più comportabile ad essi che non il
dispotismo di un eunuco Greco; e che se il loro tiranno immantinente non
veniva rimosso, essi avrebbero consultato il loro bene nella scelta di
un nuovo Signore. Il timore della ribellione era avvalorato dalla voce
dell'invidia e della calunnia che sì di recente avea trionfato del
merito di Belisario. Un nuovo Esarca, Longino, fu mandato a prendere il
posto del conquistatore dell'Italia, e si espressero i bassi motivi del
suo richiamo nell'insultante mandato della Imperatrice Sofia. «Ch'egli
dovesse lasciare agli uomini l'esercizio delle armi, e tornasse al posto
che gli conveniva tra le ancelle del palazzo, ove di nuovo si porrebbe
una rocca nelle mani dell'Eunuco.» -- «Io le tesserò un tal filo ch'ella
non saprà facilmente disvolgerlo»! Cotesta dicono fu la risposta, che lo
sdegno e la conoscenza del proprio valore trassero di bocca all'Eroe. In
vece di presentarsi, quale schiavo e vittima allo soglie del palazzo di
Bisanzio, egli ritirossi in Napoli, d'onde, (se può darsi fede a quanto
si credette a que' tempi) Narsete invitò i Lombardi a punire
l'ingratitudine del Principe e del Popolo[419]. Ma le passioni del
Popolo sono furiose e volubili ed i Romani tosto si rammentarono i
meriti o temettero il risentimento del virtuoso lor Generale. Per la
mediazione del Papa il quale intraprese un pellegrinaggio a Napoli a
quest'effetto, accettato fu il pentimento de' Romani; e Narsete,
prendendo un sembiante più mite ed un più sommesso linguaggio, consentì
a porre la sua dimora nel Campidoglio. Ma sebbene giunto egli fosse
all'estremo periodo della vecchiaia[420], intempestiva pure e prematura
ne riuscì la morte, perocchè il solo suo genio avrebbe potuto riparare
l'ultimo e funesto errore della sua vita. La realtà o il sospetto di una
cospirazione disarmò e disunì gl'italiani. I soldati sentirono i torti
fatti al loro Generale, e ne lamentarono la perdita. Essi non
conoscevano il nuovo Esarca, e Longino ignorava egli stesso lo stato
dell'esercito e della provincia. Negli anni precedenti, l'Italia era
stata desolata dalla pestilenza e dalla fame; ed un popolo
disaffezionato attribuiva le calamità della natura alle colpe od alla
stoltezza de' suoi reggitori[421].
[A. D. 562-570]
Qualunque si fossero i motivi della sua sicurezza, Alboino non s'aspettò
d'avvenirsi, nè si avvenne in alcun esercito Romano in campo. Egli salì
le Alpi Giulie, e con disprezzo e desiderio giù volse gli occhi sulle
fertili pianure, a cui la sua vittoria conferì il perpetuo nome di
Lombardia. Un capitano fedele ed uno scelto drappello erano stanziati
nel Foro di Giulio, il moderno Friuli, per guardare i passi de' monti. I
Lombardi rispettarono la forza di Pavia, e porsero ascolto alle
preghiere de' Trevigiani. La tarda e pesante lor moltitudine si avanzò
ad occupare il palazzo e la città di Verona; e Milano che allora sorgea
dalle sue ceneri, fu investita dalle forze di Alboino, cinque mesi dopo
la sua partenza dalla Pannonia. Il terrore precedeva il suo campo; egli
trovò o lasciò per ogni dove una solitudine spaventosa; ed i pusillanimi
Italiani giudicarono, senza cimentarsi, che lo straniero era
invincibile. Fuggendo pe' laghi, su i monti, in seno alle paludi, le
turbe atterrite nascondevano alcuni brani della loro ricchezza e
procrastinavano il momento del loro servaggio. Paolino, patriarca di
Antiochia, trasportò i suoi tesori sacri e profani nell'isole di
Grado[422] ed i suoi successori furono adottati dalla nascente
Repubblica di Venezia, che del continuo arricchivasi per le pubbliche
calamità dell'Italia. Onorato, che teneva la cattedra di S. Ambrogio,
avea credulamente accettato le infide offerte di una capitolazione;
l'Arcivescovo in una col clero e coi nobili di Milano, fu tratto dalla
perfidia di Alboino a ricercare un asilo nei meno accessibili ripari di
Genova. Lungo la costa marittima, sostenuto era il coraggio degli
abitanti dalla facilità di procacciarsi vettovaglie, dalla speranza di
ricevere soccorsi e dalla facoltà di scampare colla fuga. Ma dai colli
di Trento sino alle porte di Ravenna e di Roma, le regioni mediterranee
dell'Italia divennero, senza una battaglia od un assedio, il patrimonio
dei Lombardi. La sommissione del popolo invitò i Barbari ad assumere il
carattere di Sovrani legittimi, e lo sconcertato Esarca fu ridotto alle
funzioni di significare all'Imperatore Giustino la rapida ed irreparabil
perdita delle città e delle province[423]. Una città ch'era stata
diligentemente fortificata dai Goti, tenne saldo contro le armi del
nuovo invasore; e mentre soggiogata veniva l'Italia dai volanti
drappelli dei Lombardi, il campo reale per tre anni non si mosse dinanzi
la porta occidentale di Ticinum o Pavia. Quel coraggio istesso che
ottiene la stima di un nemico incivilito, risvegliò il furore di un
selvaggio, e l'impaziente assediatore si era vincolato con terribile
giuramento a lasciare che l'età, il sesso ed il grado confusi andassero
in un generale macello. L'aiuto della fame finalmente gli porse il
destro di eseguire il suo sanguinoso disegno; ma nel punto in cui
Alboino passava la porta, il suo cavallo inciampò, cadde, e non potè
levarsi. La compassione o la devozione mosse uno de' suoi seguaci ad
interpretare questo come un miracoloso segno dell'ira del cielo. Il
conquistatore fermossi e s'impietosì, ripose la spada nella guaina, e
placidamente riposando nel palazzo di Teodorico, significò alla
moltitudine paventosa che dovesse vivere ed obbedire. Dilettato dal
situamento della città, che più cara era fatta al suo orgoglio per la
difficoltà dell'acquisto, il principe de' Lombardi disdegnò le antiche
glorie di Milano; e Pavia per alcuni secoli fu rispettata come la
capitale di tutto il reame d'Italia[424].
[A. D. 573]
Il regno del fondatore fu splendido ma di breve durata. Prima che
potesse regolare le sue nuove conquiste, Alboino perì vittima del
tradimento domestico e della femminile vendetta. In un palazzo presso
Verona, che non era stato eretto pei Barbari, egli banchettava i suoi
compagni d'armi: l'ubbriachezza era la ricompensa del valore, ed il Re
stesso si lasciò trarre dall'appetito o dalla vanità ad eccedere
l'ordinaria misura della sua intemperanza. Poscia ch'ebbe vuotate molte
capaci tazze di vin Retico o di Falerno, egli comandò che gli si recasse
il cranio di Cunimondo, ch'era il più nobile e più prezioso ornamento
della sua credenza. La coppa della vittoria con orrido applauso passò in
giro tra i capi Lombardi. «Colmatela nuovamente di vino, sclamò il
conquistatore inumano, colmatela fino all'orlo; portate questo calice
alla reina, e pregatela in mio nome di festeggiar con suo padre».
Rosmunda, trambasciata dal dolore e dall'ira, appena ebbe forza di
profferire. «Sia fatto il volere del Signor mio!» e toccando colle
labbra la coppa, pronunziò nel fondo del suo cuore il giuramento che
quell'insulto sarebbe lavato nel sangue di Alboino. Il risentimento di
una figlia sarebbe di qualche indulgenza degno, se trasgredito ella già
non avesse i doveri di una moglie. Implacabile nella inimicizia, od
incostante nell'amore, la regina d'Italia era scesa dal trono nelle
braccia di un suddito, ed Elmichi, port'arme del Re, fu il secreto
ministro de' suoi piaceri e della sua vendetta. Egli non poteva più
addurre scrupoli di fedeltà e di gratitudine onde ribattere la proposta
dell'assassinio; ma Elmichi tremò nel volgere in mente il pericolo al
par che il delitto, e nel rammentare l'incomparabil forza e bravura di
un guerriero, a cui sì spesso era stato vicino nel campo della
battaglia. A forza d'istanze egli ottenne che uno de' più intrepidi
campioni de' Lombardi venisse collegato all'impresa. Ma dall'intrepido
Peredeo altro non si potè conseguire fuor che una promessa di mantenere
il secreto, e la forma di seduzione, usata da Rosmunda, mette in
vergognosa mostra il nessun conto in che ella teneva l'onore e l'amore.
Ella si fe' cedere il posto nel letto da una delle sue ancelle ch'era
amata da Peredeo, e seppe con qualche pretesto spiegare l'oscurità ed il
silenzio del loro congresso, finchè non fu in grado di palesare al suo
compagno ch'egli era giaciuto colla reina de' Lombardi, e che la morte
di lui o quella di Alboino, esser dovea la conseguenza di quel
traditoresco adulterio. Posto nell'alternativa, Peredeo antepose di
essere il complice anzi che la vittima di Rosmunda[425] il cui
imperterrito animo era incapace di timore o di rimorso. Ella aspettò e
trovò ben tosto un favorevol momento. Il Re, oppresso dal vino, era
uscito di tavola, per prendere il pomeridiano suo sonno. L'infedele
mogliera si mostrò sollecita della salute e del riposo di esso: si
chiusero le porte del palazzo, si allontanarono le armi, si mandarono
lungo i seguaci, e Rosmunda, poi che l'ebbe lusingato al sonno con
tenere e dolci carezze, aprì l'uscio della stanza, e spinse i ripugnanti
congiurati a dargli immediatamente la morte. Al primo strepito, il
guerriero balzò giù dal letto; il suo brando, ch'egli tentò di snudare,
era stato legato alla guaina per man di Rosmunda; ed un picciolo
sgabello, unica arma che avesse, non potè per lungo tempo difenderlo
dalle lancie degli assassini. La figlia di Cunimondo sorrise in vederlo
a cadere; il corpo di Alboino fu seppellito sotto lo scalone del
palazzo, e la riconoscente posterità dei Lombardi riverì per gran tempo
la tomba e la memoria del vittorioso lor condottiero.
L'ambiziosa Rosmunda aspirava a regnare sotto il nome del suo amante; la
città e la reggia di Verona paventavano il suo potere, ed una fedel
banda de' nativi suoi Gepidi era presta ad applaudire la vendetta, ed a
secondare i desiderj della loro sovrana. Ma i capi Lombardi, che
fuggirono ne' primi momenti di costernazione e di scompiglio, avevano
ripreso il coraggio e raccolto le forze loro; e la nazione, invece di
sottoporsi al regno di lei, chiese con unanimi grida, che si facesse
giustizia della moglie colpevole e degli assassini del Re. Ella cercò
asilo tra i nemici della sua patria, ed una ribalda che meritava
l'abborrimento degli uomini, fu protetta dall'interessata politica
dell'Esarca. Rosmunda, insieme con la sua figlia, erede del trono
Lombardo, i suoi due amanti, i fedeli suoi Gepidi, e le spoglie della
reggia di Verona, discese l'Adige e il Po, e fu trasportata da un
vascello Greco nel sicuro porto di Ravenna. Longino vagheggiò con
diletto i vezzi ed i tesori della vedova di Alboino: la sorte presente,
e la passata condotta di lei, potevano giustificare le più licenziose
proposte; ed ella agevolmente diede ascolto alla passione di un
ministro, il quale, eziandio nel declino dell'Impero, era rispettato
come l'eguale dei Re. La morte di un drudo geloso era un sacrifizio
facile e grato, ed Elmichi, uscendo dal bagno, ricevè la bevanda letale
dalle mani della sua amante. Il gusto del liquore, i suoi rapidi
effetti, e la sperienza ch'egli avea del carattere di Rosmunda, ben
presto lo convinsero che avvelenato egli era. Elmichi mise la punta del
pugnale sul petto di Rosmunda, la costrinse a vuotare il rimanente della
tazza, e spirò in pochi minuti, colla consolazione ch'ella non sarebbe
sopravvissuta a godere i frutti della sua perversità.
[A. D. 573]
La figlia di Alboino e di Rosmunda fu imbarcata per Costantinopoli,
unitamente alle più ricche spoglie de' Lombardi. La mirabil gagliardia
di Peredeo divertì ed atterrì la corte Imperiale: la sua cecità e la sua
vendetta offrirono un'imperfetta copia delle avventure di Sansone. I
liberi suffragi della nazione, nell'assemblea di Pavia, elessero
Clefone, uno de' più nobili capi Lombardi, a successor di Alboino. Ma
diciotto mesi non erano ancora trascorsi, che il trono venne contaminato
da un secondo assassinio. Clefone fu trafitto dalla mano di un suo
famigliare. L'ufficio regale rimase per dieci anni sospeso, durante
l'età minore del suo figlio Autari, e l'Italia languì divisa ed oppressa
sotto l'aristocrazia ducale di trenta tiranni[426].
Il nipote di Giustiniano, nell'ascendere al trono, avea proclamato una
novella Era di felicità e di gloria. Ed in cambio, gli annali del
secondo Giustino sono contrassegnati dalla vergogna di fuori[427], e
dalla miseria di dentro. Nell'Occidente, l'Imperio romano venne afflitto
dalla perdita dell'Italia, dalla desolazione dell'Affrica, e dalle
conquiste dei Persiani. L'ingiustizia prevalse nella capitale e nelle
province; i ricchi tremavano per le loro proprietà, i poveri per la loro
salvezza: i magistrati ordinarj erano ignoranti o venali; i rimedi,
apprestati all'occasione, pare che fossero arbitrari e violenti, e le
querele del Popolo non potevano più ridursi al silenzio dagli splendidi
nomi di un legislatore e di un conquistatore. L'opinione che imputa al
Principe tutte le calamità de' suoi tempi, può venir sostenuta dallo
storico come una seria verità o come un salutare pregiudizio. Non
pertanto candidamente si può sospettare che i sentimenti di Giustino
fossero puri e benevoli, e che irreprensibilmente egli avrebbe occupato
il trono, se le facoltà della sua mente non si fossero affralite per
l'effetto di una malattia che privò l'Imperatore dell'uso de' suoi
piedi, e lo confinò dentro il palazzo, straniero ai lamenti del Popolo
ed ai vizj del governo. Il tardo conoscimento della sua impotenza lo
determinò a deporre il peso del diadema, e nella scelta di un degno
sostituto egli mostrò qualche indizio di discernimento ed anche di
magnanimità. L'unico figliuolo maschio di Giustino e di Sofia morì nella
sua infanzia: la figlia loro Arabia avea sposato Baduario[428]
soprantendente del palazzo e quindi comandante degli eserciti italiani,
il quale vanamente aspirò a veder confermati i diritti del matrimonio
con quelli dell'adozione. Finchè l'Impero appariva desiderevol cosa a
Giustino, egli solea riguardar con gelosia ed odio i suoi fratelli e
cugini, quasi rivali delle sue speranze; nè potea egli far conto sulla
gratitudine di coloro che avrebbero accettato la porpora come una
restituzione, anzichè come un dono. L'esilio, poi la morte avea tolto di
mezzo uno di questi competitori, e l'Imperatore stesso avea fatto ad un
altro cotali insulti crudeli, ch'egli dovea temerne lo sdegno, od averne
la pazienza in dispregio. Questa domestica animosità lo condusse alla
generosa risoluzione di cercarsi un successore, non nella famiglia, ma
nella Repubblica, e l'artifiziosa Sofia gli raccomandò Tiberio[429], suo
fedele capitano delle guardie, la virtù e la fortuna del quale si
poteano amare dall'Imperatore, come il frutto della giudiziosa sua
scelta. La cerimonia dell'esaltamento di Tiberio al grado di Cesare, o
di Augusto, fu eseguita nel portico del palazzo, in presenza del
Patriarca e del Senato. Giustino raccolse le residue forze del corpo ed
intelletto; ma la popolare credenza che la sua concione fosse inspirata
dalla Divinità, palesa qual opinione si avesse dell'Imperatore, e quale
ne dobbiamo aver di que' tempi[430]. «Tu,» gli disse Giustiniano, «vedi
le insegne della potestà suprema. Tu sei in procinto di riceverle non
dalla mia mano, ma dalla mano di Dio. Onorale, e ne trarrai onore.
Rispetta l'Imperatrice tua madre; tu sei ora il suo figlio; prima eri il
suo servo. Non compiacerti nel sangue; ti astieni dalla vendetta; fuggi
quelle azioni che mi tirarono addosso l'odio pubblico, e consulta
l'esperienza anzi che l'esempio del tuo predecessore. Come uomo, io ho
peccato; come peccatore, anche in questa vita ne fui severamente punito:
ma questi servi (accennando i suoi Ministri) che hanno abusato della mia
confidenza, ed infiammato le mie passioni, compariranno insieme con me
dinanzi al tribunale di Cristo. Io fui abbagliato dallo splendor del
diadema: tu sii saggio e modesto: rammenta ciò che fosti, rammenta ciò
che sei. Tu scorgi a te intorno i tuoi schiavi e i tuoi figli; insieme
con l'autorità, prendi l'affetto di un padre. Ama il tuo popolo come te
stesso; coltiva la benevolenza, mantieni la disciplina dell'esercito:
proteggi lo sostanze del ricco, sovvieni alle necessità del
povero[431]». -- L'assemblea, in silenzio ed in lagrime, applaudì i
consiglj, e fu commossa dal pentimento del Principe. Il Patriarca
intuonò le preghiere della Chiesa; Tiberio ricevè genuflesso il diadema,
e Giustino, il quale nel punto della sua abdicazione apparve più
meritevole di regnare, volse al nuovo Monarca le seguenti parole: «Se tu
il consenti, io vivo; se tu l'imponi, io muoio. Possa il Dio del Cielo e
della terra infondere nel tuo cuore tutto ciò che io ho dimenticato o
negletto!» I quattro ultimi anni dell'Imperatore Giustino trapassarono
in una tranquilla oscurità: la sua coscienza non era più tormentata
dalla rimembranza di que' doveri ch'egli non era atto ad adempiere; e la
sua scelta venne giustificata dalla filial riverenza del riconoscente
Tiberio.
[A. D. 578]
Tiberio era tra' Romani del suo tempo uno de' più appariscenti per la
sublime statura e l'avvenenza della persona. Fra le sue virtù[432], la
sua bellezza potè introdurlo al favor di Sofia; e la vedova di Giustino
era persuasa ch'ella conserverebbe il suo posto ed il suo ascendente
sotto il regno di un secondo e più giovane marito. Ma se l'ambizioso
candidato erasi indotto a piaggiare e dissimulare, non era ormai più in
sua balìa il corrispondere alle aspettative di lei o l'adempire le
proprie promesse. Le fazioni dell'Ippodromo domandavano, con qualche
impazienza, il nome della nuova loro Imperatrice; ma il popolo e Sofia
furono presi da stupore sentendo a bandire il nome di Anastasia, secreta
ma legittima moglie dell'imperatore Tiberio. Quanto alleviar poteva il
dolore della delusa Sofia, onori imperiali, palazzo magnifico, numeroso
treno di servi, tutto liberalmente le fu conceduto dalla pietà
dell'adottivo suo figlio. Egli nelle solenni occasioni visitava e
consultava la vedova del suo benefattore: ma l'ambizione di lei ebbe a
sdegno la vana sembianza della dignità reale: e la rispettosa
appellazione di madre serviva ad inasprire, anzi che a placare lo sdegno
di una donna oltraggiata. Mentre ella accettava da Tiberio e ricambiava
col sorriso delle Corti le gentili espressioni di riguardo o di
confidenza, si conchiudeva una secreta alleanza tra l'Imperatrice madre,
e gli antichi nemici di lei; e Giustiniano, figlio di Germano, fu
adoperato come stromento della sua vendetta. L'orgoglio della casa
regnante sopportava con repugnanza il dominio di uno straniero: il
giovine figlio di Germano meritamente godeva il favore del popolo. Il
nome di lui, dopo la morte di Giustino, era stato posto in campo da una
tumultuosa fazione; e l'ossequiosa offerta che del proprio capo egli
fece, non che di un tesoro di sessantamila lire sterline, poteva
interpretarsi come una prova di delitto, o almeno di timore. Giustiniano
ricevè un generoso perdono ed il comando dell'esercito orientale. Il
monarca Persiano fuggì dinanzi alle armi di esso; e le acclamazioni onde
ne fu accompagnato il trionfo, lo dichiararono degno dell'ostro.
L'artificiosa sua protettrice avea scelto il mese della vendemmia, tempo
in cui l'Imperatore soleva tra gli ozj di una campestre solitudine
godere i piaceri di un suddito. Appena ebbe contezza de' disegni di
Sofia, Tiberio si ricondusse a Costantinopoli, ove la sua presenza e
fermezza soffocò la cospirazione. Dalla pompa e dagli onori di cui aveva
abusato, Sofia fu ridotta ad un assegnamento modesto; Tiberio licenziò
il corteggio di lei, ne intercettò il carteggio, e commise ad una
guardia fedele la cura di custodirla. Ma i servigi di Giustiniano non
furono risguardati da quell'eccellente Principe come un aggravamento de'
suoi torti; dopo avergli fatto alcuni blandi rimproveri, egli dimenticò
il tradimento e l'ingratitudine; e fu comunemente creduto che
l'Imperatore allettasse qualche pensiero di contrarre una duplice
alleanza col rival del suo trono. La voce di un angelo (favola propagata
a quel tempo) potè rivelare all'Imperatore che egli avrebbe sempre
trionfato de' suoi nemici domestici; ma Tiberio ritraeva una sicurezza
più ferma dall'innocenza e dalla generosità del suo animo.
All'odioso nome di Tiberio egli aggiunse il popolare soprannome di
Costantino, ed imitò le più pure virtù degli Antonini. Dopo di aver
riferito i vizj o le follie di tanti Principi romani, dolce riesce il
fermarsi per un momento sopra un carattere ragguardevole pei pregi
dell'umanità, della giustizia, della temperanza, e della fortezza, ed il
contemplare un sovrano affabile nella sua reggia, devoto nella chiesa,
imparziale sul seggio de' giudizj, e vittorioso, almeno per mezzo de'
suoi generali, nella guerra Persiana. Il più glorioso trofeo della sua
vittoria fu una moltitudine di prigionieri che Tiberio alimentò,
redense, e rimandò alle natie lor case collo spirito caritatevole di un
eroe cristiano. I meriti o le sventure de' suoi sudditi avevano il più
caro diritto alla sua beneficenza, ed egli misurava le sue larghezze,
non a norma della loro espettazione, ma a norma della propria sua
dignità. Questa massima, comecchè pericolosa in un depositario della
ricchezza pubblica, era contrappesata da un principio di umanità e di
giustizia, che gl'insegnava ad abborrire, come di lega vilissima, l'oro
spremuto dalle lagrime del Popolo. Per sollevare i suoi sudditi, ogni
volta ch'erano stati afflitti da naturali o da ostili calamità, egli
punto non indugiava a discioglierli dai tributi, di cui restavano in
debito, o dalla dimanda di nuove imposizioni. Fieramente egli rigettò le
servili proposte de' suoi ministri che gli offrivano ripieghi compensati
da una oppressione dieci volte maggiore, e le savie ed eque leggi di
Tiberio eccitarono la lode de' tempi susseguenti ed il rammarico della
sua perdita. Costantinopoli tenne per fermo che l'Imperatore avesse
scoperto un tesoro: ma il vero suo tesoro consisteva nella pratica di
una liberale economia, e nel disprezzo di tutte le spese superflue. I
Romani dell'Oriente avrebbero gioito la felicità, se il migliore fra i
doni del cielo, un Principe che ama la patria, fosse rimasto
perpetuamente fra loro. Ma in meno di quattro anni dopo la morte di
Giustino, il degno suo successore cadde sotto il peso di una mortale
infermità, che appena gli lasciò il tempo di restituire il diadema al
più meritevole de' suoi cittadini, secondo l'investitura ond'egli il
teneva. Tiberio tra la folla scelse Maurizio, giudizio più prezioso che
la porpora stessa. Il Patriarca ed il Senato furono chiamati al letto
del principe moribondo: egli diede a Maurizio la sua figlia e l'Impero;
e l'ultimo suo volere fu solennemente bandito dalla voce del Questore.
Tiberio manifestò la speranza in cui era che le virtù del suo figlio e
successore avessero ad innalzare il più nobile monumento alla sua
memoria. Essa fu onorata dalla pubblica afflizione; ma il più sincero
cordoglio si dilegua nel tumulto di un nuovo regno, e gli occhi ed i
plausi degli uomini sono ben presto rivolti al sole che nasce.
[A. D. 582]
L'Imperatore Maurizio traeva la sua origine da Roma antica[433], ma
gl'immediati suoi genitori erano stanziati ad Arabisso, nella
Cappadocia, e la singolare loro felicità li serbò in vita a vedere ed
averla comune la fortuna dell'-augusto- lor figlio. La giovinezza di
Maurizio era scorsa nella professione della milizia; Tiberio lo promosse
al comando di una nuova e favorita legione di dodicimila confederati; si
segnalarono il suo valore e la sua condotta nella guerra Persiana; ed
egli tornò a Costantinopoli ad accettare come giusta ricompensa,
l'eredità dell'Impero. Maurizio salì al trono nella matura età di
quarantatre anni; ed egli regnò venti anni sopra l'Oriente e sopra se
stesso[434]; cacciando fuor dal suo animo la selvaggia democrazia delle
passioni, e fondando (secondo l'arguto parlare di Evagrio) una perfetta
aristocrazia della ragione e della virtù. Può insorgere qualche sospetto
contro la testimonianza di un suddito, benchè protesti che la secreta
sua lode mai non giungerà all'orecchio del suo sovrano[435], ed alcuni
mancamenti sembrano riporre il carattere di Maurizio al di sotto del più
puro merito del suo predecessore. Il freddo e riserbato suo contegno può
imputarsi ad arroganza; non sempre andò esente di crudeltà la sua
giustizia nè scevra fu di debolezza la sua clemenza; e la rigida sua
economia troppo spesso lo espose al rimprovero di avarizia. Ma i
ragionevoli desiderj di un assoluto Monarca debbono tendere alla
felicità del suo popolo. Maurizio era dotato del senno e del coraggio
che si chieggono a promovere questa felicità, e la sua amministrazione
reggevasi a tenore de' principj e dell'esempio di Tiberio. La
pusillanimità de' Greci avea introdotto una separazione sì intera tra le
funzioni di Re e quelle di Generale, che un semplice soldato il quale
avea meritato ed ottenuto la porpora, di rado o non mai comparve alla
testa de' suoi eserciti. Nondimeno l'Imperatore Maurizio ebbe la gloria
di riporre in trono il monarca Persiano: i suoi luogotenenti condussero
una dubbia guerra contro gli Avari del Danubio, ed egli volse un occhio
d'inefficace pietà sopra l'abbietto e disastroso stato delle sue
province Italiane.
Dall'Italia giungevano del continuo agli Imperatori moleste relazioni di
miseria e dimande di soccorsi, che strappavan ad essi di bocca
l'umiliante confessione dalla propria lor debolezza. La spirante dignità
di Roma unicamente contraddistinguevasi per la libertà e l'energia delle
sue querele. «Se tu sei impotente, inabile,» essa diceva, «a liberarci
dalla spada de' Lombardi, salvaci almeno dalle calamità della fame.»
Tiberio perdonò la rampogna, e sollevò la miseria; si trasportò una
provvigione di grano dall'Egitto al Tevere, ed il Popolo Romano,
invocando il nome, non di Camillo ma di S. Pietro, respinse i Barbari
dalle sue mura. Ma accidentale fu il soccorso, perpetuo ed incalzante
era il pericolo; ed il Clero ed il Senato raccogliendo gli avanzi
dell'antica loro opulenza, unirono una somma di tremila libbre d'oro, e
spedirono il patrizio Panfronio a porre i loro doni ed i loro lamenti a
piè del trono di Costantinopoli. L'attenzione della Corte, e le forze
dell'Oriente, erano volte verso la guerra Persiana: ma la giustizia di
Tiberio applicò il sussidio alla difesa della città; ed egli accommiatò
il Patrizio col migliore consiglio che potesse dargli, ch'era di
corrompere i Capi Lombardi, ovvero di procacciarsi l'aiuto dei Re di
Francia. Nonostante questa debole invenzione, l'Italia continuò a gemere
afflitta, Roma fu di nuovo assediata, ed il sobborgo di Classe, non più
di tre miglia distante da Ravenna, fu saccheggiato ed occupato dalle
truppe di un semplice Duca di Spoleto. Maurizio diede udienza ad una
seconda deputazione di Sacerdoti e di Senatori; le obbligazioni e le
minacce della religione erano vivamente esposte nelle lettere del
pontefice di Roma; ed il suo nunzio, il Diacono Gregorio, era egualmente
idoneo ad invocare i poteri del cielo e quei della terra. L'Imperatore
si apprese con più poderoso effetto al consiglio del suo predecessore:
si persuase ad alcuni formidabili Capi Lombardi di abbracciare
l'amicizia dei Romani, ed uno di essi, Barbaro mansueto e fedele, visse
e morì al servizio dell'Esarca. I passi dell'Alpi furono lasciati liberi
ai Franchi, ed il Papa li confortò a rompere senza scrupolo i giuramenti
fatti e gl'impegni presi co' miscredenti. Childeberto, nipote di
Clodoveo, s'indusse ad invader l'Italia, mediante il pagamento di
cinquantamila monete; ma siccome egli avea veduto con amore alcune pezze
coniate dalla zecca di Bisanzio del peso di una libbra d'oro, il Re di
Austrasia stipulò che per rendere degno di lui il presente, vi si
mescolerebbe un adeguato numero di quelle venerande medaglie. I Duchi
de' Lombardi aveano provocato con frequenti scorrerie i loro potenti
vicini della Gallia. Tosto che temerono una giusta rappresaglia, essi
rinunziarono alla debole e disordinata indipendenza loro; si riconobbero
con unanime accordo i vantaggi del governo reale, l'unione, la
secretezza, il vigore; ed Autari, figlio di Clefone, era già cresciuto
nella forza e nella riputazione di un guerriero. Sotto lo stendardo del
nuovo Re, i conquistatori dell'Italia fecero fronte a tre successive
invasioni, una delle quali era condotta da Childeberto stesso, l'ultimo
della stirpe de' Merovingi che calasse le Alpi. La prima spedizione andò
a male per la gelosa animosità de' Franchi e degli Alemanni. Nella
seconda essi furono rotti in una sanguinosa battaglia con più perdita e
più disonore che non avessero sofferto dalla fondazione della loro
monarchia in poi. Impazienti di vendetta essi discesero per la terza
volta con raddoppiate forze, ed Autari cedè al furor del torrente. Egli
distribuì le truppe ed i tesori de' Lombardi nelle città murate tra le
Alpi e gli Apennini. Una nazione, meno sensiva del pericolo, che della
fatica e della dilazione, tosto mormorò contro la follia de' suoi venti
comandanti; ed i caldi vapori del sole d'Italia infettarono di malattia
quei corpi aquilonari, già spossati dalle vicende dell'intemperanza e
della carestia. Lo forze che mal convenienti erano alla conquista,
furono più che bastevoli alla desolazione del paese; nè i tremanti
nativi sapean distinguere quali fossero i loro nemici e quali i
liberatori. Se la congiunzione delle forze Merovinge ed Imperiali
eseguita si fosse nelle vicinanze di Milano, rovesciato esse avrebber
forse il trono de' Lombardi: ma i Franchi aspettarono per sei giorni il
segnale di un villaggio in fiamme, e le forze de' Greci stettero
oziosamente impiegate nel ridurre Modena e Parma, che ad essi ritolte
furono dopo la ritirata de' Transalpini loro alleati. La vittoria di
Autari rassodò il suo diritto al dominio dell'Italia. A' piedi delle
Alpi Retiche, egli soggiogò la resistenza e predò i nascosti tesori di
una segregata isoletta nel lago di Como. Sull'estrema punta della
Calabria, egli percosse colla sua lancia una colonna, piantata a Reggio
sul lido del mare,[436] dichiarando che quell'antico termine sarebbe
l'immobile confine del suo Reame[437].
Per lo spazio di duecent'anni, l'Italia fu disugualmente divisa tra il
regno de' Lombardi e l'Esarcato di Ravenna. Gli uffizj e le professioni
che la gelosia di Costantino avea separati, furono riuniti
dall'indulgenza di Giustiniano; e diciotto Esarchi vennero investiti,
nella decadenza dell'Impero, di tutta l'autorità civile, militare ed
anche ecclesiastica che rimaneva in Italia al Principe, il qual regnava
in Bisanzio. L'immediata loro giurisdizione che poi fu consacrata come
il patrimonio di S. Pietro, si stendeva sopra la moderna Romagna, le
paludi o valli di Ferrara e Comacchio[438] le cinque città marittime da
Rimini ad Ancona, ed una seconda Pentapoli mediterranea tra la costa
dell'Adriatico ed i colli dell'Appennino. Tre subordinate province, di
Roma, di Venezia e di Napoli, divise dal palazzo di Ravenna per mezzo di
terre appartenenti al nemico, riconoscevano, in pace ed in guerra, la
supremazia dell'Esarca. Pare che il Ducato di Roma racchiudesse i paesi
che la città nei primi quattro secoli avea conquistati nell'Etruria, nel
paese de' Sabini e nel Lazio, e chiaramente sen possono indicare i
limiti lungo la costa, da Civitavecchia a Terracina, e seguendo il corso
del Tevere, da Ameria e Narni sino al porto di Ostia. Le numerose isole
da Grado a Chiozza, componevano la nascente dominazione di Venezia; ma
le più accessibili città sul continente furono rovesciate da' Lombardi,
i quali con impotente rabbia miravano una nuova capitale sorgere in
mezzo dell'acque. Il potere dei Duchi di Napoli era circoscritto dal
golfo e dalle isole addiacenti, dal territorio ostile di Capua, e dalla
colonia Romana di Amalfi[439], i cui industri cittadini coll'invenzion
della bussola hanno tolto il velo che copriva la faccia del Globo. Le
tre isole di Sardegna, di Corsica, e di Sicilia, aderivano tuttora
all'Impero; e l'acquisto della Calabria ulteriore respinse il limite
degli Stati di Autari dalla spiaggia di Reggio fino all'istmo di
Cosenza. In Sardegna i selvaggi montanari conservavano la libertà e la
religione de' loro maggiori; ma i contadini della Sicilia erano
incatenati all'ubertoso e coltivato lor suolo. Roma giaceva oppressa dal
ferreo scettro degli Esarchi, ed un Greco, forse un Eunuco, impunemente
insultava le rovine del Campidoglio. Ma Napoli prestamente acquistò il
privilegio di eleggersi da se stessa i suoi Duchi[440]; l'independenza
di Amalfi era il frutto del commercio; ed il volontario attaccamento di
Venezia all'Impero Orientale, venne finalmente nobilitato mercè di
un'eguale alleanza con esso. Sulla carta dell'Italia, la misura
dell'Esarcato occupa uno spazio molto piccolo, ma essa inchiude un'ampia
proporzione di ricchezze, d'industria e di popolazione. I più fedeli e
valutabili sudditi scamparono dal giogo de' Barbari, e le bandiere di
Pavia e Verona, di Milano e di Padova furono spiegate nei rispettivi
loro quartieri dai nuovi abitatori di Ravenna. Il rimanente dell'Italia
era posseduto dai Lombardi; e dalla regal sede di Pavia si stendeva il
lor regno a Levante, a Settentrione ed a Ponente, sino ai confini degli
Avari, de' Bavari, e de' Franchi, dell'Austrasia e della Borgogna. Nel
linguaggio della geografia moderna, quel regno viene rappresentato dalla
terra-ferma della Repubblica Veneta, dal Tirolo, dal Milanese, dal
Piemonte, dalla riviera di Genova, da Mantova, Parma e Modena, dal gran
Ducato di Toscana, e da una larga porzione dello Stato Ecclesiastico da
Perugia sino all'Adriatico. I Duchi ed in ultimo i Principi di Benevento
sopravvissero alla monarchia, e propagarono il nome de' Lombardi. Da
Capua a Taranto, essi regnarono per quasi cinquecent'anni sopra la
maggior parte del presente Regno di Napoli[441].
Volendo paragonare la proporzione tra il popolo vittorioso ed il vinto,
dal cangiamento della lingua si possono trarre i più probabili indizi.
Secondo questa norma apparisce che i Lombardi dell'Italia e i Visigoti
della Spagna erano men numerosi che i Franchi od i Borgognoni; ed i
conquistatori della Gallia a lor volta, debbono cedere alla moltitudine
de' Sassoni ed Angli che quasi sradicarono l'idioma de' Britanni. La
favella Italiana moderna si è formata appoco appoco, mediante il
mescolamento delle nazioni; la goffaggine de' Barbari nel delicato
maneggio delle declinazioni e delle coniugazioni, li ridusse ad usare
gli articoli ed i verbi ausiliari; e molte nuove idee furono espresse
con voci Teutoniche. Non pertanto il fondo principale de' termini
tecnici e familiari si scorge derivato dal Latino[442]; e se avessimo
sufficiente contezza degli obsoleti, rustici e municipali dialetti
dell'antica Italia potremmo rintracciar l'origine di molti vocaboli che
forse erano rigettati dalla classica purità di Roma. Un numeroso
esercito non costituisce che una picciola nazione, e le forze de'
Lombardi furon tosto diminuite dal ritirarsi che fecero i ventimila
Sassoni, i quali, spregiando una dipendente condizione, se ne tornarono,
dopo molte audaci e pericolose avventure, alla nativa lor terra[443].
Formidabile era l'estensione del campo di Alboino; ma l'ampiezza di un
campo facilmente si conterrebbe nella circonferenza di una città, ed i
marziali abitanti di esso si troverebbero radamente sparsi sopra la
superficie di un vasto paese. Alboino nel calar giù dalle Alpi, conferì
al suo nipote, primo Duca del Friuli, il comando di quella provincia e
del Popolo, ma il prudente Gisulfo avrebbe scansato il pericoloso
uffizio se non gli fosse stato concesso di scegliere, tra i nobili
Lombardi, un numero di famiglie[444] sufficiente a formare una perpetua
colonia di soldati e di sudditi. Nel progresso della conquista non fu
possibile compartire la stessa facoltà ai Duchi di Brescia o di Bergamo,
di Pavia o di Torino, di Spoleto o di Benevento; ma ciascuno di questi,
e ciascuno de' loro colleghi, si stabilì nel distretto assegnatogli con
una mano di seguaci che si raccoglievano sotto il suo stendardo in tempo
di guerra, e comparivano dinanzi al suo tribunale in tempo di pace.
Libera ed onorata era la dipendenza loro: restituendo i doni ed i
beneficj che avevano accettato, essi potevano passare, insieme colle
famiglie loro, nella giurisdizione di un altro Duca; ma l'assenza loro
dal regno veniva punita di morte come delitto di diserzione
militare[445]. La posterità de' primi conquistatori gettò profonde
radici nel suolo, cui per ogni motivo d'interesse e d'onore erano
vincolati a difendere. Un Lombardo nasceva soldato del suo Re e del suo
Duca; e le assemblee civili della nazione spiegavano le bandiere, e
prendevano il nome di un esercito regolare. Le paghe e le ricompense di
quest'esercito si ritraevano dalle province conquistate, e le triste
impronte dell'ingiustizia e della rapina ne disonorarono la
distribuzione, la quale non venne effettuata sin dopo la morte di
Alboino. Molti fra i più ricchi Italiani furono spenti o banditi: diviso
andò il rimanente fra gli stranieri, e sotto il nome di ospitalità
s'impose un tributo, che obbligava i nativi a pagare ai Lombardi una
terza parte de' frutti della terra. In meno di settant'anni questo
sistema artificiale fu abolito e si soggettarono i fondi stabili ad una
dipendenza più semplice e solida[446]. O il proprietario Romano era
cacciato via dal più forte ed insolente suo ospite; ovvero l'annuo
pagamento del terzo del prodotto si permutava, con più equo accordo, in
una proporzionata cessione di terreni. Sotto il dominio di questi
stranieri padroni, le faccende dell'agricoltura nella coltivazione del
grano, delle viti e degli ulivi erano esercitate con degenerata perizia
ed industria dalla mano degli schiavi e dei natii. Ma le occupazioni di
una vita pastorale erano più confacenti all'indolenza de' Barbari. Nelle
ricche praterie della Venezia essi ristorarono ed immegliarono la razza
de' cavalli, pe' quali quella provincia era stata illustre una
volta[447], e gl'Italiani mirarono con istupore una razza di buoi o di
bufali[448]. La spopolazione della Lombardia, e l'ampliazione delle
foreste, somministrarono un vasto campo ai piaceri della caccia[449].
Quell'arte maravigliosa che ammaestra gli uccelli dell'aria a
riconoscere la voce e ad eseguire i comandi del loro signore, era
rimasta incognita al raffinato ingegno de' Greci e de' Romani[450]. La
Scandinavia e la Scizia producono i più animosi e più trattabili
falconi[451]; ammansati essi vennero ed educati da questi erranti
abitatori, sempre usi a stare a cavallo e nel campo. Questo favorito
passatempo dei nostri antenati, fu introdotto dai Barbari nelle province
Romane: e le leggi d'Italia reputavano la spada, ed il falcone come
d'egual dignità ed importanza nelle mani di un nobile Lombardo[452].
Così rapido fu l'influsso del clima e dell'esempio, che i Lombardi della
quarta generazione rimiravano con curiosità e timore i ritratti de'
selvaggi loro antenati[453]. Raso era di dietro il lor capo, ma le
ispide ciocche ricadevano sugli occhi e sulla bocca, ed una lunga barba
rappresentava il nome ed il carattere della nazione. Consisteva il loro
vestire in larghi abiti di tela, giusta la foggia degli Anglo-Sassoni,
ornati al loro modo di larghe striscie di svariati colori. Portavano le
gambe ed i piedi avvolti, in lunghi calzari ed in sandali aperti, ed
eziandio nella serenità della pace la fedele spada continuamente pendeva
al lor fianco. Eppure questo strano apparato e l'orrido aspetto sovente
ricoprivano una buona, gentile e generosa indole; e come cessata era la
furia del terrore, i prigionieri ed i sudditi rimanevano alle volte
sorpresi dell'umanità del vincitore. I vizi de' Lombardi erano l'effetto
delle passioni, dell'ignoranza o dell'ebbrietà; più lodevoli erano le
virtù loro, come quelle che non venivano infettate dall'ipocrisia de'
sociali costumi, nè imposte dai rigorosi freni delle leggi e della
educazione. Io non temerei di uscire del mio soggetto, se fosse in mio
potere il delineare la vita privata dei conquistatori dell'Italia, e
riferirò con piacere la galante avventura di Autari, la quale respira il
vero genio della cavalleria e del romanzo[454]. Dopo la morte di una
principessa Merovingia promessagli in isposa, egli chiese in matrimonio
una figlia del Re di Baviera; e Garibaldo accettò l'alleanza del Monarca
Italiano. Mal tollerando i tardi progressi della trattativa il fervido
amatore si tolse al suo palazzo, e si trasferì alla corte di Baviera
nella comitiva della sua propria ambasceria. In una pubblica udienza
l'incognito straniero si avanzò verso il trono ed informò Garibaldo che
l'ambasciatore era veramente il ministro di Stato, ma ch'egli era
l'amico di Autari, il quale gli aveva affidata la dilicata commissione
di dargli un fedele ragguaglio de' vezzi della sua sposa. Fu chiamata
Teodolinda a sostenere quest'importante esame, e dopo un momento di
silenziosa estasi, egli la salutò Regina d'Italia, ed umilmente richiese
che, secondo il costume della nazione, essa presentasse una coppa di
vino al primo de' nuovi suoi sudditi. Per comando del padre, ella
obbedì. Autari ricevè la coppa, come venne il suo giro, e nell'atto di
restituirla alla principessa, furtivamente lo toccò la mano, e si pose
il dito sul labbro. Alla sera Teodolinda raccontò alla sua nudrice
l'indiscreta famigliarità dello straniero, e l'antica donna la confortò
colla sicurezza, che un tale ardire non potea provenire che dal Re suo
consorte, il quale per la sua bellezza ed il suo coraggio, meritevole
appariva dell'amore di lei. Gli Ambasciatori ebber comiato; ma appena
giunti furono sul confina d'Italia, Autari, sollevandosi sul suo
cavallo, scagliò la scure di guerra contro di un albero, con
incomparabil forza e destrezza: «Tali, egli disse agli stupefatti
Bavari, tali sono i colpi che vibra il Re dei Lombardi». All'avvicinarsi
di un esercito francese, Garibaldo e la sua figlia cercarono un asilo
ne' dominj del loro alleato: e nel palazzo di Verona si consumò il
matrimonio. In capo ad un anno esso fu disciolto per la morte di Autari:
ma le virtù di Teodolinda[455] l'avevano fatta amare dalla nazione in
modo che le fu concesso di donare, insieme colla sua mano, lo scettro
del Regno d'Italia.
[A. D. 643]
Questo fatto, e simiglianti eventi[456] dimostrano che i Lombardi
possedevano la libertà di eleggere il loro Sovrano, ed avevano il buon
senso di non usare ad ogni volta di questo pericoloso privilegio. Le
pubbliche loro entrate derivavano dai prodotti della terra e dagli
emolumenti della giustizia. Allorquando gl'indipendenti Duchi
consentirono che Autari salisse sul trono del suo genitore, essi
dotarono l'uffizio regale colla metà netta de' rispettivi loro dominj. I
più orgogliosi nobili aspiravano all'onore di servire presso la persona
del loro Principe. Egli rimunerava la fedeltà de' suoi vassalli col
precario donativo di pensioni e di benefizj, ed espiava i mali della
guerra, con ricche fondazioni di monasterj e di chiese. Giudice in tempo
di pace, Generale in tempo di guerra, egli mai non usurpava i poteri di
legislatore solo ed assoluto. Il re d'Italia convocava le assemblee
nazionali nel palazzo, o più probabilmente ne' campi di Pavia: il suo
gran Consiglio era composto degl'individui più eminenti pei natali e per
le dignità loro; ma la validità, non meno che l'esecuzione de' suoi
decreti, dipendeva dall'approvazione del popolo -fedele-, del
-fortunato- esercito de' Lombardi. Circa ottant'anni dopo la conquista
dell'Italia, le costumanze loro, conservate dalla tradizione, furono
trascritte in Latino Teutonico[457], e ratificate dal consentimento del
Principe e del popolo, s'introdussero alcuni nuovi regolamenti, più
conformi alla attuale lor condizione; l'esempio di Autari fu imitato da'
più saggi suoi successori, e le leggi de' Lombardi si son riputate le
meno imperfette de' codici Barbari[458]. Fatti dal loro coraggio sicuri
di possedere la lor libertà, que' rozzi ed impazienti legislatori erano
incapaci di contrappesare i poteri della costituzione, o di discutere le
delicate teorie del governo politico. Degni di morte venivano giudicati
i delitti che minacciavano la vita del Sovrano o la salvezza dello
Stato, ma l'attenzione delle leggi era specialmente volta a difendere le
persone e le proprietà de' sudditi. Secondo la strana giurisprudenza di
que' tempi, il delitto di sangue poteva redimersi con una multa; non
pertanto l'alto prezzo di novecento monete d'oro dimostra il giusto
sentimento che avevano del valore della vita di un semplice cittadino.
Le ingiurie meno atroci, come una ferita, una rottura, un colpo, una
parola di vilipendio, venivano misurate con diligenza scrupolosa e quasi
ridicola; e la prudenza del legislatore incoraggiava l'ignobil pratica
di barattare l'onore e la vendetta con una compensazione in denaro.
L'ignoranza de' Lombardi, sia nello stato di Pagani che di Cristiani,
porse un implicito credito alla perversità e ai danni della stregoneria;
ma i giudici del secolo decimosettimo avrebbero potuto esser ammaestrati
e confusi dalla sapienza di Rotari; il quale decide l'assurda
superstizione, e protegge le sfortunate vittime della popolare e
giudiziale crudeltà[459]. Lo stesso spirito di un legislatore, superiore
al suo secolo ed al suo paese, può rinvenirsi in Luitprando, il quale
condanna, nell'atto che lo tollera, l'empio ed inveterato abuso dei
duelli[460], osservando per la sua propria esperienza, che la causa più
giusta viene sovente oppressa da una fortunata violenza. Qualunque
merito scoprir si possa nelle leggi de' Lombardi, sono esse il genuino
frutto della ragione de' Barbari, che mai non ammisero i Vescovi
d'Italia a sedere ne' loro Consigli legislativi. La successione de' lor
Re si contraddistinse per abilità e valore; la turbata serie dei loro
annali è adorna di grati intervalli di pace, di ordine, di domestica
felicità, e gl'Italiani godettero un più mite e più equo governo, che
non verun altro de' regni fondati sulle rovine dell'Impero
Occidentale[461],
In mezzo alle armi de' Lombardi, e sotto il dispotismo de' Greci, noi
investigheremo di nuovo il destino di Roma[462], che avea aggiunto,
verso il fine del sesto secolo, il più tristo periodo della sua
abbiezione. La traslazione della sede dell'Impero a Costantinopoli, e la
perdita successiva delle province, aveano disseccato le sorgenti della
pubblica e della privata opulenza. Il grand'albero, sotto la cui ombra
le nazioni, della terra s'erano riposate, nudo ormai trovavasi di fronde
e di rami, e l'arido suo tronco era lasciato marcir sul terreno. I
ministri del comando, ed i messaggeri delle vittorie, più non
s'incontravano sulla via Appia o sulla Flaminia: e l'ostile avvicinarsi
de' Lombardi era frequentemente sentito, e continuamente temuto. Gli
abitanti di una potente e pacifica capitale, che visitano senza inquieti
pensieri i giardini dell'addiacente contrada, difficilmente si faranno
un'immaginazione della infelicità dei Romani. Con mano tremante essi
aprivano e chiudevan le porte; scorgevano dall'alto delle mura le fiamme
delle campestri lor case, ed udivano i lamenti de' loro fratelli, che
venivano appaiati come cani, e trascinati in distante schiavitù al di là
del mare e de' monti. Tali perpetui terrori doveano annichilare i
diletti, ed interrompere i lavori della vita rustica; e la campagna di
Roma fu prestamente ridotta allo stato di uno spaventoso deserto, in cui
sterile è la terra, impure son l'acque, e l'acre spira insalubre. La
curiosità e l'ambizione più non traevano le nazioni alla Capitale del
mondo: ma se il caso e la necessità volgeva ivi i passi di un errante
straniero, con orrore egli contemplava il vuoto e la solitudine della
città, e poteva indursi a chiedere. «Dov'è il Senato, e dov'è il
Popolo?» In una stagione di eccessive pioggie, il Tebro straripò, e con
irresistibil violenza si sparse per le valli de' Sette Colli. Nacque una
malattia pestilenziale dall'allagamento stagnante dell'acque, e così
rapido fu il contagio, che ottanta persone morirono in un'ora nel mezzo
di una solenne processione, che si faceva per implorare la divina
mercede[463]. Una società, nella quale il matrimonio viene incoraggiato
e l'industria fiorisce, ben tosto ripara le accidentali perdite della
peste e della guerra; ma siccome la massima parte de' Romani era
condannata ad un'indigenza senza speranza ed al celibato, così la
spopolazione era continua e visibile, ed i cupi entusiasti potevano
aspettare la vicina fine del mondo. Nulladimeno il numero de' cittadini
tuttora superava[464] la misura de' viveri: il precario lor nutrimento
veniva somministrato dalle messi della Sicilia o dall'Egitto; ed il
frequente ritorno della carestia mostra la poca sollecitudine
dell'Imperatore per una distante provincia. All'istessa decadenza e
rovina erano esposti gli edifizj di Roma: le cadenti fabbriche venivano
facilmente rovesciate dalle inondazioni, dalle tempeste e da tremuoti,
ed i monaci che avevano occupato i siti più vantaggiosi, esultavano con
vile trionfo sopra le rovine dell'antichità[465]. Viene comunemente
creduto, che papa Gregorio I attaccasse i templi, e mutilasse le statue
della città; che per comando di questo Barbaro si riducesse in ceneri la
libreria Palatina, e che l'istoria di Tito Livio fosse in particolare il
bersaglio dell'assurdo e maligno suo fanatismo. Gli scritti di esso
Gregorio attestano l'implacabile avversione ch'ei portava ai monumenti
del genio classico, ed egli scaglia la più severa censura contro un
Vescovo, il quale insegnava l'arte della grammatica, studiava i poeti
Latini, e cantava con una stessa voce le lodi di Giove e quelle di
Cristo. Ma le prove della distruttiva sua rabbia sono dubbiose e
recenti, il Tempio della Pace, e il Teatro di Marcello furono demoliti
dalla lenta opera de' secoli, ed una proscrizione formale avrebbe
moltiplicato le copie di Virgilio e di Tito Livio ne' paesi che non
erano soggetti a quell'ecclesiastico dittatore[466].
Al pari di Tebe, di Babilonia e di Cartagine, il nome di Roma si sarebbe
cancellato di sopra la terra, se la città non fosse stata animata da un
vitale principio, che di nuovo la restituì agli onori e al dominio. Una
vaga tradizione era invalsa che due Apostoli ebrei, uno facitor di
tende, l'altro pescatore, fossero stati anticamente posti a morte nel
Circo di Nerone, ed in capo a cinquecent'anni le genuine o fittizie
reliquie loro vennero adorate come il Palladio di Roma Cristiana. I
pellegrini dell'Oriente e dell'Occidente accorsero a prostrarsi innanzi
al limitar sacrosanto; ma da miracoli e da terrori invisibili erano
custodite le urne degli Apostoli; nè senza sbigottimento il pio
Cattolico si avvicinava all'oggetto del suo culto. Fatale era il
toccare, pericoloso il riguardare i corpi dei santi; e coloro che, anche
spinti da' più puri motivi, ardivano di turbare il riposo del santuario,
venivano spaventati da visioni, o perivano di subitanea morte.
L'irragionevole domanda di un'Imperatrice, la quale desiderò di privare
i Romani del loro sacro tesoro, la testa di S. Paolo, fu col massimo
orror rigettata, ed il Papa asserì, probabilissimamente senza mentire,
che un pannolino santificato per la vicinanza del corpo del santo, o la
limatura della sua catena, che alle volte era facile, alle volte
impossibile di ottenere, possedevano un grado eguale di miracolosa
virtù[467]. Ma il potere, egualmente che la virtù degli Apostoli
risiedeva con vivente energia nel petto de' lor successori; e la
cattedra di san Pietro[468] era occupata, nel regno di Maurizio, dal
primo e più grande Pontefice del nome di Gregorio. Il suo avo Felice era
stato Papa egli pure, e come i vescovi erano già vincolati dalla legge
del celibato, conviene che la morte della sua moglie avesse preceduto la
sua consacrazione. I genitori di Gregorio, Silvia e Gordiano erano de'
più notabili tra le famiglie del Senato, ed i più devoti che vantasse la
Chiesa di Roma. Tra le sue parenti, si annoveravano delle sante e delle
vergini; e la sua effigie, unitamente a quella di suo padre e di sua
madre si vedeva espressa, quasi trent'anni dopo, in un ritratto di
famiglia, ch'egli donò al monastero di S. Andrea[469]. Il disegno e il
colorito di questo dipinto porgono una testimonianza onorevole che
l'arte del pingere era coltivata dagl'Italiani del sesto secolo; ma
possiamo formarci il più meschino concetto del gusto e della dottrina
loro, in veggendo che l'epistole di S. Gregorio, i suoi sermoni ed i
suoi dialoghi sono l'opera di un uomo che in erudizione non era secondo
ad alcuno de' suoi contemporanei[470]. La sua nascita e la sua abilità
lo avevano innalzato al posto di prefetto della città, ed egli godè il
merito di rinunziare alle pompe ed alle vanità del mondo. L'ampio suo
patrimonio fu dedicato a fondare sette monasteri[471], uno in Roma[472],
e sei in Sicilia; e l'unico desiderio di Gregorio era di vivere
sconosciuto in quella vita e glorioso nell'altra. Non pertanto, la sua
devozione, e forse era sincera, calcò il sentiero che si sarebbe scelto
da un astuto ed ambizioso politico. I talenti di Gregorio, e lo
splendore che accompagnò la sua ritirata, lo renderono caro ed utile
alla Chiesa; e l'implicita obbedienza si è sempre inculcata come il
primo dovere di un monaco. Tosto ch'ebbe ricevuto il carattere di
Diacono, Gregorio fu mandato a risiedere alla corte di Bisanzio in
qualità di nunzio o ministro della Sede apostolica; ed egli arditamente
prese in nome di S. Pietro uno stile d'indipendente dignità, che il più
illustre laico dell'Impero non avrebbe potuto usare senza delitto e
pericolo. Egli tornossene a Roma con una riputazione giustamente
accresciuta, e dopo un breve esercizio delle monastiche virtù, fu tratto
dal chiostro ed innalzato alla Sedia pontificale per l'unanime suffragio
del Clero, del Senato e del Popolo. Egli solo si oppose, o parve opporsi
al suo esaltamento, e l'umile preghiera che fece a Maurizio onde si
degnasse di non approvare la scelta dei Romani, non servì che a fare
spiccar maggiormente il suo carattere agli occhi dell'Imperatore e del
Popolo. Quando fu pubblicata la fatal conferma del Principe, Gregorio
ricorse all'aiuto di alcuni mercatanti suoi amici, per farsi trasportare
in un paniere fuor delle porte di Roma, e modestamente si nascose per
alcuni giorni fra i boschi ed i monti, finchè discoperto, a quanto
dicesi, fu da una celeste luce il suo ritiro.
[A. D. 590-604]
Il pontificato di Gregorio il Grande che durò tredici anni sei mesi e
dieci giorni, è uno de' più edificanti periodi dell'istoria della
Chiesa. Le sue virtù ed anche i suoi errori formano un singolar
miscuglio di semplicità e di scaltrezza, di orgoglio e di umiltà, di
buon senso e di superstizione, che molto bene si confà alla posizione di
quel Pontefice ed all'indole de' suoi tempi. Nel suo rivale, il
Patriarca di Costantinopoli, egli condannò il titolo anticristiano di
Vescovo universale, titolo che il successore di San Pietro era troppo
superbo per concedere, e troppo debole per assumere; e l'ecclesiastica
giurisdizione di Gregorio era limitata al triplice carattere di Vescovo
di Roma, Primate dell'Italia, ed Apostolo d'Occidente. Di frequente egli
montava sul pulpito, ed accendeva colla sua rozza, ma patetica eloquenza
le passioni, conformi alle sue, dei suoi ascoltatori. Egli interpretava
ed applicava il linguaggio de' Profeti ebrei, ed il popolo, oppresso
dalle presenti calamità, si volgeva alle speranze ed ai timori del mondo
invisibile. I suoi precetti ed esempj determinarono il modello della
liturgia Romana[473], la distribuzione delle parrocchie, il calendario
delle feste, l'ordine delle processioni, il servizio dei Sacerdoti e dei
Diaconi, la varietà ed il cangiamento delle vesti sacerdotali. Sino agli
ultimi giorni del viver suo, egli uffiziò nel canone della messa, che
durava più di tre ore; il canto Gregoriano[474] ci ha conservato la
musica vocale ed istrumentale del teatro, e le rozze voci de' Barbari si
sforzarono ad imitare la melodia della scuola Romana[475]. L'esperienza
gli avea dimostrato l'efficacia di que' riti solenni e pomposi, per
confortar la sventura, confermar la fede, temperar la fierezza e
dissipare il cupo entusiasmo del volgo; ed agevolmente egli perdonò la
tendenza ch'essi hanno a promovere il regno de' preti e la
superstizione. I Vescovi dell'Italia e delle Isole addiacenti
riconoscevano il Pontefice di Roma per loro metropolitano speciale.
L'esistenza stessa, l'unione o la traslazione delle Sedi vescovili
veniva decisa dalla sua discrezione assoluta; e le fortunate sue
incursioni nelle province della Grecia, della Spagna e della Gallia,
poterono dar peso alle più alte pretensioni de' Papi che gli
succedettero. Egli interpose la sua autorità per impedire gli abusi
delle elezioni popolari; la gelosa sua cura mantenne la purità della
fede e della disciplina; ed il pastore apostolico assiduamente
invigilava sopra la fede e la disciplina de' subordinati pastori. Sotto
il suo regno, gli Arriani dell'Italia e della Spagna si raccostarono
alla Chiesa cattolica, e la conquista della Britannia tramanda men
lustro sul nome di Giulio Cesare che su quello di Gregorio I. Invece di
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