La prudenza di Narsete lo spinse ad una pronta e decisiva azione. Il suo
esercito era l'ultimo sforzo dello Stato; le spese di ciascun giorno
crescevano l'enorme debito, e le nazioni non assuefatte alla disciplina
ed al travaglio potevano temerariamente condursi a volgere le armi una
contro l'altra o contro il loro benefattore. Le stesse considerazioni
avrebbero dovuto rattemperare l'ardore di Totila. Ma consapevole egli
era, che il Clero ed il Popolo d'Italia agognavano ad una rivoluzione:
egli si avvide od insospettì dei rapidi progressi che facea il
tradimento, e stabilì di commettere il regno dei Goti alle venture di
una giornata campale, in cui i prodi fossero animati dall'imminente
pericolo, ed i mal affetti fossero rattenuti dalla reciproca loro
ignoranza. Da Ravenna il Generale romano continuò la sua marcia, punì la
guernigione di Rimini, traversò in linea retta i Colli di Urbino e
riprese la via Flaminia, nove miglia di là dalla Rocca Forata, ostacolo
dell'arte e della natura che poteva fermare o ritardare i suoi
passi[134]. Adunati erano i Goti nelle vicinanze di Roma; senza
frapporre dimora essi avanzarono all'incontro di un superiore nemico, e
i due eserciti si accostarono fra loro alla distanza di cento stadi, fra
Tagina[135] ed i sepolcri dei Galli[136]. Il superbo messaggio di
Narsete portò l'offerta non di pace ma di perdono. La risposta del Re
Goto certificò il suo proponimento di morire o di vincere. «Qual giorno»
disse il messaggero «stabilisci tu per la pugna»? «L'ottavo giorno,
replicò Totila»: ma tosto, nel mattino seguente, egli tentò di
sorprendere un nemico che sospettava della frode, ed era preparato per
la battaglia. Diecimila Eruli e Lombardi di provato valore e di dubbia
fedeltà, furono collocati nel centro. Ciascuna delle ale era composta di
ottomila Romani; la cavalleria degli Unni guardava la destra, e la
sinistra veniva coperta da mille cinquecento Cavalieri scelti, i quali,
a norma del bisogno, dovevano sostenere la ritirata dei loro amici, o
circondare il fianco dell'inimico. Dal posto ch'erasi eletto alla testa
dell'ala diritta, l'Eunuco cavalcò lungo la linea, esprimendo colla voce
e cogli atti la sicurezza in cui era della vittoria, spronando i soldati
dell'Imperatore a punire i delitti e la temerità di una masnada di
ladroni, ed esponendo ai loro sguardi le catene d'oro, le collane, e le
armille che dovevano essere il guiderdone della militare virtù.
Dall'evento di una semplice zuffa, essi trassero un augurio di successo
felice, e videro con piacere il coraggio di cinquanta arcieri che
difesero una piccola altura contro tre successivi attacchi della
cavalleria de' Goti. Gli eserciti in distanza di non più di due tiri
d'arco, consumarono la mattina nella terribile aspettativa della
tenzone, ed i Romani presero qualche necessario cibo, senza trarsi la
corazza dal busto, o torre la briglia ai cavalli. Narsete aspettava che
fosse primo ad assalire il nemico; ma Totila differì l'attacco in sino
ch'ebbe ricevuto l'ultimo rinforzo di duemila Goti. Il Re, intanto che
traeva in lungo le ore mediante inutili pratiche di accordo, mostrò in
un angusto spazio la forza e l'agilità di un guerriero; ricche d'oro
erano le sue armi: la purpurea sua bandiera ondeggiava all'aure: egli
vibrò in alto la lancia, l'afferrò colla destra, la trapassò alla
sinistra; si rovesciò indietro, si ricompose sulle staffe, e maneggiò un
ardente corsiero in tutti i passi ed in tutte le evoluzioni della scuola
equestre. Come fu giunto il rinforzo, egli ritirossi nella sua tenda,
prese il vestimento e le armi di un semplice soldato, e diede il segnale
della battaglia. La prima linea di cavalli si trasse innanzi con più
coraggio che prudenza, e lasciò dietro di sè la fanteria della seconda
linea. Essi furono ben presto impegnati tra le corna di una mezza luna,
in cui a poco a poco eransi piegate le ali del nimico, e furono assaliti
per ogni banda dai tiri di quattromila arcieri. Il loro ardore ed anche
lo estremo in cui erano, li trasse a sostenere un disuguale conflitto da
presso, in cui non potevano valersi che della lancia contro un nemico
che sapeva egualmente maneggiar bene tutte le armi. Una generosa
emulazione infiammò i Romani, ed i loro barbarici ajuti; e Narsete, che
tranquillamente osservava e regolava i loro sforzi, rimase incerto a chi
dovesse aggiudicare la palma dell'intrepidezza maggiore. La cavalleria
Gotica fu sconcertata e posta in disordine, incalzata da vicino e messa
in rotta, e la linea dell'infanteria, in cambio di presentare le aste, o
di aprire i suoi intervalli, venne calpestata sotto i piedi dei fuggenti
cavalli. Seimila Goti caddero trucidati senza mercede, nel campo di
Tagina. Il loro Principe con cinque seguaci fu sopraggiunto da Asbad
della schiatta de' Gepidi: «risparmia il Re d'Italia,» sclamò una voce
fedele, ed Asbad cacciò la sua lancia nel corpo di Totila. Vendicato
immantinente dai fidi Goti fu il colpo; essi trasportarono il moribondo
Monarca sette miglia lungi dalla scena della sua sventura, e gli ultimi
suoi momenti non furono amareggiati dalla presenza di un inimico. La
compassione gli somministrò il rifugio in un oscuro sepolcro; ma i
Romani non si riputarono paghi della loro vittoria finchè non ebbero
contemplato il cadavere del Re dei Goti. Il suo cappello, adorno di
gemme, e l'insanguinato suo vestimento, furono presentati a Giustiniano
dagli ambasciatori del trionfo[137].
Narsete, poi ch'ebbe sciolto il debito della pietà verso l'Autore della
vittoria e verso la Beata Vergine sua particolare tutela,[138]
ringraziò, ricompensò e licenziò i Lombardi. I villaggi erano stati
ridotti in cenere da questi imperterriti selvaggi: essi avevano stuprato
le matrone e le vergini sopra gli altari. La ritirata loro fu
diligentemente tenuta d'occhio da un forte distaccamento di forze
regolari, inteso a prevenire la ripetizione di somiglianti disordini. Il
vittorioso Eunuco condusse il suo esercito per la Toscana; accettò la
sommissione de' Goti, udì le acclamazioni e spesso le querele
degl'Italiani; e circondò le mura di Roma col resto delle sue
formidabili forze. Narsete assegnò a se stesso ed a ciascuno de' suoi
luogotenenti il posto di un reale o finto attacco intorno alla vasta
circonferenza della città, nel tempo stesso che notava un sito mal
guardato e di facile ingresso. Nè le fortificazioni del molo di Adriano,
nè quelle del porto, poterono trattenere a lungo i progressi del
conquistatore; e Giustiniano ricevè di bel nuovo le chiavi di Roma, la
quale, durante il suo regno, era stata cinque volte presa e
ripresa[139]. Ma la liberazione di Roma fu l'ultima calamità del popolo
romano. I Barbari, alleati di Narsete, troppo spesso confondevano i
privilegi della pace e della guerra: la disperazione de' fuggiti Goti
trovò qualche conforto in una sanguinosa vendetta; e trecento giovani
delle famiglie più nobili, che erano stati spediti come ostaggi di là
del Po, vennero dispietatamente trucidati dal successore di Totila. Il
destino del Senato porge un terribile esempio delle vicissitudini delle
cose umane. Fra i Senatori che Totila aveva bandito dalla patria loro,
alcuni furono riscattati da un ufficiale di Belisario, e trasportati
dalla Campania nella Sicilia; nel mentre che altri erano troppo
colpevoli per fidare nella clemenza di Giustiniano o troppo poveri per
procacciarsi cavalli, e giugnere al lido del mare. I loro confratelli
languirono per cinque anni in uno stato di miseria e di esiglio. La
vittoria di Narsete ravvivò le loro speranze; ma i furibondi Goti
impedirono il prematuro loro ritorno alla Metropoli; e tutte le fortezze
della Campania furono tinte di sangue patrizio[140]. Dopo un periodo di
tredici secoli l'istituzione di Romolo fu estinta; e se i nobili di Roma
continuarono a prendere il titolo di Senatore, poche tracce in seguito
si possono scorgere di pubbliche adunanze o d'ordine costituzionale.
Salite seicent'anni all'insù, e contemplate i Re della terra in atto di
ricercare udienza, quali schiavi e liberti del Senato Romano[141]!
[A. D. 553]
La guerra Gotica era viva tutt'ora. I più valorosi della nazione si
ritirarono oltre il Po, e Teja con unanime consenso fu eletto per
succedere all'estinto Eroe e per vendicarlo. Il nuovo Re tostamente
mandò un ambasciatore ad implorarono per meglio dire a comprare l'ajuto
dei Franchi, e nobilmente profuse per la pubblica salvezza le ricchezze
che erano state raccolte nel palazzo di Pavia. Il rimanente del tesoro
reale era custodito dal suo fratello Aligerno dentro Cuma nella
Campania; ma la rocca fortificata da Totila, era strettamente assediata
dalle armi di Narsete. Il re Goto con rapide e segrete mosse si avanzò
dalle Alpi al piè del Vesuvio, in soccorso dell'assediato fratello,
ingannò la vigilanza dei Capi romani, e piantò il suo campo sulle rive
del Sarno o Draco,[142] che da Nocera discende nel golfo di Napoli. Il
fiume separava i due eserciti; si consumarono sessanta giorni in
combattimenti dati in distanza e senza alcun frutto, e Teja mantenne
questo posto importante, finchè fu abbandonato dalla sua flotta e da
ogni speranza di ricevere vettovaglie. Con ripugnanti passi egli salì
sul monte Lattario, dove i medici di Roma, dal tempo di Galeno in poi,
mandavano i loro malati per godere i benefizj dell'aria e del
latte[143]. Ma i Goti bentosto si appresero ad un più generoso partito
che fu di calar giù del colle, di licenziare i loro cavalli, e di morire
colle armi in mano anzi che perdere la libertà. Il Re marciava alla lor
testa, portando nella destra una lancia, ed un ampio scudo nella
sinistra: colla prima egli stese morti i primi assalitori; coll'altro si
schermiva dall'armi che ogni mano ambiva di scagliare contro di lui.
Dopo una pugna di più ore, il suo braccio sinistro si sentì affaticato
dal peso di dodici giavellotti ch'erano conficcati nel suo scudo. Senza
muoversi dal suo posto, nè sospendere i colpi, l'Eroe ad alta voce gridò
ai suoi seguaci che gli recassero un altro scudo; ma nel momento in cui
il suo fianco rimase scoperto, fu trafitto da un dardo mortale. Egli
cadde: ed il suo capo, levato in alto sopra una lancia, significò alle
nazioni che il regno de' Goti aveva cessato di essere. Ma l'esempio
della sua morte non servì che ad animare i compagni che giurato avevan
di perire insieme col lor condottiere. Così pugnarono finchè le tenebre
calarono sopra la terra. Essi riposarono la notte armati. Si rinnovò il
combattimento col ritorno della luce, e si mantenne egualmente accanito
sino alla sera del secondo giorno. Il riposo di una seconda notte, la
mancanza d'acqua, e la perdita dei loro campioni più prodi, determinò i
Goti superstiti ad accogliere i facili patti d'accordo che l'avvedimento
di Narsete si piegò a proporre. Essi accettarono l'alternativa di
risiedere in Italia, come sudditi e soldati di Giustiniano, o di
partirne con una porzione delle private loro ricchezze per andare in
traccia di qualche independente contrada[144]. Non pertanto, il
giuramento di fedeltà o l'esiglio fu del pari rigettato da un migliajo
di Goti, che si dischiusero una via, prima che fosse firmata la
convenzione, ed audacemente effettuarono la loro ritirata sin dentro le
mura di Pavia. Il coraggio, non meno che la situazione di Aligerno, lo
mosse ad imitare anzi che a deplorar suo fratello: robusto e destro
arciere egli trapassava con una sola freccia l'armatura e il petto del
suo antagonista, e la militare sua condotta difese Cuma[145] oltre un
anno contro le forze de' Romani. L'industria loro avea scavato l'antro
della Sibilla fino a farne una prodigiosa mina[146]; una quantità di
combustibili, vi fu introdotta onde incendiare le travi alzate a
sostenere il terreno: le mura e la porta di Cuma sprofondarono nella
spelonca, ma le rovine formarono un profondo ed inaccessibil precipizio.
Aligerno stette solo ed imperturbato sui rottami di una rupe;
fintantochè tranquillamente ebbe osservato la disperata condizione del
suo paese, e giudicato più onorevol partito essere l'amico di Narsete
che lo schiavo de' Franchi. Dopo la morte di Teja, il Generale romano
separò le sue truppe per ridurre all'obbedienza le città dell'Italia.
Lucca sostenne un lungo e fiero assedio; e tale fu l'umanità o la
prudenza di Narsete, che la ripetuta perfidia degli abitanti non potè
provocarlo a punire di morte i loro statichi; sani e salvi essi furono
rimandati indietro, ed il riconoscente loro zelo finalmente vinse
l'ostinazione de' loro concittadini[147].
[A. D. 553]
Prima che Lucca si fosse arresa, l'Italia fu allagata da un nuovo
diluvio di Barbari. Teodebaldo, giovine e debole principe, nipote di
Clodoveo, regnava sui popoli dell'Austrasia ossia sui Franchi orientali.
I suoi tutori avevano freddamente e con ripugnanza ascoltato le
magnifiche promesse degli ambasciatori Goti. Ma il valore di un popolo
guerriero soverchiò i timidi consigli della Corte: i due fratelli,
Lotario e Buccellino[148], duchi degli Alemanni, assunsero la condotta
della guerra d'Italia: e settantacinquemila Germani calarono,
nell'autunno, giù dalle Alpi Retiche nella pianura di Milano. La
vanguardia dell'esercito Romano era stanziata presso il Po, sotto la
condotta di Fulcari, baldanzoso Erulo, il quale temerariamente opinava,
che la bravura personale sia il solo dovere e merito di un comandante.
Nel mentre che senz'ordine e precauzione egli moveva lungo la via
Emilia, un'imboscata di Franchi subitamente saltò fuori dell'anfiteatro
di Parma: sorprese restarono le sue truppe e poste in rotta: ma il loro
capitano ricusò di fuggire dichiarando nell'estremo istante, che la
morte era meno terribile che il corrucciato aspetto di Narsete. La morte
di Fulcari, e la ritirata dei duci rimasti in vita, determinarono
l'ondeggiante e ribelle naturale dei Goti; essi corsero sotto i vessilli
de' loro liberatori, e gli ammisero dentro le città che tuttor
resistevano alle armi del generale Romano. Il conquistatore dell'Italia
aperse un libero varco all'irresistibile torrente de' Barbari. Essi
passarono sotto le mura di Cesena, e risposero con minacce e rimproveri
all'avviso di Aligerno, che i tesori Gotici più non poteano pagare i
travagli di un'invasione. Duemila Franchi furono distrutti dalla perizia
e dal valore di Narsete stesso, che sortì di Rimini alla testa di
trecento cavalli, onde punire la licenza e la rapina, che
contrassegnavano la loro marcia. Sui confini del Sannio, i due fratelli
spartirono le forze loro. Coll'ala destra Buccelino imprese di
saccheggiare la Campania, la Lucania ed il Bruzio: colla sinistra,
Lotario si accinse allo spogliamento della Puglia e della Calabria.
Seguitaron essi la costa del Mediterraneo e dell'Adriatico, sino a
Reggio e ad Otranto, e le estreme terre dell'Italia furono il termine
del distruttivo loro avanzarsi. I Franchi ch'erano cristiani e
cattolici, si contentarono del semplice sacco e di qualche uccisione
accidentale. Ma le chiese, risparmiate dalla lor pietà, furono poste a
ruba dalla sacrilega destra degli Alemanni, che sacrificavano teste di
cavalli alle native loro divinità de' boschi e de' fiumi[149], essi
fusero o profanarono i sacri vasi; e le rovine degli altari e de'
tabernacoli furono macchiate del sangue de' Fedeli. Buccelino era mosso
dall'ambizione, Lotario dall'avarizia. Il primo aspirava a ristabilire
il regno dei Goti: il secondo, dopo d'aver promesso al fratello di
riportargli sollecitamente soccorso, tornò per la stessa strada a porre
in sicuro i suoi tesori oltre l'Alpi. La forza de' loro eserciti era già
ridotta a male dal cambiamento del clima e dal contagio delle malattie:
i Germani s'inebbriarono de' vini d'Italia, e l'intemperanza loro
vendicò in qualche guisa le calamità di un popolo senza difesa.
[A. D. 554]
All'entrare della primavera, le truppe imperiali che avean difese le
città, si adunarono in numero di diciottomila uomini nelle vicinanze di
Roma. Le ore loro d'inverno non s'erano consumate nell'ozio. Seguendo
gli ordini e l'esempio di Narsete, esse avean ripetuto ogni giorno i
loro militari esercizj a piedi ed a cavallo, aveano assuefatto il loro
orecchio al suono della tromba, e praticato i passi e le evoluzioni
della danza Pirrica. Dallo stretto della Sicilia, Buccelino con
trentamila Franchi ed Alemanni lentamente si mosse verso Capua, occupò
con una torre di legno il ponte di Casilino, coprì la sua destra col
fiume Volturno, ed assicurò il resto del suo campo con un riparo di
acuti pali con un cerchio di carri, le cui ruote erano conficcate nel
suolo. Con impazienza egli aspettava il ritorno di Lotario, ignorando
ahi misero! che il suo fratello non poteva più ritornare, e che il
condottiero col suo esercito era perito per una strana malattia[150]
sulle rive del Benaco, fra Trento e Verona. Le insegne di Narsete ben
tosto si avvicinarono al Volturno, e gli occhi dell'Italia stavano
ansiosamente fissi sopra l'evento di questa finale contesa. Forse
l'abilità del generale Romano molto era superiore nelle tranquille
operazioni che precedono il tumulto di una battaglia. I giudiziosi suoi
movimenti intercettarono i viveri ai Barbari, li privarono de' vantaggi
del ponte e del fiume, e nella scelta del terreno e del momento
dell'azione, li ridussero a conformarsi alla volontà del nemico. Nel
mattino di quell'importante giornata, quando le file erano già formate,
un servo, per qualche triviale mancamento, fu ammazzato dal suo padrone,
uno de' Capi degli Eruli. Si commosse la giustizia o la collera di
Narsete: egli intimò all'offensore di comparirgli dinanzi, e senza
ascoltarne le discolpe, diede il segnale all'esecutor della morte. Se il
crudel padrone non avea infranto le leggi della sua nazione,
l'arbitrario supplizio non era meno ingiusto di quel che pare essere
stato imprudente. Gli Eruli sentirono l'oltraggio: essi fecero alto: ma
il generale Romano, senza calmare il loro sdegno od aspettarne la
risoluzione, proclamò ad alta voce che se non si affrettavano ad
occupare il lor posto, avrebbero perduto l'onore della vittoria.
Disposte erano le sue truppe in una lunga fronte, colla cavalleria sulle
ale[151]: nel centro erano i fanti di grave armatura: gli arcieri ed i
frombolieri occupavano la retroguardia. I Germani si avanzarono sotto la
forma di un triangolo o di un cono. Essi penetrarono il debole centro di
Narsete che li raccolse con un sorriso nel laccio fatale, ed ordinò alle
sue ale di cavalleria di girare lentamente sui loro fianchi e di
circondare la lor retroguardia. Le forze de' Franchi e degli Alemanni
erano composte di fanteria: una spada ed uno scudo pendevan loro dal
fianco, ed essi usavano per offensive lor armi una pesante scure ed un
giavellotto uncinato, ch'erano solamente formidabili nel combatter corpo
a corpo, ovvero da presso. Il fiore degli arcieri Romani a cavallo, ed
armati di tutto punto, scaramucciava senza pericolo intorno a questa
immobile falange, suppliva colla prestezza de' moti alla debolezza del
numero, ed appuntava i suoi strali contro una moltitudine di Barbari, i
quali, in cambio di corazza e di elmetto, erano coperti da un lungo
vestimento di pelli o di tela. Questi soffermaronsi, sbigottirono,
confuse ne andaron le file, e nel decisivo momento, gli Eruli,
preferendo la gloria alla vendetta, piombarono con rapida furia sulla
testa della loro colonna. Il loro duce Sindballo ed Aligerno, principe
de' Goti, meritarono il premio di un sommo valore; ed il loro esempio
trasse le truppe vittoriose a compiere colle spade e coll'aste la
distruzione dell'inimico. Buccelino e la miglior parte della sua armata,
perì sul campo di battaglia, nelle acque del Volturno, o per le mani dei
contadini furenti: ma può sembrare impossibile che una vittoria[152],
alla quale non sopravvissero più di cinque Alemanni, non abbia costato
che la perdita di ottanta soldati ai Romani. Settemila Goti, residui
della guerra, difenderono la fortezza di Campsa sino all'altra
primavera: ed ogni messo di Narsete annunziava la riduzione di qualche
italiana città, i cui nomi venivano corrotti dalla ignoranza o dalla
vanità dei Greci[153]. Dopo la battaglia di Casilino, Narsete entrò
nella Capitale: le armi ed i tesori dei Goti, dei Franchi e degli
Alemanni pubblicamente furono posti in mostra: i soldati, inghirlandati
il capo, cantavano le glorie del Conquistatore, e Roma per l'ultima
volta vide la similitudine di un trionfo.
[A. D. 554-568]
Dopo un regno di sessant'anni, il trono dei re Goti fu tenuto dagli
Esarchi di Ravenna, che in pace ed in guerra rappresentavano l'Imperator
de' Romani. La giurisdizione loro fu ben presto ridotta ai limiti di una
ristretta provincia; ma Narsete, primo e potentissimo degli Esarchi,
amministrò per forse quindici anni l'intero regno d'Italia. Come
Belisario, egli avea meritato gli onori dell'invidia, della calunnia e
della disgrazia: ma il favorito Eunuco tuttor godeva la confidenza di
Giustiniano, o veramente il condottiere di un esercito vittorioso
intimoriva e reprimeva l'ingratitudine di una Corte vigliacca. Nondimeno
Narsete non usò di una debole e nociva indulgenza per assicurarsi l'amor
delle truppe. Immemore del passato, e non curante dell'avvenire, esse
male spendevano le presenti ore della prosperità e della pace. Le città
dell'Italia risuonavano allo strepito de' stravizzi e de' tripudj: le
spoglie della vittoria si consumavano in sensuali piaceri, e null'altro
(dice Agatia) più rimanea da farsi, se non se cangiare gli scudi e gli
elmi contro il molle liuto e l'anfora capace[154]. In una virile
concione, non indegna di un censore Romano, l'Eunuco biasimò questi
disordinati vizj, che svergognavano la fama de' guerrieri, e ne
mettevano la salute in periglio. I soldati arrossirono ed obbedirono: si
confermò la disciplina, si restaurarono le fortificazioni: fu
sovrapposto un duca alla difesa ed al militare comando di ciascuna delle
principali città[155]; e l'occhio di Narsete scorreva su tutto il vasto
prospetto che si stende dalla Calabria alle Alpi. Gli avanzi della
nazione Gotica sgombrarono il paese, o si mescolarono co' natii: i
Franchi, invece di vendicar la morte di Buccelino, abbandonarono, senza
altro conflitto, le loro conquiste italiane, ed il ribelle Sindballo,
Capo degli Eruli, fu soggiogato, preso ed impiccato sopra un elevato
patibolo per la inflessibile giustizia dell'Esarca[156]. Lo stato civile
dell'Italia, dopo l'agitazione di una lunga tempesta, fu determinato da
una sanzione prammatica, che l'Imperatore promulgò a richiesta del Papa.
Giustiniano introdusse nelle scuole e ne' tribunali dell'Occidente la
giurisprudenza ch'egli avea stabilito; ratificò gli atti di Teodorico e
del suo successore immediato, ma cassò ed abolì ogni atto che la forza
aveva estorto od il timore avea sottoscritto, durante l'usurpazione di
Totila. Si formò una teoria di moderazione che riconciliasse i diritti
della proprietà colla sicurezza della prescrizione, i privilegi dello
Stato colla povertà del popolo, ed il perdono delle offese con
l'interesse della virtù ed il buon ordine sociale. Sotto gli Esarchi di
Ravenna, Roma scadde al secondo grado. Non pertanto ai senatori fu
concessa la permissione di visitare le loro possessioni in Italia, e di
accostarsi senza ostacolo al trono di Costantinopoli: si lasciò al Papa
ed al Senato la cura di regolare i pesi e le misure; e si destinarono
stipendi ai legisti ed ai medici, agli oratori ed ai grammatici per
conservare o raccendere la face della scienza nella capitale antica. Ma
invano Giustiniano dettava benefici editti[157], e Narsete secondava i
desiderj dell'Imperatore col ristorare città e specialmente col
rifabbricare le chiese. La possanza dei re è molto più efficace nel
distruggere; e i venti anni della guerra Gotica aveano condotto
all'estremo la miseria e la spopolazione dell'Italia. Sin dalla quarta
campagna, sotto la disciplina di Belisario medesimo, cinquantamila
agricoltori perirono di fame[158] nell'angusta regione del Piceno[159];
ed una stretta interpretazione di quanto asserisce Procopio porterebbe
le perdite dell'Italia oltre l'intero ammontare de' suoi abitatori
presenti[160].
[A. D. 559]
Io bramerei di credere, ma non ardirei affermare che Belisario
sinceramente si rallegrasse de' trionfi di Narsete. Nondimeno la
consapevolezza delle sue proprie imprese poteva insegnargli a stimare
senza gelosia il merito di un rivale; ed il riposo del provetto
guerriero fu coronato da un'ultima vittoria che salvò l'Imperatore e la
capitale. I Barbari che ogni anno visitavano le province dell'Europa,
erano meno disanimati da qualche accidentale sconfitta, che eccitati
dalla doppia speranza di saccheggiare o di riscuoter sussidj.
Nell'inverno vigesimo secondo del regno di Giustiniano, il Danubio gelò
molto profondamente. Zabergan prese a condurre la cavalleria dei
Bulgari, ed il suo stendardo fu seguito da una promiscua moltitudine di
Schiavoni. Il selvaggio Comandante passò, senza trovar contrasto, il
fiume ed i monti, sparse le sue truppe sopra la Macedonia e la Tracia, e
si avanzò con non più di settemila cavalli sino alle lunghe mura che
dovevan difendere il territorio di Costantinopoli. Ma le opere dell'uomo
sono impotenti contro gli assalti della natura; un recente terremoto
aveva crollato le fondamenta della muraglia; e le forze dell'Impero
stavano impiegate sulle distanti frontiere dell'Italia, dell'Affrica e
della Persia. Le sette scuole[161] o compagnie delle guardie o truppe
domestiche erano cresciute fino al numero di cinquemila cinquecento
uomini, che avevano le pacifiche città dell'Asia per ordinaria loro
stazione. Ma in luogo dei prodi Armeni, incaricati di questo servizio, a
poco a poco si eran posti cittadini infingardi, che compravano di tal
guisa un'esenzione dai doveri della vita civile, senza essere esposti ai
pericoli della milizia. In mezzo a tali soldati, pochi eran quelli che
avessero il cuore di sortir dalle porte; nè alcuno di loro poteva
indursi a rimanere in campo, a meno che mancasse di forze e di agilità
per fuggire dai Bulgari. Le riferte dei fuggitivi esagerarono il numero
e la ferocia di un nemico, che avea stuprato le vergini sacre, ed
abbandonati i fanciulletti alla voracità dei cani e degli avoltoj. Una
flotta di contadini, imploranti cibo e difesa, aumentava la
costernazione della città, e le tende di Zabergan erano piantate in
distanza di venti miglia[162] sulle rive di un fiumicello che circonda
Melanzia, e quindi cade nella Propontide. Giustiniano fu sbigottito; e
quelli che non avevan veduto[163] l'Imperatore, se non nei vecchi suoi
anni, si compiacquero in supporre che egli avesse -perduto- l'alacrità
ed il vigore della sua giovinezza. Per comandamento di lui, si levarono
i vasi d'oro e d'argento ch'erano nelle chiese dei dintorni, ed anche
dei sobborghi di Costantinopoli: di tremanti spettatori erano coperti i
bastioni; la porta aurea era affollata di inutili generali e di tribuni;
ed il Senato dividea colle plebe le fatiche ed i timori.
Ma gli occhi del Principe e del Popolo stavan volti sopra un Veterano
indebolito dagli anni, il quale dal pubblico pericolo fu costretto a
ripigliar l'armatura con cui era entrato in Cartagine ed aveva difeso
Roma. Si raccolsero in fretta i cavalli delle stalle reali, de'
cittadini privati, ed anche del Circo; il nome di Belisario risvegliò
l'emulazione dei vecchi e dei giovani; ed il primo suo accampamento fu
stabilito in faccia ad un vittorioso nemico. La prudenza del Generale,
ed il lavoro de' fidi paesani, assicurò il riposo della notte, mediante
un fosso ed una trinciera. Artificiosamente s'immaginarono innumerabili
fuochi e nubi di polvere per magnificare l'opinione della sua forza: i
suoi soldati immantinente passarono dalla sfidanza alla presunzione; e
mentre diecimila voci chiedevano la battaglia, Belisario ben si astenne
dal mostrare che nell'ora del cimento egli sapeva di non poter far conto
che sulla fermezza di trecento Veterani. Il mattino seguente, la
cavalleria de' Bulgari mosse allo scontro. Ma essi udirono i clamori
della moltitudine, videro le armi e la disciplina che presentava la
fronte dell'esercito; furono assaliti sui fianchi da due corpi, posti in
aguato nei boschi: i loro guerrieri che primi si fecero innanzi, caddero
sotto i colpi dell'attempato Eroe e delle sue guardie; e la rapidità
delle loro evoluzioni fu resa inutile dallo stretto attacco e dal ratto
inseguir dei Romani. In questa azione i Bulgari non perdettero più di
quattrocento cavalli, così frettolosamente si diedero a fuggire; ma
Costantinopoli fu salva, e Zabergan, il quale sentì la mano di un
maestro di guerra, si tenne in una rispettosa distanza. Numerosi però
erano i suoi amici nei consiglj dell'Imperatore, e Belisario obbedì con
repugnanza agli ordini dell'invidia e di Giustiniano che gli vietarono
di compiere la liberazione del suo Paese. Nel ritorno ch'egli fece nella
capitale, il Popolo, consapevole ancora del pericolo corso, accompagnò
il suo trionfo con acclamazioni di gioja e di gratitudine, che furono
imputate come delitto al General vittorioso. Ma quando egli entrò nel
palazzo, taciturni stettero i Cortigiani, e l'Imperatore, dopo un freddo
abbraccio e senza ringraziarlo, lo rimandò a confondersi colla turba
degli schiavi. Sì profonda fu l'impressione che fece la gloria dell'eroe
sopra gli animi, che Giustiniano, nel settantesimo settimo anno della
sua età, si lasciò indurre ad inoltrarsi quaranta miglia fuor della
capitale, per esaminare in persona le riparazioni delle lunghe mura. I
Bulgari perderono la state nelle pianure della Tracia; ma la cattiva
riuscita dei baldanzosi lor tentativi contro la Grecia ed il Chersoneso,
dispose alla pace il loro animo. La minaccia che fecero di scannare i
prigionieri che avevano in mano, accelerò il pagamento dei grossi
riscatti che ricercarono; e la partenza di Zabergan fu affrettata dalla
voce sparsa che si fabbricavano sul Danubio dei vascelli a due ponti per
tagliargli fuori il passaggio. Dimenticato venne ben presto il pericolo;
e la vana questione se l'Imperatore avesse mostrato più senno o più
debolezza, servì a divertire gli oziosi della Capitale[164].
[A. D. 561]
Circa due anni dopo l'ultima vittoria di Belisario, l'Imperatore ritornò
da un viaggio fatto in Tracia per salute, per affari, o per divozione.
Giustiniano si dolse di un mal di testa; e lo studio con cui non si
lasciava entrar alcuno da lui, accreditò il grido che fosse morto. Prima
dell'ora terza del giorno, s'era portato via tutto il pane dalle
botteghe de' fornaj, chiuse erano le case, ed ogni cittadino, preso da
terrore o da speranza, si apparecchiava ad un sovrastante tumulto. I
Senatori stessi, impauriti e sospettosi, si radunarono all'ora nona; ed
il Prefetto ricevè da essi l'ordine di visitare tutti i quartieri della
città e di bandire una illuminazione generale pel ristabilimento della
salute di Giustiniano. Si tranquillò il fermento; ma ogni accidente
metteva in chiaro l'impotenza del Governo, e la faziosa indole del
Popolo. Le guardie erano pronte ad ammutinarsi ogni volta che si
cangiavano di quartiere o che sospesa veniva la paga: le frequenti
calamità degli incendj e dei terremoti porgevano opportunità di
disordini: le contese degli Azzurri e dei Verdi, degli Ortodossi e degli
Eretici degenerarono in sanguinose battaglie; ed il Principe dovè
arrossire per se stesso e pei suoi sudditi in presenza dell'ambasciatore
Persiano. I capricciosi perdoni e gli arbitrarj castighi amareggiarono
il disgusto e la noja di un lungo Regno: si tramò una cospirazione
dentro il palazzo; e se i nomi di Marcello e di Sergio non ci inducono
in errore, i più virtuosi ed i più dissoluti fra i Cortigiani intinsero
egualmente nella stessa congiura. Stabilito era il tempo di mandarla ad
effetto; mediante il loro grado essi avevano accesso alla mensa reale,
ed i loro schiavi neri[165] erano collocati nel vestibolo e nei portici
per annunziare la morte del Tiranno, ed eccitare una sedizione nella
Capitale. Ma l'indiscrezione di un complice salvò i miseri avanzi dei
giorni di Giustiniano. Scoperti furono i cospiratori ed arrestati coi
pugnali nascosti sotto le vesti. Marcello si uccise di propria mano, e
Sergio fu tratto a forza dal Santuario[166]. Stimolato dal rimorso,
ovvero adescato dalla speranza di salvarsi, egli accusò due ufficiali
della casa di Belisario; e la tortura gli trasse a dichiarare che eransi
condotti a norma delle segrete istruzioni del loro Signore[167]. La
posterità non crederà facilmente che un Eroe, il quale, nel vigore degli
anni, aveva disdegnato le più lusinghiere offerte dell'ambizione e della
vendetta, abbia divisato l'assassinio del suo Principe, quando non
poteva più sperare di sopravvivergli a lungo. I suoi seguaci si
affrettarono a fuggire; ma, quanto a lui, gli sarebbe toccato di
sostener la fuga colla ribellione, e vissuto egli era abbastanza per la
natura e per la gloria. Belisario comparve innanzi al consiglio, meno in
atto di timido che di sdegnato: dopo quarant'anni di servizio,
l'Imperatore lo aveva anticipatamente giudicato colpevole; e
l'ingiustizia era santificata dalla presenza e dall'autorità del
Patriarca. La vita di Belisario graziosamente fu risparmiata; ma si
sequestrarono tutti i suoi beni, e dal dicembre al luglio egli fu
custodito qual prigioniero nel suo proprio palazzo. Al fine la sua
innocenza venne all'aperto; gli si restituirono la libertà e gli onori;
e la morte, accelerata forse dal cruccio e dal cordoglio, lo tolse dal
mondo, otto mesi circa, poscia che fu liberato. Il nome di Belisario non
potrà morire giammai: ma in luogo delle esequie, de' monumenti e delle
statue, così giustamente dovute alla sua memoria, si legge negli
Istorici che i suoi tesori, spoglie dei Goti e dei Vandali, furono
immediatamente confiscate a profitto dell'Imperatore. Qualche onesta
porzione però ne fu lasciata per l'uso della sua vedova. Siccome
Antonina aveva molto di che pentirsi, ella consacrò gli ultimi avanzi
della sua vita e delle sue sostanze alla fondazione di un monastero.
Tale è il semplice e veritiero racconto della caduta di Belisario e
dell'ingratitudine di Giustiniano[168]. Finzione di posteriori
tempi[169] è quella, ch'egli venisse accecato, e ridotto dall'invidia ad
accattare il pane, esclamando. «Date un obolo al General Belisario». Ma
questa favola ha ottenuto credito, o per meglio dire favore, quale
strano esempio delle vicissitudini della fortuna[170].
Se l'Imperatore potè rallegrarsi per la morte di Belisario, egli non
godè questa abbietta soddisfazione, che per lo spazio di otto mesi,
ultimo periodo di un regno di trent'otto anni, e di una vita di ottanta
tre. Sarebbe difficile delineare il carattere di un Principe, il quale
non è il più cospicuo oggetto de' proprj suoi tempi: ma le confessioni
di un nemico si possono ricevere come la migliore testimonianza delle
sue virtù. La rassomiglianza di Giustiniano col busto di Domiziano[171]
viene maliziosamente avvertita da Procopio; il quale riconosce però
ch'egli era ben proporzionato della persona, rubicondo di carnagione, e
piacevole nell'aspetto. L'Imperatore era accostevole, paziente
nell'ascoltare, cortese ed affabile nel discorrere, e padrone delle
fiere passioni che imperversano con sì distruttiva violenza nel petto di
un despota. Procopio ne loda il temperamento, per poterlo rimproverare
di una placida e deliberata tranquillità; ma nelle cospirazioni che
attaccarono l'autorità e la persona di Giustiniano, un giudice di
miglior fede approverebbe la giustizia od ammirerebbe la clemenza
dell'Imperatore. Incomparabile egli mostrasi nelle virtù private della
castità e della temperanza; ma un imparziale amore della bellezza
sarebbe riuscito meno pregiudizioso, che non la conjugale sua tenerezza
per Teodora; e l'austero suo governo di vita era regolato dalla
superstizione di un monaco, non dalla prudenza di un filosofo. Brevi e
frugali erano i suoi pasti: nei digiuni solenni, egli si contentava di
acqua e di erbaggi; e tale era la sua robustezza, egualmente che il suo
fervore, che spesso egli passava due giorni ed altrettante notti senza
gustare alcun cibo. Non meno rigorosa era la misura del suo dormire:
dopo un riposo di solo un'ora, il corpo era svegliato dall'animo, e con
maraviglia de' suoi ciamberlani Giustiniano vegliava, o studiava sino
allo spuntare del giorno. Un'applicazione così indefessa gli raddoppiava
il tempo da spendere nell'imparare[172] e nello spedire faccende; e si
può seriamente dargli rimprovero che confondesse l'ordine generale della
sua amministrazione a forza di minuta diligenza fuori di luogo.
L'Imperatore si reputava musico ed architetto, poeta e filosofo, legista
e teologo; e se gli riuscì male l'impresa di riconciliare le Sette
cristiane, la riforma della giurisprudenza Romana resta qual nobile
monumento del suo ingegno e della sua industria. Nel governo
dell'Impero, egli comparve meno saggio o meno felice: pieni di sventure
furono i tempi; il popolo giacque oppresso e malcontento; Teodora abusò
del suo potere; una sequela di cattivi ministri fece torto al giudizio
dell'Imperatore, e Giustiniano non fu amato in vita, nè compianto dopo
morte. Profonde radici avea messo nel suo cuore l'amor della fama, ma
egli cedeva alla meschina ambizione dei titoli, degli onori, e della
lode contemporanea, e mentre si adoperava a cattivarsi l'ammirazione de'
Romani, egli ne perdè la stima e l'affetto. Il divisamento della guerra
di Affrica e d'Italia fu concepito ed eseguito con ardire, e la
perspicacia di Giustiniano scoprì l'abilità di Belisario nel Campo, e di
Narsete nel palazzo. Ma ecclissato è il nome dell'Imperatore dal nome
de' vittoriosi suoi Capitani, e Belisario vive mai sempre per accusare
l'invidia e l'ingratitudine del suo sovrano. Il parziale favore degli
uomini applaudisce il genio del conquistatore, che guida e regge i suoi
sudditi nell'esercizio delle armi. I caratteri di Filippo secondo e di
Giustiniano si contraddistinguono per quella fredda ambizione che si
compiace nella guerra, e scansa i pericoli del Campo. Tuttavia una
statua colossale di bronzo rappresentava l'Imperatore a cavallo, in atto
di muovere contro i Persiani, nelle vesti e nelle armi di Achille. Nella
gran piazza davanti alla chiesa di Santa Sofia, sorgeva questo monumento
sopra una colonna di bronzo, sostenuta da un marmoreo piedistallo di
sette gradini: e la colonna di Teodosio, che pesava settemila
quattrocento libbre di argento, fu tolta via dallo stesso luogo per
effetto dell'avarizia e della vanità di Giustiniano. I Principi, suoi
successori, si mostrarono più giusti o più indulgenti per la sua
memoria. Andronico il Vecchio, nel principio del secolo decimoquarto
restaurò ed abbellì quella statua equestre: dopo la caduta dell'Impero,
i Turchi vittoriosi la fusero per farne cannoni[173].
Io chiuderò questo capitolo con un cenno sopra le comete, i tremuoti e
la peste che atterrirono od afflissero il secolo di Giustiniano.
[A. D. 531-539]
I. Nel quinto anno del suo Regno, e nel mese di settembre, fu veduta per
venti giorni, nella parte occidentale del Cielo, una cometa,[174], che
vibrava i suoi raggi verso settentrione. Otto anni dopo, mentre il Sole
era nel segno del Capricorno, apparve un'altra cometa nel Sagittario: a
poco a poco ne cresceva la mole; il capo era nell'Oriente, la coda
nell'Occidente ed essa restò visibile per più di quaranta giorni. Le
nazioni che le riguardavano stupefatte, attendevano guerre e disastri
dalla infausta loro influenza, e questa aspettativa fu largamente
adempiuta. Gli Astronomi dissimularono la loro ignoranza intorno la
natura di queste risplendenti stelle, che affettavano di rappresentare
quai meteore ondeggianti per l'aria; e pochi fra loro si accostavano
alla semplice idea di Seneca e de' Caldei ch'esse non sieno che pianeti
distinti dagli altri per un più lungo periodo ed un moto più
eccentrico[175].
Il tempo e la scienza hanno giustificato le congetture e le predizioni
del filosofo Romano, il telescopio ha aperto nuovi Mondi agli occhi
degli Astronomi[176], e nel ristretto spazio che ci offrono l'istoria e
la favola, si è già trovato che una stessa cometa si è mostrata sette
volte alla terra, in sette eguali rivoluzioni di cinquecento e
settantacinque anni, ciascuna. La -prima-[177] che risale a mille
settecento e sessantasette anni di là dall'era Cristiana, fu
contemporanea di Ogige padre dell'antichità greca. E questa sua comparsa
spiega la tradizione, da Varrone serbataci, che sotto il Regno di Ogige
il pianeta Venere cangiò di colore, di grandezza, di figura e di corso;
prodigio senza esempio, sì nelle antecedenti che nelle susseguenti
età[178]. La favola di Elettra, settima delle Pleiadi, le quali furono
ridotte a sei dopo il tempo della guerra Trojana, indica oscuramente la
-seconda- venuta che seguì nell'anno mille cento e novantatre. La Ninfa
Elettra, moglie di Dardano, non ebbe l'animo di sostenere la rovina
della sua patria, essa abbandonò le danze delle sue celesti sorelle,
fuggì dal Zodiaco al Polo settentrionale, ed ottenne, colle scarmigliate
sue chiome, il nome della -Cometa-. Il -terzo- periodo cade nell'anno
seicento e diciotto, data che esattamente concorda colla tremenda cometa
della Sibilla, e forse di Plinio, la quale levossi nell'Occidente, due
generazioni prima del Regno di Ciro. La -quarta- apparizione, successa
quaranta quattr'anni prima della nascita di Cristo, è di tutte le altre
la più splendida e la più importante. Dopo la morte di Cesare, un astro
lungo-chiomato trasse gli occhi di Roma e delle nazioni, durante i
giuochi dati dal giovane Ottaviano in onore di Venere e del suo zio.
L'opinione volgare ch'esso trasportasse al Cielo la divina anima del
Dittatore, fu accarezzata e consacrata dalla pietà del politico
Ottaviano: nel mentre che la segreta sua superstizione riferiva la
cometa alla gloria de' proprj suoi tempi[179]. Si è già accennato che la
-quinta- visita accadde nel quinto anno di Giustiniano, il quale
coincide coll'anno cinquecentotrentuno dell'era Cristiana. E degno è di
ricordo che in questa, come nella precedente apparizione, la cometa fu
seguitata, sebbene con più lungo intervallo, da un'osservabile
pallidezza del Sole. Il -sesto- ritorno, intervenuto nell'anno mille
cento e sei, vien rammentato dalle cronache dell'Europa e della China; e
nel primo fervore delle Crociate, i Cristiani ed i Maomettani poterono
con egual ragione immaginarsi ch'essa pronosticasse la distruzione degli
Infedeli. Il -settimo- fenomeno, che porta la data del mille seicento e
ottanta, si presentò agli occhi di un secolo illuminato[180]. La
filosofia di Bayle, dissipò il pregiudizio, cui la Musa di Milton aveva
così recentemente adornato, che la cometa dalle orride sue chiome scuote
la pestilenza e la guerra[181]. La strada tenuta da questa cometa nel
Cielo, venne osservata con singolare e dottissima diligenza da Hamstead
e da Cassini. E la scienza matematica di Bernoulli, di Newton e di
Halley investigarono le leggi delle sue rivoluzioni. Quando avverrà
l'-ottavo- periodo, nell'anno duemila duecento cinquantacinque, i loro
calcoli saranno forse verificati dagli Astronomi di qualche Capitale,
innalzata dove ora si stendono i deserti della Siberia o dell'America.
II. L'avvicinarsi di una cometa molto presso al Globo da noi abitato,
può desolarlo o distruggerlo; ma i cambiamenti, avvenuti sulla sua
superficie, fino ad ora sono stati l'opera dei Vulcani e dei
tremuoti[182]. La natura del suolo indica i paesi più esposti a questi
formidabili scotimenti, che prodotti sono da sotterranei fuochi, e
questi fuochi vengono accesi dall'unione e dalla fermentazione del ferro
e dello zolfo. Ma le epoche e gli effetti loro sembrano posti oltre il
giungere dell'umana curiosità, ed il filosofo dee discretamente
astenersi dal predire i terremoti, sinchè sia giunto a noverare le
stille d'acqua, che colano in silenzio sopra il minerale infiammabile, e
misurato abbia le caverne che accrescono colla resistenza l'esplosione
dell'aria imprigionata. Senza assegnar la cagione, l'istoria dee
distinguere i periodi in cui questi eventi calamitosi sono stati rari o
frequenti, ed osservare che questa febbre della terra infuriò con
insolita violenza durante il Regno di Giustiniano[183]. Ogni anno di
quel Regno è segnato dai ripetimento di tremuoti, di una tal durata che
Costantinopoli fu agitata per più di quaranta giorni, e di una tale
estensione che il commovimento si comunicò a tutta la superficie del
Globo, od almeno dell'Imperio Romano. Si sentì una scossa d'impulsione o
di vibrazione: si spalancarono nella terra enormi fessure, si videro
lanciati in aria corpi grossi e pesanti, il mare alternativamente si
avanzò e si ritrasse oltre gli ordinarj suoi limiti, ed, una rupe fu
divelta dal Libano[184], e scagliata nei flutti, dove a guisa di molo
essa difese il nuovo porto di Botri[185] nella Fenicia. Il colpo che
sbatte un formicajo, può schiacciar nella polvere molte migliaia
d'insetti: non pertanto la verità dee tirarci a confessore che l'uomo ha
lavorato con molta industria alla propria sua distruzione. Lo
stabilimento delle grandi città che racchiudono una nazione nel recinto
di una muraglia, quasi realizza il desiderio nutrito da Caligola, che il
Popolo Romano non avesse che un solo capo. Dicesi che due cento
cinquantamila persone perissero nel tremuoto di Antiochia, il quale
avvenne al tempo in cui la festa dell'Ascensione aveva accresciuto con
una grande affluenza di stranieri la moltitudine dei cittadini. La
perdita di Berito[186] fu di minor grandezza, ma di maggior valore.
Questa città, situata sulla costa della Fenicia, era illustre per lo
studio delle leggi civili, che aprivano le più sicure strade
all'opulenza ed agli onori. Le scuole di Berito riboccavano de' più
begl'ingegni che sorgessero in quell'età, ed il tremuoto schiacciò per
avventura più di un giovane che vivendo sarebbe divenuto il flagello o
il difensore della sua patria. In mezzo a questi disastri l'Architettura
si mostra la nemica del genere umano. La capanna di un selvaggio o la
tenda di un Arabo, possono venir rovesciate, senza che ne provi danno
chi abita in essa; e ben si apponevano i Peruviani nel deridere la
follia dei conquistatori Spagnuoli, che con tanto dispendio e travaglio
si fabbricavano i proprj sepolcri. Piombano sul capo di un patrizio i
ricchi suoi marmi: sotto le rovine dei pubblici e privati edifizj un
Popolo intero ritrova la tomba, e l'incendio viene alimentato e
propagato dagli innumerabili fuochi che fanno di mestieri alla
sussistenza e all'industria di una grande città. In luogo della
scambievole simpatia che può confortare ed assistere que' che cadono tra
le rovine, in terribil modo essi provano l'effetto dei vizj e delle
passioni, che più frenate non sono dal timor del castigo. Le crollate
case vengono poste a sacco dall'avarizia che di nulla ha paura; la
vendetta coglie il momento, e sceglie la vittima; e la terra spesso
ingoja l'assassino e lo stupratore, nel punto istesso che consumano il
loro misfatto. La superstizione circonda d'invisibili terrori il
presente pericolo: e se l'immagine della morte può alle volte servire
alla virtù od al pentimento degli individui, il Popolo impaurito vien
più fortemente mosso ad aspettare la fine del Mondo, od a scongiurare
con servili omaggi la collera di una divinità vendicatrice.
[A. D. 542]
III. L'Etiopia e l'Egitto si riguardarono in ogni età come la fonte
originale ed il seminario della pestilenza[187]. In un'aria umida,
calda, stagnante, si genera questa febbre Affricana dall'imputridire
delle sostanze animali, e specialmente degli sciami di locuste, non meno
funeste agli uomini dopo la morte che in vita. Il fatale contagio che
spopolò la terra al tempo di Giustiniano e de' suoi successori[188], si
manifestò da principio nelle vicinanze di Pelusio, tra la Palude
Serboniana, ed il ramo Orientale del Nilo. Di là movendo per doppia
strada, si diffuse nell'Oriente, sopra la Siria, la Persia e le Indie, e
penetrò nell'Occidente lungo le coste dell'Affrica e sopra il Continente
dell'Europa. Nella primavera del secondo anno, Costantinopoli fu
travagliata dalla peste per tre o quattro mesi: e Procopio che ne
osservò i progressi ed i sintomi coll'occhio di un fisico[189] ha
gareggiato colla diligenza e coll'arte di Tucidide nella descrizione
della pestilenza di Atene[190]. Il morbo si manifestava talvolta colle
visioni di una fantasia perturbata, e la vittima cadeva d'ogni speranza
tosto che aveva udito le minacce e sentito il colpo di un invisibile
spettro. Ma il più della gente erano sorpresi da una leggiera febbre,
nel proprio letto, in mezzo alle contrade, tra le usate loro faccende;
febbre leggiera sì che nè il polso, nè il colore del volto porgeva
nell'ammalato alcun segno di un vicino pericolo. In quel dì istesso o
nel secondo o nel terzo si dichiarava il malore coll'enfiagione delle
glandole, particolarmente dell'anguinaja, delle ascelle, e sotto
l'orecchio, e quando questi bubboni o tumori si aprivano, scorgevasi
ch'essi contenevano un carbonchio, ossia una sostanza nera, grossa come
una lente. Se il tumore veniva a tutta la sua gonfiezza e si riduceva a
suppurazione, l'infermo era salvato da questo mite e naturale
sgorgamento dell'umore morboso. Ma se i bubboni continuavano a rimaner
duri ed asciutti, ben presto seguiva la cancrena, ed il quinto giorno
era comunemente l'ultimo della vita dell'appestato. Accompagnata spesso
veniva la febbre da letargo o delirio. I corpi degli ammalati si
coprivano di negre pustole o carbonchi, sintomi di una morte immediata.
E ne' temperamenti troppo deboli per produrre un'eruzione, al vomito di
sangue teneva dietro la cancrena negli intestini. Per le donne gravide
la peste riusciva generalmente mortale; nondimeno fu tratto vivo un
bambino, fuor del corpo della madre morta d'infezione, e tre madri
sopravvissero alla perdita dei loro feti appestati. La gioventù era la
stagione della vita più soggetta al pericolo, e le donne venivano meno
attaccate dal male che non gli uomini. Ma ogni grado ed ogni professione
soggiaceva del pari all'indistinta ferocia della peste, e molti di
quelli che ne scampavano, perdevano l'uso della parola, senza aver
sicurezza che il malore non tornasse ad assalirli[191]. Zelanti ed abili
si mostrarono i medici di Costantinopoli. Ma i cangianti sintomi e la
pertinace furia del morbo, inutili facevano gli sforzi dell'arte: gli
stessi rimedj producevano effetti contrarj, ed il successo
capricciosamente sconvolgeva i loro pronostici di morte o di guarigione.
Confusi andarono l'ordine de' funerali e il diritto delle sepolture;
quelli che rimanevano senza amici o famiglie, giacevano insepolti per le
contrade o nelle desolate lor case; e fu conferita ad un magistrato
l'autorità di raccogliere i promiscui mucchi di cadaveri, di
trasportarli per terra o per acqua e di sotterrargli dentro fosse
profonde scavate fuori del recinto della città. I più viziosi tra gli
uomini sentivano destarsi qualche rimorso nell'animo all'aspetto del
loro proprio pericolo e della pubblica infelicità. La confidenza della
salute ravvivava di bel nuovo le passioni e l'abitudine loro; ma la
filosofia dee tenere in non cale l'osservazione di Procopio che le vite
di tali uomini fossero guardate da uno special favore della fortuna o
della Providenza. Egli si scordava, o forse si sovveniva in segreto che
la pestilenza aveva assalito la persona stessa di Giustiniano; ma la
rigorosa dieta dell'Imperatore può suggerire, come avvenne di
Socrate[192], un più ragionevole ed onorevole motivo del suo
risanamento. Durante la malattia del Principe, la pubblica costernazione
si manifestò ne' vestimenti de' cittadini; e la trascuranza e lo
sgomento loro apportarono una generale carestia nella capitale
dell'Oriente.
[A. D. 542-594]
Inseparabile sintomo della peste è quello di essere appiccaticcia ed
atta per mezzo della respirazione degli infetti a trasfondersi nei
polmoni e nello stomaco di quelli che ad essi stanno vicini. Nel tempo
che i filosofi credono a questo fatto e ne sbigottiscono, è singolare
che l'esistenza di un sì reale pericolo venisse negato dal Popolo il più
propenso ai vani ed immaginarj terrori[193]. Nondimeno i concittadini di
Procopio s'erano persuasi, mediante alcune poche e parziali esperienze,
che l'infezione non s'attaccava anche col parlar più d'appresso agli
appestati[194]; e questa persuasione giovava a sostenere l'assiduità
degli amici e dei medici nella cura degli infermi, che una disumana
prudenza avrebbe condannati alla solitudine, ed alla disperazione. Ma
tal funesta sicurezza, non altramente, che la predestinazione dei Turchi
dovette aumentare i progressi della contagione; e le salutari cautele a
cui l'Europa va debitrice della sua salvezza, erano sconosciute al
governo di Giustiniano. Non s'impose alcun freno alle frequenti e libere
relazioni delle province Romane: dalla Persia fino alla Francia le
nazioni erano mescolate ed infettate dalle migrazioni e dalle guerre; ed
il pestifero odore che si ricetta per anni interi in una balla di
cotone, veniva trasportato per l'abuso del traffico, sino alle più
distanti contrade. Il modo con cui propagossi la peste viene spiegato
per l'osservazione fatta da Procopio medesimo, che sempre essa
spargevasi dal lido del mare nell'interno de' paesi, che le isole e le
montagne più segregate dalle altre, successivamente venivano visitate
dal morbo, e che i luoghi, sfuggiti al furore del suo primo passaggio,
erano esposti al contagio dell'anno seguente. I venti poterono
diffondere quel veleno sottile; ma a meno che l'atmosfera sia
preventivamente disposta a riceverlo, l'infezione deve ben presto venir
meno in tutti i climi freddi o temperati del Globo. Tale si era
l'universale corruzione dell'aria, che la pestilenza scoppiata nell'anno
decimo quinto di Giustiniano, non fu repressa nè mitigata da veruna
differenza delle stagioni. Coll'andar del tempo, la prima sua malignità
si diminuì e disperse, il morbo alternativamente languì e rinacque, ma
non fu che in capo ad un calamitoso periodo di cinquantadue anni, che
l'uman genere ricuperò la sanità di prima, e che l'aria riprese le sue
qualità pure e salubri. Non ci rimangono fatti su cui stabilire un
computo, od almeno una congettura del numero delle persone che da quella
straordinaria mortalità furon tolte al Mondo. Solamente io trovo che
durante tre mesi, cinquemila ed in ultimo diecimila persone morivano
ogni giorno in Costantinopoli; che molte città dell'Oriente rimasero
affatto vuote, e che in molti distretti dell'Italia le messi marcivano
sul suolo e la vendemmia sui tralci. Il triplice flagello della guerra,
della peste e della fame afflisse i sudditi di Giustiniano, ed il suo
Regno è funestamente contrassegnato da una visibile diminuzione della
specie umana, danno che in alcune delle più belle contrade del Globo non
si è potuto riparare più mai[195].
NOTE:
[101] Per le turbolenze dell'Affrica, io non ho, nè desidero di aver
altra guida fuorchè Procopio, il qual vide co' proprj occhi i memorabili
avvenimenti de' suoi tempi, o ne raccolse colle proprie orecchie il
racconto. Nel secondo libro della guerra Vandalica, egli narra la
ribellione di Stoza (c. 12-24), il ritorno di Belisario (c. 15), la
vittoria di Germano (c. 16, 17, 18), la seconda amministrazione di
Salomone (c. 19, 20, 21), il governo di Sergio (c. 22, 23), di Areobindo
(c. 24), la tirannia e morte di Gontari (c. 25, 26, 27, 28); nè posso
discernere alcun segno di adulazione o di malevolenza nei suoi diversi
ritratti.
[102] Non posso però ricusargli il merito di pingere, con vivaci colori,
l'assassinio di Gontari. Uno degli uccisori manifestò sensi non indegni
di un cittadino romano: «Se io fallisco, disse Artasire, il primo colpo,
uccidetemi immediatamente, affinchè le torture non abbiano da strapparmi
di bocca la confessione de' miei complici».
[103] Le guerre contro i Mori sono per occasione introdotte nel racconto
di Procopio (-Vandal.- l. II c. 19, 23, 25, 27, 28. -Gothic.- l. IV c.
17); e Teofane aggiunge alcuni avvenimenti, prosperi ed avversi, che si
riferiscono agli ultimi anni di Giustiniano.
[104] Ora Tibesh nel regno d'Algeri. È bagnata dal fiume Sujerass, che
cade nella Mejerda (-Bagradas-). Tibesh è tuttora osservabile per le sue
mura di grosse pietre, simili a quelle del Coliseo di Roma, e per una
fontana ed un boschetto di castagni: la contrada è fertile, ed i vicini
Bereberi sono una guerriera tribù. Si chiarisce da un'iscrizione, che
sotto il regno di Adriano, la strada da Cartagine a Tebeste, fu
costruita dalla terza legione (Marmoll. -Description de l'Afrique-, tom.
II p. 442, 443. Shaw's Travels, p. 64, 65, 66).
[105] Procopio, Aneddoti, c. 18. La serie della storia affricana attesta
questa malinconica verità.
[106] Nel secondo (c. 50) e nel terzo libro (c. 1-40) Procopio continua
l'istoria della guerra gotica dal quinto sino al decimoquinto anno di
Giustiniano. Siccome gli eventi sono meno importanti che nel primo
periodo, il suo racconto occupa metà dello spazio per un tempo del
doppio maggiore. Giornande e la Cronica di Marcellino ci somministrano
qualche altro lume. Il Sigonio, il Pagi, il Muratori, il Mascou ed il
Buat porgono soccorsi di cui ho profittato.
[107] Silverio, vescovo di Roma, fu da principio trasportato a Patara,
nella Licia, e finalmente fatto morire di fame (-sub eorum custodia
inedia confectus-) nell'isola di Palmaria, A. D. 538, mese di giugno
(-Liberat. in Breviar.- c. 22. -Anastasius, in Sylverio.- -Baronius.- A.
D. 540 n. 2, 3. Pagi, -in Vit. Pont.- Tom. I pag. 285, 286). Procopio
(Aneddoti, c. 1) accusa soltanto l'Imperatrice ed Antonina.
[108] Palmaria, isoletta che giace dirimpetto a Terracina, ed alla costa
dei Volsci (Cluver. -Ital. Antiq.- 1. III c. 7 p. 1024).
[109] Siccome il Logoteta Alessandro e la maggior parte de' suoi
colleghi civili e militari erano caduti in disgrazia o in disprezzo,
l'Autore degli Aneddoti (c. 4, 5, 18) non adopera colori molto più neri
che nell'istoria Gotica (l. III c. 1, 3, 4, 9, 20, 21, ecc.).
[110] Procopio (l. III c. 2, 8 ecc.) rende giustizia ampia e spontanea
al merito di Totila. Gli storici Romani, da Sallustio e Tacito in poi,
si compiacevano nel dimenticare i vizj dei loro concittadini,
riguardando alle virtù dei Barbari.
[111] Procopio, l. III c. 12. L'anima di un eroe è profondamente
impressa in questa lettera, nè possiamo noi confondere tali atti genuini
ed originali insieme con le elaborate e spesso vuote concioni degli
storici Bizantini.
[112] Procopio non dissimula l'avarizia di Bessa (l. III c. 17, 20).
Questi espiò la perdita di Roma con la gloriosa conquista di Petra
(-Goth.- l. IV c. 12): ma gli stessi vizj lo seguitarono dal Tevere al
Fasi (c. 13); e l'istorico narra con egual verità i meriti e i difetti
del suo carattere. Il castigo che l'autore del romanzo di Belisario ha
inflitto all'oppressore di Roma è più conforme alla giustizia che
all'istoria.
[113] Durante il lungo esilio di Vigilio, e dopo la sua morte, la chiesa
romana fu governata dall'arcidiacono, indi Papa (A. C. 555) Pelagio, il
quale fu creduto non innocente dei mali sofferti dal suo predecessore.
Vedi le vite originali dei Papi sotto il nome di Anastasio (Muratori,
-Script. rer. italicarum-, tom. III P. 1 p. 130, 131. il quale narra
varj curiosi accidenti degli assedj di Roma e delle guerre d'Italia).
[114] Il monte Gargano, ora monte S. Angelo, nel regno di Napoli, si
prolunga trecento stadj nel mare adriatico (Strab. l. VI p. 436), e nei
secoli tenebrosi fu illustrato dall'apparizione, dai miracoli e dalla
chiesa di S. Michele Arcangelo. Orazio, nativo di Apulia o Lucania, avea
veduto le querce e gli olmi del Gargano, sbattuti e muggenti per la
forza del vento settentrionale che soffiava su quell'alta costa (Carm.
II, 9. Epist. II, I, 201).
[115] Non posso determinare esattamente la posizione di questo campo di
Annibale; ma gli alloggiamenti Punici stettero lungo tempo e spesso
nelle vicinanze di Arpi (Tito Livio, XXII, 9, 12; XXIV, 3, ecc.).
[116] -Totila..... Romani ingreditur..... ac evertit muros, domos
aliquantas igni comburens, ac omnes Romanorum res in praedam accepit,
hos ipsos Romanos in Campaniam captivos abduxit. Post quam
devastationem, XL aut amplius dies, Roma fuit ita desolata, ut nemo ibi
hominum, nisi- (nullae?) -bestiae morarentur- (Marcellin. -in Chron.- p.
54).
[117] I Triboli sono ferri con quattro punte, una delle quali si pianta
in terra, e le tre altre sorgono verticali od oblique (Procopio, Got. l.
III c. 24. Giusto Lipsio, Poliorcete, l. V c. 3). La metafora è tolta
dai triboli, pianta che produce frutti spinosi, comune in Italia
(Martino, -ad Virgil. Georg.- I, 153, vol. II p. 33).
[118] Ruscia, il -Navale Thuriorum-, fu trasferita in distanza di
sessanta stadj a Ruscianum, Rossano, arcivescovato senza suffraganei. La
repubblica di Sibari è ora una terra del duca di Corigliano (Riedesel,
viaggi nella Magna Grecia e nella Sicilia, p. 166-171).
[119] Questa cospirazione vien riferita da Procopio (-Goth.-, l. III c.
31, 32) con tal ingenuità e candore, che la libertà degli Aneddoti non
gli porge più nulla da aggiungere.
[120] Gli onori di Belisario sono con piacere rammemorati dal suo
segretario (Procopio, -Goth.- l. III c. 35; l. IV c. 21). Il titolo di
Στρατηγος è mal tradotto, almeno in questa occasione, col
-praefectus praetorio-; e trattandosi di una carica militare, sarebbe
meglio dire -magister militum- (Ducange, -Gloss. Graec.- p. 1458, 1459).
[121] Alemanno (-ad Hist. Arcan.- p. 68), Ducange (-Familiae Byzant.- p.
98) ed Eineccio (-Hist. juris civilis-, p. 434) rappresentano tutti tre
Anastasio come figlio della figlia di Teodora; e l'opinione loro
saldamente si appoggia sulla chiarissima testimonianza di Procopio
(Aneddoti, c. 4, 5, θυγατριδω, due volte ripetuto). Tuttavia
io farò notare, 1. che nell'anno 547, Teodora poteva difficilmente avere
un nipote giunto alla pubertà; 2. che noi siamo affatto al bujo di
questa figlia e del suo marito; 3. che Teodora nascondeva i suoi
bastardi, e che il suo nipote dal lato di Giustiniano sarebbe stato
l'erede presuntivo dell'Impero.
[122] Gli αμαρτηματα, od errori dell'eroe in Italia e dopo il
suo ritorno, sono manifestati απαρακαλυωτως, e più probabilmente
ingrossati dall'autore degli Aneddoti (c. 4, 5). I disegni
di Antonina erano favoriti dalla fluttuante giurisprudenza di
Giustiniano: sopra la legge del matrimonio e del divorzio
quest'Imperatore era -trocho versatilior- (Eineccio, -Elem. juris
civilis ad ordinem Pandect.- P. IV n. 233).
[123] I Romani erano tuttora affezionati ai monumenti dei loro maggiori;
e secondo Procopio (Got. l. IV c. 22) la galera di Enea, di un solo
ordine di remi, larga 25 piedi, e lunga 120, conservavasi intera nel
-Navalia- presso il Monte Testaceo, ai piedi dell'Aventino (Nardini,
Roma antica, l. VII c. 9 p. 466. Donato, Roma antica, l. IV c. 13 p.
334). Ma tutti gli autori antichi nulla dicono di questa reliquia.
[124] In que' mari, Procopio cercò invano l'isola di Calipso. In Feacea
o Corcira, gli fu mostrata la nave impietrita di Ulisse (-Odyss.- XIII,
163); ma egli trovò che era una fabbrica recente, composta di molte
pietre, e dedicata da un mercatante a Giove Cassio (l. IV c. 22).
Eustazio aveva supposto che fosse la fantastica rassomiglianza di una
rupe.
[125] Il Danville (-Mem. de l'Acad.- tom. XXXII p. 513-528) illustra il
golfo di Ambracia; ma non può determinare la situazione di Dodona. Un
paese che giace in vista della Italia è men conosciuto che i deserti
dell'America.
[126] Vedi gli atti di Germano nell'istoria pubblica (Vandal. l. II c.
16, 17, 18. Got. l. III c. 31, 32) e nell'istoria segreta (Aneddoti, c.
5); e quelli di suo figlio Giustino, in Agatia (l. IV p. 130, 131). Non
ostante un'espressione ambigua di Giornande, -fratri suo-, Alemanno ha
trovato che egli era figlio del fratello dell'Imperatore.
[127] -Conjuncta Aniciorum gens cum Amala stirpe, spem adhuc utriusque
generis promittit- (Giornande, c. 60 p. 703). Egli scrisse in Ravenna
prima della morte di Totila.
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