[77] Senofonte che s'era azzuffato co' Colchi nella sua ritirata
(Anabasis, l. IV p. 130, 343, ed. Hutchinson; e la Dissertazione di
Forster, p. LIII-LVIII nella versione inglese di Spelmann, vol. II) li
chiama αυτονομοι; prima della conquista di Mitridate, sono
denominati da Appiano αρειμανες (-de bello Mithrid.- c. 15 t. 1
p. 661 dell'ultima e miglior edizione di Gio. Schweighaeuser, Lipsia,
1785, 3 vol. in 8 gr.).
[78] Appiano (-de bello Mithrid.-) e Plutarco (-in vita Pomp.-) parlano
della conquista della Colchide, fatta da Mitridate e da Pompeo.
[79] Possiamo rintracciare l'origine e la caduta della famiglia di
Polemone in Strabone (l. XI p. 755, l. XII p. 867), in Dion Cassio o
Zifilino (p. 588, 593, 601, 719, 754, 915, 946, ed. Reimar), in Svetonio
(in Ner. c. 18, in Vespas. c. 8), in Eutropio (VII, 14), in Gioseffo
(-antiq. Judaic.- l. XX c. 7 p. 970, ediz. Havercamp) ed in Eusebio
(-Chron.- colle -Animadv.- di Scaligero).
[80] Al tempo di Procopio non v'erano Fortezze romane sul Fasi. Pizio e
Sebastopoli furono sgombrate al sentire che i Persiani si avvicinavano
(-Goth.- l. IV c. 4); ma l'ultima di queste piazze fu restaurata da
Giustiniano (-de Edif.- l. IV c. 7).
[81] A' giorni di Plinio, di Arriano e di Tolomeo, i Lazi formavano una
particolare tribù sul confine settentrionale della Colchide (Cellario,
-Geograph.- ant. t. 11 p. 222.) Nell'età di Giustiniano, si sparsero, od
almeno regnarono su tutto il paese. Al presente, hanno trasmigrato lungo
la costa verso Trebisonda, e compongono un rozzo popolo, dedito alla
pescagione, che parla un linguaggio particolare (Chardin, p. 149.
Peyssonel. p. 64).
[82] Gio. Malala, Cron. t. 11 p. 134-137. Teofane, p. 144 -Hist.
Miscel.- l. XV p. 103. Autentico è il fatto, ma la data par troppo
recente. Nel parlare della loro alleanza persiana, i Lazi contemporanei
di Giustiniano usano obsolete parole: εν γραμμασι μινιμεια, προγονοι. -- Potevano queste parole appartenere ad un'alleanza che da
soli vent'anni era sciolta?
[83] Non rimane altro vestigio di Petra che negli scritti di Procopio e
di Agatia. La maggior parte delle città e castella della Lamica si può
ritrovare col paragonare i nomi, e la posizione loro colla carta della
Mingrelia, in Lamberti.
[84] Vedi le piacevoli lettere di Pietro della Valle, viaggiatore romano
(Viaggi, t. 2 p. 207, 209, 213, 215, 266, 286, 300, t. III p. 54, 127).
Negli anni 1618, 1619 e 1620, egli conversò con Shà Abbas e vivamente
incoraggiò un disegno che avrebbe unito la Persia e l'Europa contro il
Turco, loro comune inimico.
[85] Vedi Erodoto (l. 1 c. 140 p. 69), il qual parla con diffidenza
(Larcher, t. 1 p. 399-401. -Notes sur Herodote-), Procopio (-Persic.- l.
1 c. 11), e Agatia (l. 2 p. 61, 62). Questa pratica, conforme al
Zendavesta (Hide, -de Relig. Pers.- c. 34 p. 414-421); dimostra che la
sepoltura dei Re persiani (Senofonte, Cirop. l. 8 p. 658, Τι γαρ τουτου μακαριωτερον του τῃ γῃ μιχθηναι), è una finzione greca, e che
le tombe loro non potevano essere che cenotafi.
[86] Il supplizio di scorticare un uomo vivo non potè esser introdotto
in Persia da Sapore (Brisson, -de Regn. Pers.- l. 2, p. 578), nè copiato
dalla insulsa storiella di Marsia, suonatore di Frigia, più insulsamente
citata, come esempio, da Agatia (l. 4 p. 132, 133).
[87] Nel palazzo di Costantinopoli v'erano trenta silenziarj, che si
chiamavano -hastati ante fores cubiculi-, της σιγης επισαται,
onorevol titolo, che conferiva il grado di Senatore, senza imporne i
doveri (Cod. Teodos. l. 6 tit. 23. Coment. del Gotofred. t. 2 p. 129).
[88] Intorno a queste orazioni giudiciali, Agatia (l. 3 p. 81-89, l. 4
p. 108-119) spende diciotto o venti pagine di una falsa e fiorita
rettorica. L'ignoranza o trascuranza di lui giunge al segno di passare
in silenzio il più forte argomento contro il Re di Lazica cioè
l'antecedente sua ribellione.
[89] Procopio espone l'usanza della Corte gotica di Ravenna (-Goth.- l.
1 c. 7). Gli Ambasciatori stranieri sono stati trattati con gelosia e
rigor non diverso in Turchia (Busbechio, ep. 3 p. 149, 242 ecc.), in
Russia (Viaggio di Oleario), e nella China (Relazione del sig. di Lange
ne' viaggi di Bell, vol. 2 p. 189-311).
[90] Le pratiche ed i trattati tra Giustiniano e Cosroe si spiegano
copiosamente da Procopio (-Persic.- l. 2 c. 10, 13, 26, 27, 28. -Goth.-
l. 2 c. 11, 15), da Agatia (l. 4 p. 141, 142) e da Menandro (-in
Excerpt. Legat.- p. 132-147). Si consulti Barbeyrac, -Hist. des anciens
Traités-, t. 2 p. 154, 181-184, 193-200.
[91] D'Herbelot, Bibliot. Orient. p. 680, 681, 294, 295.
[92] Vedi Buffon, -Hist. Natur.- t. 3 p. 449. La forma dei lineamenti
arabi, ed il colore della lor pelle, che han durato per 3400 anni
(Ludolph. -Hist. et Comment. Æthiop.- l. 1 c. 4) nella colonia
dell'Abissinia, può giustificare il sospetto, che la razza ugualmente
che il clima abbiano contribuito a formare i Negri delle regioni
adiacenti e simili fra loro.
[93] I Missionari portoghesi, Alvarez (Ramusio, t. 1 f. 204 rect. 274
vers.), Bermudez (-Purcha's Pilgrims-, vol. 2 l. V c. 7 p. 1149-1188),
Lobo (-Relation etc. par M. Legrand-, con XV Dissertazioni. Parigi 1728)
e Tellez (-Relation de Thévenot-, part. IV) non han potuto riferire
della moderna Abissinia che quanto essi hanno veduto od inventato.
L'erudizione di Ludolfo (-Hist. Ætiop.- Francoforte, 1681, Commentario,
1691. Append. 1694) in venticinque lingue, non potè aggiungere gran cosa
all'istoria antica di quel paese. Non pertanto la fama di Caled od
Ellisteo, conquistatore dell'Yemen, vien celebrata in canti nazionali e
in leggende.
[94] Le negoziazioni di Giustino cogli Axumiti o Etiopi son ricordate da
Procopio (-Persic.- l. 1 c. 19, 20) e da Giovanni Malala (t. 2 p.
163-165, 193-196). L'istorico di Antiochia cita la relazione originale
dell'ambasciatore Nonnoso, della quale un curioso estratto ci venne
serbato da Fozio (-Bibl. Cod.- 3).
[95] Il commercio degli Axumiti sulle coste dell'India e dell'Affrica e
nell'isola di Ceilan, è curiosamente descritto da Cosma Indicopleuste
(-Topogr. Christ.- l. 2 p. 132, 138, 139, 140, l. 11 p. 338, 339).
[96] Ludolfo, -Hist. et Comment. Æthiop.- l. 2 c. 3.
[97] La città di Negra, o Nag'ran, nell'Yemen, è circondata da palme, e
giace sulla strada maestra fra la capitale Saana e la Mecca; distante
dieci giornate di una carovana di cammelli dalla prima, e venti dalla
seconda (Abulfeda, -Descript. Arabiae-, p. 52).
[98] Il martirio di S. Areta, Principe di Negra, e de' suoi trecento e
quaranta compagni, è abbellito nelle leggende di Metafraste e di
Niceforo Callisto, copiato dal Baronio (A. D. 522, n. 22-26. A. D. 523,
n. 16-29), ed è confutato, con oscura diligenza dal Basnagio (-Hist. des
Juifs-, t. 12 l. 8 c. 2 p. 333-348), il quale investiga lo stato degli
Ebrei nell'Arabia e nell'Etiopia.
[99] Alvarez (in Ramusio, t. I f. 219 vers. 221 vers.) vide il florido
stato di Axuma nell'anno 1520, -luogo molto buono e grande-. Axuma cadde
in rovina per un'invasione de' Turchi. Non rimangono ora più di 100
case; ma la rimembranza della sua passata grandezza vien tuttavia
serbata dall'incoronazione dei Re (Ludolfo, -Hist. et Comment.- l. 2 c.
11).
[100] Le rivoluzioni dell'Yemen nel sesto secolo si debbono raccogliere
da Procopio (-Persic.- l. I c. 19, 20), da Teofane Bizantino (-apud
Phot. cod.- 63 p. 80), da S. Teofane (-in Chronograph.- p. 144, 145,
188, 189, 206, 207, ch'è piena di strani abbagli), da Pocock (-Specimen
Hist. Arab.- p. 62, 63), da D'Herbelot (-Bibliot. Orient.- p. 12-477) e
dal Discorso preliminare e Corano di Sale (c. 105). La rivolta di
Abrahah è ricordata da Procopio; e la sua caduta, benchè annuvolata da
miracoli, è un fatto istorico.
CAPITOLO XLIII.
-Ribellioni d'Affrica. Restaurazione del regno de' Goti, per
opera di Totila. Perdita e riacquisto di Roma. Conquista
definitiva dell'Italia, fatta da Narsete. Estinzione degli
Ostrogoti. Disfatta de' Franchi e degli Alemanni. Ultima
vittoria; disgrazia, e morte di Belisario. Morte e carattere di
Giustiniano. Cometa, terremoti e pestilenza.-
La rassegna a cui furono passate le varie nazioni dal Danubio al Nilo,
ha posto in luce per ogni parte la debolezza dei Romani, e
ragionevolmente ci possiamo maravigliare ch'essi pretendessero di
allargare un Impero, del quale non potevano difendere gli antichi
confini. Ma le guerre, le conquiste ed i trionfi di Giustiniano sono i
deboli e perniciosi sforzi della vecchiaja, che esaurisce gli avanzi
della sua forza ed accelera la decadenza delle vitali facoltà. Lieto e
superbo egli andava di aver restituito l'Affrica e l'Italia al dominio
della Repubblica; ma le calamità che seguiron la partenza di Belisario,
diedero a divedere l'importanza del Conquistatore, e compirono la rovina
di queste sventurate contrade.
[A. D. 535-545]
Giustiniano era venuto in opinione che le sue nuove conquiste dovessero
riccamente soddisfare la sua avarizia non men che il suo orgoglio. Un
rapace ministro delle Finanze teneva dietro ai passi di Belisario, e
siccome i vecchi registri de' tributi erano stati arsi dai Vandali, egli
dava pascolo alla sua fantasia con un computo liberale ed un'arbitraria
tassazione delle ricchezze dell'Affrica.[101] L'accrescimento delle
imposte ch'erano levate per conto di un Principe lontano, e la forzata
restituzione di tutte le terre che avevano appartenuto alla corona,
subitamente fece sparir l'ebbrietà della pubblica gioja. Ma l'Imperatore
mostrossi insensibile alle modeste lagnanze del Popolo, finchè fu desto
ed atterrito dai clamori del militare disgusto. Molti soldati Romani
avevano sposate le vedove e le figlie dei Vandali: essi richiamarono
come proprj, pel doppio diritto della conquista e della eredità, i
terreni che Genserico aveva assegnati alle vittoriose sue truppe. Con
disdegno ascoltarono le fredde ed interessate rappresentazioni dei loro
uffiziali che ad essi esponevano, come la liberalità di Giustiniano gli
aveva sollevati da uno stato selvaggio e da una servil condizione; che
s'erano di già arricchiti colle spoglie dell'Affrica, coi tesori, cogli
schiavi e colle masserizie dei vinti Barbari: e che l'antico e legittimo
patrimonio dell'Imperatore non doveva applicarsi che al sostegno di quel
Governo, dal quale in ultimo dipendevano la sicurezza e le ricompense
loro. L'ammutinamento fu in segreto infiammato da un migliaio di
soldati, per la maggior parte Eruli, che avevano attinto le dottrine, ed
erano instigati dal Clero della setta Arriana: e la causa dello
spergiuro e della ribellione veniva santificata dal fanatismo che si
arroga la facoltà di dispensare da ogni dovere. Gli Arriani deplorarono
la rovina della lor Chiesa che per più di un secolo aveva trionfato
nell'Affrica, e giustamente erano adontati per le leggi del
Conquistatore, che proibivano il Battesimo dei loro figliuoli e
l'esercizio di ogni Culto religioso. La massima parte dei Vandali,
scelti da Belisario, dimenticarono la loro patria e la lor religione
negli onori dell'Orientale servizio. Ma una generosa schiera di
quattrocento di loro costrinse i marinai, quando furono in vista
dell'Isola di Lesbo, a volgere il corso altrove: essi approdarono nel
Peloponneso, poi diedero in secco sopra la costa deserta dell'Affrica,
ed audacemente rizzarono, sul monte Aurasio, la bandiera
dell'indipendenza e della rivolta. Nel tempo che le truppe della
provincia ricusavano di obbedire ai loro superiori, in Cartagine si
tramava una congiura contro la vita di Salomone, il quale onorevolmente
teneva il luogo di Belisario: e gli Arriani avevano piamente deliberato
di sacrificare il Tiranno al piede degli altari, durante la celebrazione
degli augusti misteri della festa di Pasqua. Il timore ed il rimorso
rattenne i pugnali degli assassini, ma la pazienza di Salomone porse
ardire ai malcontenti, ed in capo a dieci giorni, si accese nel Circo
una sedizione furiosa, che desolò l'Affrica per più di dieci anni. Il
saccheggio delle città e l'indistinto scempio de' suoi abitatori, non
furono sospesi che dalle tenebre, dal sonno e dall'ubbriachezza: il
Governatore con sette compagni, tra quali era lo storico Procopio, se ne
fuggì in Sicilia. Due terzi dell'esercito parteciparono di questo
tradimento, ed ottomila sollevati radunatisi nei campo di Bulla,
elessero per loro Capo Soza, soldato semplice che possedeva in altissimo
grado le virtù di un ribelle. Sotto la maschera della libertà, la sua
eloquenza sapeva guidare od almeno sospingere le passioni de' suoi
eguali. Egli alzossi a livello di Belisario e del nipote dell'Imperatore
coll'ardire ch'ebbe di affrontargli in campo; ed i vittoriosi Generali
furono costretti a confessare che Soza meritava una causa più pura ed un
più legittimo comando. Vinto in battaglia, egli destramente pose in
pratica le arti della negoziazione; un esercito Romano fu sedotto dalle
sue proteste di fedeltà, ed i Capi che si eran fidati alle sue fallaci
promesse, caddero trucidati, per suo ordine, in una Chiesa di Numidia.
Allorchè ogni ripiego sì di forza che di perfidia fu esausto, Soza con
alcuni Vandali disperati si riparò nei deserti della Mauritania, ottenne
in isposa la figlia di un Principe Barbaro, e deluse i nemici che lo
inseguivano col far girar un falso grido della sua morte. La personale
autorità di Belisario, la dignità, l'ardire e l'indole di Germano,
nipote dell'Imperatore, ed il rigore ed il buon successo della
amministrazione dell'eunuco Salomone restituirono la modestia nel Campo
e mantennero per un tempo la tranquillità dell'Affrica. Ma i vizj della
Corte Bizantina si facevano sentire in quella distante provincia; i
soldati si lamentavano di non ricevere nè paga, nè soccorso, e tosto che
i disordini pubblici furono abbastanza maturi, Soza ricomparve vivo, in
armi ed alle porte di Cartagine. Egli cadde in un singolare cimento; ma
sorrise, fra le agonie della morte, nel sentire che il proprio dardo
aveva traspassato il cuore del suo antagonista. L'esempio di Soza e la
sicurezza che un soldato felice è stato il primo Re, commossero
l'ambizione di Gontari, il quale promise con privato accordo di spartir
l'Affrica coi Mori, se mercè del loro pericoloso ajuto egli poteva
ascendere al trono di Cartagine. Il debole Areobindo, inesperto negli
affari della pace e della guerra, mediante il suo matrimonio colla
nipote di Giustiniano venne innalzato all'uffizio di Esarca.
All'improvviso egli fu oppresso da una sedizione delle guardie, e le
abbiette sue suppliche, che provocarono il disprezzo, non poteron
muovere la pietà dell'inesorabil Tiranno. Dopo un regno di trenta
giorni, Gontari istesso fu spento in un banchetto dal coltello di
Artabano; ed è singolare il vedere che un principe Armeno, della stirpe
reale degli Arsaci dovesse ristabilire in Cartagine l'autorità del
romano Impero. Nella cospirazione che sguainò il pugnale di Bruto contro
la vita di Cesare, ogni circostanza riesce curiosa ed importante agli
occhi della posterità: ma la reità od il merito di questi leali o
ribelli assassinj non poteva interessare che i contemporanei di
Procopio, i quali dalla speranza o dal timore, dall'amicizia o dal
risentimento erano personalmente impegnati nelle rivoluzioni
dell'Affrica[102].
[A. D. 543-558]
Quella contrada andava rapidamente ricadendo nello stato di barbarie
d'onde l'avevano tratta le colonie fenicie e le leggi romane: ogni passo
d'intestina discordia era contrassegnato da qualche deplorabili vittoria
degli uomini selvaggi sopra la società incivilita. I Mori[103], tutto
che ignorasser la giustizia, impazientemente però comportavano
l'oppressione: la vagabonda lor vita e gl'illimitati deserti in cui
abitavano, inutili rendevano le armi di un conquistatore, e ne
allontanavano le catene: l'esperienza aveva dimostrato che nè i
giuramenti nè la gratitudine potevano assicurare la fedeltà loro. La
vittoria del monte Aurasio gli aveva tratti a piegarsi ad una momentanea
sommissione; ma se rispettavano il carattere di Salomone, essi odiavano
e disprezzavano l'orgoglio e la lussuria dei due suoi nipoti, Ciro e
Sergio, ai quali lo zio aveva imprudentemente commesso i Governi
provinciali di Tripoli e della Pentapoli. Una tribù di Mori accampava
sotto le mura di Lepti per rinnovar l'alleanza, e ricevere dal
Governatore i consueti presenti: ottanta de' lor deputati furono
introdotti come amici nella città, ma sull'oscuro sospetto di una
cospirazione; essi vennero trucidati alla mensa di Sergio, e lo strepito
delle armi e della vendetta fu ripercosso dall'eco delle valli del Monte
Atlante, dalle due Sirti sino alle rive dell'Oceano Atlantico. Un'offesa
personale, l'ingiusta esecuzione o l'assassinio di suo fratello, fece di
Antalo un nemico dei Romani.
La sconfitta dei Vandali aveva altre volte segnalato il suo valore; i
principj della giustizia e della prudenza furono anche più riguardevoli
in un Moro. E mentre egli riduceva Adrumeto in cenere, tranquillamente
avvertiva l'Imperatore che si poteva assicurare la pace dell'Affrica col
richiamo di Salomone e de' suoi indegni nipoti. L'Esarca trasse le sue
truppe fuori di Cartagine: ma alla distanza di sei giornate, nelle
vicinanze di Tebeste[104], stupefatto soffermossi all'aspetto delle
superiori forze e del fiero aspetto de' Barbari. Egli propose un
trattato, cercò una riconciliazione, e chiese di vincolarsi coi più
solenni giuramenti. «Con quali giuramenti può egli obbligarsi?»
interruppero i Mori sdegnati. «Giurerà forse pei Vangeli che sono i
libri divini dei Cristiani? È però su questi libri che Sergio suo nipote
aveva impegnato la fede ad ottanta dei nostri innocenti e sfortunati
fratelli. Prima che noi crediamo una seconda volta a' Vangeli, noi
dobbiamo provare la loro efficacia nel punir lo spergiuro e vendicar il
proprio onore vilipeso». Il loro onore fu vendicato nei Campi di Tebeste
con la morte di Salomone, e l'intera perdita del suo esercito. L'arrivo
di nuove truppe e di più abili condottieri tosto represse l'insolenza
dei Mori; caddero diciassette dei loro Principi nella stessa battaglia,
e la dubbia e passaggera sommissione delle loro Tribù venne celebrata
con esuberante applauso dal Popolo di Costantinopoli. Varie successive
incursioni avevano ridotto la Provincia dell'Affrica ad un terzo
dell'estensione dell'Italia; tuttavia gl'Imperatori Romani continuarono
a regnare per più di un secolo sopra Cartagine e la fertile costa del
Mediterraneo. Ma le vittorie e le perdite di Giustiniano tornavano
egualmente di danno all'uman genere; e tale era la desolazione
dell'Affrica, che in molte parti uno straniero poteva per giorni interi
andare errando intorno, senza incontrare il volto di un amico o di un
nemico. La nazione dei Vandali era scomparsa: essi una volta ammontavano
a cento e sessantamila guerrieri, senza contare le donne, i fanciulli e
gli schiavi. Infinitamente era sorpassato il lor numero dal numero delle
famiglie Moresche, spente in una guerra implacabile, e la stessa
distruzione ricadeva sopra i Romani ed i loro alleati, che perivano per
l'effetto del clima, per le scambievoli loro contese, e pel furibondo
odio dei Barbari. Quando Procopio prese terra la prima volta, egli
ammirò come le Città e le campagne erano piene di Popolo, che
fervidamente si esercitava nei lavori del commercio e dell'agricoltura.
In meno di venti anni questa scena di vita e di moto trasformossi in una
solitudine silenziosa; i Cittadini facoltosi fuggirono in Sicilia ed a
Costantinopoli; e lo Storico segreto con fiducia asserisce che cinque
milioni di Affricani eran periti per colpa delle guerre e del governo
dell'Imperator Giustiniano[105].
[A. D. 540]
La gelosia della Corte di Bisanzio non aveva permesso a Belisario di
condurre a fine la conquista dell'Italia: e la improvvisa partenza di
lui raccese il coraggio dei Goti[106], i quali rispettavano il suo
genio, la sua virtù, e perfino il lodevol motivo che aveva tratto il
servo di Giustiniano ad ingannarli ed a rigettar i lor voti. Perduto
essi avevano il lor Re, (perdita di poco momento) la loro Capitale, i
loro tesori, le province, dalla Sicilia alle Alpi, e la forza militare
di dugentomila Barbari, magnificamente forniti di armi e cavalli.
Nondimeno ogni cosa non era perduta, fin tanto che Pavia si manteneva
difesa da un migliajo di Goti inspirati dal sentimento dell'onore,
dall'amore della libertà, e dalla memoria della lor passata grandezza.
Il comando supremo fu per unanime voto offerto al valoroso Uraja; e i
disastri del suo zio Vitige non apparvero un motivo di esclusione fuor
solo che agli occhi suoi. Il suffragio di Uraja fece pendere l'elezione
in favore di Ildibaldo, il cui merito personale veniva esaltato dalla
vana speranza che Teude, suo congiunto, Monarca della Spagna,
s'indurrebbe a sostenere il comune interesse della nazione dei Goti. Il
buon successo delle sue armi nella Liguria e nella Venezia parea
giustificarne la scelta; ma egli tosto mostrò al Mondo ch'era incapace
di perdonare, o di comandare al suo benefattore. La moglie d'Ildibaldo
fu profondamente punta dalla bellezza, dai tesori e dall'orgoglio della
moglie di Uraja; e la morte di questo virtuoso patriotta eccitò
l'indegnazione di un Popolo libero. Un ardito assassino eseguì la loro
sentenza, col troncar il capo d'Ildibaldo nel mezzo di un convito: i
Rugi, tribù forestiera, assunse i privilegj dell'elezione; e Totila,
nipote dell'ultimo re, fu tentato, per vendetta, di dar sè stesso e la
guarnigione di Trevigi in mano ai Romani. Ma il prode e compito giovane
agevolmente fu persuaso ad anteporre il trono dei Goti al servizio di
Giustiniano, e tosto che il palazzo di Pavia fu purgato dall'usurpatore
eletto dai Rugi, Totila ricompose la forza nazionale con cinquemila
soldati e generosamente si accinse alla ristorazione del Regno d'Italia.
[A. D. 541-544]
I successori di Belisario, undici Generali uguali nel grado,
trascurarono di opprimere i deboli e disuniti Goti, sintanto che i
progressi di Totila ed i rimproveri di Giustiniano gli scossero dal loro
letargo. Le porte di Verona furono segretamente aperte ad Artabazo che
entrovvi alla testa di cento Persiani che militavano al servizio
dell'Impero. I Goti sgombrarono dalla città. I Generali romani fecero
alto alla distanza di sessanta stadj per regolare lo spartimento delle
spoglie. Mentre essi non andavano d'accordo fra loro, il nemico discoprì
il numero reale dei vincitori. I Persiani furono immediatamente
sopraffatti, ed Artabazo, col saltar giù dalle mura, salvò a stento la
vita, ch'egli perdè pochi giorni dopo sotto la lancia di un Barbaro da
lui disfidato a singolare tenzone. Venti mila Romani affrontarono le
forze di Totila, presso Faenza, e sui colli di Mugello, che appartengono
al territorio fiorentino. L'ardore d'uomini liberi che combattevano per
ricuperar la lor patria, venne a cimento colla languida tempra di truppe
mercenarie che erano perfino prive dei meriti di un forte e ben
disciplinato servaggio. Al primo scontro queste abbandonarono le loro
insegne, gettarono a terra le armi, e si dispersero da ogni banda con
una viva sollecitudine che sminuì la perdita, ma aggravò la vergogna
della loro disfatta. Il Re dei Goti, che arrossiva per la codardia de'
suoi nemici, seguitò con rapidi passi il cammino dell'onore e della
vittoria. Totila passò il Po, valicò l'Appennino, differì l'importante
conquista di Ravenna, di Fiorenza e di Roma, e marciò pel cuore
dell'Italia a stringere Napoli di assedio, o per meglio dire di blocco.
I Condottieri romani, imprigionati nelle rispettive loro città, ed
intesi ad accusarsi vicendevolmente fra loro della comune disgrazia, non
ardirono di perturbar la sua impresa. Ma l'Imperatore, intimorito per
l'estremità ed il pericolo in cui erano le sue conquiste d'Italia, mandò
in soccorso di Napoli una flotta di galee, ed un corpo di soldati Traci
ed Armeni. Questi approdarono in Sicilia, che li fornì di provvisioni
copiose; ma gl'indugj del nuovo comandante, Magistrato che nulla sapeva
di guerra, trassero in lungo i mali degli assediati; ed i soccorsi
ch'egli lasciò cadere con mano timida e tarda, furono successivamente
tagliati fuori dalle navi armate che Totila aveva posto in crociera nel
golfo di Napoli. Il principale uffizial dei Romani fu trascinato con una
corda intorno il collo al piè delle mura, d'onde con tremante voce
esortò i Cittadini ad implorare, come faceva egli stesso, la clemenza
del vincitore. Essi chiesero una tregua, colla promessa di arrendere la
città, se in capo a trenta giorni non appariva alcun soccorso efficace.
In luogo di un mese l'audace Barbaro volle concederne tre, giustamente,
confidando che la fame avrebbe anticipato il termine del loro accordo:
Prese ch'ebbe Napoli e Roma, le Province di Lucania, dell'Apulia e di
Calabria si sottomisero al Re dei Goti. Totila condusse il suo esercito
alle porte di Roma, piantò il Campo a Tibur o Tivoli, venti miglia
distante dalla Capitale, e tranquillamente esortò il Senato ed il Popolo
a paragonare la tirannia de' Greci colla felicità di cui godevano sotto
il governo dei Goti.
I rapidi successi di Totila possono in parte esser ascritti alla
rivoluzione che tre anni di esperienza avevan prodotto nei sentimenti
degli Italiani. Per comando od almeno in nome di un Imperatore
Cattolico, il Papa[107], lor padre spirituale, era stato divelto dalla
chiesa di Roma ed era morto di fame o di assassinio in un'Isola
deserta[108]. Alle virtù di Belisario erano succeduti i varj, ed
uniformi vizj di undici Capi, a Roma, a Ravenna, a Fiorenza, a Perugia,
a Spoleto ecc. i quali abusavano dell'autorità per appagare la libidine
e l'avarizia loro. La cura di accrescere i prodotti del fisco era
commessa ad Alessandro, scriba sottile, da lungo tempo versato nelle
frodi e nelle oppressioni delle scuole di Bisanzio e che traeva il suo
soprannome di -Psalliction- (-Le forbici-) dal destro artifizio in cui
sapeva ridurre il peso senza[109] guastare il conio delle monete d'oro.
In vece di aspettare che rifiorisse la pace e l'industria, egli impose
una grave tassa sopra le sostanze degli Italiani. Nondimeno le sue
presenti e future angherie riuscirono meno odiose che il proseguimento
di un arbitrario rigore contro le persone e le proprietà di quanti
avessero, sotto i Re Goti, avuto parte nell'esazione o nella spesa del
pubblico denaro. I sudditi di Giustiniano, che scansavano queste
parziali vessazioni, venivano oppressi dall'irregolar peso di mantenere
i soldati che Alessandro frodava e disprezzava; ed il furioso correre di
costoro in cerca di ricchezze o di viveri, provocava gli abitatori del
Paese ad aspettare, od implorare dalle virtù di un Barbaro la loro
liberazione. Totila[110] era casto e temperante, e di quanti si
commisero alla sua fede, od amici o nemici, nessuno rimase ingannato. Il
Re Goto pubblicò un bando che fu ben ricevuto dai contadini dell'Italia,
col quale imponeva che continuassero nei loro importanti lavori, e
vivessero sicuri che pagando essi le tasse ordinarie, egli col suo
valore e colla disciplina delle sue truppe li difenderebbe dalle
calamità della guerra. Totila attaccò, una dopo l'altra, le città forti,
e tosto che si erano arrese alle sue armi, ne demoliva le
fortificazioni, onde salvare il Popolo dai disastri di un assedio
futuro, privare i Romani dell'arti della difesa, e decidere la tediosa
contesa delle due nazioni, mediante un eguale ed onorevol conflitto sul
campo della battaglia. I prigionieri e disertori romani si lasciavano
trarre ad arrolarsi nel servizio di un avversario liberale e cortese.
Gli schiavi furono adescati colla ferma e fedele promessa che mai non
verrebbero restituiti ai loro padroni, e dai mille guerrieri di Pavia si
formò insensibilmente, nel Campo di Totila, un nuovo popolo collo stesso
nome di Goti. Sinceramente egli tenne gli articoli dell'accordo, senza
cercare od accettare alcun sinistro vantaggio da espressioni ambigue, o
da eventi non preveduti. La guarnigione di Napoli aveva stipulato che
sarebbe trasportata per mare; l'ostinazione dei venti impedì quel
tragitto; ma essa fu generosamente provvista di cavalli, di provvisioni
e di un salvocondotto fino alle porte di Roma. Le mogli dei Senatori
ch'erano state sorprese nelle ville della Campania, furono restituite
senza riscatto ai loro mariti, la violazione della castità femminile fu
inesorabilmente punita di morte; e nella dieta salutare che impose ai
Napolitani affamati, il Conquistatore sostenne le parti di un medico
umano ed attento. Le virtù di Totila meritano un'egual lode, sia che
procedessero da sana politica, o da principi di Religione, o da istinto
di umanità. Egli spesso arringava le sue truppe, e sempre ad esse
ripeteva che i vizj e la rovina di una nazione sono cose
inseparabilmente congiunte; che la vittoria è il frutto della morale,
non meno che della militare virtù, e che i Principi ed anche i Popoli
sono risponsabili dei delitti che trascurano di castigare.
[A. D. 544-548]
Gli amici ed i nemici di Belisario con eguale ardore lo sollecitavano
perchè salvasse il paese ch'egli aveva soggiogato; e la guerra Gotica fu
imposta al Comandante veterano o come un pegno di fede, o come una
specie di esilio. Eroe sulle rive dell'Eufrate, schiavo nel palazzo di
Costantinopoli, egli accettò con ripugnanza la penosa cura di sostenere
la sua propria fama, e di ammendare i falli de' suoi successori. Aperto
era il mare ai Romani. Si raccolsero le navi ed i soldati a Salona,
presso il palazzo di Diocleziano. Belisario rinfrescò e passò a rassegna
le sue truppe a Pola nell'Istria, costeggiò l'Adriatico, entrò nel Porto
di Ravenna, e spedì ordini anzi che ajuti, alle subordinate città. Il
primo suo discorso pubblico fu rivolto ai Goti ed ai Romani, in nome
dell'Imperatore, il quale aveva sospesa per breve tempo la conquista
della Persia, e dato ascolto alle preghiere de' suoi sudditi Italiani.
Leggermente egli toccò le cagioni e gli autori dei disastri recenti;
cercando di allontanare il timor del castigo per le cose passate, e la
speranza dell'impunità per le future, coll'adoperarsi con più zelo che
buon successo ad unire tutti i membri del suo Governo in una ferma
colleganza di affezione e di obbedienza. Giustiniano, suo grazioso
Signore, era propenso a perdonare ed a premiare, ed era loro interesse,
ugualmente che loro dovere, di richiamare sulla buona via i loro delusi
fratelli, ch'erano stati sedotti dalle arti dell'usurpatore. Nessuno
però si lasciò indurre a disertare gli stendardi del Re Goto. Belisario
tosto si avvide, che mandato lo avevano a rimanere l'ozioso ed impotente
spettatore della gloria di un giovane Barbaro; e la sua lettera
all'Imperatore ci offre una genuina e vivace pittura delle angustie di
un nobile animo. «Eccellentissimo Principe, noi siamo arrivati in
Italia, privi di uomini, di cavalli, di armi e di denaro, cioè di quanto
fa bisogno alla guerra. Nell'ultimo nostro giro pei villaggi della
Tracia e dell'Illirico, abbiamo raccolto con estrema difficoltà da
quattromila reclute, ignude ed affatto inesperte nel maneggio delle
armi, e negli esercizj del Campo. I soldati già stanziati nella
Provincia sono malcontenti, sbigottiti e senza cuore. Al rumore di un
inimico essi abbandonano i loro cavalli e gettano a terra le armi. Non
si possono levare contribuzioni, perchè l'Italia è nelle mani dei
Barbari; il difetto di pagamento ci ha privato del diritto di comandare,
ed anche di ammonire. Siate certo, o temuto Sire, che la maggior parte
delle vostre truppe è già passata dalla parte dei Goti. Se la sola
presenza di Belisario bastasse a terminare la guerra, il vostro
desiderio sarebbe appagato; Belisario è nel mezzo dell'Italia. Ma se
bramate di conquistare, si richieggono ben altri apparecchi: senza una
forza militare, il titolo di Generale è un nome vano. Sarebbe utile di
restituire al mio servizio i miei veterani e le mie guardie domestiche.
Prima che io possa entrare in Campo, conviene ch'io riceva un adeguato
rinforzo di truppe sì di grave che di leggiera armatura, e senza denaro
contante non si può conseguire l'indispensabil ajuto di un poderoso
corpo della cavalleria degli Unni[111]». Un ufficiale, in cui Belisario
mettea fiducia, fu spedito da Ravenna per accelerare e condurre i
soccorsi; ma negletta ne fu l'ambasciata, ed il messaggiero si trattenne
per un vantaggioso matrimonio in Costantinopoli. Il Generale romano,
poscia che la sua pazienza fu vinta dall'indugio e dal vedere tutte le
sue speranze tradite, ripassò l'Adriatico, ed aspettò in Dirrachio
l'arrivo delle truppe, che lentamente venivano raccolte tra i sudditi e
gli alleati dell'Impero. Le sue forze erano tuttora insufficienti alla
liberazione di Roma, la quale strettamente era assediata da Totila. La
via Appia, lunga quaranta giornate di marcia, era coperta dai Barbari, e
siccome la prudenza di Belisario voleva evitare una battaglia, egli
antepose la sicura e spedita navigazione di cinque giorni dalla costa
dell'Epiro alla foce del Tevere.
[A. D. 546]
Il Re dei Goti, poich'ebbe o colla forza o cogli accordi, ridotto
all'obbedienza le città di minor conto nelle province mediterranee
dell'Italia, passò, non ad assaltare, ma a circondare ed affamare
l'antica capital dell'Impero. Roma era tribolata dall'avarizia, e difesa
dal valore di Bessa, condottier veterano di estrazione Goto, il quale
con un presidio di tremila soldati occupava lo spazioso circuito di
quelle venerabili mura. Dalle angustie del Popolo egli traeva un
vantaggioso commercio, e segretamente s'allegrava che continuasse
l'assedio. In servigio di lui erano stati riempiti i granai. La carità
di Papa Vigilio aveva provveduto e fatto imbarcare una gran quantità di
grano dalla Sicilia; ma le navi che fuggirono ai Barbari, furono
sequestrate da un rapace Governatore, il quale compartiva uno scarso
vitto ai soldati, e vendea il rimanente ai facoltosi Romani. Il medinno,
ossia la quinta parte di un sacco di grano, si permutava contro sette
monete d'oro; e se ne davano sino a cinquanta quando trovavasi un bue; i
progressi della carestia accrebbero ancora questi esorbitanti prezzi, e
l'avarizia dei mercenari spesso giungeva a privarsi della porzione loro
assegnata, che appena era bastante per sostentarne la vita. Un'insipida
e mal sana mistura, in cui la crusca superava tre volte la quantità
della farina, faceva tacere la fame dei poveri; essi a poco a poco si
ridussero a cibarsi di cavalli morti, di cani, di gatti, di sorci, ed
avidamente schiantavano le erbe ed anche le ortiche che crescevano fra
le rovine della città. Una folla di pallidi e maceri spettri, oppressi
il corpo dalle malattie e l'animo dalla disperazione, attorniò il
palazzo del Governatore, gli rappresentò con utile verità che il padrone
aveva l'obbligo di mantenere i suoi schiavi, ed umilmente richiese
ch'egli provvedesse alla sussistenza loro, o permettesse che uscissero
dalla città, ovvero ordinasse l'immediato loro supplizio. Bessa, con
insensibile calma, rispose che egli non poteva nutrire, non gli
conveniva di lasciar partire, e non aveva il diritto di uccidere i
sudditi dell'Imperatore. Non pertanto, l'esempio di un cittadino privato
avrebbe potuto mostrare a' suoi compatriotti che un Tiranno non può
togliere il privilegio di morire. Trafitto dalle grida di cinque figli
che vanamente dimandavan del pane, egli ordinò a questi che gli
venissero dietro; si avanzò, con tranquilla e tacita disperazione, sopra
uno dei ponti del Tevere, e copertosi il volto, si gettò capovolto nel
fiume, al cospetto della sua famiglia e del Popolo romano. Ai ricchi e
pusillanimi, Bessa[112] vendeva il permesso di partire, ma la maggior
parte de' fuggiaschi rendeva l'anima sulle pubbliche strade, od era
arrestata dai volanti drappelli dei Barbari. In quel mezzo,
l'artifizioso Governatore blandiva il maltalento e ridestava le speranze
dei Romani colla vaga riferta di flotte e di eserciti che accorrevano in
loro aiuto dalla estremità dell'Oriente. Più ragionevol conforto essi
trassero dalla sicura nuova che Belisario avea pigliato terra nel porto
del Tevere, e senza numerarne le forze, essi fermamente confidarono
nell'umanità, nel coraggio e nella perizia del loro grande liberatore.
La previdenza di Totila avea preparato ostacoli degni di un tale
antagonista. Novanta stadii sotto la città, nella parte più ristretta
del fiume, egli congiunse le due rive, mediante una forte e solida opera
di legname nella forma di un ponte, su cui innalzò due gran torri,
custodite da' più valorosi de' suoi Goti, e piene di armi scagliabili e
di macchine offensive. Una valida e massiccia catena di ferro difendeva
l'approccio del ponte e delle torri; e la catena, da un capo all'altro,
sulle sponde opposte del Tevere, era guardata da una numerosa e scelta
mano di arcieri. Ma l'impresa di sforzare queste barriere e di
soccorrere la capitale ci presenta uno splendido esempio dell'ardire e
della condotta di Belisario. La sua cavalleria si avanzò dal Porto,
lungo la strada maestra, per tenere a freno i movimenti e divertire
l'attenzione del l'inimico. L'infanteria e le provvigioni erano
distribuite in due cento grossi battelli, ed ogni battello era schermito
da un alto riparo di spesse tavole, traforate da molti piccoli pertugi
per la scarica delle armi da lanciare. Nella fronte, due grandi navi,
insieme legate, sostenevano un castello ondeggiante, che dominava le
torri del ponte, e conteneva un magazzino di fuoco, di zolfo e di
bitume. La flotta intiera, condotta dal Generale in persona, fu
laboriosamente sospinta contro la corrente del fiume. Cedè la catena al
peso di essa, ed i nemici che custodivano le rive furono ammazzati o
dispersi. Tosto che la flotta toccò la principale barriera, la macchina
incendiaria in un momento fu aggrappata al ponte; una delle torri, con
dugento Goti dentro, andò in fiamme; gli assalitori alzarono il grido
della vittoria, e Roma era salvata, se la cattiva condotta degli
Ufficiali di Belisario non avesse sovvertito gli effetti della sua
sapienza. Egli precedentemente avea mandato ordine a Bessa di secondar
le sue operazioni con un'opportuna sortita dalla città, ed aveva imposto
ad Isacco suo luogotenente, di non abbandonare la stazione del Porto. Ma
l'avarizia rendè Bessa immobile; mentre il giovanile ardore d'Isacco lo
diede nelle mani di un superiore nemico. L'esagerato romore della
disfatta di costui rapidamente pervenne all'orecchio di Belisario: egli
ristette, lasciò vedere, in quel solo momento della sua vita, qualche
emozione di sorpresa e di perplessità, e con ripugnanza fece suonare la
raccolta per salvar la sua moglie Antonina, i suoi tesori ed il solo
porto che possedesse sulle coste della Toscana. Il travaglio del suo
animo gli produsse una febbre ardente e quasi mortale: e Roma rimase
abbandonata senza difesa alla clemenza od allo sdegno di Totila. La
continuazione delle ostilità aveva invelenito gli odii nazionali; il
clero Arriano fu ignominiosamente cacciato di Roma. L'Arcidiacono
Pelagio tornò, senza alcun successo, dal campo dei Goti ove era andato
ad Ambasciatore, ed un Vescovo Siciliano, inviato o nunzio del Papa,
ebbe mutilate ambe le mani per avere ardito di mentire in benefizio
della Chiesa e dello Stato.
[A. D. 546]
La carestia aveva rilassato la forza e la disciplina del presidio di
Roma. Esso non poteva ricavare alcun servizio efficace da un Popolo
moribondo; e l'inumana avarizia del Mercatante finì con assorbire la
vigilanza del Governatore. Quattro sentinelle Isauriche, mentre
dormivano i loro compagni ed assenti erano gli Ufficiali, si calarono
con una corda giù dal bastione, e segretamente proposero al Re Goto
d'introdurre le sue truppe nella città. Con freddezza e sospetto fu
accolta l'offerta; essi ritornarono senza alcun danno; due volte
ripeterono la visita loro; due volte fu esaminata la piazza; si riseppe
la cospirazione, ma non vi si pose mente; ed appena Totila ebbe
acconsentito al tentativo, essi dischiusero la porta Asinaria, e misero
dentro i Goti. Questi fecero alto in ordine di battaglia, sino allo
schiarire del giorno, temendo un qualche tradimento od aguato; ma le
truppe di Bessa, insieme col lor condottiere, avevano già cercato
altrove uno scampo; ed allorquando si fece istanza al Re perchè ne
infestasse la ritirata, assennatamente egli rispose che nessuna vista
era più grata che quella d'un nemico fuggente. I Patrizii a cui restava
qualche cavallo, Decio, Basilio ec. accompagnarono il Governatore: i
loro confratelli, tra i quali l'Istorico nomina Olibrio, Oreste e
Massimo, cercarono nella chiesa di San Pietro un asilo: ma l'asserzione
che non più di cinquecento persone rimasero nella capitale, inspira
qualche dubbio intorno alla fedeltà della sua narrazione o del suo
testo. Subito che la luce del sole ebbe manifestato intera la vittoria
dei Goti, il loro Monarca divotamente visitò la tomba del Principe degli
Apostoli; ma nel mentre ch'egli pregava all'altare, venticinque soldati
e sessanta cittadini venivano passati a fil di spada nel vestibolo del
Tempio. L'Arcidiacono Pelagio[113] si fece innanzi a lui, e tenendo in
mano il Vangelo esclamò: «oh Signore abbi pietà del tuo servo.» --
«Pelagio» disse Totila con insultante sorriso, «il tuo orgoglio ora
discende fino alle suppliche». -- «Io sono un supplichevole» replicò il
prudente Arcidiacono; «Iddio ora ci ha fatti vostri sudditi, e come
vostri sudditi noi abbiamo diritto alla vostra clemenza». L'umile sua
preghiera salvò le vite dei Romani; e la castità delle vergini e delle
matrone rimase intatta dalle passioni dei bramosi soldati. Ma furono
essi ricompensati colla libertà del saccheggio, poscia che le più
preziose spoglie erano state messe in serbo pel tesoro reale. Le case
dei Senatori andavano copiosamente fornite di oro e d'argento; e
l'avarizia di Bessa non s'era travagliata con tanto delitto e vergogna
se non se in benefizio del Conquistatore. In questa rivoluzione, i figli
e le figlie dei Consoli romani sperimentarono la miseria ch'essi avevano
o schernito o sollevato; essi andarono errando in cenci per le contrade
della città, ed accattarono, forse inutilmente, il pane innanzi alle
porte delle ereditarie lor case. Rusticiana, figlia di Simmaco, e vedova
di Boezio, aveva generosamente consacrato le sue ricchezze ad alleviare
le calamità della fame. Ma i Barbari furono mossi a furore dal racconto
ch'ella avesse eccitato il popolo a rovesciare le statue del Gran
Teodorico. La vita di questa veneranda Matrona sarebbe stata immolata
alla memoria di quel Re, se Totila non avesse rispettato in lei i
natali, le virtù ed anche il pio motivo della vendetta. Il giorno
seguente, egli proferì due discorsi, uno de' quali, felicitava ed
ammoniva i vittoriosi suoi Goti. L'altro rampognava il Senato come si
farebbe co' più abbietti schiavi, e l'incolpava di spergiuro, di follia
e di ingratitudine; aspramente dichiarando che i loro beni ed onori
erano giustamente ricaduti ne' compagni delle sue armi. Nondimeno egli
consentì ad obbliare la ribellione loro, ed i Senatori ricambiarono la
sua clemenza collo spedire lettere circolari ai loro discendenti e
vassalli nelle province d'Italia, colle quali strettamente ingiugnevan
loro di togliersi dalle bandiere de' Greci, di coltivare in pace i
terreni, e d'imparare dai loro padroni il dovere dell'obbedienza al Re
Goto. Inesorabil mostrossi Totila contro la città che per sì lungo tempo
avea rattenuto il corso delle sue vittorie: un terzo delle mura, in
differenti parti, fu demolito per ordine suo; già si allestivano le
fiamme e le macchine per consumare o mandar sossopra le più magnifiche
opere dell'antichità. Il Mondo era nello stupore pel fatal decreto che
Roma dovesse esser cangiata in un pascolo per gli armenti. Le ferme e
moderate rimostranze di Belisario sospesero l'esecuzione della sentenza;
egli ammonì il Barbaro di non contaminar la sua fama col distruggere
que' monumenti, che formavano la gloria de' trapassati e la delizia dei
viventi; e Totila secondò l'avviso di un nemico col preservar Roma qual
ornamento del suo Regno, od il miglior pegno di riconciliazione e di
pace. Come egli ebbe significato agli Ambasciatori di Belisario il suo
proponimento di risparmiar la città, egli collocò un esercito in
distanza di cento e venti stadj, ad osservare le mosse del Generale
romano. Col rimanente delle sue forze egli avviossi ver la Lucania e
l'Apulia, ed occupò sulla vetta del monte Gargano[114] uno dei campi di
Annibale[115]. Trascinati furono i Senatori dietro il suo trono, indi
confinati nelle fortezze della Campania: i cittadini, con le mogli ed i
figli loro furono dispersi in esiglio; e per lo spazio di quaranta
giorni Roma non offrì che l'aspetto di una solitudine desolata ed
orrenda[116].
Roma fu ben presto ricuperata mediante una di quelle azioni alle quali,
secondo l'evento, l'opinione pubblica suole applicare i nomi di temerità
o di eroismo. Poscia che partito fu Totila, il Generale romano sortì dal
Porto conducendo mille cavalli, tagliò a pezzi i nemici che s'opponevano
al suo andare, e visitò con pietà e con ossequio lo spazio vacante della
città sempiterna.
Deliberato di custodire un posto così riguardevole agli occhi del genere
umano, egli raccolse la maggior parte delle sue truppe intorno al
vessillo da lui piantato sul Campidoglio. L'amor della patria, e la
speranza di trovar cibo, richiamò nella città i suoi antichi abitanti; e
le chiavi di Roma furono mandate per la seconda volta all'Imperator
Giustiniano. Le mura, ovunque erano state demolite dai Goti, si
ripararono con materiali rozzi e dissimili; si ristorò il fosso, si
piantarono in abbondanza i triboli[117], per guastare i piè dei cavalli,
e siccome non si poteva subito rifabbricar nuove porte, si pose a
guardia dell'ingresso lo spartano riparo de' più valenti guerrieri. Allo
spirare di venticinque giorni, Totila ritornò con frettolose marcie
dall'Apulia per vendicare il danno ricevuto e l'offesa. Belisario
aspettò ch'egli si avvicinasse. I Goti furono per tre volte respinti in
tre generali assalti; essi perdettero il fiore delle lor truppe; il
vessillo reale fu lì lì per cadere nelle mani del nemico, e la fama di
Totila si affondava, come erasi sollevata, insieme colla gloria delle
sue armi. Non rimaneva se non che Giustiniano terminasse con un valido e
tempestivo sforzo la guerra ch'egli aveva ambiziosamente intrapresa.
L'indolenza e forse l'impotenza di un Principe che disprezzava i suoi
nemici ed invidiava i suoi servi, trasse in lungo le calamità
dell'Italia. Dopo un diuturno silenzio, si comandò a Belisario di
lasciare una sufficiente guernigione in Roma, e di trasportarsi nella
Lucania, i cui abitatori, infiammati di cattolico zelo, avevano scosso
il giogo dei loro Arriani conquistatori. In questa ignobile guerra,
l'Eroe, invincibile contro il potere dei Barbari, fu bassamente vinto
dagli indugi, dalla disobbedienza, e dalla codardìa de' suoi propri
Ufficiali. Egli si riposò ne' suoi quartieri d'inverno di Crotona,
pienamente fidando che i due passi de' colli Lucani fossero custoditi
dalla sua cavalleria. Questi passi restarono abbandonati per tradimento
o per viltà; e la rapida marcia de' Goti appena diede a Belisario il
tempo di salvarsi sulle coste della Sicilia. Alfine si raccolse una
flotta ed un esercito per soccorrere Rusciano, o Rossano[118], fortezza
posta in distanza di sessanta stadj dalle rovine di Sibari, e nella
quale i nobili della Lucania s'erano ricoverati. Al primo tentativo le
forze romane furono dissipate dalla tempesta. Nel secondo esse
avvicinaronsi al lido; ma viddero i poggi coperti di arcieri, il luogo
dello sbarco difeso da una linea di lance, ed il Re dei Goti impaziente
di venire a battaglia. Il Conquistator dell'Italia si ritirò sospirando,
e continuò a languire in inglorioso ed inoperoso ozio, sino al momento
in cui Antonina, che s'era portata a Costantinopoli a ricercare
soccorso, ottenne, dopo la morte dell'Imperatore, la permissione del suo
ritorno.
[A. D. 548]
Le cinque ultime campagne di Belisario dovettero affievolir l'invidia
de' suoi competitori, gli occhi dei quali erano rimasti abbagliati ed
offesi dallo splendore della prima sua gloria. In vece di liberare
l'Italia dai Goti, egli era andato errando come un fuggitivo, lungo la
costa, senza osare di internarsi nel paese, o di accettare la baldanzosa
e replicata disfida di Totila. Eppure nel sentimento dei pochi che sanno
separare i consiglj dagli avvenimenti, e paragonare gli stromenti con
l'esecuzione, egli comparve più consumato maestro nell'arte della
guerra, che non nei tempi della sua prosperità quand'egli traeva due Re
prigionieri innanzi al trono di Giustiniano. Il valore di Belisario non
era raffreddato dagli anni; la speranza aveva maturato il suo senno; ma
pare che le morali virtù dell'umanità e della giustizia cedessero alla
dura necessità dei tempi. La parsimonia o povertà dell'Imperatore
costrinse Belisario a deviare dalla regola di condotta che gli aveva
meritato l'amore e la confidenza degli Italiani. Si mantenne la guerra,
mediante l'oppressione di Ravenna, della Sicilia e di tutti i fedeli
sudditi dell'Impero; e la sua severità verso Erodiano, o meritata fosse
od ingiusta, condusse questo Uffiziale a dare Spoleto in mano ai nemici.
L'avarizia di Antonina, alla quale l'amore altre volte aveva fatto
deviamento, regnava allora senza rivale nel cuore di essa. Belisario
medesimo aveva sempre pensato che le ricchezze, in un secolo corrotto,
sono il sostegno e l'ornamento del merito personale. Nè può presumersi
ch'egli macchiasse il suo nome pel servizio pubblico, senza appropriarsi
una parte di quelle spoglie. L'Eroe aveva sfuggito la spada dei
Barbari[119], ma il pugnale della cospirazione lo aspettava nel suo
ritorno. In mezzo alle ricchezze ed agli onori, Artabano che aveva
punito il Tiranno dell'Affrica, si lamentò dell'ingratitudine delle
Corti. Egli aspirò alla mano di Prejecta nipote dell'Imperatore, il
quale desiderava di ricompensare il suo liberatore. Ma la pietà di
Teodora pose in campo ad ostacolo l'anteriore di lui matrimonio.
L'orgoglio della real discendenza venne irritato dalla adulazione, ed il
servizio di cui egli andava altero, aveva provato ch'era capace di fatti
sanguinosi e superbi. Risoluta fu la morte di Giustiniano, ma i
cospiratori ne differirono l'esecuzione, finchè potessero sorprendere
Belisario disarmato e senza guardie nel palazzo di Costantinopoli. Non
si poteva nutrire alcuna speranza di smuovere la sua fedeltà, da lungo
tempo provata; ed essi giustamente paventavano la vendetta o piuttosto
la giustizia del veterano Generale, che speditamente poteva adunar
l'esercito della Tracia, onde punir gli assassini e forse godere i
frutti del loro delitto. La dilazione condusse qualche confidenza
indiscreta, e qualche confessione mossa dal rimorso. Artabano ed i suoi
complici furono condannati dal Senato; ma l'estrema clemenza di
Giustiniano non li punì che col ditenerli prigionieri nel suo proprio
palazzo, sino al momento in cui perdonò loro quel criminoso attentato
contro il suo trono e la sua vita. Se l'Imperatore dimenticava i suoi
nemici, egli cordialmente doveva abbracciare un amico di cui non si
ricordavano che le vittorie, e che più caro era fatto al suo Principe
dalle recenti circostanze del loro comune pericolo. Belisario riposò
delle sue fatiche nell'alta carica di Generale dell'Oriente e di Conte
dei Domestici, ed i più antichi Consoli e patrizj rispettosamente
cederono la precedenza del grado all'incomparabil merito del primo dei
Romani[120]. Il primo de' Romani continuò ad essere l'umile schiavo
della sua moglie; ma il servaggio dell'abitudine e dell'amore divenne
men vergognoso, poscia che la morte di Teodora ebbe tolto di mezzo
l'abbietto influsso del timore. Giovannina, loro figlia e sola erede dei
loro tesori, fu promessa in moglie ad Anastasio, nipote
dell'Imperatrice[121], l'amorevol interposizione della quale aveva
anticipato le gioje dei loro giovanili amori. Ma il potere di Teodora
cadde insieme colla sua vita. I genitori di Giovannina cangiarono di
consiglio, e l'onore e forse la felicità di essa furono sacrificati alla
vendetta di un'insensibil madre che disciolse le imperfette nozze,
innanzi che venissero ratificate dalle cerimonie della Chiesa[122].
[A. D. 549]
Prima che Belisario partisse, Perugia fu assediata, e poche città si
tennero inespugnabili contro le armi de' Goti. Ravenna, Ancona e Crotona
tuttavia resistevano a' Barbari; e quando Totila chiese in isposa una
delle infanti di Francia, egli fu punto dal giusto rimprovero che il Re
d'Italia non meritava questo titolo, finchè non fosse riconosciuto dal
Popolo romano. Tremila de' più valorosi soldati rimanevano a difesa
della capitale. Per sospetto di monopolio essi trucidarono il
Governatore e significarono a Giustiniano, col mezzo di una deputazione
del clero, che se non perdonava questa violenza e non faceva pagar loro
il soldo arretrato, immediatamente avrebbero accettato le allettanti
proposte di Totila. Ma l'uffiziale che succedè al comando (il suo nome
era Diogene) meritò la stima e la confidenza loro; ed i Goti, invece di
rinvenire una facil conquista, trovarono una vigorosa resistenza per
parte de' soldati e del popolo, il quale pazientemente sostenne la
perdita del Porto e di tutti i soccorsi che riceveva dal mare. L'assedio
di Roma si sarebbe forse levato, se la liberalità di Totila verso
gl'Isauri non avesse eccitato al tradimento alcuno dei venali loro
compatriotti. In una notte tenebrosa, mentre le trombe Gotiche sonavano
da un altro lato, essi tacitamente aprirono la porta di S. Paolo. I
Barbari si gittarono nella città; e la fuggente guernigione fu tagliata
fuori, prima che potesse raggiugnere il porto di Centumcella. Un
soldato, allevato nella scuola di Belisario, Paolo di Cilicia, si ritirò
con quattrocento uomini nel molo di Adriano. Essi respinsero i Goti, ma
erano minacciati dalla fame, e la loro avversione a mangiar carne di
cavallo, gli confermò nel divisamento di arrischiare una disperata e
decisiva sortita. Ma il loro ardire a poco a poco raffreddò per le
offerte di una Capitolazione. Essi riceverono le loro paghe arretrate, e
conservarono le armi e i cavalli, col porsi al servizio di Totila. I
loro Capi che allegarono una lodevole affezione alle mogli ed ai figli
loro rimasti nell'Oriente, furono licenziati con onore; più di quattro
cento nemici che avevano cercato un asilo nei santuarj, andarono
obbligati della loro salvezza alla clemenza del vincitore. Egli più non
nutriva il disegno di sovvertire gli edifizj di Roma[123], città che
omai rispettava come la sede del Gotico Regno: il Senato ed il Popolo
furono richiamati alla lor Patria; liberalmente si provvide ai mezzi di
sussistenza; e Totila, in ammanto di pace, celebrò i giuochi equestri
del Circo. Nel tempo ch'egli divertiva gli occhi della moltitudine, si
allestivano quattro cento vascelli per imbarcar le sue truppe. Le città
di Reggio e di Taranto cederono alle sue armi. Egli passò nella Sicilia,
oggetto dell'implacabil suo sdegno, e l'Isola fu spogliata dell'oro e
dell'argento che conteneva, dei frutti della terra, e di un infinito
numero di cavalli, di greggi e di mandre. La Sardegna e la Corsica
obbedirono alla fortuna dell'Italia; ed una flotta di trecento galee si
portò sulle coste della Grecia[124]. I Goti sbarcarono a Corcira e
sull'antico Continente dell'Epiro, si trassero fino a Nicopoli, trofeo
di Augusto, e a Dodona[125], una volta famosa pei responsi di Giove. Ad
ogni nuova vittoria, il prudente Barbaro ripeteva a Giustiniano il
desiderio che nutriva della pace, vantava il buon accordo dei loro
predecessori, ed offeriva di impiegare le armi de' Goti per servire
l'Impero.
[A. D. 549-551]
Giustiniano era sordo alla voce della pace; ma trascurava di sostenere
la guerra; e l'indolenza della sua natura tradiva in qualche modo la
pertinacia delle sue passioni. L'Imperatore fu tolto di questo salutare
letargo dal Papa Vigilio e dal Patrizio Cetego, che si presentarono
dinanzi al suo trono, e lo scongiurarono, in nome di Dio e del Popolo,
d'imprendere nuovamente la conquista e la liberazione dell'Italia. Il
capriccio non meno che il senno influì nella scelta dei Generali. Una
flotta, carica di un esercito, e condotta da Liberio, fece vela in
soccorso della Sicilia; ma l'avanzata età e la poca esperienza di costui
vennero ben presto all'aperto, e gli fu dato un successore, prima che
toccassero le spiagge dell'Isola. Il cospiratore Artabano fu tratto
dalla prigione ed innalzato agli onori militari nel posto di Liberio,
piamente credendosi che la gratitudine avrebbe animato il suo valore, e
rinvigorito la sua fedeltà. Belisario riposava all'ombra dei suoi
allori, ma il comando dell'esercito principale era serbato a
Germano[126], nipote dell'Imperatore, che veduto aveva il suo grado ed
il suo merito per lungo tempo oppressi dalla gelosia della Corte.
Teodora lo aveva offeso nei diritti di cittadino privato, relativamente
al matrimonio de' suoi figliuoli, ed al testamento del suo fratello; e
quantunque pura ed irreprensibile fosse la condotta di lui, tuttavia
Giustiniano sentiva di mal animo che riputato venisse degno della
confidenza dei malcontenti. La vita di Germano era una lezione di
obbedienza assoluta: nobilmente egli ricusò di prostituire il suo nome
ed il suo carattere nelle fazioni del Circo. La gravità de' suoi costumi
veniva temperata da un'innocente giovialità; e le sue ricchezze
sollevavano senza interesse l'indigenza e il merito de' suoi amici. Il
valore di Germano aveva già prima trionfato degli Schiavoni del Danubio,
e dei ribelli dell'Affrica. La prima nuova della sua promozione fece
risorgere le speranze degli Italiani; e gli si diede in segreto la
sicurezza che una flotta di disertori romani abbandonerebbe le bandiere
di Totila all'avvicinarsi di lui. Il secondo suo matrimonio con
Malasonta, nipote di Teodorico, rendeva Germano accetto ai Goti
medesimi: ed essi con ripugnanza si muovevano contro il padre di un
fanciullo reale, ultimo rampollo della stirpe degli Amali[127].
L'Imperatore gli assegnò uno splendido stipendio. Germano contribuì alle
spese colle sue private sostanze. I suoi due figli erano attivi e ben
veduti dal Popolo; ed egli, nella prontezza e nel buon successo delle
leve che fece, superò l'aspettazione degli uomini. Gli fu permesso di
scegliere alcuni squadroni di cavalleria Trace. I Veterani ugualmente
che i giovani di Costantinopoli e d'Europa, si impegnarono a volontario
servigio, e fin dentro al cuore della Germania, la fama e la liberalità
del Comandante gli attirò l'ajuto dei Barbari. I Romani si avanzarono
sino a Sardica; un esercito di Schiavoni fuggì all'aspetto delle armi
loro: ma due giorni dopo la definitiva loro partenza, i disegni di
Germano caddero troncati dalla malattia e dalla morte di esso. Nondimeno
la spinta ch'egli aveva dato alla guerra d'Italia, continuò ad operare
con efficacia e vigore. Le Città marittime, Ancona, Crotona,
Centumcella, resisterono agli assalti di Totila. Lo zelo di Artabano
ricuperò la Sicilia, e l'armata navale dei Goti fu disfatta presso ai
lidi dell'Adriatico. Quasi eguali in forza erano le due flotte, di cui
una aveva quarantasette, l'altra cinquanta galee: la perizia e la
destrezza dei Greci determinò la vittoria; ma le navi furono così
strettamente arraffatte che di quello dei Goti, dodici soltanto
scamparono dal disastroso conflitto. Essi affettarono di tenere a
spregio un elemento di cui non avevan pratica, ma la propria loro
esperienza confermò la verità della massima, che il padrone del mare
sempre lo divien della terra[128].
Dopo la morte di Germano, le nazioni furono provocate al riso dalla
strana novella che il comando degli eserciti Romani era affidato ad un
Eunuco. Ma l'Eunuco Narsete[129] dee venir posto fra i pochissimi che
hanno saputo sottrarre al disprezzo ed all'odio dell'uman genere quel
nome infelice.
Un corpo debole e diminutivo nascondeva l'animo di uno statista e di un
guerriero. Perduto egli aveva la giovinezza nel trattare la rocca e la
spola nei bassi ufficj domestici, e nel servizio del lusso feminile; ma
in mezzo a quelle ignobili cure, segretamente egli esercitava le facoltà
di una mente vigorosa e perspicace. Straniero nelle scuole e nel campo,
egli studiava nel palazzo le arti d'infingere, di adulare, e di
persuadere; e tosto che avvicinossi alla persona dell'Imperatore,
Giustiniano con sorpresa e piacere diede ascolto ai virili consigli del
suo Ciamberlano e Tesoriere privato[130]. Si sperimentò e si accrebbe
l'abilità di Narsete mercè delle frequenti ambascerie: egli condusse un
esercito in Italia; acquistò una cognizione pratica della guerra e del
paese, ed ebbe l'animo di gareggiare col genio di Belisario. Dodici anni
dopo il suo ritorno, l'Eunuco fu scelto a compiere la conquista che il
primo dei Generali romani aveva lasciato imperfetta. In luogo di cedere
al bagliore della vanità e della adulazione, egli seriamente dichiarò,
che se non riceveva forze adeguate all'impresa, mai non consentirebbe ad
avventurar la sua gloria e quella del suo Sovrano. Giustiniano accordò
al favorito ciò che forse avrebbe negato all'Eroe. La guerra Gotica
rinacque dalle sue ceneri, ed i preparativi non furono indegni
dell'antica maestà dell'Impero. Fu posta in sua mano la chiave
dell'erario per formar magazzini, levar soldati, provvedere armi e
cavalli, saldare le paghe arretrate, e adescare la fedeltà dei disertori
e fuggiaschi. Le truppe di Germano erano in armi tuttora: esse fecero
alto a Salona, aspettando il novello condottiero, e la ben nota
liberalità di Narsete gli creò legioni di sudditi e di alleati. Il Re
dei Lombardi[131] adempì e superò gli obblighi di un trattato col
fornire duemila e duecento de' suoi più prodi Guerrieri, coi quali
venivano tremila dei loro marziali seguaci. Tremila Eruli combattevano a
cavallo sotto Filemuto, nativo loro condottiero; ed il nobile Arato, che
aveva adottato i costumi e la disciplina di Roma, comandava una banda di
veterani della stessa nazione. Dagisteo fu tratto dalla prigione per
capitanare gli Unni, e Kobad, nipote del gran Re, splendeva colla tiara
regale alla testa de' suoi fedeli Persiani, che s'erano dedicati alla
fortuna del loro Principe[132]. Assoluto nell'esercizio della sua
autorità, più assoluto per l'amore delle sue truppe, Narsete condusse un
numeroso e valente esercito da Filippopoli a Salona, d'onde costeggiò il
lido Orientale dell'Adriatico sino ai confini dell'Italia, ove fu
arrestato il suo andare. L'Oriente non poteva fornire vascelli atti a
trasportare tanti uomini e tanti cavalli. I Franchi, i quali in mezzo al
generale scompiglio, avevano usurpato la maggior parte della Provincia
di Venezia, ricusavano il passo agli amici dei Lombardi. Teja, col fiore
delle forze Gote, occupò la stazione di Verona, e quell'abile Capitano
aveva coperto l'addiacente contrada di selve abbattute e di acque tratte
fuori del letto de' Fiumi[133]. In questi frangenti, un Ufficiale
sperimentato propose un disegno che dalla stessa sua temerità era fatto
sicuro; cioè che l'esercito romano cautamente movesse lungo il lido del
mare, mentre la flotta, precedendo la sua marcia, avrebbe
successivamente gettato un ponte di battelli sulle foci del Timavo,
della Brenta, dell'Adige e del Po, fiumi che cadono nell'Adriatico a
settentrione di Ravenna. Nove giorni riposò nella città il Comandante
romano, raccolse i residui dell'esercito d'Italia, e mosse alla volta di
Rimini per accettar la disfida di un insultante nemico.
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