e la vigilanza del Capitano. Ingannato fu Cosroe dall'avvedutezza, ed
intimorito dal genio del Luogotenente di Giustiniano. Conoscendo il
merito, ed ignorando la forza del suo antagonista, non gli bastò il
cuore di commettere una decisiva battaglia in un lontano paese, d'onde
nessun Persiano fosse tornato a raccontare la malinconica istoria.
Sollecito fu il Gran Re a ripassare l'Eufrate, e Belisario ne pressò la
ritirata, coll'affettare di opporsi ad una determinazione così salutare
all'Impero, e che appena si sarebbe potuto impedire con un esercito di
centomila soldati. L'invidia suggerì all'ignoranza ed all'orgoglio che
si era lasciato fuggire il pubblico nemico: ma i trionfi, affricano e
gotico, furono men gloriosi di questa vittoria, ottenuta senza sangue e
fatica, nella quale nè la fortuna, nè il valor dei soldati poterono
sottrarre parte veruna alla fama del comandante supremo. Dalla guerra di
Persia, Belisario fu mandato una seconda volta a quella d'Italia, ed
allora si fece palese la grandezza dell'individuale suo merito, che
aveva riparato o supplito alla mancanza della disciplina e del coraggio.
Quindici Generali, senz'accordo e senza perizia, condussero in mezzo ai
monti dell'Armenia un esercito di trentamila Romani, che
nessun'attenzione porgevano ai segnali, all'ordinanza e alle insegne.
Quattromila Persiani, trincerati nel campo di Dubi, vinsero quasi senza
combattere questa moltitudine disordinata. Le inutili arme loro
giacquero sparse lungo la strada, e perirono i loro cavalli, oppressi
dalla fatica del frettoloso fuggire. Ma gli Arabi, che combattevano pei
Romani, superarono i loro compatriotti della contraria parte; gli Armeni
tornarono all'obbedienza dell'Imperatore, le città di Dara e di Edessa
sostennero un assalto improvviso ed un regolare assedio, e le calamità
della guerra furono sospese dal furor della peste. Una tacita o formale
convenzione tra i due Sovrani, protesse la tranquillità della frontiera
orientale; e le armi di Cosroe si ristrinsero alla guerra Colchica o
Lazica, che dagli storici del tempo troppo minutamente vien
rapportata[64].
La maggior lunghezza del Mare Eussino[65], da Costantinopoli
all'imboccatura del Fasi, si può valutare di nove giornate, o di
settecento miglia. Dal Caucaso Ibero, che forma la più alta e scoscesa
giogaia dei monti dell'Asia, scorre giù il Fasi con tale obbliqua furia
che, in un breve spazio, da cento e venti ponti è attraversato il suo
corso. Nè placido e navigabile diviene il fiume, sinchè non arriva alla
città di Sarapana, cinque giornate distante dal Ciro, fiume che giù
scende dagli stessi gioghi, ma, seguendo un contrario corso, va a
gettarsi nel Caspio. La prossimità di questi fiumi ha suggerito l'uso,
od almeno l'idea di trasportare le preziose merci dell'India giù per
l'Oxo nel Caspio mare, e quindi farle risalire il Ciro, e colla corrente
del Fasi condurle nell'Eussino e nel Mediterraneo. Nel raccogliere che
fa successivamente le acque della pianura di Colco, muovesi il Fasi con
diminuita rapidità, ma con peso accumulato. Esso ha sessanta braccia di
profondità, e mezza lega di larghezza alla sua foce, ma una selvosa
isoletta siede nel mezzo al canale: l'acqua del fiume, poi che ha
deposto un sedimento terreo o metallico, galleggia sulla superficie
delle onde marine, e non è più suscettiva di corrompersi. In un corso di
cento miglia, quaranta dei quali si possono navigare da grossi vascelli,
divide il Fasi la celebre regione di Colco[66], ossia la Mingrelia[67],
che su tre lati è fortificata dai monti dell'Armenia: la sua costa
marittima si prolunga per circa duecento miglia, dai contorni di
Trebisonda sino a Dioscurias, ed ai confini della Circassia. Rilassati
da un'eccessiva umidità ne sono il suolo ed il clima: ventotto fiumi,
oltre il Fasi e le tributarie sue acque, vanno a scaricarsi nel mare; ed
il suono cupo che rende la terra, sembra indicare i canali che corrono
sotterranei fra l'Eussino ed il Caspio. Nei campi dove si semina orzo o
formento, la terra è troppo molle per sostenere l'azione dell'aratro; ma
il -gom-, grano minuto, che somiglia al miglio od al seme di coriandro,
somministra l'ordinario alimento del popolo; e soltanto i Principi e
nobili del paese fanno uso del pane. Nondimeno la vendemmia è più
abbondante che la messe; e la grossezza delle viti, non meno che la
qualità del vino, mostra le buone qualità del terreno che non ha
mestieri d'aiuto. La medesima interna fecondità tende del continuo a
ricoprire di dense foreste il paese; il legname dei colli, ed il lino
delle pianure forniscono in abbondanza le provvisioni navali; i
quadrupedi selvaggi e domestici, il cavallo, il bue, il majale, sono
prolifici singolarmente: il nome del fagiano esprime la nativa sua
dimora sulle rive del Fasi. Le miniere d'oro, poste a mezzo giorno di
Trebisonda, che vengono scavate anche ora con bastevol guadagno, furono
soggetto di nazional disputa tra Giustiniano e Cosroe; e non è fuor di
ragione il credere che una vena di prezioso metallo possa essere
egualmente diffusa pel circolo delle colline, benchè questi tesori
segreti siano trascurati dall'infingardaggine, o tenuti occulti dalla
prudenza dei Mingrelj. Le acque, impregnate di particelle d'oro, vengono
diligentemente fatte passare attraverso di pelli di pecora o velli, ma
questo spediente, che forse diede origine ad una favola maravigliosa,
offre una debole immagine della ricchezza tratta fuor della vergine
terra dalla potenza ed industria degli antichi Sovrani. I loro palazzi
d'argento e le camere d'oro eccedono la nostra facoltà di credere; ma la
fama delle loro ricchezze ha eccitato, dicono, l'intraprendente avarizia
degli Argonauti[68]. Dalla tradizione si è riferito, con qualche color
di ragione, che l'Egitto piantasse sul Fasi una colonia istruita e
colta[69], la quale fabbricava tela, costruiva navi, ed inventò le carte
geografiche. L'ingegno dei moderni ha popolato di floride città e
nazioni l'Istmo che corre dall'Eussino al Mar Caspio[70]; ed un vivace
Scrittore, osservando la rassomiglianza del clima, e per quanto gli
parea, del commercio, non esitò a denominare il Colco, l'Olanda dei
tempi antichi[71].
Ma le dovizie del Colco non risplendono che per mezzo alle tenebre della
conghiettura o della tradizione; nel mentre che la genuina sua istoria
ci presenta una scena uniforme di rozzezza e di povertà. Se è vero che
si parlavano cento e trenta lingue, sul mercato di Dioscurias[72], non
potevano essere che gli imperfetti idiomi di altrettante selvagge tribù
o famiglie, segregate l'una dall'altra nelle valli del monte Caucaso; e
la separazione loro, se diminuiva l'importanza, accresceva il numero
delle rustiche lor capitali. Nello stato presente della Mingrelia, un
villaggio non è che un aggregato di capanne, circondate da un riparo di
legno; le fortezze sono stabilite nella profondità delle foreste; la
principesca città di Cyta, o Cotati, è formata di duecento case, ed un
edifizio di pietra non appartiene che alla magnificenza dei Re. Dodici
navi, partite da Costantinopoli, e circa sessanta barche, cariche de'
frutti dell'industria, gettavano ogni anno l'ancora su quella costa; e
l'elenco delle esportazioni del Colco si è di molto aumentato, dal tempo
in cui i nativi non avevano che schiavi e pelli da offrire in cambio del
grano e del sale che compravano dai sudditi di Giustiniano. Non si può
rinvenire alcun vestigio delle arti, della coltura o della navigazione
dei Colchi antichi: pochi Greci ebbero desiderio o ardire di andar sulle
tracce degli Argonauti; ed eziandio i segni di una Colonia egizia si
smarriscono agli occhi di chi si fa a riguardar più dappresso. È negli
adjacenti climi della Giorgia, della Mingrelia e della Circassia, che la
natura ha collocato, almeno per quanto a noi pare, il modello della
bellezza, nella forma delle membra, nel color della pelle, nella
simmetria delle fattezze, e nell'espressione del volto[73]. Secondo la
destinazione dei due sessi, gli uomini sembrano formati per operare, le
donne per amare; e la perpetua abbondanza di donne, che traggonsi dal
Caucaso, ha purificato il sangue, e migliorato la razza delle nazioni
meridionali dell'Asia. La Mingrelia, propriamente detta, la quale non è
che una porzione della Colchide antica, ha per lungo tempo sostenuto
un'esportazione di dodicimila schiavi. Non avrebbe bastato il numero dei
prigionieri o dei rei per fornire all'annua richiesta; ma il basso
popolo è colà tenuto nello stato di servitù da' suoi Signori:
l'esercizio della frode e della rapina giace impunito in una comunità
che non ha leggi; ed i mercati si trovano continuamente riempiti,
mediante l'abuso dell'autorità civile e paterna. Un simil traffico[74],
che riduce la specie umana al livello degli armenti, può tendere ad
incoraggiare i matrimoni e la popolazione; poichè la moltitudine dei
figli arricchisce i sordidi ed inumani loro parenti. Ma questa sorgente
d'impura ricchezza dee inevitabilmente avvelenare i nazionali costumi,
cancellare il sentimento dell'amore e della virtù, e quasi estinguere
gl'istinti della natura. I Cristiani della Giorgia e della Mingrelia
sono i più dissoluti fra gli uomini; ed i loro figliuoli, che in tenera
età vengono venduti a schiavitù straniera, hanno già imparato ad imitare
la rapina del padre e la prostituzione della madre. Nondimeno, in mezzo
alla più crassa ignoranza, i nativi, senz'alcun ammaestramento, spiegano
una singolar destrezza di mente e di mano; e benchè la mancanza di
unione e di disciplina gli esponga ai colpi dei loro più potenti vicini,
pure un audace ed intrepido spirito ha sempre animato i Colchi di
qualsivoglia età. Nell'esercito di Serse, essi militavano a piedi, e le
armi loro erano una daga od un giavellotto, un elmo di legno ed uno
scudo di pelli non conciate. Ma, nella patria loro, predomina più
generalmente l'uso della cavalleria: il più infimo dei contadini sdegna
di andare a piedi; i marziali nobili spesso posseggono non meno di
duecento cavalli; e le stalle del Principe di Mingrelia ne contengono
cinquemila. Il governo della Colchide è sempre stato un regno puro ed
ereditario, e l'autorità del Sovrano non vi è limitata che dalla
turbolenta indole dei suoi sudditi. Ove gli rendessero obbedienza, egli
potrebbe condurre in campo un esercito numeroso; ma si richiede qualche
dose di fede per credere che la sola tribù dei Suani fosse composta di
dugentomila soldati, o che la popolazione della Mingrelia monti
presentemente a quattro milioni di abitatori[75].
[A. C. 500]
Si vantavano i Colchi anticamente che i loro maggiori avevano posto
argine alle vittorie di Sesostri; e la disfatta del Monarca egiziano è
meno incredibile che i fortunati suoi progressi fino ai piedi del monte
Caucaso. Soggiacquero i Colchi, senza alcun memorabile sforzo, alle armi
di Ciro; seguitarono in lontane guerre il vessillo del Gran Re, e gli
presentavano ogni cinque anni cento giovanette ed altrettante vergini,
il più bello fra i prodotti della patria loro[76], ed egli accettava
questo -dono- come l'oro e l'ebano dell'India, l'incenso degli Arabi, od
i Negri e l'avorio dell'Etiopia. I Colchi non eran soggetti alla
dominazione di un Satrapa, ed essi continuavano a godere il nome,
ugualmente che la sostanza dell'indipendenza nazionale[77]. Poscia che
caduto fu l'Impero di Persia, Mitridate, Re del Ponto, aggiunse il Colco
al vasto circolo dei suoi dominj sull'Eussino; ed allorquando i nativi
ardirono di chiedere che il suo figlio regnasse sopra di loro, egli fece
stringere l'ambizioso giovane in catene d'oro, e mandò un famiglio a
governare in sua vece. Nell'inseguir Mitridate, i Romani s'innoltrarono
sulle rive del Fasi, e le galee di Roma navigarono su pel fiume finchè
raggiunsero il campo di Pompeo e le sue legioni[78]. Ma il Senato e
poscia gl'Imperatori, sdegnarono di ridurre nella forma di una provincia
quella distante ed inutil conquista. Si permise alla famiglia di un
retore greco di regnare sopra la Colchide e gli adiacenti regni, dal
tempo di Marc'Antonio sino a quel di Nerone; ed estinta che fu la stirpe
di Polemone[79], il Ponto orientale, che conservò il suo nome, non si
estese oltre le vicinanze di Trebisonda. Al di là di questi limiti le
fortificazioni di Isso, di Apsero, del Fasi, di Dioscurias o Sebastopoli
e di Pizio, erano custodite da sufficienti presidj di cavalleria e di
fanteria: e sei Principi della Colchide ricevevano i loro diademi dai
Luogotenenti di Cesare. Uno di questi Luogotenenti, l'eloquente e
filosofico Arriano, esaminò e descrisse la costa dell'Eussino, al tempo
che Adriano regnava. La guernigione ch'egli passò in rassegna alla foce
del Fasi, era composta di quattrocento scelti legionarj. Le mura e le
torri, fabbricate di mattoni, il doppio fosso e le macchine militari sui
bastioni, rendevano inaccessibile ai Barbari questa fortezza; ma i nuovi
sobborghi edificati dai mercanti e dai veterani, richiedevano, secondo
il giudizio di Arriano, alcune esteriori opere di difesa[80]. Come la
forza dell'Impero andò a poco a poco scemando, i Romani, stanziati sul
Fasi, furono o richiamati od espulsi; e la tribù dei Lazi[81], la cui
posterità parla un dialetto straniero, ed abita la costa marittima di
Trebisonda, impose il suo nome e la sua denominazione all'antico regno
di Colco. L'indipendenza loro fu tosto invasa da un formidabil vicino,
il quale aveva acquistato, mercè delle armi e de' trattati, la sovranità
dell'Iberia. Il dipendente Re di Lazica ricevè lo scettro dalle mani del
Monarca persiano, ed i successori di Costantino acconsentirono a questa
oltraggiosa pretensione, che alteramente fu allegata come un diritto
d'immemorabile antichità. Al principio del sesto secolo rinacque
l'influenza imperiale, mediante l'introduzione del Cristianesimo, che i
Mingrelj tuttor professano con apparente zelo, ma senza intenderne le
dottrine, od osservarne i precetti. Dopo la morte del padre, Zato salì
alla dignità reale, pel favor del Gran Re: ma il pio garzone abborriva
le cerimonie dei Magi, e cercò nel palazzo di Costantinopoli un
battesimo ortodosso, una moglie nobile, e l'alleanza dell'Imperatore
Giustino. Il Re di Lazica solennemente investito fu del diadema, ed il
suo manto e la tunica di candida seta, orlata in oro, rappresentavano,
con ricco trapunto l'immagine del nuovo suo protettore, il quale mitigò
la gelosia della Corte persiana, e scusò la ribellione di Colco mediante
i venerabili nomi di ospitalità e di religione. Il comune interesse dei
due imperii impose ai Colchi il dovere di custodire i passi del monte
Caucaso, dove una muraglia di sessanta miglia viene al presente difesa
dal mensile servizio dei moschettieri della Mingrelia[82].
Ma questa onorevole colleganza fu ben presto corrotta dall'avarizia e
dall'ambizione de' Romani. Deposti dal grado di alleati, i Lazi si
vedevano e sentivano del continuo rammentare, in parole ed in fatti, il
loro dipendente stato. In distanza di una giornata di là dall'Apsaro,
essi mirarono a sorgere la fortezza di Petra[83], che dominava il paese
marittimo a levante del Fasi. In luogo di esser protetti dal valore, i
Colchi erano insultati dalla licenza di mercenarj stranieri. Un vile e
vessante monopolio ingojò i profitti del commercio; e Gubaze, Principe
del paese, fu ridotto ad un simulacro di real potere, dal superiore
influsso degli ufficiali di Giustiniano. Disingannati dall'aspettazione
in cui erano della cristiana virtù, gli indispettiti Lazi riposero
qualche fiducia nella giustizia di un Infedele. Dopo di essersi
privatamente accertati che i loro Ambasciatori non verrebbero consegnati
ai Romani, essi pubblicamente richiesero l'amicizia e l'ajuto di Cosroe.
Il sagace monarca subitamente conobbe l'uso e l'importanza della
Colchide; e meditò un disegno di conquista, che fu rinnovato, in capo a
mille anni dal Shà Abbas, il più saggio ed il più potente de' suoi
successori[84]. Accesa era l'ambizion di Cosroe dalla speranza di tenere
una flotta persiana alla foce del Fasi, di dominare il traffico e la
navigazione dell'Eussino, di dare il guasto alla costa del Ponto e della
Bitinia, di tribolare, e forse di attaccare Costantinopoli, e di trarre
i Barbari dall'Europa a secondare le sue armi ed i suoi consiglj contro
il comune avversario del genere umano. Col pretesto di una guerra
scitica, tacitamente egli mandò le sue truppe alle frontiere
dell'Iberia: stavano in pronto alcune guide Colchiche per condurle in
mezzo alle selve e lungo i precipizj del Monte Caucaso: e, di un angusto
sentiero, si fece, a forza di fatica, una sicura e spaziosa strada pel
passaggio dei cavalli ed anche degli elefanti. Gubaze pose se stesso ed
il suo diadema ai piedi del re di Persia, i suoi Colleghi imitarono la
sommissione del Principe loro, e la guarnigione romana di Petra,
vedendone scosse le mura, si sottrasse mercè di una capitolazione, al
sovrastante furore di un ultimo assalto. Ma i Lazi ben presto scoprirono
che l'impazienza gli avea tratti a scegliere un male più intollerabile
che le calamità da cui cercavano di fuggire. Tolto fu in vero il
monopolio del sale e del grano, ma mediante la perdita di queste
preziose derrate. All'autorità di un legislatore romano succedette
l'orgoglio di un despota orientale, il qual rimirava, con ugual
disdegno, gli schiavi che aveva innalzati, ed i Re che aveva umiliati
innanzi allo sgabello del suo trono. Fu introdotta nella Colchide
l'adorazione del fuoco dallo zelo dei Magi: l'intollerante loro spirito
provocò il fervore di un popolo cristiano; ed i pregiudizi della natura
o dell'educazione si trovarono feriti dall'empia usanza di esporre i
corpi morti dei loro parenti, sulla cima di un'alta torre, ai corvi ed
agli avoltoi[85]. Consapevole di quest'odio crescente, che ritardava
l'esecuzione dei suoi vasti disegni, il giusto Nushirvan avea
segretamente dato ordine che si uccidesse il Re dei Lazi, si
trapiantasse quel popolo in qualche lontana contrada, e si stabilisse
una fedele e guerriera colonia sopra le rive dei Fasi. La vigilante
gelosia dei Colchi antevide ed allontanò la rovina, vicina a piombare.
La prudenza, anzi che la clemenza di Giustiniano accettò in
Costantinopoli il lor pentimento, ed egli ordinò a Dagisteo che con
settemila Romani, ed un migliajo di guerrieri Zani cacciasse via i
Persiani dalla costa del mare Eussino.
[A. D. 549-551]
L'assedio di Petra a cui il Generale romano, coll'ajuto dei Lazi,
immantinente si accinse, è una delle più notabili imprese di quei tempi.
Sedeva la città sopra una rupe scoscesa, la quale pendea sopra il mare e
non comunicava colla terra eccetto per mezzo di un arduo ed angusto
sentiero. Difficile essendone l'approccio, poteva credersene impossibil
l'attacco. Il conquistatore persiano aveva aggiunto nuove opere alle
fortificazioni di Giustiniano, e nuovi baluardi cuoprivano i luoghi meno
inaccessibili. In questa importante rocca la vigilanza di Cosroe avea
raccolto un magazzino di arme offensive e difensive, il qual era
sufficiente ad armare cinque volte il numero, non solo degli assaliti ma
anche degli stessi assalitori. Le provigioni di farina e di sale erano
in tale abbondanza da fornire al consumo di cinque anni; si suppliva
alla mancanza del vino mediante l'aceto ed il grano da cui si traeva una
spiritosa bevanda: ed un triplice acquedotto eludeva la diligenza, anzi
i sospetti pure dell'inimico. Ma la più ferma difesa di Petra era posta
nel valore di mille cinquecento Persiani che respingevano gli assalti
dei Romani; allorchè fu segretamente praticata una mina dentro una vena
più cedente di terra. Le mura, sostenute da deboli e temporanei
puntelli, pendevano vacillanti nell'aria; ma Dagisteo differì l'ultimo
attacco sinchè non si fosse assicurata una specifica ricompensa; e la
città venne soccorsa, prima che il suo messo fosse ritornato da
Costantinopoli. A quattrocento uomini era ridotta la guarnigione
persiana, dei quali non più di cinquanta andavano esenti da malattie o
da ferite: eppure a tale era giunta l'inflessibile loro perseveranza che
nascosero le loro perdite all'inimico, col sopportare, senza lagnarsi,
la vista ed il putrido fetor de' cadaveri dei loro mille e cento
compagni. Appena liberata fu Petra, sollecitamente si saldarono le
brecce con sacchi di sabbia; si colmò di terra la mina e si eresse un
nuovo muro, puntellato fortemente con pali; ed un fresco presidio di
tremila uomini si ridusse nella fortezza a sostenere i travagli di un
secondo assedio. Con abile ostinazione furono condotte le operazioni, sì
dell'attacco che della difesa; e tanto una parte quanto l'altra trasse
partito dall'esperienza de' suoi errori passati. S'inventò un ariete di
costruzione leggiera e di poderoso effetto il quale veniva trasportato e
messo in opera dalle mani di quaranta soldati, e a misura che le pietre
de' bastioni si mostravano scosse dai replicati suoi colpi, gli
assedianti ne le staccavano con lunghi uncini di ferro. Dall'alto di
quelle mura pioveva un nembo di dardi sul capo degli assalitori, ma più
pericolosamente essi venivano tribolati da un'accendevole composizione
di zolfo e bitume, la quale, nel Colco, si potea con qualche proprietà
denominare l'olio di Medea. Di seimila Romani che salirono alla scalata,
il primo di tutti fu Bessa, lor generale, prode veterano, in età di
settant'anni: il coraggio di questo condottiero, la caduta e l'estremo
pericolo di lui animarono l'irresistibile sforzo delle sue truppe, ed il
prevalente lor numero soverchiò la forza, senza domare l'intrepidezza
della guarnigione persiana. La sorte di questi valorosi guerrieri merita
di essere più distintamente ricordata. Settecento di loro eran periti
durante l'assedio, duemila trecento sopravvivevano a difender la
breccia. Di questi, mille e settanta furono distrutti dal fuoco e dal
ferro nell'ultimo assalto, settecento trenta caddero prigionieri, ma
diciotto solo erano tra loro che non portassero i segni di onorate
ferite. Gli altri cinquecento si rifuggirono nella cittadella, che essi
tennero senza speranza alcuna di soccorso, e rigettando i più
lusinghieri patti di capitolare e di prender nuovo servizio, finchè
dalle fiamme non furono consumati. Essi perirono in obbedienza ai
comandi del loro Principe; e tali esempi di lealtà e di valore potevano
eccitare i loro compatriotti a geste di egual disperazione e di esito
più fortunato. La subitanea demolizione delle fortificazioni di Petra
pose in chiaro lo stupore e le apprensioni del conquistatore.
[A. D. 549-556]
Uno Spartano avrebbe lodato e compianto la virtù di questi eroi schiavi:
ma le tediose ostilità e gli alterni successi delle armi romane o
persiane non possono trattenere l'attenzione della posterità ai piedi
del monte Caucaso. Più frequenti e più splendidi vantaggi riportarono le
truppe di Giustiniano; ma le forze del Gran Re del continuo crescevano,
finchè montarono ad otto elefanti, ed a settantamila uomini, compresovi
dodicimila alleati Sciti, e più di tremila Dilemiti, che per propria
scelta discesero dalle rupi dell'Ircania, ed egualmente formidabili si
mostravano nel combatter da lungi o da presso. I Persiani levarono, con
qualche perdita e precipitazione, l'assedio di Archeopoli, nome imposto
dai Greci, ovvero da essi corrotto; ma occuparono i passi dell'Iberia e
signoreggiarono tutto il Colco coi forti e coi presidj loro: essi
divorarono gli scarsi viveri del popolo; ed il Principe de' Lazi fuggì
nel mezzo dei monti. La fede e la disciplina erano incogniti nomi nel
campo romano; e gl'indipendenti condottieri, investiti di ugual potere,
si contendevano fra loro la preminenza del vizio e della corruzione. I
Persiani obbedivano, senza muovere accento, ai comandi di un solo Capo,
il quale implicitamente si atteneva alle istruzioni del loro supremo
Signore. Segnalato era il loro Generale tra gli eroi dell'Oriente per la
sua sapienza in consiglio, ed il suo valore nel campo. L'attempata età
di Mermeroe, la stroppiatura de' suoi piedi scemar non poterono
l'attività del suo spirito, od anche del suo corpo; e nell'atto che lo
portavano in lettiga sulla fronte della battaglia, terrore egli
inspirava al nemico, e giusta fidanza alle truppe che sempre erano
fortunate sotto le sue bandiere. Dopo la morte di lui, il comando passò
a Nacoragan, satrapa orgoglioso, il quale in una conferenza coi Capitani
imperiali, giunse alla baldanza di dichiarare ch'egli disponeva della
vittoria come dell'anello che portava nel dito. Un presumer siffatto fu
la natural cagione ed il precursore di una vergognosa sconfitta. I
Romani a poco a poco erano stati respinti sino al lido del mare; e
l'ultimo lor campo, posto sulle rovine della colonia greca del Fasi, era
difeso per ogni verso da forti trincee, dal fiume, dall'Eussino e da una
quantità di galere. La disperazione unì i consiglj, e rinvigorì le armi
loro: essi fecero fronte all'assalto dei Persiani; e la fuga di
Nacoragan precedè o seguì la strage di diecimila de' suoi più valorosi
soldati. Egli fuggì dai Romani per cader negli artigli di un Sovrano non
avvezzo a perdonare, il quale severamente punì l'errore della propria
sua scelta. Lo sventurato Generale fu scorticato vivo, e la sua pelle
imbottita e foggiata a forma umana fu esposta sulla cima di un monte,
qual tremendo avviso per quelli a' quali la fama e la fortuna della
Persia venissero di quindi innanzi affidate[86]. Con tutto ciò la
prudenza di Cosroe insensibilmente cessò dal continuare la guerra
colchica, giustamente persuaso esser impossibil cosa il soggiogare o per
meno il tenere nell'obbedienza una lontana contrada, in opposizione ai
desiderj ed agli sforzi degli abitatori di essa. La fedeltà di Gubaze
sostenne il più rigoroso cimento. Con pazienza egli sopportò i travagli
di una vita selvaggia, e con disdegno rigettò gli speciosi allettativi
della Corte persiana. Il Re dei Lazi era stato educato nella religione
cristiana; la sua madre era figlia di un Senatore; durante la sua
giovinezza egli avea servito per dieci anni in qualità di silenziario
nella Reggia di Bisanzio[87], e gli arretrati di un non pagato stipendio
erano per lui un motivo di fedeltà nel tempo stesso e di lagnanza. Ma il
lungo durar de' suoi mali gli trasse finalmente di bocca un ignuda
esposizione del vero; ed il vero era un'accusa da non perdonarsi contro
i Luogotenenti di Giustiniano, i quali, in mezzo agli indugi di una
rovinosa guerra avevano risparmiato i nemici, e calpestato gli alleati
del loro Sovrano. Le maligne riferte loro posero nell'animo
all'Imperatore che il suo vassallo meditasse di mancargli una seconda
volta di fede: si sorprese un ordine di mandarlo prigioniero a
Costantinopoli, e s'inserì una proditoria clausola ch'egli potesse
legittimamente essere ucciso in caso di resistenza; laonde Gubaze,
senz'armi e senza sospetti di pericolo, fu trucidato nella sicurezza di
un abboccamento amichevole. Nei primi momenti dello sdegno e della
disperazione, i Colchi avrebbero sacrificato la patria e la religione
loro al piacere di conseguire vendetta. Ma l'autorità ed eloquenza dei
pochi più saggi ottenne una salutar dilazione: la vittoria del Fasi
ristabilì il terrore delle armi romane, e l'Imperatore si recò a premura
di assolvere il proprio nome dall'imputazione di un sì nero assassinio.
Ad un giudice di grado senatorio fu commesso di far indagini intorno
alla condotta ed alla morte del Re dei Lazi. Egli salì sopra un tribunal
maestoso, circondato dai ministri della giustizia e del punimento: al
cospetto delle due nazioni si piatì questa straordinaria causa secondo
le forme della Giurisprudenza civile, ed un popolo oltraggiato ottenne
qualche soddisfazione, mediante la sentenza ed il supplizio dei
delinquenti inferiori[88].
[A. D. 540-561]
In tempo di pace, il Re di Persia continuamente cercava i pretesti di
una rottura, ma non così tosto aveva dato di piglio alle armi, che
manifestava il suo desiderio di un sicuro ed onorevole accordo. Mentre
le ostilità più infierivano, i due Monarchi mantenevano ingannevoli
pratiche fra loro; e tale era la superiorità di Cosroe, che trattando
egli con insolenza e disprezzo gli Oratori romani, otteneva i più grandi
ed insoliti onori pe' suoi ministri alla Corte imperiale. Il successore
di Ciro assumeva la Maestà del Sole orientale, e graziosamente
permetteva che il suo minor fratello Giustiniano regnasse sopra
l'Occidente, col pallido e riflesso splendor della Luna. Questo
gigantesco stile era sostenuto dalla pompa ed eloquenza di Isdiguno,
ciamberlano reale. La moglie e le figlie lo accompagnavano con numeroso
seguito di Eunuchi e di Cammelli; si scorgevano due Satrapi con aurei
diademi nel numero de' suoi seguaci: cinquecento soldati a cavallo, i
più valorosi fra i Persiani, gli servivan di guardia; ed il Governatore
romano di Dara saviamente ricusò di ammettere nella città più di venti
individui di questa marziale ed ostil carovana. Poscia che Isdiguno ebbe
salutato l'Imperatore ed offerto i suoi doni, passò dieci mesi in
Costantinopoli senza discutere alcun serio affare. In luogo di esser
confinato nel suo palazzo, e ricevervi il cibo e l'acqua dalle mani de'
suoi custodi, l'Ambasciatore persiano, senza spie e senza guardie, ebbe
permissione di girar per la capitale; e la libertà di parlare e di
trafficare che i suoi serventi godevano, offendeva i pregiudizj di un
secolo che rigorosamente senza confidenza e senza cortesia praticava la
legge delle nazioni[89]. Per un'indulgenza senza esempio il suo
interprete, il quale era nella classe dei servi ed al di sotto degli
sguardi di un magistrato romano, sedeva alla mensa di Giustiniano al
fianco del suo signore, e si assegnarono mille libbre d'oro per la spesa
del viaggio e pel mantenimento di questo pomposo Ambasciatore. Nondimeno
le iterate cure di Isdiguno, non condussero che una parziale ed
imperfetta tregua, sempre comprata coi tesori e rinnovata a preghiere
della Corte di Bisanzio. Trascorsero molti anni d'inutile desolazione,
prima che Giustiniano e Cosroe fossero astretti, dalla mutua stanchezza,
a consultare il riposo dell'età loro che tramontava. Si tenne una
conferenza sulle frontiere, in cui ambedue le parti, senza aspettarsi
d'esser creduto, vantarono la potenza, la giustizia e le pacifiche
intenzioni dei rispettivi loro Sovrani; ma la necessità e l'interesse
dettarono il trattato di pace, che fu conchiuso per un termine di
cinquant'anni. Esso diligentemente fu composto in lingua greca e
persiana, ed i sigilli di dodici interpreti ne attestarono
l'autenticità. Si stabilì e si definì la libertà del traffico e della
religione; gli alleati dell'Imperatore e quelli del Gran Re furono
chiamati a parte degli stessi benefizj e doveri; e si pigliarono le più
scrupolose precauzioni onde prevenire e determinare le dispute
accidentali, che potessero insorgere sui confini delle due nazioni
nemiche. Dopo vent'anni di guerra distruttiva, ma debolmente spinta, i
limiti rimasero quali erano prima; e Cosroe s'indusse a rinunziare le
sue pericolose pretensioni al possesso od alla sovranità della Colchide
e degli Stati che ne dipendevano. Ricco per gli accumulati tesori
dell'Oriente, egli trasse ancora dai Romani un annuo pagamento di
trentamila monete d'oro; e la picciolezza della somma lasciava scorgere
il disonor di un tributo in tutta la sua nuda laidezza. In un
dibattimento anteriore, uno dei ministri di Giustiniano, rammentando il
carro di Sesostri e la ruota della fortuna, fece avvertire che la presa
d'Antiochia e di alcune città della Siria aveva esaltato oltre misura il
vano ed ambizioso animo dei Barbari. «T'inganni, replicò il modesto
Persiano: il Re dei Re, il Signore degli uomini guarda con disprezzo
così miseri acquisti; e delle dieci nazioni, domate dalle invincibili
armi, egli considera i Romani come i men formidabili[90]». Secondo gli
Orientali, l'impero di Nushirvan si estendeva da Fergana nella
Transoxiana, sino all'Yemen, o l'Arabia felice. Egli soggiogò i ribelli
dell'Ircania, conquistò le province di Cabul e di Zadlestan sulle rive
dell'Indo, ruppe la potenza degli Eutaliti, terminò con onorevole
accordo la guerra de' Turchi, ed ammise la figlia del Gran Cane nel
numero delle sue legittime mogli. Vittorioso e rispettato fra i Principi
dell'Asia, egli dava udienza nella sua Reggia di Madain o Ctesifonte,
agli Ambasciatori del mondo. I loro doni o tributi, di armi, di ricche
vesti, di gemme, di schiavi e di aromi, umilmente venivano deposti al
piè del suo trono; ed egli condiscendeva ad accettare dal Re dell'Indie
dieci quintali di legno d'aloe, una fanciulla alta sette cubiti ed un
tappeto più soffice della seta, formato, come essi narrano, colla pelle
di uno straordinario serpente[91].
[A. D. 521]
Si è rimproverata a Giustiniano l'alleanza da lui stretta cogli Etiopi,
come se tentato egli avesse d'introdurre un popolo di Negri selvaggi nel
sistema della società incivilita. Ma gli amici del romano Impero, gli
Axumiti ed Abissini, si debbono sempre distinguere dai nativi originali
dell'Affrica[92]. La mano della natura ha schiacciato il naso dei Negri,
ha coperto di crespa lana il lor capo, e colorato la lor pelle
d'inerente e indelebil nerezza. Ma la carnagione olivastra degli
Abissini, la chioma, le forme e le fattezze loro, distintamente in essi
dimostrano una colonia di Arabi; e questa discendenza vien confermata
dalla rassomiglianza della lingua e dei costumi, dalla memoria di
un'antica emigrazione, e dal piccolo intervallo che corre tra gli
opposti lidi del Mar Rosso. Il Cristianesimo avea sollevato quella
nazione sopra il livello della barbarie affricana[93]: le relazioni loro
coll'Egitto e coi successori di Costantino[94] avean fatto passare nel
lor paese i rudimenti delle arti e delle scienze. Trafficavano i lor
vassalli coll'isola di Ceilan[95], e sette regni obbedivano al Nego o
Principe supremo dell'Abissinia. L'indipendenza degli Omeriti che
regnavano nella ricca e felice Arabia, fu per la prima volta violata da
un conquistatore etiope: egli traeva il suo ereditario diritto dalla
Regina di Sheba[96], ed il religioso zelo santificava la sua ambizione.
Gli Ebrei, potenti ed attivi nell'esilio, avevano sedotto l'animo di
Dunaan, Principe degli Omeriti. Essi lo spinsero a far rappresaglia
della persecuzione che le leggi imperiali esercitavano contra i loro
sventurati fratelli: alcuni mercatanti romani furono oltraggiosamente
trattati, e parecchi Cristiani di Negra[97] ottennero gli onori e la
corona del martirio[98]. Le chiese dell'Arabia implorarono la protezione
del Monarca Abissino. Il Nego passò il Mar Rosso con una flotta ed un
esercito, privò il Proselito giudaico del regno e della vita, ed estinse
una stirpe di principi che avea governato per più di duemila anni la
segregata regione della mirra e dell'incenso. Il Conquistatore
immediatamente annunziò la vittoria del Vangelo: egli domandò un
Patriarca ortodosso, e così caldamente si mostrò amico del romano
Impero, che Giustiniano fa allettato dalla speranza di condurre il
commercio della seta pel canale dell'Abissinia, e di suscitare le forze
dell'Arabia contro il Re persiano. Nonnoso, discendente da una famiglia
di ambasciatori, fu nominato dall'Imperatore ad eseguire questa
importante commissione. Giudiziosamente egli evitò la più breve, ma più
pericolosa strada attraverso gli arenosi deserti della Nubia; salì
contro il corso del Nilo, s'imbarcò sul Mar Rosso, ed approdò sano e
salvo nel porto affricano di Aduli. Da Aduli alla reale città di Axuma
non si stendono più di cinquanta leghe in linea retta; ma i giri e
rigiri dei monti ritennero per quindici giorni l'ambasciatore; e nel
passare ch'egli fece per le foreste, vide una quantità di elefanti
selvaggi, che stimò ascendere a forse cinquemila. Vasta e popolosa,
secondo ch'ei narra, era la capitale, ed il -villaggio- di Axuma è
cospicuo tuttora per l'incoronazione dei Re, per le rovine di un tempio
cristiano, e per sedici o diciassette obelischi che portano iscrizioni
greche[99]. Ma il Nego gli diede udienza in campo aperto. Sedeva egli
sopra un altero carro, tratto da quattro elefanti, magnificamente
guerniti: una corona di nobili e di musici gli stava all'intorno.
Vestito era di panni lini, con berretta sul capo, e teneva in mano due
giavellotti ed un piccolo scudo; e quantunque la sua nudità fosse
imperfettamente coperta, egli sfoggiava la barbarica pompa di auree
catene, di monili e di armille, riccamente adornate di perle e di pietre
preziose. L'Oratore di Giustiniano piegò a terra i ginocchi; il Nego lo
rialzò dal suolo, abbracciò Nonnoso, baciò il sigillo, lesse la lettera,
accettò l'alleanza romana, e brandendo le sue armi, intimò guerra
implacabile contro gli adoratori del fuoco. Ma la proposizione intorno
al commercio della seta non andò al segno, e malgrado le proteste, e
forse i desiderii degli Abissini, le minacce ostili si dileguarono senza
verun effetto. Gli Omeriti non eran punto vogliosi di togliersi dagli
aromatici loro boschetti, per valicare un sabbioso deserto, ed incontrar
dopo tante fatiche una formidabil nazione da cui non avevan mai ricevuto
alcuna personale offesa. Invece di estendere le sue conquiste, il Re di
Etiopia non fu abile a difendere i suoi possessi. Abrahah, schiavo d'un
mercante romano stabilito in Aduli, si appropriò lo scettro degli
Omeriti; le truppe dell'Affrica restarono sedotte dalle delizie del
clima; e Giustiniano richiese l'amicizia dell'Usurpatore, il quale
onorò, con un tenue tributo, la supremazia del suo Principe. Dopo una
lunga serie di prosperità, la potenza di Abrahah andò sossopra innanzi
alle porte di Mecca; il Conquistatore persiano spogliò del retaggio i
suoi figli, e gli Etiopi furono finalmente cacciati dal continente
dell'Asia. Questo racconto di avvenimenti oscuri e remoti non è
straniero al declino ed alla caduta del romano Impero. Se la potenza
cristiana si fosse mantenuta nell'Arabia, Maometto sarebbe stato spento
nella sua culla, e l'Abissinia avrebbe impedito una rivoluzione che ha
mutato di aspetto lo stato civile e religioso del mondo[100].
NOTE:
[1] Sarà un piacere non una pena pel lettore lo scorrere Erodoto (l. VII
c. 104, 134 p. 550, 615). Il colloquio fra Serse e Demarato alle
Termopili è una delle più interessanti e morali scene dell'istoria.
L'aspetto delle virtù della sua patria formava il tormento del regale
Spartano, che con angoscia e rimorso le rimirava.
[2] Veggasi quest'orgogliosa iscrizione in Plinio (-Hist. nat. VII.
27-). Pochi uomini hanno meglio assaporato le dolcezze della gloria e le
amarezze della sventura, nè poteva Giovenale (Sat. X) offrire un più
vivo esempio delle vicende della fortuna e della vanità degli umani
desiderii.
[3] Γραικους.... εξ ων τα προτερα ουδενα ες Ιταλιαν ηκοντα ειδον, οτι
μη τραγωδους, και ναυτας λωποδυτας. Quest'ultimo epiteto di
Procopio troppo nobilmente si traduce col termine di pirati: ladri
navali è la parola propria, e significa gente che spoglia, sia per
rubare sia per oltraggiare (Demostene -contra Conon-. negli Oratori
greci di Reiske, t. 2, p. 1264)
[4] Vedi il libro 3 e 4 della Guerra Gotica; lo scrittore degli Aneddoti
non può aggravar questi abusi.
[5] Agatia, l. 5 p. 157, 158. Egli ristringe questa debolezza
dell'Imperatore e dell'Impero alla vecchiezza di Giustiniano; ma, pur
troppo, Giustiniano non fu mai giovane.
[6] Questa dannosa politica, che Procopio (Aneddoti c. 19) imputa
all'Imperatore, si manifesta nella sua lettera ad un principe Scita, il
quale era capace d'intenderla (Agatia l. V p. 170, 171).
[7] -Gens Germana feritate ferociore-, dice Vellejo Patercolo, parlando
de' Germani (II 106). -Langobardos paucitas nobilitat. Plurimus ac
valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis et
periclitando tuti sunt- (Tacito, -de Moribus German.-, c. 40). Vedi
parimente Strabone l. 7 p. 446. I migliori geografi li collocano di là
dell'Elba, nel vescovato di Maddeborgo e la Marca di mezzo di
Brandeborgo. Questa situazione si accorda colla patriottica osservazione
del conte di Hertzberg, che la maggior parte dei conquistatori Barbari
uscirono dagli stessi paesi che ora partoriscono gli eserciti della
Prussia.
[8] L'origine Scandinava dei Goti e dei Lombardi, come è asserita da
Paolo Warnefrido, soprannominato il Diacono, viene impugnata dal Cluvier
(-Germania antiqua-, l. 3 c. 26 p. 102 ecc.), natìo Prussiano, e difesa
da Grozio (-Proleg. ad hist. Goth.-, p. 28 ecc.) ambasciatore di Svezia.
[9] Due fatti nel racconto di Paolo Diacono (l. 1 c. 20) esprimono i
costumi nazionali: 1. -Dum ad tabulam luderet-, mentre giuocava alle
dame. 2. -Camporum viridantia lina-. La coltivazione del lino suppone la
proprietà, il commercio, l'agricoltura e le manifatture.
[10] Mi sono servito, senza pretendere di conciliarli insieme, de' fatti
recati da Procopio (-Goth.- l. 2 c. 14, l. 3 c. 33, 34, l. 4 c. 18, 25);
da Paolo Diacono (-de Gestis Langobardorum-, l. 1 c. 1-23; in Muratori,
-Script. rer. ital.-, t. 1 p. 405-419); e da Giornandes (-de success.
Regn.-, p. 242). Il lettore paziente può trarre qualche lume da Mascou
(Storia de' Germani, ed Annot. XXIII) e dal Buat (-Hist. des Peuples-,
ecc. t. ix, x, xi).
[11] Adotto la denominazione di Bulgari, seguendo Ennodio (-in Panegyr.
Theodorici-, Opp. Sirmond, t. 1 p. 1598, 1599), Giornandes (-de Rebus
Geticis-, c. 5 p. 194, e -de Regn. success.- p. 242), Teofane (p. 185),
e le Cronache di Cassiodoro e Marcellino. Il nome di Unni è troppo vago:
le tribù de' Cutturgurii ed Utturgurii formano divisioni troppo minute,
ed offrono nomi di troppo aspra pronuncia.
[12] Procopio (Goth. l. 4 c. 19). Quest'imbasciata verbale (egli
confessa da se di essere un Barbaro senza lettere) vien riportata in
forma di una lettera. Selvaggio n'è lo stile, pieno di figure ed
originale.
[13] Risulta questa somma da una lista particolare, che trovasi in un
curioso frammento manoscritto del 550, che sussiste nella Biblioteca di
Milano. L'oscura geografia di quei tempi eccita ed esercita la pazienza
del conto di Buat (t. XI p. 69-189). Il ministro francese spesso perdesi
in un deserto che richiede una guida Sassone o Polacca.
[14] -Panicum-, -milium-. Vedi Columella, l. 2 c. 9 p. 430, ed. Gesner;
Plinio, (-Hist. Nat.- XVIII, 24, 25). I Sarmati facevano una polenta di
miglio, mista con latte o sangue di cavalla. Nell'ubertà del nostro
moderno stato domestico, il miglio serve a nudrire i polli e non gli
eroi. Vedi i Dizionarii di Bomare e di Miller.
[15] Quanto al nome, alla nazione, alla situazione ed a' costumi degli
Schiavoni, vedi le testimonianze originali del VI secolo in Procopio
(-Goth.- l. 2 c. 26, l. 3 c. 14), e ciò che ne dice l'Imperatore
Maurizio (-Stratagemat.- l. 2 c. 5 ap. Mascou, Annot. XXXI). Gli
stratagemmi dell'Imperatore Maurizio non furono stampati, per quanto io
sappia, che in fine alla Tattica di Arriano, edizione di Scheffer, in
Upsala, 1664 (Fabr., -Bibliot. Graec.- l. 4 c. 8 t. 3 p. 278), libro
raro e che non mi venne fatto di avere.
[16] -Antes eorum fortissimi..... Taysis qui rapidus et vorticosus in
Histri fluenta furens devolvitur- (Giornandes, c. 5 p. 194 ed. Muratori.
Procopio, -Goth.- l. 5 c. 14, e -de Edif.- l. IV c. 7). Pure lo stesso
Procopio ricorda i Goti e gli Unni come vicini, Γειτονουντα, il
Danubio (-de Edif.- l. 4, c. 1).
[17] Il titolo nazionale di -Anticus-, preso nelle leggi ed iscrizioni
da Giustiniano, fu adottato da' suoi successori, e vien giustificato dal
pio Ludewig (-in vit. Justinian.- p. 515). Esso ha stranamente intricato
i giureconsulti del medio evo.
[18] Procopio, -Goth.- l. 4 c. 25.
[19] Un'irruzione degli Unni viene unita da Procopio coll'apparizione di
una cometa, forse quella del 531 (-Persic.- l. 2 c. 4); Agatia (l. 5 p.
154, 155) toglie a prestito dal suo predecessore varj fatti più antichi.
[20] Procopio riferisce od ingrandisce le crudeltà degli Schiavoni
(-Goth.- l. 3 c. 29, 38). Quanto al mite e liberale loro procedere co'
prigionieri, possiamo appellarci all'autorità, alquanto più recente,
dell'imperatore Maurizio (-Stratagem.- l. 2 c. 5).
[21] Topiro giaceva presso Filippi nella Tracia o Macedonia, dirimpetto
all'isola di Taso, dodici giornate distante da Costantinopoli (Cellario,
t. 1 p. 676, 840).
[22] Se pongasi fede alla maligna testimonianza degli Aneddoti (c. 18),
queste incursioni aveano ridotto le province meridionali del Danubio
allo stato delle solitudini Scitiche.
[23] Da Caf a Caf; che una geografia più ragionevole può forse
interpretare dall'Imao al monte Atlante. Secondo la filosofia religiosa
de' Maomettani, la base del monte Caf è di smeraldo, il cui riflesso
produce l'azzurro del cielo. La montagna è dotata di un'azione sensitiva
nelle sue radici o nervi; e la vibrazion loro, dipendente dal cenno di
Dio, produce i terremoti (D'Herbelot, p. 230, 231).
[24] Il ferro della Siberia è il migliore ed il più abbondante del
mondo, e, nelle parti meridionali, l'industria dei Russi ne scava al
presente più di sessanta miniere (Strahlenberg, Storia della Siberia, p.
342, 387. -Voyages en Siberie par l'abbé Chappe d'Auteroche-, p.
603-608, ediz. in 12. Amsterdam, 1770). I Turchi offrivano ferro per
sale: eppure gli ambasciatori Romani, con istrana ostinazione,
persistevano in credere, che un artifizio era desso, e che il loro paese
punto non ne produceva (Menandro -in Excerpt. Leg.- p. 152).
[25] Di Irgana-Kon (-Abulghazi Kan, Hist. Généalog. des Tatars-, P. 2 c.
5, p. 71, 77 c. 15 p. 155). La tradizione conservata da' Mogolli de' 450
anni ch'essi passaron ne' monti, concorda coi periodi Chinesi
dell'istoria degli Unni e dei Turchi (De Guignes, t. 1 P. 2 p. 376) e
colle venti generazioni dalla loro restaurazione sino a Zingis.
[26] Il paese de' Turchi, ora de' Calmucchi, è descritto benissimo nella
Storia Genealogica p. 521-562. Le curiose note del traduttore Francese
sono ampliate e riordinate nel secondo volume della Traduzione inglese.
[27] Visdelou, p. 141, 151. Questo fatto si può qui introdurre, benchè,
strettamente parlando, esso appartenga ad una tribù subordinata e che
venne dopo.
[28] Procopio, -Persic-. l. 1 c. 12, l. 2 c. 3. Peyssonel (-Observ. sur
les Peup. Barb. p. 99, 100-) stabilisce la distanza che corre tra Caffa
e l'antica Bosforo, in 16 lunghe leghe tartare.
[29] Vedi, in una Memoria del De Boze (-Mem. de l'Acad. des Inscrip., t.
VI p. 549-565-), gli antichi Re e le medaglie del Bosforo Cimmerio; e la
gratitudine di Atene, nelle orazioni di Demostene contro Leptine (negli
Oratori Greci di Reiske, t. 1 p. 466, 467).
[30] Intorno all'origine ed alle rivoluzioni del primo impero Turchesco,
ne ho tolto le particolarità dal De Guignes (-Hist. des Huns-, t. 1 P. 2
p. 367-462), e da Visdelou (-suppl. à la Biblioth. Orient.- d'Herbelot,
p. 82-114). I cenni Greci e Romani sono raccolti in Menandro (p.
108-164) ed in Teofilacte Simocatta (l. VII c. 7, 8).
[31] Il fiume Til, o Tula, secondo la geografia di De Guignes (t. 1 P. 2
p. 58 e 352), è una piccola ma gentil riviera del deserto, che cade
nell'Orhon, Selinga, ecc. Vedi Bell, Viaggio da Pietroburgo a Pechino
(vol. 2 p. 124); non per tanto la descrizione ch'egli fa del Keat, giù
pel quale discese nell'Oby, rappresenta il nome e gli attributi del
-fiume nero- (p. 139).
[32] Teofilacte, l. 7 c. 7, 8. Nondimeno i veri Avari sono invisibili
anche agli occhi di De Guignes, e che può averci di più illustre de'
-falsi-? Il diritto de' fuggitivi Ogori a questa denominazione nazionale
viene riconosciuto dagli stessi Turchi (Menandro, p. 108).
[33] Si trovano gli Alani nell'Istoria Genealogica de' Tartari (p. 617)
e nelle carte di Danville. Essi affrontarono le mosse dei generali di
Zingis intorno al mar Caspio, e furono disfatti in una gran battaglia
(-Hist. de Gengiscan-, l. 4 c. 9 p. 447).
[34] Le ambascerie e le prime conquiste degli Avari si possono leggere
in Menandro (-Excerpt. Legat. p. 99, 100, 101, 154, 155-), in Teofane
(p. 196), nell'-Historia Miscella- (l. XVI p. 109) ed in Gregorio di
Tours (l. 4 c. 23, 29; negl'Istorici di Francia, t. 2 p. 214, 217).
[35] Teofane (-Chron-. p. 204) e l'-Historia Miscella- (l. 16 p. 110),
come interpreta il De Guignes (t. 1 P. 2 p. 354), sembrano parlare di
un'ambasceria Turca allo stesso Giustiniano; ma quella di Maniaco, nel 4
anno del suo successore Giustino, è positivamente la prima che sia
pervenuta a Costantinopoli (Menandro, p. 108).
[36] I Russi hanno scoperto caratteri, rozzi geroglifici, lungo le rive
dell'Irtish e del Genissì, intagliati sopra medaglie, tombe, idoli,
rocce, obelischi, ecc. (Strahlenberg, Storia della Siberia, p. 324, 346,
406, 429). Il D. Hide (-de Religione veterum Persarum, p. 521 ecc-.) ha
pubblicato due alfabeti del Tibet e degli Eigori. Io sono, da lungo
tempo, in sospetto che -tutto- il sapere degli Sciti, ed un -poco- e
forse -assai- del sapere Indiano, sia derivato dai Greci della
Battriana.
[37] Tutte le particolarità delle ambascerie Turchesca e Romana, così
curiose nell'istoria degli umani costumi, sono levate dagli estratti di
Menandro (p. 106-110, 151-154, 161-164), in cui sovente è dispiacevole
la mancanza di ordine e di connessione.
[38] Vedi d'Herbelot (-Biblioth. Orient-. p. 568, 929). Hyde (-de Relig.
vet. Pers-. c. 21 p. 290, 291); Pocock (-specimen Hist. Arab-. p. 70,
71); Eutichio (Annal. t. 2 p. 176); Texeira (in Stevens, Storia della
Persia, l. 1 c. 34).
[39] La fama della nuova legge per la comunanza delle donne si propagò
in Siria ben presto (Asseman. Bibl. Orient. t. 3 p. 402) ed in Grecia
(Procopio, -Persic-. l. 1 c. 5).
[40] Egli offrì la propria moglie e la sorella al profeta; ma le
preghiere di Nushirvan salvarono la madre; e lo sdegnato monarca mai non
dimenticò l'umiliazione a cui avea dovuto discendere la sua filiale
pietà: -pedes tuos deosculatus- (disse egli a Mazdak), -cujus foetor
adhuc nares occupat- (Pocock, -specimen Hist. Arab-. p. 71).
[41] Procopio, Persic. l. 1 c. 11. Non fu Proclo savio più del dovere?
Non fu per avventura immaginario il pericolo? La scusa almeno era
offensiva per una nazione che non ignorava le lettere: ου γραμμασι οι
βαρβαροι τους παιδας ποιουνται αλλ’οπλων σκευη. Dubito che in Persia
vi fossero forme di adozione in uso.
[42] Appoggiandosi a Procopio ed Agatia, il Pagi (t. 2 p. 543, 626) ha
provato che Cosroe Nushirvan salì al trono nel 5 anno di Giustiniano (A.
D. 431 1. di aprile; A. D. 532, 1 di aprile). Ma la vera cronologia che
consente coi Greci e cogli Orientali, è stabilita da Gio. Malala (t. II
p. 211). Cabade, o Kobad, dopo un regno di 43 anni e due mesi, ammalò
agli 8, e morì ai 13 di settembre, A. D. 531, in età di 82 anni. Secondo
gli annali di Eutichio, Nushirvan regnò 47 anni e 6 mesi; onde si dee
porre la sua morte nel marzo del 579.
[43] Procopio, Persic. l. 1 c. 23. Brisson. -de Regn. Pers-. p. 494. La
porta del palazzo d'Ispahan è, od era, la scena fatale del disfavore o
della morte (Chardin, Viaggio in Persia, t. 4 p. 312, 313).
[44] In Persia, il principe delle acque è un ufficiale di Stato. Il
numero de' pozzi e de' canali sotterranei è molto diminuito ed insieme
con essi è diminuita la fertilità del suolo: si sono perduti
recentemente 400 pozzi vicino a Tauris, e se ne contavano altre volte
42,000 nella provincia di Korasan (Chardin, t. 3 p. 99, 100. Tavernier,
t. 1 p. 416).
[45] Il carattere ed il governo di Nushirvan vien qui rappresentato
talvolta colle proprie parole di d'Herbelot (Bibl. Orient. p. 680 ecc.
da Khondemir); ora con quelle di Eutichio (Annal. t. 3 p. 179, 180 ecc.
che son molto ricchi), di Abulfaragio (-Dynast.- VII p. 94, 95 ch'è
molto povero), di Tarikh Schikard (p. 144-150), di Texeira (in Stevens,
l. 1 c. 35), di Assemanno (Bibl. Orient. t. 3 p. 404-410), e dell'Ab.
Fourmont (-Hist. de l'Acad. des inscript.- t. 7 p. 325-334), il quale ha
tradotto uno spurio o genuino testamento di Nushirvan.
[46] Mille anni prima ch'egli nascesse, i giudici di Persia aveano
proferito una solenne opinione. τω βουσιλευoντι Περσεων εξειναι ποιειν
το αν βουληται (Erodoto l. 3 c. 31 p. 210, ediz. Wesseling). Nè
questa massima costituzionale era già stata negletta come un'inutile e
sterile teoria.
[47] Per tutto ciò che spetta allo stato letterario della Persia, alle
versioni greche, ai filosofi, ai sofisti, alla scienza ed ignoranza di
Cosroe, Agatia (l. 2 c. 66-71) mostra di esser male informato e
fortemente pregiudicato.
[48] Asseman. Bibl. Orient. t. 4 p. DCCXLV, VI, VII.
[49] Il Shà Nameh, o libro dei Re, è forse l'originale monumento
d'istoria che fu tradotto in greco dall'interprete Sergio (Agatia l. 5
p. 141), conservato dopo la conquista dei Maomettani, e posto in versi
nell'anno 994, dal poeta nazionale Ferdussi. Vedi d'Anquetil (Mem.
dell'Accad. t. 31 p. 379), e il cav. Guglielmo Jones (Ist. di Nadir Shà
p. 161).
[50] Nel 5 secolo il nome di Restomo, o Rostam, eroe che pareggiava la
forza di dodici elefanti, era familiare agli Armeni (Mosè da Corene,
Stor. Armena, l. 2 c. 7 p. 96, ed. Whiston). Nel principio del 7 secolo,
il romanzo Persiano di Rostam ed Isfendiar era applaudito alla Mecca
(Koran., ed. di Sale, c. 31 p. 335). Eppure Maracci non ci dà
quest'esposizione del -ludicrum novae historiae- (-Refut. Alcoran-, p.
544-548).
[51] Procop. -Goth.- l. 4 c. 10. Kobad aveva un medico greco per
favorito, ch'era Stefano di Edessa (-Persic.- l. 2 c. 26). Antica era
l'usanza, ed Erodoto racconta le avventure di Democede di Crotona (l. 3
c. 125-137).
[52] Vedi Pagi, t. 2 p. 626. In uno de' trattati che fece, s'inserì un
onorevole articolo per la tolleranza de' Cattolici, e per la loro
sepoltura (Menandro, in -Excerpt. Legat-. p. 142). Nushizad, figlio di
Nushirvan, fu un Cristiano, un ribelle ed un martire (D'Herbelot, p.
681).
[53] Intorno alla lingua Persiana ed a' suoi tre dialetti, si consulti
d'Anquetil (p. 339-343) e Jones (p. 152-185). Αγρια τινι γλωττη και
αμουσοτατω, è il carattere che Agatia (l. 2 p. 66) ascrive
ad un idioma rinomato nell'Oriente per la poetica sua dolcezza.
[54] Agatia specifica il Gorgia, il Fedone, il Parmenide e il Timeo.
Renaudot (Fabricio, Bibl. gr. t. 12 p. 246-261) non fa menzione di
questa barbarica traduzione di Aristotele.
[55] Di queste favole ho veduto tre copie in tre lingue differenti: 1.
in -Greco-, tradotte da Simeone Seth (A. D. 1100) dall'Arabo, e
pubblicate da Starck a Berlino nel 1697 in-12; 2. in -Latino-, versione
dal greco, intitolata: -Sapientia Indorum-, inserita dal P. Pussino al
fine dell'edizione di Pachimero (p. 547-620, ed Rom.); 3. in -Francese-,
versione dal turco, dedicata, nel 1540, al sultano Solimano. -Contes et
Fables indiennes de Pilpay et de Lokman, par MM. Galland et Cardonne.
Paris-, 1778, 3 vol. in-12. Il Warton (Storia della Poesia inglese, vol.
1 p. 129, 131) si prende un campo più largo.
[56] Vedi l'-Historia Shahiludii- del Dott. Hyde (Syntagm. Dissert. t. 2
p. 61-69).
[57] La pace perpetua (Procopio, -Persic-. l. 1 c. 21) fu conchiusa o
ratificata nel 6. anno e nel consolato 3. di Giustiniano (A. D. 533, tra
il primo di gennaio e il primo di aprile. Pagi, t. 2 p. 550).
Marcellino, nella sua Cronaca, usa lo stile dei Medi e dei Persiani.
[58] Procopio, -Persic.- l. 1 c. 26.
[59] Almondar, re di Hira, fu deposto da Kobad e ristabilito sul trono
da Nushirvan. La madre di lui, per la sua bellezza, fu soprannominata
l'-Acqua celeste-, nome che divenne ereditario, e fu esteso per una più
nobil cagione (la liberalità in tempo di carestia) ai principi Arabi
della Siria. -Pocock, Specimen Hist. Arab.- p. 69, 70.
[60] Procopio, -Persic.- l. 11 c. 1. Non conosciamo l'origine e
l'oggetto di questo -strata-, via selciata di dieci giornate di viaggio
da Auranite a Babilonia (Vedi una Nota latina nella Carta dell'Impero
Orientale di Delisle). Vesseling e Danville non ne fan cenno.
[61] Ho fuso, in una breve diceria, le due orazioni degli Arsacidi
dell'Armenia, e degli ambasciatori Goti. Procopio, nella sua istoria
pubblica, sente e ci fa sentire che Giustiniano fu il vero autor della
guerra. -Persic.- l. II c. 2, 3.
[62] L'invasione della Siria, la rovina di Antiochia, ecc., vengono
raccontate regolarmente e per disteso da Procopio (-Persic.- l. II c.
5-14). Si può trarre qualche altro aiuto dagli Orientali. D'Herbelot (p.
680) avrebbe dovuto arrossire quando li biasima di far contemporanei
Giustiniano e Nushirvan. Danville (l'-Euphrate et le Tigre-) spiega con
chiarezza la geografia del teatro di quella guerra.
[63] Nell'istoria pubblica di Procopio (-Persic.- l. II c. 16, 18, 19,
20, 21, 24, 25, 26, 27, 28). Con qualche piccola eccezione, noi possiamo
ragionevolmente chiuder l'orecchio alle maligne insinuazioni degli
-Aneddoti- (c. 23 colle note, secondo il solito, dell'Alemanno).
[64] La guerra Lazica, la contesa di Roma e della Persia sul Fasi, è
noiosamente tessuta in molte pagine da Procopio (-Persic.- l. II c. 15,
17, 28, 29, 30. -Gothic.- l. IV c. 7-16) e da Agatia (l. II, III, p.
55-132, 141).
[65] Sallustio descrisse in Latino, ed Arriano in Greco il -Periplo-,
ossia la navigazione intorno al mare Eussino. 1. Debrosses primo
Presidente del Parlamento di Digione ha restituito con -singolar- cura
l'opera del primo che più non esiste (-Hist. de la Republique Romaine-,
t. II l. III p. 199-298). Egli ha il coraggio di assumere il carattere
dello storico romano. La sua descrizione dell'Eussino è ingegnosamente
formata di -tutti- i frammenti dell'originale, e di -tutti- gli autori
Greci e Latini che Sallustio potè copiare, o da cui potè esser copiato.
Il merito dell'esecuzione fa perdonare la stranezza del disegno. 2. Il
Periplo di Arriano è indirizzato all'Imperatore Adriano (in -Geograph.
Minor.- Hudson, t. I), e contiene tutto ciò che il Governatore del Ponto
avea veduto da Trebisonda a Dioscurias, tutto ciò che aveva udito da
Dioscurias al Danubio, e tutto ciò che sapeva dal Danubio a Trebisonda.
[66] Oltre i molti cenni che ne fanno per occasione i poeti, gli
storici, ecc., dell'antichità, possiamo consultare le geografiche
descrizioni del Colco, lasciate da Strabone (l. XI p. 760-765) e da
Plinio (-Hist. Nat.- VI, 5, 19, ecc.).
[67] Ho fatto uso di tre descrizioni moderne della Mingrelia e de' paesi
adiacenti. 1. Del Padre Arcang. Lamberti (-Relations de Thevenot-, part.
I p. 31-52 con una Carta), il quale aveva tutta la dottrina e tutti i
pregiudizi di un Missionario. 2 Di Chardin (-Voyages en Perse-, t. I p.
54, 68-168); giudiziose ne sono le osservazioni; e le avventure a lui
seguite in quel paese, instruiscono più delle sue osservazioni. 3. di
Peyssonel (-Observations sur les Peuples barbares-, p. 49, 50, 51, 58,
62, 64, 65, 71, ecc. ed un trattato più recente -sur le Commerce de la
mer Noire-, t. II p. 1-53): lungo tempo egli è vissuto a Caffa, in
qualità di Console di Francia: la sua erudizione val meno della sua
sperienza.
[68] Plinio, -Hist. Nat.- l. XXXIII, 15. Le miniere aurifere ed
argentifere della Colchide trassero colà gli Argonauti (Strabone, l. I
p. 77). Il sagace Chardin non potè rinvenir oro nelle miniere, nei
fiumi, od altrove. Eppure un Mingrelio perdè una mano ed un piede per
aver mostrato in Costantinopoli alcuni saggi d'oro nativo.
[69] Erodoto, l. II c. 104, 105, p. 150, 151. Diodoro Siculo l. I p. 33,
ediz. Wesseling. Dionisio Perieget, 689, ed Eustazio -ad loc. Scholiast.
ad Apollonium Argonaut.- l. IV, 282-291.
[70] Montesquieu, -Espr. des Lois-, l. XXI c. 6. -L'Isthme.... couvert
de villes et de nations qui ne sont plus.-
[71] Bougainville (-Memoires de l'Acad. des Inscr.- t. XXVI p. 33) sopra
il viaggio affricano di Annone ed il commercio dell'antichità.
[72] Un istorico greco, Timostene, ha asserito, -in eam CCC nationes
dissimilibus linguis descendere;- ed il modesto Plinio si contenta di
aggiugnere: -et a postea a nostris CXXX interpretibus negotia ibi gesta-
(VI, 5); ma le parole -nunc deserta- ricoprono una moltitudine di
antiche finzioni.
[73] Buffon (-Hist. Nat.- t. III p. 433-437) raccoglie l'unanime
suffragio dei naturalisti e de' viaggiatori. Se, al tempo di Erodoto,
essi erano veramente μελαγχες e ουλοτριχεσ (ed egli osservati gli
aveva con cura), questo prezioso fatto è un esempio dell'influenza
del clima sopra una colonia straniera.
[74] Un Ambasciatore mingrelio arrivò a Costantinopoli con duecento
persone; ma le mangiò (-vendè-) una ad una, finchè non rimase che con un
secretario e due servitori (Tavernier, t. I p. 365). Un Signore
mingrelio vendette ai Turchi dodici preti e la sua moglie per comperarsi
una concubina.
[75] Strabone, l. XI p. 765. Lamberti, -Relation de la Mingrelie-. Non
conviene però cadere nell'altro estremo di Chardin, che non dà alla
Mingrelia più di 20,000 abitanti per supplire ad un'annua esportazione
di 12,000 schiavi: assurdità indegna di quel giudizioso viaggiatore.
[76] Erodoto, l. III c. 97. Vedi nel libro VII c. 79 le armi ed il
servizio loro nella spedizione di Serse contro la Grecia.
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