speranza che la Chiesa non men che lo Stato dovesse trionfare in quella rivoluzione; ma se Cosroe avea con sincerità dato ascolto ai Vescovi cristiani, cancellata ne fu l'impressione dallo zelo e dall'eloquenza de' Magi: e se di filosofica indifferenza era armato, egli accomodò o parve accomodare la sua fede, o per meglio dire la sua professione di fede, alle varie circostanze di un esule e di un sovrano. L'immaginaria conversione del Re di Persia si ridusse ad una locale e superstiziosa venerazione per Sergio,[498] uno de' Santi di Antiochia, che esaudiva le sue preghiere e gli appariva ne' sogni. Egli arricchì d'oro e d'argento l'urna di questo Santo, ed ascrisse all'invisibile suo patrocinio i prosperi successi delle sue armi, e la fecondità di Sira, Cristiana zelante, e la prediletta delle sue mogli[499]. La bellezza di Sira, o Schirin,[500] l'ingegno, la musicale abilità di lei, vivono tuttora famose nelle istorie o più veramente ne' romanzi dell'Oriente: il suo nome, in lingua persiana, significa grazia e salvezza, e l'epiteto di Parviz allude alle attrattive del reale suo amante. Ma Sira mai non sentì la passione ch'ella inspirava, e la felicità di Cosroe fu tormentata dal dubbio geloso che mentre egli ne possedeva la persona, ella avesse compartito i suoi affetti ad un più basso amatore[501]. [A. D. 570-600] Nel tempo che la maestà del nome Romano tornava a scintillar nell'Oriente, il prospetto dell'Europa compariva meno piacevole e meno glorioso. La partenza de' Lombardi e la rovina de' Gepidi aveano distrutto l'equilibrio del potere sul Danubio; e gli Avari stendevano il permanente loro dominio dal piè delle Alpi sino alla spiaggia dell'Eussino. Il regno di Bajano è la più luminosa epoca della monarchia loro. Il loro Cacano, il quale occupava il rustico palazzo di Attila[502], pare che ne imitasse il carattere e la politica; ma siccome le stesse scene si ripeterono in un circolo più angusto, così un minuto ritratta della copia sarebbe scevro della grandezza e della novità dell'originale. L'orgoglio del secondo Giustino, di Tiberio, di Maurizio, fu raumiliato da un Barbaro altero, più pronto ad apportare che esposto a sopportare i guasti della guerra; ed ogni volta che le armi de' Persiani minacciavano l'Asia, oppressa era l'Europa dalle pericolose incursioni o dalla dispendiosa amicizia degli Avari. Quando gli Ambasciatori romani si avvicinavano alla presenza del Cacano, veniva loro intimato di star aspettando alla porta della sua tenda, insino a che, forse dieci o dodici giorni dopo, egli si degnasse di riceverli. Se la sostanza e lo stile della loro ambasciata offendeva il suo orecchio, egli vilipendeva, con reale od affettato furore, la dignità loro e quella del loro Principe; saccheggiato n'era il bagaglio, nè salvavano essi la vita che col prometter più ricchi regali ed un più rispettoso messaggio. Ma i suoi sacri ambasciatori godevano ed abusavano, nel mezzo di Costantinopoli, di un'illimitata licenza; essi pressavano, con importuni clamori, l'accrescimento del tributo, e la restituzione dei prigionieri e disertori; e la maestà dell'Impero era quasi avvilita egualmente da una bassa compiacenza, o dalle false e timide scuse con che si eludevano quelle insolenti richieste. Il Cacano non avea mai veduto un elefante; e la sua curiosità fu punta dallo strano e forse favoloso ritratto di questo maraviglioso animale. Ad un suo cenno, uno de' più grandi elefanti delle stalle Imperiali fu guernito di magnifici arredi, e condotto con numeroso treno sino al villaggio reale nelle pianure dell'Ungheria. Egli contemplò con sorpresa, con disgusto e forse con terrore quell'enorme bestione; e rise della vana industria de' Romani, che per rintracciare tali inutili vanità correvano a' confini della terra e del mare. Gli venne vaghezza, a spese dell'Imperatore, di dormire in un letto d'oro. I tesori di Costantinopoli ed i rari talenti degli artefici di quella capitale immediatamente furono posti in opera ad appagare il capriccio del Barbaro, ma quando il lavoro fu terminato, egli rigettò con dispetto un presente cotanto indegno della maestà di un gran Re[503]. Tali erano gli accidentali trasporti dell'orgoglio del Cacano: ma la sua avarizia era una passione più ostinata e più trattabile. Gli si mandava, con esattezza, considerabile quantità di stoffe seriche, di addobbi e di vasellame ben lavorato, doni che introducevano i rudimenti delle arti e del lusso sotto le tende degli Sciti. Eccitato era il loro appetito dal pepe e dalla cannella dell'India[504]: il sussidio ossia tributo annuo fu innalzato da ottanta a cento ventimila monete d'oro; ed ogni volta che le ostilità ne interrompevano il corso, il pagamento de' residui con un esorbitante interesse era sempre la prima condizione del nuovo accordo. Usando il parlare di un Barbaro senz'artifizio, il Principe degli Avari affettava di lagnarsi della poca sincerità de' Greci[505], mentre non cedeva egli stesso alle più incivilite nazioni ne' raffinamenti della dissimulazione e della perfidia. Come successore de' Lombardi, il Cacano pretendeva al possesso dell'importante città di Sirmio, antico baluardo delle province Illiriche[506]. Le pianure dell'Ungheria inferiore si coprirono di cavalli Avari e si costrinse nella selva Ercinia un gran numero di grosse barche per discendere il Danubio e trasportar nella Sava i materiali di un ponte. Ma il forte presidio di Singiduno, che dominava il confluente de' due fiumi, poteva impedire il passaggio, e mandar a vuoto i disegni del Cacano. Egli sgombrò i timori della guernigione solennemente giurando, che le sue mire non erano ostili all'Impero. Egli giurò per la sua spada simbolo del Nume della guerra, di non fabbricare un ponte sulla Sava, in qualità di nemico di Roma. «Se io rompo il mio giuramento», proseguì l'intrepido Bajano, «possa io stesso e l'ultimo della mia nazione perire di spada! possano il firmamento ed il fuoco, divinità de' cieli cadere sul nostro capo! possano i boschi ed i monti seppellirci sotto le loro rovine! e possa la Sava, retrocedendo contro lei leggi della natura, alla sua fonte, sommergerci nelle sdegnate sue acque!» Dopo questa barbarica imprecazione, egli tranquillamente chiese qual giuramento fosse più sacro e più venerabile tra i Cristiani, e qual delitto di spergiuro tornasse più funesto. Il Vescovo di Singiduno gli presentò il Vangelo, ed il Barbaro con devoto ossequio lo prese. «Io giuro» diss'egli, «per lo Dio che in questo sacro libro ha parlato, che io non ho falsità sulla mia lingua, nè tradimento dentro il mio cuore». Indi si levò di ginocchio, affrettò il lavoro del ponte, e spedì un ministro a far sapere ciò che ormai più non gl'importava di tener occulto. «Ragguagliate l'Imperatore» disse il perfido Bajano, «che Sirmio da ogni banda è cinto d'assedio. Consigliate la sua prudenza a trarne fuori gli abitanti colle robe loro, ed a porre nelle mie mani una città ch'egli non può soccorrere nè difender più oltre». Benchè senza speranza di ajuto, Sirmio si difese più di tre anni: intatte ancor ne restavan le mura, ma la fame era chiusa dentro il loro recinto. Finalmente una mite capitolazione porse lo scampo agl'ignudi e famelici suoi cittadini. Singiduno, distante cinquanta miglia da Sirmio, soggiacque ad un più crudele destino; rase ne furon le case ed il vinto popolo fu condannato alla schiavitù ed all'esilio. Eppure le rovine di Sirmio più non si ravvisano, mentre la vantaggiosa posizione di Singiduno vi attirò prestamente una nuova colonia di Schiavoni, ed il confluente della Sava e del Danubio anche presentemente è tenuto a freno dalle fortificazioni di Belgrado, ossia la Città Bianca, sì spesso e sì ostinatamente contrastata dalle armi Cristiane e dalle Turche[507]. Da Belgrado alle mura di Costantinopoli può misurarsi una linea di seicento miglia: segnata fu questa linea cogl'incendj e col sangue: i cavalli degli Avari si bagnavano alternamente nell'Eussino e nell'Adriatico; ed il Pontefice Romano, sbigottito dall'avvicinarsi di un più selvaggio nemico[508], fu ridotto ad accarezzare i Lombardi come i protettori dell'Italia. La disperazione di un prigioniere che la sua patria ricusava di riscattare, rivelò agli Avari l'invenzione e l'uso delle macchine militari[509]; ma ne' primi tentativi essi rozzamente le fabbricarono e goffamente le maneggiarono, e la resistenza di Dioclezianopoli e Berea, di Filippopoli ed Adrianopoli, ben presto pose a termine la perizia e la pazienza degli assedianti. Baiano si diportava da Tartaro; ma il suo animo non era chiuso ai sensi generosi ed umani. Egli risparmiò Anchialo, le cui salubri acque aveano ridonato il vigore alla prediletta delle sue mogli; ed i Romani confessarono che il loro esercito, cadente dalla fame, fu alimentato e lasciato partire dalla liberalità di un nemico. Stendevasi l'Impero di Baiano sopra l'Ungheria, la Polonia e la Prussia, dalle foci del Danubio a quelle dell'Oder[510], e la gelosa politica del conquistatore divideva e trapiantava i nuovi suoi sudditi[511]. Le regioni Occidentali della Germania, ch'erano rimaste vuote d'abitatori per la emigrazione de' Vandali, furono riempiute di colonie schiavone. Si discoprono le medesime tribù nelle vicinanze dell'Adriatico ed in quelle del Baltico, e col nome di Baiano stesso si trovano tuttora nel cuor della Slesia le città Illiriche di Neyss e di Lissa. Nella disposizione delle sue truppe e delle sue province[512], il Cacano esponeva i vassalli, di cui non curava la vita, al furore del primo assalto, ed il nemico vedea fatto ottuso il suo brando, prima che affrontasse il natio valore degli Avari. [A. D. 595-602] L'alleanza colla Persia restituì le truppe dell'Oriente alla difesa dell'Europa, e Maurizio che per dieci anni avea sopportato l'insolenza del Cacano, dichiarò la risoluzione, in cui era, di muovere in persona contro de' Barbari. Per lo spazio di due secoli, niuno de' successori di Teodosio s'era fatto vedere nel campo; le vite loro scioperatamente trascorrevano nel palazzo di Costantinopoli, ed i Greci più non sapevano che il nome d'-Imperatore-, nel primitivo suo senso, significava il Capo degli eserciti della Repubblica. L'ardor marziale di Maurizio fu raffrenato dalla grave adulazione del Senato, dalla timida superstizione del Patriarca, e dalle lagrime dell'Imperatrice Costantina; essi lo scongiurarono tutti di commettere ad un qualche minor Generale le fatiche ed i pericoli di una campagna Scitica: sordo agli avvisi ed ai preghi loro, l'Imperatore animosamente avanzossi in distanza di sette miglia[513] dalla capitale; la sacra insegna della Croce sventolò sulla fronte dell'esercito, e Maurizio passò a rassegna, con sentito orgoglio, le armi e le numerose fila di que' veterani che avevano combattuto e vinto di là dal Tigri. Anchialo fu l'ultimo termine delle sue mosse per terra e per mare; egli invocò senza buon successo una miracolosa risposta alle sue preghiere notturne; turbato fu il suo animo dalla morte di un cavallo che amava, dall'incontro di un cignale, da una bufera di vento e di pioggia, e dalla nascita di un bambino mostruoso; ed egli si scordò che il migliore di tutti gli auspicj è l'atto di snudare la spada in difesa della patria. Col pretesto di accogliere gli ambasciatori Persiani[514], l'Imperatore tornossene a Costantinopoli, scambiò i pensieri di guerra in pensieri di devozione, e deluse la pubblica aspettativa colla sua assenza e colla scelta de' suoi Luogotenenti. La cieca parzialità dell'amor fraterno può scusarlo di aver posto a comandante il suo germano Pietro, il quale, con egual vitupero, fuggì innanzi ai Barbari, innanzi a' suoi propri soldati, ed innanzi agli abitanti di una città Romana. Questa città, se dobbiamo dar fede alla somiglianza del nome e del valore, era l'antica Azimunto[515], che sola avea respinto la tempesta di Attila. Propagossi l'esempio della guerriera sua gioventù nelle generazioni seguenti; ed essi ottennero, dal primo o dal secondo Giustino, il decoroso privilegio che al lor solo valore fosse affidata la difesa della nativa loro città. Il fratello di Maurizio tentò di violare questo privilegio, e di mescolare una schiera di que' cittadini co' mercenari del suo campo. Si ritrassero essi in chiesa, ma la santità del luogo non lo rattenne: sollevossi allora il popolo in lor favore, chiuse venner le porte, cinte di armati le mura, e la vigliaccheria di Pietro si mostrò pari alla sua arroganza ed ingiustizia. La celebrità militare di Commenziolo[516] è l'argomento della Satira e della Commedia più che della grave istoria, poichè mancante egli era perfino della meschina e volgare qualità del personale coraggio. I consigli da lui solennemente radunati, le strane sue evoluzioni, ed i secreti suoi ordini, sempre gli porgevano un'apologia per la fuga o per la dilazione. Se egli marciava contro il nemico, le dilettose valli del monte Emo gli opponevano un'insuperabil barriera; ma nel ritirarsi egli rintracciava con impavida curiosità, i più ardui ed abbandonati passi ch'erano già usciti dalla memoria de' più vecchi del paese. Il solo sangue che egli versasse, gli fu tratto in una reale o finta malattia dalla lancetta di un chirurgo; e la sua salute che con esquisita delicatezza sentiva l'avvicinarsi de' Barbari, uniformemente si ristabiliva nel riposo e nella sicurezza della stagione invernale. Un Principe ch'ebbe l'animo di esaltare e proteggere un favorito sì indegno, non può ricavare alcuna gloria dal merito accidentale di Prisco, cui dato gli avea per collega[517]. In cinque battaglie, condotte, a quanto parve, con saviezza ed ardire, il Generale romano fece prigionieri diciassettemiladugento Barbari, e ne spense quasi sessantamila, fra' quali quattro figliuoli del Cacano. Egli sorprese un pacifico distretto de' Gepidi, che dormivano sotto la protezione degli Avari, ed innalzò gli ultimi suoi trofei sulle rive del Danubio e del Tibisco. Dalla morte di Traiano in poi, le armi dell'Impero non si erano mai più internate sì profondamente nella Dacia antica: contuttociò passeggiere e sterili tornarono le vittorie di Prisco; nè molto andò che fu richiamato, pel timore che Baiano con intrepido animo e rinovate forze, non si accingesse a vendicare la sua disfatta sotto le mura di Costantinopoli stessa[518]. La teorica della guerra non era più familiare ai campi di Cesare e di Traiano[519], che a quelli di Giustiniano e di Maurizio. Il ferro della Toscana e del Ponto riceveva una tempera più fina dalla industria degli artefici di Bisanzio. I magazzini erano abbondevolmente forniti di ogni maniera di armi da offesa o difesa. Nella costruzione e nell'uso delle navi, delle macchine e delle fortificazioni, i Barbari ammiravano il superiore ingegno di un popolo che così spesso essi rompevano in campo. La scienza della tattica, l'ordine, le evoluzioni, gli stratagemmi dell'antichità, ogni cosa era scritta e studiata ne' libri de' Greci e de' Romani. Ma la solitudine o la degenerazione delle province più non poteva somministrare una razza d'uomini atti a brandir quelle armi, a guardar quelle mura, a guernir quelle navi, ed a ridurre la teorica della guerra in una pratica animosa e fortunata. Il genio di Belisario e di Narsete s'era formato senza un maestro; esso si spense senza lasciare un allievo. L'onore e l'amor di patria, od una generosa superstizione più non potevano rinvigorire gli esanimi corpi degli schiavi e degli stranieri, succeduti agli onori delle legioni. Egli era nel solo campo, che l'Imperatore avrebbe dovuto esercitare un comando dispotico; ed era nel solo campo che la sua autorità veniva disobbedita e vilipesa. Egli sedava ed accendeva coll'oro la licenza delle sue truppe; ma inerenti ad esse i vizi, accidentali erano le loro vittorie, e il dispendioso lor mantenimento struggeva le sostanze di uno Stato che non erano atte a difendere. Dopo una lunga e perniciosa indulgenza, Maurizio apprestossi a curare questo inveterato male: ma il temerario tentativo, che trasse la perdizione sopra il suo capo, ad altro non servì che ad aggravare il disordine. Un riformatore non dee soggiacere ad alcun sospetto d'interesse, e convien che possegga la confidenza e la stima di coloro che vuoi riformare. Le truppe di Maurizio avrebbero forse ascoltato la voce di un condottier vittorioso; ma dispregiarono le ammonizioni degli statisti e de' sofisti, e quando ricevettero un editto che sottraeva dalla lor paga il prezzo delle armi e delle vesti loro, essi esecrarono l'avarizia di un Principe che non tenea conto alcuno de' pericoli e dei travagli a' quali ei s'era sottratto. I campi sì d'Asia che d'Europa, agitati furono da sedizioni frequenti e furiose[520]; gli sdegnosi soldati di Edessa perseguirono, con rampogne, minacce e ferite, i tremanti lor Generali: essi rovesciarono le statue dell'Imperatore, scagliaron sassi contro l'immagine miracolosa di Cristo, ed o scossero il giogo di tutte le leggi civili e militari, ovvero instituirono e stabilirono un pericoloso modello di subordinazione volontaria. Il Monarca, sempre distante e spesso ingannato, era incapace di cedere o di resistere, secondo che il bisogno del momento il chiedeva. Ma il timore di un generale sollevamento troppo facilmente lo indusse ad accettare qualche atto di valore o qualche espressione di fedeltà, come una espiazione dell'offesa comune. Abolita fu la nuova riforma colla stessa fretta con cui s'era promulgata, e le truppe, in vece di punizione e di freni, ricevettero con dolce sorpresa, un grazioso bando di perdono e di ricompense. Ma i soldati accettarono senza gratitudine i tardi ed involontari doni dell'Imperatore; crebbe l'insolenza loro nello scorgere la debolezza di lui; e la propria lor forza e lo scambievole odio loro infiammossi in modo di non lasciare nè il desiderio del perdono nè la speranza della riconciliazione. Gli storici di quei tempi abbracciano il volgare sospetto, che Maurizio cospirasse a distruggere le truppe ch'egli s'era adoperato a riformare; la cattiva condotta ed il favore di Commenziolo vengono imputati a questo malevolo divisamento; ed ogni secolo dee condannare l'inumanità o l'avarizia[521] di un Principe, il quale col meschino riscatto di seimila monete d'oro, poteva impedire la strage di dodicimila prigionieri che il Cacano teneva in sue mani. Nel giusto bollor dello sdegno, egli spedì ordine all'esercito del Danubio che risparmiasse i magazzini delle province, e stabilisse quartieri d'inverno nel paese nemico degli Avari. La misura delle doglianze de' soldati era colma: essi pronunziarono che Maurizio era indegno di regnare, cacciaron via o trucidarono i suoi fidi aderenti, e, sotto il comando di Foca, semplice Centurione, con frettolose marce tornarono nei contorni di Costantinopoli. Dopo una lunga serie di successioni legittime al trono, si rinnovarono i disordini militari del terzo secolo; tale era però la novità dell'impresa, che i sollevati si sbigottirono della propria loro temerità. Essi esitarono nell'investire della vacante porpora il lor favorito, e mentre rigettavano ogni accordo con Maurizio, tenevano un'amichevole corrispondenza col suo figlio Teodosio e con Germano, suocero del giovine reale. Così oscura era stata la condizione anteriore di Foca, che l'Imperatore ignorava il nome ed il carattere del suo rivale; ma come egli riseppe che il Centurione, tuttochè audace nel sollevamento, mostravasi timido in faccia al pericolo. «Ahimè!» prese a sclamare fuor di speranza, «se egli è un codardo, certamente sarà un assassino». Nondimeno se Costantinopoli fosse rimasta ferma e fedele, l'assassino avrebbe consumato il suo furore contro le mura; e l'esercito ribelle a poco a poco si sarebbe sminuito o riconciliato mediante il senno dell'Imperatore. Durante i giuochi del Circo, ch'egli ripeteva con insolita pompa, Maurizio occultò sotto il sorriso della sicurezza, l'ansietà del suo cuore; egli condiscese a ricercare gli applausi delle -fazioni-, e ne blandì l'orgoglio coll'accettare da' rispettivi loro Tribuni una lista di novecento -Azzurri- e di mille cinquecento -Verdi-, ch'egli affettò di risguardare come le salde colonne del suo trono. Il proditorio o fiacco loro sostegno pose in piena luce la sua debolezza e ne accelerò la caduta. Que' della fazion verde erano i secreti complici de' ribelli, e gli Azzurri raccomandavano dolcezza e moderazione in una contesa co' Romani loro fratelli. Le rigide ed economiche virtù di Maurizio aveano da gran pezza alienato il cuor de' suoi sudditi. Mentre a piedi ignudi egli camminava in una processione religiosa, fu aspramente assalito a colpi di sassi, e le sue guardie furono costrette a sporgere le ferrate lor mazze in difesa della sua persona. Un monaco fanatico scorreva le strade con una spada sguainata, intimando contro di Maurizio l'ira e la sentenza di Dio, ed un vile plebeo, vestito e foggiato come l'Imperatore fu posto a seder sopra un asino, ed inseguito dalle imprecazioni della moltitudine[522]. L'Imperatore prese sospetto dell'amore che portavano a Germano i soldati ed i cittadini: egli temette, minacciò, ma differì nel vibrare il colpo: il Patrizio si riparò nel santuario della Chiesa; il popolo si levò in sua difesa; le guardie disertaron le mura, e la città senza legge fu abbandonata alle fiamme ed al saccheggio di un tumulto in tempo di notte. Lo sfortunato Maurizio, appiattato insieme con la moglie ed i figli dentro di una barchetta, cercò di ricovrarsi alla spiaggia Asiatica, ma la violenza del vento lo costrinse a pigliar terra alla chiesa di S. Autonomo[523] presso Calcedonia, d'onde spedì Teodosio, suo primonato, ad implorare la gratitudine e l'amicizia del Monarca persiano. Quanto a lui, ricusò di fuggire: tormentato era il suo corpo dai dolori sciatici[524]; la superstizione gli aveva indebolito la mente; rassegnatamente egli aspettò l'evento della rivoluzione, e volse una fervente e pubblica preghiera all'Altissimo, onde gli fosse dato il castigo de' suoi peccati piuttosto in questa vita che nell'altra. Dopo l'abdicazione di Maurizio, le due fazioni si contendevano la scelta di un Imperatore; ma il favorito degli Azzurri fu rigettato dalla gelosia de' loro antagonisti, e Germano egli stesso fu trascinato dalla frotta la quale corse al palazzo di Ebdomone, sette miglia distante dalla città, ad adorare la maestà di Foca il Centurione. Al modesto desiderio mostrato da Foca di cedere la porpora al grado ed al merito di Germano, si oppose la risoluzione dello stesso Germano, più ostinata ed egualmente sincera. Il Senato ed il Clero obbedirono alla chiamata del nuovo Principe ed il Patriarca tosto che si fu accertato della sua fede ortodossa consacrò il fortunato usurpatore nella chiesa di S. Giovanni Battista. Il terzo giorno, Foca, tra le acclamazioni di un popolo spensierato, fece il solenne suo ingresso assiso in un carro tirato da quattro bianchi destrieri; ricompensata fu la rivolta delle sue truppe con un largo donativo, ed il nuovo sovrano, poi ch'ebbe visitato il palazzo, assistè, dall'alto del suo trono, ai giuochi dell'Ippodromo. In una disputa di preferenza tra le due fazioni, il parziale suo giudizio piegossi in favore dei Verdi, «Sovvengati che Maurizio vive tuttora!» tale fu il grido che dalla parte opposta suonò; e l'indiscreto clamore degli Azzurri avvertì e spronò la crudeltà del tiranno. Furono spediti i ministri della morte a Calcedonia: essi trassero fuori l'Imperatore dal santuario: ed i cinque figliuoli di Maurizio vennero successivamente posti a morte sotto gli occhi dell'angosciato lor genitore. Ad ogni colpo che gli piombava sul cuore, egli trovava forza bastante ad esclamare con umile pietà. «Tu sei giusto, o Signore, ed i tuoi giudizj sono pieni di rettitudine.» Tale fu anzi, negli ultimi momenti, il rigoroso suo attaccamento alla verità ed alla giustizia, che rivelò ai soldati la pietosa frode di una nutrice la quale presentò il proprio suo figlio in cambio del bambino reale[525]. Chiusa finalmente fu la tragica scena coll'esecuzione dell'Imperatore stesso nel ventesimo anno del suo regno, e sessantesimoterzo dell'età sua. I corpi del padre e de' cinque suoi figli furono gettati in mare, ed esposte le teste in Costantinopoli agl'insulti ed alla compassione del popolo; nè prima che apparissero indizii di putrefazione, Foca volle consentire che si desse privata sepoltura a que' venerabili avanzi. In quella tomba umanamente si sotterrarono i falli e gli errori di Maurizio. Più non si rimembrò che il suo misero fato, ed in capo a vent'anni, nel leggersi l'istoria di Teofilatto, il doglioso racconto fu interrotto dalle lagrime degli ascoltatori[526]. Lagrime siffatte scorsero certamente in secreto, e colpevole si sarebbe reputata una tale pietà, durante il regno di Foca, il quale pacificamente fu riconosciuto sovrano dalle province dell'Oriente e dell'Occidente. Le immagini dell'Imperatore e di sua moglie Leonzia furono esposte nel Laterano alla venerazione del Clero e del Senato di Roma, poi depositate nel palazzo de' Cesari, tra quelle di Costantino e di Teodosio. Era dovere di Gregorio, come suddito e come Cristiano, di sottoporsi al governo stabilito; ma il lieto applauso, con che egli saluta la fortuna dell'assassino, ha bruttato d'indelebil macchia il carattere del Santo. Il successore degli Apostoli avrebbe potuto con dicevol fermezza inculcare il delitto del sangue sparso e la necessità del pentimento; ma egli godè nel celebrare la liberazione del popolo e la caduta dell'oppressore; nel rallegrarsi che la provvidenza abbia innalzata la pietà e la benignità di Foca al trono imperiale; nel pregare che le mani di lui possano esser fortificate contro i suoi nemici, e nell'esprimere un desiderio, forse una profezia, che dopo un lungo e trionfante Impero, egli possa esser trasportato da un regno temporale ad un regno celeste[527]. Io ho già descritto i progressi di una rivoluzione così gradita, nell'opinione di Gregorio, al cielo ed alla terra, e Foca non si mostrò men odioso nell'esercizio che nell'acquisto del potere. Il pennello di uno storico imparziale ha delineato il ritratto di un mostro[528]; la piccola e deforme sua persona, gli ispidi cigli da niun intervallo disgiunti, i capelli rossi, il mento senza barba, e la gota disfigurata e scolorata da una formidabile cicatrice. Ignorava le lettere, le leggi ed eziandio le armi: egli nella dignità suprema non vide che un più ampio privilegio di darsi alla lussuria ed all'ubbriachezza, ed i brutali suoi piaceri erano od oltraggiosi pe' suoi sudditi o vituperevoli ad esso. Senza assumere l'uffizio di un Principe, egli abbandonò la professione di soldato; ed il regno di Foca afflisse l'Europa con una pace ignominiosa, e l'Asia con una guerra desolatrice. Il selvaggio suo naturale veniva acceso dalle passioni, indurito dal timore, esacerbato dalla resistenza o dal rimprovero. La fuga di Teodosio alla corte di Persia era stata impedita da un rapido inseguimento e da un ingannevol messaggio: questi fu decapitato a Nicea, e le ultime ore del giovane Principe ebbero a raddolcimento i conforti della religione e la consapevolezza dell'innocenza. Con tuttociò il suo fantasma perturbava il riposo dell'usurpatore: si sparse per l'Oriente una voce che il figlio di Maurizio vivesse tuttora; il popolo aspettava il suo vendicatore, e la vedova e le figlie dell'ultimo Imperatore avrebbero adottato per loro figlio e fratello il più abbietto degli uomini. Nel macello della famiglia Imperiale[529] la clemenza, o piuttosto la prudenza di Foca avea risparmiato queste donne infelici che decentemente furono confinate in una casa privata. Ma nell'animo dell'Imperatrice Costantina vivea mai sempre la memoria del padre, del fratello, e de' figli, ond'ella aspirava alla libertà ed alla vendetta. Nell'orror di una notte ella fuggissene al santuario di S. Sofia, ma le sue lagrime, e l'oro di Germano, suo cooperatore, non valsero ad eccitare una sollevazione. La vita di lei diveniva sacra alla vendetta, anzi alla giustizia; ma il Patriarca, ne ottenne la salvezza, facendosene mallevadore con giuramento: e la vedova di Maurizio consentì a profittare e ad abusare della clemenza del suo assassino. La scoperta od il sospetto di una seconda cospirazione, sciolse l'impegno, e raccese il furore di Foca. Una matrona che comandava il rispetto e la pietà degli uomini, figlia, moglie e madre d'Imperatori, venne posta alla tortura, come il malfattore più vile, per forzarla a confessare i suoi disegni ed i suoi compiici. L'Imperatrice Costantina fu decapitata, insieme con tre figlie innocenti, a Calcedonia su quel suolo istesso che lordato era ancora dal sangue di suo marito e de' suoi cinque figliuoli. Dopo un tale esempio, riuscirebbe superfluo il noverare i nomi ed i patimenti delle vittime meno illustri. Di rado la condanna loro era preceduta dalle forme di un processo, ed attossicato n'era il supplizio dai raffinamenti della crudeltà: si traforavano gli occhi, si strappava la lingua dalle fauci, si troncavano i piedi e le mani. Alcuni spiravano sotto il flagello, altri in mezzo alle fiamme, altri a colpi di frecce; ed una semplice morte spedita era un atto di clemenza che di rado si poteva ottenere. L'Ippodromo, il sacro asilo de' piaceri e della libertà de' Romani, fu contaminato di teste e di membra e di cadaveri sbranati; e gli antichi compagni di Foca ben sentirono che il suo favore od i loro servizj non potevano camparli dal furore di un tiranno[530] che degnamente gareggiava co' Caligola o co' Domiziani del primo secolo dell'Impero. [A. D. 610] Foca diede la figlia, unica sua prole, in matrimonio al patrizio Crispo[531] e le regali immagini dello sposo e della sposa sconsigliatamente furono collocate nel Circo, accanto all'Imperatore. Il padre potea desiderare che la sua posterità godesse il frutto de' suoi delitti: ma il monarca si offese di questa prematura e popolare associazione. I Tribuni della fazion verde che accusarono i loro scultori dell'officioso errore, furono condannati ad instantanea morte. Le preghiere del popolo ottennero la grazia loro; ma Crispo dovea ragionevolmente dubitare che un usurpator geloso non dimenticherebbe, nè perdonerebbe l'involontaria sua competenza. La fazion verde era disgustata per l'ingratitudine di Foca, e la perdita de' suoi privilegi; ogni provincia dell'Imperio era matura per la ribellione; ed Eraclio, Esarca d'Affrica, persisteva da quasi due anni in ricusare ogni obbedienza o tributo al Centurione che disonorava il trono di Costantinopoli. I secreti messi di Crispo e del Senato sollecitarono l'indipendente Esarca a salvare ed a governar la sua patria. Ma l'ambizione in lui era raffreddata dagli anni, onde commise la pericolosa impresa al suo figlio Eraclio, ed a Niceta, figlio di Gregorio, suo luogotenente ed amico. Si armarono da due giovani avventurieri le forze dell'Affrica; essi andarono intesi che uno navigherebbe un'armata da Cartagine a Costantinopoli, mentre l'altro condurrebbe un esercito per l'Egitto e l'Asia, e che la porpora imperiale sarebbe il guiderdone della sollecitudine e della vittoria. Venne un debil romore de' lor disegni all'orecchio di Foca, e la moglie e la madre del giovane Eraclio furono soprattenute, ad ostaggi della fede di esso: ma le traditoresche arti di Crispo impicciolirono il lontano pericolo; si trascurarono o ritardarono i mezzi della difesa; ed il tiranno dormì nell'indolenza, sino al momento in cui l'armata Affricana gettò l'ancora nell'Ellesponto. Sotto il stendardo di Eraclio si raccolsero i fuggitivi e gli esuli che sete aveano di vendetta; i suoi vascelli la cui alta poppa era adorna de' sacri simboli della religione[532], volsero il trionfante corso verso la Propontide; e Foca, dalle finestre del suo palagio, vide il soprastante, inevitabil suo fato. La fazione verde si lasciò trarre con doni e promesse ad opporre una debole e vana resistenza allo sbarco degli Affricani; ma il popolo e le guardie stesse furono determinate dal tempestivo passaggio di Crispo alla parte contraria; ed il tiranno fu arrestato da un semplice cittadino, il quale audacemente invase la solitudine del palazzo. Spogliato del diadema e dell'ostro, avvolto in misere vesti, e carico di catene egli venne trasportato in un barchetto alla galea imperiale di Eraclio, il quale gli rinfacciò i misfatti dell'abbominevol suo regno. «Governerai tu meglio»? Furono le estreme parole mandate dalla disperazione di Foca. Poscia che sofferto egli ebbe ogni maniera di tormenti e di vilipendj, gli fu reciso il capo; ed il mutilato busto fu dato alle fiamme, nè diversamente si videro trattate le statue del superbo usurpatore, e la sediziosa bandiera della fazion verde. La voce del Clero, del Senato e del Popolo invitò Eraclio a salir sopra il trono che purificato egli avea dal delitto e dall'ignominia; dopo un qualche grazioso esitare, egli si arrese a' loro desiri. La sua incoronazione fu accompagnata da quella di sua moglie Eudossia; e la discendenza loro fino alla quarta generazione, continuò a reggere l'Impero orientale. Facile e prospero era stato il viaggio di Eraclio; Niceta non trasse a fine la tediosa sua marcia prima che decisa fosse la lite; ma senza mormorare ei si sommise alla fortuna del suo amico, e premiate ne furono le lodevoli intenzioni con una statua equestre, e colla mano della figlia dell'Imperatore. Più difficile era il por sicurezza nella fedeltà di Crispo, di cui s'erano ricompensati i recenti servigj col comando dell'esercito di Cappadocia. La sua arroganza tosto provocò, e parve scusare l'ingratitudine del suo nuovo Sovrano. In presenza del Senato, il genero di Foca fu condannato ad abbracciare la vita monastica; e si giustificò la sentenza dall'autorevole osservazione di Eraclio, che l'uomo il quale avea tradito il suo padre, non poteva essere fedele al suo amico[533]. [A. D. 603] Anche dopo la morte di Foca, la Repubblica gemè travagliata pe' suoi delitti, i quali armarono del pretesto di una pia causa il più formidabile de' suoi nemici. Secondo le amichevoli ed eguali formalità, stabilite tra la corte Bizantina e la Persiana, egli annunziò a Cosroe il suo esaltamento al trono; e Lilio che presentato gli avea le teste di Maurizio e de' suoi figliuoli, gli parve idoneo a descrivere le circostanze di quella tragica scena[534]. Checchè si facesse dalla finzione e dal sofisma per colorare il racconto, Cosroe torse con orrore gli sguardi dall'assassino, fece porre in ceppi il preteso ambasciatore, non riconobbe l'usurpatore, e si dichiarò il vindice del suo padre e benefattore. I sensi di dolore e di sdegno che l'umanità dovea provare, e dettare l'onore, si univano in quell'occasione a promovere l'interesse del Re Persiano; e quest'interesse era altamente magnificato dai pregiudizj nazionali e religiosi dei Magi e dei Satrapi. In uno stile di adulazione artificiosa, che usurpava la favella della libertà, essi ardirono di biasimare l'eccesso della sua gratitudine ed amicizia verso i Greci, nazione con cui era pericoloso lo stringere pace o alleanza; la cui superstizione andava priva di verità e di giustizia, e che incapace esser dovea di ogni virtù, poichè potevano commettere il più atroce di tutti i delitti, l'empio assassinio del proprio sovrano[535]. Pel delitto di un Centurione ambizioso, la nazione, che egli oppresse, fu punita colla calamità della guerra; e le stesse calamità, in capo a vent'anni, si riversarono raddoppiate sopra le teste de' Persiani[536]. Il Generale che avea riposto Cosroe in trono, comandava tuttora in Oriente, ed il nome di Narsete era il formidabil suono, con cui le madri dell'Assiria solevano impaurire i loro fanciulli. Non è improbabile che Narsete, natìo della Persia, animasse il suo Signore ed amico a liberare e possedere le province dell'Asia. Più probabile è ancora che Cosroe confortasse le sue truppe colla sicurezza, che la spada cui più paventavano si rimarrebbe nel fodero, o verrebbe snudata in lor favore. L'eroe non potea por sicurtà nella fede di un tiranno; ed il tiranno conosceva quanto poco ei si meritasse l'obbedienza di un eroe. Narsete fu spogliato del comando militare; egli innalzò lo stendardo dell'indipendenza a Gerapoli in Siria; fu tradito da promesse fallaci, ed arso vivo sulla piazza del mercato in Costantinopoli. Prive del solo Capo che potessero temere o estimare le schiere che guidate egli avea alla vittoria, furono per ben due volte rotte dalla cavalleria, calpestate dagli elefanti, e trafitte dagli strali de' Barbari; ed un gran numero di prigionieri fu decapitato sul campo di battaglia per sentenza del vincitore, il quale potea giustamente condannare que' sediziosi mercenarj, come gli autori od i complici della morte di Maurizio. Durante il regno di Foca, le fortificazioni di Merdino, di Dara, di Amida e di Edessa, successivamente vennero assediate, espugnate e distrutte dal monarca Persiano, il quale passò l'Eufrate, occupò Gerapoli, Calcide e Berrea od Aleppo, città della Siria, poi cinse le mura di Antiochia delle sue irresistibili armi. Sì rapidi successi manifestarono la decadenza dell'Impero, l'incapacità di Foca, e il disamor de' suoi sudditi. Un impostore che si diceva il figlio di Maurizio[537], ed il legittimo erede dell'Impero seguiva il campo di Cosroe, il quale offeriva, di tal guisa, alle province un decente pretesto di sommissione o di rivolta. [A. D. 611] Il primiero messaggio che Eraclio ricevè dall'Oriente[538], gli annunziò che Antiochia era perduta, ma l'attempata metropoli, sì spesso rovesciata da tremuoti o saccheggiata da' nemici, offrì a' Persiani pochi tesori da predare, e poco sangue da spargere. Egualmente vittoriosi e più fortunati essi furono nel sacco di Cesarea, capitale della Cappadocia; e quanto più avanzavano oltre i baluardi della frontiera, limite dell'antica guerra, tanto meno di resistenza e tanto più copiosa messe incontravano. La dilettosa valle di Damasco è stata in ogni tempo adorna di una regale città; l'oscura felicità di essa ha sfuggito finora allo storico dell'Impero Romano. Ma Cosroe riposò le sue truppe nel paradiso di Damasco, prima di salire i balzi del Libano, o d'invadere le città della costa Fenicia. [A. D. 614] La conquista di Gerusalemme[539], meditata altra volta da Nushirwan, fu tratta a fine dallo zelo e dall'avarizia del suo nipote. Lo spirito intollerante dei Magi chiedeva a tutto potere la rovina del più augusto monumento della Cristianità; e Cosroe potè arruolare per quella santa guerra un esercito di ventiseimila Ebrei, che supplirono in qualche modo col furor dello zelo alla mancanza del valore e della disciplina. Soggiogata che fu la Galilea e la regione di là del Giordano, per la cui resistenza pare che si ritardasse il fato della capitale, Gerusalemme stessa fu presa di assalto. Il sepolcro di Cristo, e le magnifiche Chiese di Elena e di Costantino, vennero consumate od almeno guaste dalle fiamme; ed un solo giorno sacrilego vide poste a sacco le devote offerto di trecent'anni; il vincitore fece trasportare in Persia il Patriarca Zaccaria e la -Vera Croce-, e lo scempio di novantamila Cristiani viene imputato agli Ebrei ed agli Arabi che aumentavano il disordine della marcia Persiana. I fuggitivi della Palestina furono accolti in Alessandria dalla carità dell'Arcivescovo Giovanni, il quale fra la turba de' Santi vien distinto coll'epiteto di -Elemosiniere-[540], e le rendite della Chiesa, insieme con un tesoro di trecentomila lire sterline, furono restituite ai veri loro proprietarj, i poveri di ogni paese e d'ogni denominazione. Ma l'Egitto medesimo, la sola provincia, che, dal tempo di Diocleziano in poi, fosse andata esente dalla guerra straniera ed interna, fu di nuovo soggiogato dai successori di Ciro. Pelusio, la chiave di quell'impenetrabil paese si lasciò sorprendere dalla cavalleria de' Persiani; impunemente essi varcarono gl'innumerabili canali del Delta e scorsero la lunga valle del Nilo, dalle piramidi di Menfi sino ai confini dell'Etiopia. Alessandria avrebbe potuto venir soccorsa da una forza navale, ma l'Arcivescovo ed il Prefetto s'imbarcarono alla volta di Cipro, e Cosroe entrò nella seconda città dell'Impero, che ancor serbava un dovizioso avanzo d'industria e di commercio. L'occidentale trofeo del Gran Re fu innalzato, non sulle mura di Cartagine[541], ma nelle vicinanze di Tripoli le colonne greche di Cirene furono finalmente estirpate; ed il conquistatore, calcando le orme di Alessandro, ritornò in trionfo per le arene del deserto Libico. [A. D. 626] Nella prima campagna, un altro esercito si avanzò dall'Eufrate al Bosforo Tracio: Calcedonia si arrese dopo un lungo assedio, ed un campo Persiano si mantenne per più di dieci anni al cospetto di Costantinopoli. La spiaggia del Ponto, la città di Ancira, e l'isola di Rodi si annoverarono fra le ultime conquiste del Gran Re; e se Cosroe avesse posseduto qualche forza marittima, l'illimitata sua ambizione avrebbe sparso la schiavitù e la desolazione sopra le province dell'Europa. Dalle rive lungamente contese del Tigri e dell'Eufrate, il regno del nipote di Nushirvan subitamente si estese all'Ellesponto ed al Nilo, antichi limiti della monarchia Persiana. Ma le province, foggiate da una consuetudine di sei secoli alle virtù ed ai vizi de' Romani, sopportavano di mal animo il giogo de' Barbari. L'idea di una Repubblica era tenuta ognor viva dalle instituzioni, od almeno dagli scritti de' Greci e de' Romani, ed i sudditi di Eraclio aveano sin dall'infanzia imparato a profferire i vocaboli di libertà e di legge. Ma i Principi dell'Oriente, per orgoglio o per politica, usarono in ogni tempo di spiegare i titoli e gli attributi dell'onnipotenza loro; di far sentire alle nazioni la schiavitù e l'abbiezione in cui giacciono, e di aggravare, con crudeli ed insolenti minacce, il rigore de' loro comandi assoluti. Scandalezzati erano i Cristiani dell'Oriente dall'adorazione del fuoco, e dall'empia dottrina dei due Principi: nè i Magi erano meno intolleranti de' Vescovi, ed il martirio di alcuni Persiani nativi, che abbandonata aveano la religione di Zoroastro[542], apparve come il preludio di una fiera e generale persecuzione. Le leggi oppressive di Giustiniano aveano cangiato in nemici dello Stato gli avversari della Chiesa; la lega degli Ebrei, de' Nestoriani e de' Giacobiti, avea contribuito alle vittorie di Cosroe, ed il favore ch'egli parzialmente compartiva ai settari, suscitò l'odio ed i timori del clero cattolico. Consapevole di quell'odio e di questi timori, il conquistatore Persiano governò con uno scettro di ferro i nuovi suoi sudditi; e come se poco fidasse nella stabilità del suo dominio, egli dispogliò l'opulenza loro con gli smoderati tributi e la licenziosa rapina; denudò o demolì i templi dell'Oriente, e trasportò negli ereditari suoi regni l'oro e l'argento, i marmi preziosi, le arti e gli artefici delle città asiatiche. Nell'oscuro dipinto delle calamità dell'Impero[543] non è agevole di scorgere la figura di Cosroe stesso, di sceverare le sue azioni da quelle de' suoi luogotenenti, o di determinare il personale suo merito in mezzo al general bagliore della gloria e della magnificenza. Con ostentazione egli godeva i frutti della vittoria, e frequentemente dai travagli della guerra si rifuggiva alla voluttà della Reggia. Ma per lo spazio di ventiquattro anni, qualche idea di superstizione o di dispetto lo rattenne dall'avvicinarsi alle mura di Ctesifonte; e la favorita sua residenza di Artemita o Dastagerda, giaceva di là dal Tigri[544], sessanta miglia circa a settentrione della capitale. Gli addiacenti pascoli erano coperti di greggi e di armenti: il paradiso ossia il parco fra pieno di fagiani, di pavoni, di struzzi, di caprioli e di cignali, ed alle volte si discioglievano delle tigri e de' leoni per somministrare il piacere di una caccia più ardimentosa: si mantenevano novecento e sessanta elefanti per l'uso e il fasto del Gran Re: i suoi padiglioni ed il suo bagaglio erano portati in campo da dodicimila cammelli di razza grande e da ottomila di razza più piccola[545]: e le stalle reali contenevano seimila muli e cavalli, tra' quali i nomi di Shebdiz e di Barid eran rinomati per l'agilità o la bellezza loro. Seimila guardie successivamente facevano la scolta innanzi il palazzo; al servizio degli appartamenti interni . vegliavano dodicimila schiavi, e nel novero di tremila vergini, le più bello dell'Asia, qualche fortunata concubina consolava talvolta il suo Signore della vecchiezza o dell'indifferenza di Sira. I vari tesori d'oro, d'argento, di gemme, di seta e di aromati, stavano rinchiusi in cento sotterraneo volte, e la camera -Badaverde- denotava l'accidentale dono dei venti che recato aveano le spoglie di Eraclio in uno de' porti della Siria occupati dal suo rivale. La voce dell'adulazione, e forse della finzione, non arrossisce di contare i trentamila ricchi tappeti onde le pareti erano adorne; le quarantamila colonne di argento, o più probabilmente di marmo e di legno coperte di lastre di argento, che sostenevano i tetti; ed i mille globi d'oro sospesi da una cupola, ad imitare i moti de' pianeti e le costellazioni del zodiaco[546]. Intanto che il monarca Persiano stava contemplando le meraviglie della sua arte e del suo potere, egli ricevè una lettera da un oscuro cittadino della Mecca, che lo invitava a riconoscere Maometto come l'apostolo di Dio. Il Re disdegnò l'invito, e fece a pezzi la lettera. «Ed in questa guisa,» sclamò il profeta Arabo, «Iddio farà a pezzi il regno, e disdegnerà le suppliche di Cosroe». Posto sui limiti dei due vasti Imperi dell'Oriente[547], Maometto osservava con secreta gioia il progresso della reciproca lor distruzione; e nel mezzo appunto dei trionfi della Persia, egli si avventurò a predire, come innanzi che passasser molt'anni, la vittoria avrebbe fatto ritorno ai vessilli Romani[548]. Il tempo in cui dicesi che seguisse questa profezia, era certamente quello in cui più lontano ne parea l'adempimento, poichè i primi dodici anni del regno di Eraclio annunziavano la prossima dissoluzione dell'Impero. Se puri ed onorevoli fossero stati i motivi di Cosroe, egli avrebbe dovuto por fine alla contesa quando Foca fu spento, ed abbracciare, come il miglior suo alleato, quel fortunato Affricano che sì generosamente avea vendicato gli oltraggi del suo benefattore Maurizio. La continuazione della guerra chiarì il vero carattere del Barbaro, e le supplichevoli ambasciate di Eraclio onde implorare dalla sua clemenza che risparmiasse gli innocenti, accettasse un tributo, e donasse al mondo la pace, rigettate furono con dispregevol silenzio o con insolenti minacce. La Siria, l'Egitto e le province dell'Asia, erano soggiogate dalle armi Persiane, mentre l'Europa da' confini dell'Istria sino alla lunga muraglia della Tracia, era oppressa dagli Avari non saziati dal sangue o dalla rapina della guerra Italiana. Con freddo animo essi avean trucidato i loro prigionieri maschi, nel campo sacro della Pannonia; ridotte a servitù furono le donne e i fanciulli, e le più nobili vergini si videro abbandonate alla indistinta lussuria de' Barbari. L'amorosa matrona che avea aperto le porte del Friuli, passò una breve notte nelle braccia del suo drudo reale: la sera appresso, Romilda fu condannata agli abbracciamenti di dodici Avari, ed il terzo giorno la principessa Lombarda fu impalata al cospetto del campo, mentre il Cacano con crudele sorriso avvertiva che un simigliante marito era la degna ricompensa della sua dissolutezza e perfidia[549]. Questi formidabili nemici insultavano ed assediavano Eraclio da tutte le bande, e ridotto era il Romano Impero alle mura di Costantinopoli, con qualche avanzo della Grecia, dell'Italia e dell'Affrica, e con qualche città marittima della costa Asiatica da Tiro a Trebisonda sulle coste dell'Asia. Dopo la perdita dell'Egitto, la capitale patì la carestia e la peste; e l'Imperatore, inabile a resistere e fuor di speranza di ricever soccorso, avea deliberato di trasferire se stesso ed il governo nella più sicura residenza di Cartagine. Già cariche erano le sue navi de' tesori della Reggia, ma rattenuta ne venne la fuga per opera del Patriarca il quale armò i poteri della Religione in difesa della patria; condusse Eraclio all'altare di S. Sofia, e ne riscosse un solenne giuramento di vivere e di morire insieme col popolo che Iddio aveva affidato alle sue cure. Nelle pianure della Tracia accampava il Cacano, ma dissimulava i perfidi suoi disegni, e chiedeva un abboccamento coll'Imperatore presso la città di Eraclea. Con equestri giuochi si celebrò la riconciliazione loro; il Senato ed il Popolo nelle più allegre lor vesti accorsero alla festività della pace, e gli Avari mirarono con invidia e desiderio, lo spettacolo del lusso Romano. In un subito, l'Ippodromo fu circondato dai cavalli Scitici, che aveano accelerato la secreta e notturna lor marcia. Il tremendo suono della frusta del Cacano diede il segnal dell'assalto; ed Eraclio, ravvolgendosi il diadema intorno al braccio, scampò, per somma ventura, mercè della velocità del suo cavallo. Così rapido fu l'inseguire degli Avari, ch'essi quasi entrarono per la porta aurea di Costantinopoli in una colle turbe fuggenti[550]; ma il saccheggio de' sobborghi premiò il lor tradimento, ed essi trasportarono di là dal Danubio dugento e settantamila prigioni. Sul lido di Calcedonia, l'Imperatore tenne un più sicuro congresso con un più onorato nemico, il quale, prima che Eraclio scendesse dalla galea, salutò con riverenza e pietà la maestà della porpora. L'amichevole offerta, fatta da Sain, generale Persiano, di condurre un'ambasceria alla presenza del Gran Re, con fervida riconoscenza fu accolta, e la preghiera di perdono e di pace umilmente fu presentata dal Prefetto del Pretorio, dal Prefetto della città, e da uno de' primi ecclesiastici della chiesa patriarcale[551]. Ma il luogotenente di Cosroe avea fatalmente interpretato a rovescio le intenzioni del suo Signore. «Non già Ambasciatori» disse il tiranno dell'Asia, «ma bensì la stessa persona di Eraclio, avvinto in catene, egli doveva trarre al piè del mio trono. Io non farò mai pace coll'Imperator de' Romani, sintantochè egli abbia abbiurato il suo Dio crocifisso, ed abbracciato il culto del Sole». Sain fu scorticato vivo, giusta la pratica disumana del suo paese; ed il separato e rigoroso confino degli ambasciatori, tradì la legge delle nazioni, e la fede di un'espressa stipulazione. Tuttavia sei anni di sperienza avvertirono il monarca Persiano che rinunziare ei dovea finalmente all'idea di conquistare Costantinopoli, e lo mossero a specificare l'annuo tributo o riscatto dell'Imperio Romano, consistente in mille talenti d'oro, mille talenti di argento, mille vesti di seta, mille cavalli e mille vergini. Eraclio sottoscrisse questi ignominiosi patti; ma il tempo e lo spazio ch'egli ottenne per raccogliere que' tesori dalla povertà dell'Oriente, avvedutamente furono impiegati ne' preparativi di un audace e disperato attacco. [A. D. 621] Fra tutti i caratteri luminosamente notati dall'Istoria, quello di Eraclio è forse uno de' più straordinari ed incoerenti. Ne' primi e negli ultimi anni di un lungo regno, l'Imperatore si mostra quale schiavo dell'ozio, del piacere e della superstizione, qual negligente ed impotente spettatore delle pubbliche calamità. Ma le languide nebbie del mattino e della sera, sono separate dal folgore del Sole al merigge. L'Arcadio della reggia, sorge il Cesare del campo, e l'onore di Roma e di Eraclio viene gloriosamente riparato dalle imprese e da trofei di sei campagne piene di baldanza e di rischio. Era dovere degli Storici Bizantini il rivelarci le cagioni del suo letargo e della sua vigilanza. Così distanti da que' tempi, noi possiamo soltanto congetturare che dotato ei fosse più di personal coraggio che di politica risoluzione; che rattenuto fosse dai vezzi e forse dagli artifizi di sua nipote Martina, colla quale, dopo la morte di Eudossia, egli contrasse un incestuoso maritaggio[552], e che cedesse ai codardi avvisi de' consiglieri, i quali sostenevano qual legge fondamentale, che l'Imperatore non doveva mai cimentarsi nel campo[553]. Forse egli si riscosse dal letargo all'ultima insolente domanda del conquistatore Persiano; ma nel momento in cui Eraclio sfolgorò come un eroe, le sole speranze dei Romani eran poste nelle vicende della fortuna, che potea minacciare l'orgogliosa prosperità di Cosroe, e mostrarsi favorevole a quelli ch'erano aggiunti all'ultimo periodo della depressione[554]. Prima cura dello Imperatore fu il provvedere alle spese della guerra; ed affine di raccogliere il tributo invocò la benevolenza delle province Orientali. Ma l'entrata più non discorreva per gli usati canali; il credito di un Principe arbitrario è annichilato dal suo stesso potere; ed il coraggio di Eraclio si spiegò prima di tutto nel prendere in prestito le consacrate ricchezze delle Chiese col voto solenne di restituire, con usura, tuttociò che sarebbe costretto ad impiegare in servizio della Religione e dell'Impero. Pare che il clero istesso fosse commosso dalla pubblica infelicità, e l'oculato Patriarca d'Alessandria, senza voler permettere un sacrilegio assistette il suo sovrano, mediante la miracolosa od opportuna rivelazione di un tesoro secreto[555]. Dei soldati che avean cospirato insieme con Foca, si trovò che due soltanto erano sopravvissuti ai colpi del tempo e dei Barbari[556]. La perdita eziandio di questi sediziosi veterani, venne imperfettamente riparata dalle nuove leve di Eraclio, e l'oro del Santuario raccolse in uno stesso campo i nomi e le armi e la favella dell'Oriente e dell'Occidente. L'Imperatore sarebbe stato pago se gli Avari si fossero tenuti neutrali; e l'amichevole invito ch'egli fece al Cacano di non diportarsi come nemico, ma come custode dell'Impero, fu accompagnato dal più persuadente donativo di dugentomila monete d'oro. Due giorni dopo la festa di Pasqua, l'Imperatore cangiata la porpora nel semplice abito di un penitente e di un guerriero[557], diede il segnale della dipartenza. Alla fede del popolo, Eraclio raccomandò i suoi figliuoli, commise il poter civile ed il militare alle mani più degne; e nella prudenza del Patriarca e del Senato pose l'autorità di salvare o di arrendere Costantinopoli ove durante la sua lontananza, forse oppressa dalle forze superiori dell'inimico. [A. D. 622] Di tende e d'armi vedeansi coperte le vicine alture di Calcedonia, ma se temerariamente condotte si fossero le nuove leve di Eraclio all'attacco, una vittoria de' Persiani alla vista di Costantinopoli, sarebbe stato l'ultimo giorno del Romano Impero. Nè meno imprudente partito doveva riuscir quello d'innoltrarsi nelle province dell'Asia, lasciando l'innumerevole cavalleria libera di tagliar fuori i convogli e di tribolar del continuo la stanca e disordinata retroguardia. Ma i Greci erano ancora padroni del mare: una flotta di galee, di navi da trasporto, di barche da vettovaglie era adunata nel porto; i Barbari al soldo di Eraclio consentirono ad imbarcarsi; un buon vento gli portò fuori dell'Ellesponto; le coste occidentali e meridionali dell'Asia Minore stendevansi alla sinistra loro, l'intrepidezza del loro Capo si mostrò all'aperto in una tempesta, e perfino gli eunuchi della sua comitiva furono dall'esempio del loro Signore tratti a soffrire e ad operare. Egli sbarcò le sue truppe sui confini della Siria e della Cilicia, nel golfo di Scanderoon, dove la costa tutto ad un tratto volge a mezzogiorno[558], e la scelta di questo porto importante fece prova del suo discernimento[559]. Da tutte le parti, le sparse guernigioni delle città marittime e de' monti potean raccogliersi con prontezza e sicurezza intorno all'imperiale vessillo. Le fortificazioni naturali della Cilicia difendevano e quasi occultavano il campo di Eraclio ch'era piantato presso all'Isso sul terreno medesimo, dove Alessandro sconfisse l'armata di Dario. L'angolo occupato dall'Imperatore era profondamente internato in un vasto semicircolo composto dalle province Asiatiche, Armene e Siriache, ed a qualunque punto della circonferenza egli volesse dirizzare l'attacco, agevole gli riusciva dissimulare le sue mosse ed antivenire quelle del nemico. Nel campo d'Isso, il Generale romano riformò la scioperaggine ed il disordine de' veterani, ed ammaestrò le nuove reclute nel conoscimento e nella pratica delle militari virtù. Spiegando all'aure la miracolosa immagine di Cristo, gli esortò a -vendicare- i sacri altari, profanati dagli adoratori del fuoco, e chiamandoli co' dolci nomi di figli e di fratelli, deplorò le pubbliche e private traversie della Nazione. I sudditi di un monarca si lasciaron persuadere che combattevano per la libertà, ed un somigliante entusiasmo passò nell'animo de' mercenarj stranieri, i quali con eguale indifferenza dovean mirare gl'interessi di Roma o que' della Persia. Eraclio egli stesso, coll'abilità e colla pazienza di un Centurione, inculcava i precetti della tattica, ed i soldati venivano assiduamente addestrati nell'uso delle armi, negli esercizj e nelle evoluzioni del campo. La cavalleria e l'infanteria, grave armata o leggiera, era divisa in due parti. Le trombe occupavano il centro, ed il loro suono regolava la marcia, la carica, la ritirata o l'inseguimento, l'ordine diretto o l'obbliquo, la falange profonda od estesa; e si rappresentavano le operazioni della vera guerra con fittizj combattimenti. Qualunque travaglio dall'Imperatore si prescrivesse alle truppe, vi si sommetteva con eguale severità egli stesso; il lavoro, il vitto, il sonno de' soldati era misurato dalle inflessibili leggi della disciplina, e, senza dispregiare il nemico, essi impararono a porre un'implicita fidanza nel proprio valore e nella saggezza del lor condottiere. La Cilicia tostamente fu circondata dalle armi Persiane; ma la cavalleria loro esitò a cacciarsi dentro le gole del monte Tauro, sinchè non furono presi alle spalle dalle evoluzioni di Eraclio, il quale insensibilmente circondò la retroguardia nemica, mentre pareva presentar la sua fronte in ordine di battaglia. Mediante un falso movimento, col quale faceva le viste di minacciar l'Armenia, ei gli trasse, contro lor voglia, ad una battaglia generale. Adescati essi furono dall'artificioso disordine del suo campo; ma quando si avanzarono per combattere, il terreno, il sole, e l'aspettativa de' due eserciti, si trovarono contrarii ai Barbari. I Romani con buon successo rinnovarono sul campo di battaglia i loro guerrieri esercizj[560], e l'evento della giornata chiarì al mondo, che i Persiani non erano invincibili, e che un eroe vestiva la porpora. Forte per la vittoria e la fama acquistata, Eraclio arditamente ascese i gioghi del monte Tauro, mosse il campo verso le pianure della Cappadocia, e stabilì le sue truppe, per la stagione invernale, in sicuri e ben provveduti alloggiamenti sulle rive del fiume Ali[561]. Superiore era il suo animo alla vanità di sfoggiare in Costantinopoli un imperfetto trionfo: ma indispensabilmente facea mestieri della presenza dell'Imperatore per calmare l'irrequieto e rapace ardire degli Avari. [A. D. 623-624-625] Da' giorni di Scipione e di Annibale in poi, non si era tentata un'impresa più audace di quella che Eraclio mandò ad effetto per liberare l'Impero[562]. Ei lasciò che i Persiani opprimessero per qualche tempo le province, ed impunemente insultassero la capitale dell'Oriente: mentre l'Imperatore romano s'apriva la perigliosa sua strada a traverso il Mar Nero[563] ed i monti dell'Armenia; s'internava nel cuor della Persia[564] e richiamava gli eserciti del Gran Re alla difesa della straziata lor patria. Con una scelta mano di cinquemila soldati, Eraclio navigò da Costantinopoli a Trebisonda; raccolse le sue forze che aveano svernato nelle regioni del Ponto; e dalla foce del Fasi fino al Mar Caspio confortò i suoi sudditi ed alleati a muovere col successore di Costantino sotto il fedele e vittorioso vessillo della Croce. Allorquando le legioni di Lucullo e di Pompeo passarono per la prima volta l'Eufrate, esse arrossirono della facile lor vittoria sopra i natii dell'Armenia. Ma la lunga sperienza della guerra aveva indurato gli animi ed i corpi di quel popolo effeminato; si mostrò l'ardore e l'intrepidezza loro nella difesa di un decadente Impero; essi abborrivano e paventavano l'usurpazione della casa di Sassan, e la memoria della persecuzione inveleniva il pio lor odio contro i nemici di Cristo. I limiti dell'Armenia, come era stata ceduta all'Imperatore Maurizio si stendevano sino all'Arasse; il fiume si sommise all'oltraggio di un ponte[565], ed Eraclio, premendo i vestigi di Marc'Antonio, si dirizzò verso la città di Tauride o Gandzaca,[566] antica e moderna capitale di una delle province della Media. Cosroe stesso, alla testa di quarantamila uomini, era tornato da qualche spedizione lontana per opporsi ai progressi delle armi Romane; ma egli ritirossi all'avvicinarsi di Eraclio, non accettando la generosa alternativa della pace o della battaglia. In luogo di un mezzo milione di abitatori che attribuiti vennero a Tauride sotto il regno dei Sofi, la città non conteneva più di tremila case; ma il valsente de' tesori reali in essa rinchiusi consideravansi di gran valore, attesa la tradizione ch'essi fossero le spoglie di Creso, ivi trasportate per opera di Ciro dalla cittadella di Sardi. Le rapide conquiste di Eraclio non furono sospese che dalla stagione d'inverno; un motivo di prudenza, o di superstizione[567] lo determinò a ritirarsi nella provincia di Albania, lungo i lidi del Caspio; e le sue tende probabilmente si piantarono nelle pianure di Mogan[568], accampamento favorito de' Principi Orientali. Nel corso di questa fortunata incursione, segnalò egli lo zelo e la vendetta di un Imperatore Cristiano; per suo cenno i soldati estinsero il fuoco, e distrussero i templi de' Magi: le statue di Cosroe, che aspirava agli onori divini, furono date alle fiamme, e le rovine di Tebarma od Ormia[569], che avea dato i natali a Zoroastro, servirono in qualche modo ad espiare gli oltraggi fatti al santo Sepolcro. Uno spirito di religione più puro spiccò nel sollievo e nella liberazione di cinquantamila prigionieri. Ricompensato fu Eraclio dalle lagrime e dalle grate acclamazioni di essi; ma questa saggia operazione, che sparse la fama della sua bontà, destò altamente le querele dei Persiani contro l'orgoglio e l'ostinazione del loro monarca. In mezzo alle glorie della successiva campagna, Eraclio dileguasi quasi affatto a' nostri occhi ed a quelli degli Storici bizantini[570]. Staccandosi dalle spaziose e feconde pianure dell'Albania, pare che l'Imperatore seguisse la catena de' monti Ircani, scendesse nella provincia di Media o d'Irak, e portasse le vittoriose sue armi fino alle città regali di Casbin e d'Ispahan, a cui mai non s'era avvicinato alcun conquistatore Romano. Sbigottito sul pericolo del suo reame, Cosroe richiamò le sue forze dal Nilo e dal Bosforo, e tre formidabili armate circondarono, in terra lontana e nemica, il campo dell'Imperatore. Gli abitanti della Colchide, alleati di Eraclio si apprestavano ad abbandonare le sue insegne; ed i timori dei veterani più prodi si esprimevano, dal loro stesso sfiduciato silenzio. «Non vi sia di terrore» sclamò l'intrepido Eraclio «la moltitudine de' vostri nemici; coll'ajuto del Cielo, un Romano può trionfare di mille Barbari. Ma se noi consacriamo la vita per la salvezza de' nostri fratelli, noi otterremo la corona del martirio, e l'immortal nostra ricompensa ci sarà largamente pagata da Iddio e dalla posterità». Questi magnanimi sensi furono sostenuti dal vigor delle azioni. Egli ributtò il triplice attacco dei Persiani; approfittò delle scissure de' lor Capi, e mediante una serie ben concertata di mosse, di ritirate e di azzuffamenti felici, pervenne a cacciarli dal campo ed a confinarli nelle città fortificate della Media e dell'Assiria. Nel fitto del verno, Sarabaza si reputava sicuro dentro le mura di Salban: egli vi fu sorpreso dall'instancabile Eraclio, il quale divise le sue truppe e fece una faticosa marcia nel silenzio notturno. I tetti piatti delle case furono con inutil valore difesi contro i dardi e le fiaccole de' Romani: i Satrapi ed i Nobili della Persia, insieme con le mogli ed i figli loro ed il fiore della marzial loro gioventù, o caddero uccisi o rimasero prigionieri. Una precipitosa fuga salvò il Generale, ma l'aurea sua armatura fu preda del vincitore; ed i soldati di Eraclio gioirono l'opulenza ed il riposo che sì nobilmente s'erano meritati. Al tornare della primavera, l'Imperatore attraversò in sette giorni i monti del Curdistan, e passò senza resistenza il rapido corrente del Tigri. Oppressa dal peso delle spoglie e de' prigionieri, l'armata Romana fece alto sotto le mura di Amida; ed Eraclio informò il senato di Costantinopoli ch'egli era salvo e vittorioso, del che già aveano avuto sentore per la ritirata degli assedianti. I Persiani distrussero i ponti sull'Eufrate: ma tosto che l'Imperatore ebbe scoperto un guado, frettolosamente si ritirarono a difendere le rive del Saro[571] nella Cilicia. Questo fiume, od impetuoso torrente, era largo forse trecento piedi: fortificato con alte torri era il ponte, e le sponde erano coperte di Barbarici arcieri. Dopo un sanguinoso conflitto, che durò fino a sera, i Romani prevalsero nell'assalto, ed un Persiano di gigantesca statura fu ucciso e gettato nel Saro dalla mano stessa dell'Imperatore. Si sbandarono scoraggiati i nemici, Eraclio proseguì la sua marcia fino a Sebaste in Cappadocia, ed in capo a tre anni, la stessa costa dell'Eussino applaudì il suo ritorno da una spedizione lunga e vittoriosa[572]. [A. D. 626] In vece di scaramucciare sulle frontiere, i due monarchi che si contendevano l'Impero dell'Oriente, dirizzarono i disperati lor colpi al cuore del loro rivale. Le forze militari della Persia aveano sofferto assai per le marce ed i combattimenti di vent'anni; e molti veterani, sopravvissuti ai perigli della spada e del clima, erano tuttor rinchiusi nelle fortezze dell'Egitto e della Siria. Ma la vendetta e l'ambizione di Cosroe esaurirono il suo regno, e le nuove leve di sudditi, di stranieri e di schiavi, gli fornirono ancora tre formidabili corpi[573]. La prima armata, illustre per l'ornamento ed il titolo di -lance d'oro- fu destinata a muovere contro di Eraclio; fu stanziata la seconda ad impedire la sua congiunzione colle truppe del suo fratello Teodoro; e la terza ebbe ordine di assediare Costantinopoli, o di secondare le operazioni del Cacano, col quale il Re di Persia avea ratificato un 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000