speranza che la Chiesa non men che lo Stato dovesse trionfare in quella
rivoluzione; ma se Cosroe avea con sincerità dato ascolto ai Vescovi
cristiani, cancellata ne fu l'impressione dallo zelo e dall'eloquenza
de' Magi: e se di filosofica indifferenza era armato, egli accomodò o
parve accomodare la sua fede, o per meglio dire la sua professione di
fede, alle varie circostanze di un esule e di un sovrano. L'immaginaria
conversione del Re di Persia si ridusse ad una locale e superstiziosa
venerazione per Sergio,[498] uno de' Santi di Antiochia, che esaudiva le
sue preghiere e gli appariva ne' sogni. Egli arricchì d'oro e d'argento
l'urna di questo Santo, ed ascrisse all'invisibile suo patrocinio i
prosperi successi delle sue armi, e la fecondità di Sira, Cristiana
zelante, e la prediletta delle sue mogli[499]. La bellezza di Sira, o
Schirin,[500] l'ingegno, la musicale abilità di lei, vivono tuttora
famose nelle istorie o più veramente ne' romanzi dell'Oriente: il suo
nome, in lingua persiana, significa grazia e salvezza, e l'epiteto di
Parviz allude alle attrattive del reale suo amante. Ma Sira mai non
sentì la passione ch'ella inspirava, e la felicità di Cosroe fu
tormentata dal dubbio geloso che mentre egli ne possedeva la persona,
ella avesse compartito i suoi affetti ad un più basso amatore[501].
[A. D. 570-600]
Nel tempo che la maestà del nome Romano tornava a scintillar
nell'Oriente, il prospetto dell'Europa compariva meno piacevole e meno
glorioso. La partenza de' Lombardi e la rovina de' Gepidi aveano
distrutto l'equilibrio del potere sul Danubio; e gli Avari stendevano il
permanente loro dominio dal piè delle Alpi sino alla spiaggia
dell'Eussino. Il regno di Bajano è la più luminosa epoca della monarchia
loro. Il loro Cacano, il quale occupava il rustico palazzo di
Attila[502], pare che ne imitasse il carattere e la politica; ma siccome
le stesse scene si ripeterono in un circolo più angusto, così un minuto
ritratta della copia sarebbe scevro della grandezza e della novità
dell'originale. L'orgoglio del secondo Giustino, di Tiberio, di
Maurizio, fu raumiliato da un Barbaro altero, più pronto ad apportare
che esposto a sopportare i guasti della guerra; ed ogni volta che le
armi de' Persiani minacciavano l'Asia, oppressa era l'Europa dalle
pericolose incursioni o dalla dispendiosa amicizia degli Avari. Quando
gli Ambasciatori romani si avvicinavano alla presenza del Cacano, veniva
loro intimato di star aspettando alla porta della sua tenda, insino a
che, forse dieci o dodici giorni dopo, egli si degnasse di riceverli. Se
la sostanza e lo stile della loro ambasciata offendeva il suo orecchio,
egli vilipendeva, con reale od affettato furore, la dignità loro e
quella del loro Principe; saccheggiato n'era il bagaglio, nè salvavano
essi la vita che col prometter più ricchi regali ed un più rispettoso
messaggio. Ma i suoi sacri ambasciatori godevano ed abusavano, nel mezzo
di Costantinopoli, di un'illimitata licenza; essi pressavano, con
importuni clamori, l'accrescimento del tributo, e la restituzione dei
prigionieri e disertori; e la maestà dell'Impero era quasi avvilita
egualmente da una bassa compiacenza, o dalle false e timide scuse con
che si eludevano quelle insolenti richieste. Il Cacano non avea mai
veduto un elefante; e la sua curiosità fu punta dallo strano e forse
favoloso ritratto di questo maraviglioso animale. Ad un suo cenno, uno
de' più grandi elefanti delle stalle Imperiali fu guernito di magnifici
arredi, e condotto con numeroso treno sino al villaggio reale nelle
pianure dell'Ungheria. Egli contemplò con sorpresa, con disgusto e forse
con terrore quell'enorme bestione; e rise della vana industria de'
Romani, che per rintracciare tali inutili vanità correvano a' confini
della terra e del mare. Gli venne vaghezza, a spese dell'Imperatore, di
dormire in un letto d'oro. I tesori di Costantinopoli ed i rari talenti
degli artefici di quella capitale immediatamente furono posti in opera
ad appagare il capriccio del Barbaro, ma quando il lavoro fu terminato,
egli rigettò con dispetto un presente cotanto indegno della maestà di un
gran Re[503]. Tali erano gli accidentali trasporti dell'orgoglio del
Cacano: ma la sua avarizia era una passione più ostinata e più
trattabile. Gli si mandava, con esattezza, considerabile quantità di
stoffe seriche, di addobbi e di vasellame ben lavorato, doni che
introducevano i rudimenti delle arti e del lusso sotto le tende degli
Sciti. Eccitato era il loro appetito dal pepe e dalla cannella
dell'India[504]: il sussidio ossia tributo annuo fu innalzato da ottanta
a cento ventimila monete d'oro; ed ogni volta che le ostilità ne
interrompevano il corso, il pagamento de' residui con un esorbitante
interesse era sempre la prima condizione del nuovo accordo. Usando il
parlare di un Barbaro senz'artifizio, il Principe degli Avari affettava
di lagnarsi della poca sincerità de' Greci[505], mentre non cedeva egli
stesso alle più incivilite nazioni ne' raffinamenti della dissimulazione
e della perfidia. Come successore de' Lombardi, il Cacano pretendeva al
possesso dell'importante città di Sirmio, antico baluardo delle province
Illiriche[506]. Le pianure dell'Ungheria inferiore si coprirono di
cavalli Avari e si costrinse nella selva Ercinia un gran numero di
grosse barche per discendere il Danubio e trasportar nella Sava i
materiali di un ponte. Ma il forte presidio di Singiduno, che dominava
il confluente de' due fiumi, poteva impedire il passaggio, e mandar a
vuoto i disegni del Cacano. Egli sgombrò i timori della guernigione
solennemente giurando, che le sue mire non erano ostili all'Impero. Egli
giurò per la sua spada simbolo del Nume della guerra, di non fabbricare
un ponte sulla Sava, in qualità di nemico di Roma. «Se io rompo il mio
giuramento», proseguì l'intrepido Bajano, «possa io stesso e l'ultimo
della mia nazione perire di spada! possano il firmamento ed il fuoco,
divinità de' cieli cadere sul nostro capo! possano i boschi ed i monti
seppellirci sotto le loro rovine! e possa la Sava, retrocedendo contro
lei leggi della natura, alla sua fonte, sommergerci nelle sdegnate sue
acque!» Dopo questa barbarica imprecazione, egli tranquillamente chiese
qual giuramento fosse più sacro e più venerabile tra i Cristiani, e qual
delitto di spergiuro tornasse più funesto. Il Vescovo di Singiduno gli
presentò il Vangelo, ed il Barbaro con devoto ossequio lo prese. «Io
giuro» diss'egli, «per lo Dio che in questo sacro libro ha parlato, che
io non ho falsità sulla mia lingua, nè tradimento dentro il mio cuore».
Indi si levò di ginocchio, affrettò il lavoro del ponte, e spedì un
ministro a far sapere ciò che ormai più non gl'importava di tener
occulto. «Ragguagliate l'Imperatore» disse il perfido Bajano, «che
Sirmio da ogni banda è cinto d'assedio. Consigliate la sua prudenza a
trarne fuori gli abitanti colle robe loro, ed a porre nelle mie mani una
città ch'egli non può soccorrere nè difender più oltre». Benchè senza
speranza di ajuto, Sirmio si difese più di tre anni: intatte ancor ne
restavan le mura, ma la fame era chiusa dentro il loro recinto.
Finalmente una mite capitolazione porse lo scampo agl'ignudi e famelici
suoi cittadini. Singiduno, distante cinquanta miglia da Sirmio,
soggiacque ad un più crudele destino; rase ne furon le case ed il vinto
popolo fu condannato alla schiavitù ed all'esilio. Eppure le rovine di
Sirmio più non si ravvisano, mentre la vantaggiosa posizione di
Singiduno vi attirò prestamente una nuova colonia di Schiavoni, ed il
confluente della Sava e del Danubio anche presentemente è tenuto a freno
dalle fortificazioni di Belgrado, ossia la Città Bianca, sì spesso e sì
ostinatamente contrastata dalle armi Cristiane e dalle Turche[507]. Da
Belgrado alle mura di Costantinopoli può misurarsi una linea di seicento
miglia: segnata fu questa linea cogl'incendj e col sangue: i cavalli
degli Avari si bagnavano alternamente nell'Eussino e nell'Adriatico; ed
il Pontefice Romano, sbigottito dall'avvicinarsi di un più selvaggio
nemico[508], fu ridotto ad accarezzare i Lombardi come i protettori
dell'Italia. La disperazione di un prigioniere che la sua patria
ricusava di riscattare, rivelò agli Avari l'invenzione e l'uso delle
macchine militari[509]; ma ne' primi tentativi essi rozzamente le
fabbricarono e goffamente le maneggiarono, e la resistenza di
Dioclezianopoli e Berea, di Filippopoli ed Adrianopoli, ben presto pose
a termine la perizia e la pazienza degli assedianti. Baiano si diportava
da Tartaro; ma il suo animo non era chiuso ai sensi generosi ed umani.
Egli risparmiò Anchialo, le cui salubri acque aveano ridonato il vigore
alla prediletta delle sue mogli; ed i Romani confessarono che il loro
esercito, cadente dalla fame, fu alimentato e lasciato partire dalla
liberalità di un nemico. Stendevasi l'Impero di Baiano sopra l'Ungheria,
la Polonia e la Prussia, dalle foci del Danubio a quelle dell'Oder[510],
e la gelosa politica del conquistatore divideva e trapiantava i nuovi
suoi sudditi[511]. Le regioni Occidentali della Germania, ch'erano
rimaste vuote d'abitatori per la emigrazione de' Vandali, furono
riempiute di colonie schiavone. Si discoprono le medesime tribù nelle
vicinanze dell'Adriatico ed in quelle del Baltico, e col nome di Baiano
stesso si trovano tuttora nel cuor della Slesia le città Illiriche di
Neyss e di Lissa. Nella disposizione delle sue truppe e delle sue
province[512], il Cacano esponeva i vassalli, di cui non curava la vita,
al furore del primo assalto, ed il nemico vedea fatto ottuso il suo
brando, prima che affrontasse il natio valore degli Avari.
[A. D. 595-602]
L'alleanza colla Persia restituì le truppe dell'Oriente alla difesa
dell'Europa, e Maurizio che per dieci anni avea sopportato l'insolenza
del Cacano, dichiarò la risoluzione, in cui era, di muovere in persona
contro de' Barbari. Per lo spazio di due secoli, niuno de' successori di
Teodosio s'era fatto vedere nel campo; le vite loro scioperatamente
trascorrevano nel palazzo di Costantinopoli, ed i Greci più non sapevano
che il nome d'-Imperatore-, nel primitivo suo senso, significava il Capo
degli eserciti della Repubblica. L'ardor marziale di Maurizio fu
raffrenato dalla grave adulazione del Senato, dalla timida superstizione
del Patriarca, e dalle lagrime dell'Imperatrice Costantina; essi lo
scongiurarono tutti di commettere ad un qualche minor Generale le
fatiche ed i pericoli di una campagna Scitica: sordo agli avvisi ed ai
preghi loro, l'Imperatore animosamente avanzossi in distanza di sette
miglia[513] dalla capitale; la sacra insegna della Croce sventolò sulla
fronte dell'esercito, e Maurizio passò a rassegna, con sentito orgoglio,
le armi e le numerose fila di que' veterani che avevano combattuto e
vinto di là dal Tigri. Anchialo fu l'ultimo termine delle sue mosse per
terra e per mare; egli invocò senza buon successo una miracolosa
risposta alle sue preghiere notturne; turbato fu il suo animo dalla
morte di un cavallo che amava, dall'incontro di un cignale, da una
bufera di vento e di pioggia, e dalla nascita di un bambino mostruoso;
ed egli si scordò che il migliore di tutti gli auspicj è l'atto di
snudare la spada in difesa della patria. Col pretesto di accogliere gli
ambasciatori Persiani[514], l'Imperatore tornossene a Costantinopoli,
scambiò i pensieri di guerra in pensieri di devozione, e deluse la
pubblica aspettativa colla sua assenza e colla scelta de' suoi
Luogotenenti. La cieca parzialità dell'amor fraterno può scusarlo di
aver posto a comandante il suo germano Pietro, il quale, con egual
vitupero, fuggì innanzi ai Barbari, innanzi a' suoi propri soldati, ed
innanzi agli abitanti di una città Romana. Questa città, se dobbiamo dar
fede alla somiglianza del nome e del valore, era l'antica Azimunto[515],
che sola avea respinto la tempesta di Attila. Propagossi l'esempio della
guerriera sua gioventù nelle generazioni seguenti; ed essi ottennero,
dal primo o dal secondo Giustino, il decoroso privilegio che al lor solo
valore fosse affidata la difesa della nativa loro città. Il fratello di
Maurizio tentò di violare questo privilegio, e di mescolare una schiera
di que' cittadini co' mercenari del suo campo. Si ritrassero essi in
chiesa, ma la santità del luogo non lo rattenne: sollevossi allora il
popolo in lor favore, chiuse venner le porte, cinte di armati le mura, e
la vigliaccheria di Pietro si mostrò pari alla sua arroganza ed
ingiustizia. La celebrità militare di Commenziolo[516] è l'argomento
della Satira e della Commedia più che della grave istoria, poichè
mancante egli era perfino della meschina e volgare qualità del personale
coraggio. I consigli da lui solennemente radunati, le strane sue
evoluzioni, ed i secreti suoi ordini, sempre gli porgevano un'apologia
per la fuga o per la dilazione. Se egli marciava contro il nemico, le
dilettose valli del monte Emo gli opponevano un'insuperabil barriera; ma
nel ritirarsi egli rintracciava con impavida curiosità, i più ardui ed
abbandonati passi ch'erano già usciti dalla memoria de' più vecchi del
paese. Il solo sangue che egli versasse, gli fu tratto in una reale o
finta malattia dalla lancetta di un chirurgo; e la sua salute che con
esquisita delicatezza sentiva l'avvicinarsi de' Barbari, uniformemente
si ristabiliva nel riposo e nella sicurezza della stagione invernale. Un
Principe ch'ebbe l'animo di esaltare e proteggere un favorito sì
indegno, non può ricavare alcuna gloria dal merito accidentale di
Prisco, cui dato gli avea per collega[517]. In cinque battaglie,
condotte, a quanto parve, con saviezza ed ardire, il Generale romano
fece prigionieri diciassettemiladugento Barbari, e ne spense quasi
sessantamila, fra' quali quattro figliuoli del Cacano. Egli sorprese un
pacifico distretto de' Gepidi, che dormivano sotto la protezione degli
Avari, ed innalzò gli ultimi suoi trofei sulle rive del Danubio e del
Tibisco. Dalla morte di Traiano in poi, le armi dell'Impero non si erano
mai più internate sì profondamente nella Dacia antica: contuttociò
passeggiere e sterili tornarono le vittorie di Prisco; nè molto andò che
fu richiamato, pel timore che Baiano con intrepido animo e rinovate
forze, non si accingesse a vendicare la sua disfatta sotto le mura di
Costantinopoli stessa[518].
La teorica della guerra non era più familiare ai campi di Cesare e di
Traiano[519], che a quelli di Giustiniano e di Maurizio. Il ferro della
Toscana e del Ponto riceveva una tempera più fina dalla industria degli
artefici di Bisanzio. I magazzini erano abbondevolmente forniti di ogni
maniera di armi da offesa o difesa. Nella costruzione e nell'uso delle
navi, delle macchine e delle fortificazioni, i Barbari ammiravano il
superiore ingegno di un popolo che così spesso essi rompevano in campo.
La scienza della tattica, l'ordine, le evoluzioni, gli stratagemmi
dell'antichità, ogni cosa era scritta e studiata ne' libri de' Greci e
de' Romani. Ma la solitudine o la degenerazione delle province più non
poteva somministrare una razza d'uomini atti a brandir quelle armi, a
guardar quelle mura, a guernir quelle navi, ed a ridurre la teorica
della guerra in una pratica animosa e fortunata. Il genio di Belisario e
di Narsete s'era formato senza un maestro; esso si spense senza lasciare
un allievo. L'onore e l'amor di patria, od una generosa superstizione
più non potevano rinvigorire gli esanimi corpi degli schiavi e degli
stranieri, succeduti agli onori delle legioni. Egli era nel solo campo,
che l'Imperatore avrebbe dovuto esercitare un comando dispotico; ed era
nel solo campo che la sua autorità veniva disobbedita e vilipesa. Egli
sedava ed accendeva coll'oro la licenza delle sue truppe; ma inerenti ad
esse i vizi, accidentali erano le loro vittorie, e il dispendioso lor
mantenimento struggeva le sostanze di uno Stato che non erano atte a
difendere. Dopo una lunga e perniciosa indulgenza, Maurizio apprestossi
a curare questo inveterato male: ma il temerario tentativo, che trasse
la perdizione sopra il suo capo, ad altro non servì che ad aggravare il
disordine. Un riformatore non dee soggiacere ad alcun sospetto
d'interesse, e convien che possegga la confidenza e la stima di coloro
che vuoi riformare. Le truppe di Maurizio avrebbero forse ascoltato la
voce di un condottier vittorioso; ma dispregiarono le ammonizioni degli
statisti e de' sofisti, e quando ricevettero un editto che sottraeva
dalla lor paga il prezzo delle armi e delle vesti loro, essi esecrarono
l'avarizia di un Principe che non tenea conto alcuno de' pericoli e dei
travagli a' quali ei s'era sottratto. I campi sì d'Asia che d'Europa,
agitati furono da sedizioni frequenti e furiose[520]; gli sdegnosi
soldati di Edessa perseguirono, con rampogne, minacce e ferite, i
tremanti lor Generali: essi rovesciarono le statue dell'Imperatore,
scagliaron sassi contro l'immagine miracolosa di Cristo, ed o scossero
il giogo di tutte le leggi civili e militari, ovvero instituirono e
stabilirono un pericoloso modello di subordinazione volontaria. Il
Monarca, sempre distante e spesso ingannato, era incapace di cedere o di
resistere, secondo che il bisogno del momento il chiedeva. Ma il timore
di un generale sollevamento troppo facilmente lo indusse ad accettare
qualche atto di valore o qualche espressione di fedeltà, come una
espiazione dell'offesa comune. Abolita fu la nuova riforma colla stessa
fretta con cui s'era promulgata, e le truppe, in vece di punizione e di
freni, ricevettero con dolce sorpresa, un grazioso bando di perdono e di
ricompense. Ma i soldati accettarono senza gratitudine i tardi ed
involontari doni dell'Imperatore; crebbe l'insolenza loro nello scorgere
la debolezza di lui; e la propria lor forza e lo scambievole odio loro
infiammossi in modo di non lasciare nè il desiderio del perdono nè la
speranza della riconciliazione. Gli storici di quei tempi abbracciano il
volgare sospetto, che Maurizio cospirasse a distruggere le truppe
ch'egli s'era adoperato a riformare; la cattiva condotta ed il favore di
Commenziolo vengono imputati a questo malevolo divisamento; ed ogni
secolo dee condannare l'inumanità o l'avarizia[521] di un Principe, il
quale col meschino riscatto di seimila monete d'oro, poteva impedire la
strage di dodicimila prigionieri che il Cacano teneva in sue mani. Nel
giusto bollor dello sdegno, egli spedì ordine all'esercito del Danubio
che risparmiasse i magazzini delle province, e stabilisse quartieri
d'inverno nel paese nemico degli Avari. La misura delle doglianze de'
soldati era colma: essi pronunziarono che Maurizio era indegno di
regnare, cacciaron via o trucidarono i suoi fidi aderenti, e, sotto il
comando di Foca, semplice Centurione, con frettolose marce tornarono nei
contorni di Costantinopoli. Dopo una lunga serie di successioni
legittime al trono, si rinnovarono i disordini militari del terzo
secolo; tale era però la novità dell'impresa, che i sollevati si
sbigottirono della propria loro temerità. Essi esitarono nell'investire
della vacante porpora il lor favorito, e mentre rigettavano ogni accordo
con Maurizio, tenevano un'amichevole corrispondenza col suo figlio
Teodosio e con Germano, suocero del giovine reale. Così oscura era stata
la condizione anteriore di Foca, che l'Imperatore ignorava il nome ed il
carattere del suo rivale; ma come egli riseppe che il Centurione,
tuttochè audace nel sollevamento, mostravasi timido in faccia al
pericolo. «Ahimè!» prese a sclamare fuor di speranza, «se egli è un
codardo, certamente sarà un assassino».
Nondimeno se Costantinopoli fosse rimasta ferma e fedele, l'assassino
avrebbe consumato il suo furore contro le mura; e l'esercito ribelle a
poco a poco si sarebbe sminuito o riconciliato mediante il senno
dell'Imperatore. Durante i giuochi del Circo, ch'egli ripeteva con
insolita pompa, Maurizio occultò sotto il sorriso della sicurezza,
l'ansietà del suo cuore; egli condiscese a ricercare gli applausi delle
-fazioni-, e ne blandì l'orgoglio coll'accettare da' rispettivi loro
Tribuni una lista di novecento -Azzurri- e di mille cinquecento -Verdi-,
ch'egli affettò di risguardare come le salde colonne del suo trono. Il
proditorio o fiacco loro sostegno pose in piena luce la sua debolezza e
ne accelerò la caduta. Que' della fazion verde erano i secreti complici
de' ribelli, e gli Azzurri raccomandavano dolcezza e moderazione in una
contesa co' Romani loro fratelli. Le rigide ed economiche virtù di
Maurizio aveano da gran pezza alienato il cuor de' suoi sudditi. Mentre
a piedi ignudi egli camminava in una processione religiosa, fu
aspramente assalito a colpi di sassi, e le sue guardie furono costrette
a sporgere le ferrate lor mazze in difesa della sua persona. Un monaco
fanatico scorreva le strade con una spada sguainata, intimando contro di
Maurizio l'ira e la sentenza di Dio, ed un vile plebeo, vestito e
foggiato come l'Imperatore fu posto a seder sopra un asino, ed inseguito
dalle imprecazioni della moltitudine[522]. L'Imperatore prese sospetto
dell'amore che portavano a Germano i soldati ed i cittadini: egli
temette, minacciò, ma differì nel vibrare il colpo: il Patrizio si
riparò nel santuario della Chiesa; il popolo si levò in sua difesa; le
guardie disertaron le mura, e la città senza legge fu abbandonata alle
fiamme ed al saccheggio di un tumulto in tempo di notte. Lo sfortunato
Maurizio, appiattato insieme con la moglie ed i figli dentro di una
barchetta, cercò di ricovrarsi alla spiaggia Asiatica, ma la violenza
del vento lo costrinse a pigliar terra alla chiesa di S. Autonomo[523]
presso Calcedonia, d'onde spedì Teodosio, suo primonato, ad implorare la
gratitudine e l'amicizia del Monarca persiano. Quanto a lui, ricusò di
fuggire: tormentato era il suo corpo dai dolori sciatici[524]; la
superstizione gli aveva indebolito la mente; rassegnatamente egli
aspettò l'evento della rivoluzione, e volse una fervente e pubblica
preghiera all'Altissimo, onde gli fosse dato il castigo de' suoi peccati
piuttosto in questa vita che nell'altra. Dopo l'abdicazione di Maurizio,
le due fazioni si contendevano la scelta di un Imperatore; ma il
favorito degli Azzurri fu rigettato dalla gelosia de' loro antagonisti,
e Germano egli stesso fu trascinato dalla frotta la quale corse al
palazzo di Ebdomone, sette miglia distante dalla città, ad adorare la
maestà di Foca il Centurione. Al modesto desiderio mostrato da Foca di
cedere la porpora al grado ed al merito di Germano, si oppose la
risoluzione dello stesso Germano, più ostinata ed egualmente sincera. Il
Senato ed il Clero obbedirono alla chiamata del nuovo Principe ed il
Patriarca tosto che si fu accertato della sua fede ortodossa consacrò il
fortunato usurpatore nella chiesa di S. Giovanni Battista. Il terzo
giorno, Foca, tra le acclamazioni di un popolo spensierato, fece il
solenne suo ingresso assiso in un carro tirato da quattro bianchi
destrieri; ricompensata fu la rivolta delle sue truppe con un largo
donativo, ed il nuovo sovrano, poi ch'ebbe visitato il palazzo, assistè,
dall'alto del suo trono, ai giuochi dell'Ippodromo. In una disputa di
preferenza tra le due fazioni, il parziale suo giudizio piegossi in
favore dei Verdi, «Sovvengati che Maurizio vive tuttora!» tale fu il
grido che dalla parte opposta suonò; e l'indiscreto clamore degli
Azzurri avvertì e spronò la crudeltà del tiranno. Furono spediti i
ministri della morte a Calcedonia: essi trassero fuori l'Imperatore dal
santuario: ed i cinque figliuoli di Maurizio vennero successivamente
posti a morte sotto gli occhi dell'angosciato lor genitore. Ad ogni
colpo che gli piombava sul cuore, egli trovava forza bastante ad
esclamare con umile pietà. «Tu sei giusto, o Signore, ed i tuoi giudizj
sono pieni di rettitudine.» Tale fu anzi, negli ultimi momenti, il
rigoroso suo attaccamento alla verità ed alla giustizia, che rivelò ai
soldati la pietosa frode di una nutrice la quale presentò il proprio suo
figlio in cambio del bambino reale[525]. Chiusa finalmente fu la tragica
scena coll'esecuzione dell'Imperatore stesso nel ventesimo anno del suo
regno, e sessantesimoterzo dell'età sua. I corpi del padre e de' cinque
suoi figli furono gettati in mare, ed esposte le teste in Costantinopoli
agl'insulti ed alla compassione del popolo; nè prima che apparissero
indizii di putrefazione, Foca volle consentire che si desse privata
sepoltura a que' venerabili avanzi. In quella tomba umanamente si
sotterrarono i falli e gli errori di Maurizio. Più non si rimembrò che
il suo misero fato, ed in capo a vent'anni, nel leggersi l'istoria di
Teofilatto, il doglioso racconto fu interrotto dalle lagrime degli
ascoltatori[526]. Lagrime siffatte scorsero certamente in secreto, e
colpevole si sarebbe reputata una tale pietà, durante il regno di Foca,
il quale pacificamente fu riconosciuto sovrano dalle province
dell'Oriente e dell'Occidente. Le immagini dell'Imperatore e di sua
moglie Leonzia furono esposte nel Laterano alla venerazione del Clero e
del Senato di Roma, poi depositate nel palazzo de' Cesari, tra quelle di
Costantino e di Teodosio. Era dovere di Gregorio, come suddito e come
Cristiano, di sottoporsi al governo stabilito; ma il lieto applauso, con
che egli saluta la fortuna dell'assassino, ha bruttato d'indelebil
macchia il carattere del Santo. Il successore degli Apostoli avrebbe
potuto con dicevol fermezza inculcare il delitto del sangue sparso e la
necessità del pentimento; ma egli godè nel celebrare la liberazione del
popolo e la caduta dell'oppressore; nel rallegrarsi che la provvidenza
abbia innalzata la pietà e la benignità di Foca al trono imperiale; nel
pregare che le mani di lui possano esser fortificate contro i suoi
nemici, e nell'esprimere un desiderio, forse una profezia, che dopo un
lungo e trionfante Impero, egli possa esser trasportato da un regno
temporale ad un regno celeste[527]. Io ho già descritto i progressi di
una rivoluzione così gradita, nell'opinione di Gregorio, al cielo ed
alla terra, e Foca non si mostrò men odioso nell'esercizio che
nell'acquisto del potere. Il pennello di uno storico imparziale ha
delineato il ritratto di un mostro[528]; la piccola e deforme sua
persona, gli ispidi cigli da niun intervallo disgiunti, i capelli rossi,
il mento senza barba, e la gota disfigurata e scolorata da una
formidabile cicatrice. Ignorava le lettere, le leggi ed eziandio le
armi: egli nella dignità suprema non vide che un più ampio privilegio di
darsi alla lussuria ed all'ubbriachezza, ed i brutali suoi piaceri erano
od oltraggiosi pe' suoi sudditi o vituperevoli ad esso. Senza assumere
l'uffizio di un Principe, egli abbandonò la professione di soldato; ed
il regno di Foca afflisse l'Europa con una pace ignominiosa, e l'Asia
con una guerra desolatrice. Il selvaggio suo naturale veniva acceso
dalle passioni, indurito dal timore, esacerbato dalla resistenza o dal
rimprovero. La fuga di Teodosio alla corte di Persia era stata impedita
da un rapido inseguimento e da un ingannevol messaggio: questi fu
decapitato a Nicea, e le ultime ore del giovane Principe ebbero a
raddolcimento i conforti della religione e la consapevolezza
dell'innocenza. Con tuttociò il suo fantasma perturbava il riposo
dell'usurpatore: si sparse per l'Oriente una voce che il figlio di
Maurizio vivesse tuttora; il popolo aspettava il suo vendicatore, e la
vedova e le figlie dell'ultimo Imperatore avrebbero adottato per loro
figlio e fratello il più abbietto degli uomini. Nel macello della
famiglia Imperiale[529] la clemenza, o piuttosto la prudenza di Foca
avea risparmiato queste donne infelici che decentemente furono confinate
in una casa privata. Ma nell'animo dell'Imperatrice Costantina vivea mai
sempre la memoria del padre, del fratello, e de' figli, ond'ella
aspirava alla libertà ed alla vendetta. Nell'orror di una notte ella
fuggissene al santuario di S. Sofia, ma le sue lagrime, e l'oro di
Germano, suo cooperatore, non valsero ad eccitare una sollevazione. La
vita di lei diveniva sacra alla vendetta, anzi alla giustizia; ma il
Patriarca, ne ottenne la salvezza, facendosene mallevadore con
giuramento: e la vedova di Maurizio consentì a profittare e ad abusare
della clemenza del suo assassino. La scoperta od il sospetto di una
seconda cospirazione, sciolse l'impegno, e raccese il furore di Foca.
Una matrona che comandava il rispetto e la pietà degli uomini, figlia,
moglie e madre d'Imperatori, venne posta alla tortura, come il
malfattore più vile, per forzarla a confessare i suoi disegni ed i suoi
compiici. L'Imperatrice Costantina fu decapitata, insieme con tre figlie
innocenti, a Calcedonia su quel suolo istesso che lordato era ancora dal
sangue di suo marito e de' suoi cinque figliuoli. Dopo un tale esempio,
riuscirebbe superfluo il noverare i nomi ed i patimenti delle vittime
meno illustri. Di rado la condanna loro era preceduta dalle forme di un
processo, ed attossicato n'era il supplizio dai raffinamenti della
crudeltà: si traforavano gli occhi, si strappava la lingua dalle fauci,
si troncavano i piedi e le mani. Alcuni spiravano sotto il flagello,
altri in mezzo alle fiamme, altri a colpi di frecce; ed una semplice
morte spedita era un atto di clemenza che di rado si poteva ottenere.
L'Ippodromo, il sacro asilo de' piaceri e della libertà de' Romani, fu
contaminato di teste e di membra e di cadaveri sbranati; e gli antichi
compagni di Foca ben sentirono che il suo favore od i loro servizj non
potevano camparli dal furore di un tiranno[530] che degnamente
gareggiava co' Caligola o co' Domiziani del primo secolo dell'Impero.
[A. D. 610]
Foca diede la figlia, unica sua prole, in matrimonio al patrizio
Crispo[531] e le regali immagini dello sposo e della sposa
sconsigliatamente furono collocate nel Circo, accanto all'Imperatore. Il
padre potea desiderare che la sua posterità godesse il frutto de' suoi
delitti: ma il monarca si offese di questa prematura e popolare
associazione. I Tribuni della fazion verde che accusarono i loro
scultori dell'officioso errore, furono condannati ad instantanea morte.
Le preghiere del popolo ottennero la grazia loro; ma Crispo dovea
ragionevolmente dubitare che un usurpator geloso non dimenticherebbe, nè
perdonerebbe l'involontaria sua competenza. La fazion verde era
disgustata per l'ingratitudine di Foca, e la perdita de' suoi privilegi;
ogni provincia dell'Imperio era matura per la ribellione; ed Eraclio,
Esarca d'Affrica, persisteva da quasi due anni in ricusare ogni
obbedienza o tributo al Centurione che disonorava il trono di
Costantinopoli. I secreti messi di Crispo e del Senato sollecitarono
l'indipendente Esarca a salvare ed a governar la sua patria. Ma
l'ambizione in lui era raffreddata dagli anni, onde commise la
pericolosa impresa al suo figlio Eraclio, ed a Niceta, figlio di
Gregorio, suo luogotenente ed amico. Si armarono da due giovani
avventurieri le forze dell'Affrica; essi andarono intesi che uno
navigherebbe un'armata da Cartagine a Costantinopoli, mentre l'altro
condurrebbe un esercito per l'Egitto e l'Asia, e che la porpora
imperiale sarebbe il guiderdone della sollecitudine e della vittoria.
Venne un debil romore de' lor disegni all'orecchio di Foca, e la moglie
e la madre del giovane Eraclio furono soprattenute, ad ostaggi della
fede di esso: ma le traditoresche arti di Crispo impicciolirono il
lontano pericolo; si trascurarono o ritardarono i mezzi della difesa; ed
il tiranno dormì nell'indolenza, sino al momento in cui l'armata
Affricana gettò l'ancora nell'Ellesponto. Sotto il stendardo di Eraclio
si raccolsero i fuggitivi e gli esuli che sete aveano di vendetta; i
suoi vascelli la cui alta poppa era adorna de' sacri simboli della
religione[532], volsero il trionfante corso verso la Propontide; e Foca,
dalle finestre del suo palagio, vide il soprastante, inevitabil suo
fato. La fazione verde si lasciò trarre con doni e promesse ad opporre
una debole e vana resistenza allo sbarco degli Affricani; ma il popolo e
le guardie stesse furono determinate dal tempestivo passaggio di Crispo
alla parte contraria; ed il tiranno fu arrestato da un semplice
cittadino, il quale audacemente invase la solitudine del palazzo.
Spogliato del diadema e dell'ostro, avvolto in misere vesti, e carico di
catene egli venne trasportato in un barchetto alla galea imperiale di
Eraclio, il quale gli rinfacciò i misfatti dell'abbominevol suo regno.
«Governerai tu meglio»? Furono le estreme parole mandate dalla
disperazione di Foca. Poscia che sofferto egli ebbe ogni maniera di
tormenti e di vilipendj, gli fu reciso il capo; ed il mutilato busto fu
dato alle fiamme, nè diversamente si videro trattate le statue del
superbo usurpatore, e la sediziosa bandiera della fazion verde. La voce
del Clero, del Senato e del Popolo invitò Eraclio a salir sopra il trono
che purificato egli avea dal delitto e dall'ignominia; dopo un qualche
grazioso esitare, egli si arrese a' loro desiri. La sua incoronazione fu
accompagnata da quella di sua moglie Eudossia; e la discendenza loro
fino alla quarta generazione, continuò a reggere l'Impero orientale.
Facile e prospero era stato il viaggio di Eraclio; Niceta non trasse a
fine la tediosa sua marcia prima che decisa fosse la lite; ma senza
mormorare ei si sommise alla fortuna del suo amico, e premiate ne furono
le lodevoli intenzioni con una statua equestre, e colla mano della
figlia dell'Imperatore. Più difficile era il por sicurezza nella fedeltà
di Crispo, di cui s'erano ricompensati i recenti servigj col comando
dell'esercito di Cappadocia. La sua arroganza tosto provocò, e parve
scusare l'ingratitudine del suo nuovo Sovrano. In presenza del Senato,
il genero di Foca fu condannato ad abbracciare la vita monastica; e si
giustificò la sentenza dall'autorevole osservazione di Eraclio, che
l'uomo il quale avea tradito il suo padre, non poteva essere fedele al
suo amico[533].
[A. D. 603]
Anche dopo la morte di Foca, la Repubblica gemè travagliata pe' suoi
delitti, i quali armarono del pretesto di una pia causa il più
formidabile de' suoi nemici. Secondo le amichevoli ed eguali formalità,
stabilite tra la corte Bizantina e la Persiana, egli annunziò a Cosroe
il suo esaltamento al trono; e Lilio che presentato gli avea le teste di
Maurizio e de' suoi figliuoli, gli parve idoneo a descrivere le
circostanze di quella tragica scena[534]. Checchè si facesse dalla
finzione e dal sofisma per colorare il racconto, Cosroe torse con orrore
gli sguardi dall'assassino, fece porre in ceppi il preteso ambasciatore,
non riconobbe l'usurpatore, e si dichiarò il vindice del suo padre e
benefattore. I sensi di dolore e di sdegno che l'umanità dovea provare,
e dettare l'onore, si univano in quell'occasione a promovere l'interesse
del Re Persiano; e quest'interesse era altamente magnificato dai
pregiudizj nazionali e religiosi dei Magi e dei Satrapi. In uno stile di
adulazione artificiosa, che usurpava la favella della libertà, essi
ardirono di biasimare l'eccesso della sua gratitudine ed amicizia verso
i Greci, nazione con cui era pericoloso lo stringere pace o alleanza; la
cui superstizione andava priva di verità e di giustizia, e che incapace
esser dovea di ogni virtù, poichè potevano commettere il più atroce di
tutti i delitti, l'empio assassinio del proprio sovrano[535]. Pel
delitto di un Centurione ambizioso, la nazione, che egli oppresse, fu
punita colla calamità della guerra; e le stesse calamità, in capo a
vent'anni, si riversarono raddoppiate sopra le teste de' Persiani[536].
Il Generale che avea riposto Cosroe in trono, comandava tuttora in
Oriente, ed il nome di Narsete era il formidabil suono, con cui le madri
dell'Assiria solevano impaurire i loro fanciulli. Non è improbabile che
Narsete, natìo della Persia, animasse il suo Signore ed amico a liberare
e possedere le province dell'Asia. Più probabile è ancora che Cosroe
confortasse le sue truppe colla sicurezza, che la spada cui più
paventavano si rimarrebbe nel fodero, o verrebbe snudata in lor favore.
L'eroe non potea por sicurtà nella fede di un tiranno; ed il tiranno
conosceva quanto poco ei si meritasse l'obbedienza di un eroe. Narsete
fu spogliato del comando militare; egli innalzò lo stendardo
dell'indipendenza a Gerapoli in Siria; fu tradito da promesse fallaci,
ed arso vivo sulla piazza del mercato in Costantinopoli. Prive del solo
Capo che potessero temere o estimare le schiere che guidate egli avea
alla vittoria, furono per ben due volte rotte dalla cavalleria,
calpestate dagli elefanti, e trafitte dagli strali de' Barbari; ed un
gran numero di prigionieri fu decapitato sul campo di battaglia per
sentenza del vincitore, il quale potea giustamente condannare que'
sediziosi mercenarj, come gli autori od i complici della morte di
Maurizio. Durante il regno di Foca, le fortificazioni di Merdino, di
Dara, di Amida e di Edessa, successivamente vennero assediate, espugnate
e distrutte dal monarca Persiano, il quale passò l'Eufrate, occupò
Gerapoli, Calcide e Berrea od Aleppo, città della Siria, poi cinse le
mura di Antiochia delle sue irresistibili armi. Sì rapidi successi
manifestarono la decadenza dell'Impero, l'incapacità di Foca, e il
disamor de' suoi sudditi. Un impostore che si diceva il figlio di
Maurizio[537], ed il legittimo erede dell'Impero seguiva il campo di
Cosroe, il quale offeriva, di tal guisa, alle province un decente
pretesto di sommissione o di rivolta.
[A. D. 611]
Il primiero messaggio che Eraclio ricevè dall'Oriente[538], gli annunziò
che Antiochia era perduta, ma l'attempata metropoli, sì spesso
rovesciata da tremuoti o saccheggiata da' nemici, offrì a' Persiani
pochi tesori da predare, e poco sangue da spargere. Egualmente
vittoriosi e più fortunati essi furono nel sacco di Cesarea, capitale
della Cappadocia; e quanto più avanzavano oltre i baluardi della
frontiera, limite dell'antica guerra, tanto meno di resistenza e tanto
più copiosa messe incontravano. La dilettosa valle di Damasco è stata in
ogni tempo adorna di una regale città; l'oscura felicità di essa ha
sfuggito finora allo storico dell'Impero Romano. Ma Cosroe riposò le sue
truppe nel paradiso di Damasco, prima di salire i balzi del Libano, o
d'invadere le città della costa Fenicia.
[A. D. 614]
La conquista di Gerusalemme[539], meditata altra volta da Nushirwan, fu
tratta a fine dallo zelo e dall'avarizia del suo nipote. Lo spirito
intollerante dei Magi chiedeva a tutto potere la rovina del più augusto
monumento della Cristianità; e Cosroe potè arruolare per quella santa
guerra un esercito di ventiseimila Ebrei, che supplirono in qualche modo
col furor dello zelo alla mancanza del valore e della disciplina.
Soggiogata che fu la Galilea e la regione di là del Giordano, per la cui
resistenza pare che si ritardasse il fato della capitale, Gerusalemme
stessa fu presa di assalto. Il sepolcro di Cristo, e le magnifiche
Chiese di Elena e di Costantino, vennero consumate od almeno guaste
dalle fiamme; ed un solo giorno sacrilego vide poste a sacco le devote
offerto di trecent'anni; il vincitore fece trasportare in Persia il
Patriarca Zaccaria e la -Vera Croce-, e lo scempio di novantamila
Cristiani viene imputato agli Ebrei ed agli Arabi che aumentavano il
disordine della marcia Persiana. I fuggitivi della Palestina furono
accolti in Alessandria dalla carità dell'Arcivescovo Giovanni,
il quale fra la turba de' Santi vien distinto coll'epiteto di
-Elemosiniere-[540], e le rendite della Chiesa, insieme con un tesoro di
trecentomila lire sterline, furono restituite ai veri loro proprietarj,
i poveri di ogni paese e d'ogni denominazione. Ma l'Egitto medesimo, la
sola provincia, che, dal tempo di Diocleziano in poi, fosse andata
esente dalla guerra straniera ed interna, fu di nuovo soggiogato dai
successori di Ciro. Pelusio, la chiave di quell'impenetrabil paese si
lasciò sorprendere dalla cavalleria de' Persiani; impunemente essi
varcarono gl'innumerabili canali del Delta e scorsero la lunga valle del
Nilo, dalle piramidi di Menfi sino ai confini dell'Etiopia. Alessandria
avrebbe potuto venir soccorsa da una forza navale, ma l'Arcivescovo ed
il Prefetto s'imbarcarono alla volta di Cipro, e Cosroe entrò nella
seconda città dell'Impero, che ancor serbava un dovizioso avanzo
d'industria e di commercio. L'occidentale trofeo del Gran Re fu
innalzato, non sulle mura di Cartagine[541], ma nelle vicinanze di
Tripoli le colonne greche di Cirene furono finalmente estirpate; ed il
conquistatore, calcando le orme di Alessandro, ritornò in trionfo per le
arene del deserto Libico.
[A. D. 626]
Nella prima campagna, un altro esercito si avanzò dall'Eufrate al
Bosforo Tracio: Calcedonia si arrese dopo un lungo assedio, ed un campo
Persiano si mantenne per più di dieci anni al cospetto di
Costantinopoli. La spiaggia del Ponto, la città di Ancira, e l'isola di
Rodi si annoverarono fra le ultime conquiste del Gran Re; e se Cosroe
avesse posseduto qualche forza marittima, l'illimitata sua ambizione
avrebbe sparso la schiavitù e la desolazione sopra le province
dell'Europa.
Dalle rive lungamente contese del Tigri e dell'Eufrate, il regno del
nipote di Nushirvan subitamente si estese all'Ellesponto ed al Nilo,
antichi limiti della monarchia Persiana. Ma le province, foggiate da una
consuetudine di sei secoli alle virtù ed ai vizi de' Romani,
sopportavano di mal animo il giogo de' Barbari. L'idea di una Repubblica
era tenuta ognor viva dalle instituzioni, od almeno dagli scritti de'
Greci e de' Romani, ed i sudditi di Eraclio aveano sin dall'infanzia
imparato a profferire i vocaboli di libertà e di legge. Ma i Principi
dell'Oriente, per orgoglio o per politica, usarono in ogni tempo di
spiegare i titoli e gli attributi dell'onnipotenza loro; di far sentire
alle nazioni la schiavitù e l'abbiezione in cui giacciono, e di
aggravare, con crudeli ed insolenti minacce, il rigore de' loro comandi
assoluti. Scandalezzati erano i Cristiani dell'Oriente dall'adorazione
del fuoco, e dall'empia dottrina dei due Principi: nè i Magi erano meno
intolleranti de' Vescovi, ed il martirio di alcuni Persiani nativi, che
abbandonata aveano la religione di Zoroastro[542], apparve come il
preludio di una fiera e generale persecuzione. Le leggi oppressive di
Giustiniano aveano cangiato in nemici dello Stato gli avversari della
Chiesa; la lega degli Ebrei, de' Nestoriani e de' Giacobiti, avea
contribuito alle vittorie di Cosroe, ed il favore ch'egli parzialmente
compartiva ai settari, suscitò l'odio ed i timori del clero cattolico.
Consapevole di quell'odio e di questi timori, il conquistatore Persiano
governò con uno scettro di ferro i nuovi suoi sudditi; e come se poco
fidasse nella stabilità del suo dominio, egli dispogliò l'opulenza loro
con gli smoderati tributi e la licenziosa rapina; denudò o demolì i
templi dell'Oriente, e trasportò negli ereditari suoi regni l'oro e
l'argento, i marmi preziosi, le arti e gli artefici delle città
asiatiche. Nell'oscuro dipinto delle calamità dell'Impero[543] non è
agevole di scorgere la figura di Cosroe stesso, di sceverare le sue
azioni da quelle de' suoi luogotenenti, o di determinare il personale
suo merito in mezzo al general bagliore della gloria e della
magnificenza. Con ostentazione egli godeva i frutti della vittoria, e
frequentemente dai travagli della guerra si rifuggiva alla voluttà della
Reggia. Ma per lo spazio di ventiquattro anni, qualche idea di
superstizione o di dispetto lo rattenne dall'avvicinarsi alle mura di
Ctesifonte; e la favorita sua residenza di Artemita o Dastagerda,
giaceva di là dal Tigri[544], sessanta miglia circa a settentrione della
capitale. Gli addiacenti pascoli erano coperti di greggi e di armenti:
il paradiso ossia il parco fra pieno di fagiani, di pavoni, di struzzi,
di caprioli e di cignali, ed alle volte si discioglievano delle tigri e
de' leoni per somministrare il piacere di una caccia più ardimentosa: si
mantenevano novecento e sessanta elefanti per l'uso e il fasto del Gran
Re: i suoi padiglioni ed il suo bagaglio erano portati in campo da
dodicimila cammelli di razza grande e da ottomila di razza più
piccola[545]: e le stalle reali contenevano seimila muli e cavalli, tra'
quali i nomi di Shebdiz e di Barid eran rinomati per l'agilità o la
bellezza loro. Seimila guardie successivamente facevano la scolta
innanzi il palazzo; al servizio degli appartamenti interni . vegliavano
dodicimila schiavi, e nel novero di tremila vergini, le più bello
dell'Asia, qualche fortunata concubina consolava talvolta il suo Signore
della vecchiezza o dell'indifferenza di Sira. I vari tesori d'oro,
d'argento, di gemme, di seta e di aromati, stavano rinchiusi in cento
sotterraneo volte, e la camera -Badaverde- denotava l'accidentale dono
dei venti che recato aveano le spoglie di Eraclio in uno de' porti della
Siria occupati dal suo rivale. La voce dell'adulazione, e forse della
finzione, non arrossisce di contare i trentamila ricchi tappeti onde le
pareti erano adorne; le quarantamila colonne di argento, o più
probabilmente di marmo e di legno coperte di lastre di argento, che
sostenevano i tetti; ed i mille globi d'oro sospesi da una cupola, ad
imitare i moti de' pianeti e le costellazioni del zodiaco[546]. Intanto
che il monarca Persiano stava contemplando le meraviglie della sua arte
e del suo potere, egli ricevè una lettera da un oscuro cittadino della
Mecca, che lo invitava a riconoscere Maometto come l'apostolo di Dio. Il
Re disdegnò l'invito, e fece a pezzi la lettera. «Ed in questa guisa,»
sclamò il profeta Arabo, «Iddio farà a pezzi il regno, e disdegnerà le
suppliche di Cosroe». Posto sui limiti dei due vasti Imperi
dell'Oriente[547], Maometto osservava con secreta gioia il progresso
della reciproca lor distruzione; e nel mezzo appunto dei trionfi della
Persia, egli si avventurò a predire, come innanzi che passasser
molt'anni, la vittoria avrebbe fatto ritorno ai vessilli Romani[548].
Il tempo in cui dicesi che seguisse questa profezia, era certamente
quello in cui più lontano ne parea l'adempimento, poichè i primi dodici
anni del regno di Eraclio annunziavano la prossima dissoluzione
dell'Impero. Se puri ed onorevoli fossero stati i motivi di Cosroe, egli
avrebbe dovuto por fine alla contesa quando Foca fu spento, ed
abbracciare, come il miglior suo alleato, quel fortunato Affricano che
sì generosamente avea vendicato gli oltraggi del suo benefattore
Maurizio. La continuazione della guerra chiarì il vero carattere del
Barbaro, e le supplichevoli ambasciate di Eraclio onde implorare dalla
sua clemenza che risparmiasse gli innocenti, accettasse un tributo, e
donasse al mondo la pace, rigettate furono con dispregevol silenzio o
con insolenti minacce. La Siria, l'Egitto e le province dell'Asia, erano
soggiogate dalle armi Persiane, mentre l'Europa da' confini dell'Istria
sino alla lunga muraglia della Tracia, era oppressa dagli Avari non
saziati dal sangue o dalla rapina della guerra Italiana. Con freddo
animo essi avean trucidato i loro prigionieri maschi, nel campo sacro
della Pannonia; ridotte a servitù furono le donne e i fanciulli, e le
più nobili vergini si videro abbandonate alla indistinta lussuria de'
Barbari. L'amorosa matrona che avea aperto le porte del Friuli, passò
una breve notte nelle braccia del suo drudo reale: la sera appresso,
Romilda fu condannata agli abbracciamenti di dodici Avari, ed il terzo
giorno la principessa Lombarda fu impalata al cospetto del campo, mentre
il Cacano con crudele sorriso avvertiva che un simigliante marito era la
degna ricompensa della sua dissolutezza e perfidia[549]. Questi
formidabili nemici insultavano ed assediavano Eraclio da tutte le bande,
e ridotto era il Romano Impero alle mura di Costantinopoli, con qualche
avanzo della Grecia, dell'Italia e dell'Affrica, e con qualche città
marittima della costa Asiatica da Tiro a Trebisonda sulle coste
dell'Asia. Dopo la perdita dell'Egitto, la capitale patì la carestia e
la peste; e l'Imperatore, inabile a resistere e fuor di speranza di
ricever soccorso, avea deliberato di trasferire se stesso ed il governo
nella più sicura residenza di Cartagine. Già cariche erano le sue navi
de' tesori della Reggia, ma rattenuta ne venne la fuga per opera del
Patriarca il quale armò i poteri della Religione in difesa della patria;
condusse Eraclio all'altare di S. Sofia, e ne riscosse un solenne
giuramento di vivere e di morire insieme col popolo che Iddio aveva
affidato alle sue cure. Nelle pianure della Tracia accampava il Cacano,
ma dissimulava i perfidi suoi disegni, e chiedeva un abboccamento
coll'Imperatore presso la città di Eraclea. Con equestri giuochi si
celebrò la riconciliazione loro; il Senato ed il Popolo nelle più
allegre lor vesti accorsero alla festività della pace, e gli Avari
mirarono con invidia e desiderio, lo spettacolo del lusso Romano. In un
subito, l'Ippodromo fu circondato dai cavalli Scitici, che aveano
accelerato la secreta e notturna lor marcia. Il tremendo suono della
frusta del Cacano diede il segnal dell'assalto; ed Eraclio,
ravvolgendosi il diadema intorno al braccio, scampò, per somma ventura,
mercè della velocità del suo cavallo. Così rapido fu l'inseguire degli
Avari, ch'essi quasi entrarono per la porta aurea di Costantinopoli in
una colle turbe fuggenti[550]; ma il saccheggio de' sobborghi premiò il
lor tradimento, ed essi trasportarono di là dal Danubio dugento e
settantamila prigioni. Sul lido di Calcedonia, l'Imperatore tenne un più
sicuro congresso con un più onorato nemico, il quale, prima che Eraclio
scendesse dalla galea, salutò con riverenza e pietà la maestà della
porpora. L'amichevole offerta, fatta da Sain, generale Persiano, di
condurre un'ambasceria alla presenza del Gran Re, con fervida
riconoscenza fu accolta, e la preghiera di perdono e di pace umilmente
fu presentata dal Prefetto del Pretorio, dal Prefetto della città, e da
uno de' primi ecclesiastici della chiesa patriarcale[551]. Ma il
luogotenente di Cosroe avea fatalmente interpretato a rovescio le
intenzioni del suo Signore. «Non già Ambasciatori» disse il tiranno
dell'Asia, «ma bensì la stessa persona di Eraclio, avvinto in catene,
egli doveva trarre al piè del mio trono. Io non farò mai pace
coll'Imperator de' Romani, sintantochè egli abbia abbiurato il suo Dio
crocifisso, ed abbracciato il culto del Sole». Sain fu scorticato vivo,
giusta la pratica disumana del suo paese; ed il separato e rigoroso
confino degli ambasciatori, tradì la legge delle nazioni, e la fede di
un'espressa stipulazione. Tuttavia sei anni di sperienza avvertirono il
monarca Persiano che rinunziare ei dovea finalmente all'idea di
conquistare Costantinopoli, e lo mossero a specificare l'annuo tributo o
riscatto dell'Imperio Romano, consistente in mille talenti d'oro, mille
talenti di argento, mille vesti di seta, mille cavalli e mille vergini.
Eraclio sottoscrisse questi ignominiosi patti; ma il tempo e lo spazio
ch'egli ottenne per raccogliere que' tesori dalla povertà dell'Oriente,
avvedutamente furono impiegati ne' preparativi di un audace e disperato
attacco.
[A. D. 621]
Fra tutti i caratteri luminosamente notati dall'Istoria, quello di
Eraclio è forse uno de' più straordinari ed incoerenti. Ne' primi e
negli ultimi anni di un lungo regno, l'Imperatore si mostra quale
schiavo dell'ozio, del piacere e della superstizione, qual negligente ed
impotente spettatore delle pubbliche calamità. Ma le languide nebbie del
mattino e della sera, sono separate dal folgore del Sole al merigge.
L'Arcadio della reggia, sorge il Cesare del campo, e l'onore di Roma e
di Eraclio viene gloriosamente riparato dalle imprese e da trofei di sei
campagne piene di baldanza e di rischio. Era dovere degli Storici
Bizantini il rivelarci le cagioni del suo letargo e della sua vigilanza.
Così distanti da que' tempi, noi possiamo soltanto congetturare che
dotato ei fosse più di personal coraggio che di politica risoluzione;
che rattenuto fosse dai vezzi e forse dagli artifizi di sua nipote
Martina, colla quale, dopo la morte di Eudossia, egli contrasse un
incestuoso maritaggio[552], e che cedesse ai codardi avvisi de'
consiglieri, i quali sostenevano qual legge fondamentale, che
l'Imperatore non doveva mai cimentarsi nel campo[553]. Forse egli si
riscosse dal letargo all'ultima insolente domanda del conquistatore
Persiano; ma nel momento in cui Eraclio sfolgorò come un eroe, le sole
speranze dei Romani eran poste nelle vicende della fortuna, che potea
minacciare l'orgogliosa prosperità di Cosroe, e mostrarsi favorevole a
quelli ch'erano aggiunti all'ultimo periodo della depressione[554].
Prima cura dello Imperatore fu il provvedere alle spese della guerra; ed
affine di raccogliere il tributo invocò la benevolenza delle province
Orientali. Ma l'entrata più non discorreva per gli usati canali; il
credito di un Principe arbitrario è annichilato dal suo stesso potere;
ed il coraggio di Eraclio si spiegò prima di tutto nel prendere in
prestito le consacrate ricchezze delle Chiese col voto solenne di
restituire, con usura, tuttociò che sarebbe costretto ad impiegare in
servizio della Religione e dell'Impero. Pare che il clero istesso fosse
commosso dalla pubblica infelicità, e l'oculato Patriarca d'Alessandria,
senza voler permettere un sacrilegio assistette il suo sovrano, mediante
la miracolosa od opportuna rivelazione di un tesoro secreto[555]. Dei
soldati che avean cospirato insieme con Foca, si trovò che due soltanto
erano sopravvissuti ai colpi del tempo e dei Barbari[556]. La perdita
eziandio di questi sediziosi veterani, venne imperfettamente riparata
dalle nuove leve di Eraclio, e l'oro del Santuario raccolse in uno
stesso campo i nomi e le armi e la favella dell'Oriente e
dell'Occidente. L'Imperatore sarebbe stato pago se gli Avari si fossero
tenuti neutrali; e l'amichevole invito ch'egli fece al Cacano di non
diportarsi come nemico, ma come custode dell'Impero, fu accompagnato dal
più persuadente donativo di dugentomila monete d'oro. Due giorni dopo la
festa di Pasqua, l'Imperatore cangiata la porpora nel semplice abito di
un penitente e di un guerriero[557], diede il segnale della dipartenza.
Alla fede del popolo, Eraclio raccomandò i suoi figliuoli, commise il
poter civile ed il militare alle mani più degne; e nella prudenza del
Patriarca e del Senato pose l'autorità di salvare o di arrendere
Costantinopoli ove durante la sua lontananza, forse oppressa dalle forze
superiori dell'inimico.
[A. D. 622]
Di tende e d'armi vedeansi coperte le vicine alture di Calcedonia, ma se
temerariamente condotte si fossero le nuove leve di Eraclio all'attacco,
una vittoria de' Persiani alla vista di Costantinopoli, sarebbe stato
l'ultimo giorno del Romano Impero. Nè meno imprudente partito doveva
riuscir quello d'innoltrarsi nelle province dell'Asia, lasciando
l'innumerevole cavalleria libera di tagliar fuori i convogli e di
tribolar del continuo la stanca e disordinata retroguardia. Ma i Greci
erano ancora padroni del mare: una flotta di galee, di navi da
trasporto, di barche da vettovaglie era adunata nel porto; i Barbari al
soldo di Eraclio consentirono ad imbarcarsi; un buon vento gli portò
fuori dell'Ellesponto; le coste occidentali e meridionali dell'Asia
Minore stendevansi alla sinistra loro, l'intrepidezza del loro Capo si
mostrò all'aperto in una tempesta, e perfino gli eunuchi della sua
comitiva furono dall'esempio del loro Signore tratti a soffrire e ad
operare. Egli sbarcò le sue truppe sui confini della Siria e della
Cilicia, nel golfo di Scanderoon, dove la costa tutto ad un tratto volge
a mezzogiorno[558], e la scelta di questo porto importante fece prova
del suo discernimento[559]. Da tutte le parti, le sparse guernigioni
delle città marittime e de' monti potean raccogliersi con prontezza e
sicurezza intorno all'imperiale vessillo. Le fortificazioni naturali
della Cilicia difendevano e quasi occultavano il campo di Eraclio ch'era
piantato presso all'Isso sul terreno medesimo, dove Alessandro sconfisse
l'armata di Dario. L'angolo occupato dall'Imperatore era profondamente
internato in un vasto semicircolo composto dalle province Asiatiche,
Armene e Siriache, ed a qualunque punto della circonferenza egli volesse
dirizzare l'attacco, agevole gli riusciva dissimulare le sue mosse ed
antivenire quelle del nemico. Nel campo d'Isso, il Generale romano
riformò la scioperaggine ed il disordine de' veterani, ed ammaestrò le
nuove reclute nel conoscimento e nella pratica delle militari virtù.
Spiegando all'aure la miracolosa immagine di Cristo, gli esortò a
-vendicare- i sacri altari, profanati dagli adoratori del fuoco, e
chiamandoli co' dolci nomi di figli e di fratelli, deplorò le pubbliche
e private traversie della Nazione. I sudditi di un monarca si lasciaron
persuadere che combattevano per la libertà, ed un somigliante entusiasmo
passò nell'animo de' mercenarj stranieri, i quali con eguale
indifferenza dovean mirare gl'interessi di Roma o que' della Persia.
Eraclio egli stesso, coll'abilità e colla pazienza di un Centurione,
inculcava i precetti della tattica, ed i soldati venivano assiduamente
addestrati nell'uso delle armi, negli esercizj e nelle evoluzioni del
campo. La cavalleria e l'infanteria, grave armata o leggiera, era divisa
in due parti. Le trombe occupavano il centro, ed il loro suono regolava
la marcia, la carica, la ritirata o l'inseguimento, l'ordine diretto o
l'obbliquo, la falange profonda od estesa; e si rappresentavano le
operazioni della vera guerra con fittizj combattimenti. Qualunque
travaglio dall'Imperatore si prescrivesse alle truppe, vi si sommetteva
con eguale severità egli stesso; il lavoro, il vitto, il sonno de'
soldati era misurato dalle inflessibili leggi della disciplina, e, senza
dispregiare il nemico, essi impararono a porre un'implicita fidanza nel
proprio valore e nella saggezza del lor condottiere. La Cilicia
tostamente fu circondata dalle armi Persiane; ma la cavalleria loro
esitò a cacciarsi dentro le gole del monte Tauro, sinchè non furono
presi alle spalle dalle evoluzioni di Eraclio, il quale insensibilmente
circondò la retroguardia nemica, mentre pareva presentar la sua fronte
in ordine di battaglia. Mediante un falso movimento, col quale faceva le
viste di minacciar l'Armenia, ei gli trasse, contro lor voglia, ad una
battaglia generale. Adescati essi furono dall'artificioso disordine del
suo campo; ma quando si avanzarono per combattere, il terreno, il sole,
e l'aspettativa de' due eserciti, si trovarono contrarii ai Barbari. I
Romani con buon successo rinnovarono sul campo di battaglia i loro
guerrieri esercizj[560], e l'evento della giornata chiarì al mondo, che
i Persiani non erano invincibili, e che un eroe vestiva la porpora.
Forte per la vittoria e la fama acquistata, Eraclio arditamente ascese i
gioghi del monte Tauro, mosse il campo verso le pianure della
Cappadocia, e stabilì le sue truppe, per la stagione invernale, in
sicuri e ben provveduti alloggiamenti sulle rive del fiume Ali[561].
Superiore era il suo animo alla vanità di sfoggiare in Costantinopoli un
imperfetto trionfo: ma indispensabilmente facea mestieri della presenza
dell'Imperatore per calmare l'irrequieto e rapace ardire degli Avari.
[A. D. 623-624-625]
Da' giorni di Scipione e di Annibale in poi, non si era tentata
un'impresa più audace di quella che Eraclio mandò ad effetto per
liberare l'Impero[562]. Ei lasciò che i Persiani opprimessero per
qualche tempo le province, ed impunemente insultassero la capitale
dell'Oriente: mentre l'Imperatore romano s'apriva la perigliosa sua
strada a traverso il Mar Nero[563] ed i monti dell'Armenia; s'internava
nel cuor della Persia[564] e richiamava gli eserciti del Gran Re alla
difesa della straziata lor patria. Con una scelta mano di cinquemila
soldati, Eraclio navigò da Costantinopoli a Trebisonda; raccolse le sue
forze che aveano svernato nelle regioni del Ponto; e dalla foce del Fasi
fino al Mar Caspio confortò i suoi sudditi ed alleati a muovere col
successore di Costantino sotto il fedele e vittorioso vessillo della
Croce. Allorquando le legioni di Lucullo e di Pompeo passarono per la
prima volta l'Eufrate, esse arrossirono della facile lor vittoria sopra
i natii dell'Armenia. Ma la lunga sperienza della guerra aveva indurato
gli animi ed i corpi di quel popolo effeminato; si mostrò l'ardore e
l'intrepidezza loro nella difesa di un decadente Impero; essi
abborrivano e paventavano l'usurpazione della casa di Sassan, e la
memoria della persecuzione inveleniva il pio lor odio contro i nemici di
Cristo. I limiti dell'Armenia, come era stata ceduta all'Imperatore
Maurizio si stendevano sino all'Arasse; il fiume si sommise
all'oltraggio di un ponte[565], ed Eraclio, premendo i vestigi di
Marc'Antonio, si dirizzò verso la città di Tauride o Gandzaca,[566]
antica e moderna capitale di una delle province della Media. Cosroe
stesso, alla testa di quarantamila uomini, era tornato da qualche
spedizione lontana per opporsi ai progressi delle armi Romane; ma egli
ritirossi all'avvicinarsi di Eraclio, non accettando la generosa
alternativa della pace o della battaglia. In luogo di un mezzo milione
di abitatori che attribuiti vennero a Tauride sotto il regno dei Sofi,
la città non conteneva più di tremila case; ma il valsente de' tesori
reali in essa rinchiusi consideravansi di gran valore, attesa la
tradizione ch'essi fossero le spoglie di Creso, ivi trasportate per
opera di Ciro dalla cittadella di Sardi. Le rapide conquiste di Eraclio
non furono sospese che dalla stagione d'inverno; un motivo di prudenza,
o di superstizione[567] lo determinò a ritirarsi nella provincia di
Albania, lungo i lidi del Caspio; e le sue tende probabilmente si
piantarono nelle pianure di Mogan[568], accampamento favorito de'
Principi Orientali. Nel corso di questa fortunata incursione, segnalò
egli lo zelo e la vendetta di un Imperatore Cristiano; per suo cenno i
soldati estinsero il fuoco, e distrussero i templi de' Magi: le statue
di Cosroe, che aspirava agli onori divini, furono date alle fiamme, e le
rovine di Tebarma od Ormia[569], che avea dato i natali a Zoroastro,
servirono in qualche modo ad espiare gli oltraggi fatti al santo
Sepolcro. Uno spirito di religione più puro spiccò nel sollievo e nella
liberazione di cinquantamila prigionieri. Ricompensato fu Eraclio dalle
lagrime e dalle grate acclamazioni di essi; ma questa saggia operazione,
che sparse la fama della sua bontà, destò altamente le querele dei
Persiani contro l'orgoglio e l'ostinazione del loro monarca.
In mezzo alle glorie della successiva campagna, Eraclio dileguasi quasi
affatto a' nostri occhi ed a quelli degli Storici bizantini[570].
Staccandosi dalle spaziose e feconde pianure dell'Albania, pare che
l'Imperatore seguisse la catena de' monti Ircani, scendesse nella
provincia di Media o d'Irak, e portasse le vittoriose sue armi fino alle
città regali di Casbin e d'Ispahan, a cui mai non s'era avvicinato alcun
conquistatore Romano. Sbigottito sul pericolo del suo reame, Cosroe
richiamò le sue forze dal Nilo e dal Bosforo, e tre formidabili armate
circondarono, in terra lontana e nemica, il campo dell'Imperatore. Gli
abitanti della Colchide, alleati di Eraclio si apprestavano ad
abbandonare le sue insegne; ed i timori dei veterani più prodi si
esprimevano, dal loro stesso sfiduciato silenzio. «Non vi sia di
terrore» sclamò l'intrepido Eraclio «la moltitudine de' vostri nemici;
coll'ajuto del Cielo, un Romano può trionfare di mille Barbari. Ma se
noi consacriamo la vita per la salvezza de' nostri fratelli, noi
otterremo la corona del martirio, e l'immortal nostra ricompensa ci sarà
largamente pagata da Iddio e dalla posterità». Questi magnanimi sensi
furono sostenuti dal vigor delle azioni. Egli ributtò il triplice
attacco dei Persiani; approfittò delle scissure de' lor Capi, e mediante
una serie ben concertata di mosse, di ritirate e di azzuffamenti felici,
pervenne a cacciarli dal campo ed a confinarli nelle città fortificate
della Media e dell'Assiria. Nel fitto del verno, Sarabaza si reputava
sicuro dentro le mura di Salban: egli vi fu sorpreso dall'instancabile
Eraclio, il quale divise le sue truppe e fece una faticosa marcia nel
silenzio notturno. I tetti piatti delle case furono con inutil valore
difesi contro i dardi e le fiaccole de' Romani: i Satrapi ed i Nobili
della Persia, insieme con le mogli ed i figli loro ed il fiore della
marzial loro gioventù, o caddero uccisi o rimasero prigionieri. Una
precipitosa fuga salvò il Generale, ma l'aurea sua armatura fu preda del
vincitore; ed i soldati di Eraclio gioirono l'opulenza ed il riposo che
sì nobilmente s'erano meritati. Al tornare della primavera, l'Imperatore
attraversò in sette giorni i monti del Curdistan, e passò senza
resistenza il rapido corrente del Tigri. Oppressa dal peso delle spoglie
e de' prigionieri, l'armata Romana fece alto sotto le mura di Amida; ed
Eraclio informò il senato di Costantinopoli ch'egli era salvo e
vittorioso, del che già aveano avuto sentore per la ritirata degli
assedianti. I Persiani distrussero i ponti sull'Eufrate: ma tosto che
l'Imperatore ebbe scoperto un guado, frettolosamente si ritirarono a
difendere le rive del Saro[571] nella Cilicia. Questo fiume, od
impetuoso torrente, era largo forse trecento piedi: fortificato con alte
torri era il ponte, e le sponde erano coperte di Barbarici arcieri. Dopo
un sanguinoso conflitto, che durò fino a sera, i Romani prevalsero
nell'assalto, ed un Persiano di gigantesca statura fu ucciso e gettato
nel Saro dalla mano stessa dell'Imperatore. Si sbandarono scoraggiati i
nemici, Eraclio proseguì la sua marcia fino a Sebaste in Cappadocia, ed
in capo a tre anni, la stessa costa dell'Eussino applaudì il suo ritorno
da una spedizione lunga e vittoriosa[572].
[A. D. 626]
In vece di scaramucciare sulle frontiere, i due monarchi che si
contendevano l'Impero dell'Oriente, dirizzarono i disperati lor colpi al
cuore del loro rivale. Le forze militari della Persia aveano sofferto
assai per le marce ed i combattimenti di vent'anni; e molti veterani,
sopravvissuti ai perigli della spada e del clima, erano tuttor rinchiusi
nelle fortezze dell'Egitto e della Siria. Ma la vendetta e l'ambizione
di Cosroe esaurirono il suo regno, e le nuove leve di sudditi, di
stranieri e di schiavi, gli fornirono ancora tre formidabili corpi[573].
La prima armata, illustre per l'ornamento ed il titolo di -lance d'oro-
fu destinata a muovere contro di Eraclio; fu stanziata la seconda ad
impedire la sua congiunzione colle truppe del suo fratello Teodoro; e la
terza ebbe ordine di assediare Costantinopoli, o di secondare le
operazioni del Cacano, col quale il Re di Persia avea ratificato un
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