sei legioni, s'imbarcarono quaranta monaci per quell'isola remota, ed il
Pontefice si dolse degli austeri doveri che vietavano di partecipare a'
pericoli della spirituale lor guerra. In meno di due anni egli fu in
grado di significare all'Arcivescovo di Alessandria, ch'essi avevano
battezzato il Re di Kent con diecimila de' suoi Anglosassoni, e che i
missionarj Romani, come quelli della primitiva Chiesa, non d'altro erano
armati se non se di poteri spirituali e soprannaturali. La credulità o
la prudenza di Gregorio era sempre disposta a confermare la verità della
relazione colle prove degli spettri, de' miracoli e delle
risurrezioni[476]; e la posterità ha pagato alla sua memoria lo stesso
tributo ch'egli liberamente concedeva alle virtù della sua o delle
precedenti generazioni. Gli onori celesti furono liberalmente compartiti
dall'autorità de' Pontefici; ma Gregorio è l'ultimo del loro ordine
ch'essi abbian ardito d'inscrivere nel calendario de' Santi.
La potestà temporale dei Papi nacque appoco appoco dalle calamità dei
tempi, ed i Vescovi Romani che dappoi hanno inondato l'Europa e l'Asia
di sangue, erano allora costretti a regnare quai ministri di carità e di
pace. I. La Chiesa di Roma, come s'è innanzi osservato, era dotata di
ampie possessioni in Italia, in Sicilia e nelle più lontane province, ed
i suoi agenti, che comunemente erano suddiaconi, avevano acquistato una
giurisdizione civile ed anche criminale sopra i loro dipendenti e
coloni. Il successore di San Pietro amministrava il suo patrimonio colle
cure di un vigilante e moderato proprietario[477], e le Pistole di San
Gregorio sono piene di salutari avvisi di astenersi da processi dubbiosi
e molesti; di serbare l'integrità de' pesi e delle misure; di concedere
ogni ragionevole dilazione, e di alleggerire la capitazione degli
schiavi della gleba, i quali compravano il diritto di maritarsi col
pagamento di un'arbitraria tassa[478].
La rendita e il prodotto di questi stabili era trasportata alla foce del
Tevere, a rischio ed a spese del Papa; egli usava delle sue ricchezze
come un fedele castaldo della Chiesa e del povero, e liberamente
applicava a' loro bisogni gl'inesauribli compensi dell'astinenza e
dell'ordine. Si tennero per più di trecento anni nel Laterano i
voluminosi conti dell'entrate e delle spese, come il modello
dell'economia Cristiana. Nelle quattro grandi festività, il Papa
distribuiva il quartiere dell'assegnamento al clero, a' suoi domestici,
ai monasteri, alle chiese, ai cimiteri, alle limosinerie ed agli spedali
di Roma e del resto della Diocesi. Nel primo giorno di ciascun mese,
egli dispensava ai poveri, secondo la stagione, la porzione lor fissa di
grano, di vino, di caccio, di erbaggi, di olio, di pesce, di provigioni
fresche, di vestimenta e di denaro; ed i suoi tesorieri continuamente
ricevevan ordine di soddisfare, in suo nome, alle straordinarie
richieste dell'indigenza e del merito. La carità di ogni giorno e di
ogni ora sollevava le urgenti necessità degli infermi e de' disagiati,
degli stranieri e de' pellegrini; nè si accostava il Pontefice stesso al
frugale suo pasto se non dopo aver mandato alcuni piatti della sua
tavola a qualche infelice meritevole della sua pietà. La miseria de'
tempi avea ridotto i nobili e le matrone di Roma ad accettare, senza
rossore, le beneficenze della Chiesa: tre mila vergini ricevevano il
vitto e le vesti dalle mani del loro benefattore; e molti Vescovi
dell'Italia, fuggendo dai Barbari si ripararono alle soglie ospitali del
Vaticano. Gregorio perciò giustamente era chiamato il Padre della
Patria; e tale era l'estrema sensività della sua coscienza, che in pena
della morte di un accattone, ch'era perito sulla strada, egli
s'interdisse per più giorni l'esercizio delle funzioni sacerdotali. II.
Le sciagure di Roma involgevano il Pastore apostolico nelle pratiche
della pace e della guerra; e forse Gregorio non sapeva egli stesso se la
pietà e l'ambizione lo traesse a far le veci del suo assente Sovrano.
Egli scosse l'Imperatore da un troppo lungo letargo; gli espose la reità
e l'incapacità dell'Esarca e de' suoi ministri inferiori, si lagnò che i
veterani fossero tratti da Roma per la difesa di Spoleto, confortò
gl'Italiani a difendere le loro città e i loro altari; e condiscese,
nella crisi del pericolo, a nominare i Tribuni, ed a reggere le
operazioni delle truppe provinciali. Ma lo spirito marziale del Papa era
frenato dagli scrupoli dell'umanità e della religione; liberamente egli
condannò come odiosa ed oppressiva l'imposizione del tributo, quantunque
venisse impiegato in servigio della guerra Italiana, e protesse contro
gli editti Imperiali la devota codardia de' soldati che dalla vita
militare disertavano alla vita monastica. Se vogliamo dar fede alle sue
dichiarazioni, Gregorio avrebbe potuto agevolmente sterminare i Lombardi
per mezzo delle domestiche lor fazioni, senza lasciar vivo un Re, un
Duca od un Conte, e salvare quella sfortunata nazione dalla vendetta de'
loro nemici. In qualità di Vescovo cristiano, egli preferì i salutevoli
uffizi di pace; la sua mediazione sedò il tumulto delle armi; ma troppo
conoscente egli era delle arti de' Greci e delle passioni de' Lombardi,
per impegnare la sacra sua promessa che la tregua sarebbe osservata.
Deluso nella speranza che avea nutrito di una generale e durevol
concordia, gli bastò l'animo di salvar la sua patria senza il
consentimento dell'Imperatore e dell'Esarca. Sospesa sopra di Roma era
la spada dell'inimico; essa ne fu stornata dalla dolce eloquenza e dagli
opportuni donativi del Pontefice, il quale si attraeva il rispetto de'
Barbari e degli Eretici. I meriti di Gregorio furono contraccambiati
dalla corte di Bisanzio con rampogne ed insulti: ma nell'amore di un
Popolo riconoscente, egli trovò il più puro guiderdone di un cittadino,
ed i migliori titoli dell'autorità di un sovrano[479].
NOTE:
[405] Vedi nelle -Familiae byzantinae- di Ducange (p. 89-101), quanto si
riferisce alla famiglia di Giustino e di Giustiniano. Ludewig (-in vit.
Justinian-. p. 131) ed Eineccio (-Hist. iuris rom-. p. 374),
giureconsulti devoti, hanno spiegata la genealogia del favorito lor
principe.
[406] Per raccontare come è salito al trono Giustino, ho tradotto in
semplice e concisa prosa gli ottocento versi dei due primi libri di
Corippo, -De laudibus Justini- (-Appendix Hist. bizant-. p. 401-416,
Roma, 1777).
[407] Fa meraviglia che Pagi (-Critica in Annal. Baron-. t. II p. 639)
sulla fede di qualche cronaca siasi tratto a contraddire il chiaro e
decisivo testo di Corippo (-Vicina dona-l. II, 354; -Vicina dies-, l.
IV), ed a posporre il consolato di Giustino, sino all'A. D. 567.
[408] Teofane, -Chronograph-. p. 205. È inutile di allegare la
testimonianza di Cedreno e di Zonara, mentre essi non sono che semplici
compilatori.
[409] Corippo, l. III, 390. Si tratta incontestabilmente dei Turchi
vincitori degli Avari; ma la parola -scultor- sembra non aver senso; e
l'unico manoscritto esistente di Corippo, sul quale fu pubblicata la
prima edizione di questo scrittore (1581, -apud- Plantin), non si trova
più. L'ultimo editore, Foggini di Roma, congetturò che tal parola
dovesse esser corretta in quella di Soldano; ma le ragioni allegate dal
Ducange (Joinville, -Dissertat-. 16 p. 238-240) per provare che questo
titolo fu assai di buon'ora adoperato dai Turchi e dai Persiani, sono
deboli od equivoche; ed io mi trovo più disposto in favore di Herbelot
(Bibl. orient. p. 825) che attribuisce a quel vocabolo un'origine araba
o caldea, e lo fa incominciare nell'undecimo secolo, in cui il califfo
di Bagdad l'accordò a Mahmud, principe di Gazna e vincitore dell'India.
[410] Su questi caratteristici discorsi si paragonino i versi di Corippo
(l. III, 251-401) colla prosa di Menandro (-Excerpt. legat-. p. 102,
103). La loro diversità prova che non furono copiati l'uno dall'altro, e
la loro rassomiglianza che furono attinti alla stessa fonte.
[411] Sulle guerre degli Avari contro gli Austrasiani, vedasi Menandro
(-Excerpt. legat-. p. 110), San Gregorio di Tours (-Hist. Franc-. l. IV
c. 29), e Paolo Diacono (-De gest. Langob-. l. II c. 10).
[412] Paolo Warnefrido, Diacono del Friuli (-De gest. Langob-. l. I c.
23, 24). I suoi quadri de' nazionali costumi, quantunque grossolanamente
abbozzati, sono più animati ed esatti di quelli di Beda o di San
Gregorio di Tours.
[413] Questa istoria è raccontata da un impostore (Teofilatto Simocat.
l. VI c. 10); il quale però ebbe l'accortezza di stabilire le sue
finzioni su fatti pubblici e notorj
[414] Dopo le osservazioni di Strabone, di Plinio e d'Ammiano
Marcellino, sembra che questo fosse un uso comune fra le tribù degli
Sciti (Muratori, -Script. rer. italicar-. t. I p. 424). Le chiome
dell'America settentrionale sono esse pure trofei di valore; i Lombardi
conservarono per più di due secoli il cranio di Cunimondo; e lo stesso
Paolo intervenne al banchetto, in cui il duca Radechisio fece portar
fuori questa coppa destinata alle grandi solennità.
[415] Paolo, l. 1 c. 27; Menandro, in -Excerpt. legat-. p. 110, 111.
[416] -Ut hactenus etiam jam apud Bajoariorum gentem quam et Saxonum sed
et alios ejusdem linguae homines..... in eorum carminibus celebretur-
(Paolo, l. 1 c. 27). Esso morì, A. D. 799 (Muratori, -in Praefat-. t. 1
p. 397). Queste canzoni de' Germani, alcune delle quali potevano
risalire ai tempi di Tacito (-De morib. Germ-. c. 2), furono compilate e
trascritte per ordine di Carlo Magno. -Barbara et antiquissima carmina,
quibus veterum regum actus et bella canebantur scripsit memoriaeque
mandavit- (Eginardo, -in vit. Car. Magn-. c. 29 p. 130, 131). I poemi di
cui fa elogio Goldast (-Animad. ad- Eginard. p. 207) sembrano essere
romanzi moderni e spregevoli.
[417] Paolo (l. II c. 6-26) parla delle altre nazioni. Muratori (Antich.
Ital. t. I, Dissert. 1 p. 4) ha scoperto il villaggio de' Bavari alla
distanza di tre miglia da Modena.
[418] Gregorio il Romano (Dialog. l. III c. 27, 28, -apud- Baron.
-Annal. eccles-. A. D. 579 n. 10) suppone che essi adorassero una capra.
Io non conosco che una religione in cui la Divinità sia ad un tempo
stesso la vittima.
[419] I rimproveri che dal Diacono Paolo (l. II c. 5) vengono fatti a
Narsete, possono essere senza fondamento; ma le migliori critiche
rifiutano la debole apologia pubblicata dal Cardinale Baronio (-Annali
Eccles.- A. D. 567 n. 8-12). Fra questi critici io indicherò il Pagi
(tom. II p. 639, 640), il Muratori (Annali d'Ital. t, V p. 160-163), e
gli ultimi editori, Orazio Bianco (-Script. rer. Italic.- t. I p. 427,
428), e Filippo Argelato (Sigon. Opera, t. II p. 11, 12). È certo che
quel Narsete che assistette alla coronazione di Giustino (Corippo, l.
III, 221) era un'altra persona dello stesso nome.
[420] Paolo (l. II c. 11), Anastasio (-in vit. Johan-. III p. 43),
Agnello (-Liber pontifical. Raven. in Script. rer. Ital-. t. II part, 1
p. 114-124) fanno menzione della morte di Narsete. Ma non posso
convenire con Agnello che questo Generale avesse novantacinque anni.
Com'è probabile che agli ottant'anni cominci l'epoca delle gloriose sue
imprese?
[421] Paolo Diacono nell'ultimo capitolo del suo primo libro, e ne'
sette primi del secondo, ci fa conoscere i disegni di Narsete e dei
Lombardi intorno all'invasione dell'Italia.
[422] In seguito a questa translazione, l'Isola di Grado prese il nome
di Nuova Aquileja (-Chron. Venet-. p. 3). Il Patriarca di Grado non
tardò molto a diventare il primo cittadino della Repubblica (p. 9 ec.);
ma la sua sede non si trasferì a Venezia che nel 1450, e presentemente è
carico di titoli e di onori. Ma il genio della Chiesa s'abbassò innanzi
al genio dello Stato, ed il governo di Venezia cattolica è presbiteriano
in tutto il rigor del termine (Tomassino, -Discip. de l'Eglise-, t. 1 p.
156, 157, 161-165; Amelot da la Houssaye, -Gouvernement de Venise-, t. 1
p. 256-261).
[423] Paolo fece una descrizione delle diciotto regioni in cui l'Italia
era allora divisa (l. II c. 14-24). La -Dissertatio chorographica de
Italia medii aevi- del Padre Beretti, religioso Benedettino e professore
Reale a Pavia, è stata consultata con molto profitto.
[424] Veggansi i materiali raccolti da Paolo sulla conquista d'Italia
(l. II c. 7-10, 12, 14, 25, 26, 27), l'eloquente racconto di Sigonio (t.
II, De regno Italiae, l. I p. 13-19), e le esatte critiche Dissertazioni
del Muratori (Annali d'Italia, t. V p. 164-180).
[425] Il lettore ricorderà la storia della moglie di Candaulo e
l'assassinio di questo sposo che viene narrato da Erodoto in un modo sì
piccante nel primo libro della sua Storia. La scelta di Gige αιρεεται
αυτος περιειναί può servire d'una specie di scusa a Peredeo;
ed i migliori scrittori dell'antichità si sono serviti di questa blanda
insinuazione di un'idea odiosa (-Graevius, ad Ciceron. Orat. pro
Milone-, c. 10).
[426] Vedi l'Istoria di Paolo, l. II c. 28-32. Ho cavato parecchie
interessanti particolarità dal -Liber pontificalis- d'Agnello, -in
Script. rer. Ital-. t. II p. 124. Fra tutte le guide cronologiche, la
più sicura è il Muratori.
[427] Gli autori originali sul Regno di Giustino il Giovine sono Evagrio
(-Hist. eccl-. l. V c. 1-12), Teofane (-Chronograph-. p. 204-210),
Zonara (t. II l. XIV p. 70-72), Cedreno (-in Compend-. p. 388-392).
[428]
-Dispositorque novus sacrae Baduarius aulae;-
-Successor soceri mox factus Cura palati-.
CORIPPO.
Fra i discendenti e gli alleati della casa di Giustiniano contasi
Badoario. Una casa Badoero nel nono secolo, famiglia nobile di Venezia,
vi ha fabbricato chiese e dato alcuni Duchi alla Repubblica; e se la di
lei genealogia è comprovata come si conviene, in Europa non v'ha Re che
vantarne possa una tanto antica ed illustre (Ducange, -Fam. Byzant-. p.
99, Amelot de la Houssaye, -Gouvern. de Venise-, t. 11 p. 555).
[429] Gli elogi più puri e più autorevoli sono quelli che ricevono i
Principi prima del loro esaltamento. Mentre si innalzava Giustino al
trono, Corippo avea encomiato Tiberio (l. I p. 212-222). Del resto un
Capitano stesso delle guardie poteva instigare l'adulazione d'un
Affricano esigliato.
[430] Evagrio (l. V c. 13) ha aggiunto il rimprovero di Giustino a' suoi
Ministri. Egli applica questo discorso alla cerimonia, in cui fu
conferita a Tiberio la dignità Cesarea. Non per un vero sbaglio, ma per
le loro vaghe espressioni, Teofane ed alcuni altri fecero pensare che si
avesse a riferire all'epoca in cui Tiberio fu decorato del titolo
d'Augusto, subito dopo la morte di Giustino.
[431] Teofilatto Simocatta (l. III c. 11) attesta formalmente, che
trasmette ai posteri l'aringa di Giustino quale la pronunziò, e senza
voler correggere gli errori di lingua e di rettorica. Probabilmente
questo futile sofista non sarebbe stato capace di farne una simile.
[432] Vedi, sul carattere ed il regno di Tiberio, Evagrio (l. V c. 13),
Teofilatto (l. III c. 12 ecc.), Teofane (in Chron. p. 210-213), Zonara
(t. II l. XIV p. 22), Cedreno (p. 392), Paolo Warnefrido (-De gestis
Longobard-. l. III c. 11, 12). Il Diacono del -Forum Julii- pare che
abbia avuto veramente cognizione di alcuni fatti curiosi ed autentici.
[433] È singolare che Paolo (l. III c. 15) lo distingue come il primo
fra gli Imperatori greci, -primus ex graecorum genere in imperio
constitutus-. È vero che i suoi immediati predecessori erano nati nelle
province latine d'Europa: e nel testo di Paolo bisogna forse leggere -in
Graecorum imperio-; ciò che applicherebbe l'espressione all'impero anzi
che al Principe.
[434] Sul carattere e regno di Maurizio vedi il quinto e sesto libro
d'Evagrio, e specialmente il libro VI c. 1, gli otto libri della
prolissa ed ampollosa istoria di Teofilatto Simocatta, Teofane (p. 213
ec.), Zonara (t. II l. XIV p. 73), Cedreno (p. 394).
[435] Αυτοκρατωρ οντως γενομενος την μεν οχλοκρατειαν των παθων εκ της
οικειας εξενηλατησε ψυκης: αρισοκρατειαν δε εν τοις εαυτου λογισμοις
κατασησαμενος. Evagrio compose la sua storia nel
duodecimo anno del regno di Maurizio, ed egli era stato così saggiamente
indiscreto, che l'Imperatore conobbe e ricompensò le sue favorevoli
opinioni (l. VI c. 24).
[436] I geografi antichi fanno spesso menzione della -columna rhegina-,
situata nella più stretta parte del Faro di Messina, alla distanza di
cento stadj dalla città di Reggio. Vedi Cluvier (-Ital. antiq.- t. II p.
1295), Luca Olstenio (-Annot. ad- Cluvier, p. 301) e Wesseling (Itiner.
p. 106).
[437] Gli storici Greci non ispargono che una debole luce sulle guerre
d'Italia (Menandro, in -Excerpt. legat.- p. 124-126; Teofilatto, l. III
c. 4). I Latini, e specialmente Paolo Warnefrido (l. III c. 13-34), che
aveva lette le anteriori istorie di Secondo e di Gregorio di Tours, sono
più soddisfacenti. Il Baronio cita alcune lettere de' Papi ec., e si
trovano stabilite le epoche nell'esatta Cronologia del Pagi e del
Muratori.
[438] Zacagni e Fontanini, difensori della causa de' Papi, hanno potuto
a giusto titolo reclamare le valli e le paludi di Comacchio come una
parte dell'Esarcato; ma nella loro ambizione, essi hanno voluto
comprendere anche Modena, Reggio, Parma e Piacenza, ed hanno ottenebrata
una questione di geografia, già dubbiosa ed oscura per se stessa. Anche
il Muratori, come servitore della casa d'Este, non va esente di
parzialità e di prevenzione.
[439] Vedi Brenckmann, -Dissert. prima de republica Amalphitana-, p.
1-42, -ad calcem Hist. Pandect. Florent.-
[440] Gregorio Magno, l. III, epist. 23, 25, 26, 27.
[441] Io ho descritto l'Italia colla scorta dell'eccellente
Dissertazione del Beretti. Il Giannone (Istoria Civile, t. I p.
374-387), nella geografia del Regno di Napoli, ha seguìto il dotto
Camillo Pellegrino. Quando l'Impero ebbe perduto la Calabria
propriamente detta, la vanità de' Greci sostituì il nome di Calabria
all'ignobile denominazione di Bruzio; e sembra che questa alterazione
abbia avuto luogo prima del Regno di Carlo Magno (Eginardo, p. 75).
[442] Maffei (Verona illustrata, part. I p. 310-321) e Muratori
(-Antich. Ital.- t. II, Dissert. 32, 33 p. 71-365), il primo col massimo
entusiasmo, ed il secondo colla più gran moderazione, hanno ambedue
sostenuto le pretensioni della lingua latina, e spiegato molto sapere,
spirito ed esattezza in questa discussione.
[443] Paolo, -De gest. Longobard.- l. III c. 5, 6, 7.
[444] Paolo, (l. II c. 9) applica a queste famiglie o a queste
generazioni il nome teutonico di -Faras-, che si rinviene eziandio nelle
leggi dei Lombardi. Il Diacono con tutta la sua modestia non era
insensibile alla nobiltà della sua razza. Vedi L. IV c. 39.
[445] Si confrontino il num. 3 ed il num. 177 delle leggi di Rotario.
[446] Paolo, l. II c. 31, 32; l. III c. 16. Le leggi di Rotario
pubblicate A. D. 643 non contengono alcun'orma di questo tributo del
terzo dei prodotti; ma ci danno parecchie minute e curiose particolarità
intorno lo stato dell'Italia ed i costumi dei Lombardi.
[447] Le razze di Dionigi di Siracusa, e le frequenti sue vittorie nei
giuochi Olimpici, aveano divulgata fra i Greci la fama dei cavalli della
Venezia; ma la loro razza erasi perduta ai tempi di Strabone (l. V p.
325). Gisulfo da suo zio ottenne -generosarum equarum greges- (Paolo, l.
II c. 9). Successivamente i Lombardi introdussero in Italia -caballi
sylvatici-, cavalli selvaggi (Paolo, l. IV c. 11).
[448] -Tunc- (A. D. 596) -primum-, Bubali -in Italiam delati Italiae
populis miracula fuere- (Paolo Warnefridio, l. IV, c. 11). I bufali che
paiono essere originarj dell'Affrica e dell'India, non si conoscono in
Europa, eccetto in Italia, dove sono numerosi ed utili: gli antichi non
avevano la menoma idea di questi animali, a meno che Aristotile (-Hist.
anim.- l. III c. 1 p. 58, Parigi, 1783) non abbia inteso darne una
descrizione sotto il nome di buoi selvaggi d'Aracosia (Vedi Buffon,
-Hist. nat.- t. XI, e supplem. t. VI; -Hist. gen. des Voyages-, t. I p.
7, 481; II, 105; III, 291; IV, 234, 461; V, 195; VI, 491; VIII, 400; X,
666; Pennant's -Quadrupedes-, p. 24; -Dictionn. d'Hist. nat. par-
Valmont de Bomare, t. II p. 74). Del resto non devo tacere che Paolo,
verisimilmente per un errore invaso nel volgo, ha dato il nome di
-bubalus-, all'auroco, o toro selvaggio dell'antica Germania.
[449] Vedi la ventesima Dissertazione di Muratori.
[450] Se ne ha una prova nel silenzio stesso degli autori che hanno
scritto sulla caccia e la storia delle bestie. Aristotile (-Hist.
animal.- l. IX c. 36 t. 1 p. 586, e le Annotazioni del sig. Camus che ne
è l'ultimo editore, t. II p. 314), Plinio (-Hist. nat.- l. X c. 10),
Eliano (-De nat. animal.- l. II c. 42), e forse Omero (-Odyss.- XXII,
302-306), parlano con istupore d'una tacita lega e d'una caccia comune
fra i falconi ed i cacciatori della Tracia.
[451] Specialmente il girifalco od il -gyrfalcon-, che ha la stessa
grossezza d'una piccola aquila. Vedi la descrizione animata che ne fa il
sig. di Buffon (-Hist. nat.- t. XVI p. 239).
[452] -Script. rer. Ital.- t. 1 part. II p. 129. Si è la 16. legge
dell'Imperatore Luigi il Pio. Falconieri e cacciatori formavano parte
del servizio della casa di Carlo Magno suo padre (Mem. sull'antica
Cavalleria del sig. di Saint-Palaye, t. III p. 175). Le leggi di Rotario
parlano dell'arte della falconeria in un'epoca anteriore (n. 322); e
sino dal quinto secolo, Sidonio Apollinare l'annoverava fra i talenti
del Gallo Avito (202-207).
[453] A parecchi de' suoi compatriotti si può applicare l'epitaffio di
Droctulfo (Paolo, l. III c. 19).
-Terribilis visu facies, sed corde benignus,-
-Longaque robusto pectore barba fuit.-
Nel palazzo di Monza distante dieci miglia da Milano si mirano ancora
oggi giorno i ritratti degli antichi Lombardi; quel palazzo fu
fabbricato o restaurato dalla Regina Teodolinda (l. IV, 22, 23).
[454] Paolo (l. III c. 29, 34) riferisce la Storia d'Autario e di
Teodolinda; ed ogni frammento degli antichi Annali della Baviera anima
le instancabili ricerche del conte di Buat (-Histoire des Peuples de
l'Europe-, t. XI p. 595-635; t. XII p. 1, 53).
[455] Giannone (Storia civile di Napoli, t. I p. 263) biasima con
ragione l'impertinenza del Boccaccio (Giorn. III, Nov. 2), il quale
senza motivo, o pretesto, e contro ogni verità, presenta la Regina
Teodolinda nelle braccia d'un mulattiere.
[456] Paolo, l. III c. 16. Si consultino sullo Stato del Regno d'Italia
le prime Dissertazioni del Muratori, ed il primo volume della Storia di
Giannone.
[457] La più esatta edizione delle leggi Lombarde è quella dei -Script.
rer. Italic.- t. 1 part. II p. 1-181. È stata collazionata sul
manoscritto più antico, ed illustrata da annotazioni critiche del
Muratori.
[458] Montesquieu (-Esprit des Lois-, l. XXVIII c. 1): «Abbastanza
giudiziose sono le leggi dei Borghignoni, ma più ancora lo sono quelle
di Rotario, o di altri principi Lombardi.»
[459] Vedi le leggi di Rotario, n. 379 p. 49. Striga è usato come il
nome di una strega. Questo vocabolo è figlio del più puro latino
(Orazio, -Epod.- V, 20; Petronio, c. 134). Pare che un passo di
quest'ultimo autore, -Quae striges comederunt nervos tuos?- comprovi che
un tal pregiudizio fosse di origine italiana, anzi che barbara.
[460] -Quia incerti sumus de iudicio Dei, et multos audivimus per pugnam
sine iusta causa, suam causam perdere. Sed propter consuetudinem gentem
nostram Langobardorum legem impiam vetare non possumus.- Vedi p. 74 n.
65 delle Leggi di Luitprando, promulgate A. D. 724.
[461] Leggi la Storia di Paolo Warnefrido, e specialmente il libro III
c. 16. Il Baronio non vuol acconsentire a questo fatto che pare in
contraddizione colle invettive di Papa Gregorio il Grande; ma il
Muratori (Annali d'Italia, t. V p. 217) ha il coraggio di far sentire
che il Santo può benissimo avere esagerato i falli imputati agli Arriani
ed ai nemici.
[462] Il Baronio ha copiato ne' suoi Annali (A. D. 590 n. 16; A. D. 595
n. 2 ec.) i passi delle Omelie di San Gregorio, che mettono in chiaro lo
stato sciagurato della città e della campagna di Roma.
[463] Un Diacono che da San Gregorio di Tours venne spedito a Roma, per
procurarsi reliquie, fa una descrizione dell'inondazione e della peste.
Lo spiritoso deputato abbellisce il suo racconto coll'arricchire il
fiume d'un gran drago accompagnato da una coorte di piccole serpi (S.
Greg. di Tours, l. X c. 1).
[464] San Gregorio di Roma (Dialog. l. II c. 15) riferisce una
predizione memorabile di San Benedetto. -Roma a gentilibus non
exterminabitur, sed tempestatibus, coruscis turbinibus ac terrae motu in
semeptisa marcescet.- Questa profezia, col testificare il fatto per cui
e con cui è stata inventata, rientra nel dominio della Storia.
[465] -Quia in uno se ore cum Jovis laudibus, Christi laudes non
capiunt, et quam grave nefandumque sit episcopis canere, quod nec laico
religioso conveniat, ipse considera- (l. IX, epist. 4). Gli scritti di
San Gregorio fanno testimonianza della sua innocenza intorno al gusto ed
alla letteratura dei classici.
[466] Bayle (Dizionario critico t. II p. 598, 599) in un eccellente
articolo relativo a Gregorio I cita Platina sulla distruzione de'
fabbricati e delle statue, di cui si fa rimprovero a Gregorio I; quanto
alla Biblioteca Palatina egli allega Giovanni di Salisbury (-De nugis
curialium-, l. II c. 26); e per Tito Livio cita Antonio Fiorentino: il
più antico di codesti tre testimonj viveva nel secolo dodicesimo.
[467] San Gregorio, l. III, -epist.- 24, -indict.- 12 ec. Dalle epistole
di S. Gregorio e dall'ottavo volume degli Annali di Baronio, i pii
lettori potranno conoscere quali particelle delle catene di S. Paolo
amalgamate con oro e fabbricate sotto forma di chiavi o di croci
venissero disseminate nella Brettagna, la Gallia, la Spagna, a
Costantinopoli ed in Egitto. Il fabbro pontificio che adoperò la lima
dovè per certo aver contezza de' miracoli che avea il potere di fare o
d'impedire; il che, a spese della veracità di S. Gregorio, deve scemare
l'idea della sua superstizione.
[468] Oltre alle epistole di S. Gregorio classificate da Dupin (-Bibl.
eccles.- t. V p. 103-126), abbiamo tre vite di questo Papa. Le due prime
furono scritte nell'ottavo e nono secolo (-De triplici vita S. Gregor.-
-Prefazione- del 4. volume dell'ediz. dei Benedettini) dai Diaconi Paolo
(p. 1-18) o Giovanni (p. 19-188); esse contengono molte testimonianze
originali ma dubbie. La terza vita è un lungo o fastidioso epilogo degli
editori Benedettini (p. 199-305). Gli Annali del Baronio somministrano
una Storia copiosa ma parziale. Il buon senso di Fleury (-Hist. eccles.-
t. VIII) corregge i pregiudizj papali di questo scrittore, e Pagi e
Muratori hanno rettificato le sue date.
[469] Il Diacono Giovanni parla di questo ritratto che avea veduto (l.
IV c. 83, 84); ed Angelo Rocca antiquario romano ha illustrato la sua
descrizione (San Gregorio, Opere, t. IV p. 312-326). Quest'autore (p.
321-323) asserisce che in alcune antiche Chiese di Roma si conservano
mosaici dei Papi del settimo secolo. Le mura che per lo passato
rappresentavano la famiglia di San Gregorio, offrono ora il martirio di
S. Andrea, ove il genio del Dominichino ha gareggiato col genio del
Guido.
[470] -Disciplinis vero liberalibus, hoc est grammatica, rethorica,
dialectica, ita a puero est institutus, ut quamvis eo tempore florerent
adhuc Romae studia litterarum, tamen nulli in urbe ipsa secundus
putaretur- (Paolo Diacono, -in vita. S. Gregor.- c. 2).
[471] I Benedettini (-in vit. sanct. Greg.- l. I p. 205-208) fanno tutti
gli sforzi onde provare che S. Gregorio pei proprj Monasteri adottò la
regola del loro Ordine; ma da che confessano avere il fatto qualche
dubbiezza, è evidente che la pretensione di questi potenti Monaci è
totalmente falsa. Vedi Butler, -Lives of the Saints-, vol. III p. 145,
opera di merito: il buon senso ed il sapere sono dell'Autore, ed i
pregiudizj che vi si incontrano appartengono alla sua professione.
[472] -Monasterium Gregorianum in eiusdem beati Gregorii aedibus ad
clivum Scauri prope ecclesiam SS. Johannis et Pauli in honorem S.
Andreae- (Gio. -in vit. S. Greg.- l. 1, c. 6; S. Gregorio, l. VII,
epist. 13). Questa casa e questo Monastero erano collocati sul fianco
del Monte Celio che sta rimpetto al Monte Palatino; in oggi è posseduta
dai Camaldolesi. San Gregorio trionfa e Sant'Andrea si è ritirato in
un'angusta Cappella (Nardini, Roma antica, l. III c. 6 p. 100;
Descrizione di Roma t. I p. 442-446).
[473] Tutto il -Pater noster- non è costituito che da cinque o sei
linee; invece il -Sacramentarius- e l'-Antiphonarius- di San Gregorio
riempiono 880 pag. in fol. (t. III part. I p. 1-880); eppure non formano
che una sola parte dell'-Ordo Romanus- che Mabillon ha spiegato, e che è
stato compendiato da Fleury (-Hist. eccl.- t. VIII p. 139-152).
[474] L'Abbate Dubos (Riflessioni sulla poesia e la pittura, t. III p.
174, 175) osserva che il canto Ambrosiano è tanto semplice, che non
impiega che quattro tuoni; e che la più perfetta armonia del canto di
San Gregorio comprendeva gli otto tuoni, ossiano le quindici corde della
musica antica. E soggiunge (p. 332) che gli intelligenti ammirano la
prefazione e parecchi pezzi dell'officio Gregoriano.
[475] Giovanni il Diacono (-in vit. S. Greg.- l. III c. 7) ci dà a
conoscere il disprezzo dimostrato fin di buon'ora dagli Italiani pel
canto all'uso oltramontano. -Alpina scilicet corpora vocum suarum
tonitruis altisona perstrepentia, susceptae modulationis dulcedinem
proprie non resultant; quia bibuli gutturis barbara feritas dum
inflexionibus et repercussionibus mitem nititur edere cantilenam,
naturali quodam fragore quasi plaustra per gradus confuse sonantia
rigidas voces iactat-, ec. Sotto il Regno di Carlo Magno, i Franchi
convenivano, benchè alquanto ritrosamente, della giustizia di questo
rimprovero (Muratori, Dissert. 25).
[476] Un critico francese (P. Gussainv. -Op.- t. II, p. 105-112) ha
vendicato il diritto di S. Gregorio all'intera assurdità dei Dialoghi.
Dupin (t. V p. 138) dubita nemmeno che siavi chi non abbia a garantire
la verità di tutti questi miracoli. Io però sarei ben curioso di sapere
-quanti- egli stesso ne adottava.
[477] Il Baronio non ama di fermarsi su questi dominj ecclesiastici,
perchè teme di far vedere che erano composti di -fattorie o poderi- e
non di -regni-. Gli scrittori francesi, i Benedettini (t. IV l. III p.
272 ec.) e Fleury (t. VIII p. 29 ec.) non temono d'internarsi in queste
modeste ma utili particolarità, e l'umanità di Fleury insiste sulle
virtù sociali di San Gregorio.
[478] Mi vien tutta la tentazione di credere che questa pecuniaria
ammenda sui matrimonj dei -villani- sia quella che ha prodotto il famoso
e bene spesso favoloso diritto di -cuissage-, di -marquette-, ec. È
possibile che una vaga sposa, col consentimento del marito, commutasse
il pagamento fra le braccia di un giovane signore, e che questo mutuo
favore abbia potuto servire ad esempio onde autorizzare qualche atto
tirannico locale, senza alcuna legalità.
[479] Il Sigonio espone abilmente il temporale governo di Gregorio I.
Vedi il libro primo De -Regno Italiae-, t. II della raccolta delle sue
Opere, p. 44-75.
CAPITOLO XLVI.
-Rivoluzioni di Persia dopo la morte di Cosroe o Nushirvan. Il
tiranno Ormuz, suo figlio, è deposto. Usurpazione di Bahram.
Fuga e restaurazione di Cosroe II: sua gratitudine verso i
Romani. Il Cacano degli Avari. Ribellione dell'esercito contro
Maurizio: sua morte. Tirannia di Foca. Esaltamento di Eraclio.
Guerra Persiana. Cosroe soggioga la Siria, l'Egitto e l'Asia
Minore. Assedio di Costantinopoli fatto da' Persiani e dagli
Avari. Spedizioni Persiane. Vittorie e trionfo di Eraclio.-
Il conflitto tra Roma e la Persia s'era prolungato dalla morte di Crasso
fino al regno di Eraclio. Una sperienza di settecento anni potea
convincere le nazioni rivali dell'impossibilità in cui erano di
mantenere le loro conquiste al di là de' fatali termini del Tigri e
dell'Eufrate. Eppure i trofei di Alessandro destarono l'emulazione di
Traiano e di Giuliano; ed i sovrani della Persia nudrivano l'ambiziosa
speranza di ristabilire l'impero di Ciro[480]. Tali straordinarj sforzi
della potenza e del coraggio sempre riscuotono l'attenzione della
posterità; ma gli eventi che materialmente non cangiano il destino delle
nazioni, lasciano una debole impronta sulla pagina dell'istoria, e la
pazienza del lettore si stanca nel sentire a ripetere le stesse
ostilità, intraprese senza cagione, proseguite senza gloria, e terminate
senza effetto. Le arti della trattativa, sconosciute alla semplice
grandezza del Senato e de' Cesari, venivano assiduamente coltivate dai
Principi bizantini: e le relazioni delle perpetue loro ambascerie[481]
ripetono, colla stessa uniforme prolissità, il linguaggio della fallacia
e della declamazione, l'insolenza de' Barbari, e la servile natura de'
tributarj Greci. Deplorando la nuda superfluità de' materiali, io mi
sono studiato di compendiare il racconto di queste pratiche poco
importanti. Ma il giusto Nushirvan è tuttora applaudito come il modello
dei Re Orientali, e l'ambizione del suo nipote Cosroe ha preparato la
rivoluzione dell'Oriente, che tosto dopo venne operata dalle armi e
dalla religione de' successori di Maometto.
[A. D. 570]
Nelle inutili altercazioni che precedono e giustificano le contese de'
Principi, i Greci ed i Barbari si accusarono a vicenda di aver infranto
la pace ch'era stata conchiusa tra i due Imperi, circa quattr'anni prima
della morte di Giustiniano. Il Sovrano della Persia e dell'India
aspirava a ridurre nella sua obbedienza la provincia d'Yemen ossia
l'Arabia Felice[482], la lontana terra della mirra e dell'incenso,
ch'era sfuggita anzi che avesse resistito, ai conquistatori
dell'Oriente. Dopo la disfatta di Abrahah sotto le mura della Mecca, la
discordia de' suoi figli e fratelli aperse un facile ingresso ai
Persiani. Questi cacciarono gli stranieri dell'Abissinia oltre il Mar
Rosso; ed un Principe natio, discendente dagli antichi Omeriti, fu
riposto sul trono, come vassallo o vicerè del gran Nushirvan[483]. Ma il
nipote di Giustiniano dichiarò la risoluzione in cui era di vendicare
gli oltraggi del suo alleato cristiano il principe dell'Abissinia,
togliendo con ciò un decente pretesto per non più pagare l'annuo tributo
che meschinamente travisavasi sotto il nome di pensione. Le chiese della
Persarmenia erano oppresse dallo spirito intollerante dei Magi;
secretamente esse invocavano il protettore de' Cristiani, ed i ribelli,
dopo la pia uccisione de' loro satrapi, erano riguardati e sostenuti
come i fratelli od i sudditi dell'Imperatore Romano. Le lagnanze di
Nushirvan non trovarono ascolto presso la Corte di Bisanzio; Giustino
cedette all'importunità de' Turchi, i quali offrivano di collegarsi
contro il comune inimico; e la monarchia Persiana fu minacciata ad un
tempo stesso dalle forze riunite dell'Europa, dell'Etiopia e della
Scizia. Il Sovrano dell'Oriente, giunto all'età di ottant'anni, avrebbe
forse prescelto di gioire pacificamente la sua gloria e grandezza: ma
appena egli vide che inevitabil era divenuta la guerra, scese in campo
colla vivacità di un giovine, nel tempo che l'aggressore tremava nel
palazzo di Costantinopoli. Nushirvan, o Cosroe, condusse in persona
l'assedio di Dara; e sebbene questa importante fortezza si fosse
lasciata sfornita di truppe e di magazzini, tuttavia il valore de'
cittadini fece fronte per più di cinque mesi agli arcieri, agli elefanti
ed alle macchine militari del Gran Re. In quel mezzo, il suo generale
Adarman mosse da Babilonia, valicò il deserto, passò l'Eufrate, insultò
i sobborghi di Antiochia, ridusse in cenere la città di Apamea, e depose
le spoglie della Siria al piè del suo Signore, la cui perseveranza nel
cuor del verno rovesciò finalmente il baluardo dell'Oriente. Ma queste
perdite che sbigottirono le Province e la Corte, produssero un salutare
effetto col cagionare il pentimento e l'abdicazione dell'Imperatore
Giustino. Da un nuovo spirito furono animati i Bizantini consiglj, e la
prudenza di Tiberio ottenne una tregua di tre anni. Si spese questo
opportuno intervallo nei preparativi di guerra; e si fece spargere il
grido che dalle distanti contrade delle Alpi e del Reno, dalla Scizia,
dalla Mesia, dalla Pannonia, dall'Illirico e dall'Isauria, la forza
della cavalleria Imperiale veniva rinforzata di cento e cinquantamila
soldati. Ciò nonostante il Re di Persia, o impavido o incredulo,
deliberò di prevenire l'assalto del nemico. Egli passò l'Eufrate, e
licenziando gli ambasciatori di Tiberio, arrogantemente ad essi comandò
di aspettare il suo arrivo in Cesarea, metropoli delle province della
Cappadocia. I due eserciti si scontrarono nella battaglia di Melitene: i
Barbari, che oscuravano l'aere con un nembo di frecce, prolungarono la
linea ed estesero le corna loro nella pianura; mentre i Romani, serrati
in profondi e solidi corpi, aspettavano di aver il vantaggio
nell'azzuffamento più da vicino, mediante il peso delle spade e delle
aste loro. Un capitano Scita, che comandava l'ala destra,
improvvisamente voltò il fianco dell'inimico, ne attaccò la retroguardia
al cospetto di Cosroe, penetrò nel mezzo del campo, saccheggiò il
padiglione reale, profanò il fuoco eterno, caricò una fila di cammelli
colle spoglie dell'Asia, si aperse a viva forza la strada a traverso
l'oste Persiana, e ritornò, intuonando cantici di vittoria, a' suoi
amici che consumato aveano il giorno in singolari conflitti od in
piccioli abbattimenti di nessun rilievo. L'oscurità della notte, e la
separazione dei Romani porsero al monarca Persiano l'opportunità della
vendetta; egli piombò impetuosamente sopra uno de' loro campi che prese
d'assalto. Ma l'esame delle sue perdite, e la consapevolezza del suo
pericolo, trassero Cosroe ad una pronta ritirata; egli arse, passando,
la vuota città di Melitene; e, senza consultare la salvezza delle sue
truppe, arditamente valicò l'Eufrate a nuoto sul dorso di un elefante.
Dopo questa sventurata campagna, la mancanza di magazzini, e forse
qualche incursione de' Turchi, obbligarono il Re a sbandare e dividere
le sue forze; i Romani rimasero padroni del campo, ed il loro generale
Giustiniano, movendo a soccorso de' ribelli Persarmeni, piantò il suo
stendardo sulle rive dell'Arasse. Il gran Pompeo aveva anticamente fatto
alto in distanza di tre giorni di marcia dal mar Caspio[484]; una flotta
nemica[485] esplorò per la prima volta quel mare circondato da terre; e
settantamila prigionieri furono trapiantati dall'Ircania nell'isola di
Cipro. Al tornare della primavera, Giustiniano discese nelle fertili
pianure dell'Assiria; l'incendio della guerra avvicinossi alla residenza
di Nushirvan; il corrucciato monarca precipitò nella tomba, e l'ultimo
suo editto inibì ai suoi successori di esporre la loro persona in una
battaglia contro i Romani. Tuttavia la memoria di questo passeggiero
affronto si smarrì fra le glorie di un lungo regno, ed i formidabili
suoi nemici, poscia che si furono pasciuti de' sogni della conquista,
chiesero nuovamente di respirare per qualche tempo dalle calamità della
guerra[486].
Il trono di Cosroe Nushirvan fu occupato da Ormuz o Ormisda, il
primogenito o il prediletto de' suoi figliuoli. Insieme co' regni della
Persia e dell'India, egli ereditò la fama e l'esempio del padre, il
servizio, in ogni grado, de' valenti e sperimentati uffiziali di esso,
ed un sistema generale di amministrazione, che il tempo e l'accorgimento
politico aveano posto in armonia per promuovere la felicità del Principe
e del Popolo. Ma il garzone reale gioì un benefizio anche più prezioso,
nell'amicizia di un savio che avea presieduto alla sua educazione, e che
sempre anteponeva l'onore all'interesse del suo pupillo, il suo
interesse alla sua inclinazione. In una disputa coi filosofi Greci ed
Indiani, Buzurg[487] avea una volta sostenuto che la più grave sventura
della vita è la vecchiezza scevra delle ricordanze della virtù; e ci
giova credere che lo stesso principio lo abbia mosso, per tre anni, a
dirigere i consiglj dell'Impero Persiano. Ricompensato fu il suo zelo
dalla gratitudine e docilità di Ormuz, il quale confessò di essere
maggiormente tenuto al precettore che al padre; ma quando l'età e la
fatica ebbero infiacchito le forze e forse le facoltà di questo prudente
consigliere, egli si ritirò dalla Corte, ed abbandonò il giovine monarca
alla proprie passioni ed a quelle de' suoi favoriti. Pel fatale
avvicendamento delle cose umane, si rinnovarono in Ctesifonte le
medesime scene che si erano vedute in Roma alla morte di Marco Antonino.
I ministri della piacenteria e della corruzione, ch'erano stati banditi
dal padre, vennero richiamati ed accarezzati dal figlio; la disgrazia e
l'esilio degli amici di Nushirvan stabilì la tirannia di costoro; e la
virtù, a grado a grado, si dipartì dal cuore di Ormuz, dalla reggia di
lui, e dal governo del suoi Stati. I fedeli agenti, occhi ed orecchie
del Re, lo ragguagliarono del crescente disordine, lo avvertirono che i
governatori provinciali piombavano sulla preda loro colla ferocità de'
leoni e delle aquile, e che la rapina e l'ingiustizia loro trarrebbero i
più fedeli de' suoi sudditi ad abborrire il nome e l'autorità del loro
Sovrano. Punita colla morte fu la sincerità di questo consiglio;
s'ebbero in non cale le mormorazioni delle città; se ne acchetarono con
esecuzioni militari i tumulti; furono aboliti i poteri intermediarj tra
il trono ed il Popolo; e la fanciullesca vanità di Ormuz, che affettava
l'uso giornaliero della tiara, lo spinse a dichiarar ch'egli solo era il
giudice, come solo era il padrone del regno. In ogni detto ed atto il
figlio di Nushirvan degenerò dalle virtù del genitore. La sua avarizia
fraudò le truppe de' loro stipendj; i gelosi suoi capricci avvilirono i
Satrapi: il palazzo, i tribunali, i flutti del Tigri furono macchiati
del sangue dell'innocente, ed il tiranno esultò ne' tormenti e ne'
supplizj di tredicimila vittime. Per discolparsi della sua crudeltà,
egli talvolta degnavasi di osservare che i timori de' Persiani
partorivano il loro odio e che l'odio loro potea terminare in
ribellione; ma egli scordavasi che i suoi misfatti e la sua stoltezza
avevano ispirato i sentimenti ch'egli deplorava, e preparavano
l'avvenimento che così giustamente paventava. Esacerbate da una lunga e
disperata oppressione le province di Babilonia, di Susa e di Carmania,
innalzarono il vessillo della ribellione; ed i Principi dell'Arabia,
della Scizia e dell'India ricusarono di pagare il consueto tributo
all'indegno successore di Nushirvan. Le armi de' Romani, con lenti
assedj e frequenti incursioni, affliggevano le frontiere della
Mesopotamia e dell'Assiria; uno de' loro Generali dichiarò di voler
imitare Scipione, ed i soldati furono inanimiti da una miracolosa
immagine di Cristo, la cui mite effigie non dovrebbe mai farsi segnacolo
da spiegare in battaglia[488]. Al tempo stesso, le province orientali
della Persia furono invase dal Gran Cane, il quale passò l'Oxo alla
testa di tre o quattro centomila Turchi. L'imprudente Ormuz accettò il
perfido e formidabile loro soccorso; egli ordinò alle città del Korasan
e della Battriana di aprir le porte a quei Barbari; la marcia loro verso
i monti dell'Ircania svelò la corrispondenza tra le armi Turchesche e le
Romane; e la congiunzione loro avrebbe mandato sossopra il trono de'
Sassanidi.
La Persia era stata tratta a rovina da un Re; essa fu salvata da un
eroe. Dopo la sua rivolta, Varane o Bahram potè ben essere tacciato di
schiavo sconoscente dal figlio di Ormuz, senza che questo rimprovero
provi altra cosa che l'orgoglio di un despota, perocchè Bahram
discendeva dagli antichi Principi di Rei[489], una delle sette famiglie
che per le splendide e proficue lor prerogative erano poste in cima
della nobiltà Persiana[490]. Nell'assedio di Dara, il valore di Bahram
s'era segnalato sotto gli occhi di Nushirvan, e sì il padre che il
figlio successivamente lo promossero al comando degli eserciti, al
governo della Media, ed alla sovrantendenza della Reggia. La predizione
popolare che lo indicava come il liberator della Persia, poteva essere
inspirata dalle sue passate vittorie, e dalla sua straordinaria figura:
l'epiteto di -Giubin- che gli era applicato, significa la qualità di
-legno secco-; egli aveva la forza e la statura di un gigante, e la
fiera sua sembianza veniva fantasticamente paragonata a quella di un
gatto selvaggio. Mentre la nazione tremava, mentre Ormuz velava i suoi
terrori sotto il nome di sospetti, ed i suoi servi nascondevano la loro
slealtà colla maschera del timore, il solo Bahram facea prova
dell'imperterrito suo coraggio e di apparente fedeltà: e trovando che
non più di dodicimila soldati volevano seguirlo contro il nemico,
accortamente dichiarò che a questo numero fatale il cielo avea destinato
gli onori della vittoria. La scoscesa ed angusta discesa dal Pule
Rudbar[491], ossia balzo Ircanio, è il solo passo per cui un esercito
possa penetrare nel territorio di Rei e nelle pianure della Media. Una
mano d'uomini risoluti, posta sulle dominanti alture, poteva con sassi e
dardi schiacciare le miriadi dell'oste Turchesca: il loro Imperatore ed
il suo figlio furono trafitti da frecce: ed i fuggiaschi rimasero
abbandonati, senza consiglio o viveri, in preda alla vendetta di un
popolo offeso. Il patriottismo del Generale persiano era spronato
dall'amore ch'egli portava alla città de' suoi antenati; nell'ora della
vittoria ogni contadino divenne un soldato, ed ogni soldato un eroe: ed
il loro ardore venne infiammato dal sontuoso spettacolo di talami e di
troni e di tavole di oro massiccio, spoglio dell'Asia, e lusso del campo
nemico. Un Principe di indole meno maligna non avrebbe facilmente
dimenticato il benefattore; e l'odio secreto di Ormuz fu invelenito dal
malizioso rapporto che Bahram avesse ritenuto per sè i più preziosi
frutti della vittoria riportata sui Turchi. Ma l'approssimarsi di un
esercito Romano dal lato dell'Arasse, costrinse l'implacabil tiranno a
sorridere e ad applaudire; e i travagli di Bahram ebbero per mercede la
permissione di andar incontro ad un nuovo nemico, dalla sua perizia e
disciplina fatto più formidabile di una moltitudine Scita. Altero pel
recente trionfo, egli spedì un araldo a portare un'audace disfida al
campo de' Romani, chiedendo che stabilissero il giorno della battaglia,
e scegliessero se volevano passare essi il fiume, ovvero concedere un
libero passo all'esercito del Gran Re. Il luogotenente dell'Imperatore
Maurizio preferì l'alternativa più sicura, e questa circostanza locale,
che avrebbe dato più lustro alla vittoria de' Persiani, ne rendè più
sanguinosa la rotta, e più difficile lo scampo. Ma la perdita de' suoi
sudditi ed i pericoli del suo Regno si equilibrarono nella mente di
Ormuz collo scorno del suo personale nemico; ed appena Bahram ebbe di
nuovo raccolto e passato in rassegna le sue forze che ricevette da un
messaggiero del Re l'oltraggioso dono di una rocca, di un filatoio, e di
un compiuto abbigliamento da donna. Piegandosi alla volontà del Sovrano,
egli comparve dinanzi ai soldati in quest'indegno apparecchio; essi
risentirono l'ignominia di lui e la propria; un grido di ribellione
levossi traverso le file, ed il Generale accettò il loro giuramento di
fedeltà, ed i voti della vendetta. Un secondo messaggiero, che avea
l'ordine di condur seco il ribelle in catene, fu schiacciato sotto i
piedi di un elefante e si fecero premurosamente girar attorno bandi,
ch'esortavano i Persiani a ricovrare la lor libertà, conculcata da
odioso e dispregevol tiranno. Rapido ed universale fu l'abbandono: gli
schiavi fedeli al Re caddero immolati dal pubblico furore; le truppe,
disertando, si raccolsero sotto i vessilli di Bahram; e le province per
la seconda volta salutarono in lui il liberatore della patria. Siccome i
passi erano fedelmente guardati, Ormuz non potea noverare i suoi nemici
altrimenti che con la testimonianza di una coscienza colpevole, e la
giornaliera diserzione di quelli i quali, nell'ora del suo infortunio,
vendicavano i lor torti o dimenticavano gli obblighi loro. Superbamente
spiegare ei volle le insegne della dignità reale; ma la città e la
reggia di Modain s'erano già sottratte al poter del tiranno. Tra le
vittime della sua crudeltà vi avea Bindoe, principe Sassanide, ch'era
stato cacciato in una segreta; si ruppero i suoi ceppi dallo zelo e dal
coraggio di un suo fratello, ed egli comparve dinanzi al Re alla testa
di quelle guardie fedeli ch'erano state scelte per ministri della sua
carcerazione e forse della sua morte. Atterrito da tal inaspettata vista
e dai fieri rimproveri del prigioniere, Ormuz cercò indarno attorno a sè
chi gli desse aiuto o consiglio: egli conobbe che la sua forza
consisteva nella obbedienza altrui, e rassegnatamente cedette al solo
braccio di Bindoe, il quale dal trono lo trasse a quella stessa carcere
in cui egli era stato sin allora rinchiuso. Allo scoppiare del primo
tumulto, Cosroe, primogenito di Ormuz, fuggì di città; Bindoe con
pressante ed amichevole invito lo persuase a tornarvi, e gli promise di
riporlo sul trono del padre, confidando egli di regnare sotto il nome di
un giovinetto inesperto. Giustamente persuaso che i suoi complici non
potevano perdonare nè sperare perdono, e che ogni Persiano essendo il
nemico, poteva essere il giudice del suo tiranno, Bindoe instituì un
pubblico giudizio di cui negli annali dell'Oriente non trovasi esempio
nè prima nè dopo. Il figlio di Nushirvan che area chiesto di difendersi
da se stesso, fu introdotto come un reo nella piena assemblea de' Nobili
e dei Satrapi[492]. Egli fu ascoltato con decente attenzione per tutto
il tempo che aggirossi intorno ai vantaggi dell'ordine e della
obbedienza, al pericolo dei mutamenti ed all'inevitabil discordia di
coloro che si sono animati l'un l'altro a conculcare il legittimo ed
ereditario lor Sovrano. Volgendosi poscia con patetico stile all'umanità
loro, egli destò quella pietà che di rado vien ricusata alla caduta
fortuna di un Re, e nel mirare l'abbietta positura e lo squallido
aspetto del prigioniero, le sue lagrime, le sue catene e le impronte
degli ignominiosi colpi, era impossibile ch'essi obbliassero come di
recente avevano adorato il divino splendore della sua porpora e del suo
diadema. Ma un cruccioso mormorio si levò nell'assemblea, tosto che egli
presunse di giustificare la sua condotta, e di vantare le vittorie del
suo regno. Egli definì i doveri di un Re, ed i nobili Persiani lo
ascoltarono con un sorriso di spregio: infiammati essi furono di sdegno,
quando ardì di avvilire il carattere di Cosroe; e coll'indiscreta
offerta di rimettere lo scettro al secondo de' suoi figliuoli, egli
sottoscrisse la propria condanna, e sacrificò la vita dell'innocente suo
favorito. Si esposero ai pubblici sguardi i laceri cadaveri del
fanciullo e della sua madre; si traforarono gli occhi ad Ormuz con un
ago infuocato, ed il punimento del padre fu seguìto dal coronamento del
suo figlio maggiore. Cosroe era salito al trono senza delitto, e la sua
pietà cercò di alleviar la miseria dell'abdicato monarca; egli trasse
Ormuz di prigione, lo pose in un appartamento della reggia, liberamente
il provvide di tutti i sensuali conforti, e pazientemente sostenne i
furiosi impeti del suo dispetto e della sua disperazione. Dispregiare ei
poteva lo sdegno di un cieco ed odiato tiranno; ma vacillante era sul
suo capo la tiara, sinchè non avesse sovvertito il potere od acquistata
l'amicizia del gran Bahram, il quale fieramente impugnava la giustizia
di una rivoluzione in cui egli stesso ed i suoi soldati, veri
rappresentanti della Persia, non erano stati consultati. All'offerta di
un'amnistia generale e del secondo posto nel regno, fatta da Cosroe,
rispose Bahram con una lettera in cui si denominava l'amico degli Dei,
il conquistatore degli Uomini, ed il nemico dei Tiranni, il Satrapo dei
Satrapi, il Generale degli eserciti Persiani ed un Principe ornato del
titolo di undici virtù[493]. Egli comanda a Cosroe figlio di Ormuz di
fuggire l'esempio e il destino del padre, di ricacciare in prigione i
traditori usciti dalle catene, di deporre in qualche sacro luogo il
diadema da lui usurpato, e di accettare dal grazioso suo benefattore il
perdono de' suoi falli ed il governo di una provincia. Il ribelle poteva
non essere superbo, ed il Re certissimamente non falliva per umiltà; ma
il primo era consapevole della sua forza, ed il secondo non sentiva che
la sua debolezza, ed altresì il modesto linguaggio della risposta del Re
lasciava tuttavia aperto il campo alle pratiche ed all'accordo. Cosroe
condusse in campo gli schiavi della reggia e la plebe della Capitale;
con terrore essi mirarono i vessilli di un esercito veterano; circondati
e sorpresi essi furono dalle evoluzioni del Generale, ed i Satrapi che
aveano deposto Ormuz, ricevettero la punizione della loro rivolta, od
espiarono il loro tradimento con un secondo e più colpevole atto di
slealtà. In salvo fu la vita e la libertà di Cosroe: ma ridotto ei
trovossi alla necessità d'implorare ajuto e rifugio in paese straniero,
e l'implacabil Bindoe, ansioso di assicurarsi un titolo ineluttabile,
precipitosamente ritornò alla reggia, e colla corda di un arco pose fine
ai miseri giorni del figlio di Nushirvan[494].
[A. D. 590]
Nell'atto di apprestarsi alla ritirata, Cosroe pose in deliberazione
cogli amici che gli rimanevano[495], se dovesse tenersi occulto ed in
agguato dentro le valli del Monte Caucaso, o ripararsi alle tende dei
Turchi, ovvero cercare la protezione dell'Imperatore. La lunga
emulazione de' successori di Artaserse e di Costantino accresceva la sua
ripugnanza a comparir come supplice in una Corte rivale, ma egli pesò le
forze dei Romani e giudiziosamente considerò che la vicinanza della
Siria renderebbe più agevole la sua fuga, e più efficaci i loro
soccorsi. Non accompagnato che dalle sue concubine, e da un drappello di
trenta guardie, secretamente egli partì dalla capitale, seguì le rive
dell'Eufrate, varcò il deserto, e fece alto in distanza di dieci miglia
da Circesio. Intorno alla terza veglia della notte il Prefetto Romano fu
ragguagliato del suo avvicinarsi, ed egli ammise il regale straniero
dentro della Fortezza allo schiarire del giorno. Di quinci il re di
Persia fu condotto alla più nobile residenza di Gerapoli, e Maurizio
dissimulò il suo orgoglio, e fece mostra di bontà al ricevere le lettere
e gli ambasciatori del nipote di Nushirvan. Questi umilmente
rappresentarono le vicende della fortuna ed il comune interesse de'
Principi, esagerarono l'ingratitudine di Bahram, agente del Principio
cattivo, si adoperarono con argomenti speciosi a mostrare che lo stesso
interesse dei Romani volea che si sostenessero le due monarchie, le
quali contrappesavano il mondo, i due luminari, dal cui salutare
influsso esso era vivificato ed adorno. L'inquietudine di Cosroe fu ben
tosto confortata dal sentire che l'Imperatore avea sposato la causa
della giustizia e della dignità regale: ma avvedutamente Maurizio scansò
la spesa e la dilazione dell'inutile andata di Cosroe a Costantinopoli.
Il generoso benefattore fece presentare al Principe fuggitivo un ricco
diadema con un inestimabil dono di gemme e d'oro. Si raccolse un
poderoso esercito sulle frontiere della Siria e dell'Armenia, sotto il
comando del valoroso e fedele Narsete[496], ed a questo Generale, della
nazione di Cosroe e di sua scelta, fu dato l'ordine di passare il Tigri,
e di non mai riporre la spada nel fodero, finchè ristabilito non avesse
il legittimo Re sul trono del suoi antenati. L'impresa, benchè
splendida, era meno ardua di quel che apparisse. La Persia era già
pentita della fatale sua temerità, che aveva abbandonato l'erede della
casa di Sassan in preda all'ambizione di un suddito ribelle; e l'ardito
rifiuto fatto, da' Magi di consacrarne la usurpazione, costrinse Bahram
a pigliarsi lo scettro, senza riguardo alle leggi ed ai pregiudizj della
nazione. La reggia fu bentosto agitata dalle congiure, e la città da'
tumulti; arse nelle province la fiamma della sollevazione; ed il crudele
supplizio dei colpevoli e dei sospetti, servì ad irritare anzi che a
soffocare il pubblico disgusto. Non sì tosto il nipote di Nushirvan ebbe
spiegate le sue e le romane bandiere di là dal Tigri, che di giorno in
giorno egli si vide raggiunto dalla crescente folla della nobiltà e del
popolo; ed a misura che inoltravasi, riceveva da ogni canto la gradita
offerta delle chiavi delle città e delle teste de' suoi nemici. Appena
Modain fu libera dalla presenza dell'usurpatore, i leali cittadini
obbedirono alla prima intimazione che lor fece Mebode alla testa di non
più di dugento cavalli, e Cosroe accettò i sacri e preziosi ornamenti
della reggia, come pegni della lor fede, e presagj del vicino successo
felice. Operata che fu la congiunzione delle truppe Imperiali, che
Bahram vanamente si sforzò d'impedire, fu decisa la gran contesa in due
battaglie sulle rive del Zab, e su i confini della Media. I Romani,
uniti ai Persiani fedeli al lor Re, montavano a sessantamila, mentre
tutta la forza dell'usurpatore non passava quarantamila soldati; i due
Generali fecero chiara prova di abilità e di valore; ma la vittoria
finalmente fu determinata dalla prevalenza del numero e della
disciplina. Cogli avanzi di un'armata in rotta, Bahram fuggì verso le
province Orientali dell'Oxo: la nimistà della Persia lo riconciliò coi
Turchi; ma accorciati furono dal veleno i suoi giorni, dal più
incurabile forse di tutti i veleni, la puntura del rimorso e della
disperazione, e la più amara rimembranza della gloria perduta. Non
pertanto i moderni Persiani tuttora rammemorano le imprese di Bahram, ed
alcune leggi eccellenti hanno prolungato la durata del turbolento e
transitorio suo regno.
[A. D. 591-603]
La restaurazione di Cosroe fu celebrata con feste e con supplizj; e la
musica del banchetto regale spesse volte venne perturbata da gemiti de'
rei che spiravano fra i tormenti o spasimavano mutilati. Un perdono
generale avrebbe recato il conforto e la tranquillità ad un paese ch'era
stato messo sossopra dall'ultima rivoluzione; tuttavia prima di
biasimare la sanguinaria indole di Cosroe, converrebbe sapere se i
Persiani non s'erano avvezzati all'alternativa di temere il rigore; o di
sprezzare la debolezza del loro sovrano. La rivolta di Bahram e la
cospirazione de' Satrapi furono egualmente punite dalla vendetta o dalla
giustizia del conquistatore; i meriti di Bindoe stesso non poterono
purificar la sua mano dal sangue reale versato, ed il figlio di Ormuz
era desideroso di mostrare la sua propria innocenza, e di vendicare la
santità dei Re. Durante il vigore della potenza Romana, le armi e
l'autorità de' primi Cesari avevano stabilito più di un Principe sul
trono di Persia. Ma i nuovi lor sudditi erano ben presto disgustati de'
vizi o delle virtù che quelli avevano attinto in una terra straniera;
l'instabilità del loro dominio diede origine a quell'osservazione
volgare che la scelta di Roma era invocata e rigettata con eguale ardore
dalla capricciosa leggerezza degli schiavi Orientali[497]. Ma splendida
fu la gloria di Maurizio nel lungo e fortunato regno del suo figlio ed
alleato. Una schiera di mille Romani, che continuò a fare la guardia
alla persona di Cosroe, manifestò la sicurezza da lui posta nella
fedeltà degli stranieri. L'accrescimento delle sue forze gli permise di
licenziare quest'ajuto poco gradito al popolo, ma tenace egli mostrossi
nel professare la stessa gratitudine e reverenza all'adottivo suo padre;
e sino alla morte di Maurizio, la pace e l'alleanza fra i due Imperj
fedelmente fu mantenuta. Non di meno la venale amicizia del Principe
romano s'era mercata con doni importanti e preziosi. Il Re di Persia
restituì le due forti città di Martiropoli e Dara, ed i Persarmeni
divennero con piacere i sudditi di un Imperio, i cui limiti orientali si
stendevano, oltre l'esempio de' tempi antichi, sino alle rive
dell'Arasse ed alle addiacenze del Mar Caspio. Si allettava una pia
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