Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 8 (of 13) Author: Edward Gibbon Translator: Davide Bertolotti STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO DI EDOARDO GIBBON TRADUZIONE DALL'INGLESE VOLUME OTTAVO MILANO PER NICOLÒ BETTONI M.DCCC.XXII STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO CAPITOLO XLII. -Stato del Mondo Barbaro. Stabilimento dei Lombardi sul Danubio. Tribù e scorrerie degli Schiavoni. Origine, impero ed ambascerie dei Turchi. Fuga degli Avari. Cosroe I ossia Nushirvan re di Persia. Suo regno fortunato, e guerra coi Romani. La guerra Colchica o Lazica. Gli Etiopi-. [A. D. 527-565] La nostra maniera di valutare il merito degl'individui è relativa alle comuni facoltà dell'uman genere. Gli ambiziosi sforzi del genio o della virtù, sì nella vita operativa che nella speculativa, vengono misurati non tanto secondo la real loro grandezza, quanto secondo l'altezza a cui giungono, sopra il livello del loro secolo e della lor patria: e quella stessa statura che fra un popolo di giganti non verrebbe avvertita, fra una schiatta di Pigmei apparirà riguardevole. Leonida, ed i suoi trecento compagni sacrificarono la vita alle Termopili; ma l'educazione del fanciullo, dell'adolescente e dell'uomo avea preparato, e quasi assicurato questo memorabil sacrifizio; ed ogni Spartano dovette approvare, piuttosto che ammirare un atto di dovere, di cui egli stesso, ed ottomila de' suoi concittadini sarebbero stati egualmente capaci[1]. Il Gran Pompeo potè inscrivere sopra i suoi trofei, che vinto egli avea in battaglia due milioni di nemici, e sottomesso mille cinquecento città dalla Palude Meotide sino al Mar Rosso[2]. Ma la fortuna di Roma volava dinanzi alle sue aquile; le nazioni erano domate dal loro proprio terrore, e le invincibili legioni che egli comandava erano state formate dalla consuetudine della conquista e dalla disciplina dei secoli. Riguardato da questo canto il carattere di Belisario può meritamente esser posto al di sopra degli Eroi delle antiche Repubbliche. Nascevano le sue imperfezioni dal contagio dei tempi; proprie di lui e libero dono della natura e della riflessione erano le sue virtù. Egli s'inalzò senza maestro o rivale; e così disuguali erano le armi commesse alla sua destra, che l'orgoglio e la presunzione de' suoi avversari formavano il suo solo vantaggio. Condotti da un tal Capo, i sudditi di Giustiniano spesso meritarono di esser chiamati Romani: non pertanto i superbi Goti, che affettavano di arrossire nel dover contendere il Regno d'Italia, con una nazione di tragedianti, di pantomimi e di pirati, li denominavano Greci, quasi termine di disprezzo con che significar credevano un animo imbelle[3]. Il clima dell'Asia, a dir vero, è meno di quello d'Europa confacente alla militare virtù: quelle popolose contrade erano snervate dal lusso, dal dispotismo e dalla superstizione; ed i monaci costavano davvantaggio ed erano più numerosi che i soldati dell'Oriente. Le forze regolari dell'Impero si erano altre volte alzate sino a sei cento quarantacinquemila uomini: al tempo di Giustiniano esse eransi ridotte a cento cinquantamila uomini, e questo numero, per grande che possa parere, era sparso qua e là per terra e per mare, nella Spagna e nell'Italia, nell'Affrica e nell'Egitto, sulle rive del Danubio, sulla costa dell'Eusino e sulle frontiere della Persia. Esausti erano i cittadini, eppure i soldati non ricevevano la paga; la miseria loro veniva dannosamente mitigata dal privilegio di rubare e di far nulla; ed i tardivi pagamenti venivano trattenuti od intercettati dalla frode di quegli agenti che, senza coraggio o pericolo, si usurpano gli emolumenti della guerra. La miseria pubblica e privata reclutava gli eserciti dello Stato; ma nel campo, e più ancora al cospetto dell'inimico, sempre difettoso era il lor numero. Alla mancanza dello spirito nazionale si suppliva colla precaria fede e coll'indisciplinato servizio dei Barbari mercenari. Persino l'onor militare, che sovente sopravvive alla perdita della virtù e della libertà, giacevasi quasi estinto del tutto. I generali, moltiplicati al di là dell'esempio dei tempi antichi, non attendevano che ad impedire il buon successo, od a macchiare la fama de' loro colleghi; e l'esperienza aveva loro insegnato che se il merito alle volte provocava la gelosia; l'errore, od anche il delitto poteva ottenere l'indulgenza di un Imperatore clemente[4]. In un secolo come quello, i trionfi di Belisario, e poi quelli di Narsete dovettero spiccare di incomparabil luce; ma essi erano circondati dalle più cupe ombre della disgrazia e della calamità. Nel mentre che il Luogotenente di Giustiniano soggiogava i regni dei Goti e dei Vandali, il timido[5] benchè ambizioso Imperatore equilibrava le forze dei Barbari, ne fomentava le divisioni mediante l'adulazione e la menzogna, e colla sua pazienza e liberalità pareva invitarli a replicare gli oltraggi[6]. Le chiavi di Cartagine, di Roma e di Ravenna, venivano ossequiosamente presentate al loro conquistatore, nel tempo che Antiochia era distrutta dai Persiani, e tremava Giustiniano per la salvezza di Costantinopoli. Le stesse vittorie gotiche di Belisario tornavano di pregiudizio allo Stato, poichè distruggevano l'importante barriera del Danubio superiore, che Teodorico e la sua figlia avevano così fedelmente guardata. Per difender l'Italia, i Goti sgombrarono la Pannonia ed il Norico, ch'essi lasciarono in pacifica e florida condizione. L'Imperator dei Romani pretendeva di signoreggiare queste due province; ma il loro possesso effettivo fu abbandonato alla temerità del primo assalitore. Sull'opposta riva del Danubio, le pianure dell'Ungheria superiore ed i colli della Transilvania, erano dopo la morte di Attila, possedute dalle tribù dei Gepidi, i quali rispettavano le armi gotiche, e disprezzavano non già l'oro dei Romani ma il segreto motivo degli annui loro sussidii. Questi Barbari s'impadronirono immediatamente delle vuote fortificazioni del fiume, essi piantarono le loro bandiere sulle mura di Sirmio e Belgrado, e l'ironico stile della loro apologia aggravava quest'insulto fatto alla maestà dell'Impero. «Tanto estesi, o Cesare, sono i vostri dominj, tanto numerose le vostre città, che del continuo voi andate cercando nazioni, alle quali od in pace od in guerra possiate abbandonare questi inutili possessi. I Gepidi sono i valorosi e fedeli vostri alleati, e se anticipatamente si sono presi i vostri doni, hanno conciò mostrato una giusta confidenza nella vostra bontà». Questa presunzione avea per iscusa il modo di vendetta abbracciato da Giustiniano. Invece di sostenere i diritti di un sovrano a cui spetta di proteggere i sudditi, l'Imperatore invitò un popolo straniero ad invadere ed a possedere le province romane che giacevano tra il Danubio e le Alpi; e l'ambizione dei Gepidi non fu rintuzzata che dalla crescente potenza e fama dei -Lombardi-[7]. Questa corrotta denominazione è stata diffusa, nel tredicesimo secolo, dai mercatanti e dai banchieri, italica posterità di que' conquistatori selvaggi; ma il primitivo nome di -Longobardi- non altro esprime che la particolare lunghezza e foggia della barba loro. Io non intendo di contrastare, o di giustificare la Scandinava loro origine[8]; nè di tener dietro alle trasmigrazioni dei Lombardi attraverso di sconosciuti paesi, e di una quantità di maravigliose avventure. Intorno ai tempi di Augusto e di Trajano splende un raggio di storica luce sopra le tenebre dell'antichità loro, e per la prima volta noi li ritroviamo in mezzo all'Elba e l'Odero. Più feroci ancora dei Germani, essi compiacevansi nello spargere la spaventevol credenza che le loro teste erano formate come le teste dei cani, e che essi bevevano il sangue dei nemici vinti in battaglia. L'adozione dei più valorosi schiavi accresceva lo scarso lor numero; e soli, in mezzo a poderosi vicini, essi difendevano colle armi la magnanima loro indipendenza. Nelle procelle del Settentrione, che mandarono sossopra tanti nomi e tante nazioni, la piccola navicella dei Lombardi si tenne a galla mai sempre. A poco a poco essi discesero verso il Mezzogiorno e il Danubio; ed in capo a quattrocento anni di nuovo ricomparvero col valore e colla riputazione di prima. Nè meno feroci erano i loro costumi. L'assassinio di un ospite reale fu eseguito al cospetto, e per comando della figlia del re, la quale era stata provocata da alcune insultanti parole, e tradita nelle sue speranze dalla poco appariscente sua statura. Il Re degli Eruli, fratello dell'infelice principe, impose un tributo, prezzo del sangue, sopra i Lombardi. L'avversità ridestò un sentimento di moderazione e di giustizia, e l'insolenza della conquista fu punita con la segnalata disfatta e l'irreparabile dispersione degli Eruli, che erano stabiliti nelle province meridionali della Polonia[9]. Le vittorie dei Lombardi li raccomandavano all'amicizia degli Imperatori, e ad istanza di Giustiniano essi valicarono il Danubio onde sottoporre, secondo il trattato da essi fatto, le città del Norico, e le fortezze della Pannonia. Ma lo spirito della rapina ben tosto li trasse al di là di questi estesi confini; essi vagarono lungo la costa dell'Adriatico insino a Dirrachio, e la brutale loro famigliarità gli spinse a por piede nelle città e nelle case dei Romani, loro alleati, e ad impadronirsi dei prigionieri che erano fuggiti dalle audaci lor mani. La nazione disapprovò e l'Imperatore scusò questi atti di ostilità, tratti di ardire, come essi pretesero, di alcuni sbandati avventurieri; ma le armi dei Lombardi si trovarono più seriamente impegnate in una contesa di trent'anni, la quale si terminò soltanto collo sterminio dei Gepidi. Le due nazioni in guerra spesso disputarono la loro causa innanzi al trono di Costantinopoli; e l'astuto Giustiniano, a cui i Barbari erano quasi egualmente odiosi, proferì una parziale ed ambigua sentenza, e destramente protrasse la guerra col mezzo di tardi ed inefficaci soccorsi. Formidabile era la forza loro, poichè i Lombardi, i quali mettevano in campo parecchie -miriadi- di soldati, non cessavano d'invocare, come essendo i più deboli, la protezione dei Romani. Pieno d'intrepidezza era il lor animo; tuttavia l'incertezza del coraggio è tale che i due eserciti furono improvvisamente colti da panico terrore; essi fuggirono l'uno dall'altro; ed i principi rivali rimasero colle lor guardie nel mezzo d'una vuota pianura. Si stipulò una tregua di breve durata; ma il reciproco risentimento si raccese ben tosto; e la memoria della vergognosa lor fuga fece sì, che più disperato e sanguinoso fosse il primo lor affrontarsi. Quarantamila Barbari perirono nella decisiva battaglia che distrusse la potenza dei Gepidi, cangiò di oggetto i timori e i desiderj di Giustiniano, e per la prima volta mostrò sulla scena il carattere di Alboino, giovane principe dei Lombardi, e futuro conquistator dell'Italia[10]. Il popolo selvaggio che abitava od errava nelle pianure della Russia, della Lituania e della Polonia nel secolo di Giustiniano, si può ridurre alle due grandi famiglie dei -Bulgari-[11] e degli -Schiavoni-. Secondo gli scrittori greci, i primi confinanti coll'Eusino e col Lago Meotide, traevano dagli Unni il nome o l'origine loro, ed inutile riesce il delineare un'altra volta la semplice e ben nota pittura dei costumi tartari. Audaci e svelti arcieri eran dessi, che beevano il latte e banchettavano colla carne degli agili loro corsieri: i lor greggi ed armenti seguivano o piuttosto guidavano le mosse de' vagabondi lor campi: nessun paese era troppo lontano od impraticabile per le loro scorrerie: ed erano essi addestrati alla fuga, quantunque fosse chiuso al timore il lor petto. La nazione era divisa in due potenti ed ostili tribù, che si perseguitavano fra loro con odio fraterno. Caldamente si contendevan esse l'amicizia, o per meglio dire i donativi dell'Imperatore, e la distinzione che la natura ha stabilito «fra il cane fedele ed il lupo rapace» veniva applicata da un ambasciatore, il quale non avea ricevuto che verbali istruzioni dal rozzo suo principe[12]. I Bulgari di ogni specie si sentivano egualmente allettati dall'opulenza romana: essi arrogavansi una vaga dominazione sopra quanti portavano il nome di Schiavoni, e la rapida lor marcia non potè esser frenata che dal Mar Baltico o dall'eccesso del freddo e dalla povertà del Settentrione. Ma pare che la stessa razza di Schiavoni abbia tenuto, in ogni tempo, il possesso delle stesse contrade. Le numerose loro tribù, benchè distanti o nemiche, usavano un linguaggio comune, che era un aspro ed irregolare idioma, e si facevano conoscere per la somiglianza della loro figura, che si discostava dall'abbronzato Tartaro, e si avvicinava, in qualche distanza, all'alta statura ed alla bella carnagione del Germano. Quattromila seicento loro villaggi[13] erano sparsi per le province della Russia e della Polonia, e le capanne loro venivano in fretta fabbricate di legno rozzamente tagliato, in un paese mancante di pietra e di ferro. Innalzate queste, o per meglio dire nascoste nel profondo delle foreste, lungo le rive dei fiumi, o sull'orlo delle paludi, non si possono da noi forse senza adulazione paragonare alle architettoniche case del Castoro; a cui rassomigliavano nella doppia uscita, una sulla terra e l'altra sull'acqua per lo scampo del selvaggio loro abitatore, animale men mondo, men diligente e men sociale di quel quadrupede maraviglioso. La fertilità del suolo anzi che il lavoro dei nativi, forniva la rustica abbondanza degli Schiavoni. Grande era appo loro il numero delle mandre e del bestiame, ed i loro campi che seminavano di miglio e di panico[14], somministravano, invece di pane, un grossolano e men nutritivo alimento. Il continuo amore che i loro vicini portavano alla rapina, li costringeva a nascondere nella terra questo tesoro: ma quando uno straniero compariva in mezzo ad essi, liberamente gli facean parte di quanto avevano; e questo popolo di cui sfavorevolmente è dipinto il carattere, vien però qualificato cogli epiteti di casto, di paziente e di ospitale. Per suprema loro divinità, essi adoravano un invisibile signore del tuono. I fiumi e le ninfe ne ottenevano i subordinati onori, ed i voti ed i sacrifizi esprimevano il popolare lor culto. Sdegnavano gli Schiavoni di obbedire ad un despota, ad un principe, od anco ad un magistrato; ma troppo ristretta la loro esperienza e troppo ostinate erano le loro passioni, perchè componessero un sistema di leggi eguali o di generale difesa. All'età od al valore essi compartivano un certo volontario rispetto; ma ogni tribù, ogni villaggio si reggeva come una repubblica separata, e conveniva che tutti fossero persuasi, laddove nessuno poteva esser forzato. Essi combattevano a piedi, quasi ignudi, e senza nessuna arma difensiva, tranne un disadatto scudo; avevano per armi di offesa un arco, un turcasso di piccole freccie avvelenate, ed una lunga corda, che destramente gettavano lontano, e colla quale stringevano il loro nemico in un nodo scorsoio. In campo l'infanteria schiavona riusciva pericolosa per l'ardore, l'agilità e l'audacia: essi nuotavano, tuffavansi e rimanevan sott'acqua, traendo il respiro per mezzo di una vuota canna; ed un fiume od un lago era spesso il teatro di un loro agguato improvviso. Ma talenti eran questi da spie o da predatori; sconosciuta rimanea affatto l'arte militare agli Schiavoni; oscuro il lor nome, e senza gloria erano le loro conquiste[15]. Ho debolmente segnati i lineamenti generali degli Schiavoni o dei Bulgari, senza tentare di definire i confini dei luoghi da essi abitati, che non erano accuratamente conosciuti nè rispettati dai Barbari stessi. La loro vicinanza all'Impero determinava l'importanza loro, e la piana regione della Moldavia o della Valachia era occupata dagli Anti[16], tribù Schiavona, che con un epiteto di conquista aumentò i titoli di Giustiniano[17]. Per frenare gli Anti egli innalzò le fortificazioni del Danubio inferiore, e molto adoperossi ad assicurarsi l'alleanza di un popolo stanziato nel diretto canale delle nortiche innondazioni ch'era un intervallo di duecento miglia tra i monti della Transilvania ed il Ponto Eussino. Ma gli Anti non avevano nè il potere nè la volontà di far argine al furor del torrente: e cento tribù di Schiavoni, armati alla leggiera, inseguivano con quasi egual celerità i passi della Bulgara cavalleria. Il pagamento di una moneta d'oro per ogni soldato procurò loro una salva e facile ritirata attraverso il paese dei Gepidi, che dominavano il passo del Danubio superiore[18]. Le speranze od i timori dei Barbari; l'intestina loro unione o discordia; l'accidente di una riviera gelata o poco profonda; la prospettiva delle messi o della vendemmia; la prosperità o l'angustia dei Romani, erano le cagioni che producevano l'uniforme ripetizione delle annue lor visite,[19] tediose a narrarsi e distruttive nel loro effetto. Lo stesso anno e forse lo stesso mese in cui Ravenna aprì le sue porte, fu marcato da un'invasione degli Unni o Bulgari, così tremenda che quasi cancellò la rimembranza delle loro incursioni passate. Dai sobborghi di Costantinopoli, si sparsero essi fino al golfo Jonio, distrussero trentadue città o castella, rasero al suolo Potidea, che gli Ateniesi avevano edificata, ed aveva assediata Filippo; poi ripassarono il Danubio, trascinando attaccati alla coda dei loro cavalli centoventimila sudditi di Giustiniano. In una scorreria posteriore essi forzarono la muraglia del Chersoneso Tracio, ne demolirono le abitazioni e sterminarono gli abitatori; indi valicarono arditamente l'Ellesponto, e carichi delle spoglie dell'Asia, ritornarono in mezzo ai loro compagni. Un'altra banda, che parve una moltitudine agli occhi dei Romani, si avanzò, senza contrasto, dallo stretto delle Termopili fino all'Istmo di Corinto; e l'ultima rovina della Grecia è sembrato un oggetto troppo minuto per chiamar l'attenzion dell'istoria. Le opere che l'Imperatore costruì per la difesa, ma a spese, de' suoi sudditi, non servirono che a manifestare la debolezza delle parti lasciate neglette; e le mura che l'adulazione giudicava inespugnabili, furono o disertate dalle guernigioni, ovvero scalate dai Barbari. Tremila Schiavoni, i quali insolentemente si divisero in due masnade, posero in chiaro la debolezza e la miseria di un regno che si diceva trionfante. Essi varcarono il Danubio e l'Ebro; vinsero i Generali romani che ardirono di opporsi ai loro progressi; ed impunemente saccheggiarono le città dell'Illirico e della Tracia, ciascuna delle quali aveva armi e popolazione bastante per fare a pezzi i dispregevoli loro assalitori. Qualunque lode meritar si possa l'ordire degli Schiavoni, esso è contaminato dalla bassa e deliberata crudeltà che sono accusati di aver esercitata sopra dei loro prigionieri. Senza distinzione di grado, di sesso o di età, questi venivano impalati o scorticati vivi, o sospesi tra quattro pali, e fatti morire a colpi di mazza, o veramente chiusi in qualche vasto edificio, ed ivi lasciati perir nelle fiamme insieme con le spoglie ed il bestiame che impedir poteva la marcia di questi vincitori selvaggi[20]. Forse da una relazione più imparziale si sarebbe sminuito il numero, e qualificata la natura di tali orribili azioni; e le crudeli leggi della rappresaglia avranno potuto qualche volta servir loro di scusa. Nell'assedio di Topiro[21], la cui ostinata difesa avea fieramente irritato gli Schiavoni, essi trucidarono quindicimila uomini; ma risparmiarono le donne ed i fanciulli. I prigionieri di maggior prezzo erano sempre posti in serbo per impiegarli al lavoro o per ricavarne il riscatto: non rigorosa la schiavitù, e pronti e moderati erano i termini della liberazione de' prigionieri. Ma il suddito, ossia l'istorico di Giustiniano, esalò il giusto suo sdegno nel linguaggio della querela e del rimprovero, e Procopio ha confidentemente affermato, che durante un regno di trentadue anni, ciascun'annua incursione dei Barbari avea rapito dugentomila abitanti all'Impero romano. L'intera popolazione della Turchia Europea, che corrisponde, a un dipresso, alle province di Giustiniano, non sarebbe forse in istato di somministrare sei milioni d'individui, che sono il prodotto di quell'incredibile computo[22]. Nel mezzo di queste oscure calamità, l'Europa sentì l'urto di una rivoluzione, che prima disvelò al Mondo il nome e la nazione de' Turchi. Somigliante a Romolo, il fondatore di quel popolo marziale fu allattato da una lupa che poscia lo fece padre di una numerosa posterità, e l'immagine di questa bestia, nelle bandiere dei Turchi, conservò la memoria, o piuttosto suggerì l'idea di una favola, che fu inventata, senza alcuna relazione scambievole, dai pastori del Lazio, e da quelli della Scizia. Nell'eguale distanza di duemila miglia dal mar Caspio, dal mar Glaciale, dal mar della China, e da quello del Bengala, sorge una gran catena di monti, che è il centro o forse la sommità dell'Asia; essa, nella favella delle differenti nazioni, fu chiamata Imao, e Caf[23], ed Altai, e le Montagne d'Oro, e la Cintura della Terra. I fianchi delle rupi producevano minerali; e le fornaci del ferro[24] ad uso della guerra, erano lavorate dai Turchi, la più spregiata porzione degli schiavi del Gran Can dei Geugeni. Ma durar non doveva il loro servaggio, se non fin tanto che sorgesse un ardito ed eloquente condottiero, il quale persuadesse i suoi compatriotti che le stesse armi, fabbricate pei loro padroni, potevano divenire nelle proprie lor mani gl'istromenti della libertà e della vittoria. Sbucaron essi dai lor monti[25]; uno scettro fu il guiderdone del consiglio di lui; e l'annua cerimonia, in cui un pezzo di ferro veniva arroventato nel fuoco, ed il Principe ed i suoi nobili maneggiavano successivamente un martello da fabbro ferraio, ricordò di secolo in secolo l'umile professione ed il ragionevole orgoglio della nazione Turchesca. Bertezena, primo lor Capo, segnalò il valore di essi ed il suo in fortunati combattimenti contro le vicine tribù; ma quando egli presunse di chiedere in matrimonio la figlia del gran Cane, l'insolente domanda di uno schiavo e di un artigiano con disprezzo fu rigettata. Una più nobile alleanza d'una principessa Chinese lo risarcì di tale disgrazia; e la decisiva battaglia che quasi estirpò la nazione dei Geugeni, fondò nella Tartaria il nuovo e più potente impero dei Turchi. Essi regnarono sul Settentrione; ma il fedele amore che serbavano per le montagne dei padri loro, mostrò il lor modo di pensare intorno alla vanità delle conquiste. Il campo reale di rado perdè di vista il monte Altai, d'onde il fiume Irtish discende ad irrigare i ricchi pascoli dei Calmucchi[26], i quali nutrono i montoni ed i buoi più grossi del mondo. Fertile n'è il suolo, ed il clima temperato e mite. Quella fortunata regione non conosceva nè la pestilenza, nè i terremoti; il trono dell'Imperatore era rivolto verso Oriente, ed un lupo d'oro, innalzato sopra una lancia, parea custodire l'ingresso della tenda di lui. Uno dei successori di Bertezena rimase adescato dal lusso e dalla superstizione della China; ma il suo disegno di fabbricar templi e città fu dissipato dalla ingenua sapienza di un Barbaro consigliere. «I Turchi, disse costui, non uguagliano in numero la centesima parte degli abitatori della China. Se noi pareggiamo la loro potenza, ed eludiamo i loro eserciti, ciò avviene, perchè andiamo vagando senza fisse abitazioni, non attendendo che alla guerra ed alla caccia. Siamo noi forti! Ci spingiamo innanzi, e conquistiamo. Siamo noi deboli! Ci ritiriamo e ci nascondiamo. Ma se i Turchi si rinserrano dentro le mura delle città, la perdita di una battaglia trarrà seco la distruzione del loro impero. I Bonzi non predicano che pazienza, umiltà e rinunzia al mondo. Tale, o Re, non è la religion degli Eroi». Essi adottarono con minor ripugnanza le dottrine di Zoroastro, ma la maggior parte della nazione continuò a serbare, senza esame, le opinioni, o per meglio dire la pratica dei loro antenati. Alla suprema divinità erano riserbati gli onori del sacrifizio; essi confessavano, con rozzi inni ciò che dovevano all'aria, al fuoco, all'acqua ed alla terra; ed i loro sacerdoti traevano qualche profitto dall'arte della divinazione. Le loro leggi, non scritte, erano rigorose ed imparziali: il furto veniva punito colla restituzione del decuplo: l'adulterio, il tradimento e l'uccisione traevano con sè la pena di morte, ma nessun castigo pareva loro troppo severo pel raro ed inespiabile delitto di pusillanimità. Raccolto avendo sotto il loro stendardo le vinte nazioni, la cavalleria de' Turchi, tra uomini e cavalli, veniva orgogliosamente computata per milioni; uno dei loro eserciti effettivi era composto di quattrocentomila soldati, ed in meno di cinquant'anni essi furono in relazione di guerra o di pace coi Romani, coi Persiani e coi Chinesi. Nei loro limiti settentrionali si può discoprire qualche vestigio della forma e della situazione del Kamtchatka, di un popolo di cacciatori e di pescatori le cui slitte erano tirate da cani, e le abitazioni sepolte sotterra. I Turchi ignoravano l'astronomia; ma le osservazioni fatte da qualche dotto Chinese, con un gnomone di otto piedi, determinano il campo reale nella latitudine di quarantanove gradi, e segnano i loro progressi sino a tre od almeno a dieci gradi dal circolo polare[27]. Fra le meridionali conquiste loro, la più splendida fu quella dei Neftaliti, od Unni bianchi, popolo incivilito e guerriero che possedeva le trafficanti città di Bochara e di Samarcanda, che vinto aveva i monarchi della Persia, e portato le vittoriose sue armi sulle rive e forse alla foce dell'Indo. Dalla parte di Ponente, la cavalleria turca s'innoltrò fino alla palude Meotide. Essi passarono questo lago sul ghiaccio. Il Can che abitava ai piedi del Monte Altai, spedì l'ordine che si assediasse Bosforo[28], città che si era volontariamente sommessa ai Romani, ed i cui Principi erano stati anticamente gli amici di Atene[29]. A levante i Turchi invadevano la China, ogni volta che rilassato vi era il vigor del governo; e l'istoria dei tempi ci narra che essi abbattevano i loro pazienti nemici, come si miete il canape e l'erba dei campi; e che i Mandarini encomiarono la sapienza di un Imperatore il quale respinse questi Barbari con lancie d'oro. L'estensione del selvaggio impero dei Turchi trasse uno dei loro monarchi a stabilire tre subordinati Principi del proprio sangue, i quali tosto dimenticarono i doveri della riconoscenza e della fedeltà. Snervati furono i conquistatori dal lusso, il quale sempre riesce fatale fuori che ad un popolo industrioso. La politica della China eccitò le vinte nazioni a ricuperare l'indipendenza perduta; e la potenza dei Turchi non oltrepassò il periodo di duecent'anni. Il risorgimento del nome loro ed il loro dominio nelle contrade meridionali dell'Asia, sono avvenimenti di una età posteriore; e le dinastie che succederono ai loro primi sovrani, possono passarsi in silenzio poichè l'istoria loro non ha verun legame colla decadenza e caduta del Romano Impero[30]. Nella rapida carriera delle conquiste, i Turchi assaltarono e soggiogarono la nazione degli Ogori o Varconiti sulle rive del fiume Til che vien denominato il Nero pel bruno color delle sue acque, o per le sue cupe foreste[31]. Ucciso fu il Can degli Ogori, insieme con tre centomila suoi sudditi, ed i loro cadaveri ingombravano uno spazio di quattro giornate di viaggio. Quelli tra loro che sopravvissero, si assoggettarono alla forza ed alla clemenza dei Turchi; ed una picciola porzione, di circa ventimila guerrieri, antepose l'esilio alla schiavitù. Seguitaron essi la ben nota strada del Volga, lusingarono l'errore delle nazioni che gli confusero cogli Avari, e sparsero il terrore di questo falso, benchè famoso, nome, il quale però non avea salvato dal giogo dei Turchi quelli che legittimamente il portavano[32]. Dopo una lunga e vittoriosa marcia, i nuovi Avari, giunsero al piè del monte Caucaso, nel paese degli Alani[33] e dei Circassi, dove per la prima volta sentirono a parlare dello splendore e della debolezza dell'Impero Romano. Umilmente essi pregarono il Principe degli Alani, loro confederato, di condurli a questa sorgente di ricchezze; ed il loro ambasciatore, col permesso del governatore di Lazica, fu trasportato, per l'Eussino a Costantinopoli. Tutta la città sboccò fuori a rimirare con curiosità e spavento l'aspetto di questo popolo straniero; i lunghi capelli che lor cadevano in treccie giù per le spalle, erano graziosamente annodati con nastri, ma il rimanente del lor vestire pareva imitare la foggia degli Unni. Allorchè vennero ammessi all'udienza di Giustiniano; Candish, il primo degli Ambasciatori, si volse in questi accenti all'Imperatore Romano. «Tu vedi, o potente principe, i rappresentanti della più forte e più popolosa fra le nazioni, degli invincibili ed irresistibili Avari. Noi vogliamo dedicarsi al tuo servizio: noi siamo atti a vincere ed a distruggere tutti i nemici che ora turbano il tuo riposo. Ma aspettiamo, qual prezzo della tua alleanza, qual ricompensa del nostro valore, donativi preziosi, annui sussidj, e possessioni feconde». Al tempo di quest'ambasceria, Giustiniano avea regnato più di trent'anni, egli ne avea vissuto più di settantacinque: languenti e deboli erano il suo corpo ed il suo spirito; ed il conquistatore dell'Affrica e dell'Italia, non curando gli interessi permanenti del suo popolo, non aspirava che a fornire i suoi giorni nel seno della pace, quantunque priva di gloria. In una arringa studiata, egli espose al Senato il partito da lui preso di dissimulare l'insulto e di comprare l'amicizia degli Avari; e tutto il Senato, come i Mandarini della China, decantò l'incomparabil sapienza e la previdenza del suo Monarca. Si allestiscono immediatamente gli istrumenti del lusso per cattivar l'animo dei Barbari, seriche vesti, soffici e splendidi letti, catene e collane, incrostate di oro. Gli ambasciatori, contenti di sì liberale accoglienza, si partirono da Costantinopoli, e Valentino, uno della guardia dell'Imperatore, fu mandato collo stesso carattere nel loro campo, a' piedi del Caucaso. Siccome sì la distruzione che le vittorie loro potevano essere egualmente di vantaggio all'Impero, ei li persuase a correre addosso ai nemici di Roma, ed essi agevolmente si lasciarono allettare da regali e promesse, a secondare l'inclinazione che avevan più cara. Questi fuggiaschi, che si ritraevano dalle armi dei Turchi, passarono il Tanai ed il Boristene ed audacemente si avanzarono nel cuore della Polonia e della Germania, violando la legge delle nazioni, ed abusando dei diritti della vittoria. Prima che fossero passati dieci anni, essi aveano piantato i lor campi sul Danubio e sull'Elba; molti nomi Bulgari e Schiavoni si erano cancellati dalla terra, ed il rimanente di quella tribù si trovava, in qualità di tributarj e di vassalli, sotto lo stendardo degli Avari. Il Cacano, titolo particolare che prendeva il Re loro, tuttavia affettava di coltivare l'amicizia dell'Imperatore; e Giustiniano nutriva qualche pensiero di stabilirli nella Pannonia, per bilanciare la predominante potenza dei Lombardi. Ma la virtù od il tradimento di un Avaro manifestò la segreta inimicizia e gli ambiziosi disegni de' suoi compatriotti: ed essi altamente si lamentarono della timida ma gelosa politica che riteneva i loro ambasciatori, e negava le armi che loro era stato concesso di comperare nella capital dell'Impero.[34]. Ad un'ambasciata ricevuta dai conquistatori degli Avari[35], può forse attribuirsi l'apparente cangiamento seguìto nelle disposizioni degli Imperatori. Il risentimento dei Turchi non s'era punto ammorzato dall'immensa distanza che schermiva gli Avari dalle armi loro. I loro ambasciatori inseguirono le orme dei vinti al Giaik, al Volga, al monte Caucaso, all'Eussino, ed a Costantinopoli, e finalmente comparvero dinanzi al successore di Costantino, a chiedere che egli non volesse sposare la causa di gente ribelle e fuggitiva. Anche il commercio ebbe qualche parte in questa osservabile negoziazione: ed i Sogdoiti, i quali erano allora tributarj dei Turchi, abbracciarono la bella occasione di aprire, pel Nord del mar Caspio, una nuova strada che servisse a trasportare la seta della China nell'Impero di Roma. I Persiani che preferivano la navigazione di Ceilan, avevano ditenuto le carovane di Bochara e di Samarcanda: la seta che esse portavano, era stata dispettosamente arsa: alcuni ambasciatori turchi morirono in Persia non senza sospetto di veleno; ed il Gran Can permise al fedele suo vassallo Maniaco, principe dei Sogdoiti, di proporre alla Corte di Bisanzio un trattato di alleanza contro i loro comuni nemici. Gli splendidi lor vestimenti ed i ricchi regali, frutto del lusso orientale, distinguevano Maniaco ed i suoi colleghi, dai rozzi selvaggi del Settentrione: le lettere loro, scritte nel linguaggio e nel carattere della Scizia, denotavano un popolo il quale era pervenuto ai rudimenti del sapere[36]: essi annoveravano le conquiste, ed offerivano l'amicizia e l'aiuto militare dei Turchi; e la sincerità loro veniva attestata da tremende imprecazioni (se colpevoli fossero di falsità) sopra il proprio lor capo, e sopra il capo di Disabul, loro Signore. Il Principe greco trattò con ospitale riguardo gli ambasciatori di un remoto e potente monarca: la vista dei bachi da seta e dei telaj sconcertò la speranza dei Sogdoiti; l'Imperatore rinunziò, o parve rinunziare ai fuggitivi Avari, ma accettò l'alleanza dei Turchi; e la ratificazione del trattato fu recata ai piedi del monte Altai da un ministro romano. Sotto i successori di Giustiniano, si coltivò l'amicizia delle due nazioni con relazioni frequenti e cordiali; si permise ai vassalli più favoriti d'imitare l'esempio del Gran Cane, e cento e sei Turchi, venuti a Costantinopoli in varie occasioni, ne partirono al tempo istesso pel loro paese nativo. La storia non ci specifica la durata e la lunghezza del viaggio, dalla Corte Bisantina al monte Altai. Arduo sarà stato trascorrere i deserti senza nome, i monti, i fiumi e le paludi della Tartaria; ma ci fu serbato un curioso ragguaglio delle accoglienze fatte agli oratori romani nel campo reale. Poscia che furono purificati col fuoco e coll'incenso, secondo un rito ancora praticato sotto i figliuoli di Zingis, essi vennero introdotti al cospetto di Disabul. Nella valle della montagna d'oro, essi trovarono nella sua tenda il Gran Cane, seduto in una sedia con ruote, alla quale si poteva, occorrendo, attaccare un cavallo. Tosto ch'ebbero offerto i lor doni, che ricevuti vennero dagli officiali a ciò destinati, essi esposero, in una florida concione, i desiderj dell'Imperatore Romano, che la vittoria accompagnasse le armi dei Turchi, che lungo e prospero ne fosse il Regno, che una stretta alleanza, scevra d'invidia e di frode, potesse per sempre durare tra le due più potenti nazioni della Terra. La risposta di Disabul si confece a queste proteste amichevoli, e gli Ambasciatori furono fatti sedere al suo lato, in un banchetto che occupò la maggior parte del giorno; parata era la tenda di seriche tappezzerie, e fu servito a tavola un liquor tartaro che possedeva almeno le qualità inebbrianti del vino. Più sontuoso fu il convito del giorno seguente; i serici addobbi della seconda tenda presentavano varie figure in ricamo; e la sedia reale, le coppe ed i vasi erano tutti d'oro. Un terzo padiglione veniva sostenuto da colonne di legno dorato; un letto di oro puro e massiccio sorgeva sopra quattro pavoni dello stesso metallo: e davanti all'ingresso della tenda si vedevano piatti, bacili, e statue di solido argento, lavorati con ammirabil arte, e sfarzosamente ammonticchiati sopra carri, monumenti del valore più che dell'industria. Allorchè Disabul condusse i suoi eserciti contro le frontiere della Persia, gli Ambasciatori romani seguirono per molti giorni la marcia del Campo Turco, nè furono congedati, sinchè non ebbero goduto la precedenza sopra l'Oratore del Gran Re, i cui alti ed immoderati clamori interruppero il silenzio del banchetto reale. La potenza e l'ambizione di Cosroe assodarono l'unione dei Turchi e dei Romani, che confinavano da ogni banda coi dominj di esso: ma queste distanti nazioni, non curandosi una dell'altra, consultarono i dettami dell'interesse, senza rammentarsi le obbligazioni de' giuramenti e de' trattati. Al tempo in che il successore di Disabul celebrò le esequie del padre, egli fu salutato dai Legati dell'Imperatore Tiberio, che proposero un'invasione della Persia, e con fermezza sostennero gli sdegnosi e forse giusti rimproveri di quei Barbari orgogliosi. «Voi mirate le dieci mie dita, disse il Gran Cane, applicandole alla sua bocca. Voi, Romani, parlate con altrettante lingue, ma sono lingue d'inganno e di spergiuro. Con me tenete una favella, coi miei sudditi un'altra; e le nazioni vengono successivamente aggirate dalla perfida vostra eloquenza. Voi traete i vostri alleati nella guerra e nel pericolo; voi profittate delle loro fatiche, e trascurate i vostri benefattori. Accelerate il ritorno, ed informate il vostro Signore che un Turco è incapace di proferire o di scordare una menzogna, e ch'egli ben presto incontrerà il castigo che gli è dovuto. Nel punto ch'egli richiede la mia amicizia con adulanti e fallaci parole, si è abbassato a far lega co' Varconiti che da me fuggono. Se io mi traggo a muovere contro que' dispregevoli schiavi, essi tremeranno al suono dei nostri flagelli; calpestati e' saranno, come un nido di formiche, sotto i piedi dell'innumerevole mia cavalleria. Non mi è ignota la strada che essi tennero per invadere il vostro Impero, nè posso essere ingannato dal vano pretesto, che il monte Caucaso è l'inespugnabile barriera de' Romani. Conosco il corso del Niester, del Danubio e dell'Ebro; le nazioni più bellicose hanno ceduto alle armi dei Turchi; e da dove nasce a dove muore il Sole, tutta è mio retaggio la Terra». Non ostante questa minaccia, un sentimento di scambievole utilità rinnovò ben presto la colleganza, de' Turchi e de' Romani; ma l'orgoglio del Gran Cane sopravvisse al suo sdegno, e nell'atto di annunziare un'importante conquista al suo amico l'Imperatore Maurizio, egli s'intitolò il Padrone delle sette razze, ed il Signore dei sette climi del mondo[37]. Tra i Sovrani dell'Asia nacquero spesso contese pel titolo di Re del mondo, e queste stesse disputazioni provarono ch'esso non può appartenere a veruno dei competitori. Il regno dei Turchi era limitato dall'Oxo o Gihon, e questo gran fiume separava il -Turan- dalla rivale monarchia d'-Iran- o della Persia, la quale, in più ristretto spazio, conteneva forse una più gran misura di popolazione e di potenza. I Persiani, che alternativamente assalirono e respinsero i Turchi ed i Romani, eran tuttavia governati dalla casa di Sassan, che salì al trono tre secoli prima dell'esaltamento di Giustiniano. Cabade o Kobad, contemporaneo di lui, era stato avventuroso in guerra contro l'Imperatore Anastasio: ma il Regno di quel Principe fu perturbato da civili e religiosi dissidj. Prigioniero in mano de' suoi sudditi, esule tra i nemici della Persia, egli ricovrò la sua libertà col prostituire l'onore della sua moglie, e riacquistò il suo regno, mediante la pericolosa e mercenaria assistenza dei Barbari, i quali trucidato gli aveano il padre. Sospettavano i nobili della Persia che Kobad non fosse mai per dimenticare gli autori della sua espulsione, o nemmeno quelli che l'avean riposto sul trono. Aggirato ed infiammato era il popolo dal fanatismo di Mazdak[38], il quale predicava la comunanza delle donne[39], e l'eguaglianza di tutti gli uomini, nel tempo ch'egli appropiava all'uso dei suoi settarj le più ricche possessioni e le donne più belle. La declinante età del Monarca persiano veniva amareggiata dall'aspetto di questi disordini, che le sue leggi ed il suo esempio[40] avevano fomentati, e si accrescevano i suoi timori dal segreto sentimento del disegno che nutriva di sovvertire il naturale e consueto ordine di successione in favore del suo terzo e prediletto figliuolo, così famoso sotto i nomi di Cosroe e di Nushirvan. Collo scopo di rendere più illustre il giovane al cospetto delle nazioni, Kobad desiderò che venisse adottato dall'Imperatore Giustino: la speranza della pace indusse la Corte Bisantina ad accettare questa singolare proposta; e Cosroe avrebbe acquistato uno specioso diritto all'eredità del romano suo padre. Ma il male che n'era per avvenire fu allontanato dal consiglio del Questore Proclo: si mise in campo la difficoltà, se l'adozione dovesse farsi con un rito militare o civile[41]; disciolto fu all'improvviso il trattato, ed il sentimento di questa offesa si stampò profondamente nell'animo di Cosroe, il quale si era già avanzato fino al Tigri, alla volta di Costantinopoli. Non sopravvisse lungamente il padre di Cosroe all'avvenimento che avea sconcertato le sue mire. Si lesse il testamento del defunto sovrano nell'assemblea dei nobili, ed una potente fazione, preparata a sostenerlo, innalzò Cosroe al trono della Persia, senza por mente ai diritti della Primogenitura. Cosroe tenne quel trono pel lungo e prospero periodo di quarantott'anni[42]; e la giustizia di Nushirvan vien celebrata dalle nazioni dell'Oriente, quale argomento di lode immortale. Ma nell'opinione dei Re, ed anche dei loro sudditi, la giustizia di un sovrano non esclude un'ampia indulgenza pel soddisfacimento delle sue passioni e del suo interesse. La virtù di Cosroe era quella di un conquistatore, il quale nelle determinazioni della pace o della guerra, viene spinto dall'ambizione e rattenuto dalla prudenza, confonde la grandezza colla felicità di una nazione, e tranquillamente sacrifica le vite delle migliaja alla fama od anche al divertimento di un solo. Nella domestica sua amministrazione, il giusto Nushirvano meriterebbe, secondo il nostro sentire, d'esser chiamato un tiranno. I suoi due fratelli maggiori erano stati privati delle care lusinghe del Diadema: posti tra il grado supremo e la condizione di sudditi, piena di ansietà per essi diveniva la futura lor vita e formidabile al loro Signore. Il timore egualmente che la vendetta poteva muovergli a ribellarsi; la più tenue ombra di una cospirazione fu bastante all'autore dei loro mali, e si assicurò il riposo di Cosroe mediante la morte di que' Principi sventurati, delle famiglie e degli aderenti loro. La pietà di un Generale veterano, salvò un giovinetto innocente, e quest'atto di umanità, rivelato dallo stesso suo figlio, cancellò il merito di aver ridotto dodici nazioni all'obbedienza della Persia. Lo zelo e la prudenza di Mebode aveano assodato il diadema sulla fronte di Cosroe istesso; ma tardò egli un giorno ad obbedire ai cenni reali sinchè avesse adempito i doveri di una rassegna militare: subitamente gli fu intimato di ridursi al Tripode di ferro, che sorgeva innanzi alla porta della Reggia[43], dove si puniva di morte chi desse soccorso o si accostasse alla vittima, e Mebode languì più giorni prima che si proferisse la sentenza dall'inflessibil orgoglio e dalla fredda ingratitudine del figlio di Kobad. Ma il popolo, e più che altrove nell'Oriente, è propenso a dimenticare ed anche ad applaudire la crudeltà che colpisce le teste più sublimi, quegli schiavi ambiziosi, la cui volontaria scelta gli ha esposti a vivere de' sorrisi od a morir pel cipiglio di un capriccioso monarca. Nell'eseguire le leggi che tentato egli non era ad infrangere, nel punire i delitti che offendevano la propria sua dignità ugualmente che la felicità degli individui, Nushirvano, o Cosroe meritò il soprannome di giusto. Fermo, rigoroso ed imparziale ne era il governo. Prima cura del suo regno fu di abolire la pericolosa teoria della comunanza od uguaglianza dei beni. Le terre e le donne che i settari di Magdak avevano usurpate, furono restituite ai legittimi lor proprietarj; e il moderato castigo inflitto ai fanatici ed agli impostori confermò i domestici diritti della vita sociale. In cambio di porger orecchio con cieca fiducia ad un ministro favorito, egli stabilì quattro Visiri sopra le quattro grandi province del suo impero l'Assiria, la Media, la Persia, e la Battriana. Nella scelta dei giudici, dei prefetti e dei consiglieri, egli cercava di tor via la maschera che si suole portare alla presenza dei Re. Era vago di sostituire il naturale ordine dei talenti alle accidentali distinzioni della nascita e della fortuna; speciosamente professava la sua intenzione di anteporre quegli uomini che portavano il povero nel loro seno, e di bandire la corruzione dalla sede della giustizia, come i cani sono esclusi dai templi dei Magi. Il codice delle leggi del primo Artaserse fu richiamato a vita e pubblicato come norma dei magistrati; ma la sicurezza di una pronta punizione porgeva la miglior garanzia della loro virtù. Migliaja d'occhi invigilavano sulla loro condotta, ed ascoltate n'erano le parole dalle migliaja di orecchie dei segreti o pubblici agenti del trono, e le province dai confini dell'Arabia a quelli dell'India, si rallegravano frequentemente per la presenza di un Sovrano che affettava di emulare il Sole, suo celeste fratello, nella sua rapida e salutare carriera. Egli considerava l'educazione e l'agricoltura come i due oggetti più meritevoli delle sue cure. In ogni città della Persia, gli orfani, ed i figli dei poveri erano mantenuti ed istruiti a spese pubbliche; si davano le zitelle in matrimonio ai più ricchi cittadini della classe loro, ed i garzoni, secondo la diversa loro abilità, s'impiegavano in arti meccaniche, ed erano promossi a più onorevole impiego. La bontà di Cosroe soccorse i villaggi abbandonati; distribuì bestiami, sementi e stromenti di agricoltura ai contadini ed ai fittajuoli che non erano in istato di coltivare i loro terreni, ed il raro ed inestimabile tesoro delle acque fu con economia maneggiato, e con abilità sparso sopra l'arido territorio della Persia[44]. La prosperità di quel regno fu la conseguenza e la prova delle virtù del Sovrano: i vizj di lui sono quelli del dispotismo orientale; ma nella lunga contesa tra Cosroe e Giustiniano, il vantaggio del merito e della fortuna si trova quasi sempre dal lato del Barbaro[45]. Alla lode di giusto, Nishirvan univa la fama di sapiente: i sette Filosofi greci che visitarono la sua Corte, furono attirati ed ingannati dalla strana asserzione, che un discepolo di Platone sedeva sul trono persiano. Potevan essi aspettarsi che un Principe, vigorosamente esercitato nelle cure della guerra e del governo, avesse a discutere, con destrezza pari alla loro, le astruse e profonde questioni che divertivano gli ozj delle scuole di Atene! Dovevan essi sperare che i precetti della filosofia avessero a regger la vita e governar le passioni di un despota, a cui sin dall'infanzia si era insegnato a considerare l'assoluta e capricciosa sua volontà, come la sola regola dei doveri morali[46]! Superficiali e di ostentazione erano gli studj di Cosroe: ma il suo esempio svegliò la curiosità di un popolo ingegnoso, e la luce della scienza si difuse sopra i dominj della Persia[47]. Egli fondò un'accademia di medicina a Gondi-Sapor, nelle vicinanze della città di Susa, ed essa a poco a poco divenne una liberale scuola di poesia, di filosofia e di rettorica[48]. Si composero gli annali della monarchia[49] e nel tempo che la recente ed autentica storia poteva porgere utili lezioni sì al Principe che al popolo, l'oscurità dei primi secoli fu abbellita coi draghi e coi favolosi eroi dei romanzi orientali[50]. Ogni straniero dotato di sapere, o di fiducia fu arricchito dalla bontà, e lusingato dalla conversazione del Monarca. Nobilmente egli ricompensò un medico greco[51] col liberare in grazia di lui tremila prigionieri: ed i sofisti che si contendevano il favore del Principe, presero dispetto della ricchezza e dell'insolenza di Urenio, loro più fortunato rivale. Nushirvan credeva od almeno rispettava la religione dei Magi: e si possono scoprire alcune tracce di persecuzione durante il suo regno[52]. Non pertanto egli liberamente si permetteva di paragonare gli argomenti delle varie Sette; e le teologiche deputazioni, a cui frequentemente presiedeva, diminuivano l'autorità dei sacerdoti, ed illuminavano le menti del popolo. Per suo cenno, si tradussero i più celebri scrittori della Grecia e dell'India nella lingua persiana, dolce ed elegante idioma, raccomandato da Maometto all'uso del Paradiso; benchè l'ignoranza e la presunzione di Agatia[53] lo vilipendesse cogli epiteti di rozzo e non musicale. Del rimanente questo istorico greco poteva ragionevolmente maravigliarsi che si trovasse possibile di eseguire una intiera versione di Platone e di Aristotele in un dialetto straniero che non era stato foggiato ad esprimere lo spirito di libertà, e le sottigliezze delle filosofiche investigazioni. E se la ragione dello Stagirita può riuscire egualmente oscura, od egualmente intelligibile in ogni favella, l'arte drammatica, e l'argomentazione verbale del discepolo di Socrate[54] pajono essere indissolubilmente unite con la grazia e la perfezione del suo attico stile. Nell'andare in cerca dell'universale dottrina, Nushirvan venne a sapere che le favole morali e politiche di Pilpai[55], antico Bracmano, si conservavano con gelosa riverenza fra i tesori dei Sovrani dell'India. Il medico Peroze fu segretamente spedito alle rive del Gange, onde procacciarsi, a qualunque prezzo, la comunicazione di quest'opera preziosa. L'accorgimento di Peroze ne ottenne una copia, che con dotta accuratezza egli tradusse; e le favole di Pilpai si lessero e si ammirarono nell'assemblea di Nushirvan e dei suoi nobili. L'originale indiano, ed il suo traslatamento persiano da lungo tempo sono scomparsi, ma questo venerabile monumento, salvato per la curiosità dei Califfi Arabi, rinacque nel Persiano moderno, negli idiomi Turco, Siriaco, Ebraico e Greco, e per mezzo di successive versioni venne trasfuso nelle moderne lingue d'Europa. Nella presente forma di queste favole, più non si scorgono affatto il carattere particolare, i costumi e la religione degl'Indi; e l'intrinseco merito delle favole di Pilpai cede di gran lunga alla concisa eleganza di Fedro, ed alle naturali grazie di La Fontaine. L'autore ha illustrato, in una serie di apologhi, quindici sentenze morali e politiche ma avviluppata n'è la composizione, prolisso il racconto, e comuni e di poca utilità ne sono i precetti. Nondimeno il Bracmano può pretendere al merito di aver inventato una piacevol finzione, che adorna il nudo della verità, ed addolcisce, per avventura, ad un orecchio reale quello che l'insegnamento in sè contiene di amaro. Collo stesso disegno di avvertire i Re che forti e' non sono se non per la forza de' sudditi loro, gli stessi Indiani inventarono il giuoco degli scacchi, che fu parimente introdotto in Persia sotto il regno di Nushirvano[56]. Il figlio di Kobad trovò la monarchia avvolta in guerra col successore di Costantino, e l'inquietudine che gli davano le sue domestiche cose lo mosse a consentire la sospensione di armi che Giustiniano era impaziente di ottenere. Vide Cosroe i Legati romani al suo piede. Egli accettò undicimila libbre d'oro, qual prezzo di una pace perpetua od indefinita[57]. Si regolarono alcune reciproche permutazioni; i Persiani assunsero la custodia delle porte del Caucaso, e si sospese la demolizione di Dara, col patto che non potesse esser mai la residenza del generale dell'Oriente. L'ambizione dell'Imperatore che avea sollecitato quest'intervallo di riposo, diligentemente ne trasse profitto. Le sue conquiste affricane furono il primo frutto del trattato Persiano; e l'avarizia di Cosroe venne blandita da una larga porzione dello spoglie di Cartagine, che i suoi ambasciatori richiesero quasi motteggiando e adducendo i pretesti dell'amicizia[58]. Ma i trofei di Belisario disturbarono i sonni del Gran Re; ed egli udì con istupore, con invidia e con tema, che la Sicilia, l'Italia e Roma stessa in tre rapide campagne erano state ridotte all'obbedienza di Giustiniano. Non avvezzo all'arte di rompere i trattati, egli segretamente suscitò il suo animoso e scaltro vassallo Almondaro. Questo Principe de' Saraceni, che tenea la sua sede in Hira[59], non era stato compreso nella pace generale, e continuava a sostenere un'oscura guerra contro il suo rivale Areta, Capo della tribù di Gassan, e confederato dell'Impero. Uno spazioso pascolo nel deserto a mezzo giorno di Palmira, era il soggetto della loro contesa. I diritti di Almondaro parevano attestati da un tributo per la licenza di pascolare, pagato da immemorabile età, nel mentre che il Gassanita allegava il nome di -strata-, via selciata, come inevitabil prova della sovranità e dell'opera dei Romani[60]. I due monarchi proteggevano la causa de' loro rispettivi vassalli; l'Arabo Persiano, senz'aspettare l'evento di un tardo e dubbioso arbitrato, arricchì il volante suo campo con le spoglie ed i prigionieri della Siria. Invece di respinger le armi di Almondaro, Giustiniano tentò di sedurne la fedeltà, nel tempo ch'egli chiamava dall'estremità della terra le nazioni dell'Etiopia e della Scizia ad invadere i dominj del suo rivale. Ma distante e precario era l'ajuto di tali alleati, e la scoperta di questa corrispondenza ostile giustificò le querele dei Goti e degli Armeni, che imploravano, quasi nello stesso tratto, la protezione di Cosroe. I discendenti di Arsace, numerosi ancora in Armenia, erano stati commossi a difendere le ultime reliquie della nazionale libertà e dell'ereditario lor grado; e gli ambasciatori di Vitige avevano segretamente attraversato l'Impero per esporre l'imminente e quasi inevitabile pericolo del Regno d'Italia. Uniformi, gravi, ed efficaci apparivano le rimostranze loro. «Noi ci presentiamo dinanzi al tuo trono, per difendere i tuoi interessi non meno che i nostri. L'ambizioso ed infedele Giustiniano aspira ad essere il solo dominatore del Mondo. Dopo stretta la pace perpetua, che tradì la comune libertà dell'uman genere, questo Principe, tuo confederato in parole, e tuo nemico in fatti, ha trattato i suoi amici ed i suoi avversarj con eguale insulto, ed ha riempito la terra di sangue e di scompigli. Non ha egli violato i privilegi dell'Armenia, l'indipendenza del Colco, e la selvaggia libertà dei monti Tzanici? Non ha egli usurpato, con pari avidità, la città di Bosforo sulla gelata Meotide, e la valle delle palme sulle rive dell'Eritreo? I Mori, i Vandali, i Goti sono stati successivamente oppressi, ed ogni nazione è rimasta tranquillamente spettatrice della rovina de' suoi vicini. Cogli, o gran Re! cogli il momento propizio. Senza difesa è l'Oriente, ora che gli eserciti di Giustiniano ed il rinomato suo generale stanno nelle distanti regioni dell'Occidente. Se tu esiti, o differisci, Belisario e le vittoriose sue truppe ben tosto ritorneranno dalle rive del Tebro a quelle del Tigri, ed alla Persia non rimarrà che lo sciagurato conforto di essere stata divorata l'estrema[61]». Mercè di tali argomenti, Cosroe agevolmente si persuase ad imitare l'esempio ch'egli condannava, ma il Persiano, ambizioso di militar rinomanza, disdegnò l'inoperoso modo di guerreggiar di un rivale che trasmetteva i sanguinosi suoi comandi dal sicuro asilo del Bisantino Palazzo. In qualunque guisa Cosroe potesse credersi provocato, egli mancò alla fede dei trattati: ed i giusti rimproveri di dissimulazione e di falsità non si possono occultare che dal lustro delle sue vittorie[62]. L'esercito persiano, raccolto nelle pianure di Babilonia, prudentemente evitò le città fortificate della Mesopotamia, e seguì la riva occidentale dell'Eufrate insino a che la piccola ma popolosa città di Dura ebbe l'ardire di far argine ai progressi del Gran Re. Dal tradimento e dalla sorpresa aperte furono le porte di Dura; e tosto che Cosroe ebbe tinto la sua scimitarra nel sangue di que' cittadini, egli congedò l'ambasciatore di Giustiniano, mandandolo ad informare il suo signore del luogo in cui avea lasciato il nemico dei Romani! Ambiva il conquistatore di esser lodato come giusto e clemente; e nel vedere una nobil matrona col suo bambino barbaramente trascinati per terra, sospirò, pianse ed implorò la divina giustizia perchè punisse l'autore di tai mali. Non pertanto vendè un armento di dodicimila prigionieri pel riscatto di due cento libbre d'oro; il Vescovo di Sergiopoli, città vicina, obbligò la sua fede pel pagamento, e nell'anno seguente l'inflessibile crudeltà di Cosroe fece scontare a quel prelato la pena di un obbligo che generosa cosa era stata per esso il contrarre ed impossibile il soddisfare. Avanzossi il Re nel cuor della Siria; ma un debile nemico, che dileguavasi come egli si approssimava, lo privò degli onori della vittoria; e non potendo sperare di stabilire il suo dominio sul vinto paese, il Monarca persiano spiegò in questa incursione i bassi e rapaci vizj di un masnadiere. Gerapoli, Berrea o Aleppo, Apamea e Calcide furono, l'una dopo l'altra, assediate: esse comprarono la salvezza loro con un prezzo d'oro o d'argento, proporzionato alla rispettiva forza ed opulenza in cui erano; ed il nuovo loro signore le assoggettò ai termini dell'accordo, senza osservarli dal canto suo. Educato nella religione dei Magi, egli esercitò, senza rimorso, il lucrativo traffico del sacrilegio; e dopo di aver tolto via l'oro e le gemme che ornavano un pezzo della vera Croce, egli generosamente restituì la nuda reliquia alla divozione dei Cristiani di Apamea. Non erano scorsi che quattordici anni dacchè un terremoto aveva tratto Antiochia in rovina. Ma la regina dell'Oriente, la nuova Teopoli si era rialzata da terra mediante la liberalità di Giustiniano; e la crescente grandezza de' suoi edifizj e della sua popolazione già quasi avea cancellato la memoria di quel recente disastro. Da un lato la montagna, dall'altro il fiume Orante difendevano Antiochia, ma la parte più accostevole era dominata da una superiore eminenza: si rigettarono gli opportuni provvedimenti di difesa pel dispregievol timore di scoprire la propria debolezza al nemico; e Germano, nipote dell'Imperatore, ricusò di porre a cimento la sua persona e la sua dignità dentro le mura di una città assediata. I cittadini di Antiochia avevano ereditato il vano e satirico genio de' loro antenati: essi vennero in baldanza per l'improvviso rinforzo di seimila soldati: disdegnarono le offerte di una blanda capitolazione; e gl'immoderati loro schiamazzi insultavano dai bastioni la maestà del Gran Re. Animati dal suo sguardo a migliaja i Persiani salirono sulle scale all'assalto; i mercenarj fuggirono per la parte opposta di Dafne, e la generosa resistenza della gioventù di Antiochia non servì che a far più gravi le miserie della lor patria. Cosroe, nel discendere dalla montagna, circondato dagli ambasciatori di Giustiniano, affettò, con dolente voce, di deplorare l'ostinazione e la rovina di quel popolo sventurato; ma la strage frattanto infieriva con implacabile furia; e la città, per comando del Barbaro, fu data in preda alle fiamme. L'avarizia, non la pietà del conquistatore, salvò la cattedrale di Antiochia: una più onorevole immunità fu conceduta alla chiesa di S. Giuliano ed al quartiere ove abitavano gli ambasciatori; il vento, con dar volta, preservò dall'incendio alcune strade rimote, e le mura rimasero in piedi per proteggere, anzi per tradire ben tosto i nuovi loro abitatori. Il fanatismo avea disfigurato gli ornamenti del boschetto di Dafne, ma Cosroe respirò un'aria più pura in mezzo a quelle ombre ed a quelle fonti; ed alcuni idolatri della sua comitiva poterono impunemente sagrificare alle ninfe di quell'elegante ritiro. Diciotto miglia sotto di Antiochia, il fiume Oronte sbocca nel Mediterraneo. Il superbo Persiano si condusse a vedere il termine delle sue conquiste, e dopo d'essersi bagnato egli solo nel mare, offrì un solenne sacrifizio di ringraziamento al Sole, o piuttosto al creatore del Sole, che i Magi adoravano. Se questo atto di superstizione offese i pregiudizi de' Sirj, rallegrati essi furono dalla cortese ed anche premurosa attenzione con cui egli assistette ai giuochi del Circo. Ed avendo Cosroe udito che l'Imperatore teneva per la fazione azzurra, un assoluto suo ordine assicurò la vittoria ai verdi condottieri de' carri. Dalla disciplina del suo campo trassero gli abitanti un conforto più solido; ed invano essi pregarono per la vita di un soldato, il quale troppo fedelmente aveva imitato le rapine del giusto Nushirvan. Stanco alfine, non sazio delle spoglie della Siria, lentamente egli mosse alla volta dell'Eufrate, gettò un temporaneo ponte nelle vicinanze di Barbalisso, e determinò lo spazio di tre giorni per l'intiero passaggio del numeroso suo esercito. Dopo il suo ritorno egli fondò, in distanza di una giornata dal palazzo di Ctesifonte, una nuova città che perpetuasse i congiunti nomi di Cosroe e di Antiochia. I cattivi della Siria vi riconobbero la forma e la situazione delle native lor case; si fabbricarono per lor uso dei bagni ed un magnifico Circo; ed una colonia di musici e di aurighi fece rivivere nella Siria i divertimenti di una Capitale greca. Dalla munificenza del fondator reale si assegnò una liberal provisione a questi esuli fortunati; ed essi gioivano il singolar privilegio di compartire la libertà agli schiavi che riconoscevano per loro parenti. La Palestina e le sacre ricchezze di Gerusalemme furono gli oggetti che poscia attirarono l'ambizione, o piuttosto la cupidigia di Cosroe. Costantinopoli e la Reggia dei Cesari ormai più non sembravano inespugnabili o troppo lontane; e l'ambiziosa sua immaginazione già copriva l'Asia Minore colle sue truppe, e dominava il Mar Nero coi navigli persiani. [A. D. 541] Queste speranze potevano sortire l'effetto, se non si fosse opportunamente richiamato il conquistator dell'Italia alla difesa dell'Oriente[63]. Mentre Cosroe proseguiva gli ambiziosi suoi disegni sulla costa dell'Eussino, Belisario, alla testa di un esercito senza paga e senza disciplina, si accampò di là dall'Eufrate, in distanza di sei miglia da Nisibi. Egli meditava di trar fuori, con una scaltra operazione, i Persiani dall'inespugnabile lor cittadella, e di accrescere il suo vantaggio nel campo, o col tagliare ad essi la ritirata, o forse coll'entrar nelle porte, in una co' Barbari fuggitivi. Egli si avanzò, pel tratto di una giornata, sul territorio della Persia, espugnò la fortezza di Sisaurana, e ne mandò il Governatore, insieme con ottocento scelti soldati a cavallo, a servire l'Imperatore nelle sue guerre d'Italia. Areta ed i suoi Arabi, spalleggiati da mille e dugento Romani, passarono, per suo comando, il Tigri onde portarsi a devastar le messi della Siria, fertile provincia che da lungo tempo non aveva sentito le calamità della guerra. Ma l'intrattabile indole di Areta sconcertò i divisamenti di Belisario, col non rieder più al campo, nè trasmettere alcun avviso de' suoi movimenti. Il Generale romano, pieno di ansiosa aspettazione, non ardiva togliersi dal sito in cui era. Passò frattanto il tempo di agire; il cocente Sole della Mesopotamia accendeva le febbri nel sangue de' soldati europei; e le truppe e gli ufficiali della Siria, trovandosi immobili in campo, affettavano di paventare per la salvezza delle loro città, che prive erano di difesa. Nulladimeno questa diversione aveva già ottenuto il buon esito di costringere Cosroe a tornarsene indietro con perdita e fretta; e se l'abilità di Belisario avesse avuto la disciplina ed il valore in soccorso, i suoi successi avrebber forse appagate le ardenti brame del comun della gente, che dalla sua mano chiedeva la conquista di Ctesifonte e la liberazione dei prigionieri di Antiochia. Sul finire della campagna, egli fu richiamato a Costantinopoli da una Corte ingrata, ma i pericoli della seguente primavera gli fecero restituire la confidenza e il comando; e l'Eroe, quasi solo, fu spedito colla celerità dei cavalli di posta, a respingere l'invasione della Siria, mediante la forza del suo nome e della sua presenza. Egli trovò i Generali romani, tra i quali era un nipote di Giustiniano, imprigionati dai loro timori dentro le fortificazioni di Gerapoli. Ma in luogo di porgere ascolto ai timidi loro consigli, Belisario ordinò che lo seguissero all'Europo dove avea divisato di raccogliere le sue forze, e di eseguire qualunque cosa Iddio gl'inspirasse di intraprendere contro il nemico. La ferma sua attitudine sulle rive dell'Eufrate rattenne Cosroe dall'avanzar contro la Palestina, ed egli accolse con arte e con dignità gli Ambasciatori, o per meglio dire le spie del Monarca persiano. La pianura tra Gerapoli e il fiume era coperta dagli squadroni di cavalleria, composti di seimila alti e robusti cacciatori che inseguivano la preda loro, senza paventare nemici. Sull'opposto lido gli Ambasciatori scorgevano un migliaio di cavalli armeni, che parevano guardare il passo dell'Eufrate. Di grossolana tela era la tenda di Belisario, qual semplice arredo di un guerriero che aveva il lusso dell'Oriente a disdegno. Intorno alla sua tenda, con artificiosa confusione stavano disposte le nazioni che movevano sotto i suoi segni. I Traci e gli Illirici occupavano la fronte, gli Eruli ed i Goti si tenevan nel centro; chiuso era il prospetto dai Mori e dai Vandali, e la sciolta loro ordinanza pareva moltiplicare il lor numero. Vestiti erano alla leggiera, e svelti si mostravano nell'operare; un soldato aveva in mano uno staffile, un altro una spada, un terzo portava un arco, un quarto forse maneggiava un'azza, e tutta la scena nel suo complesso mostrava l'intrepidezza delle truppe 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000