Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 8 (of 13)
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME OTTAVO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXII
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO XLII.
-Stato del Mondo Barbaro. Stabilimento dei Lombardi sul Danubio.
Tribù e scorrerie degli Schiavoni. Origine, impero ed ambascerie
dei Turchi. Fuga degli Avari. Cosroe I ossia Nushirvan re di
Persia. Suo regno fortunato, e guerra coi Romani. La guerra
Colchica o Lazica. Gli Etiopi-.
[A. D. 527-565]
La nostra maniera di valutare il merito degl'individui è relativa alle
comuni facoltà dell'uman genere. Gli ambiziosi sforzi del genio o della
virtù, sì nella vita operativa che nella speculativa, vengono misurati
non tanto secondo la real loro grandezza, quanto secondo l'altezza a cui
giungono, sopra il livello del loro secolo e della lor patria: e quella
stessa statura che fra un popolo di giganti non verrebbe avvertita, fra
una schiatta di Pigmei apparirà riguardevole. Leonida, ed i suoi
trecento compagni sacrificarono la vita alle Termopili; ma l'educazione
del fanciullo, dell'adolescente e dell'uomo avea preparato, e quasi
assicurato questo memorabil sacrifizio; ed ogni Spartano dovette
approvare, piuttosto che ammirare un atto di dovere, di cui egli stesso,
ed ottomila de' suoi concittadini sarebbero stati egualmente capaci[1].
Il Gran Pompeo potè inscrivere sopra i suoi trofei, che vinto egli avea
in battaglia due milioni di nemici, e sottomesso mille cinquecento città
dalla Palude Meotide sino al Mar Rosso[2]. Ma la fortuna di Roma volava
dinanzi alle sue aquile; le nazioni erano domate dal loro proprio
terrore, e le invincibili legioni che egli comandava erano state formate
dalla consuetudine della conquista e dalla disciplina dei secoli.
Riguardato da questo canto il carattere di Belisario può meritamente
esser posto al di sopra degli Eroi delle antiche Repubbliche. Nascevano
le sue imperfezioni dal contagio dei tempi; proprie di lui e libero dono
della natura e della riflessione erano le sue virtù. Egli s'inalzò senza
maestro o rivale; e così disuguali erano le armi commesse alla sua
destra, che l'orgoglio e la presunzione de' suoi avversari formavano il
suo solo vantaggio. Condotti da un tal Capo, i sudditi di Giustiniano
spesso meritarono di esser chiamati Romani: non pertanto i superbi Goti,
che affettavano di arrossire nel dover contendere il Regno d'Italia, con
una nazione di tragedianti, di pantomimi e di pirati, li denominavano
Greci, quasi termine di disprezzo con che significar credevano un animo
imbelle[3]. Il clima dell'Asia, a dir vero, è meno di quello d'Europa
confacente alla militare virtù: quelle popolose contrade erano snervate
dal lusso, dal dispotismo e dalla superstizione; ed i monaci costavano
davvantaggio ed erano più numerosi che i soldati dell'Oriente. Le forze
regolari dell'Impero si erano altre volte alzate sino a sei cento
quarantacinquemila uomini: al tempo di Giustiniano esse eransi ridotte a
cento cinquantamila uomini, e questo numero, per grande che possa
parere, era sparso qua e là per terra e per mare, nella Spagna e
nell'Italia, nell'Affrica e nell'Egitto, sulle rive del Danubio, sulla
costa dell'Eusino e sulle frontiere della Persia. Esausti erano i
cittadini, eppure i soldati non ricevevano la paga; la miseria loro
veniva dannosamente mitigata dal privilegio di rubare e di far nulla; ed
i tardivi pagamenti venivano trattenuti od intercettati dalla frode di
quegli agenti che, senza coraggio o pericolo, si usurpano gli emolumenti
della guerra. La miseria pubblica e privata reclutava gli eserciti dello
Stato; ma nel campo, e più ancora al cospetto dell'inimico, sempre
difettoso era il lor numero. Alla mancanza dello spirito nazionale si
suppliva colla precaria fede e coll'indisciplinato servizio dei Barbari
mercenari. Persino l'onor militare, che sovente sopravvive alla perdita
della virtù e della libertà, giacevasi quasi estinto del tutto. I
generali, moltiplicati al di là dell'esempio dei tempi antichi, non
attendevano che ad impedire il buon successo, od a macchiare la fama de'
loro colleghi; e l'esperienza aveva loro insegnato che se il merito alle
volte provocava la gelosia; l'errore, od anche il delitto poteva
ottenere l'indulgenza di un Imperatore clemente[4]. In un secolo come
quello, i trionfi di Belisario, e poi quelli di Narsete dovettero
spiccare di incomparabil luce; ma essi erano circondati dalle più cupe
ombre della disgrazia e della calamità. Nel mentre che il Luogotenente
di Giustiniano soggiogava i regni dei Goti e dei Vandali, il timido[5]
benchè ambizioso Imperatore equilibrava le forze dei Barbari, ne
fomentava le divisioni mediante l'adulazione e la menzogna, e colla sua
pazienza e liberalità pareva invitarli a replicare gli oltraggi[6]. Le
chiavi di Cartagine, di Roma e di Ravenna, venivano ossequiosamente
presentate al loro conquistatore, nel tempo che Antiochia era distrutta
dai Persiani, e tremava Giustiniano per la salvezza di Costantinopoli.
Le stesse vittorie gotiche di Belisario tornavano di pregiudizio allo
Stato, poichè distruggevano l'importante barriera del Danubio superiore,
che Teodorico e la sua figlia avevano così fedelmente guardata. Per
difender l'Italia, i Goti sgombrarono la Pannonia ed il Norico, ch'essi
lasciarono in pacifica e florida condizione. L'Imperator dei Romani
pretendeva di signoreggiare queste due province; ma il loro possesso
effettivo fu abbandonato alla temerità del primo assalitore.
Sull'opposta riva del Danubio, le pianure dell'Ungheria superiore ed i
colli della Transilvania, erano dopo la morte di Attila, possedute dalle
tribù dei Gepidi, i quali rispettavano le armi gotiche, e disprezzavano
non già l'oro dei Romani ma il segreto motivo degli annui loro sussidii.
Questi Barbari s'impadronirono immediatamente delle vuote fortificazioni
del fiume, essi piantarono le loro bandiere sulle mura di Sirmio e
Belgrado, e l'ironico stile della loro apologia aggravava quest'insulto
fatto alla maestà dell'Impero. «Tanto estesi, o Cesare, sono i vostri
dominj, tanto numerose le vostre città, che del continuo voi andate
cercando nazioni, alle quali od in pace od in guerra possiate
abbandonare questi inutili possessi. I Gepidi sono i valorosi e fedeli
vostri alleati, e se anticipatamente si sono presi i vostri doni, hanno
conciò mostrato una giusta confidenza nella vostra bontà». Questa
presunzione avea per iscusa il modo di vendetta abbracciato da
Giustiniano. Invece di sostenere i diritti di un sovrano a cui spetta di
proteggere i sudditi, l'Imperatore invitò un popolo straniero ad
invadere ed a possedere le province romane che giacevano tra il Danubio
e le Alpi; e l'ambizione dei Gepidi non fu rintuzzata che dalla
crescente potenza e fama dei -Lombardi-[7]. Questa corrotta
denominazione è stata diffusa, nel tredicesimo secolo, dai mercatanti e
dai banchieri, italica posterità di que' conquistatori selvaggi; ma il
primitivo nome di -Longobardi- non altro esprime che la particolare
lunghezza e foggia della barba loro. Io non intendo di contrastare, o di
giustificare la Scandinava loro origine[8]; nè di tener dietro alle
trasmigrazioni dei Lombardi attraverso di sconosciuti paesi, e di una
quantità di maravigliose avventure. Intorno ai tempi di Augusto e di
Trajano splende un raggio di storica luce sopra le tenebre
dell'antichità loro, e per la prima volta noi li ritroviamo in mezzo
all'Elba e l'Odero. Più feroci ancora dei Germani, essi compiacevansi
nello spargere la spaventevol credenza che le loro teste erano formate
come le teste dei cani, e che essi bevevano il sangue dei nemici vinti
in battaglia. L'adozione dei più valorosi schiavi accresceva lo scarso
lor numero; e soli, in mezzo a poderosi vicini, essi difendevano colle
armi la magnanima loro indipendenza. Nelle procelle del Settentrione,
che mandarono sossopra tanti nomi e tante nazioni, la piccola navicella
dei Lombardi si tenne a galla mai sempre. A poco a poco essi discesero
verso il Mezzogiorno e il Danubio; ed in capo a quattrocento anni di
nuovo ricomparvero col valore e colla riputazione di prima. Nè meno
feroci erano i loro costumi. L'assassinio di un ospite reale fu eseguito
al cospetto, e per comando della figlia del re, la quale era stata
provocata da alcune insultanti parole, e tradita nelle sue speranze
dalla poco appariscente sua statura. Il Re degli Eruli, fratello
dell'infelice principe, impose un tributo, prezzo del sangue, sopra i
Lombardi. L'avversità ridestò un sentimento di moderazione e di
giustizia, e l'insolenza della conquista fu punita con la segnalata
disfatta e l'irreparabile dispersione degli Eruli, che erano stabiliti
nelle province meridionali della Polonia[9]. Le vittorie dei Lombardi li
raccomandavano all'amicizia degli Imperatori, e ad istanza di
Giustiniano essi valicarono il Danubio onde sottoporre, secondo il
trattato da essi fatto, le città del Norico, e le fortezze della
Pannonia. Ma lo spirito della rapina ben tosto li trasse al di là di
questi estesi confini; essi vagarono lungo la costa dell'Adriatico
insino a Dirrachio, e la brutale loro famigliarità gli spinse a por
piede nelle città e nelle case dei Romani, loro alleati, e ad
impadronirsi dei prigionieri che erano fuggiti dalle audaci lor mani. La
nazione disapprovò e l'Imperatore scusò questi atti di ostilità, tratti
di ardire, come essi pretesero, di alcuni sbandati avventurieri; ma le
armi dei Lombardi si trovarono più seriamente impegnate in una contesa
di trent'anni, la quale si terminò soltanto collo sterminio dei Gepidi.
Le due nazioni in guerra spesso disputarono la loro causa innanzi al
trono di Costantinopoli; e l'astuto Giustiniano, a cui i Barbari erano
quasi egualmente odiosi, proferì una parziale ed ambigua sentenza, e
destramente protrasse la guerra col mezzo di tardi ed inefficaci
soccorsi. Formidabile era la forza loro, poichè i Lombardi, i quali
mettevano in campo parecchie -miriadi- di soldati, non cessavano
d'invocare, come essendo i più deboli, la protezione dei Romani. Pieno
d'intrepidezza era il lor animo; tuttavia l'incertezza del coraggio è
tale che i due eserciti furono improvvisamente colti da panico terrore;
essi fuggirono l'uno dall'altro; ed i principi rivali rimasero colle lor
guardie nel mezzo d'una vuota pianura. Si stipulò una tregua di breve
durata; ma il reciproco risentimento si raccese ben tosto; e la memoria
della vergognosa lor fuga fece sì, che più disperato e sanguinoso fosse
il primo lor affrontarsi. Quarantamila Barbari perirono nella decisiva
battaglia che distrusse la potenza dei Gepidi, cangiò di oggetto i
timori e i desiderj di Giustiniano, e per la prima volta mostrò sulla
scena il carattere di Alboino, giovane principe dei Lombardi, e futuro
conquistator dell'Italia[10].
Il popolo selvaggio che abitava od errava nelle pianure della Russia,
della Lituania e della Polonia nel secolo di Giustiniano, si può ridurre
alle due grandi famiglie dei -Bulgari-[11] e degli -Schiavoni-. Secondo
gli scrittori greci, i primi confinanti coll'Eusino e col Lago Meotide,
traevano dagli Unni il nome o l'origine loro, ed inutile riesce il
delineare un'altra volta la semplice e ben nota pittura dei costumi
tartari. Audaci e svelti arcieri eran dessi, che beevano il latte e
banchettavano colla carne degli agili loro corsieri: i lor greggi ed
armenti seguivano o piuttosto guidavano le mosse de' vagabondi lor
campi: nessun paese era troppo lontano od impraticabile per le loro
scorrerie: ed erano essi addestrati alla fuga, quantunque fosse chiuso
al timore il lor petto. La nazione era divisa in due potenti ed ostili
tribù, che si perseguitavano fra loro con odio fraterno. Caldamente si
contendevan esse l'amicizia, o per meglio dire i donativi
dell'Imperatore, e la distinzione che la natura ha stabilito «fra il
cane fedele ed il lupo rapace» veniva applicata da un ambasciatore, il
quale non avea ricevuto che verbali istruzioni dal rozzo suo
principe[12]. I Bulgari di ogni specie si sentivano egualmente allettati
dall'opulenza romana: essi arrogavansi una vaga dominazione sopra quanti
portavano il nome di Schiavoni, e la rapida lor marcia non potè esser
frenata che dal Mar Baltico o dall'eccesso del freddo e dalla povertà
del Settentrione. Ma pare che la stessa razza di Schiavoni abbia tenuto,
in ogni tempo, il possesso delle stesse contrade. Le numerose loro
tribù, benchè distanti o nemiche, usavano un linguaggio comune, che era
un aspro ed irregolare idioma, e si facevano conoscere per la
somiglianza della loro figura, che si discostava dall'abbronzato
Tartaro, e si avvicinava, in qualche distanza, all'alta statura ed alla
bella carnagione del Germano. Quattromila seicento loro villaggi[13]
erano sparsi per le province della Russia e della Polonia, e le capanne
loro venivano in fretta fabbricate di legno rozzamente tagliato, in un
paese mancante di pietra e di ferro. Innalzate queste, o per meglio dire
nascoste nel profondo delle foreste, lungo le rive dei fiumi, o
sull'orlo delle paludi, non si possono da noi forse senza adulazione
paragonare alle architettoniche case del Castoro; a cui rassomigliavano
nella doppia uscita, una sulla terra e l'altra sull'acqua per lo scampo
del selvaggio loro abitatore, animale men mondo, men diligente e men
sociale di quel quadrupede maraviglioso. La fertilità del suolo anzi che
il lavoro dei nativi, forniva la rustica abbondanza degli Schiavoni.
Grande era appo loro il numero delle mandre e del bestiame, ed i loro
campi che seminavano di miglio e di panico[14], somministravano, invece
di pane, un grossolano e men nutritivo alimento. Il continuo amore che i
loro vicini portavano alla rapina, li costringeva a nascondere nella
terra questo tesoro: ma quando uno straniero compariva in mezzo ad essi,
liberamente gli facean parte di quanto avevano; e questo popolo di cui
sfavorevolmente è dipinto il carattere, vien però qualificato cogli
epiteti di casto, di paziente e di ospitale. Per suprema loro divinità,
essi adoravano un invisibile signore del tuono. I fiumi e le ninfe ne
ottenevano i subordinati onori, ed i voti ed i sacrifizi esprimevano il
popolare lor culto. Sdegnavano gli Schiavoni di obbedire ad un despota,
ad un principe, od anco ad un magistrato; ma troppo ristretta la loro
esperienza e troppo ostinate erano le loro passioni, perchè componessero
un sistema di leggi eguali o di generale difesa. All'età od al valore
essi compartivano un certo volontario rispetto; ma ogni tribù, ogni
villaggio si reggeva come una repubblica separata, e conveniva che tutti
fossero persuasi, laddove nessuno poteva esser forzato. Essi
combattevano a piedi, quasi ignudi, e senza nessuna arma difensiva,
tranne un disadatto scudo; avevano per armi di offesa un arco, un
turcasso di piccole freccie avvelenate, ed una lunga corda, che
destramente gettavano lontano, e colla quale stringevano il loro nemico
in un nodo scorsoio. In campo l'infanteria schiavona riusciva pericolosa
per l'ardore, l'agilità e l'audacia: essi nuotavano, tuffavansi e
rimanevan sott'acqua, traendo il respiro per mezzo di una vuota canna;
ed un fiume od un lago era spesso il teatro di un loro agguato
improvviso. Ma talenti eran questi da spie o da predatori; sconosciuta
rimanea affatto l'arte militare agli Schiavoni; oscuro il lor nome, e
senza gloria erano le loro conquiste[15].
Ho debolmente segnati i lineamenti generali degli Schiavoni o dei
Bulgari, senza tentare di definire i confini dei luoghi da essi abitati,
che non erano accuratamente conosciuti nè rispettati dai Barbari stessi.
La loro vicinanza all'Impero determinava l'importanza loro, e la piana
regione della Moldavia o della Valachia era occupata dagli Anti[16],
tribù Schiavona, che con un epiteto di conquista aumentò i titoli di
Giustiniano[17]. Per frenare gli Anti egli innalzò le fortificazioni del
Danubio inferiore, e molto adoperossi ad assicurarsi l'alleanza di un
popolo stanziato nel diretto canale delle nortiche innondazioni ch'era
un intervallo di duecento miglia tra i monti della Transilvania ed il
Ponto Eussino. Ma gli Anti non avevano nè il potere nè la volontà di far
argine al furor del torrente: e cento tribù di Schiavoni, armati alla
leggiera, inseguivano con quasi egual celerità i passi della Bulgara
cavalleria. Il pagamento di una moneta d'oro per ogni soldato procurò
loro una salva e facile ritirata attraverso il paese dei Gepidi, che
dominavano il passo del Danubio superiore[18]. Le speranze od i timori
dei Barbari; l'intestina loro unione o discordia; l'accidente di una
riviera gelata o poco profonda; la prospettiva delle messi o della
vendemmia; la prosperità o l'angustia dei Romani, erano le cagioni che
producevano l'uniforme ripetizione delle annue lor visite,[19] tediose a
narrarsi e distruttive nel loro effetto. Lo stesso anno e forse lo
stesso mese in cui Ravenna aprì le sue porte, fu marcato da un'invasione
degli Unni o Bulgari, così tremenda che quasi cancellò la rimembranza
delle loro incursioni passate. Dai sobborghi di Costantinopoli, si
sparsero essi fino al golfo Jonio, distrussero trentadue città o
castella, rasero al suolo Potidea, che gli Ateniesi avevano edificata,
ed aveva assediata Filippo; poi ripassarono il Danubio, trascinando
attaccati alla coda dei loro cavalli centoventimila sudditi di
Giustiniano. In una scorreria posteriore essi forzarono la muraglia del
Chersoneso Tracio, ne demolirono le abitazioni e sterminarono gli
abitatori; indi valicarono arditamente l'Ellesponto, e carichi delle
spoglie dell'Asia, ritornarono in mezzo ai loro compagni. Un'altra
banda, che parve una moltitudine agli occhi dei Romani, si avanzò, senza
contrasto, dallo stretto delle Termopili fino all'Istmo di Corinto; e
l'ultima rovina della Grecia è sembrato un oggetto troppo minuto per
chiamar l'attenzion dell'istoria. Le opere che l'Imperatore costruì per
la difesa, ma a spese, de' suoi sudditi, non servirono che a manifestare
la debolezza delle parti lasciate neglette; e le mura che l'adulazione
giudicava inespugnabili, furono o disertate dalle guernigioni, ovvero
scalate dai Barbari. Tremila Schiavoni, i quali insolentemente si
divisero in due masnade, posero in chiaro la debolezza e la miseria di
un regno che si diceva trionfante. Essi varcarono il Danubio e l'Ebro;
vinsero i Generali romani che ardirono di opporsi ai loro progressi; ed
impunemente saccheggiarono le città dell'Illirico e della Tracia,
ciascuna delle quali aveva armi e popolazione bastante per fare a pezzi
i dispregevoli loro assalitori. Qualunque lode meritar si possa l'ordire
degli Schiavoni, esso è contaminato dalla bassa e deliberata crudeltà
che sono accusati di aver esercitata sopra dei loro prigionieri. Senza
distinzione di grado, di sesso o di età, questi venivano impalati o
scorticati vivi, o sospesi tra quattro pali, e fatti morire a colpi di
mazza, o veramente chiusi in qualche vasto edificio, ed ivi lasciati
perir nelle fiamme insieme con le spoglie ed il bestiame che impedir
poteva la marcia di questi vincitori selvaggi[20]. Forse da una
relazione più imparziale si sarebbe sminuito il numero, e qualificata la
natura di tali orribili azioni; e le crudeli leggi della rappresaglia
avranno potuto qualche volta servir loro di scusa. Nell'assedio di
Topiro[21], la cui ostinata difesa avea fieramente irritato gli
Schiavoni, essi trucidarono quindicimila uomini; ma risparmiarono le
donne ed i fanciulli. I prigionieri di maggior prezzo erano sempre posti
in serbo per impiegarli al lavoro o per ricavarne il riscatto: non
rigorosa la schiavitù, e pronti e moderati erano i termini della
liberazione de' prigionieri. Ma il suddito, ossia l'istorico di
Giustiniano, esalò il giusto suo sdegno nel linguaggio della querela e
del rimprovero, e Procopio ha confidentemente affermato, che durante un
regno di trentadue anni, ciascun'annua incursione dei Barbari avea
rapito dugentomila abitanti all'Impero romano. L'intera popolazione
della Turchia Europea, che corrisponde, a un dipresso, alle province di
Giustiniano, non sarebbe forse in istato di somministrare sei milioni
d'individui, che sono il prodotto di quell'incredibile computo[22].
Nel mezzo di queste oscure calamità, l'Europa sentì l'urto di una
rivoluzione, che prima disvelò al Mondo il nome e la nazione de' Turchi.
Somigliante a Romolo, il fondatore di quel popolo marziale fu allattato
da una lupa che poscia lo fece padre di una numerosa posterità, e
l'immagine di questa bestia, nelle bandiere dei Turchi, conservò la
memoria, o piuttosto suggerì l'idea di una favola, che fu inventata,
senza alcuna relazione scambievole, dai pastori del Lazio, e da quelli
della Scizia. Nell'eguale distanza di duemila miglia dal mar Caspio, dal
mar Glaciale, dal mar della China, e da quello del Bengala, sorge una
gran catena di monti, che è il centro o forse la sommità dell'Asia;
essa, nella favella delle differenti nazioni, fu chiamata Imao, e
Caf[23], ed Altai, e le Montagne d'Oro, e la Cintura della Terra. I
fianchi delle rupi producevano minerali; e le fornaci del ferro[24] ad
uso della guerra, erano lavorate dai Turchi, la più spregiata porzione
degli schiavi del Gran Can dei Geugeni. Ma durar non doveva il loro
servaggio, se non fin tanto che sorgesse un ardito ed eloquente
condottiero, il quale persuadesse i suoi compatriotti che le stesse
armi, fabbricate pei loro padroni, potevano divenire nelle proprie lor
mani gl'istromenti della libertà e della vittoria. Sbucaron essi dai lor
monti[25]; uno scettro fu il guiderdone del consiglio di lui; e l'annua
cerimonia, in cui un pezzo di ferro veniva arroventato nel fuoco, ed il
Principe ed i suoi nobili maneggiavano successivamente un martello da
fabbro ferraio, ricordò di secolo in secolo l'umile professione ed il
ragionevole orgoglio della nazione Turchesca. Bertezena, primo lor Capo,
segnalò il valore di essi ed il suo in fortunati combattimenti contro le
vicine tribù; ma quando egli presunse di chiedere in matrimonio la
figlia del gran Cane, l'insolente domanda di uno schiavo e di un
artigiano con disprezzo fu rigettata. Una più nobile alleanza d'una
principessa Chinese lo risarcì di tale disgrazia; e la decisiva
battaglia che quasi estirpò la nazione dei Geugeni, fondò nella Tartaria
il nuovo e più potente impero dei Turchi. Essi regnarono sul
Settentrione; ma il fedele amore che serbavano per le montagne dei padri
loro, mostrò il lor modo di pensare intorno alla vanità delle conquiste.
Il campo reale di rado perdè di vista il monte Altai, d'onde il fiume
Irtish discende ad irrigare i ricchi pascoli dei Calmucchi[26], i quali
nutrono i montoni ed i buoi più grossi del mondo. Fertile n'è il suolo,
ed il clima temperato e mite. Quella fortunata regione non conosceva nè
la pestilenza, nè i terremoti; il trono dell'Imperatore era rivolto
verso Oriente, ed un lupo d'oro, innalzato sopra una lancia, parea
custodire l'ingresso della tenda di lui. Uno dei successori di Bertezena
rimase adescato dal lusso e dalla superstizione della China; ma il suo
disegno di fabbricar templi e città fu dissipato dalla ingenua sapienza
di un Barbaro consigliere. «I Turchi, disse costui, non uguagliano in
numero la centesima parte degli abitatori della China. Se noi pareggiamo
la loro potenza, ed eludiamo i loro eserciti, ciò avviene, perchè
andiamo vagando senza fisse abitazioni, non attendendo che alla guerra
ed alla caccia. Siamo noi forti! Ci spingiamo innanzi, e conquistiamo.
Siamo noi deboli! Ci ritiriamo e ci nascondiamo. Ma se i Turchi si
rinserrano dentro le mura delle città, la perdita di una battaglia
trarrà seco la distruzione del loro impero. I Bonzi non predicano che
pazienza, umiltà e rinunzia al mondo. Tale, o Re, non è la religion
degli Eroi». Essi adottarono con minor ripugnanza le dottrine di
Zoroastro, ma la maggior parte della nazione continuò a serbare, senza
esame, le opinioni, o per meglio dire la pratica dei loro antenati. Alla
suprema divinità erano riserbati gli onori del sacrifizio; essi
confessavano, con rozzi inni ciò che dovevano all'aria, al fuoco,
all'acqua ed alla terra; ed i loro sacerdoti traevano qualche profitto
dall'arte della divinazione. Le loro leggi, non scritte, erano rigorose
ed imparziali: il furto veniva punito colla restituzione del decuplo:
l'adulterio, il tradimento e l'uccisione traevano con sè la pena di
morte, ma nessun castigo pareva loro troppo severo pel raro ed
inespiabile delitto di pusillanimità. Raccolto avendo sotto il loro
stendardo le vinte nazioni, la cavalleria de' Turchi, tra uomini e
cavalli, veniva orgogliosamente computata per milioni; uno dei loro
eserciti effettivi era composto di quattrocentomila soldati, ed in meno
di cinquant'anni essi furono in relazione di guerra o di pace coi
Romani, coi Persiani e coi Chinesi. Nei loro limiti settentrionali si
può discoprire qualche vestigio della forma e della situazione del
Kamtchatka, di un popolo di cacciatori e di pescatori le cui slitte
erano tirate da cani, e le abitazioni sepolte sotterra. I Turchi
ignoravano l'astronomia; ma le osservazioni fatte da qualche dotto
Chinese, con un gnomone di otto piedi, determinano il campo reale nella
latitudine di quarantanove gradi, e segnano i loro progressi sino a tre
od almeno a dieci gradi dal circolo polare[27]. Fra le meridionali
conquiste loro, la più splendida fu quella dei Neftaliti, od Unni
bianchi, popolo incivilito e guerriero che possedeva le trafficanti
città di Bochara e di Samarcanda, che vinto aveva i monarchi della
Persia, e portato le vittoriose sue armi sulle rive e forse alla foce
dell'Indo. Dalla parte di Ponente, la cavalleria turca s'innoltrò fino
alla palude Meotide. Essi passarono questo lago sul ghiaccio. Il Can che
abitava ai piedi del Monte Altai, spedì l'ordine che si assediasse
Bosforo[28], città che si era volontariamente sommessa ai Romani, ed i
cui Principi erano stati anticamente gli amici di Atene[29]. A levante i
Turchi invadevano la China, ogni volta che rilassato vi era il vigor del
governo; e l'istoria dei tempi ci narra che essi abbattevano i loro
pazienti nemici, come si miete il canape e l'erba dei campi; e che i
Mandarini encomiarono la sapienza di un Imperatore il quale respinse
questi Barbari con lancie d'oro. L'estensione del selvaggio impero dei
Turchi trasse uno dei loro monarchi a stabilire tre subordinati Principi
del proprio sangue, i quali tosto dimenticarono i doveri della
riconoscenza e della fedeltà. Snervati furono i conquistatori dal lusso,
il quale sempre riesce fatale fuori che ad un popolo industrioso. La
politica della China eccitò le vinte nazioni a ricuperare l'indipendenza
perduta; e la potenza dei Turchi non oltrepassò il periodo di
duecent'anni. Il risorgimento del nome loro ed il loro dominio nelle
contrade meridionali dell'Asia, sono avvenimenti di una età posteriore;
e le dinastie che succederono ai loro primi sovrani, possono passarsi in
silenzio poichè l'istoria loro non ha verun legame colla decadenza e
caduta del Romano Impero[30].
Nella rapida carriera delle conquiste, i Turchi assaltarono e
soggiogarono la nazione degli Ogori o Varconiti sulle rive del fiume Til
che vien denominato il Nero pel bruno color delle sue acque, o per le
sue cupe foreste[31]. Ucciso fu il Can degli Ogori, insieme con tre
centomila suoi sudditi, ed i loro cadaveri ingombravano uno spazio di
quattro giornate di viaggio. Quelli tra loro che sopravvissero, si
assoggettarono alla forza ed alla clemenza dei Turchi; ed una picciola
porzione, di circa ventimila guerrieri, antepose l'esilio alla
schiavitù. Seguitaron essi la ben nota strada del Volga, lusingarono
l'errore delle nazioni che gli confusero cogli Avari, e sparsero il
terrore di questo falso, benchè famoso, nome, il quale però non avea
salvato dal giogo dei Turchi quelli che legittimamente il portavano[32].
Dopo una lunga e vittoriosa marcia, i nuovi Avari, giunsero al piè del
monte Caucaso, nel paese degli Alani[33] e dei Circassi, dove per la
prima volta sentirono a parlare dello splendore e della debolezza
dell'Impero Romano. Umilmente essi pregarono il Principe degli Alani,
loro confederato, di condurli a questa sorgente di ricchezze; ed il loro
ambasciatore, col permesso del governatore di Lazica, fu trasportato,
per l'Eussino a Costantinopoli. Tutta la città sboccò fuori a rimirare
con curiosità e spavento l'aspetto di questo popolo straniero; i lunghi
capelli che lor cadevano in treccie giù per le spalle, erano
graziosamente annodati con nastri, ma il rimanente del lor vestire
pareva imitare la foggia degli Unni. Allorchè vennero ammessi
all'udienza di Giustiniano; Candish, il primo degli Ambasciatori, si
volse in questi accenti all'Imperatore Romano. «Tu vedi, o potente
principe, i rappresentanti della più forte e più popolosa fra le
nazioni, degli invincibili ed irresistibili Avari. Noi vogliamo
dedicarsi al tuo servizio: noi siamo atti a vincere ed a distruggere
tutti i nemici che ora turbano il tuo riposo. Ma aspettiamo, qual prezzo
della tua alleanza, qual ricompensa del nostro valore, donativi
preziosi, annui sussidj, e possessioni feconde». Al tempo di
quest'ambasceria, Giustiniano avea regnato più di trent'anni, egli ne
avea vissuto più di settantacinque: languenti e deboli erano il suo
corpo ed il suo spirito; ed il conquistatore dell'Affrica e dell'Italia,
non curando gli interessi permanenti del suo popolo, non aspirava che a
fornire i suoi giorni nel seno della pace, quantunque priva di gloria.
In una arringa studiata, egli espose al Senato il partito da lui preso
di dissimulare l'insulto e di comprare l'amicizia degli Avari; e tutto
il Senato, come i Mandarini della China, decantò l'incomparabil sapienza
e la previdenza del suo Monarca. Si allestiscono immediatamente gli
istrumenti del lusso per cattivar l'animo dei Barbari, seriche vesti,
soffici e splendidi letti, catene e collane, incrostate di oro. Gli
ambasciatori, contenti di sì liberale accoglienza, si partirono da
Costantinopoli, e Valentino, uno della guardia dell'Imperatore, fu
mandato collo stesso carattere nel loro campo, a' piedi del Caucaso.
Siccome sì la distruzione che le vittorie loro potevano essere
egualmente di vantaggio all'Impero, ei li persuase a correre addosso ai
nemici di Roma, ed essi agevolmente si lasciarono allettare da regali e
promesse, a secondare l'inclinazione che avevan più cara. Questi
fuggiaschi, che si ritraevano dalle armi dei Turchi, passarono il Tanai
ed il Boristene ed audacemente si avanzarono nel cuore della Polonia e
della Germania, violando la legge delle nazioni, ed abusando dei diritti
della vittoria. Prima che fossero passati dieci anni, essi aveano
piantato i lor campi sul Danubio e sull'Elba; molti nomi Bulgari e
Schiavoni si erano cancellati dalla terra, ed il rimanente di quella
tribù si trovava, in qualità di tributarj e di vassalli, sotto lo
stendardo degli Avari. Il Cacano, titolo particolare che prendeva il Re
loro, tuttavia affettava di coltivare l'amicizia dell'Imperatore; e
Giustiniano nutriva qualche pensiero di stabilirli nella Pannonia, per
bilanciare la predominante potenza dei Lombardi. Ma la virtù od il
tradimento di un Avaro manifestò la segreta inimicizia e gli ambiziosi
disegni de' suoi compatriotti: ed essi altamente si lamentarono della
timida ma gelosa politica che riteneva i loro ambasciatori, e negava le
armi che loro era stato concesso di comperare nella capital
dell'Impero.[34].
Ad un'ambasciata ricevuta dai conquistatori degli Avari[35], può forse
attribuirsi l'apparente cangiamento seguìto nelle disposizioni degli
Imperatori. Il risentimento dei Turchi non s'era punto ammorzato
dall'immensa distanza che schermiva gli Avari dalle armi loro. I loro
ambasciatori inseguirono le orme dei vinti al Giaik, al Volga, al monte
Caucaso, all'Eussino, ed a Costantinopoli, e finalmente comparvero
dinanzi al successore di Costantino, a chiedere che egli non volesse
sposare la causa di gente ribelle e fuggitiva. Anche il commercio ebbe
qualche parte in questa osservabile negoziazione: ed i Sogdoiti, i quali
erano allora tributarj dei Turchi, abbracciarono la bella occasione di
aprire, pel Nord del mar Caspio, una nuova strada che servisse a
trasportare la seta della China nell'Impero di Roma. I Persiani che
preferivano la navigazione di Ceilan, avevano ditenuto le carovane di
Bochara e di Samarcanda: la seta che esse portavano, era stata
dispettosamente arsa: alcuni ambasciatori turchi morirono in Persia non
senza sospetto di veleno; ed il Gran Can permise al fedele suo vassallo
Maniaco, principe dei Sogdoiti, di proporre alla Corte di Bisanzio un
trattato di alleanza contro i loro comuni nemici. Gli splendidi lor
vestimenti ed i ricchi regali, frutto del lusso orientale, distinguevano
Maniaco ed i suoi colleghi, dai rozzi selvaggi del Settentrione: le
lettere loro, scritte nel linguaggio e nel carattere della Scizia,
denotavano un popolo il quale era pervenuto ai rudimenti del sapere[36]:
essi annoveravano le conquiste, ed offerivano l'amicizia e l'aiuto
militare dei Turchi; e la sincerità loro veniva attestata da tremende
imprecazioni (se colpevoli fossero di falsità) sopra il proprio lor
capo, e sopra il capo di Disabul, loro Signore. Il Principe greco trattò
con ospitale riguardo gli ambasciatori di un remoto e potente monarca:
la vista dei bachi da seta e dei telaj sconcertò la speranza dei
Sogdoiti; l'Imperatore rinunziò, o parve rinunziare ai fuggitivi Avari,
ma accettò l'alleanza dei Turchi; e la ratificazione del trattato fu
recata ai piedi del monte Altai da un ministro romano. Sotto i
successori di Giustiniano, si coltivò l'amicizia delle due nazioni con
relazioni frequenti e cordiali; si permise ai vassalli più favoriti
d'imitare l'esempio del Gran Cane, e cento e sei Turchi, venuti a
Costantinopoli in varie occasioni, ne partirono al tempo istesso pel
loro paese nativo. La storia non ci specifica la durata e la lunghezza
del viaggio, dalla Corte Bisantina al monte Altai. Arduo sarà stato
trascorrere i deserti senza nome, i monti, i fiumi e le paludi della
Tartaria; ma ci fu serbato un curioso ragguaglio delle accoglienze fatte
agli oratori romani nel campo reale. Poscia che furono purificati col
fuoco e coll'incenso, secondo un rito ancora praticato sotto i figliuoli
di Zingis, essi vennero introdotti al cospetto di Disabul. Nella valle
della montagna d'oro, essi trovarono nella sua tenda il Gran Cane,
seduto in una sedia con ruote, alla quale si poteva, occorrendo,
attaccare un cavallo. Tosto ch'ebbero offerto i lor doni, che ricevuti
vennero dagli officiali a ciò destinati, essi esposero, in una florida
concione, i desiderj dell'Imperatore Romano, che la vittoria
accompagnasse le armi dei Turchi, che lungo e prospero ne fosse il
Regno, che una stretta alleanza, scevra d'invidia e di frode, potesse
per sempre durare tra le due più potenti nazioni della Terra. La
risposta di Disabul si confece a queste proteste amichevoli, e gli
Ambasciatori furono fatti sedere al suo lato, in un banchetto che occupò
la maggior parte del giorno; parata era la tenda di seriche tappezzerie,
e fu servito a tavola un liquor tartaro che possedeva almeno le qualità
inebbrianti del vino. Più sontuoso fu il convito del giorno seguente; i
serici addobbi della seconda tenda presentavano varie figure in ricamo;
e la sedia reale, le coppe ed i vasi erano tutti d'oro. Un terzo
padiglione veniva sostenuto da colonne di legno dorato; un letto di oro
puro e massiccio sorgeva sopra quattro pavoni dello stesso metallo: e
davanti all'ingresso della tenda si vedevano piatti, bacili, e statue di
solido argento, lavorati con ammirabil arte, e sfarzosamente
ammonticchiati sopra carri, monumenti del valore più che dell'industria.
Allorchè Disabul condusse i suoi eserciti contro le frontiere della
Persia, gli Ambasciatori romani seguirono per molti giorni la marcia del
Campo Turco, nè furono congedati, sinchè non ebbero goduto la precedenza
sopra l'Oratore del Gran Re, i cui alti ed immoderati clamori
interruppero il silenzio del banchetto reale. La potenza e l'ambizione
di Cosroe assodarono l'unione dei Turchi e dei Romani, che confinavano
da ogni banda coi dominj di esso: ma queste distanti nazioni, non
curandosi una dell'altra, consultarono i dettami dell'interesse, senza
rammentarsi le obbligazioni de' giuramenti e de' trattati. Al tempo in
che il successore di Disabul celebrò le esequie del padre, egli fu
salutato dai Legati dell'Imperatore Tiberio, che proposero un'invasione
della Persia, e con fermezza sostennero gli sdegnosi e forse giusti
rimproveri di quei Barbari orgogliosi. «Voi mirate le dieci mie dita,
disse il Gran Cane, applicandole alla sua bocca. Voi, Romani, parlate
con altrettante lingue, ma sono lingue d'inganno e di spergiuro. Con me
tenete una favella, coi miei sudditi un'altra; e le nazioni vengono
successivamente aggirate dalla perfida vostra eloquenza. Voi traete i
vostri alleati nella guerra e nel pericolo; voi profittate delle loro
fatiche, e trascurate i vostri benefattori. Accelerate il ritorno, ed
informate il vostro Signore che un Turco è incapace di proferire o di
scordare una menzogna, e ch'egli ben presto incontrerà il castigo che
gli è dovuto. Nel punto ch'egli richiede la mia amicizia con adulanti e
fallaci parole, si è abbassato a far lega co' Varconiti che da me
fuggono. Se io mi traggo a muovere contro que' dispregevoli schiavi,
essi tremeranno al suono dei nostri flagelli; calpestati e' saranno,
come un nido di formiche, sotto i piedi dell'innumerevole mia
cavalleria. Non mi è ignota la strada che essi tennero per invadere il
vostro Impero, nè posso essere ingannato dal vano pretesto, che il monte
Caucaso è l'inespugnabile barriera de' Romani. Conosco il corso del
Niester, del Danubio e dell'Ebro; le nazioni più bellicose hanno ceduto
alle armi dei Turchi; e da dove nasce a dove muore il Sole, tutta è mio
retaggio la Terra». Non ostante questa minaccia, un sentimento di
scambievole utilità rinnovò ben presto la colleganza, de' Turchi e de'
Romani; ma l'orgoglio del Gran Cane sopravvisse al suo sdegno, e
nell'atto di annunziare un'importante conquista al suo amico
l'Imperatore Maurizio, egli s'intitolò il Padrone delle sette razze, ed
il Signore dei sette climi del mondo[37].
Tra i Sovrani dell'Asia nacquero spesso contese pel titolo di Re del
mondo, e queste stesse disputazioni provarono ch'esso non può
appartenere a veruno dei competitori. Il regno dei Turchi era limitato
dall'Oxo o Gihon, e questo gran fiume separava il -Turan- dalla rivale
monarchia d'-Iran- o della Persia, la quale, in più ristretto spazio,
conteneva forse una più gran misura di popolazione e di potenza. I
Persiani, che alternativamente assalirono e respinsero i Turchi ed i
Romani, eran tuttavia governati dalla casa di Sassan, che salì al trono
tre secoli prima dell'esaltamento di Giustiniano. Cabade o Kobad,
contemporaneo di lui, era stato avventuroso in guerra contro
l'Imperatore Anastasio: ma il Regno di quel Principe fu perturbato da
civili e religiosi dissidj. Prigioniero in mano de' suoi sudditi, esule
tra i nemici della Persia, egli ricovrò la sua libertà col prostituire
l'onore della sua moglie, e riacquistò il suo regno, mediante la
pericolosa e mercenaria assistenza dei Barbari, i quali trucidato gli
aveano il padre. Sospettavano i nobili della Persia che Kobad non fosse
mai per dimenticare gli autori della sua espulsione, o nemmeno quelli
che l'avean riposto sul trono. Aggirato ed infiammato era il popolo dal
fanatismo di Mazdak[38], il quale predicava la comunanza delle
donne[39], e l'eguaglianza di tutti gli uomini, nel tempo ch'egli
appropiava all'uso dei suoi settarj le più ricche possessioni e le donne
più belle. La declinante età del Monarca persiano veniva amareggiata
dall'aspetto di questi disordini, che le sue leggi ed il suo esempio[40]
avevano fomentati, e si accrescevano i suoi timori dal segreto
sentimento del disegno che nutriva di sovvertire il naturale e consueto
ordine di successione in favore del suo terzo e prediletto figliuolo,
così famoso sotto i nomi di Cosroe e di Nushirvan. Collo scopo di
rendere più illustre il giovane al cospetto delle nazioni, Kobad
desiderò che venisse adottato dall'Imperatore Giustino: la speranza
della pace indusse la Corte Bisantina ad accettare questa singolare
proposta; e Cosroe avrebbe acquistato uno specioso diritto all'eredità
del romano suo padre. Ma il male che n'era per avvenire fu allontanato
dal consiglio del Questore Proclo: si mise in campo la difficoltà, se
l'adozione dovesse farsi con un rito militare o civile[41]; disciolto fu
all'improvviso il trattato, ed il sentimento di questa offesa si stampò
profondamente nell'animo di Cosroe, il quale si era già avanzato fino al
Tigri, alla volta di Costantinopoli. Non sopravvisse lungamente il padre
di Cosroe all'avvenimento che avea sconcertato le sue mire. Si lesse il
testamento del defunto sovrano nell'assemblea dei nobili, ed una potente
fazione, preparata a sostenerlo, innalzò Cosroe al trono della Persia,
senza por mente ai diritti della Primogenitura. Cosroe tenne quel trono
pel lungo e prospero periodo di quarantott'anni[42]; e la giustizia di
Nushirvan vien celebrata dalle nazioni dell'Oriente, quale argomento di
lode immortale.
Ma nell'opinione dei Re, ed anche dei loro sudditi, la giustizia di un
sovrano non esclude un'ampia indulgenza pel soddisfacimento delle sue
passioni e del suo interesse. La virtù di Cosroe era quella di un
conquistatore, il quale nelle determinazioni della pace o della guerra,
viene spinto dall'ambizione e rattenuto dalla prudenza, confonde la
grandezza colla felicità di una nazione, e tranquillamente sacrifica le
vite delle migliaja alla fama od anche al divertimento di un solo. Nella
domestica sua amministrazione, il giusto Nushirvano meriterebbe, secondo
il nostro sentire, d'esser chiamato un tiranno. I suoi due fratelli
maggiori erano stati privati delle care lusinghe del Diadema: posti tra
il grado supremo e la condizione di sudditi, piena di ansietà per essi
diveniva la futura lor vita e formidabile al loro Signore. Il timore
egualmente che la vendetta poteva muovergli a ribellarsi; la più tenue
ombra di una cospirazione fu bastante all'autore dei loro mali, e si
assicurò il riposo di Cosroe mediante la morte di que' Principi
sventurati, delle famiglie e degli aderenti loro. La pietà di un
Generale veterano, salvò un giovinetto innocente, e quest'atto di
umanità, rivelato dallo stesso suo figlio, cancellò il merito di aver
ridotto dodici nazioni all'obbedienza della Persia. Lo zelo e la
prudenza di Mebode aveano assodato il diadema sulla fronte di Cosroe
istesso; ma tardò egli un giorno ad obbedire ai cenni reali sinchè
avesse adempito i doveri di una rassegna militare: subitamente gli fu
intimato di ridursi al Tripode di ferro, che sorgeva innanzi alla porta
della Reggia[43], dove si puniva di morte chi desse soccorso o si
accostasse alla vittima, e Mebode languì più giorni prima che si
proferisse la sentenza dall'inflessibil orgoglio e dalla fredda
ingratitudine del figlio di Kobad. Ma il popolo, e più che altrove
nell'Oriente, è propenso a dimenticare ed anche ad applaudire la
crudeltà che colpisce le teste più sublimi, quegli schiavi ambiziosi, la
cui volontaria scelta gli ha esposti a vivere de' sorrisi od a morir pel
cipiglio di un capriccioso monarca. Nell'eseguire le leggi che tentato
egli non era ad infrangere, nel punire i delitti che offendevano la
propria sua dignità ugualmente che la felicità degli individui,
Nushirvano, o Cosroe meritò il soprannome di giusto. Fermo, rigoroso ed
imparziale ne era il governo. Prima cura del suo regno fu di abolire la
pericolosa teoria della comunanza od uguaglianza dei beni. Le terre e le
donne che i settari di Magdak avevano usurpate, furono restituite ai
legittimi lor proprietarj; e il moderato castigo inflitto ai fanatici ed
agli impostori confermò i domestici diritti della vita sociale. In
cambio di porger orecchio con cieca fiducia ad un ministro favorito,
egli stabilì quattro Visiri sopra le quattro grandi province del suo
impero l'Assiria, la Media, la Persia, e la Battriana. Nella scelta dei
giudici, dei prefetti e dei consiglieri, egli cercava di tor via la
maschera che si suole portare alla presenza dei Re. Era vago di
sostituire il naturale ordine dei talenti alle accidentali distinzioni
della nascita e della fortuna; speciosamente professava la sua
intenzione di anteporre quegli uomini che portavano il povero nel loro
seno, e di bandire la corruzione dalla sede della giustizia, come i cani
sono esclusi dai templi dei Magi. Il codice delle leggi del primo
Artaserse fu richiamato a vita e pubblicato come norma dei magistrati;
ma la sicurezza di una pronta punizione porgeva la miglior garanzia
della loro virtù. Migliaja d'occhi invigilavano sulla loro condotta, ed
ascoltate n'erano le parole dalle migliaja di orecchie dei segreti o
pubblici agenti del trono, e le province dai confini dell'Arabia a
quelli dell'India, si rallegravano frequentemente per la presenza di un
Sovrano che affettava di emulare il Sole, suo celeste fratello, nella
sua rapida e salutare carriera. Egli considerava l'educazione e
l'agricoltura come i due oggetti più meritevoli delle sue cure. In ogni
città della Persia, gli orfani, ed i figli dei poveri erano mantenuti ed
istruiti a spese pubbliche; si davano le zitelle in matrimonio ai più
ricchi cittadini della classe loro, ed i garzoni, secondo la diversa
loro abilità, s'impiegavano in arti meccaniche, ed erano promossi a più
onorevole impiego. La bontà di Cosroe soccorse i villaggi abbandonati;
distribuì bestiami, sementi e stromenti di agricoltura ai contadini ed
ai fittajuoli che non erano in istato di coltivare i loro terreni, ed il
raro ed inestimabile tesoro delle acque fu con economia maneggiato, e
con abilità sparso sopra l'arido territorio della Persia[44]. La
prosperità di quel regno fu la conseguenza e la prova delle virtù del
Sovrano: i vizj di lui sono quelli del dispotismo orientale; ma nella
lunga contesa tra Cosroe e Giustiniano, il vantaggio del merito e della
fortuna si trova quasi sempre dal lato del Barbaro[45].
Alla lode di giusto, Nishirvan univa la fama di sapiente: i sette
Filosofi greci che visitarono la sua Corte, furono attirati ed ingannati
dalla strana asserzione, che un discepolo di Platone sedeva sul trono
persiano. Potevan essi aspettarsi che un Principe, vigorosamente
esercitato nelle cure della guerra e del governo, avesse a discutere,
con destrezza pari alla loro, le astruse e profonde questioni che
divertivano gli ozj delle scuole di Atene! Dovevan essi sperare che i
precetti della filosofia avessero a regger la vita e governar le
passioni di un despota, a cui sin dall'infanzia si era insegnato a
considerare l'assoluta e capricciosa sua volontà, come la sola regola
dei doveri morali[46]! Superficiali e di ostentazione erano gli studj di
Cosroe: ma il suo esempio svegliò la curiosità di un popolo ingegnoso, e
la luce della scienza si difuse sopra i dominj della Persia[47]. Egli
fondò un'accademia di medicina a Gondi-Sapor, nelle vicinanze della
città di Susa, ed essa a poco a poco divenne una liberale scuola di
poesia, di filosofia e di rettorica[48]. Si composero gli annali della
monarchia[49] e nel tempo che la recente ed autentica storia poteva
porgere utili lezioni sì al Principe che al popolo, l'oscurità dei primi
secoli fu abbellita coi draghi e coi favolosi eroi dei romanzi
orientali[50]. Ogni straniero dotato di sapere, o di fiducia fu
arricchito dalla bontà, e lusingato dalla conversazione del Monarca.
Nobilmente egli ricompensò un medico greco[51] col liberare in grazia di
lui tremila prigionieri: ed i sofisti che si contendevano il favore del
Principe, presero dispetto della ricchezza e dell'insolenza di Urenio,
loro più fortunato rivale. Nushirvan credeva od almeno rispettava la
religione dei Magi: e si possono scoprire alcune tracce di persecuzione
durante il suo regno[52]. Non pertanto egli liberamente si permetteva di
paragonare gli argomenti delle varie Sette; e le teologiche deputazioni,
a cui frequentemente presiedeva, diminuivano l'autorità dei sacerdoti,
ed illuminavano le menti del popolo. Per suo cenno, si tradussero i più
celebri scrittori della Grecia e dell'India nella lingua persiana, dolce
ed elegante idioma, raccomandato da Maometto all'uso del Paradiso;
benchè l'ignoranza e la presunzione di Agatia[53] lo vilipendesse cogli
epiteti di rozzo e non musicale. Del rimanente questo istorico greco
poteva ragionevolmente maravigliarsi che si trovasse possibile di
eseguire una intiera versione di Platone e di Aristotele in un dialetto
straniero che non era stato foggiato ad esprimere lo spirito di libertà,
e le sottigliezze delle filosofiche investigazioni. E se la ragione
dello Stagirita può riuscire egualmente oscura, od egualmente
intelligibile in ogni favella, l'arte drammatica, e l'argomentazione
verbale del discepolo di Socrate[54] pajono essere indissolubilmente
unite con la grazia e la perfezione del suo attico stile. Nell'andare in
cerca dell'universale dottrina, Nushirvan venne a sapere che le favole
morali e politiche di Pilpai[55], antico Bracmano, si conservavano con
gelosa riverenza fra i tesori dei Sovrani dell'India. Il medico Peroze
fu segretamente spedito alle rive del Gange, onde procacciarsi, a
qualunque prezzo, la comunicazione di quest'opera preziosa.
L'accorgimento di Peroze ne ottenne una copia, che con dotta accuratezza
egli tradusse; e le favole di Pilpai si lessero e si ammirarono
nell'assemblea di Nushirvan e dei suoi nobili. L'originale indiano, ed
il suo traslatamento persiano da lungo tempo sono scomparsi, ma questo
venerabile monumento, salvato per la curiosità dei Califfi Arabi,
rinacque nel Persiano moderno, negli idiomi Turco, Siriaco, Ebraico e
Greco, e per mezzo di successive versioni venne trasfuso nelle moderne
lingue d'Europa. Nella presente forma di queste favole, più non si
scorgono affatto il carattere particolare, i costumi e la religione
degl'Indi; e l'intrinseco merito delle favole di Pilpai cede di gran
lunga alla concisa eleganza di Fedro, ed alle naturali grazie di La
Fontaine. L'autore ha illustrato, in una serie di apologhi, quindici
sentenze morali e politiche ma avviluppata n'è la composizione, prolisso
il racconto, e comuni e di poca utilità ne sono i precetti. Nondimeno il
Bracmano può pretendere al merito di aver inventato una piacevol
finzione, che adorna il nudo della verità, ed addolcisce, per avventura,
ad un orecchio reale quello che l'insegnamento in sè contiene di amaro.
Collo stesso disegno di avvertire i Re che forti e' non sono se non per
la forza de' sudditi loro, gli stessi Indiani inventarono il giuoco
degli scacchi, che fu parimente introdotto in Persia sotto il regno di
Nushirvano[56].
Il figlio di Kobad trovò la monarchia avvolta in guerra col successore
di Costantino, e l'inquietudine che gli davano le sue domestiche cose lo
mosse a consentire la sospensione di armi che Giustiniano era impaziente
di ottenere. Vide Cosroe i Legati romani al suo piede. Egli accettò
undicimila libbre d'oro, qual prezzo di una pace perpetua od
indefinita[57]. Si regolarono alcune reciproche permutazioni; i Persiani
assunsero la custodia delle porte del Caucaso, e si sospese la
demolizione di Dara, col patto che non potesse esser mai la residenza
del generale dell'Oriente.
L'ambizione dell'Imperatore che avea sollecitato quest'intervallo di
riposo, diligentemente ne trasse profitto. Le sue conquiste affricane
furono il primo frutto del trattato Persiano; e l'avarizia di Cosroe
venne blandita da una larga porzione dello spoglie di Cartagine, che i
suoi ambasciatori richiesero quasi motteggiando e adducendo i pretesti
dell'amicizia[58]. Ma i trofei di Belisario disturbarono i sonni del
Gran Re; ed egli udì con istupore, con invidia e con tema, che la
Sicilia, l'Italia e Roma stessa in tre rapide campagne erano state
ridotte all'obbedienza di Giustiniano. Non avvezzo all'arte di rompere i
trattati, egli segretamente suscitò il suo animoso e scaltro vassallo
Almondaro. Questo Principe de' Saraceni, che tenea la sua sede in
Hira[59], non era stato compreso nella pace generale, e continuava a
sostenere un'oscura guerra contro il suo rivale Areta, Capo della tribù
di Gassan, e confederato dell'Impero. Uno spazioso pascolo nel deserto a
mezzo giorno di Palmira, era il soggetto della loro contesa. I diritti
di Almondaro parevano attestati da un tributo per la licenza di
pascolare, pagato da immemorabile età, nel mentre che il Gassanita
allegava il nome di -strata-, via selciata, come inevitabil prova della
sovranità e dell'opera dei Romani[60]. I due monarchi proteggevano la
causa de' loro rispettivi vassalli; l'Arabo Persiano, senz'aspettare
l'evento di un tardo e dubbioso arbitrato, arricchì il volante suo campo
con le spoglie ed i prigionieri della Siria. Invece di respinger le armi
di Almondaro, Giustiniano tentò di sedurne la fedeltà, nel tempo ch'egli
chiamava dall'estremità della terra le nazioni dell'Etiopia e della
Scizia ad invadere i dominj del suo rivale. Ma distante e precario era
l'ajuto di tali alleati, e la scoperta di questa corrispondenza ostile
giustificò le querele dei Goti e degli Armeni, che imploravano, quasi
nello stesso tratto, la protezione di Cosroe. I discendenti di Arsace,
numerosi ancora in Armenia, erano stati commossi a difendere le ultime
reliquie della nazionale libertà e dell'ereditario lor grado; e gli
ambasciatori di Vitige avevano segretamente attraversato l'Impero per
esporre l'imminente e quasi inevitabile pericolo del Regno d'Italia.
Uniformi, gravi, ed efficaci apparivano le rimostranze loro. «Noi ci
presentiamo dinanzi al tuo trono, per difendere i tuoi interessi non
meno che i nostri. L'ambizioso ed infedele Giustiniano aspira ad essere
il solo dominatore del Mondo. Dopo stretta la pace perpetua, che tradì
la comune libertà dell'uman genere, questo Principe, tuo confederato in
parole, e tuo nemico in fatti, ha trattato i suoi amici ed i suoi
avversarj con eguale insulto, ed ha riempito la terra di sangue e di
scompigli. Non ha egli violato i privilegi dell'Armenia, l'indipendenza
del Colco, e la selvaggia libertà dei monti Tzanici? Non ha egli
usurpato, con pari avidità, la città di Bosforo sulla gelata Meotide, e
la valle delle palme sulle rive dell'Eritreo? I Mori, i Vandali, i Goti
sono stati successivamente oppressi, ed ogni nazione è rimasta
tranquillamente spettatrice della rovina de' suoi vicini. Cogli, o gran
Re! cogli il momento propizio. Senza difesa è l'Oriente, ora che gli
eserciti di Giustiniano ed il rinomato suo generale stanno nelle
distanti regioni dell'Occidente. Se tu esiti, o differisci, Belisario e
le vittoriose sue truppe ben tosto ritorneranno dalle rive del Tebro a
quelle del Tigri, ed alla Persia non rimarrà che lo sciagurato conforto
di essere stata divorata l'estrema[61]». Mercè di tali argomenti, Cosroe
agevolmente si persuase ad imitare l'esempio ch'egli condannava, ma il
Persiano, ambizioso di militar rinomanza, disdegnò l'inoperoso modo di
guerreggiar di un rivale che trasmetteva i sanguinosi suoi comandi dal
sicuro asilo del Bisantino Palazzo.
In qualunque guisa Cosroe potesse credersi provocato, egli mancò alla
fede dei trattati: ed i giusti rimproveri di dissimulazione e di falsità
non si possono occultare che dal lustro delle sue vittorie[62].
L'esercito persiano, raccolto nelle pianure di Babilonia, prudentemente
evitò le città fortificate della Mesopotamia, e seguì la riva
occidentale dell'Eufrate insino a che la piccola ma popolosa città di
Dura ebbe l'ardire di far argine ai progressi del Gran Re. Dal
tradimento e dalla sorpresa aperte furono le porte di Dura; e tosto che
Cosroe ebbe tinto la sua scimitarra nel sangue di que' cittadini, egli
congedò l'ambasciatore di Giustiniano, mandandolo ad informare il suo
signore del luogo in cui avea lasciato il nemico dei Romani! Ambiva il
conquistatore di esser lodato come giusto e clemente; e nel vedere una
nobil matrona col suo bambino barbaramente trascinati per terra,
sospirò, pianse ed implorò la divina giustizia perchè punisse l'autore
di tai mali. Non pertanto vendè un armento di dodicimila prigionieri pel
riscatto di due cento libbre d'oro; il Vescovo di Sergiopoli, città
vicina, obbligò la sua fede pel pagamento, e nell'anno seguente
l'inflessibile crudeltà di Cosroe fece scontare a quel prelato la pena
di un obbligo che generosa cosa era stata per esso il contrarre ed
impossibile il soddisfare. Avanzossi il Re nel cuor della Siria; ma un
debile nemico, che dileguavasi come egli si approssimava, lo privò degli
onori della vittoria; e non potendo sperare di stabilire il suo dominio
sul vinto paese, il Monarca persiano spiegò in questa incursione i bassi
e rapaci vizj di un masnadiere. Gerapoli, Berrea o Aleppo, Apamea e
Calcide furono, l'una dopo l'altra, assediate: esse comprarono la
salvezza loro con un prezzo d'oro o d'argento, proporzionato alla
rispettiva forza ed opulenza in cui erano; ed il nuovo loro signore le
assoggettò ai termini dell'accordo, senza osservarli dal canto suo.
Educato nella religione dei Magi, egli esercitò, senza rimorso, il
lucrativo traffico del sacrilegio; e dopo di aver tolto via l'oro e le
gemme che ornavano un pezzo della vera Croce, egli generosamente
restituì la nuda reliquia alla divozione dei Cristiani di Apamea. Non
erano scorsi che quattordici anni dacchè un terremoto aveva tratto
Antiochia in rovina. Ma la regina dell'Oriente, la nuova Teopoli si era
rialzata da terra mediante la liberalità di Giustiniano; e la crescente
grandezza de' suoi edifizj e della sua popolazione già quasi avea
cancellato la memoria di quel recente disastro. Da un lato la montagna,
dall'altro il fiume Orante difendevano Antiochia, ma la parte più
accostevole era dominata da una superiore eminenza: si rigettarono gli
opportuni provvedimenti di difesa pel dispregievol timore di scoprire la
propria debolezza al nemico; e Germano, nipote dell'Imperatore, ricusò
di porre a cimento la sua persona e la sua dignità dentro le mura di una
città assediata. I cittadini di Antiochia avevano ereditato il vano e
satirico genio de' loro antenati: essi vennero in baldanza per
l'improvviso rinforzo di seimila soldati: disdegnarono le offerte di una
blanda capitolazione; e gl'immoderati loro schiamazzi insultavano dai
bastioni la maestà del Gran Re. Animati dal suo sguardo a migliaja i
Persiani salirono sulle scale all'assalto; i mercenarj fuggirono per la
parte opposta di Dafne, e la generosa resistenza della gioventù di
Antiochia non servì che a far più gravi le miserie della lor patria.
Cosroe, nel discendere dalla montagna, circondato dagli ambasciatori di
Giustiniano, affettò, con dolente voce, di deplorare l'ostinazione e la
rovina di quel popolo sventurato; ma la strage frattanto infieriva con
implacabile furia; e la città, per comando del Barbaro, fu data in preda
alle fiamme. L'avarizia, non la pietà del conquistatore, salvò la
cattedrale di Antiochia: una più onorevole immunità fu conceduta alla
chiesa di S. Giuliano ed al quartiere ove abitavano gli ambasciatori; il
vento, con dar volta, preservò dall'incendio alcune strade rimote, e le
mura rimasero in piedi per proteggere, anzi per tradire ben tosto i
nuovi loro abitatori. Il fanatismo avea disfigurato gli ornamenti del
boschetto di Dafne, ma Cosroe respirò un'aria più pura in mezzo a quelle
ombre ed a quelle fonti; ed alcuni idolatri della sua comitiva poterono
impunemente sagrificare alle ninfe di quell'elegante ritiro. Diciotto
miglia sotto di Antiochia, il fiume Oronte sbocca nel Mediterraneo. Il
superbo Persiano si condusse a vedere il termine delle sue conquiste, e
dopo d'essersi bagnato egli solo nel mare, offrì un solenne sacrifizio
di ringraziamento al Sole, o piuttosto al creatore del Sole, che i Magi
adoravano. Se questo atto di superstizione offese i pregiudizi de' Sirj,
rallegrati essi furono dalla cortese ed anche premurosa attenzione con
cui egli assistette ai giuochi del Circo. Ed avendo Cosroe udito che
l'Imperatore teneva per la fazione azzurra, un assoluto suo ordine
assicurò la vittoria ai verdi condottieri de' carri. Dalla disciplina
del suo campo trassero gli abitanti un conforto più solido; ed invano
essi pregarono per la vita di un soldato, il quale troppo fedelmente
aveva imitato le rapine del giusto Nushirvan. Stanco alfine, non sazio
delle spoglie della Siria, lentamente egli mosse alla volta
dell'Eufrate, gettò un temporaneo ponte nelle vicinanze di Barbalisso, e
determinò lo spazio di tre giorni per l'intiero passaggio del numeroso
suo esercito. Dopo il suo ritorno egli fondò, in distanza di una
giornata dal palazzo di Ctesifonte, una nuova città che perpetuasse i
congiunti nomi di Cosroe e di Antiochia. I cattivi della Siria vi
riconobbero la forma e la situazione delle native lor case; si
fabbricarono per lor uso dei bagni ed un magnifico Circo; ed una colonia
di musici e di aurighi fece rivivere nella Siria i divertimenti di una
Capitale greca. Dalla munificenza del fondator reale si assegnò una
liberal provisione a questi esuli fortunati; ed essi gioivano il
singolar privilegio di compartire la libertà agli schiavi che
riconoscevano per loro parenti. La Palestina e le sacre ricchezze di
Gerusalemme furono gli oggetti che poscia attirarono l'ambizione, o
piuttosto la cupidigia di Cosroe. Costantinopoli e la Reggia dei Cesari
ormai più non sembravano inespugnabili o troppo lontane; e l'ambiziosa
sua immaginazione già copriva l'Asia Minore colle sue truppe, e dominava
il Mar Nero coi navigli persiani.
[A. D. 541]
Queste speranze potevano sortire l'effetto, se non si fosse
opportunamente richiamato il conquistator dell'Italia alla difesa
dell'Oriente[63]. Mentre Cosroe proseguiva gli ambiziosi suoi disegni
sulla costa dell'Eussino, Belisario, alla testa di un esercito senza
paga e senza disciplina, si accampò di là dall'Eufrate, in distanza di
sei miglia da Nisibi. Egli meditava di trar fuori, con una scaltra
operazione, i Persiani dall'inespugnabile lor cittadella, e di
accrescere il suo vantaggio nel campo, o col tagliare ad essi la
ritirata, o forse coll'entrar nelle porte, in una co' Barbari fuggitivi.
Egli si avanzò, pel tratto di una giornata, sul territorio della Persia,
espugnò la fortezza di Sisaurana, e ne mandò il Governatore, insieme con
ottocento scelti soldati a cavallo, a servire l'Imperatore nelle sue
guerre d'Italia. Areta ed i suoi Arabi, spalleggiati da mille e dugento
Romani, passarono, per suo comando, il Tigri onde portarsi a devastar le
messi della Siria, fertile provincia che da lungo tempo non aveva
sentito le calamità della guerra. Ma l'intrattabile indole di Areta
sconcertò i divisamenti di Belisario, col non rieder più al campo, nè
trasmettere alcun avviso de' suoi movimenti. Il Generale romano, pieno
di ansiosa aspettazione, non ardiva togliersi dal sito in cui era. Passò
frattanto il tempo di agire; il cocente Sole della Mesopotamia accendeva
le febbri nel sangue de' soldati europei; e le truppe e gli ufficiali
della Siria, trovandosi immobili in campo, affettavano di paventare per
la salvezza delle loro città, che prive erano di difesa. Nulladimeno
questa diversione aveva già ottenuto il buon esito di costringere Cosroe
a tornarsene indietro con perdita e fretta; e se l'abilità di Belisario
avesse avuto la disciplina ed il valore in soccorso, i suoi successi
avrebber forse appagate le ardenti brame del comun della gente, che
dalla sua mano chiedeva la conquista di Ctesifonte e la liberazione dei
prigionieri di Antiochia. Sul finire della campagna, egli fu richiamato
a Costantinopoli da una Corte ingrata, ma i pericoli della seguente
primavera gli fecero restituire la confidenza e il comando; e l'Eroe,
quasi solo, fu spedito colla celerità dei cavalli di posta, a respingere
l'invasione della Siria, mediante la forza del suo nome e della sua
presenza. Egli trovò i Generali romani, tra i quali era un nipote di
Giustiniano, imprigionati dai loro timori dentro le fortificazioni di
Gerapoli. Ma in luogo di porgere ascolto ai timidi loro consigli,
Belisario ordinò che lo seguissero all'Europo dove avea divisato di
raccogliere le sue forze, e di eseguire qualunque cosa Iddio
gl'inspirasse di intraprendere contro il nemico. La ferma sua attitudine
sulle rive dell'Eufrate rattenne Cosroe dall'avanzar contro la
Palestina, ed egli accolse con arte e con dignità gli Ambasciatori, o
per meglio dire le spie del Monarca persiano. La pianura tra Gerapoli e
il fiume era coperta dagli squadroni di cavalleria, composti di seimila
alti e robusti cacciatori che inseguivano la preda loro, senza paventare
nemici. Sull'opposto lido gli Ambasciatori scorgevano un migliaio di
cavalli armeni, che parevano guardare il passo dell'Eufrate. Di
grossolana tela era la tenda di Belisario, qual semplice arredo di un
guerriero che aveva il lusso dell'Oriente a disdegno. Intorno alla sua
tenda, con artificiosa confusione stavano disposte le nazioni che
movevano sotto i suoi segni. I Traci e gli Illirici occupavano la
fronte, gli Eruli ed i Goti si tenevan nel centro; chiuso era il
prospetto dai Mori e dai Vandali, e la sciolta loro ordinanza pareva
moltiplicare il lor numero. Vestiti erano alla leggiera, e svelti si
mostravano nell'operare; un soldato aveva in mano uno staffile, un altro
una spada, un terzo portava un arco, un quarto forse maneggiava un'azza,
e tutta la scena nel suo complesso mostrava l'intrepidezza delle truppe
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