ha confutato in un trattato particolare e, l'opinione ricevuta e
l'autorità di due Papi, che ponevano Veia ove è ora Civita Castellana;
questo erudito crede che quell'antica città fosse situata in un piccolo
luogo chiamato Isola, a mezza strada da Roma al lago Bracciano.
[485] Vedi Tito Livio l. IV e V. Nel censo dei Romani si proporzionavano
esattamente i beni e la facoltà, e la tassa.
[486] Plinio Stor. Nat. l. XXXIII c. 3. Cicerone -De officiis- II 22.
Plutarco vita di Paolo Emilio p. 275.
[487] Vedi una bella descrizione di questi tesori accumulati nella
Farsaglia di Lucano l. III v. 155 ec.
[488] Tacito Ann. I 2. Sembra che questo registro esistesse al tempo di
Appiano.
[489] Plutarco, vita di Pompeo p. 642.
[490] Strabone l. XVII p. 798.
[491] Velleio Patercolo l. II c. 39. Questo autore pare che dia la
preferenza alla rendita della Gallia.
[492] I talenti Euboici, Fenicj, ed Alessandrini pesavano il doppio dei
talenti Attici. Vedi Hooper intorno i pesi e le misure degli antichi p.
IV. c. 5. È probabile che il medesimo talento fosse portato da Tiro a
Cartagine.
[493] Polibio l. XV c. 2.
[494] Appiano -in Punicis- p. 84.
[495] Diodoro di Sicilia l. V. Cadice fu fabbricata dai Fenicj, un poco
più di mille anni avanti la nascita di Gesù Cristo. Vedi Velleio
Patercolo l. 2.
[496] Strabone l. III p. 148.
[497] Plinio Stor. Nat. l. XXXIII c. 4. Parla egli ancora di una miniera
d'argento nella Dalmazia, che rendeva allo Stato cinquanta libbre il
giorno.
[498] Strabone l. X p. 485. Tacito. Ann. III 69. IV 30. Vedi in
Tournefort (viaggio del Levante l. VIII) una eloquente descrizione
dell'attuale miseria di Giera.
[499] Giusto Lipsio (-De Magnitudine romana- l. 2 c. 3) fa montare
l'entrata a cento cinquanta milioni di scudi d'oro, ma tutta la sua
opera, benchè ingegnosa e piena di erudizione, è il frutto di una
fantasia riscaldata.
[500] Tacito Ann. XIII 31.
[501] Ved. Plinio (Stor. Nat. l. VI c. 23, l. XII, c. 18.) Osserva egli
che le merci dell'Indie si vendevano a Roma cento volte più del loro
-primitivo valore-: dal che si può formare una idea del prodotto delle
dogane, poichè questo -valore primitivo- a detta del medesimo Plinio
montava per lo meno a più di 1,600,000 zecchini.
[502] Gli antichi ignoravano l'arte di faccettare il diamante.
[503] Il Sig. Bouchaud nel suo trattato delle imposizioni dei Romani ha
trascritta questa lista che si trova nel Digesto, ed ha voluto
illustrarla con un prolisso commentario.
[504] Tacito Ann. I. 78. Due anni dopo l'Imperatore Tiberio avendo
soggiogato il povero regno di Cappadocia, ne trasse un pretesto per
diminuire di metà l'imposizione sulle vendite; ma questa diminuzione fu
di poca durata.
[505] Dione l. LV 794 l. LVI p. 825.
[506] Una tal somma si stabilisce per congettura.
[507] Per molti secoli, nei quali sussistè il diritto romano, i
-cognati- o parenti dal canto di madre non erano chiamati alla
successione. Questa legge crudele fu insensibilmente affievolita
dall'umanità, e finalmente abolita da Giustiniano.
[508] Plinio, Paneg. c. 37.
[509] Ved. Einecio. -Antiq. juris Rom.- l. II.
[510] Orazio l. II Sat. V. Petronio c. 116 ec. Plinio l. II let. 20.
[511] Cicerone Filipp. II c. 16.
[512] Ved. le sue Lettere. Tutti questi testamenti gli davano occasione
di mostrare il suo rispetto pei morti, e la sua giustizia pei vivi. E
questo e quella egli conciliò insieme nella condotta ch'ei tenne con un
figlio diseredato dalla madre (V. 1).
[513] Tacito Ann. XIII 50 -Esprit des loix- l. XII c. 19.
[514] Ved. Il Paneg. di Plinio; la Stor. Aug., e Burmanno -De
vectigalibus-.
[515] I tributi, propriamente detti, non erano dati in appalto, giacchè
i buoni Principi condonarono spesso molti milioni di rate decorse.
[516] La condizione dei nuovi cittadini viene esattissimamente descritta
da Plinio (Panegir. c. 37 38 39). Traiano pubblicò una legge molto a
loro favorevole.
[517] Dione l. LXXVII p. 1295.
[518] Chi era tassato a dieci -aurei-, ordinario tributo, non pagò più
che il terzo di un -aureo-; ed Alessandro fece in conseguenza battere
nuove monete d'oro. Stor. Aug. p. 128 con i commentarj di Salmasio.
[519] Ved. la Stor. di Agricola, di Vespasiano, di Trajano, di Severo,
de' suoi tre competitori, e generalmente di tutti gli uomini illustri
dell'Impero.
CAPITOLO VII.
-Innalzamento al trono, e tirannia di Massimino. Ribellione
nell'Affrica e nell'Italia autorizzata dal Senato. Guerre
civili, e sedizioni. Morti violente di Massimino e del suo
figlio, di Massimo, di Balbino, e dei tre Gordiani. Usurpazione,
e giuochi secolari di Filippo.-
Tra le varie forme di Governo che hanno prevaluto nel Mondo, quella di
una monarchia ereditaria pare che più di ogni altra presenti un
bersaglio al ridicolo. Può egli dirsi senza un riso sdegnoso, che alla
morte del padre la proprietà di una nazione, simile a quella di un vile
armento, ricada all'infante suo figlio, ignoto al genere umano,
ugualmente che a se medesimo, e che i più coraggiosi guerrieri, ed i più
saggi ministri, rinunziando al loro naturale diritto all'Impero, si
accostino alla culla reale colle ginocchia piegate, e con proteste di
fedeltà inviolabile? La satira e la declamazione possono dipingere
questi quadri frequenti con i colori più vivi; ma noi con mente più
seria rispetteremo un utile pregiudizio, che stabilisce una regola di
successione indipendente dalle passioni degli uomini, e con piacere
accetteremo questo espediente (qualunque egli sia) che toglie alla
moltitudine il pericoloso, e veramente ideale potere di eleggersi da sè
stessa un padrone.
All'ombra e nel silenzio del ritiro si possono facilmente inventare
diversi sistemi di governo, nei quali lo scettro debba costantemente
essere conceduto al membro più degno dal libero ed incorrotto suffragio
della intera nazione. L'esperienza rovina questi aerei edifizj, e mostra
che in una grande società l'elezione di un Monarca non può mai dipendere
dalla più saggia o dalla più numerosa parte del popolo. La milizia è il
solo ordine d'uomini sufficientemente uniti per accordarsi in un
medesimo sentimento, e potente assai per farlo adottare al resto dei
loro concittadini. Ma il carattere dei soldati, avvezzi alla violenza
insieme ed alla schiavitù, li rende affatto incapaci di essere i custodi
d'una legale o anche civile costituzione. La giustizia, l'umanità, o la
prudenza politica sono qualità troppo ignote ad essi, perchè le
rispettino negli altri. Il coraggio soltanto acquisterà la stima loro, e
la liberalità comprerà i loro voti; ma il primo di questi meriti spesso
si trova nei petti più feroci, e il secondo non si può dimostrare, che a
spese del Pubblico, e l'ambizione di un intraprendente rivale può
rivoltarli ambidue contro il possessore del trono.
La superiore prerogativa della nascita, confermata dal tempo e
dall'opinione popolare, è la più semplice e meno invidiata di tutte le
distinzioni tra gli uomini. Un riconosciuto diritto estingue le speranze
della fazione, e la coscienza della propria sicurezza disarma la
crudeltà del Monarca. Noi dobbiamo al saldo stabilimento di questa idea
la successione pacifica, e la mite amministrazione delle monarchie
europee. Alla mancanza di questa medesima idea si debbono attribuire le
frequenti guerre civili, colle quali un despota asiatico è obbligato di
farsi strada al trono de' suoi antenati. Pure, anche in Oriente, la
sfera della contesa è per lo più ristretta tra i Principi della famiglia
regnante, ed appena il fortunato pretendente si è disfatto de' suoi
fratelli col ferro e colla corda, non ha più gelosia de' sudditi
inferiori. Ma l'Impero romano, quando l'autorità del Senato fu caduta in
disprezzo, divenne un vasto teatro di confusione. Le famiglie reali, ed
anche nobili delle province erano state gran tempo avanti condotte in
trionfo dinanzi al carro dei superbi repubblicani. Le antiche famiglie
romane si erano successivamente estinte sotto la tirannide dei Cesari, e
fino a tanto che questi Principi furono vincolati dalla forma
repubblicana, e sconcertati dalla replicata estinzione della loro
posterità[520], fu impossibile, che alcuna idea di successione
ereditaria potesse radicarsi nelle menti dei loro sudditi. Ciascuno
ripetè dal proprio merito un diritto a quel trono, al quale niuno per
nascita poteva aspirare. Le audaci speranze dell'ambizione rimasero
sciolte dal salutevole freno delle leggi e dei pregiudizj. Allora il più
vile tra gli uomini poteva, senza essere tacciato di follia, sperare di
innalzarsi col valore e colla fortuna ad un certo grado militare, nel
quale un solo delitto lo rendesse capace di acquistare lo scettro del
Mondo, strappandolo di mano ad un padrone debole ed aborrito. Dopo
l'assassinio di Alessandro Severo, e l'innalzamento di Massimino, niuno
Imperatore potè credersi sicuro sul trono, ed ogni barbaro contadino
delle frontiere potè aspirare a quel posto augusto e pericoloso.
Trentadue anni in circa, prima di quell'evento, l'Imperatore Severo
ritornando da una spedizione orientale, si fermò nella Tracia per
celebrare con giuochi militari il giorno natalizio di Geta, suo figlio
minore. Quei popoli corsero in folla a vedere il loro Sovrano, ed un
giovane barbaro, di gigantesca statura, istantemente domandò nel suo
rozzo dialetto il favore di essere ammesso a concorrere al premio della
lotta. Siccome la dignità della disciplina sarebbe stata avvilita, se un
pastor della Tracia avesse atterrato un soldato romano, lo fecero
combattere con i più robusti servi del campo, sedici dei quali furono da
lui successivamente abbattuti. Fu ricompensato il suo valore con alcuni
piccoli doni, e con la permissione di arrolarsi nelle truppe. Il giorno
dopo, quel fortunato barbaro si fece distinguere tra le altre reclute,
esultando e saltando alla maniera del suo paese. Appena si accorse di
essersi attirata l'attenzione dell'Imperatore, si trasse immantinente
dietro al di lui cavallo, e lo seguitò a piedi in un lungo e rapido
corso senza apparenza di stanchezza veruna. «O Trace» disse Severo
maravigliato «sei tu adesso disposto a lottare»? «Volentierissimo»
rispose l'instancabil giovane, e quasi in un momento atterrò sette de'
più forti soldati dell'esercito. Una collana d'oro fu il premio
dell'impareggiabile sua forza ed attività, e venne immediatamente
destinato a servire tra le guardie a cavallo, che sempre accompagnavano
la persona del Sovrano[521].
Massimino, chè tale era il suo nome, benchè nato sulle terre
dell'Impero, discendea da una mista razza di Barbari. Suo padre era
Goto, e sua madre della nazione degli Alani. Mostrò in ogni occasione un
valore eguale alla sua robustezza; e la pratica del Mondo moderò ben
presto, o mascherò la sua nativa fierezza. Sotto il regno di Severo e
del figlio ottenne il grado di centurione col favore o colla stima di
ambidue questi Principi, il primo dei quali era eccellente conoscitore
del merito. La gratitudine impedì Massimino di servire sotto l'assassino
di Caracalla, e l'onore gl'insegnò ad evitare gli effeminati insulti di
Elogabalo. All'avvenimento di Alessandro ritornò alla Corte, ed ottenne
da questo Principe un posto utile al pubblico servizio, ed onorevole a
se medesimo. La quarta legione, della quale era stato fatto tribuno,
presto divenne, sotto la sua cura, la meglio disciplinata di tutto
l'esercito. Con il generale applauso dei soldati, che davano al loro
favorito eroe i nomi di Aiace e d'Ercole, egli fu successivamente
promosso al primo militare comando[522], e se non avesse sempre ritenuto
un po' troppo la rozzezza della sua barbara origine, forse l'Imperatore
avrebbe data la sua propria sorella in consorte al figlio di
Massimino[523].
Questi favori, invece di accrescere la fedeltà, servirono solamente ad
accendere l'ambizione di quel pastor della Tracia, che riguardò la sua
fortuna come ineguale al suo merito, fino a tanto che gli convenne
riconoscere un superiore. Benchè privo di una vera prudenza, la sua
naturale sagacità gli fece conoscere che l'Imperatore avea perduto
l'affetto dei soldati, e gl'insegnò ad accrescere il loro disgusto a suo
proprio vantaggio. È facile allo spirito di fazione ed alla calunnia di
spargere il loro veleno sull'amministrazione dei migliori Principi, e di
accusare le stesse loro virtù, artificiosamente confondendole con quei
vizj, con i quali esse hanno una prossima affinità. I soldati
ascoltarono con piacere gli emissarj di Massimino. Arrossirono essi
della vergognosa pazienza, colla quale avevano per tredici anni sofferta
la fastidiosa disciplina imposta loro da un effeminato Siro, il timido
schiavo della madre e del Senato. Era tempo, gridavan eglino, di
distruggere il vano fantasma della potenza civile, e di eleggere per
loro Sovrano e Generale un vero soldato educato nel campo, esercitato
alla guerra, che sostenesse la gloria dell'Impero, e ne dividesse i
tesori co' suoi compagni. Un grand'esercito era allora accampato sulle
rive del Reno sotto il comando dell'Imperatore medesimo, che quasi
immediatamente dopo il suo ritorno dalla guerra persiana, era stato
obbligato a marciare contro i Barbari della Germania. Era a Massimino
affidata la cura importante di addestrare e rivedere le nuove reclute.
Un giorno, entrato egli nella piazza degli esercizj, le truppe o per un
moto improvviso, o per tramata congiura, lo salutarono Imperatore: colle
loro alte acclamazioni posero silenzio a' suoi ostinati rifiuti, e si
affrettarono a compire la ribellione coll'assassinio di Alessandro
Severo.
Le circostanze di questa morte vengono riferite diversamente.
Gl'Istorici, i quali suppongono, ch'egli morisse nell'ignoranza
dell'ingratitudine ed ambizione di Massimino, affermano, che dopo avere
preso un pasto frugale al cospetto dell'esercito, si ritirò a dormire, e
che verso la settima ora del giorno, alcune delle sue proprie guardie
entrarono impetuose nella tenda imperiale, e con molte ferite
trucidarono il loro virtuoso e tranquillo Sovrano[524]. Se si presta
fede ad un altro, e veramente probabil racconto, Massimino fu rivestito
della porpora da un numeroso distaccamento a qualche miglio di distanza
dal quartier generale; ed egli fidava più sopra i desiderj secreti, che
sulle pubbliche dichiarazioni del grande esercito, Alessandro ebbe
bastante tempo di risvegliare nelle truppe un debole sentimento di
fedeltà; ma lo loro vacillanti proteste subitamente svanirono
all'apparire di Massimino, che si dichiarò l'amico, ed il protettore
dell'ordine militare, e fu unanimemente riconosciuto Imperatore dei
Romani dalle applaudenti legioni. Il figlio di Mammea, tradito ed
abbandonato, desideroso almeno d'involare gli ultimi suoi momenti
agl'insulti della moltitudine, si ritirò nella sua tenda. Lo seguitarono
subito un tribuno ed alcuni centurioni ministri di morte, ma in luogo di
ricevere con risoluta costanza l'inevitabile colpo, con pianti e
suppliche inutili disonorò gli estremi della sua vita, e cangiò in
disprezzo qualche parte di quella giusta pietà, che la sua innocenza e
le sue disgrazie doveano risvegliare. La di lui madre Mammea,
all'ambizione ed all'avarizia della quale egli altamente imputava la sua
rovina, perì con lui. I suoi più fidi amici caddero vittime del primo
furore de' soldati; altri furono riservati alla più deliberata crudeltà
dell'usurpatore, e quelli, che provarono un trattamento più dolce furono
spogliati de' loro impieghi, ed ignominiosamente cacciati fuor della
Corte e dell'esercito[525].
I primi tiranni Caligola e Nerone, Commodo e Caracalla, furono tutti
giovani dissoluti ed inesperti[526], educati nella porpora e corrotti
dall'orgoglio dell'Impero, dal lusso di Roma, e dalla perfida voce
dell'adulazione. La crudeltà di Massimino aveva una diversa origine; il
timor del disprezzo. Benchè egli si fidasse all'affetto dei soldati, che
lo amavano per le virtù simili alle loro, sapea che la sua vile barbara
origine, la sua rozza apparenza, e la sua totale ignoranza delle arti e
dei precetti della vita civile[527] formavano un contrasto molto
svantaggioso cogli amabili costumi dello sventurato Alessandro. Egli si
ricordava, che nella sua bassa fortuna avea spesso aspettato avanti alla
porta dei superbi nobili Romani, e che gli era stato spesso negato
l'ingresso dall'insolenza dei loro schiavi. Rammentava ancora l'amicizia
di pochi, che aveano sollevata la sua povertà, ed assistite le sue
nascenti speranze. Ma e quelli che aveano sprezzato, e quelli che aveano
protetto il Trace, erano colpevoli dello stesso delitto, il quale era la
cognizione della oscura di lui origine. Assai furono per questa colpa
messi a morte, e Massimino, colla strage di molti suoi benefattori,
pubblicò a caratteri di sangue l'indelebile istoria della sua viltà, e
della sua ingratitudine[528].
L'animo cupo e sanguinario del tiranno era aperto ad ogni sospetto
contro i sudditi più illustri per nascita o per merito. Ogni volta
ch'egli temea di qualche tradimento, l'implacabil sua crudeltà non avea
alcun ritegno. Fu o scoperta o inventata una congiura contro la vita di
lui; e Magno, Senator consolare, venne accusato di esserne il capo.
Senza testimonj, senza processo, e senza aver luogo a difesa, Magno con
4000 dei suoi supposti complici fu messo a morte; e l'Italia, anzi tutto
l'Impero, trovossi infestato da un numero incredibile di spie e di
delatori. Per una leggerissima accusa, i primi tra i nobili romani, che
aveano governate le province, comandati gli eserciti, e portate eziandio
le insegne del consolato e del trionfo, erano incatenati su i pubblici
carri, e sollecitamente trasferiti alla presenza dell'Imperatore. La
confiscazione, l'esilio, o la semplice morte si consideravano come
insoliti esempj della sua clemenza. Alcuni di quegli sventurati venivano
per un ordine cuciti dentro lo pelli di bestie recentemente uccise,
altri esposti alle fiere, ed altri condannati ad essere battuti con le
verghe fino alla morte. Nei tre anni del suo regno, non si degnò di
visitare nè Roma, nè l'Italia. Il suo campo, trasportato per alcune
circostanze dalle rive del Reno a quelle del Danubio, era la sede del
suo barbaro dispotismo, che calpestava ogni principio di legge e di
giustizia, ed avea per sostegno l'arbitrario poter della spada. Egli non
soffriva appresso di se alcun uomo di nobile nascita, di belle doti, o
perito negli affari civili; e la Corte di un Imperatore romano
risvegliava l'idea di quegli antichi capi di schiavi e di gladiatori, la
cui selvaggia potenza avea lasciata una profonda impressione di terrore
e di detestazione[529].
Finchè la crudeltà di Massimino fu ristretta agli illustri Senatori, o
ai temerarj avventurieri, che nella Corte e nell'esercito si esponevano
al capriccio della fortuna, il popolo in generale contemplò con
indifferenza, e forse con piacere, i loro supplizj. Ma l'avarizia del
tiranno, stimolata dall'insaziabile avidità dei soldati, invase
finalmente i beni del Pubblico. Ogni città dell'Impero possedeva una
rendita indipendente, destinata a provvedere il grano per la
moltitudine, ed a supplire alle spese dei giuochi e dei divertimenti.
Con un atto solo di autorità l'intera massa di queste ricchezze fu in
una sola volta confiscata per uso del tesoro imperiale. I tempj furono
spogliati delle più ricche offerte d'oro e di argento, e le statue degli
Dei, degli Eroi, e degl'Imperatori furono liquefatte e convertite in
moneta. Ordini così empj non si poterono eseguire senza tumulti e
stragi, poichè in molti luoghi i popoli vollero piuttosto morire
difendendo i loro altari, che vedere in mezzo alla pace le loro città
esposte alla rapina, ed alla crudeltà della guerra. I soldati stessi, ai
quali veniva distribuito quel sacrilego bottino, lo ricevevano con
rossore; e benchè induriti negli atti della violenza, temevano i giusti
rimproveri dei loro amici e parenti. Tutto il Mondo romano alzò un
clamore generale d'indignazione, gridando vendetta contro il nemico
comune del genere umano. Finalmente un atto di privata oppressione
eccitò una provincia pacifica, e disarmata a ribellarsi contro di
lui[530].
Il Procuratore dell'Affrica era un ministro degno di un tal Sovrano, che
considerava le tasse e le confiscazioni dei ricchi come uno dei più
fertili rami delle entrate imperiali. Era stata pronunziata un'iniqua
sentenza contro alcuni ricchissimi giovani affricani, l'esecuzione della
quale dovea privarli della maggior parte del loro patrimonio. In
quell'estremità si risolvettero disperatamente di compire o di prevenire
la loro rovina. Il respiro di tre giorni, ottenuto con difficoltà dal
rapace Tesoriere, fu impiegato a raccogliere dalle loro terre un gran
numero di schiavi, e di contadini ciecamente addetti ai comandi dei loro
padroni, e rusticamente armati di bastoni e di scuri. I capi della
congiura, ammessi all'udienza del Procuratore lo trucidarono con i
pugnali, che aveano nascosti; ed assistiti dal loro tumultuoso seguito
s'impadronirono della piccola città di Tisdro[531], inalberandovi
l'insegna della ribellione contro il Sovrano del romano Impero.
Appoggiavano le loro speranze sull'odio generale contro Massimino, e
prudentemente si risolvettero di opporre a quel detestato tiranno un
Imperatore, che colle sue dolci virtù avea già acquistato l'amore e la
stima dei Romani, e la cui autorità su quella provincia potea dar peso e
stabilità all'impresa. Gordiano, loro Proconsole, ed oggetto della loro
scelta, ricusò con una sincera ripugnanza quel pericoloso onore, e
piangendo li supplicò di lasciargli terminare in pace una vita lunga ed
innocente, senza macchiare col sangue civile la sua debole età. Le loro
minacce lo costrinsero ad accettare la porpora imperiale, per lui ormai
unico refugio contro la gelosa crudeltà di Massimino; giacchè, secondo
la massima dei tiranni, chiunque è stato riputato degno del trono,
merita la morte, e colui che delibera, si è già ribellato[532].
La famiglia di Gordiano era una delle più illustri del Senato romano:
per parte di padre discendeva dai Gracchi, per quella poi della madre
dall'Imperatore Traiano. Un gran patrimonio gli dava campo di sostenere
la dignità della sua nascita, ed ei lo godeva mostrando un gusto
elegante, ed una benefica indole. Il palazzo in Roma, anticamente
abitato dal gran Pompeo, era stato per varie generazioni posseduto dalla
famiglia dei Gordiani[533]. Era esso adornato d'antichi trofei di
vittorie navali, e decorato di pitture moderne. La di lui villa, sul
cammin di Preneste, era celebre per i bagni di singolare bellezza ed
estensione, per tre magnifiche sale di 100 piedi di lunghezza; e per un
superbo portico sostenuto da 200 colonne delle quattro più rare e più
stimate specie di marmo[534]. I pubblici spettacoli fatti a sue spese, e
nei quali il popolo fu divertito da molte centinaia di fiere e di
gladiatori[535], sembrano superiori alla condizione di un privato, e
mentre la liberalità degli altri Magistrati si ristringeva a poche
solenni feste in Roma, la magnificenza di Gordiano, quand'egli era
Edile, fu rinnovata ogni mese nell'anno, ed estesa, nel suo Consolato,
alle principali città dell'Italia. Fu due volte Console sotto Caracalla
e sotto Alessandro, perchè egli possedeva il raro talento di acquistare
la stima dei Principi virtuosi, senza eccitare la gelosia dei tiranni.
Egli passò innocentemente la lunga sua vita negli studj delle lettere, e
nelle parifiche dignità di Roma; e sembra che prudentemente evitasse il
commando delle armate, ed il governo dello province, finchè la voce del
Senato, e l'approvazione di Alessandro lo fecero Proconsole
dell'Affrica[536]. Questa provincia, mentre visse quell'Imperatore, fu
felice sotto l'amministrazione del suo degno Rappresentante. Dopo che il
barbaro Massimino ebbe usurpato il trono, Gordiano alleggerì quelle
calamità che non poteva impedire. Quando accettò contro sua voglia la
porpora, avea più di 80 anni, ultimo e pregevole avanzo del felice
secolo degli Antonini, le cui virtù ravvivò nella sua condotta, e
celebrò in elegante poema di 30 libri. Il figlio che aveva accompagnato
quel rispettabile Proconsole dell'Affrica, come suo Luogotenente, fu
insieme col padre dichiarato Imperatore. I costumi di lui erano meno
puri, ma avea un carattere amabile al pari di quello del padre. Ventidue
concubine riconosciute, ed una libreria di sessantaduemila volumi
attestavano la varietà delle sue inclinazioni. E dalle produzioni, che
lasciò dopo di se, apparisce che le donne, ed i libri erano veramente
per uso, e non per ostentazione[537]. Il popolo romano ritrovava nelle
fattezze del giovane Gordiano una rassomiglianza con l'Affricano
Scipione; rammentavasi con piacere che la di lui madre era nipote di
Antonino Pio, ed appoggiava le pubbliche speranze su quelle nascoste
virtù, che fin allora, come si lusingava, erano rimaste occulte nel
lusso indolente di una vita privata.
Appena i Gordiani ebbero calmato il primo tumulto di una popolare
elezione, trasferirono la loro Corte, a Cartagine; vi furono ricevuti
colle acclamazioni degli Affricani, che rispettavano le loro virtù, e
che da Adriano in poi non aveano mai veduto la maestà, di un Imperatore
romano. Ma queste acclamazioni non avvaloravano, nè confermavano il
titolo dei Gordiani. Essi per massima e per interesse vollero
sollecitare l'approvazione del Senato, e fu immediatamente spedita a
Roma una deputazione dei più nobili provinciali per riferire e
giustificare la condotta dei loro concittadini, i quali avendo
lungamente sofferto con pazienza, si erano finalmente risoluti ad operar
con vigore. Le lettere dei nuovi Principi erano modeste e rispettose. Si
scusavano sulla necessità, che gli aveva obbligati ad accettare il
titolo imperiale, ma sottoponevano la loro elezione ed il loro destino
al supremo giudizio del Senato[538].
Le inclinazioni del Senato non furono incerte, nè divise. I Gordiani,
per la nascita e per le nobili alleanze, erano intimamente congiunti
colle famiglie più illustri di Roma. Le ricchezze avean creato loro
molti dipendenti in quel corpo, od il merito molti amici. La loro dolce
amministrazione presentò il lusinghiero aspetto del ristabilimento non
solo del governo civile, ma del repubblicano ancora. Il timore della
violenza militare, che avea prima costretto il Senato a dimenticar la
morte di Alessandro, ed a ratificare l'elezione di un barbaro
pastore[539], produsse allora un effetto contrario, e l'animò a
sostenere i violati diritti della libertà e dell'umanità. L'odio di
Massimino verso il Senato era manifesto ed implacabile: le più umili
sommissioni non ne aveano mitigato il furore, e la più cauta innocenza
non potea dileguare i sospetti; in somma, la cura della propria salvezza
obbligò i Senatori a prendere parte in un'impresa, nella quale, se non
riusciva felice, erano sicuri di dover essere le prime vittime. Queste
considerazioni, ed altre forse d'una più privata natura, furono
esaminate in una previa conferenza dei Consoli e dei Magistrati. Appena
fu la loro risoluzione decisa, convocarono tutti i Senatori nel Tempio
di Castore, con un'antica formula di secretezza[540], istituita a
risvegliare la loro attenzione, e celare i loro decreti. «Padri
coscritti» disse il Console Sillano «i due Gordiani, ambi di consolar
dignità, uno vostro Proconsole, e l'altro vostro Luogotenente, sono
stati dichiarati Imperatori dal generale consentimento dell'Affrica.
Rendiamo grazie» (seguitò coraggiosamente) «alla gioventù di Tisdro;
rendiamo grazie al fedele popolo di Cartagine, che ci hanno
generosamente liberati da un orrido mostro. -- Perchè mi ascoltate con
tal freddezza o timore? Perchè vi riguardate con tanta inquietezza?
Perchè dubitate? Massimino è un pubblico nemico. Possa la sua inimicizia
presto spirar con lui, e possiam noi lungamente godere della prudenza e
della felicità di Gordiano il padre, e del valore e della costanza di
Gordiano il figliuolo[541].» Il nobile ardore del Console ravvivò il
languido spirito del Senato. Fu con decreto unanime ratificata
l'elezione dei Gordiani: Massimino, il suo figlio, ed i suoi aderenti
vennero dichiarati nemici della patria, e furono promesse generose
ricompense a chiunque avesse il coraggio, o la fortuna di ucciderli.
Nell'assenza dell'Imperatore, un distaccamento delle guardie Pretoriane
restava in Roma per proteggere la Capitalo, o piuttosto per mantenerla
in dovere. Il Prefetto Vitaliano avea segnalata la sua fedeltà per
Massimino colla prontezza nell'eseguire, ed anche prevenire i crudeli
ordini del tiranno. La sua morte sola poteva liberare l'autorità del
Senato, e le vite dei Senatori dal pericolo e dall'incertezza. Prima che
traspirassero le loro risoluzioni, fu data commissione a un Questore ed
a varj Tribuni di uccidere quell'esecrato Prefetto. Eseguirono questi
l'ordine con pari ardire e successo, e tenendo in mano i sanguinosi
pugnali, corsero per le strade, annunziando altamente al popolo ed ai
soldati la nuova della fortunata rivoluzione. L'entusiasmo della libertà
fu secondato dalla promessa di un generoso donativo in terre e danari:
furono abbattute le statue di Massimino: la Capitale dell'Impero
riconobbe con trasporto l'autorità dei due Gordiani, e del Senato[542]:
ed il resto dell'Italia seguitò l'esempio di Roma.
Un nuovo spirito erasi risvegliato in quell'adunanza, la cui lunga
pazienza era stata insultata dallo sfrenato dispotismo, e dalla licenza
militare. Il Senato prese le redini del Governo, e con ferma intrepidità
si preparò a sostenere colle armi la causa della libertà. Tra i Senatori
consolari, per merito e per i loro servizj, favoriti dall'Imperatore
Alessandro, fu cosa facile lo sceglierne venti capaci di comandare un
esercito e di regolare una guerra. Fu a questi affidata la difesa
dell'Italia: fu ciascuno destinato ad agire nel suo rispettivo
dipartimento, autorizzato ad arrolare e disciplinare la gioventù
Italiana, ed istruito a fortificare i porti e le strade maestre contro
l'imminente invasione di Massimino. Diversi deputati, scelti tra i
Senatori o cavalieri più illustri, furono spediti nel tempo stesso ai
Governatori delle diverse province, per vivamente esortarli a correre al
soccorso della patria, e per rammentare alle nazioni i loro antichi
vincoli di amicizia col Senato e col popolo romano. Il rispetto
generale, con il quale furono ricevuti quei Deputati, e lo zelo
dell'Italia e delle province in favore del Senato provano bastantemente
che, i sudditi di Massimino erano ridotti a quell'estreme angustie,
nelle quali il popolo tutto ha più da temere dall'oppressione, che dalla
resistenza. L'evidenza di questa trista verità inspira un grado di
furore costante, che raramente si trova in quelle guerre civili, le
quali si sostengono artificiosamente in servigio di pochi capi sediziosi
ed intraprendenti[543].
Ma nel tempo che con ardore sì grande era la causa dei Gordiani
abbracciata, più non vivevano i Gordiani. La debole Corte di Cartagine
fu spaventata dal celere arrivo di Capeliano, Governatore della
Mauritania, che con una piccola truppa di veterani, ed una armata di
Barbari feroci assalì quella fedele ma imbelle provincia. Il giovane
Gordiano usci per incontrare il nemico alla testa di poche guardie e di
una indisciplinata moltitudine, allevata nel pacifico lusso di
Cartagine. Il suo inutil valore servì soltanto a procurargli una morte
onorevole sul campo di battaglia. Il vecchio suo padre, dopo avere
regnato soli trentasei giorni, si tolse la vita alla prima nuova della
disfatta. Cartagine, priva di difesa, aprì le porte al vincitore, e
l'Affrica fu esposta alla rapace crudeltà di uno schiavo, obbligato a
soddisfare il suo implacabile padrone con una immensa quantità di sangue
e di tesori[544].
Il fato dei Gordiani riempì Roma di un giusto ma inaspettato terrore. Il
Senato, convocato nel Tempio della Concordia, affettava di trattare gli
affari ordinarj di quel giorno, e parea che tremante ed inquieto
evitasse di considerare il proprio ed il pubblico pericolo. Una tacita
costernazione avea sorpreso ognuno, finchè un Senatore, del nome e della
famiglia di Traiano, riscosse i compagni dal lor funesto letargo.
Rappresentò egli che la scelta di caute dilatorie misure non era da gran
tempo più in lor potere; che Massimino, implacabile per natura, ed
inasprito dalle offese, si avanzava verso l'Italia conducendo le forze
dell'Impero; e che ad essi rimaneva la sola alternativa o d'incontrarlo
coraggiosamente in campo, o di aspettar vilmente i tormenti e la morte
ignominiosa, riservata ai ribelli infelici. «Abbiamo perduto» prosegui
egli «due eccellenti Principi; ma se noi non abbandoniamo noi stessi, le
speranze della Repubblica non sono perite con i Gordiani. Vi restano
molti Senatori degni del trono per le loro virtù, e capaci di sostenere
co' propri talenti la dignità imperiale. Eleggiamo due Imperatori, uno
dei quali possa dirigere la guerra contro il pubblico nemico, mentre il
suo collega rimarrà in Roma a regolare il governo civile. Io di buona
voglia mi espongo al pericolo ed all'odiosità della scelta, e dò il mio
voto in favore di Massimo e di Balbino. Ratificatelo, Padri coscritti, o
proponete in loro vece altri più meritevoli dell'Impero.» Il timore
generale fe' tacere le voci della gelosia; il merito dei candidati fu
generalmente riconosciuto; ed il Tempio risuonò con sincere acclamazioni
di «lunga vita e vittoria agl'Imperatori Massimo e Balbino. Voi siete
felici per sentenza del Senato; e possa la Repubblica essere felice
sotto il vostro governo[545]».
Le virtù e la riputazione dei nuovi Imperatori giustificavano le più
ardenti speranze dei Romani. Dalla varia natura dei loro talenti parea
fatto ciascuno pel suo particolare dipartimento di pace o di guerra,
senza dar luogo ad una gelosa emulazione. Balbino era un oratore
stimato, un poeta illustre, ed un saggio magistrato, che aveva
esercitata con integrità e con applauso la civile giurisdizione in quasi
tutte le interne province dell'Impero. La sua nascita era nobile[546],
ricco il suo patrimonio, liberali ed affabili le sue maniere. L'amor del
piacere veniva in lui corretto da un sentimento di dignità; e gli agi
non l'avean privato della capacità necessaria per gli affari. L'animo di
Massimo era alquanto più rozzo. Dal più basso stato si era, con il
valore ed il senno, innalzato alle prime cariche dello Stato e
dell'esercito. Le sue vittorie contro i Sarmati ed i Germani,
l'austerità della sua vita, e la rigida imparzialità della sua
giustizia, quando fu Prefetto della città, gli acquistarono la stima di
un popolo, il cui affetto era impegnato in favore delle più amabili
qualità di Balbino. I due colleghi erano ambidue stati Consoli (ma
Balbino due volte); ambidue erano stati nominati tra i venti
Luogotenenti del Senato, ed avendo uno sessanta, l'altro settantaquattro
anni[547], erano giunti ambidue alla piena maturità degli anni e
dell'esperienza.
Dopo che il Senato ebbe conferito a Massimo ed a Balbino una egual
porzione della potestà consolare e tribunizia, il titolo di Padri della
patria, ed il congiunto uffizio di supremo Pontefice, salirono essi al
Campidoglio per rendere grazie agli Dei protettori di Roma[548]. I riti
solenni del sacrifizio furono disturbati da una sedizione del popolo. La
sfrenata moltitudine non amava il rigido Massimo, e poco temeva il mite
ed umano Balbino. Crescendo in numero, essa circondò il Tempio di Giove,
sostenne con ostinati clamori il suo naturale diritto di consentire
all'elezione del proprio Sovrano, e richiese con una moderazione
apparente, che ai due Imperatori scelti dal Senato si aggiungesse un
terzo della famiglia dei Gordiani, come giusta ricompensa di gratitudine
per quei Principi, che aveano sacrificate le loro vite per la
Repubblica. Massimo e Balbino, alla testa dei Pretoriani e dei giovani
cavalieri, tentarono di farsi strada a traverso la sediziosa
moltitudine. Ma questa, armata di bastoni e di pietre, li rispinse nel
Campidoglio. È prudenza il cedere, quando la contesa (qualunque essere
ne possa l'esito) dee tornar fatale ad ambe le parti. Un ragazzo di soli
tredici anni, pronipote del vecchio Gordiano e nipote del giovane, fu
presentato al popolo, vestito degli ornamenti e del titolo di Cesare.
Questa facile condiscendenza acchetò il tumulto; e i due Imperatori,
pacificamente riconosciuti in Roma, si apparecchiarono a difendere
l'Italia contro il comune inimico.
Mentre in Roma e nell'Affrica le rivoluzioni si succedevano con sì
maravigliosa rapidità, l'animo di Massimino era agitato dalle più
furiose passioni. Dicono che ricevè la nuova della ribellione dei
Gordiani e del decreto del Senato contro di lui, non collo sdegno
proprio di un uomo, ma con la rabbia di una bestia feroce; e non potendo
sfogarla contro il Senato lontano, minacciò la vita del proprio figlio,
degli amici, e di chiunque osava accostarsegli. La grata notizia della
morte dei Gordiani fu presto seguitata dalla certezza che il Senato,
disperando affatto del perdono o di accomodamento, avea creati in lor
vece due Imperatori, il cui merito non gli era ignoto. La vendetta era
l'unica consolazione rimasta a Massimino, e la vendetta potea solo
ottenersi con le armi. Alessandro avea raccolta da tutte le parti
dell'Impero la forza delle legioni. Tre campagne felici contro i Sarmati
ed i Germani, aveano aumentata la loro riputazione, invigorita la
disciplina, ed accresciuto ancora il lor numero, che si era compito col
fiore della barbara gioventù. Massimino avea passata la vita alla
guerra, e la severa sincerità della storia non può negargli il valor di
un soldato, ed anche l'abilità di un esperto Generale[549]. È naturale
il credere che un Principe di questo carattere, in cambio di lasciar
coll'indugio prender vigore alla ribellione, marciasse immediatamente
dalle rive del Danubio a quelle del Tevere, e che le sue vittoriose
truppe, animate dal disprezzo verso il Senato, e desiderose di
saccheggiar l'Italia, ardessero d'impazienza di terminare questa facile
e ricca conquista. Ma per quanto ci possiamo fidare all'oscura
cronologia di quel secolo[550], pare che le operazioni di qualche guerra
straniera facessero differire la spedizione in Italia sino alla
primavera seguente. Dalla prudente condotta di Massimino possiamo
comprendere che i rozzi tratti del suo carattere sono stati esagerati
dal pennello del partito; che le sue passioni, benchè impetuose, erano
frenate dalla ragione; e che quel barbaro avea qualche parte del
generoso spirito di Silla, il quale soggiogò i nemici di Roma, prima di
pensare a vendicarsi delle sue private offese[551].
Quando le truppe di Massimino, avanzando in buon ordine, furono giunte
ai piedi delle Alpi Giulie, rimasero atterrite dal silenzio e dalla
desolazione che regnavano nelle frontiere dell'Italia. Al loro arrivo i
villaggi e le aperte città erano state abbandonate dagli abitanti, gli
armenti condotti via, le provvisioni trasportate o distrutte, rotti i
ponti, nulla fu insomma lasciato, che dar potesse asilo o sussistenza ad
un invasore. Questi erano stati gli ordini prudenti dei Generali del
Senato, il cui disegno era di mandare in lungo la guerra per rovinare
l'esercito di Massimino con i lenti progressi della fame, e consumar la
di lui forza negli assedj delle città principali dell'Italia, ch'essi
aveano pienamente munite d'uomini e di provvisioni, disertandone le
campagne. Aquileia ricevè ed arrestò il primo impeto dell'invasione. I
fiumi, che sgorgano dalla cima del golfo Adriatico, gonfj dalle
disciolte nevi del verno[552] opposero un ostacolo inaspettato alle armi
di Massimino. Finalmente sopra un ponte di larghe botti, singolarmente
costruito con arte e difficoltà, trasportò la sua armata all'altra riva,
svelse tutte le belle vigne delle vicinanze di Aquileia, demolì i
sobborghi, e si servì di quei materiali per le macchine e per le torri,
con le quali assalì la città da ogni parte. Le mura, quasi rovinate
nella sicurezza di una lunga pace, erano state in fretta ristaurate in
quel subito frangente; ma la più salda difesa di Aquileia stava nella
costanza de' suoi cittadini, i quali tutti erano animati, anzichè
atterriti, dall'estremo pericolo e dalla cognizione dell'inesorabile
indole del tiranno. Il loro coraggio era sostenuto e regolato da
Crispino e da Menofilo, due dei venti Luogotenenti del Senato, i quali
con un piccolo corpo di truppe regolari si erano gettati nella piazza
assediata. L'esercito di Massimino fu rispinto in diversi attacchi, le
sue macchine distrutte dai fuochi di artifizio, ed il generoso
entusiasmo degli abitanti si cambiò in confidenza di buon successo per
l'opinione che Beleno, loro nume tutelare, combattesse personalmente in
difesa de' suoi miseri adoratori angustiati[553].
L'Imperatore Massimo, che si era avanzato fino a Ravenna per fortificare
quella piazza importante, ed affrettare i preparativi militari, vide
l'esito della guerra nel fedelissimo specchio della ragione e della
politica. Sapea troppo bene, che una sola città non poteva resistere ai
continui sforzi di una numerosa armata, e temea che il nemico, stanco
per l'ostinata resistenza di Aquileia, lasciando ad un tratto
quell'inutile assedio, non marciasse direttamente verso Roma. Conveniva
allora commmettere al caso di una battaglia il destino dell'Impero e la
causa della libertà: e quali armi poteva egli mai opporre alle veterane
legioni del Danubio e del Reno? Poche truppe recentemente levate tra la
nobile, ma snervata gioventù dell'Italia, ed un corpo di Germani
ausiliarj, sulla fermezza dei quali era pericoloso fidarsi nell'ora del
conflitto. In mezzo a questi giusti terrori, il colpo di una congiura
domestica punì i delitti di Massimino, e liberò Roma ed il Senato dalle
calamità, che avrebbero sicuramente accompagnata la vittoria di un
Barbaro furibondo.
Il popolo di Aquileia aveva appena provate alcune delle ordinarie
calamità di un assedio; i magazzini erano abbondantemente provvisti, e
diverse fontane dentro le mura l'assicuravano d'una inesauribile
sorgente di acqua. I soldati di Massimino erano al contrario esposti
all'inclemenza della stagione, alle malattie epidemiche, ed agli orrori
della fame. Il paese aperto era rovinato; i fiumi pieni di cadaveri e
tinti di sangue. Cominciò a diffondersi tra le truppe lo spirito di
disperazione e di malevolenza; siccome era loro impedita ogni
corrispondenza al di fuori, facilmente credettero che tutto l'Impero
avesse abbracciata la causa del Senato, e ch'esse fossero abbandonate,
come vittime destinate a perire sotto le inespugnabili mura di Aquileia.
Il fiero carattere del tiranno era inasprito da quegli sconcerti,
ch'egli attribuiva alla codardia dell'esercito; e la sua sfrenata ed
intempestiva crudeltà, invece d'inspirare terrore, destava odio ed un
giusto desiderio di vendetta. Un distaccamento di Pretoriani, i quali
tremavano per le loro mogli e figliuoli nel campo di Alba vicino a Roma,
eseguì la sentenza del Senato. Massimino, abbandonato dalle proprie
guardie, fu trucidato nella sua tenda col figlio (ch'egli aveva
associato agli onori della porpora), col prefetto Anulino, e con i
principali ministri della sua tirannide[554]. La vista delle loro teste,
portate sopra le lance, persuase i cittadini di Aquileia, che l'assedio
era finito: aperte quindi le porte della città, furono largamente
dispensate le provvisioni alle affamate truppe di Massimino, e tutto
l'esercito si unì con solenni proteste di fedeltà al Senato ed al Popolo
romano, ed a' suoi legittimi Imperatori, Massimo e Balbino. Questo fu il
giusto fato di un selvaggio brutale, privo, come è stato generalmente
dipinto, di ogni sentimento, che distingue da un Barbaro un uomo
incivilito, e perfino un uomo da un bruto. Il suo corpo era conforme
all'animo. La statura di Massimino passava la misura di otto piedi, e si
raccontano esempj quasi incredibili della sua impareggiabile forza e
voracità[555]. Se fosse vissuto in un secolo meno illuminato, la
tradizione e la poesia l'avrebbero potuto rappresentare come uno di quei
mostruosi giganti, che fecero sempre uso della forza loro soprannaturale
per distruggere il genere umano.
È più facile concepire che descrivere la gioia universale del romano
Impero alla caduta del tiranno, le nuove della quale si dice essere
state portate in quattro giorni da Aquileia a Roma. Il ritorno di
Massimo fu una processione trionfale. Il suo collega ed il giovane
Gordiano uscirono ad incontrarlo, ed i tre Principi fecero il loro
ingresso nella Capitale, accompagnati dagli Ambasciatori di quasi tutte
le città dell'Italia, onorati con isplendide offerte di gratitudine e di
superstizione, e ricevuti con sincere acclamazioni dal Senato e dal
Popolo, che ad un secolo di ferro si persuadevano di vedere succedere un
secolo d'oro[556]. La condotta dei due Imperatori corrispose a queste
aspettative. Rendevan essi la giustizia in persona; ed il rigore
dell'uno veniva temperato dalla clemenza dell'altro. Le tasse eccessive,
con le quali avea Massimino aggravato i diritti delle eredità e delle
successioni, furono abolite o almen moderate. Si ristabilì la
disciplina, e col consiglio del Senato furono promulgate molte leggi da'
suoi imperiali Ministri, i quali procuravano di ristabilire la civile
costituzione sulle rovine della tirannide militare. «Qual ricompensa
possiamo aspettarci per avere liberata Roma da un mostro?» dimandò
Massimo in un momento di libertà e di confidenza. Balbino immediatamente
rispose: «L'amor del Senato, del Popolo, e di tutto il genere umano». --
«Ahimè» riprese il suo più penetrante Collega «ahimè! io pavento l'odio
dei soldati, ed i funesti effetti del loro risentimento»[557]. L'evento
giustificò pur troppo i suoi timori.
Nel tempo che Massimo si preparava a difendere l'Italia contro il comune
nemico, Balbino, rimasto in Roma, si era trovato impegnato in qualche
scena di sangue e d'intestina discordia. La diffidenza e la gelosia
regnavano nel Senato; e nei templi stessi dove si adunava, ciaschedun
Senatore portava armi palesi o nascoste. In mezzo alle loro
deliberazioni, due veterani delle guardie, mossi dalla curiosità o da
qualche reo disegno, entrarono audacemente nel tempio, e si avanzarono
verso l'altare della Vittoria. Gallicano, Senator consolare, e Mecenate,
Senator pretoriano, videro con isdegno la loro insolente intrusione,
onde snudati i loro pugnali uccisero quegli spioni (che tali li
riputavano) a piedi dell'altare; ed avanzandosi poi alla porta del
Senato esortarono imprudentemente la moltitudine a trucidare i
Pretoriani, come secreti aderenti del tiranno. Quelli, che sfuggirono al
primo furor del tumulto, si ricovrarono nel campo, e lo difesero con un
vantaggio superiore contro i reiterati assalti del popolo, assistito
dalle numerose turme dei gladiatori appartenenti ai ricchi nobili. La
guerra civile durò molti giorni, con perdita o confusione infinita
d'ambe le parti. Ma rotti i canali, che portavano l'acqua al campo, i
Pretoriani furono ridotti ad intollerabili angustie; dal canto loro per
altro avventurarono disperatamente varie sortite nella città,
incendiarono un gran numero di case, e fecero per le strade correre il
sangue degli abitanti. L'Imperatore Balbino tentò con vani editti e
tregue precarie di reconciliare le fazioni in Roma. Ma la loro
animosità, benchè mitigata per un poco, arse poi con raddoppiata
violenza. I soldati, detestando il Senato ed il popolo, disprezzavano la
debolezza di un Principe, che non avea nè coraggio, nè forza da farsi
ubbidir dai suoi sudditi[558].
Dopo la morte del tiranno il suo formidabile esercito avea più per
necessità che per elezione riconosciuta l'autorità di Massimo, che si
trasportò senza indugio al campo di Aquileia. Appena ebbe egli ricevuto
il giuramento di fedeltà, parlò con termini pieni di dolcezza e
moderazione; deplorò, anzichè rimproverare, i fieri presenti disordini;
ed assicurò i soldati che il Senato obbliava tutta la loro passata
condotta, non ricordandosi di altro che della loro generosa diserzione
dal tiranno, e del loro volontario ritorno al proprio dovere. Massimo
avvalorò queste esortazioni con un generoso donativo, e purificò il
campo con solenne sacrifizio espiatorio, rimandando poi nelle loro
diverse province lo legioni, penetrate, com'ei sperava, da un vivo
sentimento di gratitudine u di ubbidienza[559]. Ma niente potè
rappacificare gli animi orgogliosi dei Pretoriani. Essi accompagnarono
gl'Imperatori in quel giorno memorabile del loro pubblico ingresso in
Roma; ma in mezzo alle universali acclamazioni, il truce e cupo contegno
dei medesimi Pretoriani mostrava bastantemente che si consideravano
piuttosto come gli oggetti, che come i compagni del trionfo. Quando
l'intero corpo di quelli che avean seguitato Massimino, e di quelli
ch'erano rimasti in Roma, fu riunito nel loro campo, si comunicarono
insensibilmente i loro lamenti e timori. Gl'Imperatori, scelti
dall'armata, erano ignominiosamente periti; e quegli eletti dal Senato
sedevano in trono[560]. La lunga discordia tra la potenza civile e la
militare era stata decisa con una guerra, nella quale la prima aveva
ottenuta una piena vittoria. I soldati dovean dunque adottare nuove
massime di ubbidienza al Senato; e qualunque clemenza affettasse quella
politica assemblea, essi temevano una lenta vendetta, colorita col nome
di disciplina, e giustificata col bel pretesto del pubblico bene. Ma
stava sempre nelle lor mani la sorte loro, e se avevano il coraggio di
sprezzare i vani terrori di una impotente Repubblica, potean facilmente
convincere il Mondo, che i padroni delle armi eran padroni del Governo
ancora e dello Stato.
Quando il Senato elesse due Principi, è probabile che, oltre l'esposta
ragione di provvedere alle diverse emergenze della pace e della guerra,
avesse pure il secreto desiderio d'indebolire con la divisione il
dispotismo della suprema Magistratura. Fu efficace la loro politica, ma
divenne fatale agli Imperatori e a loro medesimi. La gelosia
dell'autorità fu presto inasprita dalla diversità dei caratteri. Massimo
disprezzava Balbino come un nobile dissoluto, ed era a vicenda sprezzato
dal suo collega come un oscuro soldato. Benchè non si vedesse la loro
tacita discordia, pure ognun l'intendea[561]; ma la consapevolezza de'
loro scambievoli sentimenti li distolse dall'unirsi per prendere
vigorose providenze di difesa contro i Pretoriani, loro comuni nemici.
Tutta la città era occupata nei giuochi Capitolini, e gl'Imperatori
erano rimasti soli nel loro palazzo. Furono ad un tratto atterriti
all'arrivo di una truppa di disperati assassini. Ignari dei disegni e
delle situazioni scambievoli (giacchè sempre occupavano appartamenti
lontani), temendo di dare o di ricevere aiuto, perdettero quei momenti
importanti in vane dispute ed in rimproveri inutili. L'arrivo delle
guardie terminò la vana contesa. Esse presero gl'-Imperatori del Senato-
(che così li chiamavano con maligno disprezzo), li spogliarono dei loro
ornamenti, e li strascinarono insolentemente in trionfo per le contrade
di Roma, risoluti di far soffrire a questi Principi sventurati una morte
lenta e crudele. Il timore che i fedeli Germani della guardia imperiale
non corressero a liberarli, ne abbreviò i tormenti; ed i loro corpi,
lacerati da mille ferite, furono abbandonati agl'insulti o alla
compassione della plebe[562].
Nello spazio di pochi mesi, sei Principi erano stati assassinati.
Gordiano, che avea già ricevuto il titolo di Cesare, fu il solo che i
soldati credessero degno di occupare il trono vacante[563]. Lo
condussero al campo ed unanimemente lo salutarono Imperatore ed Augusto.
Il suo nome era caro al Senato ed al Popolo; la sua tenera età
prometteva una lunga impunità alla militare licenza; e la sommissione di
Roma e delle province alla scelta fatta dai Pretoriani, salvò la
Repubblica (con danno per altro della sua libertà e della sua autorità)
dagli orrori di una nuova guerra civile nel cuore della Capitale[564].
Siccome il terzo Gordiano morì in età di diciannove anni, la storia
della sua vita, quand'anche ci fosse stata descritta con maggiore
esattezza, conterrebbe poco più che il ragguaglio della sua educazione e
della condotta dei ministri, che a vicenda regolarono la semplice ed
inesperta di lui gioventù, o che ne abusarono. Subito dopo il suo
avvenimento, cadde nelle mani degli eunuchi di sua madre, perniciosa
peste orientale, che dal regno di Elagabalo in poi aveva sempre
infestata la Corte romana. Questi scellerati, con artificiosa congiura,
avean tirato un impenetrabile velo tra l'innocente Principe e gli
oppressi suoi sudditi. Fu tradita la virtuosa disposizione di Gordiano,
e senza di lui saputa, benchè pubblicamente, si venderono le cariche
dell'Impero ai più indegni tra gli uomini. Non ci è noto per qual
fortunato accidente l'Imperatore si liberasse da quella vergognosa
schiavitù, e desse poi la sua confidenza ad un Ministro i cui prudenti
consigli non avevano altro oggetto che la gloria del Sovrano e la
felicità del popolo. È probabile che l'amore ed il sapere procurassero a
Misiteo il favor di Gordiano.
Il giovanetto Principe sposò la figlia del suo maestro di rettorica, e
promosse il suocero alle prime cariche dell'Impero. Esistono ancora due
ammirabili lettere che tra loro si scrissero. Il Ministro con quel
nobile coraggio che viene inspirato dalla coscienza della propria virtù,
si congratula con Gordiano, perchè si è liberato dalla tirannia degli
eunuchi[565], ed ancor più perchè sente e conosce la propria sua
libertà. L'Imperatore confessa, con un'amabile confusione, gli errori
della sua passata condotta; e con eloquenti espressioni deplora la
sventura di un Monarca, a cui vien sempre nascosta la verità dalla venal
turba dei cortigiani[566].
Misiteo avea passata la vita nella profession delle lettere, e non delle
armi; ma sì pieghevole era l'ingegno di quel grand'uomo, che quando fu
creato Prefetto del Pretorio, soddisfece ai suoi doveri militari con
pari vigore ed abilità. Aveano i Persiani invasa la Mesopotamia, e
minacciavano Antiochia. Alle persuasive del suocero, il giovane
Imperatore lasciò le delizie di Roma, aprì (per l'ultima volta di cui
faccia menzione la storia) il Tempio di Giano, e marciò in persona verso
l'Oriente. Al suo arrivo con numeroso esercito, levarono i Persiani le
loro guarnigioni dalle città che aveano già prese, e si ritirarono
dall'Eufrate fino al Tigri. Ebbe Gordiano il piacere di annunziare al
Senato il primo successo delle sue armi, che egli con dovuta modestia e
gratitudine attribuiva alla prudenza del suo padre e Prefetto. Vegliò
Misiteo, durante quell'impresa, alla salvezza e disciplina dei soldati,
e prevenne le loro pericolose lagnanze, conservando una continua
abbondanza nel campo, e mantenendo in ogni città della frontiera ampj
magazzini provveduti di aceto, di carni salate, di paglia, di orzo e di
grano[567]. Ma la prosperità di Gordiano spirò con Misiteo, che morì di
una dissenteria non senza grave sospetto di veleno. Filippo, suo
successore nella Prefettura, era Arabo di nascita, ed era stato per
conseguenza ne' suoi primi anni ladro di professione. Il suo
innalzamento da uno stato sì oscuro alle prime cariche dell'Impero prova
quanto quegli fosse ardito ed abile condottiero. Ma l'ardir suo lo fece
aspirare al trono, e la sua abilità fu impiegata a rovinare, non a
servire il suo indulgente Signore. Irritò gli animi dei soldati
introducendo artificiosamente nel campo la carestia; e l'angustia delle
truppe fu attribuita all'incapacità del giovane Principe. Non è
possibile di rintracciare i successivi passi della secreta Congiura, e
dell'aperta sedizione, che divenne finalmente funesta a Gordiano. Fu
innalzato un monumento sepolcrale alla memoria di lui, sul luogo[568]
ov'egli rimase ucciso, vicino al confluente dell'Eufrate, e del piccolo
fiume Abora[569]. Il fortunato Filippo, innalzato all'Impero dai voti
dei soldati, fu prontamente riconosciuto dal Senato e dalle
province[570].
Non posso trattenermi di trascrivere l'ingegnosa, benchè alquanto
immaginaria descrizione, che un celebre Autore moderno ha fatta del
militar governo dell'Impero romano. «Quella potenza (egli dice) a cui si
dava in quel secolo il nome di Romano Impero, non era che una Repubblica
irregolare, quasi simile alla aristocrazia[571] di Algeri,[572] dove le
milizie hanno la sovranità, creano e depongono un magistrato, che ha il
nome di -Deì-. Si può forse con verità stabilire per massima generale,
che un governo militare, è per alcuni riguardi più repubblicano che
monarchico. Nè si può dire che i soldati abbiano parte al governo
solamente per la loro disubbidienza e per le ribellioni loro. Le parlate
che ad essi faceano gl'Imperatori non eran elle finalmente della stessa
natura che quelle fatte una volta al popolo dai Consoli, e dai Tribuni?
E benchè le armate non avessero nè luogo certo, nè forma regolare per
adunarsi, benchè brevi fossero le loro dispute, improvvisi i lor moti, e
le loro risoluzioni raramente dettate da una placida riflessione, non
disponevano esse con arbitrio assoluto della pubblica sorte? E che altro
era l'Imperatore, se non il ministro di un Governo violento, eletto per
la privata utilità de' soldati?
«Quando l'esercito ebbe eletto Filippo ch'era Prefetto del Pretorio del
terzo Gordiano, questi richiese di esser egli il solo Imperatore, nè lo
potè ottenere. Richiese che fosse il potere ugualmente fra loro diviso;
l'armata non diede orecchio alle sue parole: si contentò di essere
abbassato al grado di Cesare; gli fu ricusato questo favore: pregò di
essere almeno fatto Prefetto del Pretorio; furono rigettate le sue
preghiere. Dimandò finalmente la vita. L'esercito in questi diversi
giudizj esercitava la suprema Magistratura.» Secondo lo Storico, il cui
dubbio racconto è adottato dal Presidente di Montesquieu, Filippo che in
tutto quel negoziato avea tenuto un ostinato silenzio, inclinò a
risparmiare l'innocente vita del suo benefattore; finchè ricordandosi,
che la di lui innocenza poteva risvegliare una pericolosa compassione
nel Mondo romano, comandò, senza riguardo a' di lui supplichevoli gridi,
che fosse preso, spogliato, e condotto immantinente alla morte. Dopo un
momento di pausa fu eseguita l'inumana sentenza[573].
Ritornato dall'Oriente in Roma, Filippo, desideroso di cancellare la
memoria de' suoi delitti, ed acquistarsi l'amore del popolo, celebrò i
giuochi secolari con infinita pompa e magnificenza. Da che gli aveva
Augusto o istituiti o ristabiliti[574], erano stati celebrati da
Claudio, da Domiziano, e da Severo, e furono allora rinovati por la
quinta volta, terminando l'intero periodo di mille anni dalla fondazione
di Roma. Ogni particolarità dei giuochi secolari era mirabilmente
acconcia a destare una venerazione solenne e profonda negli animi
superstiziosi. Il lungo loro intervallo[575] eccedeva il termine della
vita umana; e come niuno degli spettatori gli avea veduti, così niuno si
potea lusingare di rivederli di nuovo. Si celebravano per tre notti i
mistici sacrifizj sulle rive del Tevere; ed il campo Marzio, in fra le
danze risuonava di concenti, illuminato da una quantità innumerabile di
torce e di lampadi. Gli schiavi e gli stranieri non poteano in verun
modo essere a parte di quelle nazionali cerimonie. Un coro di ventisette
nobili giovanetti, e di altrettante nobili vergini, che non avessero
perduto il padre o la madre, imploravano dai Numi propizj il loro favore
per la presente e per la futura generazione, supplicandoli con inni
devoti a conservare (secondo la fede degli antichi oracoli) la virtù, la
felicità, e l'Impero del Popolo romano[576]. La magnificenza degli
spettacoli di Filippo abbagliò gli occhi della moltitudine. I devoti
erano interamente occupati nelle religiose cerimonie, mentre i pochi
pensatori rivolgevano nelle loro ansiose menti la storia passata ed il
futuro destino dell'Impero.
Erano già scorsi mille anni da che Romolo, con una picciola truppa di
pastori e di banditi, venne a stabilirsi sulle colline vicino al
Tevere[577]. Nei quattro primi secoli, i Romani avevano acquistate le
virtù militari e civili nella laboriosa scuola della povertà.
Vigorosamente usando di quelle virtù, ed assistiti dalla fortuna,
ottennero nel corso dei tre susseguenti secoli l'impero assoluto sopra
molte regioni dell'Europa, dell'Asia e dell'Affrica. Gli ultimi trecento
anni erano passati in un'apparente prosperità ed in una decadenza
interna. Questa nazione di soldati, di magistrati, e di legislatori, che
componeva le trentacinque tribù del Popolo romano, si disciolse nella
massa generale degli uomini, e rimase confusa tra tanti milioni di vili
provinciali, che avean ricevuto il nome di Romani, senza adottarne lo
spirito. Un esercito mercenario, levato tra i sudditi e tra i Barbari
delle frontiere, fu l'unica classe d'uomini, che conservasse la sua
indipendenza, e ne abusasse ad un tempo. Con tumultuarie elezioni furono
da loro innalzati al trono di Roma un Siro, un Goto, ed un Arabo, e
rivestiti di un potere dispotico sopra le conquiste e la patria degli
Scipioni.
L'Impero romano si stendeva tuttavia dall'Oceano occidentale fino al
Tigri, e dal monte Atlante fino al Reno e al Danubio. Filippo sembrava
all'occhio poco penetrante del volgo un Monarca non meno potente di
Adriano e di Augusto. La forma era tuttora la stessa, ma la robustezza e
la forza animatrice mancavano. L'industria del popolo era scoraggiata ed
infiacchita da una lunga serie di oppressioni. La disciplina delle
legioni, che sola, dopo l'estinzione di ogni altra virtù, avea sostenuta
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