mai piacere e felicità... non solo l’amor mio è eterno, ma più eterna
sarà la mia gratitudine... io voglio morire per provarti che non posso
amare nessun altro fuori di te... tu potrai lasciarmi, tradirmi,
scacciarmi, io ti sarò fedele da lontano, eternamente...» leggendo
queste lettere delle quali aveva avuto paura perchè prevedeva che il
dolore di non poterne ricevere più mai di simiglianti lo avrebbe
soffocato, egli sentì improvvisamente il suo petto sollevarsi e il riso
fiorirgli sulle labbra, perchè la donna che aveva scritto queste cose,
ella stessa in carne ed ossa, le scriveva in quel punto ad un altro...
Tuttavia questi rimedii, quantunque giovino spesso, spesso anche restano
inefficaci. Se è vero -- e come negarlo? -- che l’amor proprio è
massimamente offeso nel tradimento e nell’abbandono, bisogna, per
guarire radicalmente, che l’amor proprio ottenga la sua rivincita.
Chiodo scaccia chiodo, dice il proverbio; e se a noi parve finito tutto
il nostro merito perchè la persona che prima ci amava ora non ci ama
più, basterà che, perduto quell’amore, noi ne otteniamo un altro perchè
il merito nostro torni a rifulgere.
Eppure neanche questo rimedio è infallibile! Noi abbiamo ottenuto un
altro amore e non ce ne contentiamo, perchè non ne volevamo un altro,
uno qualunque, ma precisamente quello che non potevamo avere: tale il
bambino bizzoso grida e strepita e non si cheta se, offrendogli voi le
cose più belle o le chicche più dolci, gli negate quel balocco o quella
confettura che per l’appunto egli si è fitto in capo di avere!
La guarigione infallibile e radicale non avviene pertanto se non quando
il nostro amor proprio, offeso perchè ci fu sottratto un amore, è
soddisfatto all’idea di poterlo riottenere. C’è anche allora un’ironia,
ed è la più sottile di tutte, perchè noi ridiamo -- di noi stessi...
Eccole a questo proposito un curioso documenta che mi fu mandato una
volta: sopprimo l’esordio e le comunico la parte più degna della sua
attenzione.
«Questo amore era stato tutto ciò che di meglio avevo ottenuto al mondo,
il sogno della mia giovinezza, la felicità della mia vita, e nulla era
valso a compensarne la perdita. Avevo, sì, tentato di affezionarmi ad
altre creature; ma l’imagine di quella donna mi restava sempre dinanzi,
impediva quasi materialmente che io scorgessi le altre, e se pure le
scorgevo, toglieva loro ogni incanto e sembrava quasi ammonire: «No, mai
più troverai dolcezze così grandi come quelle che io ti diedi!»
«E dalle sterili prove uscivo sempre più assetato di lei. Sentivo dire,
a proposito di grandi dolori, di perdite irreparabili, che il tempo è un
sovrano rimedio, che nulla resiste alla sua azione lenta e continua;
quest’azione pacificatrice, questo rimedio infallibile io l’avevo
provato altre volte; ora ogni giorno che passava accresceva la pena mia.
Il lavoro paziente ed assiduo non era anch’esso un diversivo sicuro? Ma
non potevo più lavorare, nessun’idea ormai spuntava più nella mia mente
tutta invasa dai ricordi, oppressa dai rimpianti; e quando pure avessi
potuto ridarmi all’arte mia, l’avrei ora sdegnata. Tutto ciò che avevo
fatto non lo avevo fatto per lei, affinchè ella fosse contenta di me,
affinchè le apparissi meno indegno di quel che mi sentivo? Le sole lodi
ambite ed apprezzate non erano state le sue? Come tutto mi pareva ora
inutile, vuoto ed oscuro! Nulla m’interessava più, nulla riusciva a
strapparmi dal letargo nel quale ero caduto: contavo i giorni, contavo
le ore. Esse scorrevano con lentezza mortale: come affrettarne la
caduta? Pensavo: «Se potessi chiudere gli occhi e riaprirli di qui a due
anni, a tre anni?...» E poi? Perchè? Che cosa aspettavo? Che cosa avrei
ottenuto? Sì, forse tra qualche anno quel cocente ricordo sarebbesi
spento; ma, a quest’idea, al pensiero di perdere la stessa memoria di un
amore che era stato tutto il mio bene, il cuore mi si stringeva talmente
ch’io trovavo nelle torture presenti una specie di felicità e come
l’illusione che tutto non fosse ancor morto... Così, invece d’insistere
nei miei tentativi di stordimento e d’oblio, cominciai ad attizzare il
mio dolore rappresentandomi tutte le gioie conseguite in quel dolce
legame, dando un valore perfino alle cose futili, perfino alle cose
delle quali mi ero stancato. Perchè, infatti, mi ero stancato di certe
sue esigenze che avevo giudicate irragionevoli, di certe sue
superstizioni che avevo giudicate puerili. Ora vedevo in esse
altrettante inestimabili prove d’amore, altrettante fortune impagabili:
per ottenerne ancora una sola che cosa non avrei dato?... Ella aveva
sempre voluto che io le scrivessi ogni giorno, anche un rigo soltanto;
ed io che negli ultimi tempi non l’avevo più obbedita, pensavo adesso,
ahimè troppo tardi, che scriverle continuamente, che aprirle ogni ora
l’animo mio era ciò che avrei dovuto far sempre. Anch’ella mi aveva
scritto tante volte; e rivedere le sue lettere, aspirare soltanto il
profumo del quale erano impregnate, mi turbava fino alle lacrime. Altre
volte io avevo restituite le lettere d’amore quando l’amore era finito;
ma come paragonare questa passione alle antiche? Ed io non mi separavo
da quelle carte, che non osavo rileggere per pietà di me stesso, ma dove
era pure la prova che non avevo sognato la svanita gioia... Com’ero
dunque stato folle nel lasciarmi sfuggire quel bene! Come incolpavo me
stesso della morte d’un amore che invece ella stessa aveva ucciso!...
Allora, ripensando alla premeditata freddezza di quella creatura che
senza darsi la pena neppure di mendicare un pretesto m’aveva scacciato;
ripensando alla crudeltà della quale aveva dato prova nel restar sorda
alle mie preghiere, al mio pianto, alla mia disperazione; per un poco il
mio dolore si mutava in un sordo rancore, in un odio secreto; ma io
riconoscevo ben tosto, nel finale abbattimento di tutto l’essere mio,
che questa sua freddezza, che questa sua crudeltà, che l’inflessibile
rifiuto opposto a tutte le mie insistenze, erano l’origine della mia
disperazione. L’idea di non averla potuta piegare, il sentimento della
mia incapacità a ridestare una passione della quale ero andato superbo,
mi prostravano, mi umiliavano, mi attaccavano a lei sempre più. E come
se tanta miseria non bastasse, la gelosia, una gelosia terribile che non
poteva fermarsi sopra una determinata persona, ma che comprendeva tutti
gli uomini, mordeva il mio cuore. Perchè dunque m’aveva lasciato, colei,
se non per darsi ad un altro? Perchè era stata così dura verso di me se
non per riacquistare la libertà, per correre a nuove avventure? Un altro
aveva preso il mio posto; e quest’altro poteva essere uno dei miei più
intimi amici come il primo sconosciuto che mi passava accanto per via!
La credevo capace di tutto; e la disistima, invece di guarirmi,
accresceva il mio male!
«Avevo pensato di partire, riserbandomi di porre ad effetto questo
proposito quando null’altro mi sarebbe rimasto da tentare, come i medici
riserbano per i casi disperati certi pericolosi rimedii che, se non
affrettano la morte, riescono ad eccitare una crisi salutare nelle fibre
vicine a distruggersi. I viaggi m’avevano sempre procurato la più
gradita delle distrazioni. Dentro un treno che corre con la velocità di
sessanta chilometri all’ora lasciandosi dietro monti, valli, fiumi e
città; sopra un piroscafo che fende maestosamente il mare mobile e
largo, avevo sempre respirato a pieni polmoni, m’ero sempre liberato da
ogni oppressione. Ora non mi decidevo ad andar via. Quantunque la
ragione mi dimostrasse fino all’evidenza che non c’era più nulla da
fare, io aspettavo non sapevo bene che cosa. L’orgoglio mio era stato
crudelmente ferito, nondimeno l’idea di tornar da lei a pregarla, ad
umiliarmi, mi tentava certe volte ancora. Io mi ribellavo contro me
stesso, m’accusavo di viltà, non facevo nulla -- ma restavo. La divorante
e mortale curiosità di sapere che cosa sarebbe accaduto di lei, se
veramente un altro avrebbe ottenuto i suoi favori, mi tratteneva. E mi
umiliavo altrimenti, spiandola da lontano, studiando il modo di far
parlare di lei la gente che la conosceva. Alle volte mi sentivo
sollevare da tale sdegno contro me stesso per l’incapacità di strapparmi
quella donna dal cuore, che la risoluzione di partire era presa,
irrevocabilmente. Ma il terrore di portar meco quel ricordo come un
vampiro attaccato alla mia carne, intento a succhiare il mio vivo
sangue, fiaccava il mio coraggio. E speravo ancora, accoglievo ancora
qualche lusinga! Pensavo che ella avrebbe potuto pentirsi del male che
m’aveva fatto e cercare un giorno o l’altro di me. E con l’istinto della
salute che fa aggrappare anche ad un filo d’erba chi precipita in un
abisso, m’afferravo a queste lusinghe, lavoravo a dar loro qualche
apparenza di fondata speranza...
Fu un giorno del settembre che ricorreva l’indimenticabile anniversario.
Lo avevo aspettato con un’ansia ineffabile: i miei ricordi, i miei
pentimenti, i miei rimpianti, le mie speranze, tutti i moti dell’animo
mio s’erano esasperati talmente che non credevo possibile resistere di
più a simile travaglio. Tanti disegni m’erano passati per il cervello,
uno più pazzo dell’altro, che non sapevo veramente che cosa imaginare.
Spuntò quel giorno, ed io non feci nulla di nulla. Ma se le fossi stato
vicino, se l’avessi sentita tutta stretta a me, non sarei stato così
pieno di lei come in quelle ore di agonia, occupate a ricordare le
altre, le antiche, le divine, le prime e le sole che contassero nella
mia vita. Che cosa faceva ella in quei momenti? Era possibile che non
ricordasse anch’ella? Nonostante la lunga separazione, nonostante la
lontananza, in quel momento le nostre anime non dovevano confondersi
come s’eran confuse altra volta? E se così pensava anch’ella, se era
pentita, se era libera, non toccava a lei di scrivermi una riga, una
parola, perchè tutto fosse detto?... Quando arrivò la posta cercai con
mano tremante in mezzo al fascio dei giornali e delle lettere. Non c’era
nulla. Ebbi veramente un sorriso di profonda commiserazione per la mia
sciocchezza. Calò la sera, e mai tenebre più paurose chiusero il mio
cuore. Improvvisamente udii squillare il campanello. Il servo mi venne
incontro con un dispaccio in mano. Poichè il cuore non mi si ruppe in
quel punto, la fibra dev’esserne molto resistente. Apersi quel foglio:
era un mio creditore che mi mandava un vaglia telegrafico. Il giorno
dopo partii.
«In verità l’esistenza più salda, più tenace, non è già quella delle
cose o degli esseri, ma quella delle idee e dei sentimenti. Voi potete
spezzare un oggetto materiale, calpestarlo, incenerirlo, darne al vento
le ceneri; voi potete uccidere una persona, distruggere quel prodigio
che è un corpo vivente: ma dinanzi a questa cosa semplicissima che si
chiama un pensiero, così tenue, così alato, fuggevole tanto che un
soffio parrebbe doverlo abolire, voi siete inermi. La volontà è l’unico
mezzo del quale potreste disporre; ma tutti gli sforzi della vostra
volontà per sradicarlo servono invece a configgerlo più profondamente
nel vostro cervello. Non voler pensare a una cosa importa rammentarsela
continuamente; contro l’invasamento spirituale non vi sono esorcismi...
Sì, io partii, con l’anima abbeverata di fiele, con le labbra contorte
da un sardonico riso; ma il fischio del treno che si metteva in moto mi
parve l’urlo della mia disperazione, e quasi tentai rompermi la fronte
contro la gabbia che mi serrava, tentai precipitarmi dallo sportello per
finirla una buona volta... E quando fui lontano, quando mi vidi in un
paese straniero, fra gente sconosciuta, quando udii risonarmi d’intorno
una lingua ignorata, un immenso stupore mi vinse e sedò per un istante
il mio cordoglio. Io domandai a me stesso: «Perchè sono qui? Che cosa
sono venuto a fare? E potrò respirare soltanto?...» Mi mancava l’aria,
mi sentivo morire. In mezzo al vasto tumulto di quella metropoli,
dinanzi allo spettacolo di migliaia e migliaia d’uomini correnti dietro
agli affari, ai piaceri, agli amori, io sentivo di me stesso la pietà
che certi poveri fanciulli smarriti tra la calca in un giorno di festa
m’avevano talvolta ispirata. Provai d’annegare il mio dolore negli
stordimenti dell’orgia; ma come un legno che noi spingiamo sott’acqua
risale rapido a galla appena abbandonato a sè stesso, così il mio dolore
risorgeva ogni volta, più acuto. E senza più ritegno, senza più
vergogna, m’abbandonai ad esso, interamente.
«Avevo portato con me le sue lettere, i suoi ritratti. Una sera mi
chiusi in camera e li rividi. Terribile! Terribile! Era dunque lei? la
sua fronte? le sue guance? le sue labbra che avevo tanto baciate? Era il
suo sguardo che si fissava ancora su me, pieno della mia visione? Tutte
quelle lettere, quelle parole d’amore, quei giuramenti, quelle promesse
erano stati ispirati da me? Ed io non avrei più riveduto quella figura
reale come ora ne rivedevo la mera effigie? Non avrei più ricevuto
nessuna di quelle lettere, mai? Era dunque come morta?... Allora, nella
nuova e più dura crisi d’ambascia scatenata nell’anima mia, io pensai di
fare ciò che prima non avevo voluto: restituirle quelle carte per
poterle scrivere ancora. Rapidamente quest’idea mi soggiogò. Io le avrei
scritto per mostrarle l’esulcerata mia piaga, per farle intendere che
l’amavo ancora tanto da perdonarla, da accusare anzi me stesso, da
implorare il suo perdono per me. Fra giorni ricorreva il suo natalizio:
ella non aveva parenti, nessuno dei suoi conoscenti sapeva la data che
io solo avevo festeggiata, altre volte. Volevo anche ora mandarle una
buona parola per questa festa che è sempre un po’ triste...
«Nella notte alta, nel silenzio profondo, alla luce d’una candela che si
struggeva con fiamma tremula e lunga, io mi misi a scriverle. Scrivevo
tre righe e ne cancellavo due. Volevo mettere sopra un foglio di carta
tutto ciò che avevo in cuore; ma le parole mancavano, ed anche temevo di
contenermi troppo o di troppo lasciarmi trascinare. Ma ero deciso a non
levarmi dalla scrivania se non dopo aver finito. Quando finii rilessi la
lettera; ne rammento ogni parola, diceva così: «Lasciata l’Italia per un
tempo non breve, compio il dovere di rimandarvi alcune carte che non
posso esporre al rischio di cadere in mani indiscrete e che per altro mi
dorrebbe troppo distruggere. Già io ho sempre pensato che le carte di
questa natura si debbano restituire quando restano a testimoniare
qualcosa che più non esiste, un passato perduto: serbarle è permesso
soltanto quando sono le prove d’una realtà che ricomincia continuamente.
Eccole adunque: distruggetele voi stessa, o voi stessa serbatele,
secondo stimerete opportuno. Come passa rapido il tempo! Ecco tornare il
vostro giorno natalizio che lo scorso anno noi passammo insieme. Mi
permettete di presentarvi ancora i miei augurii, fervidi come quelli
d’un tempo? Ora e sempre, possiate voi ottenere tutto quel bene che il
vostro cuore desidera...» Mi parve di non aver detto niente e d’aver
detto fin troppo. Niente, perchè quelle poche righe non mostravano la
mia lunga passione; troppo, perchè il rammarico e l’implorazione vi si
leggevano, nonostante, in mezzo. Esausto della lunga veglia, andai a
letto. Quando mi destai erano le undici; mancavano due ore alla partenza
del corriere d’Italia. Senza più pensare a nulla, ricopiai la lettera,
feci un pacco di quelle carte, lo suggellai e andai alla posta. Mi
movevo come in sogno; non avevo coscienza dei miei atti. Consegnai
dapprima il pacco all’ufficio di raccomandazione, poi mi avviai alla
buca delle lettere. Quando vi fui vicino, quando cercai in tasca la
lettera mia, parvemi che qualcuno m’afferrasse per tirarmi indietro. Il
pacco non poteva partir solo? La restituzione di quelle carte aveva
forse bisogno di commenti? Nella mia lettera io mi davo vinto, dicevo a
quella donna che l’amavo ancora, imploravo ancora da lei il ricambio
dell’amor mio -- ed ella forse l’avrebbe letta fra le braccia d’un altro.
Ella avrebbe riso di me, m’avrebbe risposto due righe di ricevuta --
forse non m’avrebbe risposto neppure! Era stata così malvagia, m’aveva
fatto tanto soffrire; ed io le davo ancora quest’altra soddisfazione!...
Tutto ciò fu pensato nel tempo che la mia mano andò dalla tasca alla
buca -- perchè vi andò, e vi lasciò scorrer dentro la lettera.
«Prima che potessi avere risposta dovevano passare cinque giorni.
Impiegai questo tempo a imaginare la risposta. Poteva essere arida e
fredda come avevo temuto; ma il pentimento era inutile, ormai. Se
invece... se invece... Ed io dicevo a me stesso che, infatti, nel
rivedersi dinanzi le sue lettere, le prove dell’amore che m’aveva
portato, nel ritrovarmi supplice ancora dopo i torti che m’aveva fatti,
nel sapermi tanto lontano, ma nel sentirmi pure così vicino a lei, il
suo cuore avrebbe dovuto palpitare più forte e, se non l’amore, almeno
la pietà, la simpatia, la compiacenza dettarle una buona parola, indurla
a consolarmi... Allora, sostenuto ed infiammato dalla divina speranza,
io pensavo all’altra lettera che le avrei subito scritta: «Ebbene, non
occorre più ch’io ve lo dica, voi già lo sapete: nonostante tutto, voi
siete ancora l’amor mio, l’amor mio forte e grande, il mio unico amore,
l’amore che non posso più scordare, che porterò eternamente con me... Se
mi volete ancora, dite una parola e sarò ai vostri piedi. Se volete che
aspetti, aspetterò quanto vorrete. Sempre, in tutto, la vostra volontà
sarà la mia...» Ma una lettera avrebbe messo troppo tempo a dirle queste
cose: io mi sarei piuttosto servito del telegrafo, le avrei mandato il
mio pensiero con la velocità del lampo. E cercavo le parole del
telegramma!...
«Al quinto giorno ebbi la sua risposta. L’ebbi alla posta, la lessi per
via, tra le spinte della gente, lo strepito delle vetture, gli squilli
delle cornette dei -tram-. Diceva così: «Grazie! Nessuna attenzione
commuove tanto quanto quella che meno si prevede perchè meno si sente di
meritare. I vostri augurii d’oggi sono graditi come quelli d’un tempo,
anche perchè come quelli d’un tempo sono stati i soli che ho ricevuti in
questa ricorrenza. Mi sono pervenute e non ho distrutto le carte che con
rara delicatezza avete creduto di dovermi restituire: c’è un passato che
si custodisce gelosamente, come il più reale dei beni; disperderne le
tracce sarebbe delitto. Se voi vorrete ancora ricordarvi di questa
vostra povera amica, sarà sempre una festa per lei.»
Orbene; quando io ebbi finito di leggere questa lettera me ne andai al
caffè, perchè avevo fame. Fu la prima volta, dopo tanto tempo, che
mangiai con gusto. Tutto il giorno fui in giro al Museo, che non avevo
ancora visto. Prima di desinare visitai una bella signora che avevo
conosciuto di fresco. La sera andai al teatro con amici, dopo cenammo
allegramente. Tornai a casa alle tre della notte e dormii d’un fiato
sino alle due del domani. Svegliandomi, mi rammentai della lettera
ricevuta la vigilia, e la rilessi. Non c’era bisogno di molta
penetrazione psicologica per comprenderne l’intimo significato:
«Un’attenzione -che si sa di non meritare-... i -soli- augurii, graditi
-come quelli d’un tempo-... -non ho distrutto- le carte che -avete
creduto- di dovermi restituire... un passato custodito -gelosamente-,
come -il più reale dei beni-... -se vorrete- ricordarvi ancora di questa
vostra -povera amica-...» Il suo rammarico, il suo pentimento, la sua
solitudine: ella diceva apertamente tutto ciò; non diceva: «Tornate!» ma
questa parola era come scritta su tutte le altre, io quasi la leggevo
attraverso la grana della carta. Nel mio farneticamento dei giorni
scorsi avevo mai sperato tanto? Non dovevo fremere di gioia, risponderle
subito, aprirle il mio cuore?... Per una settimana non trovai il tempo
di scriverle. Quando finalmente mi posi a tavolino le scrissi così: «Ho
ricevuto la vostra lettera e vi ringrazio della buona memoria che
serbate di me. Siate certa della devozione che vi porto, e lasciatemi
sperare di potervene dare qualche giorno la prova. Io sono qui per fare
qualche studio e per vedere un po’ di mondo. Se potessi giovarvi in
qualche cosa, disponete pure liberamente di me: mi farete sempre un
regalo...»
L’ASSURDO
Bisogna dire, mia buona amica, che io ho proprio la mano disgraziata.
Mentre mi cullavo nella dolce lusinga d’avere riacquistato la sua
benevolenza e d’essere riuscito a farle dimenticare non solo i torti che
ho potuto commettere nel corso di questa nostra corrispondenza, ma
perfino l’origine prima del suo cruccio, cioè le mie teorie sull’amore,
ecco improvvisamente ridestarsi più acre che mai il suo sdegno, eccomi
nuovamente segno della sua severità!
Pare, infatti, che fra i moltissimi capi d’accusa dei quali io ero
chiamato a rispondere, ella avesse finora dimenticato il più grave di
tutti, e che una mia imprudenza glie l’abbia rammentato ad un tratto.
L’argomento dell’accusa è «l’incredibile scetticismo» col quale io
sostengo che la passione più grande, più forte, veramente sovrana ed
imperitura non è l’amore ma l’amor proprio; e che l’amore non è altro se
non un caso dell’amor proprio, cioè, sono sue parole, «dell’arido, dello
sterile, dell’ingrato, del volgare, dello spregevole egoismo!» Il suo
sdegno è tanto, che ella mi «vieta» di replicare, d’insistere, di
comprovare le mie teorie!
Non abbia paura. Se anche ella non me l’avesse inibito, io sarei rimasto
zitto. Poichè le dimostrazioni dei rapporti nei quali stanno l’amore e
l’amor proprio, cioè l’istinto della riproduzione e l’istinto della
conservazione dai quali le due passioni reciprocamente dipendono, non
l’hanno persuasa, anzi l’hanno offesa, sarebbe inutile ricominciarle; io
non potrei se non trascriverle tali e quali, cosa che finendo di
disgustar lei, non divertirebbe molto neanche me. Tuttavia, se ella
vorrà un momento, non dico placarsi, ma rammentarsi che agli accusati
dei crimini più spaventevoli è pur concesso il diritto della difesa, mi
accorderà un momento la parola perchè io dica una cosa soltanto. E
questa cosa è la seguente: ella ha ragione di sdegnarsi; dico: -ha
ragione- e, se me lo permette, soggiungo che mi sdegno anch’io. Però,
mentre ella se la prende con me, bisognerebbe invece che ella ed io
insieme e tutti quanti siamo ad una voce, ce la prendessimo con la vita,
con la natura, con quella Necessità dalla quale le cose sono state
ordinate.
Ella ha tanto ingegno e tanta esperienza da sapere che il predominio
dell’amor proprio o egoismo sopra ogni altra passione non ha bisogno
d’esser dimostrato filosoficamente, psicologicamente o fisiologicamente:
basta affacciarsi nella via, guardarsi attorno, porgere l’orecchio, per
vedere e sentire che gli uomini non obbediscono ad altro fuorchè
all’interesse proprio. Questa verità è ovvia, ma è pure triste, amara,
incresciosa. L’egoismo è basso, chiuso, inesorabile; noi vorremmo che al
suo posto stessero il nobile sacrificio, la pietà larga, la carità
generosa. Come fare per ottenere questa sostituzione? Potremo noi
sperare che gli esempii, le predicazioni, gl’incitamenti assidui e
pazienti modificheranno la natura umana e faranno nascere uomini
impastati a un modo diverso dall’attuale? Questa speranza è, pur troppo,
vana. E ancora, pensandoci bene, se noi potessimo modificare l’ordine al
quale obbediamo, ci converrebbe poi veramente modificarlo?... Perchè mai
l’egoismo ci pare ignobile e il sacrifizio nobilissimo, se non appunto
perchè qualunque uomo può essere, anzi è egoista, come ogni animale che
bada a sè stesso; mentre soltanto uno sforzo difficile e penoso permette
ad alcuni, ai più forti, ai migliori, di operare contrariamente
all’istinto? La parola -raro- ha dunque due significati che sembrano
diversi ma sono infatti intimamente connessi: una cosa è -rara-, cioè
preziosa appunto perchè è -rara-, cioè infrequente. Se i diamanti
fossero comuni quanto i sassi, che cosa varrebbero? Se la legge naturale
fosse quella dell’altruismo, se tra il bene proprio e quello del simile
ciascuno preferisse di procacciar sempre quello del simile, dove sarebbe
più il merito del sacrifizio? In un mondo dove questa fosse la regola, i
migliori uomini, possiamo esserne certi, sarebbero quelli che pensassero
un poco a sè stessi; e mentre da noi s’innalzano monumenti a Pietro
Micca, là si tramanderebbe ai posteri l’effigie di chi, dinanzi al
pericolo, se l’è data a gambe...
Zitta! Zitta! Non aggiungo altro, se no mi vedo perduto. Torniamo
piuttosto all’amore... Senza alcun dubbio, se l’impero dell’amor proprio
è autocratico e tirannico sopra tutte le altre passioni, l’amore
soltanto potrebbe ridurlo a più miti consigli e costringerlo a concedere
una qualche carta costituzionale. L’amore, infatti, riesce spesso in
quest’opera, e noi vediamo che i più induriti egoisti guariscono del
loro vizio ed aprono il cuore a sentimenti più generosi per opera del
giovane iddio. Quando noi non amiamo nessuno amiamo noi stessi; quando
amiamo un’altra persona, l’amore di noi può essere ed è tante volte
messo da parte. Il merito dei sacrifizii d’amore non è dunque un poco
discutibile? Siccome la mia felicità consiste nel far felice la persona
che amo, è troppo naturale che io lavori a farla felice, anche a mie
spese. Ma io amante, voglio il piacere della persona amata e il mio
proprio insieme; e se questi due piaceri sono conciliabili, se li posso
ottenere ad una volta, la felicità è massima; quando invece tra il mio
piacere e quello della persona amata c’è contrasto, l’infelicità è senza
fine. E disgraziatamente non c’è bisogno di dire che l’accordo degli
interessi è molto più raro che non il loro conflitto. Disgraziatamente
ancora, comunque il conflitto finisca, il danno è inevitabile: se faccio
vincere l’interesse dell’altro a scapito del mio, me ne pento e mi
giudico debole e sciocco; se vince il mio, me ne pento egualmente,
giudicandomi duro ed ingrato...
Come mai siamo venuti a discutere di queste cose? Ah, ecco, rammento:
per ciò che le narrai l’ultima volta. Un amante abbandonato, che vuole e
non può guarire dell’amor suo perchè spera piuttosto, anzi arde di
riottenere l’amore che gli fu sottratto, guarisce improvvisamente
appunto quando l’ottiene! La soddisfazione dell’amor proprio è pertanto
fatale all’amore. Si potrebbe vedere qui una graziosa assurdità, se
appunto il predominio dell’egoismo non spiegasse logicamente l’apparente
controsenso. Di controsensi ancora maggiori non mancano gli esempii. Il
conflitto inestinguibile tra l’amore e l’amor proprio genera assurdità
delle quali non solamente si sdegnano gli spettatori indifferenti o i
giudici; ma anche, e più di tutti, le stesse persone nelle quali si
producono. Io ne so una che mi pare veramente straordinaria per la
sottigliezza dell’argomento egoistico e che prova quanta parte abbia la
vanità nell’amore e come l’amore muore quando la vanità non è più
contentata.
-- Bisogna pure riconoscere, -- mi narrò una volta una persona, -- che noi
siamo fatti a un modo assai strano e che, se la felicità ci sfugge, il
massimo ostacolo al suo conseguimento procede da noi stessi, dalle
intolleranze, dalle contraddizioni di questa nostra inesplorabile
natura.... Io v’ho ben detto che l’amore di quella donna fu per me, in
un periodo molto oscuro della mia esistenza, un divino nepente, un
elisir di vita, la fonte deliziosa alla quale si disseta avidamente
l’arso pellegrino che già stava per accasciarsi sull’arena scottante, in
attesa di entrare nell’Oasi eterna ed infinita. Quando io paragonavo
l’uomo nuovo che quella passione aveva fatto di me, al lamentabile
personaggio antico, dal cuore sanguinante, dallo spirito ottenebrato,
dalle energie distrutte, io sentivo, sì, dilatarmi il petto come nel
respirare l’aria purissima d’una vetta alpina dopo aver traversato una
paludosa maremma: però, più forte della gioia era sempre la paura che
quell’incredibile metempsicosi si risolvesse in un fatale ritorno alla
sciagurata esistenza di prima. Dipendeva forse da me l’impedirlo? Se
quella donna che era tutto il mio bene sulla terra non m’avesse voluto
più, avrei forse potuto arrestare la nuova rovina?... Questo io le
dicevo sovente. Nelle ore radiose che sole misuravano il tempo per noi,
quando io non potevo dubitare d’una realtà prodigiosa più d’ogni
chimera, quando la tenerezza diventava uno struggimento al quale le
carezze non bastavano più, ma che aveva bisogno di traboccare in pianto,
io le dicevo, guardandola negli occhi, tenendola per mano: «Se un giorno
cesserai d’amarmi, tu me lo dirai, è vero? Non temere, sai, ch’io mi
ribelli, ch’io ti importuni, ch’io ti minacci. Accetterò tutto da te.
Non v’è parola uscita dalle tue labbra che non sia cara e benedetta,
degna di sommessa obbedienza. Vorrà dire che quel giorno crederò di
destarmi dopo aver fatto un bel sogno, uno di quei rosei sogni che
lasciano per lungo tempo l’anima letificata e quasi fragrante.
Riconoscerò che non si può sognar sempre, vedrai che me ne farò una
ragione. Ma tu mi confesserai tutto lealmente? Non farai come le altre,
tu che sei dalle altre tanto diversa; non farai come quelle che hanno
mentito, per innata malvagità, o per una falsa compassione più crudele,
nei suoi effetti, dell’odio feroce?...» Allora, tentando di soffocare
quelle dolenti parole, annodandomi le braccia intorno al collo, con voce
rotta dai singhiozzi, ella protestava amaramente, mi diceva che io non
avevo il diritto di sospettar di lei, di farla soffrir così; e le sue
lacrime, si mescolavano alle mie -- dolcissime lacrime, rugiada benefica
che irrorava i cuori innamorati e vivificava il fiore della nostra
passione. Ma con gli sguardi chinati e intensamente fissi in un punto, a
voce bassa, quasi parlando tra sè, ella soggiungeva che io stesso avrei
piuttosto cessato di amarla.... Ah, i sorrisi che mi salivano alle
labbra! Le sfide superbe ch’io lanciavo al tempo, alla vita, alla morte!
Io lasciarla? Ma il naufrago perduto in mezzo al mare procelloso lascia
forse la tavola alla quale gli è riuscito aggrapparsi? Ma sapeva ella
soltanto che cosa fosse per me l’amor suo, il prezzo che io davo alla
sua vista soltanto; il moto di superbia che mi sollevava sopra tutta
l’umanità al solo pensiero che ella si fosse accorta di me?... Da che
forza non mi sentivo animato! Come guardavo sicuramente all’avvenire...
E come m’ingannavo!
«Voi che sapete leggere nel vostro pensiero, che non soffrite più di
vertigini nel discendere in fondo all’abisso della coscienza, che non
avete paura di riconoscerne le più tenebrose latebre, comprenderete ciò
che vi dirò. Quello spirito di emulazione e di sacrifizio che non
lasciava ammettere a ciascuno di noi la possibilità di stancarsi, ma che
ci dava l’ostinata previsione dell’abbandono che avremmo sofferto,
nascondeva un suggerimento dell’egoismo, significava che ciascuno di noi
si credeva più capace d’amore dell’altro, più sincero nei suoi affetti,
più generoso e in certo modo più degno... E veramente quando io mi
guardavo intorno, quando vedevo gli altri uomini da cui ella era
circondata, pensavo, sì, nonostante la fiducia che le dimostravo, che
ella ne avrebbe potuto notare qualcuno. Provai più d’una volta i primi
morsi della gelosia, ma le nubi che minacciavano la serenità del mio
cielo spirituale si dissiparono tosto. Per una ragione od un’altra,
nessuno di quegli uomini era molto pericoloso; io mi sentivo, ed ella
stessa mi diceva, con quell’accento di sincerità che non si finge,
superiore a tutti coloro.
«Un giorno, però, apparve uno dal quale quella specie di sesto senso che
ci fornisce le così dette intuizioni, mi avvertì di guardarmi.
Nonostante le persuasioni dell’amor proprio, io riconobbi con una
stretta al cuore che quell’uomo valeva più di me. Sotto qualche aspetto
io mi sentivo ancora per lo meno eguale a lui, ma egli aveva vantaggi
incontestabili: era più giovane, aveva fatto parlare di sè come d’un
ingegno artistico pieno di promesse, e -- circostanza che doveva agire
più d’ogni altra sullo spirito di quella donna -- era stato più fortunato
di me nell’amore. Io l’avevo sedotta per i miei dolori, ma le fortune di
lui dovevano ben altrimenti far lavorare la sua imaginazione. E col
cuore sempre più chiuso, riconoscevo che l’effetto temuto si
produceva... Ora bisogna che io insista un poco su questo punto, perchè
non comprendiate più di quel che dico. L’amore di lei per me non era già
intepidito, ella me ne dava prove sempre più eloquenti, nè io avevo
assolutamente nulla da rimproverarle; ma da certe domande che mi faceva
intorno a quell’uomo, da una certa espressione che il suo sguardo
prendeva quando si parlava di lui, da certi altri segni ancora più
tenui, comprendevo che quella figura s’imponeva all’attenzione di lei.
In una altra età, o più semplicemente in altre condizioni dell’animo,
non avrei forse neppur notato quei segni; ma uscendo da prove funeste,
con la dolorosa esperienza dei tristi processi sentimentali che
distaccano lentamente un’anima da un’altra, io non potevo negar valore a
quei sintomi. Se quell’uomo avesse tentato di esercitare attivamente la
propria seduzione, che cosa sarebbe avvenuto?... Io non osavo
rispondere; vedevo bene però che la mia pace, la mia fortuna,
dipendevano da questo: che egli non facesse nulla per portarmela via.
«E questo appunto non era da sperare. Che cosa poteva impedirgli di
tentar l’avventura? Non aveva nessun dovere verso di me: ci conoscevamo
da un pezzo, ma senz’essere quel che si dice amici -- e quand’anche!...
L’idea che quella donna non era libera, la passione della quale tutti mi
sapevano oggetto avrebbe potuto arrestare ogni altro -- fuorchè lui. Egli
aveva le teorie dei conquistatori di mestiere, che deridono la passione,
disistimano le donne, le credono capaci di tutto -- ragione per la quale
esse li ammirano... Poi, egli doveva aver coscienza dei suoi vantaggi su
me; poi, con la sua esperienza di queste cose, una visita di cinque
minuti aveva dovuto bastargli per comprendere di non essere il primo
venuto per lei...
«Imaginate dunque la tortura alla quale fui posto? Se qualcosa di fatale
si fosse compiuto, se avessi scoperto che quella donna era già sua col
cuore, non so quanto avrei sofferto, ma certo mi sarei rassegnato. Però
l’idea che era sempre possibile impedire la mia rovina mi metteva la
febbre. Sarebbe stato da stolto fare un’accusa a lei dell’attenzione che
quell’uomo sapeva accaparrarsi; io ero in presenza di un fatto umano e
naturale, innocente e forse ancora incosciente; con grande probabilità,
se egli l’avesse insidiata, ella avrebbe potuto resistere e trionfare.
Ma io non volevo neppure che ella fosse posta alla prova!
«Reprimendo, adunque, l’ansietà che mi divorava, ricorrendo a sottili
artifizii, io cercavo di sapere se quell’uomo si mostrava assiduo presso
di lei. Era stato a trovarla due o tre volte, a lunghi intervalli; una
sera, al teatro si presentò nel suo palco e vi restò durante un
intermezzo; poi non si fece più vedere. Ed invece di sedarsi, la mia
inquietudine si raddoppiava. Voi sapete, infatti, che uno dei mezzi ai
quali i seduttori ricorrono frequentemente e con felice successo, è
quello di mostrarsi indifferenti, di fare i difficili, di fingersi
lontani dallo scopo verso il quale, invece, tendono con tutti i loro
sforzi. Metteva egli dunque in opera un calcolo raffinato? La trascurava
per farsi desiderare di più?... Non potendo altrimenti scoprire il suo
giuoco, cercai di lui, lo vidi più spesso di prima. Un giorno che
eravamo insieme, egli mi disse che andava via, che sarebbe stato molti
mesi lontano.
«Non dovevo rassicurarmi? Al suo posto, se avessi desiderata quella
donna, avrei potuto allontanarmi da lei? Supporre che il calcolo durasse
ancora era un po’ difficile; e il calcolo poteva anche essere sbagliato,
produrre effetti del tutto contrarii! Nondimeno, durante la sua assenza,
la mia tranquillità non fu mai piena: io prevedevo nuovi tormenti per il
suo ritorno. Tornò, e le fece una sola visita in tre mesi. Un bel giorno
una notizia scoppiò come una bomba; egli era scomparso con una signora
della nostra società.
«Avrei dovuto trarre un sospiro di liberazione, -- è vero? -- e lo trassi
infatti. Però, in fondo alla mia coscienza, ma proprio nel fondo estremo
dove non arrivava alcun riflesso della luce superiore, avveniva qualcosa
d’imprevisto che metteva in ogni mio pensiero come un lievito di
scontento: un’assurdità che mi colmava di stupore. A poco per volta le
tenebre si diradarono intorno a quella misteriosa operazione. Io
consideravo, da una parte, il mio sentimento per quella donna, il valore
inestimabile che avevo attribuito all’amor suo, l’inaudita fortuna della
quale m’ero creduto segno, esaltandola continuamente, dubitandone
perfino talvolta. Dall’altra parte stava il fatto che egli non aveva
cercato di rubarmela, quantunque facesse il mestiere del seduttore,
quantunque non mi dovesse nulla, quantunque l’impresa non gli dovesse
sembrar disperata. Perchè, dunque? Evidentemente, perchè quell’impresa
non lo tentava, perchè quella donna non era oggetto del suo desiderio.
Ora l’idea che un conoscitore come lui non apprezzasse la creatura in
cui io avevo riposto tutto il mio vanto, tutto il mio orgoglio, il cui
possesso mi aveva fatto credere oggetto dell’invidia del mondo -- questa
era l’origine del mio scontento. Avrei dovuto esultare vedendo
allontanarsi un pericolo, e invece mi sentivo umiliato scoprendo che al
mio concetto intorno a lei non partecipava chi gli avrebbe conferito
autorità. Se egli l’avesse desiderata avrei sofferto le pene
dell’inferno; perchè la sdegnava ella quasi perdeva ai miei occhi una
parte del suo valore, io cominciavo a dubitare d’averla posta più in
alto che non meritasse e d’essermi pertanto abbassato un po’ troppo...
«In quel momento non cessai certo d’amarla, ma fu questo il primo
sintomo d’una lenta evoluzione che s’operò nel mio spirito e che mi
tolse finalmente quella donna dal cuore!...»
LETTERE DI COMMIATO
La sua supposizione potrebbe anche essere, contessa mia carissima,
conforme al vero. L’amore è mortale, e la sua morte, quantunque
tristissima sempre, pure sarebbe sopportabile se avvenisse ad una stessa
ora nel cuore dei due amanti. Ma, per colmo di sciagura, questo
sincronismo è molto difficile, e più spesso la passione tramonta da una
parte quando ancora splende dall’altra; allora lo strazio di chi ama
senza più essere amato è troppo grande e veramente insopportabile. Ed
ella dice che il mio confidente, del quale le narrai ultimamente la
storia, sapendo queste cose, preferì cercare un qualunque pretesto per
trascurare la donna amata piuttosto che correre il rischio d’essere
trascurato da lei. Ripeto che la sua spiegazione è plausibile. Le
tempeste che si scatenano nel cuore degli abbandonati sono cosi
spaventose, che non è da stupire se un’anima veramente e delicatamente
amante finisca d’amare o si riduca ad amare come il più volgare egoista
pur d’evitare l’immenso pericolo. Io incorsi altra volta nel suo sdegno
sostenendo che gli uomini amano meglio delle donne: voglio ora
guadagnarmi la sua lode affermandole che, nell’abbandono, soffrono molto
più le donne degli uomini. Ma forse noi attaccheremo un’altra volta lite
quando io le avrò spiegato che le due proposizioni, apparentemente
contrarie, sono in fondo, tutt’una.
Consideriamo infatti una coppia amante. Se con la cifra 10 esprimeremo
l’amore complessivo di questa coppia, io dico che l’amore dell’uomo è
rappresentato da 7, e quello della donna da 3 -- meno della metà! -- Or
dunque, se quest’uomo perde un bel giorno -- bello per modo di dire! --
l’amore di questa donna, il suo dolore sarà grande, ma non tanto grande
come quello che proverebbe invece la donna, se fosse costei abbandonata
dall’uomo. Infatti, dato che l’uomo ami come 7 e sia riamato come 3,
anche durante il tempo felice egli prova un secreto scontento ed è morso
da un qualche dolore, perchè l’amor suo non è ripagato esattamente;
perchè questa donna non è tanto sua quanto ei vorrebbe e quanto egli
stesso è di lei. Nel perderla del tutto il suo dolore cresce senza
dubbio oltre misura; pure egli non è stupito; egli è quasi preparato
alla perdita di una creatura che non ha mai sentita tutta sua. Per
averla -- in parte! -- egli ha dovuto pregare, supplicare, tendere la
mano: ella gli ha fatto quasi un’elemosina; il mendico cui il ricco,
fino a un certo segno generoso, non vuol più fare la carità, è forse
stupito di non avere più come sfamarsi? Egli torna quasi rassegnatamente
al suo destino, che è l’indigenza!... Se noi consideriamo invece la
donna, vediamo che le cose stanno precisamente al contrario. Costei ha
visto sempre l’uomo, tutti gli uomini, pregare, supplicare, tendere la
mano: come potrà rassegnarsi a essere trascurata e sdegnata? Quest’idea
non entra nel suo cervello. Poichè amando come 3 ella è ripagata d’un
amore come 7, la sua soddisfazione -- di vanità più che d’amore, ma la
vanità importa più che l’amore! -- è stata immensa; ella non può
prevedere che il sovrabbondante amore di quest’uomo abbia a un tratto da
ridursi minore del suo e da cessare del tutto. Abbandonata, pertanto,
ella darà in ismanie convulsive, e molto difficile sarà l’opera di chi
vorrà sedarla. La duchessa di San Severo riuscì una volta in
quest’ufficio; e per non insistere nelle teorie che ella rifiuta di
ammettere le voglio narrare piuttosto la storia.
Emilia di Sclafani, spinta alla colpa da un serpente del quale non so se
ella più si rammenta, fu un giorno tradita e congedata dall’amante suo.
La duchessa di San Severo se la vide venire dinanzi come una pazza, e
dire e far cose da pazza: piangere, gridare, ridere, imprecare, mordersi
le mani, strapparsi i capelli. La vecchia dama, che ha molta esperienza,
lasciò che il primo impeto del dolore si sfogasse; poi, quando l’altra
apparve, non dirò più tranquilla, ma stanca, le domandò:
-- Che pensate dunque di fare?
Emilia, rimasta a capo chino, con gli occhi immoti come attirati
magneticamente da qualche visione, con le mani strettamente afferrate ai
bracciuoli della poltrona, si scosse a un tratto con un brivido e un
sibilo, portò la destra alla fronte e rispose:
-- Lo so io, forse? Ho una tempesta qui dentro... Sento che mi picchiano
sulla fronte, sulle tempie, sul cranio, ferocemente, spietatamente... La
febbre mi brucia... Mi par d’impazzire...
-- Suvvia, coraggio!... -- esclamò la dama scotendo un poco la sua bella
testa tutta bianca, con un’espressione piena d’indulgente compatimento,
come dinanzi all’irragionevole cordoglio d’una fanciulla inesperta. --
Fatevi animo!... Non è poi cascato il mondo!... Sapete che non vi
riconosco?
-- Se non mi riconosco neppur io stessa!... Se tutto mi manca d’intorno!
Se non vedo più uno scopo alla mia vita! Se qualcosa si è spezzato nel
mio cervello, nel mio cuore, in tutto l’esser mio!..... Calma? Coraggio?
Ho cercato d’averne. Ho detto a me stessa, precisamente, che il mondo
non è poi cascato. Ho pensato ad altri dolori, un tempo creduti
inguaribili, ed ora dimenticati a segno da ridere della loro cagione; mi
son vista con gli occhi della mente di qui a qualche mese, uscita sana e
forte della triste prova, forse anche contenta che tutto sia finito
così. Ho chiamato a raccolta tutta la mia ragione, tutta la mia
esperienza, per convincermi che non bisogna chiedere alla vita,
all’amore, alle creature umane, più di quel che possono dare. Ho detto a
me stessa: «Credevi tu dunque davvero che quest’uomo t’avrebbe amata
eternamente? Che cosa c’è d’eterno in noi? Non hai tu sorriso degli
affidamenti superbi? Poni una mano sulla tua coscienza: alla lunga, non
avresti finito d’amarlo anche tu? Sii ancora più sincera: non cominciavi
a sentirti già stanca?...
-- Brava! -- interruppe l’altra, approvando insistentemente con una mossa
del capo -- Brava, questo si chiama farsi una ragione...
-- Ho pensato tutto ciò ed altro ancora... Mi sono affacciata alla
finestra, ho considerato un istante la calma sovrumana di questa sublime
natura, delle Alpi nevose imbiancate dalla luna, del lago terso ed
immobile come una lastra, delle miriadi di stelle splendenti da miriadi
di secoli nell’etere infinito. Ho compreso, nel tempo d’un baleno, la
vanità di tutto ciò che è umano, dei dolori, delle gioie, delle passioni
dalle quali sono travagliati questi atomi agitantisi un attimo sopra un
granello di sabbia; ho visto sparire me stessa, l’umanità, tutta la
terra, nel turbine formidabile che soffia sulla polvere dei mondi... Ho
bevuto avidamente l’aria fredda, ho richiuso la finestra, sono andata al
tavolino, e gli ho scritto una lettera.
-- Che cosa gli avete detto?
L’altra parve non aver udito. Restava ancora assorta, come prima,
guardando dinanzi a sè; e nel rilassamento dei muscoli del viso, nella
piega sottile degli angoli delle labbra, si leggeva una tristezza così
profonda, una contemplazione così sconfortata di qualcosa di pauroso e
d’ineluttabile, che la duchessa non ardì ripetere la sua domanda. Emilia
si riscosse alfine e riprese:
-- Ho scritto una lettera, non l’ho mandata. Non so neppure se potrò
rileggerla per ricopiarla..... Guardi, piuttosto...
Tratto di tasca un minuscolo taccuino di cuoio rosso e tolto il piccolo
portamatita d’oro che lo chiudeva, ella voltò alcune pagine, fermandosi
ad una che era ricoperta non tanto di caratteri quanto di segni informi
tracciati con rapida mano.
-- Che notte è stata per me!... -- esclamò, a bassa voce, guardando quel
foglio e come rispondendo ad un intimo pensiero. Poi, volgendosi alla
duchessa: -- Avrà la pazienza, -- le domandò, -- d’aspettare che io decifri
questa lettera?... Io gli ho scritto così: «Mio buon amico... Anche ora,
e come sempre, voi avete ragione. Vi rammentate quante volte mi
ripeteste queste parole, nel corso delle discussioni che sorgevano un
tempo fra noi?... Adesso sono cambiate le parti e tocca a me riconoscere
che la ragione è con voi! Vedete che sono giusta, e che le vostre
adulazioni di un tempo non m’hanno guastata. Mentirei se vi dicessi che
questa saggezza non mi costa nulla; ma mi dorrebbe egualmente che aveste
a provare un rimorso per ciò. La ragione ha spesso qualche ostacolo da
vincere prima di farsi accettare; ma, in cambio, il suo riconoscimento
procura sempre allo spirito un senso di forte serenità... Io non so
precisamente che cosa sono stata per voi -- potrei, è vero, rammentarvi
tutto quel che me ne avete detto voi stesso; -- ma parrebbe allora che io
mi lagnassi, e nulla è più lontano dal mio pensiero. Comunque, voi forse
rammenterete, qualche volta, senza troppo pentirvene, le ore che
passaste al mio fianco; da parte mia ne serberò sempre un dolce ricordo.
È vero altresì: quella felicità avrebbe potuto durare più a lungo; ma
ciò non era in potestà vostra nè mia. Bisogna accettare la vita com’è,
con tutte le sue leggi; e stimarsi fortunati se, fra i tanti giorni
vuoti, fra i molti amari, essa ce ne concesse qualcuno di gioia. Grazie
a voi io ne ho visti sorgere molti, più di quanti potevo ragionevolmente
aspettarne; fate assegnamento sulla mia più sincera gratitudine. Fate
assegnamento ancora sulla mia amicizia più fedele: giovatevi di me
sempre che potrò esservi utile, e credetemi, con una cordiale stretta di
mano...»
-- Benissimo! -- interruppe vivacemente la duchessa. -- Mi piace la vostra
lettera, sapete! È la lettera d’una donna che sa vivere, che conosce la
vita!...
-- A qual prezzo? -- disse l’altra con un ambiguo sorriso. -- A prezzo di
quanti dolori?... E si può dire di conoscerla mai abbastanza?... Perchè,
guardi, questo è il suggerimento della logica, del buon senso; ma se io
l’amo ancora quell’uomo? Se il cuore mi sanguina, rileggendo queste
fredde parole, queste frasi studiate, dopo le lettere pazze che gli
scrivevo fino all’altr’ieri? Se non posso, -non posso- rassegnarmi
all’idea di perderlo, dopo quel che mi costa, dopo quel che siamo stati
l’uno per l’altra? Ma non è vero che io prevedessi di non poterlo più
amare, non è vero che io fossi già stanca; se pensai così fui sciocca,
fui stolta, perchè non potevo giudicare della forza di un amore non
ancor messo alla prova...
-- Badate: qui sotto potrebbe nascondersi quell’illusione molto frequente
che consiste nell’apprezzare una cosa per il solo fatto d’averla
perduta.
-- Illusione, realtà: dove cominciano? dove finiscono? -- disse la
giovane, voltando un foglio del suo taccuino. -- Vi sono certe realtà
delle quali neppur ci si accorge, e certe illusioni che ci mantengono in
vita.... Io sento di non poter vivere senza quest’essere che è stato
tanta parte, la miglior parte di me. Io sono impegnata da un giuramento,
ed egli pure.... È una cosa sacra, il giuramento; non si può calpestare
così. Ho il dovere di rammentarglielo; egli mi ascolterà, perchè ne
soffre anch’egli! Io non sono stata eloquente abbastanza; se ha
rifiutato di cedere, il torto è mio che non ho saputo assicurarlo della
forza di quest’amore. Forse in questo momento, mentre mi struggo per
lui, anch’egli anela di rivedermi, anch’egli vorrebbe chiamarmi. Un
senso di falso amor proprio ci ha trattenuti: una sola parola basterà a
dissipare quest’incubo.... «No....» continuò Emilia, riprendendo a
leggere nel suo taccuino, «non è vero, non è possibile che tu m’abbia
detto quelle parole. Certe volte i sogni hanno l’intensità della vita
vissuta: io ho sognato. Tu sei sempre l’amor mio forte e soave; se anche
volessi, non potresti, intendi? lasciarmi. Tu hai dimenticato un momento
quel che sono stata per te; ricordati, vedrai se ho ragione! Tu m’hai
detto, colle tue labbra, che io sola t’ho compreso, io sola t’ho
compianto, io sola ho cancellato i tuoi lunghi dolori, io sola ho
compensato le tue infinite amarezze, io sola ti ho fatto pianger di
gioia. Tu non me l’hai detto soltanto: io ho visto le tue lacrime, io ho
pianto con te. Tu hai voluto riscattare col tuo sangue il mio pianto;
ora, comprendi, quando ciò è avvenuto fra due creature, esse non possono
dividersi più. Vedi bene che noi siamo legati per la vita e per la
morte, come tu mi giurasti, com’io ti giurai. Ed ascolta: vienimi
accanto, metti la tua mano nella mia, reclina il tuo capo sul mio petto:
ti ricordi quante volte, restando così, tu mi chiedevi di dirti che cosa
eri per me, -com’era fatto- il bene che ti volevo? Ti ricordi come
t’aprivo il mio cuore, come -pensavo a voce alta-; e come t’estasiavi a
quelle prove d’amore che tu stesso mi suggerivi, senza avvedertene?
Ebbene: nessuna di quelle prove era seria, nessuna aveva valore: la
prova vera, la prova grande, la prova unica io posso dartela ora,
amandoti ancora, amandoti più dopo quel che m’hai fatto: ora soltanto tu
puoi credere a questa passione e andarne superbo. Quante volte m’hai
fatto giurare che non avrei mai avuto secreti per te! che t’avrei
mostrato sempre tutti i moti più intimi del mio cuore, tutti i miei
pensieri più reconditi! Vedi dunque che tu -devi- sapere quel che provo
ora: lascia che te lo dica; farai, dopo, quel che vorrai; mi lascerai
ancora, se ti piacerà.... No; tu non farai così.... Ascolta ancora. Se
tu hai riacquistata la tua fede unicamente per me, io sola, fra quanti
ti circondano, ho creduto in te. Non lo sai? Dicono che i tuoi sguardi
sono falsi, che le tue labbra mentiscono, che l’anima tua è corrotta....
Io sola ho creduto ad ogni tua parola; non è vero che io sola ho letto
in fondo al tuo limpido sguardo? Che cosa sanno gli altri di quello che
so io? Ma non fare che anch’io disperi di te; non disperare tu stesso:
sarebbe troppo triste, troppo malvagio. Provami ancora una volta che ho
avuto ragione, abbii fede in te stesso!... No; non mi dar retta! Ho
avuto torto di scriverti queste cose. Ma se non so più quel che dico!...
Ah! potessi vederti un istante!... Non ti direi più nulla; credo che
morirei ai tuoi piedi.... Una volta io ti dissi: «Come sai bene
pregare!...» Ti ricordi quando te lo dissi?... Ebbene, oggi son io
quella che ti prega: io ti supplico, ti scongiuro, in nome di Dio,
dell’amor nostro, di tutto quel che hai di più caro al mondo, per i tuoi
stessi dolori che io ho divisi, per la memoria dei tuoi poveri morti che
io ho amati, per la morte che può cogliere d’istante in istante noi
stessi, ti scongiuro di non abbandonarmi, di ascoltarmi.... di lasciare,
almeno, che io pianga un’ultima volta al tuo fianco....»
La voce della giovane tremava un poco; il suo sguardo velato si
distoglieva dalla carta, intanto che la duchessa, visibilmente commossa
anch’ella, esclamava:
-- Come l’amate!
Ma a quelle parole, come quando una brezza sottile increspa la
superficie delle acque, la fisonomia di Emilia si venne corrugando fino
ad atteggiarsi ad una sottile ironia.
-- Come l’amo!... -- ribattè ridendo. -- Vuol dire come sono sciocca!...
Deve bene trionfare costui, è vero? vedendo la mia disperazione; deve
ben sorridere di vanità soddisfatta!... Il suo amor proprio sarà, senza
dubbio, gradevolmente solleticato dallo spettacolo del mio cordoglio....
-- Allora il vostro amor proprio s’impenna....
-- Allora la mia tenerezza, la mia sommessione, la mia fiducia, tutti i
miei buoni movimenti sono dispersi dallo sdegno, dall’odio, dal bisogno
feroce di dirgli in faccia che non so che farmi di lui, che egli
s’inganna stranamente se ha creduto al mio dolore!
-- E dopo la lettera d’implorazione, ne avrete scritta un’altra di
sprezzo...
-- Ciò che ho scritto è appena la millesima parte di ciò che ho pensato.
Ella si stupisce delle mie contraddizioni? Non le pare possibile che io
passi dalla ragionevole rassegnazione alla passione disperata,
dall’umile preghiera alla rivolta sdegnosa?...
-- Non mi stupisco affatto: nulla di più umano che la contraddizione e
l’assurdo.
-- Io sento dentro di me dieci, cento donne diverse, una moltitudine di
esseri ciascuno dei quali vorrebbe operare a sua guisa. E il più strano
è che tutte costoro non parlano già ad una per volta, ma insieme! Lo
scritto ha il torto di non far vedere questo tumulto...
-- Consolatevi pensando che anche la parola sarebbe impotente.
-- È vero! La nostra mente è un abisso!.. Io dovrei dunque implorare
costui, per dargli la soddisfazione di respingermi ancora? Ma è una cosa
ridicola! Qual donna al mondo ha mai pregato un uomo così? Io potrei
implorarlo se fosse un altro, se non fosse una creatura malvagia e
bugiarda. Perchè hanno ragione gli altri; e la sciocca son io! Come ho
potuto prenderlo sul serio e soffrire tanto per lui? Ed egli avrà riso
di me!... Ma se non l’amavo più! Se ero così stufa da non saper che
inventare per evitarlo! Se non l’ho amato mai!
-- Oh, questo poi...
-- Ma sì, ma sì!... Anche al tempo del nostro idillio io ridevo talvolta
fra me delle mie declamazioni! Allora soffocavo le risa; ora esse
soffocano me! Ora ho bisogno di prendere la mia rivincita! Ma quel che
ho tentato di scrivergli non può dare la più lontana imagine di quel che
mi ribolle dentro...
-- La vostra lettera dice?...
-- «Caro signore, le sono oltremodo obbligata della iniziativa da lei
presa, tanto più che m’ha risparmiato il fastidio di prenderla da me. La
buffa commedia che abbiamo rappresentata insieme minacciava di finire
tra le fischiate della platea: era proprio tempo di smettere. Non è da
dire per questo che essa non m’abbia dato un bel da fare! Mi sono, come
si dice, stillato proprio il cervello per mettermi nei panni del mio
personaggio; ho soffocato una quantità prodigiosa di sbadigli per
mantenere un contegno decente; e il più comico è questo: che m’accorgevo
benissimo di sprecare le mie fatiche, perchè ella sbadigliava senza
tante cerimonie, spalancando talmente la bocca, soffiando così forte,
che era, anzi non era un piacere vederla. Ella per il primo non credeva
a ciò che le dicevo: è stata una delle rare prove di spirito che m’abbia
date. Gli elogi della gente l’hanno guastato, caro signore; ella s’è
formato, intorno ai suoi -mezzi-, un concetto, mi consenta di dire,
molto esagerato. Oramai ci conosciamo -intus et in cute-, si scrive
così? e non abbiamo più nessuna ragione d’ingannarci scambievolmente. Il
suo spirito è, creda pure, molto inferiore all’opinione che ne ha ella
stessa; riconosco però che ne possiede abbastanza, e spero che ne
mostrerà ancora un poco nella circostanza presente, non credendo neppure
alla scena che le recitai l’altro giorno. Mi premeva di fare certe
osservazioni, volevo verificare certi miei antichi convincimenti:
addebiti a tutto ciò la mia soverchia insistenza. Non importa: debbo
averle fatto l’effetto di una famosa seccatrice! Questo pensiero la
conforti: che non sarò mai più tentata di occuparmi di lei -- glie ne do
parola d’onore! Del resto, se l’ho seccata, debbo anche averla fatta
ridere un numero infinito di volte; sono però in dovere di aggiungere
che il ricordo di certe sue sciocchezze allieterà i miei giorni più
tardi... Probabilmente questa mia lettera le parrà poco sentimentale: ma
le sentimentalità, signor mio, sono una cosa, e la verità è un’altra. La
verità è che ella m’ha dato ciò che poteva darmi, e che io l’ho pagato
abbastanza. Adesso ciascuno proseguirà per la sua strada. Si diverta
sempre -- e le nostre menzogne ci siano rimesse!...»
-- Eh!... non c’è mica male!... -- esclamò la duchessa con un fine
sorriso.
La giovane rimase un poco a capo chino, senza dir nulla; poi, passatasi
lievemente una mano sulla fronte, disse, molto piano:
-- Ma sa lei che cosa ho provato nello scrivere questa lettera?... Che
cosa provo adesso dopo averla riletta?... Un secreto scontento, un
pentimento addolorato, quasi un rimorso. Mi par d’avere, con sacrilega
mano, profanato tutto quel che c’era di più puro in fondo al mio cuore.
Io potrò accusare quest’uomo, io potrò disistimare la creatura che si è
rivelata improvvisamente in lui; non potrò dimenticare le divine
commozioni che m’ha procurate. Comunque egli sia fatto, è stato per me
l’oggetto di un culto; qualcosa delle virtù che gli ho attribuite è
rimasta in lui, come qualcosa della santità che i feticisti vedono
nell’idolo di cartone resta in esso e lo sottrae alla derisione degli
stessi miscredenti... Poi, io penso che quest’uomo, come tutti gli
altri, non è responsabile di quel che fa; penso che forse ne sarà
punito, un giorno, più crudelmente che io oggi non possa imaginare... E
tutto quel che c’è di buono in me protesta contro i propositi di
vendetta, m’ispira invece una grande compassione per quest’anima
ammalata... Senza tornare ad illudermi sul prezzo che ha potuto dare
all’amor mio, penso che non sono stata per lui un’indifferente, che egli
ha avuto fede, almeno per qualche tempo, nelle mie parole. Allora
giudico che sarebbe degno di un’anima non volgare il dimostrare come,
nonostante i torti ricevuti, di questa fede si voglia sempre essere
meritevoli...
-- In altre parole, voi volete fargli vedere che siete migliore di lui!
-- Sarà forse questo il secreto movente: che importa? Una buona azione
non diventa già cattiva perchè ci torna comodo compierla...
-- Certamente! Così avete abbozzato un’altra lettera ancora?
-- Sì, ed è questa... -- Sfogliato il suo taccuino, la giovane riprese a
leggere: -- «Voi non volete più rivedermi: parto oggi stesso. Ho l’anima
straziata; se voi poteste soltanto imaginare quello che soffro, vi farei
molta pietà. Tuttavia, qualunque sia il male che voi m’abbiate fatto,
vo’ dirvi, prima di lasciarvi, che non vi porto odio o rancore. La mano
che oggi colpisce è la stessa che un giorno si distese a soccorrermi;
non potrò dimenticarlo mai. Non vi dico questo per intenerirvi: nessuna
speranza mi sorregge, capisco bene che tutto è finito, per sempre. Come
sarà triste la vita che comincerà domani per me! Come potrò sopportare
il ricordo dei giorni luminosi nell’oscurità che m’aspetta?... Sarà di
me quel che vorrà Dio -- e perdonatemi ancora questo momento di
commozione. Se l’avvenire è incerto per me, potrà anche darsi che ore
dolorose vengano per voi: un giorno potrete aver bisogno di qualcuno che
vi stia al fianco, che stringa la vostra mano, che v’infonda coraggio.
Io desidero ardentemente che questo giorno non sorga; ma, se dovesse
arrivare, ricordatevi di me. Dovunque io sia, venite: nulla potrà
impedirmi di accogliervi come s’accoglie un fratello...»
-- E’ bello ed è nobile ciò che voi avete scritto! -- disse la duchessa. --
Però, se nel vostro cuore si combatte una così fiera battaglia, quale di
queste lettere vi risolverete a spedire?
-- Lo so io, forse? -- ripetè la giovane. -- Se fossi capace di decidermi
non ne avrei scritte tante!... A lei stessa, mia buona amica, io ardisco
chieder consiglio...
La vecchia signora fece con la mano un breve segno di rifiuto.
-- Non è un argomento intorno al quale se ne possano dare.
-- Perchè? Io sono ridotta, non vede? in tale smarrimento d’animo, che
non so più discernere da me la via giusta: una parola suggeritami da una
persona superiore come lei mi toglierebbe da questa dolorosa incertezza,
mi farebbe un gran bene...
La duchessa restò un poco in silenzio; poi, guardando negli occhi la sua
compagna, le domandò:
-- Allora, voi farete quel che vi dirò?
-- Può esserne certa.
-- Ebbene: se non vi dispiace, riassumiamo in poche parole la vostra
situazione. Voi siete stata abbandonata da un uomo. L’avete amato, ma
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