del carceriere era salito secondo il solito, ad una camera su in
alto, dalla quale egli scopriva tutta la bella città, e il giardino
verdeggiante di rami, dove la bella e giovane Emilia passeggiava per
diletto.
Il povero prigioniero andava su e giù per la stanza tutto addolorato,
e lamentandosi con se stesso della sua disgrazia diceva ogni tanto: ma
perchè sono venuto al mondo?
Ora il caso fece che egli attraverso le fitte e grosse sbarre di una
finestra gettasse gli occhi sopra Emilia, e ferito al cuore dalla sua
bellezza si traesse indietro mandando un grido.
Dal quale scosso improvvisamente Arcita disse a Palemone: «Cugino mio,
che cosa hai? Perchè sei pallido come la morte? Perchè hai gridato
così? Chi è che ti ha fatto del male? Se è la prigionia che ti fa
soffrire in questo modo, sopportala con rassegnazione, per l’amore
di Dio, poichè non c’è rimedio. Il destino ci ha riserbato questa
sventura: certo deve essere stato un maligno influsso di Saturno o
di qualche costellazione. Invano abbiamo cercato di scongiurare il
pericolo: il cielo era disposto così fin dal giorno della nostra
nascita; bisogna rassegnarsi, non c’è questione.»
Rispose Palemone: «Cugino, in verità tu ti sei immaginato una cosa che
non è vera. Non mi ha fatto gridare la prigione: gli è che proprio in
questo momento ho ricevuto una ferita, che passandomi per gli occhi,
è penetrata fino al cuore uccidendomi. La bellezza di una donna che
passeggia laggiù nel giardino è ciò che mi fa gridare e soffrire. Io
non so se sia una donna o una dea, ma se io non m’inganno deve essere
proprio Venere.»
E così dicendo cadde in ginocchio ed esclamò: «Venere, se per tua
volontà tu appari così in questo giardino a me povera disgraziata
creatura, aiutaci a fuggire da questa prigione. Se è nostro destino
irrevocabile di dover morire quì dentro, abbi compassione del nostro
lignaggio così oltraggiato da un tiranno.»
A queste parole Arcita si mise a spiare nel giardino, dove la donna
seguitava a passeggiare su e giù. E rimase così colpito dalla bellezza
di lei, che se Palemone ne fu ferito mortalmente, la sua ferita non
era meno mortale davvero. E sospirando disse pietosamente: «La giovane
beltà di colei che passeggia laggiù mi uccide. Se quella donna non mi
concede, per pietà, di poterla almeno vedere, io sono bell’e morto.»
Palemone guardando, tutto arrabbiato, il cugino gli disse: «Arcita, ma
tu dici questo davvero, oppure scherzi?» «No, rispose Arcita, io dico
davvero, in fede mia. Dio volesse che in questo momento avessi voglia
di scherzare.»
Allora Palemone aggrottando le ciglia soggiunse: «Arcita, non ti
farebbe onore ingannare e tradire me in questo modo; me che sono
tuo cugino, e dopo il giuramento fatto solennemente da tutti e due
di essere sempre come due fratelli, di lasciare piena libertà l’uno
all’altro (a costo di morire, e fino al giorno in cui la morte ci
avrebbe separati) in amore e in qualunque altra circostanza; dopo che
noi abbiamo giurato, anzi, che tu in ogni caso avresti aiutato me, ed
io te. Questo fu il nostro giuramento, io lo ricordo bene, tu non puoi
dire di no. Tu dunque ora dovresti aiutarmi col tuo consiglio: invece
mancando alla tua parola vuoi amare la donna mia, quella che io amo e
servo, che amerò e servirò fino a che il cuore mi batterà nel petto.
Ma tu o Arcita, mancatore di parola non farai questo certamente. Io fui
il primo ad amare quella donna, e confessai a te l’amore mio come ad
un confidente, come ad un fratello che aveva giurato di aiutarmi. Tu
dunque, se sei un cavaliere, devi aiutarmi come puoi, altrimenti io ho
il diritto di chiamarti un uomo sleale.»
Arcita rispose risentito: «Tu piuttosto sarai un mancatore di fede e
non io; anzi sei, e te lo dico chiaramente sul viso. Perchè quella
donna io l’ho amata prima di te: vorresti dire di no? Tu l’avevi
creduta una dea, quindi il tuo non è amore ma venerazione, mentre io
l’amo come creatura umana. E appunto per questo ti ho detto tutto, come
ad un cugino il quale aveva giurato di essermi fratello.
Ma supponiamo pure che tu sia stato il primo ad amarla: non conosci
il motto di quell’antico saggio il quale disse: “chi può dettare legge
ad un amante?” Amore è la legge più potente che un povero mortale
abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente di qualunque
condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e
giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza,
malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad
incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente,
una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata.
Del resto non è nemmeno probabile che tu possa restare per tutta la
vita nelle sue grazie, come non vi resterò, certo, neppure io: poichè
tu sai, pur troppo, che noi siamo condannati ad una eterna prigionia
senza speranza di riscatto.
Noi finiremo, forse, per fare come quei due cani che si leticavano un
osso, i quali stettero alle prese un giorno intero, per poi non avere
nulla. Perchè mentre si azzuffavano calò in mezzo a loro un nibbio, e
si portò via l’osso. Perciò, caro fratello, sarà meglio fare come si
suoi dire: “alla corte del re ognun pensa per sè” ecco tutto. Tu ama
quella donna quanto ti pare; io per conto mio l’amo e l’amerò sempre:
non posso dirti altro davvero. Una volta che dobbiamo rassegnarci tutti
e due alla prigione, segua ognuno la sorte che gli tocca.»
Grande e a lungo seguitò ancora la disputa fra loro due, se avessi il
tempo di raccontarla, ma andiamo avanti. Per farvela corta, un giorno
un duca famoso chiamato Piritoo, compagno di Teseo fin da quando erano
bambini, andò in Atene per rivedere il vecchio amico e passare qualche
tempo con lui allegramente, come era solito fare ogni tanto, giacchè
si volevano tutti e due un gran bene. Si volevano tanto bene, (dicono
i libri che parlano di quei tempi,) che quando l’uno di essi morì, non
dico bugie, l’altro andò a ritrovarlo fin giù nell’inferno. Ma ora non
è mia intenzione scrivere questa storia.
Piritoo, dunque, conosceva benissimo Arcita che aveva veduto crescere
d’anno in anno in Tebe, cosicchè gli voleva molto bene: e tanto fece e
tanto pregò, che Teseo lo lasciò uscire di prigione. E non solamente
non volle nessun riscatto, ma gli lasciò piena libertà di andare
dovunque volesse, ad una condizione: che se per caso Arcita fosse còlto
di giorno o di notte, anche per un momento, in una città del regno
di Teseo, e venisse arrestato, perderebbe la testa con un colpo di
sciabola. Questo fu il patto, e non c’era per Arcita altra speranza di
rimedio o altra via di scampo. Così egli partì, e s’avviò in fretta
verso casa sua. Stia bene attento, però, perchè la sua vita corre un
gran pericolo.
Quanto soffre, intanto, il povero Arcita! Si sente la morte nel
cuore; piange, si lamenta, si dispera che fa pietà a sentirlo, e pensa
di darsi la morte. Poi grida: «Maledetto il giorno che son venuto al
mondo! Eccomi condannato ad una prigione più dura di quella di prima:
eccomi condannato non dico al purgatorio, ma alle pene dell’inferno.
Ah! non avessi mai conosciuto Piritoo: così sarei ancora presso Teseo
legato in prigione, ma felice, e non un disgraziato come sono ora. La
sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno
della sua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato.
Caro cugino Palemone, soggiungeva, tu hai riportato la vittoria in
questa avventura: tu puoi godere ancora ed essere felice chiuso in
prigione. In prigione? Che dico? In paradiso. La fortuna ha tirato
essa stessa i dadi per te, poichè tu godi la vista di Emilia, ed
io ne soffro, invece, la lontananza. Tu almeno, che la vedi ogni
giorno, e sei un nobile e valoroso cavaliere, puoi sperare che un caso
qualunque (visto che la fortuna è così cieca) ti faccia ottenere ciò
che desideri. Ma per me che sono esiliato senza speranza di grazia,
e mi trovo in mezzo a così grande disperazione che non può darmi
aiuto o conforto nè la terra, nè l’acqua, nè il fuoco, nè l’aria, nè
altra creatura da loro formata, per me non ci resta che morire dalla
disperazione e dal dolore. Addio vita, addio desiderî, addio felicità,
addio tutto!
Ma perchè tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza
e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in
un altro, più di quello che essi stessi possano immaginare? Uno, per
esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la
sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e
in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere
che da un momento all’altro ci possono capitare addosso sono tanti, che
noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo
su questa terra come l’uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere
una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone;
e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello
stesso modo preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.
Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte
sbagliamo la strada; questa è la verità. Tutti dobbiamo confessarlo,
ed io pel primo, che mi credevo (anzi ne ero certo) di sentirmi felice
e contento il giorno in cui fossi uscito di prigione, e invece eccomi
qua le mille miglia lontano dalla felicità. O Emilia, se io non debbo
rivederti, è finita: io sono un uomo morto!»
Palemone, intanto, appena seppe che Arcita se ne era andato, cominciò a
disperarsi in modo, che la gran torre echeggiava delle sue grida e dei
suoi pianti. Fin le catene che aveva ai piedi erano bagnate delle sue
amare lacrime.
«Ahimè, diceva, o cugino Arcita, Dio sa se di noi due tu sei quello,
pur troppo, che ha guadagnato nella lite che ci ha divisi.
Tu ora cammini liberamente per le vie di Tebe, e poco ti importa del
mio dolore. Tu se vuoi, bravo e coraggioso come sei, puoi radunare
tutta la gente del sangue nostro, e far con essa una guerra così
accanita al regno di Teseo da ottenere, per un evento qualunque, o
come prezzo della pace, la mano di colei per la quale è destinato
che io muoia. Poichè quale probabilità posso avere di possederla,
col vantaggio che tu hai di essere fuori di prigione e libero di te,
mentre io sono costretto a morire rinchiuso in una gabbia? Ormai
posso rassegnarmi a piangere e a disperarmi per tutta la vita, per le
sofferenze che mi dà la prigionia, alle quali si aggiungono i tormenti
dell’amore, che raddoppiano il mio strazio.»
Ad un tratto il fuoco della gelosia gli divampò nel petto, e con tanta
furia irruppe nel suo cuore, che divenne pallido come la cenere fredda
della morte,[1] e disse: «O Dei crudeli, che governate il mondo con
la forza della vostra parola immortale, e scrivete sopra una tavola
di diamante i vostri decreti e la vostra eterna concessione, questo
genere umano pel quale voi avete fatto tanto, in sostanza che cosa vale
più della pecora che giace per terra nella stalla? Anche l’uomo viene
ucciso come un’altra bestia qualunque, è arrestato e imprigionato,
passa da una sciagura all’altra, spesso essendo, per Dio, anche
innocente.
Che cosa è, dunque, questo governo superiore che tutto vede, e lascia
soffrire chi è senza colpa ed innocente? Ma un’altra cosa, mi fa
sentire più amaramente le mie pene; ed è che l’uomo, per amore di Dio,
debba essere costretto a rinunziare alla sua volontà, mentre una bestia
qualunque può soddisfare tutti i suoi desiderî. Senza contare, poi, che
la bestia quando è morta riposa in pace; mentre l’uomo deve piangere e
soffrire anche nell’altro mondo, come se non ne avesse abbastanza in
questo. È proprio così.
Il perchè io non non lo so, e lascio, appunto, che rispondano gli
indovini; ma un’altra cosa, pur troppo, so: ed è che in questo mondo ci
siamo venuti per soffrire. Io, disgraziato, vedo una serpe strisciare
liberamente per la via; vedo un ladro, il quale ha derubato più d’un
galantuomo, andarsene comodamente a spasso dove gli pare e piace,
mentre io debbo starmene qui in prigione per volere di Saturno e per
l’odio e l’ira di Giunone, la quale ha quasi distrutto completamente il
sangue tebano, ed abbattuto le grandi mura della città. E Venere per
giunta mi fa morire di gelosia e di paura per causa di Arcita.»
Intanto lasciamo per un poco Palemone nella sua prigione, e torniamo ad
Arcita.
L’estate passa, e le lunghe notti invernali raddoppiano le pene
dell’amante in esilio e del prigioniero in Atene. Io non so, davvero,
chi di loro due si trovasse peggio. Poichè, in una parola, Palemone era
condannato a perpetua prigionia, e a morire fra i ceppi e le catene;
Arcita esiliato sotto la pena della testa, non doveva mai più rivedere
la donna del suo cuore.
O innamorati, che cosa rispondereste a questa domanda: chi vi pare
più disgraziato, Arcita o Palemone? Questi vede tutti i giorni la sua
donna, ma è condannato a passare tutta la vita in prigione; quegli è
padrone di andare, a piedi ed a cavallo, dove gli pare, ma non potrà
mai più rivedere la donna sua. Pensate un po’ quel che vi pare voi che
siete al caso di saperne più degli altri: io intanto, riprendo il mio
racconto.
Arcita dunque, giunto a Tebe, non faceva che lamentarsi tutto il
giorno, fuori di sè dal dolore di non dover più rivedere la sua donna.
E per dirvi in una parola quanto era grande il suo dolore: mai creatura
umana ebbe a soffrire come lui, fra quante ce ne sono su questa terra,
e ce ne saranno prima che il mondo finisca. Non dormiva, non mangiava,
non beveva, tanto che si ridusse secco come un uscio.[2] Aveva gli
occhi infossati che facevano impressione a guardarli, la faccia smunta
e pallida come la cenere spenta. Stava sempre solo, lontano da tutti,
e la notte non faceva che piangere e disperarsi. Se sentiva qualcuno
cantare o suonare, cominciava a piangere e non la finiva più. Era
così accasciato ed avvilito, così completamente cambiato, che non si
riconosceva più neppure la sua voce, sentendolo parlare.
Andava girando per il mondo con l’aria non di un povero innamorato
colpito dal male di Eros, ma con l’aspetto di un matto. Pareva
un disgraziato al quale l’umor tetro cacciandosi nella parte
anteriore della scatola del pensiero, avesse mandato a spasso il ben
dell’intelletto. L’organismo fisico e morale del misero amante era,
insomma, tutto scombussolato. Ma perchè dovrei passare il giorno intero
a raccontarvi le sue pene?
Dunque, già da un anno o due Arcita era in mezzo a questi tormenti e a
questi dolori, quando una notte, mentre dormiva, gli parve di vedere,
in sogno, Mercurio, l’alato messaggero del cielo, il quale gli disse
di darsi pace e stare allegro. Il dio teneva dritta in una mano la
boccetta apportatrice del sonno, e un cappello gli cuopriva i capelli
luccicanti; era vestito ed armato (Arcita lo guardò bene), proprio
come il giorno in cui Argo chiuse i suoi cento occhi nel sonno della
morte.[3] «Arcita, egli disse, tu devi ritornare ad Atene: è destinato
che là abbiano fine i tuoi affanni».
A queste parole Arcita si svegliò con un sussulto. «Ciò che ho
inteso, diceva, mi ha messo la febbre addosso: io anderò subito ad
Atene. Non ci sarà paura di morte che mi impedisca di rivedere la
donna mia, colei che io amo e servo. Davanti a lei non mi curo della
morte.» E così dicendo prese un grande specchio, e guardatosi, vide
che la sua fisonomia era così cambiata, che egli non era più quello di
prima. Allora gli venne una bell’idea: giacchè le sofferenze patite
lo avevano così mal ridotto, bastava che egli si desse un po’ l’aria
di una persona di bassa condizione, per non essere riconosciuto in
Atene, e poter vedere, così, ogni giorno da vicino la sua Emilia. Detto
fatto: si tolse gli abiti, e si vestì come un povero operaio. Quindi
accompagnato solamente da un suo scudiere (al quale aveva confidato
tutto), vestito anche lui poveramente, prese la prima strada che menava
ad Atene. Giunto là, un giorno andò al palazzo di corte, e si mise
sulla porta, offrendosi a questo e a quello, se avesse bisogno di un
uomo di fatica per qualunque servizio. E per non farla tanto lunga,
gli riuscì di farsi prendere come aiuto da un cameriere addetto alla
persona di Emilia. Naturalmente Arcita, accorto com’era, aveva subito
saputo, appena tornato in Atene, quale era la servitù di lei. Tagliava
le legna per il fuoco e portava i suoi viaggi d’acqua senza nessuna
fatica: era giovane e robusto, ed aveva forza e spalle abbastanza
buone, per reggere a qualunque servizio gli venisse comandato.
Erano appena due anni che egli, sotto il falso nome di Filostrato,[4]
serviva in tal modo la sua bella Emilia; e già tutti gli si erano
affezionati: nessuno degli altri servitori era benvoluto come lui.
La gentilezza dei suoi modi era così grande, che a corte tutti ne
parlavano: tutti dicevano che Teseo avrebbe fatto una vera opera di
carità, a migliorare un poco la condizione di lui, facendogli fare un
servizio più decoroso, in modo che potesse mettere in opera le sue
virtù. Intanto la fama delle sue molte abilità e del suo bel modo di
parlare si sparse per la città, e giunse presto agli orecchi di Teseo,
il quale lo volle al suo servizio, e lo fece suo scudiere, dandogli,
naturalmente, la paga necessaria per potersi mantenere in quel grado.
Del resto c’era chi di nascosto gli portava, ogni anno, da Tebe la
rendita dei suoi beni. Egli però aveva l’accortezza di spendere sempre
modestamente, affinchè a nessuno potesse dare nell’occhio, e fare
meraviglia, come mai avesse tanto denaro. Per tre anni Arcita se la
passò in questo modo, senza essere scoperto; anzi seppe fare così bene,
tanto in tempo di pace che in mezzo alle guerre, che Teseo non ebbe mai
alcuno più caro di lui. Ma lasciamolo, ora, così contento e felice, e
torniamo un poco a Palemone.
Questi sette anni erano passati per lui molto tristi nella orribile e
cruda prigione, in mezzo ai tormenti dell’amore e della disperazione.
Chi soffriva, al mondo, come Palemone doppiamente torturato? Da una
parte, l’amore che lo faceva diventar matto, da l’altra, la prigione,
dove si trattava di stare non un anno, ma per tutta la vita.
Quale poeta inglese potrebbe degnamente cantare, in rima, tutto il
martirio di lui? Io no davvero; quindi tiriamo pure innanzi. Dopo sette
anni, dunque, di penosa prigionia, precisamente la notte del tre di
Maggio (come riferiscono i vecchi libri che raccontano i particolari
di questa storia), fosse caso o destino (certo quando una cosa è
destinata, deve accadere), Palemone, con l’aiuto di un amico, a mezza
notte in punto scappava dalla prigione, dandosela a gambe per lasciare
al più presto la città.
La notte era corta, e il giorno si avvicinava: era necessario
nascondersi per non essere scoperto. Perciò Palemone con passo
trepidante si rifugia, in fretta, in una selva lì vicina. La sua
intenzione era di restare là nascosto tutto il giorno, per prendere,
giunta la notte, la via di Tebe, dove poi pregherebbe i suoi amici di
aiutarlo a guerreggiare contro Teseo. Poichè egli voleva, oramai, una
di queste due cose: o perdere la vita, o sposare Emilia; questo si era
proposto, e voleva riuscirvi.
Torniamo ora ad Arcita, il quale in mezzo a tanta felicità non sognava
neppure che gli fossero così vicini, un’altra volta, gli antichi
affanni; finchè la sua mala ventura gli ci fece battere proprio il
naso[5]. L’allodola gaia, messaggera del giorno, saluta col canto i
grigi albori mattutini; e Febo fiammeggiando levasi con tale splendore
di luce, che tutto l’oriente ne ride, e nel fogliame del bosco vaporano
sotto i suoi tepidi raggi le pendule gocce d’argento. Arcita intanto,
il primo scudiere della corte di Teseo, si era alzato e contemplava il
giorno sereno; quindi per fare onore a Maggio, con l’anima riboccante
d’amore, se ne andò sul suo focoso destriero a diporto pei campi,
qualche miglio fuori della città. E il caso fece che, per l’appunto,
si diresse verso la selva stessa dove era Palemone, in cerca di
caprifoglio e biancospino per fare una ghirlanda. E cantava con
effusione al bel sole di Maggio:
«Maggio, con tutti i tuoi fiori e le tue foglie, ben venuto sii tu,
fresco e ridente Maggio; io spero di trovare in questo luogo un po’ di
verde.» Quindi col cuore pieno di gioia, balza a terra da cavallo, ed
entrato in fretta nel bosco incomincia a girare su e giù per un viale,
proprio dove Palemone, trepidando di paura, stava nascosto dietro a
un cespuglio, perchè nessuno lo vedesse. Egli non sapeva davvero che
Arcita fosse lì; e Dio sa se egli se lo sarebbe mai immaginato. Ma
dice bene un antico proverbio: il campo «ha gli occhi per vedere, il
bosco gli orecchi per sentire.» Ed ha ragione chi va cauto, perchè gli
uomini si incontrano tutto il giorno, su questa terra, senza bisogno di
convegni. Neppure Arcita s’immaginava che il suo compagno di sventura,
zitto e cheto lì nel bosco, gli fosse così vicino da sentire tutto ciò
che egli diceva.
Arcita dopo avere girato qua e là per un bel pezzo, cantando la sua
canzone di Maggio, improvvisamente divenne muto e pensieroso, come
fanno quei bei tipi degli innamorati; i quali un momento sono su in
paradiso, un minuto dopo giù nell’inferno;[6] e vanno su e giù come un
secchio nel pozzo. Poichè l’incostante Venere rende mutabile, a un suo
comando, l’animo dei sudditi, come il giorno a lei sacro. Infatti il
venerdì ora c’è il sole, ora piove a catinelle: raramente è uguale agli
altri giorni della settimana.
Finito il suo canto, Arcita cominciò a sospirare, e si mise a sedere
lì nel bosco, dicendo «Maledetto il giorno che sono nato! Per quanto
tempo ancora, o Giunone crudele, vorrai far guerra alla città di
Tebe? Estinta è oramai la regale progenie di Cadmo e di Amfione: di
Cadmo che fu il primo fondatore di Tebe, il primo a governarla e ad
esserne incoronato re. Io sono del suo sangue, suo discendente in linea
diretta, ed appartengo proprio al ceppo reale; ed ora eccomi qua,
ridotto così disgraziato e vile, che non mi vergogno di servire, come
misero scudiere, un uomo che è mio mortale nemico. E per mia maggiore
vergogna, Giunone mi spinge perfino a disconoscere il mio nome; poichè
mentre mi chiamo Arcita, ora mi nascondo sotto il nome di Filostrato,
che significa: uomo da nulla. Ah! Marte crudele, ah! crudele Giunone,
l’ira vostra ha ormai distrutto il sangue nostro; noi soli restiamo: io
e quel disgraziato di Palemone, che Teseo tiene a marcire in prigione.
Ma non bastava tutto questo; amore, per darmi il colpo di grazia, ha
trafitto così profondamente il mio povero cuore di cavaliere col suo
cocente dardo, che il cielo, senza dubbio, doveva avere destinato la
mia morte prima ch’io venissi al mondo. O Emilia, tu mi uccidi con gli
occhi tuoi; tu sei la causa della mia morte. Di tutto il resto non mi
importa nulla: purchè io possa fare qualche cosa per piacerti.»
E così dicendo cadde svenuto, e rimase, per qualche momento, privo di
sensi. Intanto Palemone, il quale si era sentito, ad un tratto, come
passare il cuore da una fredda lama, balzò in piedi; e tutto tremante
dalla rabbia non potè più a lungo restar nascosto. Appena udito il
racconto di Arcita, come un pazzo, e pallido come un morto, saltò fuori
dal folto cespuglio che lo nascondeva, dicendo: «Ah! falso Arcita,
falso e malvagio traditore, finalmente ti ho còlto, te che pretendi di
amare tanto la donna mia; colei per la quale io soffro tutte queste
pene e questi affanni. E dire che tu sei del mio sangue! che avevi
giurato, come spesso ti ho ripetuto, di aiutarmi coi tuoi consigli! In
questo modo, dunque, hai ingannato Teseo, cambiandoti il nome? S’io non
cadrò morto, tu dovrai quì stesso morire. Tu non amerai la mia Emilia;
io solo l’amerò, e nessun altro, poichè sono (come tu vedi) Palemone,
il tuo mortale nemico.
E sebbene quì non abbia la mia sciabola, essendo fuggito per un caso di
prigione, io non ti temo affatto; e tu dovrai o morire, o rinunziare
all’amore di Emilia. Scegli, dunque, ciò che ti piace di più, poichè
non c’è per te altro scampo.»
Arcita allora fuori di sè dalla rabbia, appena l’ebbe riconosciuto
udendo quelle parole, con la ferocia di un leone trasse fuori la spada
e disse: «Per il Dio che sta su in cielo, s’io non avessi pietà dei
tuoi affanni e della passione che ti rende pazzo; se non fosse perchè
non hai la spada, tu non moveresti più un passo da questa selva, senza
cadere sotto la mia mano. Io spezzo quì la fede con cui tu pretendi
che io sia ancora legato a te. Che? Pazzo che non sei altro: pensa
che l’amore è libero; ed io amerò la tua donna a dispetto di tutta
la tua forza. Ma poichè tu sei un prode e cortese cavaliere, e vuoi
contenderla con la spada, eccoti la mia mano: domani, immancabilmente,
io sarò quì; e nessuno (parola di cavaliere) saprà nulla di quanto è
accaduto fra noi.
Al mio ritorno porterò anche per te una buona armatura; anzi tu
sceglierai delle due la migliore, e lascierai a me la peggio.
Stasera, intanto, ti porterò da mangiare e da bere, e penserò anche
a provvederti delle coperte per la notte. E se sarà destinato che tu
vinca con la spada la mia donna, ed uccida me in questo bosco, abbiti
pure la donna in premio».
Palemone rispose: «Va bene, accetto».
E si lasciarono così, per trovarsi la mattina dopo come ciascuno aveva
lealmente promesso.
O Cupido, re spietato ed assoluto! È proprio vero, come si suol dire,
che amore e impero non vogliono sapere di società. E nessuno lo sa
meglio di Arcita e Palemone.
Arcita, intanto, se n’era tornato, in fretta, in città; e la mattina
seguente, prima di giorno, si procurò di nascosto due armature
complete, con tutto l’occorrente perchè egli e Palemone potessero
misurarsi sul terreno. Montato, quindi, a cavallo con le due armature
davanti a sè, si mise in cammino; e così all’ora e nel luogo stabilito
i due amici si ritrovarono.
Appena si videro, impallidirono tutti e due. Come il cacciatore Trace
appostato con la lancia alla tana del leone o dell’orso, sentendo dal
fruscio del bosco avvicinarsi la belva (che rompe sui suoi passi rami e
foglie), pensa trepidando: ecco il nemico, o io l’uccido sulla tana, o
egli uccide me, se fallisco il colpo; così Arcita e Palemone, pallidi,
trepidarono, conoscendo ciascuno il valore dell’altro. Senza nè anche
salutarsi indossarono le armi, aiutandosi come due buoni fratelli.
Quindi impugnata un’asta bene appuntata e forte, si avanzarono, con
lunghi passi, l’uno contro l’altro. Avresti detto, vedendoli combattere
che Palemone avesse la ferocia di un leone, e Arcita la fierezza d’una
tigre: infuriati come due orsi che hanno la bocca biancheggiante di
spuma, menavano tutti e due orribili colpi, immersi nel sangue fino
al collo del piede. Ma lasciamo loro che si battono in questo modo, e
torniamo a Teseo.
Il destino, ministro di tutte le cose, il quale distribuisce in questo
mondo la provvidenza divina, è così potente, che quando gli uomini
hanno giurato che una cosa non può accadere se non in un dato modo,
un bel giorno accade proprio alla rovescia; e te la do in mille anni,
se un’altra volta sola si ripete in quel modo lì. I nostri desiderî,
di qualunque genere siano: guerra, pace odio, amore, tutti, senza
dubbio, sono guidati dalla mente di Dio. Dico questo a proposito di
Teseo, il quale ha una passione così grande per la caccia, specialmente
per quella del cervo nel mese di maggio, che l’alba non lo trova mai
a letto; ma è sempre pronto a montare a cavallo, con tutto il suo
seguito di cacciatori coi corni e i cani. Egli trova nella caccia un
divertimento così grande, che il suo maggior diletto, la sua unica
ambizione, è l’essere chiamato: la distruzione dei cervi.
Era, come ho già detto, una bella giornata, e Teseo, con l’animo
giocondo e pieno di felicità, montato a cavallo con regale pompa, se
ne andò a caccia insieme alla sua bella Ippolita e ad Emilia, che
indossava un bellissimo abito verde. E s’incamminò verso un piccolo
bosco, lì vicino, dove gli era stato detto che c’era un cervo. Quindi
si spinse avanti per una pianura, dove seppe che l’animale era solito
fuggire presso un ruscello, e seguitò ancora la sua strada in quella
direzione. Il duca lo seguì una o due volte, sguinzagliando i cani, che
stavano tutti pronti ad un suo cenno; e finalmente giunto in un prato,
portando la mano agli occhi, perchè il sole gli permettesse di vedere,
scôrse Arcita e Palemone che combattevano infuriati come due tori.
Le spade luccicanti volavano per l’aria così terribilmente, che il
più piccolo colpo avrebbe abbattuto una querce. Teseo non sapendo chi
fossero, diè di sprone al cavallo, e in un salto fu in mezzo a loro,
con la sciabola sguainata, e gridò: «Olà! fermi, per la vostra testa.
Giuro per Marte, dio potente della guerra, che il primo il quale,
davanti a me, tirerà un altro colpo solo, cadrà morto. Chi siete voi
che osate venire qui a combattere in questo modo senza un giudice o un
ufficiale che diriga l’assalto, come in un leale torneo?»
Palemone rispose subito: «Signore, perchè non dirti, senz’altro, la
verità? Tutti e due ci meritiamo la morte: noi siamo due disgraziati
prigionieri stanchi della vita; tu che sei nostro signore e nostro
giudice, non avere per noi nè compassione nè perdono. Uccidimi pel
primo, che mi fai una vera carità, ma uccidi anche il compagno mio.
O se tu lo desideri, uccidi lui prima di me; poichè sappi, se non te
ne sei accorto, che costui è Arcita, il tuo mortale nemico. Egli fu
bandito dal tuo regno sotto la pena della testa: perciò si merita la
morte. Sappi che costui venne alla tua porta, e dicendo di chiamarsi
Filostrato, riuscì ad ingannarti per molti anni, sì che tu stesso lo
hai fatto tuo primo scudiero. Egli ama Emilia.
E giacchè è venuto il giorno della mia morte, faccio intera la mia
confessione: io sono quel disgraziato di Palemone, che è fuggito, per
sua unica volontà, di prigione. Sono anch’io tuo mortale nemico, ed amo
così ardentemente la bella Emilia, che sarei felice di morire davanti a
gli occhi suoi. Perciò da me stesso ti chiedo la mia condanna di morte;
ma tu uccidi anche il mio compagno, chè tutti e due ci meritiamo di
essere uccisi.»
Allora il nobile duca rispose: «La cosa è molto semplice. La vostra
stessa bocca confessando tutto, vi ha condannato, ed io non lo
dimenticherò. Non c’è, quindi, bisogno di farvi parlare con la tortura,
e, per Marte rubicondo[7], voi morrete subito.»
A queste parole (le donne, si sa, fanno presto a commoversi) la regina
cominciò a piangere, e con lei Emilia e le altre signore del seguito.
Tutte ebbero pietà di quei due giovani, di illustre lignaggio, che
solo per amore si battevano a quel modo. E vedendoli così orribilmente
feriti e sanguinanti, si volsero a Teseo gridando: «Signore, abbiate
compassione almeno di noi». E mettendosi in ginocchio per terra,
volevano baciargli i piedi. Un cuore gentile si muove facilmente a
pietà: e finalmente si commosse anche Teseo. Sebbene furibondo, da
principio, contro i due Tebani, riflettendo, poi, alla colpa che
avevano commesso, e alla causa che li aveva spinti, sentì che se l’ira
li condannava come rei, la ragione non sapeva fare altro che scusarli.
Pensò che chiunque, per amore, avrebbe fatto lo stesso, cercando di
scappare, ad ogni costo, di prigione. Ebbe, poi, compassione di tutte
quelle donne che piangevano in coro, e ripensando nell’animo generoso
al caso dei due prigionieri tebani, diceva fra sè: «Guai a quel sovrano
che è senza pietà, ed è un leone tanto con l’uomo pentito e sommesso,
quanto con l’uomo superbo e ribelle! Guai a quel sovrano che ad ogni
costo vuole mantenere ciò che in un momento di rabbia ha minacciato! Ha
poco criterio chi in un caso simile non sa distinguere, e mette sulla
stessa bilancia l’orgoglio e l’umiltà.» E tosto, sbollito il primo
impeto dell’ira, alzando gli occhi sorridenti da terra disse, a voce
alta, queste precise parole:
«-Benedicite!- Che signore grande e potente è Amore! Tutto vince la sua
potenza, e potrebbe, davvero, essere chiamato un Dio pei suoi miracoli.
Il cuore degli uomini è in mano sua.
Guardate Arcita e Palemone: fuggiti di prigione, avrebbero potuto
vivere, in Tebe, come due re; invece per quanto sicuri di trovare in me
un mortale nemico, eccoli un’altra volta qua, condotti, come ciechi,
da Amore a cercare la morte. Non vi pare una grande pazzia questa? Chi
più matto, in questo mondo, di un uomo innamorato? Guardate un po’
per l’amore di Dio, come sanguinano quei disgraziati! Non vi pare che
si siano conciati, tutti e due, per le feste? Ecco come Amore, loro
padrone, li ha pagati e compensati dei servizi resi. Eppure andate a
levar loro di testa, se vi riesce, che sono due matti, a volere servire
Amore ad ogni costo.
Ma il più bello è questo: che la donna della quale sono, tutti e
due, così gelosi, può ringraziarli, di tanto amore, precisamente come
me. Poichè di questa interessante faccenda, per Dio, non ne sa nulla
davvero[8]. Tutti, però, giovani o vecchi, di sangue caldo o pezzi di
ghiaccio, dobbiamo esser messi alla dura prova: tutti, una buona volta
dobbiamo perdere la testa per una donna. Io stesso ci sono cascato,
a suo tempo, ed ho servito come gli altri. E perchè, appunto, so per
prova le pene dell’amore, e, preso più d’una volta nei suoi lacci,
conosco quale strazio sia per quel disgraziato che ci casca; io vi
perdono, o cavalieri Tebani, per amore della regina, che me lo domanda
in ginocchio, e della mia buona cognata Emilia. Ma voi, qui stesso, mi
dovete giurare che non cercherete mai di insidiare la mia terra, di
attaccarmi e di costringermi a combattere, nè di giorno nè di notte. Io
vi perdono interamente, purchè siate, in ogni occasione, amici miei».
Palemone e Arcita giurarono che avrebbero fatto tutto ciò che egli
chiedeva; e lo pregarono, fino da quel momento, di concedere a tutti e
due la sua pietosa protezione. Teseo promise loro tutto il suo favore,
e soggiunse: «Quanto ad Emilia, per la quale è nata tra voi questa
battaglia e questa gelosia, io trovo che se anche fosse una regina o
una principessa, non potrebbe desiderare di meglio che sposare, un
giorno, uno di voi due: poichè senza dubbio ne siete ugualmente degni,
pel vostro lignaggio e per le ricchezze vostre. Ma capirete bene, che
non può sposarvi tutti e due. Quand’anche doveste disputarvela con le
armi eternamente, uno dovrebbe tornarsene per forza con le pive nel
sacco;[9] insomma, siccome non la potete sposare in due, abbia fine,
oramai, la vostra gelosia e la vostra rabbia. Io farò in modo che
ognuno di voi abbia il suo destino, e non si possa lamentare. Sentite,
dunque, come ho pensato di finire, una buona volta, questa avventura.
Il mio avviso, per venire ad una conclusione decisiva, senza che ci si
debba più tornare sopra, sarebbe questo, che approverete se vi piacerà.
Ognuno di voi vada, oggi stesso, liberamente dove crede, senza riscatto
e sicuro; ma passate cinquanta settimane da questo giorno, voi dovrete
ritornare tutti e due qua, dovunque siate, portando ciascuno cento
cavalieri armati di tutto punto, pronti per entrare in lizza, e venire
a battaglia. Ed io sulla mia parola di cavaliere, vi prometto che chi
di voi due uscirà vittorioso dal torneo, cioè abbia la fortuna di
uccidere, coi suoi cento cavalieri, l’avversario, o di metterlo fuori
di combattimento, avrà da me Emilia in isposa.
Farò fare in questo stesso luogo la lizza, e Dio mi salvi l’anima
davvero, se io sarò un giudice equo e coscienzioso. La cosa non
sarà definita, fino a che uno di voi non resti ucciso, o sia fatto
prigioniero. Ditemi ora quello che pensate della mia proposta e se vi
pare che io abbia parlato bene, approvatela; questa deve essere la fine
e la conclusione della vostra avventura».
Chi era più felice, in quel momento, di Palemone? Chi più di Arcita
matto dalla contentezza? Chi potrebbe raccontare o descrivere la gioia
di tutti, quando Teseo ebbe fatto una grazia così bella? Tutti si
inginocchiarono davanti a lui, ringraziandolo di cuore, e specialmente
i due giovani tebani.
Quindi Palemone e Arcita, con l’animo pieno di speranza e di felicità,
presero commiato, e s’incamminarono, a cavallo, verso Tebe dalle grandi
ed antiche mura.
Ma io non posso seguitare il mio racconto senza dirvi quello che
spese Teseo, per far preparare subito la lizza: son sicuro che qualcuno
non mi perdonerebbe una negligenza simile. Poichè si tratta di un
anfiteatro così grande e così bello, che ci scommetto, non c’era
l’uguale in tutto il mondo. Aveva quasi un miglio di circuito, cinto
tutto intorno di mura in pietra, in modo da formare un circolo perfetto
come quello tracciato da un compasso. Nell’interno c’erano delle
gradinate, all’altezza di sessanta passi l’una da l’altra in modo che
chi stava seduto davanti, non impedisse di vedere a quello che gli era
dietro. Si entrava nella lizza per due porte di marmo bianco, uguali
precise, che guardavano una ad oriente e l’altra ad occidente. Insomma,
per farvela corta, basti dire che non si era mai visto sorgere, in
così breve tempo, sulla terra, un edificio come quello. Poichè quanti
ingegneri pittori e scultori erano in Atene, tutti furono chiamati da
Teseo, e mantenuti a sue spese, per costruire l’anfiteatro e dirigere
i lavori. Sopra la porta ad oriente fece costruire una cappella con un
altare, in onore di Venere, dea dell’amore, per celebrarvi i suoi riti,
e fare i debiti sacrifici; sopra quella ad occidente ne fece costruire
un’altra compagna per onorare la memoria di Marte, e tutti e due
costarono una somma favolosa[10]. Una terza, poi, in onore di Diana,
pudica e casta dea, Teseo fece innalzare con grande magnificenza,
dentro una piccola torre, che si levava sul muro di cinta verso il
Nord E questa era tutta d’alabastro e di corallo, un vero splendore di
ricchezza.
Ma dove lascio le magnifiche incisioni, le pitture e le belle immagini
effigiate in queste tre cappelle?
Nel tempio di Venere, appena entrati, si vedevano figurati sul
muro, in un quadro commovente, i sonni interrotti, i dolorosi
sospiri, le amare lacrime, i lamenti, e i fieri colpi di passione,
che tormentano, in questo mondo, i servi d’amore, i loro giuramenti
e le loro promesse. In bell’ordine, poi, erano dipinti sulle pareti
il piacere e la speranza, il desiderio e l’audacia, la bellezza e la
gioventù, il ruffianesimo e l’oro, la civetteria e la violenza, la
menzogna e l’adulazione, la prodigalità e gl’intrighi, la gelosia con
una corona d’oro in testa e un cuculo appollaiato sopra una mano,
feste e strumenti musicali, carole e danze, libidine e lusso. Tutti
i compagni dell’amore, insomma, c’erano rappresentati, in un numero
molto più grande di quello che io ho ricordato e potrei ricordare. Il
monte Citerone, per esempio, sul quale Venere ha la sua principale
dimora, si vedeva dipinto sul muro col suo giardino e con tutta la
gaia serenità che vi spira attorno. Il pittore non si era dimenticato
di nulla: c’era l’ozio che stava a guardia sulla porta, Narciso,
famoso per la sua bellezza, c’era la pazzia di re Salomone, la forza
maravigliosa d’Ercole, gl’incantesimi di Medea e di Circe, Turno
audace e coraggioso, e finalmente il ricco Creso in mezzo alle catene.
Questo quadro dimostrava che il sapere, l’oro, la bellezza, l’astuzia,
la forza e il coraggio, non possono cospirare e lottare, anche tutti
insieme, contro Venere sola, la quale è padrona del mondo. E tutta
quella gente che si vedeva lì dipinta, era caduta nelle sue reti, e si
lamentava, senza tregua, pel dolore. Per far presto io vi ho ricordato
solamente qualche esempio, ma ce n’erano ancora più di mille.
Nuda in mezzo alla gloria del mare, spiccava la splendida figura di
Venere, cullata dall’onda azzurra e cristallina, che le nascondeva la
parte inferiore del corpo. Nella destra stringeva una cetra[11], sopra
la sua testa leggiadra, incoronata di freschissime rose, svolazzavano
le sacre colombe. Dinanzi le stava il figlio Cupido, con le ali alle
spalle e la benda agli occhi, armato dell’arco e di frecce lucide e
appuntate.
Perchè non vi dovrei descrivere, ora, anche le figure effigiate nel
tempio di Marte rubicondo? Tutta intera una parete rappresentava
l’interno dei gran tempio di Marte in Tracia, nell’aspra regione dove
il Dio ha il suo regno.
Prima di tutto si vedeva una foresta, di vecchi alberi nodosi e senza
foglie, irta di orribili rami, abbandonata dagli uomini e dalle belve.
E dal fondo pareva si sprigionasse un rumore sordo, come di un uragano
che schiantasse tutto. In basso, ai piedi di un colle sorgeva il tempio
di Marte bellicoso, tutto d’acciaio brunito, con un’entrata così lunga
e stretta, che metteva paura. E di là dentro si scatenava una tale
tempesta,[12] che tutte le porte del tempio tremavano. I muri non
avevano finestre, per cui penetrasse un raggio a rompere l’oscurità;
solo l’ingresso era illuminato dall’aurora boreale[13]. La porta era
tutta di diamante, attraversata, per lungo e per largo, da fortissime
sbarre di ferro; e di ferro erano anche le grosse[14] colonne che
sostenevano il tempio, luccicanti al sole.
Entrando, si vedevano dipinti sul muro l’orribile immagine del
delitto, con tutte le sue arti, l’ira feroce, rossa come un tizzo
di fuoco, il tagliaborse, e la paura pallida come la morte. C’era
l’uomo che ride, e sotto il manto ci ha il coltello, la stalla che
brucia con le pecore in mezzo a nuvoli di fumo, il traditore che
assassina l’uomo che dorme, la guerra dalle ferite sanguinanti, la
rissa che impugnato il coltello sanguinoso minaccia fieramente; e un
cupo frastuono regnava in quel luogo di dolore. Si vedeva, quindi, il
suicida, coi capelli intrisi nel sangue che gli sgorgava dal cuore
lacerato; quegli che muore con un chiodo piantato in mezzo al cervello;
e la morte fredda che leva in alto la bocca spalancata. In mezzo al
tempio sedeva col volto afflitto e sconsolato, la sventura. Venivano
poi il furore sghignazzante nella rabbia, il lamento dei ribelli[15],
le grida disperate, e le imprecazioni, la carogna distesa per terra,
vicino a un cespuglio, con la gola tagliata, un migliaio di morti
caduti in battaglia[16], il tiranno che trascina per forza la preda,
la città distrutta: nulla, insomma, ci mancava dei disastri di Marte.
C’erano, in mezzo alle fiamme, le navi che danzano sull’acqua[17], il
cacciatore strangolato dagli orsi inferociti, la scrofa che divora il
bambino nella culla, il cuoco che si è scottato col manico del suo
lungo romaiolo, e il carrettiere che travolto dal carro, pel malefico
influsso di Marte, cade lungo disteso sotto le ruote.
Venivano, quindi, della grande compagnia di Marte, l’armaiuolo, il
fabbricante di archi, e il fabbro che aguzza le spade sull’incudine. Su
in alto, sopra le altre figure, si vedeva dentro una torre la Vittoria,
seduta trionfalmente, mentre sulla testa le pendeva, da un sottile
filo messo a doppio, quella tale spada affilata[18]. Poi v’era dipinta
la morte di Giulio Cesare, quella del grande Nerone e di Antonio, i
quali allora non erano nemmeno nati; ma già si vedeva quale fine Marte
minaccioso destinava loro. Poichè in quel quadro c’era dipinto, come
nelle sfere celesti, il destino di ognuno; si vedeva chi doveva essere
ucciso, e chi era destinato a morire d’amore. Ma basti un solo esempio
tolto dalle antiche storie, giacchè non potrei ricordarli tutti neppure
se io volessi.
Sopra un carro si vedeva la statua di Marte tutto armato, con lo
sguardo truce e sinistro. Sul corpo gli brillavano due stelle che
nelle antiche scritture sono chiamate: una -Puella-, e l’altra
-Rubeus-[19]. Il Dio delle armi era raffigurato con un lupo, dagli
occhi fiammeggianti, ai suoi piedi, nell’atto di divorare un uomo.
Questa storia che si trovava lì ad onore e gloria di Marte, era un fine
lavoro in matita.
Ora passiamo in fretta al tempio della casta Diana, ed io vi descriverò
le caccie e gli esempi di modestia e di pudore che erano dipinti qua e
là su le pareti.
Vidi Callisto addolorata, che dall’ira di Diana fu cambiata di donna
in orsa, e divenne poi la stella polare. Così, almeno era dipinta, ed
io non so dirvi altro. Anche suo figlio, come ognuno poteva vedere,
era in figura di stella. C’era Dafne cambiata in albero: dico Dafne la
figlia di Peneo, non la dea Diana[20]. Vidi Atteone mutato in cervo
per avere osato di guardare Diana nuda, e i cani che non avendolo
riconosciuto lo sbranarono vivo. Più oltre, nella stessa parete, si
vedeva Atalanta che dava la caccia all’orso insieme con Meleagro e
molti altri, puniti tutti da Diana che dette loro affanni e dolori.
C’erano istoriati, in fine, molti altri fatti maravigliosi che ora non
ho voglia di ricordare.
La Dea stava seduta sopra un cervo, con dei piccoli cani ai suoi
piedi, e proprio sotto ai piedi aveva una luna ancora crescente, ma
già prossima a calare. Era vestita splendidamente di verde, con l’arco
in mano e le freccie nel turcasso, ed aveva gli occhi rivolti in giù,
verso il tetro regno di Plutone. Davanti alla dea si vedeva una donna
presa dai dolori del parto, la quale non potendo sgravarsi invocava
pietosamente Lucina, e diceva: «Abbi compassione di me, tu che meglio
d’ogni altro puoi aiutarmi».
Chi dipinse questo quadro era certo un artista molto geniale, e deve
avere speso un occhio nei colori.
La lizza, dunque, era pronta; e Teseo, che con tanta profusione di
danaro aveva adornato i templi ed il teatro, quando tutto fu finito ne
rimase soddisfatto ed ammirava con grande compiacenza.
Ma lasciamo un poco lui, e torniamo a Palemone e ad Arcita.
Si avvicinava il giorno del loro arrivo, coi cento cavalieri per
il torneo; e tutti e due, secondo i patti, giunsero in quel giorno
in Atene con cento cavalieri armati di tutto punto e pronti alla
battaglia. Più d’uno, certamente, pensò che mai, da che il mondo è
mondo, s’era veduto (per quanto siano sconfinati il mare e la terra
che Dio ha creato) un’accolta così bella di prodi ed eletti cavalieri.
Poichè quanti amavano la cavalleria ed aveano desiderio di acquistarsi
un nome glorioso, chiesero di prendere parte a questo torneo, e fu
fortunato chi potè essere scelto. Chè se domani ci fosse un torneo
simile, voi siete certi che ogni ardito cavaliere il quale fosse amante
di imprese amorose ed avesse sangue nelle vene, inglese o di qualunque
altra terra, vi accorrerebbe con gioia e vorrebbe prendervi parte.
Combattere per una donna! -Benedicite-, dovrebbe essere una gran bella
vista!
Con Palemone, dunque, vennero molti e molti cavalieri. Alcuni erano
armati di una maglia di ferro e di una corazza con una veste corta;
altri avevano al petto e alle spalle due larghe piastre d’acciaio, o
portavano uno scudo prussiano o una targa; alcuni avevano le gambe
ben difese dagli schinieri, ed impugnavano un’accetta o una clava
d’acciaio. Naturalmente non c’è moda, per quanto nuova, che una volta
non sia stata vecchia: così ognuno s’era armato come gli era sembrato
meglio.
Insieme con Palemone vedevi, tra gli altri guerrieri, perfino Licurgo,
il grande re della Tracia. Aveva barba nera e faccia maschia, con occhi
luccicanti tra il giallo e il rosso; portava i capelli ben pettinati
sulla fronte austera, e mentre camminava si guardava attorno come un
grifone. Era grosso, ed aveva ossa dure e forti, larghe spalle, e le
braccia rotonde e lunghe. Secondo il costume del suo paese sedeva in un
carro d’oro tirato da sei bovi bianchi. Invece della cotta d’armi sulla
bardatura c’era una vecchia pelle d’orso divenuta nera, col tempo,
come il carbone, adorna di borchie gialle, che luccicavano come l’oro.
I lunghi capelli gli cadevano dietro sulle spalle, ed erano lucidi e
neri come una penna di corvo. In testa portava una corona d’oro dello
spessore di un braccio, tempestata di pietre preziose, di finissimi
rubini e di diamanti. Attorno al suo carro c’era una ventina di mastini
bianchi, grossi come un vitello, che servivano per la caccia del leone
e del daino, con una muserola d’oro fermata strettamente e l’anello del
collare ben pulito. Il seguito era composto di cento cavalieri forti e
coraggiosi, armati di tutto punto.
Insieme con Arcita, come riferiscono le antiche storie, veniva,
simile a Marte re delle armi, il grande Emetrio, re dell’India, il
quale montava un cavallo baio, bardato in acciaio, con una bella
coperta in oro. La sua cotta d’armi era di panno di Tartaria guarnito,
tutto intorno, di candide perle grosse e rotonde; la sella era d’oro
massiccio lavorato a fuoco. Sulle spalle aveva un mantello corto tutto
coperto di rubini rossi, che risplendevano come fiamma; i capelli
cresputi e pioventi giù in lunghe anella, erano biondi, e luccicavano
come il sole. Aveva il naso in su, gli occhi chiari[21], le labbra
rotonde, e il colorito sanguigno; nella faccia si vedeva sparsa, qua e
là, un po’ di lentiggine di un colore fra il giallo e il nero, e nel
suo sguardo c’era la fierezza di un leone. Avrà avuto, presso a poco,
venticinque anni, e già gli spuntava nel mento la prima barba. Quando
parlava, la sua voce squillava come una tromba. In testa portava una
corona d’alloro fresco che era bellissima, e sopra una mano teneva per
divertimento un’aquila ammaestrata, bianca come un giglio. Conduceva
un centinaio di cavalieri armati ricchissimamente e (tranne l’elmo che
lo avevano tutti uguale) nella maniera più svariata. Immaginatevi che
in questa nobile schiera s’erano radunati, per amore, e per spirito
di cavalleria, conti, duchi, e re. Attorno al loro condottiero, il re
Emetrio, correvano d’ogni parte leoni e leopardi addomesticati.
Tutti questi cavalieri, dunque, giunsero ad Atene la mattina presto di
domenica, ed entrati in città, scesero da cavallo.
Teseo, il nostro duca, il nostro illustre cavaliere, poichè li
ebbe condotti per la città, e trovato alloggio a ciascuno secondo
il proprio grado, li accolse con gran festa, e si dette tanto da
fare perchè non mancasse loro nulla, e per onorarli degnamente, che
tutti pensano ancora che non ci potrebbe essere uomo, chiunque egli
fosse, che potesse fare più o meglio di quello che fece Teseo. Non
starò a parlarvi della musica, del lusso con cui fu preparato il
ricevimento, degli splendidi doni ch’egli offrì ai suoi ospiti di
qualunque condizione fossero e dell’addobbamento del palazzo di corte;
non ricorderò chi a mensa occupava i posti d’onore, quali fossero le
signore più belle e quelle che ballavano meglio e sapevano meglio
cantare e carolare, nè chi aveva più sentimento nel parlare d’amore.
Non sto a dirvi che razza di falconi si vedessero appollaiati su in
alto nel bastone, e quanti cani erano pronti per la caccia: ma riprendo
il racconto che è meglio. Ora viene il bello, ascoltatemi dunque se ne
avete voglia.
La domenica, prima che spuntasse il giorno, Palemone appena sentì
cantare l’allodola (e già cantava che mancavano due ore all’alba) si
alzò col cuore pieno di giovanile baldanza, e se ne andò, divotamente,
in pellegrinaggio al tempio di Citerea benedetta e benigna, di Venere
onorata degnamente dagli uomini. E nell’ora a lei sacra, si avviò alla
lizza dove sorgeva il suo tempio, e inginocchiatosi umilmente e facendo
atto di adorazione disse:
«Venere, mia signora, la più bella tra le belle, figlia di Giove e
sposa di Vulcano, tu che allieti colla tua presenza il monte Citerone,
per l’amore che porti al tuo figlio Adone, abbi pietà delle mie amare e
calde lacrime, e non disprezzare questa mia umile preghiera.
Ah! Io non trovo parole per esprimere tutto quello che soffro, tutto
l’inferno che mi tormenta il cuore. Non ha forza l’animo mio di
manifestare quello che sente, ed io sono così confuso che la parola mi
manca. Ma tu, o splendida signora, abbi compassione di me, tu che mi
leggi nel pensiero, e vedi gli affanni che io soffro; considera tutto
questo, e compiangi il mio dolore, ed io ti prometto che con tutte le
forze mi dedicherò umilmente al tuo servizio, e farò sempre guerra alla
castità. Io ti faccio questo voto, tu aiutami adunque.
Io non mi curo della gloria delle armi, nè ti chiedo di concedermi
domani la vittoria e l’onor del torneo. Io non cerco la vana gloria del
premio conquistato con le armi perchè il mio nome sia strombazzato a
destra e a sinistra; ma voglio che Emilia sia mia, e voglio morire al
suo servizio; trova tu il modo ch’io possa ottenere questo. Non voglio
sapere se per me sia meglio riuscire vincitore su i miei avversari
o che essi vincano me, purchè io possa aver lei tra le braccia. Per
quanto Marte sia il Dio delle armi, la tua potenza è così grande su
nel cielo, che se tu vorrai, potrò avere, finalmente, l’amor mio. Io
adorerò sempre il tuo tempio, ed ogni volta che monterò a cavallo o
uscirò a passeggiare, ti farò i debiti sacrifici ed accenderò il fuoco
in tuo onore.
Chè se tu non vorrai aiutarmi, o mia dolce signora, ti prego allora di
far sì che Arcita domani mi passi il cuore con la sua lancia. Poichè
una volta che io abbia perduta la vita, non mi potrà dispiacere che
Arcita, rimasto vincitore, si abbia in moglie la donna. Di questo io ti
prego, e quì finisce la mia preghiera: signora benedetta e cara, fa’
che io m’abbia l’amor mio».
Dopo questa preghiera Palemone, con l’animo pieno di compunzione, fece
subito i sacrifici; ma io non starò a raccontarvi tutti i particolari
e tutte le pratiche ch’egli osservò. Dirò solamente che, finito il
sacrificio, la statua di Venere fece un segno dal quale Palemone
si accorse che la sua preghiera era stata, quel giorno, accolta
con favore. Il segno della Dea significava, veramente, che doveva
aspettare: ma egli capì bene che la ricompensa gli era concessa. Perciò
se ne tornò subito a casa con la gioia nel cuore.
Tre ore dopo[22] che Palemone se ne era andato al tempio di Venere, il
sole si levò, e anche Emilia lasciò il letto, e se ne andò al tempio
di Diana seguita dalle sue ancelle, con l’incenso, le vesti e tutto
l’occorrente pei sacrifici, pei quali non mancavano, secondo l’uso,
nemmeno i corni pieni di miele.
Mentre il tempio fumava, tutto adorno di bei drappi, Emilia, col
cuore pieno di giubilo, lavò e purificò il corpo ad una fonte. Ma
non vi sto a dire nulla del modo con cui essa compiè il rito; poichè
anche a volere accennare solamente le cose in generale, non sarebbe
una faccenda da poco stare a sentirle tutte. Capisco che con un po’
di buona volontà non sarebbe poi una fatica dell’altro mondo, ma è
meglio che nessuno resti sacrificato. I biondi capelli, dunque, le
cadevano sciolti sulle spalle, e sul capo aveva una bella corona di
foglie di quercia ancora fresche, accomodata con molta grazia. Se ne
andò all’altare e accesi due fuochi compiè i sacrifici della Dea, di
cui vi risparmio la descrizione, perchè ognuno può leggerla da sè nella
Tebaide di Stazio[23] e negli altri antichi libri che ne parlano.
Quando il fuoco cominciò ad ardere su l’altare, Emilia con aria mesta e
supplichevole parlò a Diana in questo modo.
«O casta dea dei verdi boschi, che contempli il cielo la terra e
il mare, regina del regno tetro e profondo di Plutone, dea delle
vergini, che da molti anni conosci il mio cuore, e sai quale sia il
mio pensiero, proteggimi tu stessa dalla tua vendetta e dall’ira tua,
per la quale Atteone soffrì orribilmente. O casta Dea, tu sai bene che
io desidero di rimanere vergine per tutta la vita, e che non voglio
innamorarmi e divenire moglie. Io sono (tu lo sai) una fanciulla
del tuo seguito, ed amo la caccia e i boschi selvaggi, e non voglio
divenire donna ed avere figli; e perciò appunto fuggo la compagnia
degli uomini. Tu dunque aiutami, signora, poichè lo puoi, te ne
scongiuro per la tua triplice forma. Di questa grazia io ti prego: fa
che Palemone il quale ha per me tanto amore, ed Arcita che mi ama così
caldamente, stiano d’accordo, e distogli il loro cuore da me, in modo
che tutto l’amor loro, ogni loro desio, tutte le loro sofferenze, tutto
il loro ardore, si spenga, o sia rivolto altrove. Chè se non vuoi farmi
questa grazia, e se è mio destino che io debba avere per marito uno di
loro due, fa allora che io sia di colui che più mi desidera.
Guarda, o Dea della pura castità, le lacrime che mi scendono sulle
guancie. Poichè tu sei vergine e protettrice di tutte le vergini,
proteggi e conserva la mia verginità, e per tutta la mia vita io starò
al tuo servizio».
I fuochi ardevano sullo splendido altare, mentre Emilia faceva
questa preghiera; quando ad un tratto essa ebbe una strana visione.
Improvvisamente uno dei due fuochi si spense, e subito si riaccese,
mentre si spengeva l’altro, e cigolando come un tizzo ardente bagnato
nell’acqua mandava fuori dall’uno dei capi un fiotto di sangue. Emilia
ne rimase così spaventata, che per poco non divenne pazza; e non
sapendo che cosa questa visione significasse, cominciò a disperarsi, e
per la paura gridava e piangeva in modo da far pietà.
Intanto, mentre piangeva così, ecco comparire Diana con l’arco in
mano, in arnese da caccia, la quale voltasi ad Emilia le disse:
«Figlia, cessa dal tuo affanno; gli eccelsi Dei hanno ormai stabilito,
e scritto, e confermato, con eterna parola, che tu debba sposare uno
dei due giovani tebani che per te soffrono tanti affanni e tanto
dolore: quale dei due, però, tu dovrai sposare, non te lo so dire.
Addio, dunque, poichè io non posso più a lungo trattenermi. I fuochi
che ardono sul mio altare ti faranno capire, prima che tu esca di qua,
quale sia la fine di questa tua avventura amorosa».
E a queste parole le freccie che la Dea aveva nella faretra
risuonarono, ed essa scomparve. Emilia stupefatta disse: «Che vuoi mai
dire questo? Ahimè! Io mi metto sotto la tua protezione, o Diana, e a
te mi affido». Quindi per la via più breve se ne ritornò a casa. Così
finì ed io non ho altro da dire.
Nell’ora sacra a Marte che seguì a questo fatto, Arcita se ne andò al
tempio del feroce Dio della guerra, per sacrificare in onor suo secondo
il rito pagano. E pieno di umiltà e di devozione fece a Marte questa
preghiera.
«O forte Dio, che sei onorato nei freddi regni della Tracia di cui
sei signore, tu che maneggi a tuo talento le armi d’ogni terra, e
dispensi agli uomini buona o cattiva fortuna, accetta da me questo
pietoso sacrificio. Se tu credi che la mia giovinezza ne sia degna, e
che io sia in grado di servire il tuo nume, sì ch’io possa essere dei
tuoi, abbi pietà delle pene mie, te ne prego, per gli affanni che hai
sofferti, per quel fuoco che t’arse tutto, quando godesti le grazie di
Venere giovane e bella, e la stringesti, fin che ti piacque, fra le
tue braccia. Abbi compassione delle mie pene atroci, te lo chiedo pel
dolore che provasti (una volta t’andò male anche a te), quando Vulcano,
ahimè, ti prese nei suoi lacci, e ti colse mentre giacevi con sua
moglie.
Io sono, come ben sai, giovane ed inesperto, e colpito, s’io non
m’inganno, da Amore, come mai anima viva fu ferita al mondo: poichè la
donna per la quale io soffro tutte queste pene, non si cura affatto di
me, e poco le importa che io affoghi o mi salvi nuotando. Io debbo,
prima che essa si muova a pietà, conquistarla con la forza sul luogo
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