specialmente sintomi caratteristici di perturbazioni paichiche
generali, e però anche di questi una più profonda trattazione deve
essere lasciata alla psicopatologia. Essendo le generali malattie
psichiche sempre nel tempo stesso sintomi di malattie cerebrali,
anche queste anomalie nei processi del sentimento e del volere, allo
stesso modo che quelle delle sensazioni e rappresentazioni, sono senza
dubbio accompagnate da alterazioni fisiologiche, delle quali ci è però
ancora ignota la natura. Possiamo soltanto congetturare, che appunto
a causa della natura più complessa dei moti d’animo, esse o abbiano
una sede più estesa che le alterazioni centrali d’eccitabilità nelle
allucinazioni ed illusioni, oppure s’estendano a regioni cerebrali più
centrali, più direttamente interessate ai processi di appercezione.
5. Colle alterazioni d’eccitabilità sensoriale, cogli stati di
depressione e di esaltazione si collegano per solito anche alterazioni
nella connessione e nel decorso dei processi psichici che noi, secondo
il concetto della coscienza foggiato ad esprimere questa connessione
(pag. 165), diciamo -modificazioni anormali della coscienza.- Fintanto
che le deviazioni dallo stato normale si limitano alle singole
formazioni psichiche, alle rappresentazioni, alle emozioni, ai processi
volitivi, si comprende come anche la coscienza debba essere modificata
dalle alterazioni di questi suoi componenti. Ma noi parliamo di un
proprio stato anormale della coscienza soltanto quando non solo le
formazioni psichiche prese a sè, ma anche i loro nessi presentano
notevoli anomalie. Queste senza dubbio sorgono sempre tosto che quelle
perturbazioni più elementari sono più profonde, perchè le combinazioni
degli elementi in formazioni e delle formazioni fra loro sono processi,
fra i quali hanno luogo continui passaggi.
In corrispondenza ai diversi processi di combinazione, che danno
origine alla connessione della coscienza, si possono generalmente
distinguere -tre- specie di anormali condizioni della coscienza:
1º alterazioni associative; 2º alterazioni nelle combinazioni
appercettive; 3º alterazioni nel rapporto di queste due forme di
combinazioni tra loro.
6. Le -alterazioni associative- sorgono dapprima come effetto immediato
delle perturbazioni più elementari. Poichè l’aumento di eccitabilità
sensoriale trasforma le assimilazioni normali in illusioni fantastiche,
anche i processi associativi del riconoscimento sono essenzialmente
alterati (pag. 192): ora il noto può sembrare ignoto e ora l’ignoto
noto, a seconda che gli elementi riprodotti sono attinti a determinate
rappresentazioni anteriori o presi da processi di rappresentazione
tra loro molto lontani. Inoltre l’accresciuta eccitabilità sensoriale
produce un acceleramento delle associazioni, per il quale predominano
le associazioni meno comuni, fatte più facili da impressioni casuali o
dall’influenza dell’abitudine. Per contro gli stati di depressione e di
esaltazione influiscono sulla determinazione della qualità e direzione
delle associazioni.
Similmente le alterazioni elementari delle rappresentazioni e dei
sentimenti agiscono sulle combinazioni appercettive in parte inibendo
od accelerando, in parte determinandone la direzione. Ma tutte le
più notevoli deviazioni nei processi delle rappresentazioni e dei
sentimenti portano anche questa ulteriore conseguenza: i processi
legati all’attenzione attiva sono resi più o meno difficili, così
che in molti casi sono possibili solo combinazioni appercettive
ancora più semplici, anzi talora solo quelle che per l’esercizio
si sono condensate in associazioni. Con ciò si connettono anche le
alterazioni, che avvengono nel rapporto delle combinazioni appercettive
alle associazioni. Poichè l’influenze sin qui esposte agiscono
sulle associazioni soprattutto come acceleranti, sulle combinazioni
appercettive invece come inibenti, sorge, come frequentissima forma
sintomatica di più profonde perturbazioni psichiche, una forte
prevalenza delle associazioni. Questo appare nel modo più evidente se
la perturbazione di coscienza è, come in molti alienati, un processo in
continuo aumento. Si osserva allora che le funzioni appercettive, che
stanno a base della così detta attività fantastica e intellettiva, sono
sempre più sopraffatte dalle associazioni, finchè alla fine rimangono
queste soltanto. Se poi questa perturbazione progredisce ancora, anche
le associazioni sono a poco a poco limitate, e si restringono a certe
connessioni specialmente praticate (idee fisse); uno stato questo, che
si riduce infine ad una completa paralisi intellettuale.
7. Trascurando le vere malattie mentali, noi troviamo le suddescritte
anomalie della coscienza soprattutto in -due- stati che rientrano nel
campo della vita normale: nel -sogno- e nell’-ipnosi-.
Le rappresentazioni del -sogno- provengono sempre per massima parte
da stimoli di senso, soprattutto da stimoli del senso generale:
sono quindi per lo più illusioni fantastiche, verosimilmente solo
in piccola parte pure rappresentazioni mnemoniche portate al grado
d’allucinazioni. Impressionante è il ritrarsi delle combinazioni
appercettive di fronte alle associazioni, col quale fatto si collegano
le frequenti alterazioni e mutazioni dell’auto-coscienza, gli errori
del giudizio e simili. Ciò che del resto distingue il sogno dagli altri
stati psichici simili ad esso, consiste non tanto in queste proprietà
positive, quanto nel fatto, che quell’aumento di eccitabilità,
attestato dalle allucinazioni, si mantiene limitato alle funzioni
-sensorie-, essendo nel sonno ordinario e nel sogno le attività esterne
del volere completamente inibite.
Se invece le rappresentazioni fantastiche del sogno si collegano
anche con azioni volitive, sorgono i fenomeni del -sonnambulismo-,
affatto rari e già affini a certe forme dell’ipnosi. Per lo più tali
concomitanti fenomeni di moto sono limitati ai movimenti della favella,
come il parlare in sogno.
8. -Ipnosi- sono detti certi stati affini al sonno e al sogno, che sono
prodotti da determinate influenze psichiche e nei quali la coscienza
presenta un comportamento, che sta tra mezzo la veglia e il sonno.
La causa principalissima del sorgere dell’ipnosi è la -suggestione-,
cioè la comunicazione di una rappresentazione ricca di sentimento,
che di solito è fatta da una persona estranea sotto forma di comando
(suggestione esterna) e talora anche è prodotta dall’ipnotizzato
stesso (auto-suggestione). Il comando o il proposito di dormire, di
compire certi movimenti, di avvertire oggetti non presenti o di non
avvertire i presenti e simili cose, sono le più frequenti forme di tali
suggestioni. Stimoli di senso uniformi, specialmente stimoli del tatto,
hanno effetto di aiutare l’ipnosi. Inoltre l’apparizione dell’ipnosi è
legata a una certa disposizione del sistema nervoso, ancora sconosciuta
nella sua natura, la quale è notevolmente sviluppata da ripetute
ipnotizzazioni.
Il primo sintomo dell’ipnosi sta in un arresto più o meno completo
degli atti di volere esterni, arresto che è anche legato a una
unilaterale direzione dell’attenzione, rivolta per lo più al comando
dato dall’ipnotizzatore (automatismo del comando). L’ipnotizzato non
solo dorme al comando, ma mantiene in questo stato quella posizione,
per quanto incomoda, che gli è stata data (catalessi ipnotica). Se lo
stato si aggrava, l’ipnotico compie, in modo apparentemente automatico,
il movimento comandato e dà a conoscere, che egli per allucinazione
considera le rappresentazioni a lui suggerite come oggetti reali
(sonnambulia). In questo stato si possono dare infine suggestioni
sensorie e motorie pel momento dello svegliarsi o persino per un certo
tempo posteriore (suggestioni a termine). I fenomeni accompagnanti
tali “effetti postipnotici„ fanno credere che essi si fondino su una
parziale persistenza dell’ipnosi, oppure (nella suggestione a termine)
su un riapparire di essa.
9. Per tutte queste manifestazioni sonno ed ipnosi sono stati affini,
che si distinguono solo per la loro diversa origine. Comuni ad
ambedue sono certi fenomeni di inibizione nel campo dei processi del
volere e dell’attenzione, come pure una disposizione ad una maggiore
eccitabilità dei centri sensitivi, la quale produce un’assimilazione
allucinatoria delle impressioni di senso. Caratteri differenzianti
sono invece: nel sonno, l’arresto del volere che, più completo tanto
intensivamente quanto estensivamente, agisce specialmente sui processi
appercettivi e sulle funzioni di moto; e nell’ipnosi, l’unilaterale
direzione dell’attenzione, che è determinata dalla suggestione e che
al tempo stesso favorisce ulteriori suggestioni. Ma queste differenze
non hanno un valore assoluto: nel caso del sonnambulismo l’arresto
esteriore del volere vien meno anche nel sogno, mentre, proprio come
nel sonno, è presente nello stadio iniziale di letargo dell’ipnosi.
Le condizioni psicofisiche del sonno, del sogno e dell’ipnosi
concordano con ogni probabilità nella parte essenziale. Poichè
psicologicamente queste condizioni si palesano con particolari
alterazioni nelle disposizioni alle reazioni sensitive e volitive, esse
possono, come tutte le disposizioni, venir spiegate fisiologicamente
solo da alterazioni nelle funzioni di determinate regioni centrali.
Queste alterazioni di funzioni non sono ancora direttamente
investigate. Pur tuttavia, in base ai sintomi psicologici, si può
ammettere, che esse si compongano per solito di un arresto nella
funzione dei domini centrali, che entrano in azione nei processi del
volere e dell’attenzione, e di un aumento nell’eccitabilità dei centri
di senso.
9-a-. La teoria intorno al sonno, al sogno e all’ipnosi è
quindi in primo luogo un -còmpito della fisiologia-. A lato al
presupposto generale dell’arresto di funzione in certe parti
della corteccia cerebrale e dell’aumento di funzione in certe
altre, presupposto che noi desumiamo dai sintomi psicologici,
soltanto un generale principio neurologico può sussistere con
qualche probabilità, il principio cioè della -compensazione delle
funzioni- In base a questo principio l’arresto di funzione in un
certo dominio centrale si collega con un aumento funzionale di
altri domini, che stanno con quello in relazione di reciprocità.
Tale relazione può essere in parte diretta, -neuro-dinamica-
in parte indiretta, -vasomotoria-. La prima si fonda, a quanto
pare, sul fatto, che l’energia accumulatosi per l’arresto
funzionale affluisce attraverso le connessioni nervose ad altri
centri. La seconda consiste in ciò, che un arresto funzionale è
accompagnato da un ristringimento dei vasi capillari, e questo
da una dilatazione di compenso nei vasi di altre regioni, mentre
l’accresciuto afflusso del sangue è accompagnato da incremento
funzionale. Una differenza essenziale tra sogno ed ipnosi, per
quanto si può argomentare dai sintomi psicologici, pare consista
in ciò, che nel sogno i domini centrali, che stanno in relazione
coi processi appercettivi, si trovano, più o meno completamente,
in istato d’arresto, così che quasi tutta l’eccitazione di
compenso affluisce ai centri di senso; mentre nell’ipnosi
avvengono già in certi casi entro lo stesso centro appercettivo
compensatori aumenti d’eccitabilità di fronte a contemporanei
arresti parziali. Questo fatto risalta in ispecial modo da
quegli stati d’ipnosi parziale, che si formano per accresciuta
disposizione in seguito all’esercizio, stati nei quali avvengono,
in parte complicate azioni di carattere automatico in condizione
per altro di apparente veglia, e in parte atti psichici di acuta
distinzione, o di straordinariamente esatto riconoscimento, o di
ricordo entro un certo dominio rappresentativo o sentimentale,
mentre contemporaneamente sono esclusi altri elementi.
Quest’ultimo stato d’ipnosi parziale con unilaterale direzione
dell’attenzione è anche I’unico, nel quale eventualmente
possa venire in questione un diretto apprezzamento psicologico
dell’ipnosi in base alle autoosservazioni dell’ipnotizzato,
determinate da sperimentali azioni stimolatrici. In tale stato
d’ipnosi parziale lo scoglio di tali autoosservazioni, che con
ogni cura si deve evitare, consisterà sempre nel fatto, che
hanno luogo suggestioni esterne ed auto-suggestioni illudenti,
le quali sorgono o casualmente o per teoretica prevenzione
dell’osservatore ipnotizzato. Queste sono straordinariamente
difficili da eliminare, perchè i due requisiti che l’osservatore
deve avere in questo caso, l’esercitata distinzione psicologica
e l’assoluta mancanza di prevenzione, potrebbero nello stato di
accresciuta suggestionabilità facilmente escludersi a vicenda.
Sogno e ipnosi sono stati spesso, in parte anche pei psicologi,
oggetto di ipotesi mistiche e fantastiche. Si parlava di una
maggiore attività psichica nel sogno, di effetti psichici
a distanza nel sogno e nell’ipnosi. Sotto questo riguardo
specialmente l’ipnotismo è stato, anche in tempi recenti, usato
a sostegno di superstiziose rappresentazioni spiritiche. Inoltre
già più volte auto-illusioni e illusioni volute ebbero gran parte
nel “magnetismo animale„ e nel “sonnambulismo„: fenomeni, che
si devono ricondurre senz’altro all’ipnosi o alla suggestione.
In realtà tutto ciò che in questi fenomeni regge ad una prova
esatta, può senza difficoltà essere spiegato psicologicamente e
fisiologicamente; ma ciò che non può essere spiegato in tal modo,
sarà sempre dimostrato mediante un più intimo esame essere o
auto-illusioni superstiziose od inganno voluto.
IV. -- GLI SVILUPPI PSICHICI
§ 19. -- Le proprietà psichiche degli animali.
1. Il regno animale ci presenta una serie di sviluppi psichici, che
noi possiamo considerare come i gradi antecedenti lo sviluppo psichico
dell’uomo, in quanto che la vita psichica degli animali si rivela
simile a quella dell’uomo nei suoi elementi e nelle più generali leggi
della connessione di questi elementi.
Già gli animali infimi (protozoi, celenterati, ecc.) hanno
manifestazioni vitali, che fanno argomentare a processi di
rappresentazione e di volere. Essi, dopo averlo veduto, afferrano
spontaneamente il loro nutrimento; sfuggono ai nemici che li
inseguono, ecc. Così pure già in gradi molto infimi si trovano
traccie di associazioni e riproduzioni, specialmente di processi del
conoscimento e del riconoscimento sensitivi (pag, 192), e queste si
perfezionano negli animali superiori solo per la maggiore varietà
delle rappresentazioni e pel maggior tempo, su cui si estendono
i processi di memoria. E in generale non concordano meno le forme
delle rappresentazioni sensitive, come noi possiamo argomentare dalle
omogenee disposizioni e dallo sviluppo degli organi di senso; solo
che negli esseri inferiori, le funzioni di senso si limitano al senso
generale di tatto (pag. 31) corrispondentemente allo stato primitivo
nello sviluppo individuale degli organismi superiori.
Ma di contro a questa omogeneità degli elementi psichici e delle loro
più semplici connessioni, stanno differenze assai grandi in tutti quei
processi che si collegano allo sviluppo dell’-appercezione-. Mentre
non mancano mai appercezioni -passive- come fondamento dei semplici
atti impulsivi che avvengono dappertutto, i processi d’appercezione
-attiva-, sotto la forma di attenzione volontariamente diretta a certe
impressioni e di una scelta fra motivi diversi, si trovano invece
probabilmente soltanto in animali più sviluppati. Anche in questi però
essi rimangono limitati alle rappresentazioni suscitate da dirette
impressioni di senso, così che neppure per gli animali psichicamente
più evoluti si può far parola di funzioni -intellettuali- nel senso
stretto della parola, di attività fantastica e intellettiva, oppure
al più si può accennare solo a traccie isolate e ad inizi. A ciò
si aggiunga anche, che gli animali superiori possono certamente
manifestare mediante svariati movimenti espressivi, spesso affini a
quelli umani, le loro emozioni e persino le loro rappresentazioni, in
quanto sono legate ad emozioni, ma che però ad essi manca un linguaggio
sviluppato.
2. Lo sviluppo degli animali, se malgrado l’omogeneità qualitativa dei
processi psichici fondamentali, in generale rimane addietro a quello
dell’uomo, pure in molti casi gli è superiore per -doppio- riguardo:
prima, per la -rapidità- dello svolgimento psichico; poi, per certe
-unilaterali direzioni funzionali-, che sono favorite dagli speciali
modi di vita di una determinata specie animale. La maggiore rapidità
dello svolgimento psichico si dimostra in ciò, che molti animali assai
presto, anzi alcuni subito dopo la nascita sono capaci di formare
rappresentazioni sensitive relativamente distinte e di compiere
movimenti rispondenti a uno scopo. Se anche per questo rapporto si
trovano negli animali superiori grandissime differenze, ad es., il
pulcino appena uscito dall’uovo comincia tosto a beccare il grano,
mentre il cane neonato è cieco e presenta ancora per lungo tempo
movimenti non coordinati, pare però che lo sviluppo umano sia il più
lento e in massimo grado dipendente da aiuti e cure esterne.
3. Ancor più sorprendente è l’-unilaterale svolgimento funzionale-
che ci presentano certi animali: esso si esplica in determinati
-atti impulsivi- di regola connessi a certi bisogni di nutrizione, di
riproduzione o di difesa, o nello sviluppo di certe rappresentazioni
sensitive e associazioni, che entrano come motivi in quegli atti
impulsivi. Tali impulsi unilateralmente svoltisi si chiamano
-istinti-. L’opinione, che l’istinto sia una proprietà spettante solo
alla coscienza animale e non all’umana, è assolutamente contraria
alla psicologia e sta anche in contraddizione coll’esperienza. La
disposizione a fare esterni i generali impulsi animali, soprattutto
l’impulso alla nutrizione e alla riproduzione, è innata così nell’uomo
come in ogni animale. Di particolare a molti animali è soltanto lo
special modo di estrinsecare questi impulsi, consistente in più
complesse azioni rispondenti allo scopo. Ma anche gli animali si
comportano sotto questo rispetto assai diversamente. Ci sono numerosi
animali, tanto inferiori quanto superiori, nei quali, come nell’uomo,
le azioni provenienti da istinti innati non presentano proprietà
speciali. È anche degno di nota che l’addomesticamento degli animali
per lo più affievolisce le manifestazioni istintive proprie dello stato
selvaggio, ma può produrre d’altra parte nuovi istinti, che possono
essere considerati come modificazione di quegl’istinti selvaggi,
come ad es. i cani da caccia, specialmente i cani da ferma: bracchi
e simili. Il grado di sviluppo relativamente alto raggiunto da certe
tendenze istintive negli animali in confronto dell’uomo sì collega
evidentemente col loro più unilaterale sviluppo, per il quale la vita
psichica degli animali suole esplicarsi quasi interamente in quei
processi collegati all’istinto prevalente.
4. Gl’istinti si possono in generale considerare come azioni impulsive,
che nascono da sensazioni e sentimenti sensoriali. Il punto di
partenza fisiologico per le sensazioni, che specialmente determinano
gl’istinti, sono gli -organi della nutrizione e della riproduzione.-
Tutti gl’istinti animali ben possono essere ricondotti senz’altro
alle due classi di -istinti della nutrizione e della riproduzione-;
ma allora, specialmente a questi ultimi nelle loro manifestazioni più
complesse, si aggiungono sempre ausiliari impulsi di difesa e impulsi
sociali, ohe per la loro origine si devono considerare modificazioni
speciali degl’istinti della generazione. E qui trovano posto gl’istinti
di molti animali a costruire case e nidi, come del castoro, degli
uccelli, di numerosi insetti (ragni, vespe, api, formiche), inoltre le
nozze animali comuni specialmente alle classi degli uccelli, i quali
presentano ora la forma monogamica, ora la poligamica. Infine qui si
devono anche porre le così dette “società animali„ delle api, delle
formiche e delle termiti. Esse non sono in realtà società ma legami
genetici, nei quali l’istinto sociale, che tiene riuniti gl’individui
di una famiglia, come pure l’istinto di difesa ad essi comune, sono
subordinati all’impulso della riproduzione.
In tutti gl’istinti le azioni impulsive degl’individui prendono le
mosse da certi stimoli di senso, in parte interni, in parte esterni. Le
azioni stesse devono però essere attribuite agli atti impulsivi o atti
di voleri semplici, perchè certe rappresentazioni e certi sentimenti
le precedono e le accompagnano come motivi semplici (p. 150). La
natura delle azioni, composta e fondata su disposizioni innate, può
trovare la sua spiegazione solo nelle proprietà del sistema nervoso
ereditarie da specie a specie. Per queste proprietà certi meccanismi
riflessi innati sono messi in azione in seguito a certi stimoli senza
alcun esercizio dell’individuo. L’azione di questi meccanismi conforme
allo scopo può essere considerata solo come un prodotto dello sviluppo
psicofisico della specie. E a favore di questa interpretazione sta
anche il fatto, che gl’istinti ammettono non solo variate modificazioni
individuali, ma anche un certo perfezionamento per parte dell’esercizio
individuale. Così è che l’uccello a poco a poco impara a costruire
il suo nido in modo più perfetto. Le api adattano le loro costruzioni
ai mutati bisogni. Invece di fondare una nuova colonia, una famiglia
di api allarga la costruzione già abitata, quando sia accordato ad
essa lo spazio necessario. Una singola famiglia di api e di formiche
può persino acquistare abitudini anormali, ad es., una famiglia
di api ha l’abitudine di rubare il miele da altri alveari vicini,
anzichè raccoglierlo essa stessa, oppure una famiglia di formiche ha
l’abitudine meravigliosa di fare schiavi gl’individui di altre famiglie
o di allevare i gorgoglioni come animali domestici che danno loro il
nutrimento. L’origine spiegabile, il consolidamento, l’ereditarietà
di tali abitudini c’indicano chiaramente il modo in cui possono essere
sorti istinti complicati. Non mai si presenta un istinto isolato, ma in
generi e specie affini, forme -più semplici- di un medesimo istinto.
Così il buco che la vespa da muro fa in una parete per deporvi le
uova, si può considerare come l’esempio primitivo delle ingegnose
costruzioni delle api. Fra i due, come anello intermedio naturale, sta
la costruzione relativamente semplice della vespa comune, costituita di
poche celle esagonali tra loro cementate mediante sostanze vegetali.
Gli istinti più complessi si possono quindi spiegare come prodotti
dell’evoluzione di impulsi originariamente semplici, i quali si sono
sempre più differenziati nel corso di numerose generazioni mediante
abitudini individuali che a poco a poco s’aggiungono, si consolidano e
si trasmettono per eredità. E però ogni singolo processo d’abitudine
può essere considerato come un grado in quest’evoluzione psichica.
La graduale trasformazione di esso in una disposizione innata è però
derivata dai processi psicofisici dell’esercizio, per i quali atti
di volere composti passano a poco a poco in movimenti automatici, che
seguono immediatamente come riflessi all’impressione corrispondente.
5. Se in base alla psicologia comparata si cerca rispondere alla
questione generale sul -rapporto genetico dell’uomo agli animali-,
considerando l’omogeneità degli elementi psichici e delle forme loro
di connessione, tanto delle più semplici quanto delle più generali, si
deve ammettere la possibilità, che la coscienza umana si sia svolta
da una forma inferiore di coscienza animale. Questa ipotesi anche
psicologicamente offre una grande probabilità, perchè se da un lato
la serie animale presenta già diversi gradi di sviluppo psichico,
dall’altro lato ogni singolo uomo percorre uno sviluppo analogo. Se
la storia dell’evoluzione psichica in tal modo ci conduce in generale
a un risultato confermante la teoria dell’evoluzione fisica, non
si deve però disconoscere che le differenze psichiche tra l’uomo e
l’animale, quali risaltano nei processi intellettuali ed affettivi,
provenienti dalle combinazioni appercettive, sono incomparabilmente più
profonde che le differenze fisiche. Anche la grande stabilità nello
stato psichico degli animali, subendo esso solo piccole variazioni
per l’influenza dell’allevamento, rende al massimo grado improbabile,
che una delle specie animali ora vivente possa mai sorpassare dal lato
psichico i limiti già raggiunti.
5-a-. Le teorie che mirano a definire psicologicamente il
rapporto tra l’uomo e gli animali, oscillano tra due estremi,
cioè tra l’opinione predominante nella vecchia psicologia, che
le più alte “facoltà psichiche„, specialmente la “ragione„,
manchino completamento agli animali, e l’opinione diffusa tra i
sostenitori della speciale psicologia animale, che gli animali
siano perfettamente eguali all’uomo in tutto, anche nelle facoltà
di riflettere, giudicare, conchiudere e nei loro sentimenti
morali, ecc. Caduta la psicologia delle facoltà, la prima di
queste opinioni è divenuta insostenibile. La seconda si basa sulla
tendenza, diffusa nella psicologia popolare, di interpretare
tutti i fatti che possono essere oggettivamente osservati,
trasformandoli in modi del pensiero umano, e in riflessioni
logiche. Ma una più intima indagine sulle manifestazioni della
così detta intelligenza animale dimostra, che esse si devono
intendere costituite da semplici atti di riconoscimento sensitivo,
o da associazioni, mentre mancano loro quelle proprietà che
spettano ai veri concetti e alle operazioni logiche. Ora, poichè i
processi associativi passano continuamente negli appercettivi, e
gli inizi di questi ultimi, semplici azioni attive di attenzione
e di scelta, si presentano senza dubbio negli animali superiori,
anche questa differenza deve del resto essere senz’altro intesa
più come una differenza nel grado, e nella composizione che come
una differenza nella natura dei processi psichici.
Per i più vecchi indirizzi della psicologia, tanto per la
psicologia delle facoltà quanto per la teoria intellettualistica
(§ 2), gl’-istinti animali- presentano una difficoltà tutt’affatto
speciale. Poichè l’intento di derivare tali istinti da condizioni
individuali condusse, specialmente per gl’istinti più complessi,
a un apprezzamento affatto inverosimile delle funzioni psichiche,
si conchiuse spesso, col dichiararli inconcepibili, o, il
che portava alla stessa conseguenza, col dirli effetti di
rappresentazioni innate. Questo “enigma degli istinti„ cessa di
essere insolubile quando gl’istinti, come sopra fu fatto, sono
concepiti quali forme speciali di manifestazioni impulsive, negli
animali e negli uomini analoghe alle più semplici manifestazioni
impulsive psicologicamente comprensibili. Qui poi pei fenomeni
d’esercizio, che facilmente si osservano specialmente nell’uomo,
ad es. per l’esercizio di movimenti complicati, come nel suonare
il piano, si può stabilire il passaggio delle azioni volitive,
originariamente composte, in movimenti impulsivi e riflessi
(pag. 156 e segg.). A questa interpretazione degli istinti è
stato obbiettato, che nell’esperienza è impossibile mettere in
luce la trasmissione ereditaria, ivi supposta, di variazioni
individualmente acquisite, non essendo affatto possibile, ad es.,
portare sicura osservazioni sulla trasmissione di mutuazioni
spesso antecedentemente affermata. Alcuni biologi ammettono
che tutte le proprietà degli organismi debbano essere derivate
da una scelta, la quale avviene per la sopravvivenza degli
individui meglio adatti alle condizioni naturali, quindi “da una
selezione naturale esterna„ e che solo questa selezione naturale
esterna possa produrre variazioni negli abbozzi embrionali
(Keimanlagen) che si trasmettono ai discendenti. Se ora si deve
pur concedere, che una proprietà acquisita da -un solo- individuo
generalmente non abbia alcuna influenza ereditaria, non si può
però comprendere, perchè atti abituali, che sono bensì suscitati
indirettamente da condizioni naturali esterne, ma prima si fondano
su interne proprietà psicofisiche degli organismi, non possano
produrre, nel caso che esse agiscano attraverso a più generazioni,
mutazioni negli abbozzi embrionali, tanto quanto le influenze
dirette della selezione naturale. A favore di questa conclusione
sta pure l’osservazione, che specialmente dall’uomo si ereditano
certi particolari movimenti espressivi e certe abilità tecniche
(pag. 231). Ciò, si comprende, non esclude in alcun caso la
cooperazione delle influenze naturali esterne in accordo ai fatti
dell’osservazione, ma queste influenze richiedono un doppio modo
di agire: in primo luogo un modo diretto, nel quale l’organismo è
modificato solo passivamente dall’azione della selezione naturale;
e in secondo luogo un modo indiretto, nel quale le influenze
esterne determinano dapprima reazioni psicofisiche, che sono
poi le cause prime delle avvenute modificazioni. Se si esclude
quest’ultimo modo di agire, non solo si chiude una delle più
importanti sorgenti per la conoscenza della finalità, in eminente
grado manifesta negli organismi animali, ma più specialmente
si rende impossibile anche la spiegazione psicologica della
graduale evoluzione degli atti di volere, e la loro trasformazione
regressiva in riflessi aventi carattere di finalità, quale ci
si presenta per un gran numero di movimenti espressivi innati (§
20,1).
§ 20. -- Lo sviluppo psichico del bambino.
1. Lo sviluppo psichico dell’uomo, in generale più tardo a paragone
di quello della maggior parte degli altri animali, si dà a conoscere
nella costituzione molto lenta delle -funzioni di senso-. Il bambino
reagisce bensì subito dopo la nascita agli stimoli di senso di specie
diversa: in modo assai preciso alle impressioni di tatto e di gusto,
con maggior incertezza agli eccitamenti sonori; ma è fuor di dubbio che
qui le forme speciali del movimento di reazione si fondano su ereditati
meccanismi di riflessione. E in ispecie ciò vale per lo strillare del
bambino all’azione del freddo o ad altre azioni tattili e pei riflessi
mimici alle sostanze saporifiche dolci, acide e amare; riflessi, che
si possono osservare sin dall’inizio. È pertanto probabile che tutte
queste impressioni siano accompagnate da sensazioni e sentimenti
oscuri, ma la natura dei movimenti riflessi non può essere derivata dai
sentimenti, dei quali noi li consideriamo sintomi, ma solo da innate
combinazioni centrali di riflessi.
Alla fine del primo mese è manifesto che sensazioni e sentimenti sono
sentiti in modo alquanto più chiaro, benchè ancor sempre molto fugace,
come lo dimostrano i rapidi mutamenti di disposizione d’animo; infatti
ora soltanto si osservano non solo sintomi di dispiacere, ma anche di
piacere: risa, vivaci movimenti ritmici delle braccia e delle gambe
in seguito a determinate impressioni sensibili. Anche i meccanismi
riflessi non sono del resto pienamente conformati nel primo tempo
di vita, come lo fa comprendere il fatto anatomico, che alcune fibre
colleganti i centri cerebrali si formano solo dopo la nascita. Mancano
ad es. ancora i movimenti riflessi associati dei due occhi. Senza
dubbio già fin dall’inizio il singolo occhio si volge a un raggio
di luce, ma i movimenti dei due occhi sono ancora irregolari, e solo
nel corso dei tre primi mesi la coordinazione normale dei movimenti
si dirige a poco a poco sul punto di fissazione comune ai due occhi.
Anche qui però la raggiunta regolarità non si deve interpretare come un
effetto di più complete rappresentazioni visive, ma piuttosto come il
sintomo, che entra in funzione un centro riflesso, la cui azione fa poi
possibili più complete rappresentazioni visive.
2. Sulle relazioni qualitative degli -elementi psichici- nel bambino
non si può in generale giungere a una conclusione soddisfacente,
perchè ci mancano sintomi oggetti vi abbastanza sicuri. Probabilmente
la varietà delle sensazioni sonore e forse anche di quelle di colore,
è più limitata. Se però alcuni fanciulli confondono, non di rado
ancora nel secondo anno di vita, designazioni di colori, ciò non deve
senz’altro essere riferito a una mancanza delle sensazioni, ma è molto
più probabile che la mancata attenzione, e la confusione dei nomi dei
colori siano la causa di ciò.
All’opposto, nei caratteristici movimenti espressivi che si svolgono
a poco a poco, si rivela in modo manifesto la -differenziazione dei
sentimenti-, che ha luogo principalmente alla fine del primo anno
d’età, e lo sviluppo, a quella connesso, di emozioni varie. E però
al dispiacere e alla gioia si aggiungono, l’una dopo l’altra, la
meraviglia, l’attesa, l’ira, la vergogna, l’invidia, ecc. Ma anche qui
la disposizione ai movimenti combinati, onde le singole emozioni si
danno a conoscere, si fonda su ereditate proprietà psicologiche del
sistema nervoso, le quali però entrano in funzione per lo più solo nei
primi mesi di vita. In appoggio di una tale trasmissione ereditaria
parla anche il fatto, che non di rado in certe famiglie si presentano
speciali particolarità nei movimenti espressivi.
3. Il fanciullo nelle ereditate combinazioni riflesse porta al mondo
disposizioni fisiche che danno origine alle -rappresentazioni di
spazio-, disposizioni che fanno possibile uno svolgimento relativamente
rapido di queste rappresentazioni; ma pare che appunto nell’uomo,
a differenza di certi animali, le rappresentazioni spaziali siano
dapprima ancora straordinariamente imperfette. A stimoli sulla
pelle seguono manifestazioni di dolore, ma nessun sintomo evidente
di localizzazione. Solo a poco a poco dai movimenti delle mani che
nei primi giorni appaiono incoordinati, si sviluppano movimenti
di prensione, i quali però di solito solo dopo la 12ª settimana,
colla cooperazione delle rappresentazioni visive, diventano più
sicuri e coscienti del fine. La direzione dell’occhio verso una
sorgente luminosa, che si osserva sin dai primi giorni, come pure la
coordinazione dei movimenti degli occhi che si stabilisce gradatamente,
devono essere interpretati come fenomeni riflessi. Ma probabilmente con
questi riflessi si sviluppano immediatamente anche rappresentazioni
spaziali, così che a causa della continuità del processo e della sua
connessione colle originarie disposizioni fisiologiche di funzione,
è possibile avvertire solo un continuo perfezionamento delle
rappresentazioni di spazio da inizi molto imperfetti. Già nel fanciullo
il senso della vista appare decisamente come il senso che precorre il
senso tattile, perchè i sintomi della localizzazione visiva si possono
osservare prima che quelli della localizzazione tattile, e i movimenti
di prensione si sviluppano, come fu già notato, solo col soccorso del
senso della vista. Assai più tardi che lo sviluppo del campo visivo,
il quale si fa palese nella distinzione delle direzioni dello spazio,
avviene lo sviluppo della visione -binoculare-. Gl’inizi di questo
processo coincidono certamente colla coordinazione dei movimenti degli
occhi e però appartengono forse già alla seconda metà del primo anno di
vita. Le grandezze, le distanze e le forme corporee complesse sono però
ancora per lungo tempo apprese in modo molto imperfetto. Specialmente
gli oggetti lontani sono ritenuti vicini, quindi al bambino paiono
relativamente piccoli.
4. Contemporaneamente alle rappresentazioni di spazio si sviluppano
le -rappresentazioni di tempo-. Già nei primi mesi di vita ai
movimenti ritmici degli organi tattili e specialmente alla tendenza
di accompagnare i ritmi uditi con movimenti cadenzati, si dimostra
la capacità di formare regolari rappresentazioni di tempo, e il
gradimento che esse suscitano. Alcuni bambini prima ancora di parlare
possono ripetere esattamente nell’intonazione e negli accenti i ritmi
di melodie udite. Invece le rappresentazioni di estensioni di tempo
alquanto grandi rimangono fin dopo i primi anni straordinariamente
imperfette, così che il bambino dà giudizi molto incerti non solo sulla
durata di tempi diversi, ma anche sulla successione degli avvenimenti
nel tempo.
5. Collo sviluppo delle rappresentazioni di spazio e di tempo si
svolgono passo passo le -associazioni- e le -combinazioni appercettive
più semplici-. Sintomi del riconoscimento sensitivo (pag. 192) possono
osservarsi sin dai primi giorni di vita: e nella rapidità con cui
i poppanti imparano a trovare il seno materno, e nella manifesta
abitudine che essi fanno agli oggetti e alle persone dell’ambiente.
Ancora per lungo tempo però le associazioni si estendono solo a tempi
di assai breve durata, dapprima soltanto ad ore, di poi a giorni, e
ancora nel 3º e 4º anno di vita persone, che siano state assenti per
alcune settimane, sono o completamente dimenticate, o dapprima solo
imperfettamente riconosciute.
Lo stesso accade per l’-attenzione-. All’inizio essa può fissarsi per
assai breve tempo su uno stesso oggetto, e evidentemente essa funziona
solo nella forma dell’appercezione -passiva-, che segue sempre allo
stimolo predominante, cioè più forte dal lato sentimentale (pag.
177). Ma già nelle prime settimane di vita, nel modo in cui il bambino
fissa e segue per lungo tempo gli oggetti, specialmente gli oggetti
in movimento, comincia a manifestarsi un’attenzione più durevole; e
contemporaneamente, come prima traccia di un’attenzione -attiva-, sorge
l’attitudine di cambiare ad arbitrio la direzione dell’attenzione tra
diverse impressioni. Fin d’ora questa attitudine lentamente si allarga
e si completa, sempre però anche nell’età infantile più avanzata
l’attenzione si affatica più presto che negli adulti e vuole da un lato
un maggior cambiamento degli oggetti, dall’altro più frequenti pause di
riposo.
6. Collo sviluppo delle associazioni e delle appercezioni cammina di
pari passo lo svolgimento dell’-autocoscienza-. Nel giudicare questo
svolgimento è bene guardarsi dal considerare come segni caratteristici
dell’autocoscienza alcuni sintomi isolati, quali la distinzione delle
parti del proprio corpo dagli oggetti dell’ambiente, l’uso della parola
“io„, il giusto riconoscimento della propria imagine nello specchio, e
simili. Anche il selvaggio adulto considera l’imagine nello specchio,
se non l’ha mai veduta, come la persona di un altro. L’uso del pronome
personale si fonda su un’appropriazione esteriore, nella quale il
bambino segue l’esempio delle persone che lo circondano. In diversi
bambini aventi uno sviluppo psichico d’altra parte eguale, questa
appropriazione sorge in tempi molto diversi; in ogni caso essa è il
sintomo di un’autocoscienza già esistente, la cui prima origine può
precedere questa distinzione linguistica ora di breve, ora di lungo
tempo. E solo un sintomo di tale valore è infine anche la distinzione
del proprio corpo e delle sue parti dagli altri oggetti. Il riconoscere
il proprio corpo è bensì un processo, che generalmente precede
l’esatto giudizio dell’imagine nello specchio, però non è affatto più
di questo, un criterio dell’inizio dell’autocoscienza, ma presuppone
piuttosto l’esistenza di un certo grado di essa. Come una pluralità
di condizioni sta a base dell’autocoscienza evoluta (pag. 180), così
anche l’autocoscienza del bambino è sin dall’inizio un prodotto di
più componenti, che per una metà appartengono alle rappresentazioni,
e per l’altra al sentimento e al volere. Sotto il primo rispetto
è la separazione di un -costante- gruppo rappresentativo, sotto il
secondo è il costituirsi di connessi processi d’attenzione e d’azioni
di volere, che si devono considerare componenti di un tale prodotto.
Ma il costante gruppo rappresentativo può all’occasione -non-
comprendere una parte del nostro corpo, ad es. le gambe, nel caso
che esse siano abitualmente coperte, così come ancor più spesso può
contenere anche oggetti esterni, ad es. gli abiti di solito vestiti.
Maggiore influenza hanno perciò i componenti soggettivi dei sentimenti
e del volere e le relazioni, nelle quali quelle parti rappresentative
vengono a trovarsi con questi componenti per entro gli atti esterni
del volere. Questa maggiore influenza dei componenti soggettivi si dà
specialmente a conoscere in ciò, che forti sentimenti, specialmente
sentimenti di dolore, molto spesso designano nel ricordo della vita
individuale il primo momento di vita, al quale possa risalire una
connessa autocoscienza. Ma poichè senza dubbio già antecedentemente
a questo primo momento di un ricordo distintamente cosciente (che di
solito appartiene al periodo di vita dal quinto al sesto anno), esiste
un’autocoscienza, sia pure meno connessa, e poichè l’osservazione
oggettiva del bambino non presenta da principio alcun criterio
sicuro, non è possibile fissare un determinato tempo per l’inizio
dell’autocoscienza. Probabilmente i primi indizi di essa si hanno nelle
prime settimane di vita, dopo di che l’autocoscienza sotto la continua
azione delle condizioni succitate cresce sempre in chiarezza e, come la
coscienza, generalmente cresce pure rispetto al tempo, in estensione.
7. Collo svolgimento dell’autocoscienza si connette strettamente
quello del -volere-. Esso può essere dedotto in parte dal già
sopraddescritto sviluppo dell’attenzione, in parte dal sorgere e dal
graduale perfezionarsi delle -azioni esterne di volere-, l’influenza
delle quali sull’autocoscienza fu già sopra ricordata. La diretta
relazione dell’attenzione al volere qui si appalesa in ciò, che
sintomi distinti di attenzione attiva e di agire libero coincidono
anche nel tempo della loro origine. Mentre moltissimi animali subito
dopo la nascita compiono già movimenti impulsivi abbastanza completi,
cioè azioni semplici di volere che si svolgono mediante il sussidio
di composti apparati riflessi dovuti all’ereditarietà, il bambino
neonato non presenta alcuna traccia di questo fatto. Nei primi giorni
di vita però, in seguito ai riflessi provenienti da sensazioni di
fame e alle rappresentazioni di senso legate all’appagamento della
fame, i primi indizi di semplici azioni di volere impulsive si
manifestano nel cercare la sorgente del nutrimento. Col più distinto
svegliarsi dell’attenzione seguono dapprima i movimenti di volere
legati a impressioni dei sensi della vista e dell’udito: il bambino
accompagna collo sguardo, per atto intenzionato e non solo per
movimento riflesso, gli oggetti veduti e volge la testa dalla parte
del rumore udito. Molto più tardi entrano in campo i muscoli esterni
del corpo. Questi, specialmente i muscoli delle braccia e delle
gambe, presentano da principio movimenti vivaci, per lo più spesso
ripetuti, che accompagnano tutti i sentimenti e l’emozioni possibili,
e colla differenziazione di queste ultime offrono a poco a poco certe
differenze caratteristiche per le qualità loro. L’essenziale di queste
differenze sta in ciò, che le emozioni piacevoli si esplicano in
movimenti ritmici, le spiacevoli in movimenti non ritmici e di solito
alquanto violenti. Questi movimenti espressivi, che devono essere
interpretati quali riflessi accompagnati da sentimenti, si trasformano
poi all’occasione, tosto che l’attenzione si sia diretta sull’ambiente,
in movimenti -voluti-, nei quali il bambino dimostra, anche mediante
altri sintomi diversi, che non solo egli sente dolore, fastidio,
corruccio, ecc., ma che egli desidera far conoscere all’esterno queste
emozioni. I primi movimenti però, nei quali si può senza dubbio
riconoscere un motivo precedente il movimento, sono i movimenti
di -prensione-, che sorgono dalla 12ª alla 14ª settimana. Questi,
ai quali da principio partecipano oltre che le mani anche i piedi,
come costituiscono i primi sintomi distinti delle rappresentazioni
sensitive, così dimostrano anche per la prima volta l’esistenza di
un semplice processo di volere composto di motivo, risoluzione e
azione. Alquanto più tardi si osservano gl’intenzionati movimenti
d’-imitazione-, tra i quali i più semplici movimenti mimici, come fare
il bocchino, corrugare la fronte, precedono i pantomimici: il chiudere
il pugno e i movimenti cadenzati e simili ecc. Da queste azioni di
volere semplici provengono affatto gradatamente, di solito solo al
principio della seconda metà del primo anno di vita, le azioni di
volere -composte-, nelle quali si deve osservare o un oscillare della
decisione precedente l’azione, o anche una volontaria rinuncia ad
un’azione stabilita o già incominciata.
In questo svolgimento dell’azione propriamente libera ha una grande
parte l’-imparare a camminare-, che suole cominciare negli ultimi tre
mesi del primo anno d’età; imperocchè l’andare verso determinata meta
costituisce assai spesso l’occasione del sorgere di un gran numero
di motivi tra loro contrastanti. Lo stesso imparare a camminare si
deve però intendere come un processo, nel quale influiscono a vicenda
lo sviluppo del volere e l’efficacia di ereditarie disposizioni a
determinate combinazioni di movimenti. Se il primo impulso al movimento
proviene da motivi di volere, il modo adatto allo scopo, con cui si
compie il movimento, è però un effetto dei meccanismi centrali di
coordinazione; questi poi alla lor volta si conformano in modo sempre
più rispondente allo scopo, a causa dell’esercizio individuale che ha
luogo sotto la guida del volere.
8. Il -linguaggio- del bambino si annette nel suo sviluppo a tutte le
azioni del volere. Anch’esso riposa su una cooperazione di disposizioni
ereditate, fondate sugli organi centrali del sistema nervoso, e
di influenze esercitate dalla vita esterna e in questo caso più
specialmente dalla convivenza con persone che parlano. Sotto questo
rapporto lo sviluppo del linguaggio corrisponde assolutamente a quello
di tutti gli altri movimenti espressivi, ai quali esso appartiene
nel suo generale carattere psico-fisico. Già nel corso del 2º mese
d’età sorgono i primissimi suoni articolati dell’organo della favella
come fenomeni di natura riflessa, sopratutto ad accompagnamento di
sentimenti ed emozioni gradite; essi crescono poi coll’andar del
tempo in varietà, mentre sempre più si fa manifesta la tendenza alla
ripetizione del suono (come ba-ba-ba, da-da-da e simili). Questi suoni
espressivi si distinguono dalle grida espressive di molti animali solo
per la maggiore e sempre mutevole varietà. Essi, essendo emessi ad ogni
possibile occasione e senza alcun scopo di comunicare qualche cosa, non
hanno ancora affatto il valore di suoni del linguaggio. Esse acquistano
a poco a poco tale valore, di solito all’inizio del 2º anno d’età, per
l’influenza dell’ambiente.
Un’azione principalissima esercitano qui i movimenti imitativi, i
quali, specialmente come imitazioni di suoni, presentano una doppia
direzione, perocchè non solo il fanciullo imita l’adulto, ma anche
l’adulto il bambino. Che anzi di solito è l’adulto che prima imita;
egli ripete gl’involontari suoni articolati del bambino e dà loro anche
un determinato significato come ad es. “papà„ per padre, “ma-ma„ per
madre. Solo più tardi e dopo che per una voluta imitazione ha imparato
a usar certe voci in un determinato significato, il bambino imita pure
alcune parole preferite nel linguaggio degli adulti, le assimila però
alla costituzione sonora dei propri movimenti articolati.
Come un importante sussidio, col quale l’adulto promuove nel
fanciullo, più istintivamente che volontariamente, l’intendimento
delle parole da lui usate, serve il -gesto-, per lo più nella forma
di gesto indicante gli oggetti, più di rado di solito solo pei verbi,
che si riferiscono ad azioni, come combattere, tagliare, andare,
dormire e simili, con gesto descrittivo. Il bambino ha una naturale
attitudine a interpretare i gesti, ma non la parola. Persino i suoni
onomatopoetici del linguaggio infantile (bau-bau per il cane, be-be per
la pecora) diventano per lui intelligibili solo dopo che sono stati
più volte riferiti all’oggetto. E anche qui il creatore di questi
onomatopoetici non è il bambino, ma l’adulto, che anche per questo
riguardo istintivamente si sforza d’adattarsi al grado della coscienza
infantile.
Dopo quanto si è detto lo sviluppo del linguaggio si basa su una serie
di associazioni e appercezioni, a costituire le quali partecipano in
egual misura il bambino e le persone che lo circondano. Con certe voci
onomatopoetiche o prese tra i naturali suoni espressivi del fanciullo,
o liberamente foggiate sull’esempio di questi suoni, l’adulto designa
arbitrariamente determinate rappresentazioni. Il bambino appercepisce
questo legame tra la parola e la rappresentazione, fatto a lui
comprensibile per mezzo dei gesti e lo associa ai propri movimenti
articolati sorti per imitazione. Sull’esempio poi di queste prime
associazioni e appercezioni il bambino ne fa poi altre, imperocchè
sempre più per proprio impulso prende a imitare dal linguaggio
degli adulti parole e nessi di parole casualmente uditi, e forma le
corrispondenti associazioni di significato. L’intero processo dello
sviluppo del linguaggio si fonda quindi su una relazione psichica
tra il bambino e le persone che parlano a lui d’intorno, relazione,
nella quale all’inizio spetta esclusivamente al bambino la formazione
dei suoni, e alle persone che lo circondano l’applicazione dei suoni
infantili al linguaggio.
9. Dall’insieme dei processi semplici di sviluppo ora ricordati sorge
lo sviluppo delle -funzioni composte di appercezione-, dell’attività
di relazione e di comparazione, e delle funzioni fantastiche e
intellettive, che di quelle constano (§ 17).
Dapprima le combinazioni appercettive trovano le loro esplicazioni
nella forma dell’-attività fantastica-, cioè nel collegare, scomporre e
mettere in relazione concrete rappresentazioni sensibili. L’evoluzione
individuale viene quindi a confermare ciò che in generale si è
sopra (pag. 212 e segg.) notato intorno al rapporto genetico di
queste funzioni. Nel bambino, tosto che l’attenzione attiva si sia
svegliata, in base alle associazioni che sempre più si costituiscono
tra impressioni immediate e rappresentazioni anteriori, sorge la
tendenza di liberamente stabilire tali legami, nei quali poi la
copia degli elementi mnemonici, liberamente combinati o aggiunti
all’impressione, dà una misura del grado di dote imaginativa di ogni
individuo. Questa attività fantastica di combinazione si esplica,
non appena è sorta, con una potenza impulsiva, alla quale il bambino
può tanto più difficilmente contrastare in quanto che in lui non
ancora agiscono, come nell’adulto, le funzioni intellettive, che si
pongono fini determinati regolando e arrestando il libero vagare delle
rappresentazioni fantastiche.
In quanto questo sfrenato riferimento ed intreccio delle
rappresentazioni fantastiche si collega cogli impulsi di volere, che
amano dare alle rappresentazioni nell’immediata percezione sensitiva
punti d’appoggio sicuri, benchè ancora vaghi, sorge nel bambino
l’-impulso al giuoco-. Il primitivo giuoco del bambino è tutt’affatto
giuoco di fantasia, mentre quello dell’adulto è giuoco quasi unicamente
d’intelletto (giuoco delle carte, giuoco degli scacchi, lotteria, e
simili). Solo, quando entra in campo il bisogno estetico, anche qui
il giuoco è in prima linea prodotto dalla fantasia (teatro, suonare il
piano, ecc.), ma non è, come originariamente nel bambino, il prodotto
di una fantasia affatto sbrigliata, ma di una fantasia regolata
dall’intelligenza. Il giuoco del bambino nei diversi tempi del suo
sviluppo presenta, se si svolge conformemente alla sua natura, tutti
i passaggi da quel giuoco di pura fantasia a quella combinazione di
giuoco di fantasia e di giuoco d’intelletto. Nei primi mesi d’età
esso si manifesta in movimenti ritmici delle membra del corpo, delle
braccia, delle gambe, che poi possono essere rivolti anche ad oggetti
esterni, con preferenza a quelli che danno suoni o sono vivacemente
colorati. Questi movimenti nella loro origine sono evidentemente
estrinsecazioni impulsive, che sono prodotte da determinati stimoli
sensibili e nelle quali la coordinazione ad un fine si fonda su
disposizioni ereditarie del sistema nervoso centrale. L’ordine ritmico
dei movimenti, come pure delle impressioni sentimentali e sonore
prodotte dai movimenti determina in modo visibile sentimenti di
piacere, i quali permettono tosto la ripetizione volontaria di tali
movimenti. Di poi il giuoco nei primi anni d’età passa a poco a poco
nella imitazione volontaria di occupazioni e scene dell’ambiente.
Questo giuoco d’imitazione alla fine ancor più si allarga, perchè
non si limita più a riprodurre le cose vedute, ma diviene un libero
rifacimento delle cose udite nei racconti. Contemporaneamente la
connessione delle rappresentazioni e delle azioni comincia ad adattarsi
a un piano fisso: con ciò entra in campo l’attività regolatrice
dell’intelligenza, la quale pei giuochi di una età infantile più
avanzata trova la sua espressione nella determinazione di certe regole
di giuoco. Se anche queste trasformazioni possono essere affrettate
e dall’influenza dell’ambiente e dalle artificiali forme di giuoco
che, essendo per lo più creazioni degli adulti, non sempre si adattano
sufficientemente alla fantasia infantile, questo svolgimento, per
la sua concordanza colla complessiva formazione delle funzioni
intellettive, deve essere ritenuto naturale, fondato sulla reciproca
connessione dei processi associativi e appercettivi. Anche il modo,
in cui la graduale limitazione dei processi di fantasia va parallela
al crescere delle funzioni intellettive, rende probabile che quella
limitazione originariamente si fondi non tanto su una diminuzione
quantitativa della fantasia quanto su un’inibizione, che su di essa
esercita un pensiero assorgente a concetti. In questo caso però,
da un lato col prevalente esercizio del pensiero, dall’altro colla
mancanza d’esercizio dell’attività fantastica, questa può certamente
essere menomata. Ciò sembra essere confermato dal paragone coll’uomo
selvaggio, il quale per tutto il tempo della vita suole presentare un
istinto al giuoco di fantasia affine a quello infantile.
10. Dall’originaria forma del pensare fantastico assai lentamente si
sviluppano le -funzioni intellettive-, imperocchè le rappresentazioni
totali, o già date nell’apprendimento sensibile d’impressioni esterne,
o formate dall’attività creatrice della fantasia, vengono nella
maniera già indicata (pag. 213 e segg.) a scomporsi nei loro componenti
-concettuali-, come oggetti e proprietà, oggetti e azioni, rapporti
degli oggetti tra loro. Il sintomo decisivo del sorgere delle funzioni
intellettive è quindi la costituzione di -concetti-, laddove azioni
che possono da parte dell’osservatore essere spiegate mediante una
riflessione logica, non dimostrano affatto l’esistenza di una tale
costituzione di concetti, perchè esse, proprio come negli animali,
possono molto spesso derivare in modo manifesto da associazioni. Per
la stessa ragione il linguaggio può essere presente nei suoi primi
inizi senza un pensiero propriamente assorgente a concetti, perchè
originariamente la parola designa solo una impressione sensibile
concreta. Per contro non è assolutamente possibile un uso più perfetto
del linguaggio, senza che le rappresentazioni subiscano concettuali
scomposizioni, relazioni e traslazioni. I prodotti di questi processi
hanno però sempre ancora un valore concreto e sensibile. Quindi lo
sviluppo delle funzioni intellettive coincide senz’altro col linguaggio
e questo è nel tempo stesso un mezzo per tener saldi i concetti e
fissare le operazioni del pensiero.
10-a-. La psicologia del bambino va soggetta non meno di
quella degli animali all’errore di non essere le osservazioni
interpretate oggettivamente, ma integrate con riflessioni
soggettive. In conseguenza di ciò non solamente le prime
connessioni rappresentative realmente sorte per pura associazione
sono interpretate come atto di una riflessione logica, ma lo
sono anche i più originari movimenti espressivi mimici, come
ad es. quelli del neonato per stimoli saporifici, per reazioni
sentimentali; laddove essi dapprima non hanno evidentemente che il
valore di riflessi innati, i quali è possibile siano accompagnati
da sentimenti oscuri, senza che però di questi si possa dimostrare
sicuramente la presenza. Dello stesso errore soffre la solita
concezione dello sviluppo degli atti di volere e del linguaggio.
Si è specialmente propensi a considerare il linguaggio infantile
a causa delle sue particolarità come una creazione del bambino,
mentre una più esatta osservazione dimostra che esso è per massima
parte una creazione dell’ambiente, nel quale soltanto questa
creazione si adatta, all’insieme dei suoni infantili e per quanto
è possibile, anche allo stato di coscienza del bambino. Nella
moderna letteratura alcune descrizioni dello sviluppo psichico
del bambino molto acute e degne di lode possono servire solo come
fonti per la conoscenza della realtà dei fatti, perchè esse si
pongono tutte dal punto di vista di una psicologia volgare fatta
a base di riflessioni; per contro le conclusioni psicologiche che
da quei fatti sono tratte, devono essere assolutamente corrette
nel senso su indicato. I tentativi più volte fatti di introdurre
il metodo -sperimentale- anche nella psicologia del bambino,
si possono rivolgere con speranza di qualche risultato solo ad
un’età alquanto avanzata, ad es., ai fanciulli che frequentano le
scuole. Queste ricerche hanno dato dal lato pedagogico importanti
risultati intorno al decorso e alla durata della tensione
dell’attenzione, alla relazione tra la fatica corporea e mentale,
e così via. Ma per età più giovane il metodo sperimentale si può
senz’altro ritenere inapplicabile. I risultati ottenuti nelle
ricerche di tal natura, ciò non ostante intraprese, si devono,
per le infinite cause d’errori, considerare come puri risultati
accidentali. Per queste ragioni è erronea anche l’opinione più
volte espressa, che la vita psichica dell’uomo adulto possa
essere compresa in base ad un’analisi della psiche infantile.
Accade proprio il contrario. Stando nella ricerca psicologica
del bambino, come pure dell’uomo selvaggio a nostra disposizione
generalmente solo sintomi oggettivi, un giudizio psicologico di
tali sintomi è sempre possibile solo in base all’auto-osservazione
della coscienza matura condotta dal soggetto stesso con metodo
sperimentale, e i risultati dell’osservazione sul bambino e
sull’uomo selvaggio psicologicamente analizzati permettono allora
di ritornare a conclusioni sullo sviluppo psichico.
§ 21. -- Lo sviluppo delle comunità spirituali.
1. Come lo sviluppo psichico del bambino deriva da una relazione
reciproca coll’ambiente, così anche la coscienza matura sta ancora
in relazione continua colla comunità spirituale, alla quale partecipa
passivamente ed attivamente.
Nella maggior parte degli animali manca completamente una tale
comunità; gli accoppiamenti, le società, gli sciami degli animali
si possono considerare solo come forme preparatorie di comunità
spirituali, forme incomplete e limitate a singoli scopi. Quelle che
più durano, gli accoppiamenti e le così dette società animali (pag.
226) hanno il valore di comunità genetiche, e quelle passeggiere, gli
sciami, gli stormi, come ad es. gli stormi degli uccelli emigratori,
sono forme di comunità a scopo di difesa. In tutti questi casi sono
determinati istinti consolidati dall’ereditarietà, i quali producono la
consistenza del legame tra gl’individui e però questo presenta quella
stessa costanza, solo in piccolissima parte variabile per influssi
individuali, che generalmente è propria dell’istinto.
Se in tal guisa le unioni degli animali sono sempre solo integrazioni
dell’essere individuo rivolto a determinati scopi fisici della vita,
l’evoluzione -umana-, invece sin dal principio tende a ciò, che
l’individuo si fonda col suo ambiente spirituale in un tutto che,
capace di evolversi, serve così al soddisfacimento dei bisogni fisici
della vita come al conseguimento di diversissimi scopi spirituali, o in
questi scopi ammette le più varie modificazioni. In conseguenza di ciò
le forme della comunità umana sono straordinariamente variabili, mentre
nel tempo stesso le forme più perfette procedono in una continuità di
evoluzione -storica-, la quale estende la convivenza spirituale dei
singoli oltre i limiti dell’immediata coesistenza nello spazio e nel
tempo, anzi quasi all’infinito. Il risultato di questa evoluzione è
l’idea dell’-umanità- coscientemente compresa, come di una generale
comunità spirituale la quale, a seconda delle speciali condizioni
della sua esistenza, si separa in singole comunità concrete, popoli,
stati, società civili di diversa natura, genti e famiglie. E però la
comunità spirituale in cui entra l’individuo, non è solo -un’unica-
connessione, ma una varia pluralità di connessioni spirituali, le quali
si sovrappongono nelle più diverse maniere le une alle altre e sempre
divengono più estese col crescere dello sviluppo.
2. Il còmpito di seguire questi sviluppi nelle loro forme concrete
o anche soltanto nella loro generale connessione, spetta alla storia
della civiltà e alla storia universale, non alla psicologia. Questa
deve però dar ragione delle condizioni psichiche generali e dei
processi psichici che da queste condizioni provengono, condizioni
e processi, per i quali la vita della comunità si separa da quella
dell’individuo.
La condizione, per cui è solo possibile una comunità spirituale,
condizione che nel tempo stesso partecipa continuamente allo sviluppo
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