muschio e di edera si agitasse tanta vita sonora di voci e di anime?
Il gran mare fragoroso dell'ire popolari veniva a rompere le sue ondate
ai piedi di quelle mura massicce, che resistevano impassibili,
incrollabili da secoli. Oh! Esse ne avevano vedute e sopportate delle
burrasche... e ben più terribili!
- Un comizio più o meno? Un comizio all'Alhambra non è ancora il
finimondo, la rivoluzione!... Il «momento politico?» Buffoni!
A un tratto si sentì alle spalle la marchesa e voltandosi capì subito
che la lettura del Neo-Guelfo non le aveva dato le stesse impressioni
di calma consolatrice trasfuse in lui dalla quiete del giardino.
- Guarda - La marchesa gli segnò con l'unghia rosea un articolo del
giornale. - Il dottor Giusto Allori fa anche il tribuno!
- Già.
Pier Luigi rispose con un sorriso di scherno, ma la marchesa, invece,
ebbe un impeto di collera.
- E tutto questo è in gran parte colpa tua.
- Colpa mia?
- Sì. Con la tua debolezza verso il padre, hai contribuito alla rovina
morale del figliuolo.
Pier Luigi rientrò nella sala e cominciò a girellare in lungo e in largo
rannuvolandosi di più ad ogni passo.
Sua moglie aveva ragione: la colpa era anche sua. Non aveva data
importanza alle eccessive indulgenze del vecchio Lorenzo verso il
figliuolo. Anzi, per dir la verità, lui pure si era lasciato vincere
qualche volta, dalla prontezza di quel ragazzetto, così pieno di sè.
Egli stesso aveva tollerato, aveva letto le prime poesiole, le prime
novelline del giovine studente, appena comparse sui giornalucoli
letterari.
Invece sua moglie, no. Ella aveva sentito subito che in quel monello,
male infagottato negli abiti smessi, che il padrone regalava a Lorenzo,
si maturava uno spirito insofferente, un ribelle, un ambizioso, un
declamatore; e lo aveva anche messo in guardia più di una volta, ma
inutilmente.
Debole il padrone: il padre infatuato.
Una sera anche Monsignore gli aveva parlato dello scandalo di quel
rivoluzionario che cresceva proprio nel suo palazzo, che mangiava il suo
pane, che dormiva sotto il suo tetto; ma neppure allora egli aveva
voluto intervenire, comandare. Sua moglie aveva ragione. Il nibbio
cominciava a mettere le ali e gli artigli!... Ma che andasse almeno ad
annidarsi altrove, lontano da casa sua!
- Lorenzo è in casa? - domandò il marchese ad un servitore.
- Credo di sì. È tornato alle undici dalla messa e dalle funzioni.
- Che cosa gli vuoi dire? - La marchesa, rannicchiandosi nella sua
poltroncina sotto una finestra, e rompendo la fascia alla rivista Les
dames du bien, sorrise crollando il capo: - Adesso è troppo tardi! Il
figlio è quello che è, ed il padre è il primo ad essere pentito e
spaventato.
- Non è mai troppo tardi! Lascia fare.
Pier Luigi si volse di nuovo al servitore:
- Chiamate Lorenzo.
Qualche momento dopo Lorenzo entrò, e, fatti pochi passi nel salotto,
chiese licenza di poter sedere, perchè quella mattina il suo mal di
cuore lo tormentava e quei pochi scalini gli avevano già dato l'asma.
Il maggiordomo, costretto ormai dagli acciacchi ad un riposo assoluto,
aveva infatti una bruttissima cera. Gli occhi aveva pesti, incavati,
cerchiati di livido, la pelle delle guance, sbarbate di fresco, floscia
e cascante, e le labbra smorte erano agitate da un fremito angoscioso,
come se il malato cercasse continuamente di bere a piccoli sorsi l'aria
che si sentiva mancare.
- Mi dispiace di dovervi fare dei discorsi... antipatici, tanto più
perchè non vi sentite bene; ma così non si va avanti. Sapete la nuova
pagliacciata? Quella d'oggi?
Lorenzo, seduto sull'orlo di una sedia, le mani scarne abbandonate sulle
ginocchia, cominciò a tremare in tutta la persona, ma quel tremito non
era di spavento, nè di soggezione; il pover'uomo, soffriva assai.
- Il signor Giusto Allori va a fare il predicatore al popolo!
Lorenzo accennava di sì, con la testa, dolorosamente. Poi si sforzò a
gridare:
- So, so, signor marchese. Il comizio all'Alhambra! Ho supplicato
Giustino anche ieri sera, con le lacrime agli occhi; almeno una
pubblicità simile... non la facesse per lor signori! Gli ho ricordato
tutti i benefizi ricevuti... L'ho scongiurato di aver compassione di me,
così vecchio, così malandato. M'ha risposto quello che mi risponde
sempre, da un anno: - «È inutile, babbo! Tu non capisci, tu non puoi
capire certe cose. Quello che io faccio è il mio dovere!»
- Il suo dovere! Il suo dovere! - balzò a dire la marchesa Maria con un
sussulto di sdegno e di odio nella voce. - Il suo dovere sarebbe di
rispettare il nome della famiglia presso la quale suo padre ha lavorato
tutta la vita, di non schierarsi con i più furibondi nemici del nostro
sangue e della nostra religione! Questo sarebbe il suo dovere! Questo è
il suo preciso dovere!
Il vecchio guardò la padrona, stupito e sconcertato da quell'ondata di
avversione che le prorompeva dalle labbra, e non rispose. Egli accennava
sempre di sì, continuamente di sì, chinando la testa grigia, respirando
con fatica. Non avrebbe immaginato mai che il suo figliuolo fosse tanto
odiato!
La marchesa proseguiva, implacabile, senza guardarlo:
- Dal canto mio, non ho nulla a rimproverarmi. Ho cercato di giovare
materialmente e moralmente a vostro figlio, come la mia religione e il
mio cuore mi consigliavano. Sì, anche il mio cuore; perchè quel...
ragazzo prometteva tutt'altro: era sveglio, molto vivace, ma docile,
riflessivo. Non dico già che lo si dovesse mettere in seminario... ma
almeno non si doveva permettere che gli montassero la testa con tutte le
empietà, con tutte le mostruosità che sono state inventate dai nemici
del bene.
- Appunto, - intervenne Pier Luigi, il quale trovava opportuno lo sfogo
della moglie, che sebbene un po' eccessivo, arrivava ad una conclusione.
- Che cosa avete creduto di farne col seguire la vostra vanità e la sua
ambizione? Sacrifici d'ogni sorta, per sette od otto anni, perchè
diventasse dottore! Dottore in scienze economiche! Belle... scienze!
L'ingiustizia del capitale, l'abolizione della proprietà.
L'onorevole si concitava al suono della propria voce come un vecchio
cavallo di razza al suono di una fanfara. Era un pezzo che non aveva
occasione di far udire in casa, a sua moglie specialmente, come il
gruppo neo-guelfo avesse approfondita anche la questione sociale. E
tirava via, contro l'inganno indegno dei marxisti, sostenitori di una
possibile socializzazione degli arnesi del lavoro, contro
l'auto-suggestione morbosa e collettiva delle masse verso un'utopia
rivoluzionaria alla quale giungevano dopo essersi lasciati adescare
dall'illusione «deleteria» della tattica evolutiva, da parte dei
sobillatori, capaci di tutto pur di appagare le loro sfrenate ambizioni
personali. Camminava in su e in giù, con le mani dietro il dorso, lo
sguardo al suolo, come ascoltando attentamente le parole ed
approfittando dell'occasione per immagazzinare ed ordinare un po' di
materiale adatto alla sua prossima conferenza, sulla enciclica papale
d'incoraggiamento ai cattolici della «vera democrazia». Ma ad un tratto,
nel volgere un'occhiata a Lorenzo, lo vide così accasciato, così
disfatto, così piegato in due sull'orlo della sua sedia, ch'ebbe
compassione del vecchio servo fedele e pensò ch'era tempo di liberarlo
da quella tortura.
- Già, ormai, sono parole inutili! Mi ricordo, quando vi è nato questo
vostro unico maschio, dopo parecchi anni di matrimonio! Sembrava che vi
fosse piovuta dal cielo una speciale benedizione! E anche nella scelta
del nome, vi ricordate? Non avete avuto niente affatto la nostra
approvazione. Chiamarlo Giusto!
- Giustino...
- Giusto! Come se non ci rintronasse abbastanza la testa con la
giustizia, senza cacciarla anche nei nomi! Avete già la disgrazia di
quel vostro cognome, così... bizzarro, di Allori!... Anche Giusto! Così
n'è venuto fuori il Giusto Allori. Un tutt'insieme... spettacoloso, che
pare proprio combinato apposta per fare del chiasso, per battere la gran
cassa di tribuno e di martire!
- Ma queste cose poi, signor marchese, chi le va a pensare! - osò
mormorare Lorenzo, giungendo le mani tremanti.
Donna Marianna intervenne, alzandosi ed accennando al povero vecchio
ch'era finita l'udienza.
- Non si tratta di parole nè di nomi, ma di fatti. Ed il fatto... grave
ormai, insopportabile, è che abiti ancora qui nella nostra casa, quello
stesso individuo che fuori, nei giornali, nelle assemblee...
- No, no, scusi, signora marchesa, non si inquieti più - supplicò
Lorenzo, in piedi, con una certa energia. - Credevo ne fosse già
informata. Giustino, da quasi due mesi, non abita più precisamente qui,
con me. Viene di tanto in tanto, a trovarmi, a sentire come sto; ha
ancora qui... qualche libro, ma ha capito anche lui che non era più il
caso!... Sicuro, signora padrona, anche questo dolore mi era riserbato.
Non aver più vicino il mio figliuolo, alla vigilia di andarmene per
sempre. E loro signori hanno tutte le ragioni! Con tanta bontà che hanno
sempre dimostrato a quel ragazzo, con tanti benefici... Ah! Io capisco,
capisco, e non dimentico nulla... Ma che fare? È la mia disgrazia! Il
Signore ha voluto così. Non bastava la malattia, questo asma, che mi
tronca il fiato... scusino, scusino tanto!... Giustino in casa, se
credono non ci verrà più affatto! Andrò io a trovarlo, fuori del
palazzo, finchè potrò... E poi una volta morto io... gli perdonino per
me... soltanto per me!
Il vecchio si portò le mani alla gola per aprirsi il colletto: la
commozione, il dolore, le lacrime gli avevano accresciuta l'asma. Uscì a
ritroso, inchinandosi barcollando e annaspando con le mani. Impiegò non
meno di dieci minuti a fare i tre piani della scala di servizio, per
rifugiarsi nelle sue camerette dove almeno avrebbe potuto starsene solo,
solo col suo struggimento, con la sua disperazione. Non sarebbe uscito
neppure pei vespri. Gli era impossibile fare ancora le scale in quel
giorno. Poi lassù, poteva raccogliersi e pregare con tutta la devozione,
come in chiesa. Avrebbe letto tutti i vespri ed anche compieta ed un po'
di salmi, guardando dalla finestruola il suo bel Duomo, così vicino, che
gli pareva di poterlo toccare allungando la mano, tutto bianco e roseo
ed azzurro, co' suoi terrazzi, le sue balaustre, le sue guglie, e le
statue, i santi, gli angeli, le madonne! Lorenzo le guardava, le
salutava più volte ogni giorno da oltre quarant'anni e le conosceva ad
una ad una, aveva parlato con ciascuna, aveva rivolta a ciascuna qualche
preghiera speciale, nelle disgrazie della sua vita, quando era rimasto
solo col bimbo, poi quando Giustino era cresciuto così sempre
mezz'ammalato, poi negli ultimi anni quando Giustino aveva manifestato
quelle idee, e si era buttato come un matto a quella maledetta politica
ed a lui, povero vecchio, per le paure e i dispiaceri e i rimbrotti dei
padroni, si era aggravato il mal di cuore.
Dopo una lunga sosta, premendosi le due mani sul petto perchè gli pareva
che il cuore gli volesse saltare in gola, salì anche l'ultima branca
della scala, la più breve, ma anche la più ripida e finalmente fu al
pianerottolo pieno d'aria e di luce, come le sue camerette. Prima di
scendere aveva chiuso l'uscio: come mai adesso era aperto con la chiave
nella toppa? Da un leggero e noto colpo di tosse nell'interno capì
subito.
- A casa, a quest'ora? A far che? - pensò il vecchio sempre più
angosciato all'idea di incontrarsi col figliuolo, mentre si sentiva così
male.
- Animo! - Spinse l'usciolo, ed appena entrato si lasciò cadere sopra
una seggiola, affranto, con un sospiro che finì in un gemito.
- Perchè hai voluto fare le scale sentendoti così male? Avevi promesso
di startene tranquillo o in casa o sul terrazzo.
- Sono stato chiamato giù dai padroni.
Il giovane, a questa parola «padroni», arrossì leggermente.
- Che cosa volevano? Lo sanno pure che sei ammalato!
- Dovevano parlarmi!
Il giovane aveva trovato finalmente un fascio polveroso di opuscoli, nel
quale si era messo a frugare, febbrilmente, perdendo la pazienza,
arrabbiandosi, pauroso di non arrivare a tempo.
- Se non ho il riassunto del Capitale fatto da Gabriele Deville, oggi
sono senza una mano. Ed era qui, in questo pacco. Dove si è cacciato?
- Io già, sai... non tocco mai niente! - mormorò il vecchio.
Giusto alzò gli occhi e lo fissò commosso, turbato da quella voce
addolorata, in quel momento per lui così grave. Poi gli sorrise,
mormorando:
- So, so, babbo; i miei libri tu non li tocchi; ma bisogna che io trovi
questo Deville. Voglio chiudere il Comizio...
- Lascia stare il Comizio! - interruppe Lorenzo giungendo le palme in
atto d'umile, ma fervida preghiera. - Non ci andare a questo Comizio!
Evita almeno uno scandalo, per riguardo a tuo padre, alla famiglia che
tuo padre ha sempre servito con onore, con fedeltà...
- Servito? Ah! Ah! La fedeltà, la devozione colla quale tu hai servito
questi signori, dovrebbero impedire a me di servire le mie idee? Ed è
per dirti queste cose che ti hanno chiamato? E chi sa contro di me, la
marchesa specialmente, chi sa che accanimento!... Via, via! Non ho tempo
da perdere, io! Dirai giù, ai signori, che ho anch'io i miei padroni, e
i miei padroni sono i miei doveri, che valgono molto più del signor
marchese e della signora marchesa.
- No, no, Giustino! Non fare, non parlare così anche tu, quest'oggi!...
Non arrabbiarti, anche tu! Non darmi altri dolori. Il mondo non cambierà
nemmeno co' tuoi discorsi, perchè è sempre andato e andrà sempre allo
stesso modo. È il buon Dio, il solo padrone dei grandi e dei piccoli,
che vuole così!
Il giovane lo interruppe, col viso intelligente, illuminato da un lampo
di indulgenza e di pietà.
- Basta, basta, babbo mio, povero vecchio mio! Oggi no, oggi no, non mi
stare a ripetere queste cose, oggi. Son tre, quattromila persone,
operai, lavoratori che si riuniscono, ora, ed io dirò a tutti quello che
da un mese mi va fermentando qui dentro... Ma abbi pazienza, mettiti
quieto e prendi, leggi il tuo libro da messa... Tu, non puoi capirmi.
Ecco, ecco il mio Deville! Meno male! L'ho trovato! - Il giovane dà
un'occhiata all'orologio come per avere la spinta e trovare il coraggio
di finirla e di andarsene. - Le due meno un quarto?... Salto in tram e
via all'Alhambra! Non posso arrivar tardi! E tu pensa che io sono sempre
un galantuomo, qualunque cosa ti dicano contro di me per le mie idee!
Il giovane, piegando l'alta persona secca, ossuta, angolosa, per uscire
dal piccolo uscio un po' basso, fece ancora un cenno d'addio al povero
Lorenzo, scese rapidamente le scale e si diede a camminare ancor più in
fretta verso il tram di Porta Garibaldi, sfogliando ed annotando in
margine, a grossi segni di matita azzurra, il volume del Deville. Col
cappello a cencio, gli occhiali d'oro, il vestito trasandato, una grande
cravatta nera mezzo disfatta, le tasche piene di giornali, i gesti
rapidi, nervosi, concitati, masticando fra i denti lo spunto di qualche
frase oratoria, egli passava tra la gente senza veder nessuno, osservato
da tutti, conosciuto da molti, e lo seguivano sguardi di curiosità, di
ammirazione, di simpatia, ma anche di compatimento, di scherno, e di
avversione palese ed astiosa.
II.
Nei dintorni dell'Alhambra frotte di gente che si affrettavano,
discutendo animatamente. Il teatro era già gremito, in ogni parte, sin
nel vestibolo, e l'Allori dovette farsi largo vigorosamente tra la folla
per non giungere tardi sul palcoscenico dove era aspettato.
La grande luce del pomeriggio estivo entrava a ondate dagli ampi
finestroni spalancati e dava una crudezza lucida e sfacciata alle tinte,
una volgarità sciatta e grottesca ai fregi grossolani di quell'immenso
baraccone di legno, in stile pseudo-moresco. E l'ampia sala risonava
tutta nell'impazienza del pubblico ansioso; risonava di mille voci, di
mille rumori diversi che si fondevano in un solo fracasso assordante e
somigliante al muggito del mare co' suoi alti e bassi e le sue tregue.
Il popolino minuto, che per istinto, per abitudine, era accorso mezz'ora
prima, avea preso d'assalto la galleria ed ora l'affollava tutta così da
offrire l'aspetto di una sola massa palpitante, in cui i colori scuri e
i vivaci si confondevano. Un'altra moltitudine giù in platea, andava
sempre più accalcandosi per il lento continuo insinuarsi di nuovi gruppi
che venivano come ingoiati dalla massa. E questa poteva sembrare a tutta
prima la folla consueta, chiassosa e insolente che, nell'aspettativa del
banale spettacolo, se la gode per proprio conto, offre spettacolo di sè
a sè stessa, si abbandona a tutte le licenze del grosso umorismo
popolare.
Infatti correvano per l'aria grida, urli, fischi, grugniti e richiami;
qua e là era uno sventolare carnevalesco di giornali, di manifesti e di
ventaglietti; in un angolo, in alto, un gruppo di ragazzacci, di
monelli, s'erano levati le giacche col pretesto del caldo e dirimpetto,
sull'opposto lato, altri giovinastri, dall'aspetto equivoco, si erano
dati a picchiare con i bastoni, dal manico di corno di cervo ricurvo,
sulla ringhiera di ferro, con un crescendo infernale. L'Allori, tosto
riconosciuto ed accolto da un primo moto di curiosità e d'impazienza
soddisfatta, si faceva strada lungo la corsìa, dietro i palchetti del
primo ordine.
Ad un tratto questi, già in parte occupati, vennero brutalmente invasi
da altra gente, rozza ed audace che non avrebbe avuto alcun diritto
d'entrarvi. Fu un momento di baccano orribile; s'incrociarono grida
sguaiate di conquista ed altre furibonde di protesta, si videro
pennacchi rossi e nappine azzurre disseminate un po' dappertutto,
ondeggiare e affrettarsi verso i palchetti. Ma fu un attimo.
Sul palcoscenico la luce era più blanda, calma e dorata come una luce di
tramonto in chiesa. Lassù vi era un'altra folla composta di persone
meglio vestite, alcune anzi vestite di nero, col cappello a cilindro,
altre con cappello piumato e con un ciondolo di medaglie al petto. Più
in fondo, da un lato, un gruppo di bandiere, dall'altro lato, gruppi di
antichi e più o meno autentici superstiti delle campagne garibaldine,
con le camicie di flanella rossa, nuova fiammante, e col berrettino
sulle ventitrè. Le sedie disseminate sul palcoscenico erano state
offerte ai vecchi e ve n'erano alcuni, quasi tutti veterani, non
apocrifi, delle patrie battaglie, che ostentavano con fanciullesca
vanità le loro decorazioni, e si arricciavano i baffi bianchi con una
certa spavalderia innocua e senile. V'erano anche delle donne, borghesi
e popolane, le prime infagottate nelle vesti di seta delle grandi
occasioni, ma senza roba d'oro addosso perchè nella folla «non si sa
mai»; le altre, per lo più ragazze, belle ragazze dalle bocche
sorridenti, dagli occhi scintillanti, liete della loro giornata di
riposo e dello spettacolo gratuito del Comizio, sudate e scarmigliate,
che si narravano, con grandi scoppi di risa, le loro avventure nel lungo
tragitto attraverso la folla per arrivare sino sul palcoscenico e sentir
bene ed essere vicine al fratello o all'innamorato, nel caso di un
«quarantotto». I reporters dei giornali, stretti a gomito nella più
bizzarra promiscuità dei colori politici, intorno a due tavolini,
traballanti presso la ribalta, cominciavano a scrivere furiosamente, a
matita, sulle piccole cartelle, guardandosi intorno sul serio, per poi
«dipingere l'ambiente» con la diversa intonazione, secondo il diverso
colore del giornale.
«Le più note e spiccate personalità dei partiti popolari, i
rappresentanti dei sodalizi promotori, i compagni venuti a fare atto di
solidarietà dalle vicine città sorelle» avevano una cert'aria decorativa
e guardavano, con calma serena, gli incidenti della platea, come chi è
abituato a certe cose e ne ha vedute di più gravi, e sa di aver fissi
addosso gli sguardi del popolo, gli sguardi di tutta Milano, quindi di
tutta Italia.
E mentre giù, nella platea, la gente tumultuava per l'assalto ai
palchetti, in quei gruppi, sul palcoscenico, vi fu un breve rimescolìo,
poi d'un tratto, scoppiò un applauso fragoroso che coprì ogni altro
clamore, e le bandiere si agitarono, i gruppi si aprirono ed un bel
vecchio, dall'aspetto simpatico e dolce, con passo sicuro, si avanzò
insieme a tre o quattro altre persone di varia età, fra cui Giusto
Allori, fin presso il tavolo, dinanzi alla buca del suggeritore, ch'era
stata coperta. Tutto tacque repentinamente nel teatro. Poi, subito, come
lo scoppio del fulmine, un grande applauso breve e secco. Un attimo
soltanto di sosta e ancora lo stesso applauso, ugualmente vigoroso, ma
questa volta insistente, prolungato, interminabile, risolventesi alla
fine nelle grida, negli «evviva», negli «abbasso» dapprima informi e
confusi, poscia determinati e diretti da voci isolate, gagliarde e
squillanti.
Giusto Allori stette ad assaporare con gioia palese quello spettacolo
per qualche istante, girando lo sguardo vivo dietro le lenti degli
occhiali, verso ogni punto del teatro, abbasso e in alto, come a
persuadersi, che dappertutto vi fossero anime vibranti e cuori aperti.
Poi alzò la mano ad un gesto largo ed imperioso di calma, e quasi subito
un po' di calma infatti si fece, in mezzo però a nuovi clamori, di
plauso, che si ridestavano qua e là, rivolti a lui, dai più impazienti
di udirlo parlare. Ed egli parlò subito, ma soltanto per invitare
l'assemblea ad eleggersi un presidente; ciò che risollevò un altro
uragano di grida, fra le quali cominciò però tosto a prevalere distinto
un nome.
Ed allora il bel vecchio, dall'aspetto dolce e simpatico, ch'era in
piedi presso al tavolo, un po' incitato e poi sospinto quasi a forza da
Giusto Allori e dagli altri vicini, si fece nel mezzo, accennò
ripetutamente alla folla che si chetasse e con molta energia,
sbatacchiando a lungo il grosso campanello, ottenne un qualche silenzio:
allora, con voce ancora robusta, ringraziò dell'onore che gli veniva
fatto. Aggiunse anche altre frasi, evidentemente preparate, e spiegò lo
scopo del Comizio; ma tosto si smarrì, e ripetè più volte le cose già
dette, finchè trovò il coraggio di correre alla conclusione, anch'essa
preparata, raccomandando la calma, il rispetto alle opinioni di tutti e
la brevità dei discorsi.
Ma i primi discorsi furono tutt'altro che brevi. Dapprima parlò un
antico ex-deputato, retorico e prolisso, ogni frase del quale celava un
rancore. Poi il rappresentante di una confederazione di fuori, un
dicitore rapido, verboso, cui l'aspetto bizzarro e l'accento
spiccatamente dialettale e qualche immagine nuova avevano sul principio
guadagnata l'attenzione; alla quale però erano poco dopo successi il
tedio e il fastidio.
Il pubblico si impazientiva, si irritava.
Il presidente trovò modo di persuadere l'oratore, già scalmanato in
viso, a chetarsi a metà di una argomentazione, e tosto Giusto Allori,
mosse avanti, sino alla ribalta, represse quasi subito l'applauso che
era ricominciato per lui, e prese a dire stringendo nella destra un
fascicoletto di bozze, assicurandosi di frequente, con un gesto abituale
della sinistra, gli occhiali d'oro e volgendosi or da un lato or da un
altro, fissando per un momento gli sguardi proprio sotto di lui, poi
alzandoli alla folla pigiata, lassù, in mezzo alla galleria.
III.
Tutto ciò che era stato detto fino a quel momento dagli altri nella
forma più incolta e più disordinata, cominciò a fluire dalle sue labbra
con una limpidezza, con una continuità, con una rapidità simile a quella
d'una fresca vena d'acqua, dinanzi alla quale sia rimosso ad un tratto
ogni ostacolo. Ma intorno alle vicende politiche della giornata, Giusto
Allori non intendeva evidentemente di soffermarsi a lungo.
Egli voleva approfittare di quella grande riunione di gente per dire
molte altre cose, che gli premevano molto di più; e subito, infatti, la
sua parola illuminò ben altre idee che non quelle di una critica astiosa
dei gruppi, delle persone e della politica. Con un caldo fervore di
convincimento ed una eloquenza vera, vibrante sopratutto della
commozione dell'artista, il giovane scioglieva un inno alla concordia
degli umili fra loro, alla loro esaltazione morale verso la bontà, verso
l'intelligenza, e la sua parola dava alla folla un'ebbrezza che erompeva
in iscoppî d'applausi, soffocati immediatamente dal timore di non sentir
bene ciò che egli avrebbe detto ancora.
E l'ebbrezza crebbe alla fine, mentre anche l'oratore si abbandonava
alla lirica della perorazione e le sue mani tremavano, e gli pulsavano
le tempie e il teatro pareva crollasse in una tempesta, in un delirio di
grida e di battimani, ed egli, madido, affranto, doveva reggersi per un
momento con la mano al tavolo, prima di ritirarsi.
Fu allora che qualcuno, facendosi largo tra i gruppi, gli si avvicinò e
gli sussurrò brevi parole all'orecchio. Giusto Allori trasalì, si volse,
si scosse, respinse quelli che gli si facevano intorno domandandogli che
cosa fosse accaduto e lasciò rapidamente il palcoscenico, per essere al
più presto possibile nella strada.
Da per tutto una muraglia di gente.
Come passare? Come farsi largo subito, egli poi, che tutti anzi
stringevano in mezzo?
Un vecchio delegato di questura, fermo sul palcoscenico alla soglia
d'un'uscita di servizio, aveva seguito con lo sguardo fisso l'Allori, in
quel suo improvviso, angoscioso tentativo di andarsene; e quando il
giovane gli fu vicino, gli disse con tono, oltrechè cortese, quasi
amichevole:
- Se crede, dottore, può uscire di qui...
Giusto si fermò come trasognato, guardò, capì, e nello sguardo del
vecchio che in quel momento gli parlava a quel modo, gli parve di
scorgere una profonda simpatia alla sua invocazione di poco prima
all'amore fra gli umili.
- Grazie, grazie - mormorò, tendendo la mano e stringendo forte quella
che l'altro gli porgeva esitando. - Grazie... Sì, ho bisogno d'essere a
casa subito...
Ed a quell'uomo che lo precedeva per guidarlo fuori, fra scale e
corridoi, a quel funzionario della polizia prima che ad un altro, Giusto
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