muschio e di edera si agitasse tanta vita sonora di voci e di anime? Il gran mare fragoroso dell'ire popolari veniva a rompere le sue ondate ai piedi di quelle mura massicce, che resistevano impassibili, incrollabili da secoli. Oh! Esse ne avevano vedute e sopportate delle burrasche... e ben più terribili! - Un comizio più o meno? Un comizio all'Alhambra non è ancora il finimondo, la rivoluzione!... Il «momento politico?» Buffoni! A un tratto si sentì alle spalle la marchesa e voltandosi capì subito che la lettura del Neo-Guelfo non le aveva dato le stesse impressioni di calma consolatrice trasfuse in lui dalla quiete del giardino. - Guarda - La marchesa gli segnò con l'unghia rosea un articolo del giornale. - Il dottor Giusto Allori fa anche il tribuno! - Già. Pier Luigi rispose con un sorriso di scherno, ma la marchesa, invece, ebbe un impeto di collera. - E tutto questo è in gran parte colpa tua. - Colpa mia? - Sì. Con la tua debolezza verso il padre, hai contribuito alla rovina morale del figliuolo. Pier Luigi rientrò nella sala e cominciò a girellare in lungo e in largo rannuvolandosi di più ad ogni passo. Sua moglie aveva ragione: la colpa era anche sua. Non aveva data importanza alle eccessive indulgenze del vecchio Lorenzo verso il figliuolo. Anzi, per dir la verità, lui pure si era lasciato vincere qualche volta, dalla prontezza di quel ragazzetto, così pieno di sè. Egli stesso aveva tollerato, aveva letto le prime poesiole, le prime novelline del giovine studente, appena comparse sui giornalucoli letterari. Invece sua moglie, no. Ella aveva sentito subito che in quel monello, male infagottato negli abiti smessi, che il padrone regalava a Lorenzo, si maturava uno spirito insofferente, un ribelle, un ambizioso, un declamatore; e lo aveva anche messo in guardia più di una volta, ma inutilmente. Debole il padrone: il padre infatuato. Una sera anche Monsignore gli aveva parlato dello scandalo di quel rivoluzionario che cresceva proprio nel suo palazzo, che mangiava il suo pane, che dormiva sotto il suo tetto; ma neppure allora egli aveva voluto intervenire, comandare. Sua moglie aveva ragione. Il nibbio cominciava a mettere le ali e gli artigli!... Ma che andasse almeno ad annidarsi altrove, lontano da casa sua! - Lorenzo è in casa? - domandò il marchese ad un servitore. - Credo di sì. È tornato alle undici dalla messa e dalle funzioni. - Che cosa gli vuoi dire? - La marchesa, rannicchiandosi nella sua poltroncina sotto una finestra, e rompendo la fascia alla rivista Les dames du bien, sorrise crollando il capo: - Adesso è troppo tardi! Il figlio è quello che è, ed il padre è il primo ad essere pentito e spaventato. - Non è mai troppo tardi! Lascia fare. Pier Luigi si volse di nuovo al servitore: - Chiamate Lorenzo. Qualche momento dopo Lorenzo entrò, e, fatti pochi passi nel salotto, chiese licenza di poter sedere, perchè quella mattina il suo mal di cuore lo tormentava e quei pochi scalini gli avevano già dato l'asma. Il maggiordomo, costretto ormai dagli acciacchi ad un riposo assoluto, aveva infatti una bruttissima cera. Gli occhi aveva pesti, incavati, cerchiati di livido, la pelle delle guance, sbarbate di fresco, floscia e cascante, e le labbra smorte erano agitate da un fremito angoscioso, come se il malato cercasse continuamente di bere a piccoli sorsi l'aria che si sentiva mancare. - Mi dispiace di dovervi fare dei discorsi... antipatici, tanto più perchè non vi sentite bene; ma così non si va avanti. Sapete la nuova pagliacciata? Quella d'oggi? Lorenzo, seduto sull'orlo di una sedia, le mani scarne abbandonate sulle ginocchia, cominciò a tremare in tutta la persona, ma quel tremito non era di spavento, nè di soggezione; il pover'uomo, soffriva assai. - Il signor Giusto Allori va a fare il predicatore al popolo! Lorenzo accennava di sì, con la testa, dolorosamente. Poi si sforzò a gridare: - So, so, signor marchese. Il comizio all'Alhambra! Ho supplicato Giustino anche ieri sera, con le lacrime agli occhi; almeno una pubblicità simile... non la facesse per lor signori! Gli ho ricordato tutti i benefizi ricevuti... L'ho scongiurato di aver compassione di me, così vecchio, così malandato. M'ha risposto quello che mi risponde sempre, da un anno: - «È inutile, babbo! Tu non capisci, tu non puoi capire certe cose. Quello che io faccio è il mio dovere!» - Il suo dovere! Il suo dovere! - balzò a dire la marchesa Maria con un sussulto di sdegno e di odio nella voce. - Il suo dovere sarebbe di rispettare il nome della famiglia presso la quale suo padre ha lavorato tutta la vita, di non schierarsi con i più furibondi nemici del nostro sangue e della nostra religione! Questo sarebbe il suo dovere! Questo è il suo preciso dovere! Il vecchio guardò la padrona, stupito e sconcertato da quell'ondata di avversione che le prorompeva dalle labbra, e non rispose. Egli accennava sempre di sì, continuamente di sì, chinando la testa grigia, respirando con fatica. Non avrebbe immaginato mai che il suo figliuolo fosse tanto odiato! La marchesa proseguiva, implacabile, senza guardarlo: - Dal canto mio, non ho nulla a rimproverarmi. Ho cercato di giovare materialmente e moralmente a vostro figlio, come la mia religione e il mio cuore mi consigliavano. Sì, anche il mio cuore; perchè quel... ragazzo prometteva tutt'altro: era sveglio, molto vivace, ma docile, riflessivo. Non dico già che lo si dovesse mettere in seminario... ma almeno non si doveva permettere che gli montassero la testa con tutte le empietà, con tutte le mostruosità che sono state inventate dai nemici del bene. - Appunto, - intervenne Pier Luigi, il quale trovava opportuno lo sfogo della moglie, che sebbene un po' eccessivo, arrivava ad una conclusione. - Che cosa avete creduto di farne col seguire la vostra vanità e la sua ambizione? Sacrifici d'ogni sorta, per sette od otto anni, perchè diventasse dottore! Dottore in scienze economiche! Belle... scienze! L'ingiustizia del capitale, l'abolizione della proprietà. L'onorevole si concitava al suono della propria voce come un vecchio cavallo di razza al suono di una fanfara. Era un pezzo che non aveva occasione di far udire in casa, a sua moglie specialmente, come il gruppo neo-guelfo avesse approfondita anche la questione sociale. E tirava via, contro l'inganno indegno dei marxisti, sostenitori di una possibile socializzazione degli arnesi del lavoro, contro l'auto-suggestione morbosa e collettiva delle masse verso un'utopia rivoluzionaria alla quale giungevano dopo essersi lasciati adescare dall'illusione «deleteria» della tattica evolutiva, da parte dei sobillatori, capaci di tutto pur di appagare le loro sfrenate ambizioni personali. Camminava in su e in giù, con le mani dietro il dorso, lo sguardo al suolo, come ascoltando attentamente le parole ed approfittando dell'occasione per immagazzinare ed ordinare un po' di materiale adatto alla sua prossima conferenza, sulla enciclica papale d'incoraggiamento ai cattolici della «vera democrazia». Ma ad un tratto, nel volgere un'occhiata a Lorenzo, lo vide così accasciato, così disfatto, così piegato in due sull'orlo della sua sedia, ch'ebbe compassione del vecchio servo fedele e pensò ch'era tempo di liberarlo da quella tortura. - Già, ormai, sono parole inutili! Mi ricordo, quando vi è nato questo vostro unico maschio, dopo parecchi anni di matrimonio! Sembrava che vi fosse piovuta dal cielo una speciale benedizione! E anche nella scelta del nome, vi ricordate? Non avete avuto niente affatto la nostra approvazione. Chiamarlo Giusto! - Giustino... - Giusto! Come se non ci rintronasse abbastanza la testa con la giustizia, senza cacciarla anche nei nomi! Avete già la disgrazia di quel vostro cognome, così... bizzarro, di Allori!... Anche Giusto! Così n'è venuto fuori il Giusto Allori. Un tutt'insieme... spettacoloso, che pare proprio combinato apposta per fare del chiasso, per battere la gran cassa di tribuno e di martire! - Ma queste cose poi, signor marchese, chi le va a pensare! - osò mormorare Lorenzo, giungendo le mani tremanti. Donna Marianna intervenne, alzandosi ed accennando al povero vecchio ch'era finita l'udienza. - Non si tratta di parole nè di nomi, ma di fatti. Ed il fatto... grave ormai, insopportabile, è che abiti ancora qui nella nostra casa, quello stesso individuo che fuori, nei giornali, nelle assemblee... - No, no, scusi, signora marchesa, non si inquieti più - supplicò Lorenzo, in piedi, con una certa energia. - Credevo ne fosse già informata. Giustino, da quasi due mesi, non abita più precisamente qui, con me. Viene di tanto in tanto, a trovarmi, a sentire come sto; ha ancora qui... qualche libro, ma ha capito anche lui che non era più il caso!... Sicuro, signora padrona, anche questo dolore mi era riserbato. Non aver più vicino il mio figliuolo, alla vigilia di andarmene per sempre. E loro signori hanno tutte le ragioni! Con tanta bontà che hanno sempre dimostrato a quel ragazzo, con tanti benefici... Ah! Io capisco, capisco, e non dimentico nulla... Ma che fare? È la mia disgrazia! Il Signore ha voluto così. Non bastava la malattia, questo asma, che mi tronca il fiato... scusino, scusino tanto!... Giustino in casa, se credono non ci verrà più affatto! Andrò io a trovarlo, fuori del palazzo, finchè potrò... E poi una volta morto io... gli perdonino per me... soltanto per me! Il vecchio si portò le mani alla gola per aprirsi il colletto: la commozione, il dolore, le lacrime gli avevano accresciuta l'asma. Uscì a ritroso, inchinandosi barcollando e annaspando con le mani. Impiegò non meno di dieci minuti a fare i tre piani della scala di servizio, per rifugiarsi nelle sue camerette dove almeno avrebbe potuto starsene solo, solo col suo struggimento, con la sua disperazione. Non sarebbe uscito neppure pei vespri. Gli era impossibile fare ancora le scale in quel giorno. Poi lassù, poteva raccogliersi e pregare con tutta la devozione, come in chiesa. Avrebbe letto tutti i vespri ed anche compieta ed un po' di salmi, guardando dalla finestruola il suo bel Duomo, così vicino, che gli pareva di poterlo toccare allungando la mano, tutto bianco e roseo ed azzurro, co' suoi terrazzi, le sue balaustre, le sue guglie, e le statue, i santi, gli angeli, le madonne! Lorenzo le guardava, le salutava più volte ogni giorno da oltre quarant'anni e le conosceva ad una ad una, aveva parlato con ciascuna, aveva rivolta a ciascuna qualche preghiera speciale, nelle disgrazie della sua vita, quando era rimasto solo col bimbo, poi quando Giustino era cresciuto così sempre mezz'ammalato, poi negli ultimi anni quando Giustino aveva manifestato quelle idee, e si era buttato come un matto a quella maledetta politica ed a lui, povero vecchio, per le paure e i dispiaceri e i rimbrotti dei padroni, si era aggravato il mal di cuore. Dopo una lunga sosta, premendosi le due mani sul petto perchè gli pareva che il cuore gli volesse saltare in gola, salì anche l'ultima branca della scala, la più breve, ma anche la più ripida e finalmente fu al pianerottolo pieno d'aria e di luce, come le sue camerette. Prima di scendere aveva chiuso l'uscio: come mai adesso era aperto con la chiave nella toppa? Da un leggero e noto colpo di tosse nell'interno capì subito. - A casa, a quest'ora? A far che? - pensò il vecchio sempre più angosciato all'idea di incontrarsi col figliuolo, mentre si sentiva così male. - Animo! - Spinse l'usciolo, ed appena entrato si lasciò cadere sopra una seggiola, affranto, con un sospiro che finì in un gemito. - Perchè hai voluto fare le scale sentendoti così male? Avevi promesso di startene tranquillo o in casa o sul terrazzo. - Sono stato chiamato giù dai padroni. Il giovane, a questa parola «padroni», arrossì leggermente. - Che cosa volevano? Lo sanno pure che sei ammalato! - Dovevano parlarmi! Il giovane aveva trovato finalmente un fascio polveroso di opuscoli, nel quale si era messo a frugare, febbrilmente, perdendo la pazienza, arrabbiandosi, pauroso di non arrivare a tempo. - Se non ho il riassunto del Capitale fatto da Gabriele Deville, oggi sono senza una mano. Ed era qui, in questo pacco. Dove si è cacciato? - Io già, sai... non tocco mai niente! - mormorò il vecchio. Giusto alzò gli occhi e lo fissò commosso, turbato da quella voce addolorata, in quel momento per lui così grave. Poi gli sorrise, mormorando: - So, so, babbo; i miei libri tu non li tocchi; ma bisogna che io trovi questo Deville. Voglio chiudere il Comizio... - Lascia stare il Comizio! - interruppe Lorenzo giungendo le palme in atto d'umile, ma fervida preghiera. - Non ci andare a questo Comizio! Evita almeno uno scandalo, per riguardo a tuo padre, alla famiglia che tuo padre ha sempre servito con onore, con fedeltà... - Servito? Ah! Ah! La fedeltà, la devozione colla quale tu hai servito questi signori, dovrebbero impedire a me di servire le mie idee? Ed è per dirti queste cose che ti hanno chiamato? E chi sa contro di me, la marchesa specialmente, chi sa che accanimento!... Via, via! Non ho tempo da perdere, io! Dirai giù, ai signori, che ho anch'io i miei padroni, e i miei padroni sono i miei doveri, che valgono molto più del signor marchese e della signora marchesa. - No, no, Giustino! Non fare, non parlare così anche tu, quest'oggi!... Non arrabbiarti, anche tu! Non darmi altri dolori. Il mondo non cambierà nemmeno co' tuoi discorsi, perchè è sempre andato e andrà sempre allo stesso modo. È il buon Dio, il solo padrone dei grandi e dei piccoli, che vuole così! Il giovane lo interruppe, col viso intelligente, illuminato da un lampo di indulgenza e di pietà. - Basta, basta, babbo mio, povero vecchio mio! Oggi no, oggi no, non mi stare a ripetere queste cose, oggi. Son tre, quattromila persone, operai, lavoratori che si riuniscono, ora, ed io dirò a tutti quello che da un mese mi va fermentando qui dentro... Ma abbi pazienza, mettiti quieto e prendi, leggi il tuo libro da messa... Tu, non puoi capirmi. Ecco, ecco il mio Deville! Meno male! L'ho trovato! - Il giovane dà un'occhiata all'orologio come per avere la spinta e trovare il coraggio di finirla e di andarsene. - Le due meno un quarto?... Salto in tram e via all'Alhambra! Non posso arrivar tardi! E tu pensa che io sono sempre un galantuomo, qualunque cosa ti dicano contro di me per le mie idee! Il giovane, piegando l'alta persona secca, ossuta, angolosa, per uscire dal piccolo uscio un po' basso, fece ancora un cenno d'addio al povero Lorenzo, scese rapidamente le scale e si diede a camminare ancor più in fretta verso il tram di Porta Garibaldi, sfogliando ed annotando in margine, a grossi segni di matita azzurra, il volume del Deville. Col cappello a cencio, gli occhiali d'oro, il vestito trasandato, una grande cravatta nera mezzo disfatta, le tasche piene di giornali, i gesti rapidi, nervosi, concitati, masticando fra i denti lo spunto di qualche frase oratoria, egli passava tra la gente senza veder nessuno, osservato da tutti, conosciuto da molti, e lo seguivano sguardi di curiosità, di ammirazione, di simpatia, ma anche di compatimento, di scherno, e di avversione palese ed astiosa. II. Nei dintorni dell'Alhambra frotte di gente che si affrettavano, discutendo animatamente. Il teatro era già gremito, in ogni parte, sin nel vestibolo, e l'Allori dovette farsi largo vigorosamente tra la folla per non giungere tardi sul palcoscenico dove era aspettato. La grande luce del pomeriggio estivo entrava a ondate dagli ampi finestroni spalancati e dava una crudezza lucida e sfacciata alle tinte, una volgarità sciatta e grottesca ai fregi grossolani di quell'immenso baraccone di legno, in stile pseudo-moresco. E l'ampia sala risonava tutta nell'impazienza del pubblico ansioso; risonava di mille voci, di mille rumori diversi che si fondevano in un solo fracasso assordante e somigliante al muggito del mare co' suoi alti e bassi e le sue tregue. Il popolino minuto, che per istinto, per abitudine, era accorso mezz'ora prima, avea preso d'assalto la galleria ed ora l'affollava tutta così da offrire l'aspetto di una sola massa palpitante, in cui i colori scuri e i vivaci si confondevano. Un'altra moltitudine giù in platea, andava sempre più accalcandosi per il lento continuo insinuarsi di nuovi gruppi che venivano come ingoiati dalla massa. E questa poteva sembrare a tutta prima la folla consueta, chiassosa e insolente che, nell'aspettativa del banale spettacolo, se la gode per proprio conto, offre spettacolo di sè a sè stessa, si abbandona a tutte le licenze del grosso umorismo popolare. Infatti correvano per l'aria grida, urli, fischi, grugniti e richiami; qua e là era uno sventolare carnevalesco di giornali, di manifesti e di ventaglietti; in un angolo, in alto, un gruppo di ragazzacci, di monelli, s'erano levati le giacche col pretesto del caldo e dirimpetto, sull'opposto lato, altri giovinastri, dall'aspetto equivoco, si erano dati a picchiare con i bastoni, dal manico di corno di cervo ricurvo, sulla ringhiera di ferro, con un crescendo infernale. L'Allori, tosto riconosciuto ed accolto da un primo moto di curiosità e d'impazienza soddisfatta, si faceva strada lungo la corsìa, dietro i palchetti del primo ordine. Ad un tratto questi, già in parte occupati, vennero brutalmente invasi da altra gente, rozza ed audace che non avrebbe avuto alcun diritto d'entrarvi. Fu un momento di baccano orribile; s'incrociarono grida sguaiate di conquista ed altre furibonde di protesta, si videro pennacchi rossi e nappine azzurre disseminate un po' dappertutto, ondeggiare e affrettarsi verso i palchetti. Ma fu un attimo. Sul palcoscenico la luce era più blanda, calma e dorata come una luce di tramonto in chiesa. Lassù vi era un'altra folla composta di persone meglio vestite, alcune anzi vestite di nero, col cappello a cilindro, altre con cappello piumato e con un ciondolo di medaglie al petto. Più in fondo, da un lato, un gruppo di bandiere, dall'altro lato, gruppi di antichi e più o meno autentici superstiti delle campagne garibaldine, con le camicie di flanella rossa, nuova fiammante, e col berrettino sulle ventitrè. Le sedie disseminate sul palcoscenico erano state offerte ai vecchi e ve n'erano alcuni, quasi tutti veterani, non apocrifi, delle patrie battaglie, che ostentavano con fanciullesca vanità le loro decorazioni, e si arricciavano i baffi bianchi con una certa spavalderia innocua e senile. V'erano anche delle donne, borghesi e popolane, le prime infagottate nelle vesti di seta delle grandi occasioni, ma senza roba d'oro addosso perchè nella folla «non si sa mai»; le altre, per lo più ragazze, belle ragazze dalle bocche sorridenti, dagli occhi scintillanti, liete della loro giornata di riposo e dello spettacolo gratuito del Comizio, sudate e scarmigliate, che si narravano, con grandi scoppi di risa, le loro avventure nel lungo tragitto attraverso la folla per arrivare sino sul palcoscenico e sentir bene ed essere vicine al fratello o all'innamorato, nel caso di un «quarantotto». I reporters dei giornali, stretti a gomito nella più bizzarra promiscuità dei colori politici, intorno a due tavolini, traballanti presso la ribalta, cominciavano a scrivere furiosamente, a matita, sulle piccole cartelle, guardandosi intorno sul serio, per poi «dipingere l'ambiente» con la diversa intonazione, secondo il diverso colore del giornale. «Le più note e spiccate personalità dei partiti popolari, i rappresentanti dei sodalizi promotori, i compagni venuti a fare atto di solidarietà dalle vicine città sorelle» avevano una cert'aria decorativa e guardavano, con calma serena, gli incidenti della platea, come chi è abituato a certe cose e ne ha vedute di più gravi, e sa di aver fissi addosso gli sguardi del popolo, gli sguardi di tutta Milano, quindi di tutta Italia. E mentre giù, nella platea, la gente tumultuava per l'assalto ai palchetti, in quei gruppi, sul palcoscenico, vi fu un breve rimescolìo, poi d'un tratto, scoppiò un applauso fragoroso che coprì ogni altro clamore, e le bandiere si agitarono, i gruppi si aprirono ed un bel vecchio, dall'aspetto simpatico e dolce, con passo sicuro, si avanzò insieme a tre o quattro altre persone di varia età, fra cui Giusto Allori, fin presso il tavolo, dinanzi alla buca del suggeritore, ch'era stata coperta. Tutto tacque repentinamente nel teatro. Poi, subito, come lo scoppio del fulmine, un grande applauso breve e secco. Un attimo soltanto di sosta e ancora lo stesso applauso, ugualmente vigoroso, ma questa volta insistente, prolungato, interminabile, risolventesi alla fine nelle grida, negli «evviva», negli «abbasso» dapprima informi e confusi, poscia determinati e diretti da voci isolate, gagliarde e squillanti. Giusto Allori stette ad assaporare con gioia palese quello spettacolo per qualche istante, girando lo sguardo vivo dietro le lenti degli occhiali, verso ogni punto del teatro, abbasso e in alto, come a persuadersi, che dappertutto vi fossero anime vibranti e cuori aperti. Poi alzò la mano ad un gesto largo ed imperioso di calma, e quasi subito un po' di calma infatti si fece, in mezzo però a nuovi clamori, di plauso, che si ridestavano qua e là, rivolti a lui, dai più impazienti di udirlo parlare. Ed egli parlò subito, ma soltanto per invitare l'assemblea ad eleggersi un presidente; ciò che risollevò un altro uragano di grida, fra le quali cominciò però tosto a prevalere distinto un nome. Ed allora il bel vecchio, dall'aspetto dolce e simpatico, ch'era in piedi presso al tavolo, un po' incitato e poi sospinto quasi a forza da Giusto Allori e dagli altri vicini, si fece nel mezzo, accennò ripetutamente alla folla che si chetasse e con molta energia, sbatacchiando a lungo il grosso campanello, ottenne un qualche silenzio: allora, con voce ancora robusta, ringraziò dell'onore che gli veniva fatto. Aggiunse anche altre frasi, evidentemente preparate, e spiegò lo scopo del Comizio; ma tosto si smarrì, e ripetè più volte le cose già dette, finchè trovò il coraggio di correre alla conclusione, anch'essa preparata, raccomandando la calma, il rispetto alle opinioni di tutti e la brevità dei discorsi. Ma i primi discorsi furono tutt'altro che brevi. Dapprima parlò un antico ex-deputato, retorico e prolisso, ogni frase del quale celava un rancore. Poi il rappresentante di una confederazione di fuori, un dicitore rapido, verboso, cui l'aspetto bizzarro e l'accento spiccatamente dialettale e qualche immagine nuova avevano sul principio guadagnata l'attenzione; alla quale però erano poco dopo successi il tedio e il fastidio. Il pubblico si impazientiva, si irritava. Il presidente trovò modo di persuadere l'oratore, già scalmanato in viso, a chetarsi a metà di una argomentazione, e tosto Giusto Allori, mosse avanti, sino alla ribalta, represse quasi subito l'applauso che era ricominciato per lui, e prese a dire stringendo nella destra un fascicoletto di bozze, assicurandosi di frequente, con un gesto abituale della sinistra, gli occhiali d'oro e volgendosi or da un lato or da un altro, fissando per un momento gli sguardi proprio sotto di lui, poi alzandoli alla folla pigiata, lassù, in mezzo alla galleria. III. Tutto ciò che era stato detto fino a quel momento dagli altri nella forma più incolta e più disordinata, cominciò a fluire dalle sue labbra con una limpidezza, con una continuità, con una rapidità simile a quella d'una fresca vena d'acqua, dinanzi alla quale sia rimosso ad un tratto ogni ostacolo. Ma intorno alle vicende politiche della giornata, Giusto Allori non intendeva evidentemente di soffermarsi a lungo. Egli voleva approfittare di quella grande riunione di gente per dire molte altre cose, che gli premevano molto di più; e subito, infatti, la sua parola illuminò ben altre idee che non quelle di una critica astiosa dei gruppi, delle persone e della politica. Con un caldo fervore di convincimento ed una eloquenza vera, vibrante sopratutto della commozione dell'artista, il giovane scioglieva un inno alla concordia degli umili fra loro, alla loro esaltazione morale verso la bontà, verso l'intelligenza, e la sua parola dava alla folla un'ebbrezza che erompeva in iscoppî d'applausi, soffocati immediatamente dal timore di non sentir bene ciò che egli avrebbe detto ancora. E l'ebbrezza crebbe alla fine, mentre anche l'oratore si abbandonava alla lirica della perorazione e le sue mani tremavano, e gli pulsavano le tempie e il teatro pareva crollasse in una tempesta, in un delirio di grida e di battimani, ed egli, madido, affranto, doveva reggersi per un momento con la mano al tavolo, prima di ritirarsi. Fu allora che qualcuno, facendosi largo tra i gruppi, gli si avvicinò e gli sussurrò brevi parole all'orecchio. Giusto Allori trasalì, si volse, si scosse, respinse quelli che gli si facevano intorno domandandogli che cosa fosse accaduto e lasciò rapidamente il palcoscenico, per essere al più presto possibile nella strada. Da per tutto una muraglia di gente. Come passare? Come farsi largo subito, egli poi, che tutti anzi stringevano in mezzo? Un vecchio delegato di questura, fermo sul palcoscenico alla soglia d'un'uscita di servizio, aveva seguito con lo sguardo fisso l'Allori, in quel suo improvviso, angoscioso tentativo di andarsene; e quando il giovane gli fu vicino, gli disse con tono, oltrechè cortese, quasi amichevole: - Se crede, dottore, può uscire di qui... Giusto si fermò come trasognato, guardò, capì, e nello sguardo del vecchio che in quel momento gli parlava a quel modo, gli parve di scorgere una profonda simpatia alla sua invocazione di poco prima all'amore fra gli umili. - Grazie, grazie - mormorò, tendendo la mano e stringendo forte quella che l'altro gli porgeva esitando. - Grazie... Sì, ho bisogno d'essere a casa subito... Ed a quell'uomo che lo precedeva per guidarlo fuori, fra scale e corridoi, a quel funzionario della polizia prima che ad un altro, Giusto 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500