GEROLAMO ROVETTA
CASTA DIVA
MILANO
CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.
Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80
1909
PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
Paesi, compresi il Regno di Svezia e Norvegia.
MILANO - TIP PIROLA & CELLA DI P. CELLA
Casta diva
I.
- Opportunisti irresoluti, ambiziosi e... paurosi!... Nient'altro che
interesse, vanità e paura! Hai capito?
- Sissignore.
- Il partito, il paese, l'ordine, le istituzioni! Hanno tutto sotto la
suola delle scarpe quella gente là! Hai capito?
- Sissignore.
Chi si arrabbia e grida è l'onorevole, cioè no, Sua Eccellenza, o meglio
l'ex S. E. Gerardo Parvis, appena arrivato da Roma col diretto della
notte.
Ha «offerte» le proprie dimissioni da Ministro delle Poste e Telegrafi,
nauseato della debolezza dei suoi colleghi che non hanno avuto nè il
coraggio di tener testa all'ostruzionismo, nè l'abilità di disarmarlo.
- Mille volte meglio quegli indemoniati dell'Estrema Sinistra! Sinceri
non sono nemmeno quelli là... accozzaglia di idee e di ideali che fanno
a pugni. Tutt'insieme, non andrebbero d'accordo neanche loro nel
proclamare ciò che vogliono, ma sanno però quello che non vogliono!
Contro l'ordine, contro lo stato presente, contro le Istituzioni sono
d'accordissimo sempre, tutti, come un uomo solo! E qualche volta
riescono persino simpatici per la loro audacia, e hanno ragione di rider
di noi e di non lasciarci più nemmeno il diritto di parlare! A che cosa
siam ridotti noi? A un branco di pecore, di nullità, gonfi di quattrini,
di boria e d'ignoranza. Dall'altra parte anche quelli che non hanno
ingegno si affermano con la loro combattività... Dove manca il
carattere, la coltura, abbonda la sfacciataggine e la violenza... È vero
sì o no?
- Sissignore.
Chi risponde all'ex-Eccellenza è il suo vecchio servitore che gli disfa
le valigie, mentre dal gabinetto attiguo alla camera da letto si sente
il rumore dell'acqua che riempie la vasca del bagno.
- Furboni, sai, quegli Estremi, con tutta la loro retorica! Furbi e
scettici... Gente di poca fede!... Sono i primi loro a ridere dei
paroloni coi quali accendono la testa alla folla, ma almeno capiscono i
tempi e nel cacciarsi avanti per conto loro, per le loro mire, cacciano
avanti anche le loro idee, il loro partito...
- Sissignore.
Prospero, il servitore, è taciturno, quanto il padrone è verboso. Non
risponde mai più che «sissignore» o «nossignore» e soltanto quando non
può farne a meno. Ogni volta che il padrone arriva da Roma lo accoglie
con un: «Ha fatto buon viaggio?» del quale si sente appena: «fat...
bon... viag...» perchè il resto delle quattro parole si perde fra le
labbra grosse e le rughe del faccione sbarbato, mentre un tenero
luccichio degli occhi rivela un affetto intenso per il padrone, il
piacere vivo di rivederlo.
- E così, capisci... L'onorevole Parvis, che si è levata la giacca e la
sottoveste, siede sulla bassa poltroncina accanto al letto, mentre il
servo gli leva le scarpe. - E così; quattro ossessi, ostinati,
prepotenti, a furia di parole, di urli e di scenate, sono riusciti a
metterci in un sacco e a violare la Camera nel suo diritto sacrosanto,
che è poi anche il suo dovere: quello di fare le leggi! Basta, per Dio!
Da parte mia, capirai bene, li ho piantati là e non mi ci pigliano
altro! A Roma, capisci, non torno più!
- Non torna più a Roma? E il Governo da... comandare?
Prospero non dice queste parole, ma alza il capo, e fermo, colle scarpe
fra le mani, guarda il padrone che gli legge la domanda negli occhi. Era
avvezzo alle sfuriate del padrone e non udiva nè capiva tutto quanto
egli diceva. Era forse anche per questo che l'onorevole Parvis si
sfogava così, le sue parole si spegnevano, una dopo l'altra, come tanti
fiammiferi buttati nell'acqua. Ma quella dichiarazione di non voler più
tornare a Roma, ha fatto al vecchio Prospero una straordinaria
impressione. E l'ex-ministro delle «Poste e Telegrafi» - gli avevano
dato quel portafogli secondario, perchè in Italia, dove tutto va innanzi
per anzianità, egli era parso troppo giovane per un ministero più
importante - si sente lusingato constatando che il fatto veramente
enorme del suo ritrarsi sull'Aventino, stupisce anche uno zotico testone
come il suo servitore.
- Precisamente così! Li ho piantati con tanto di naso! Avranno capito
adesso che non facevo per burla, allorchè ripetevo loro che io con i
timidi, con i conigli non ci sto, assolutamente non ci sto!
Gerardo Parvis continua per un bel pezzo ancora, ma il vecchio - svanito
quel lampo fugace di maraviglia - è ritornato impassibile ed accudisce
metodicamente alle sue incombenze, prepara la biancheria calda e fredda,
le spugne, le babbucce, tutto l'occorrente per il bagno.
Ad un tratto gli sfoghi dell'ex-ministro contro i colleghi e il silenzio
rispettoso e affaccendato del servo, sono interrotti da un abbaiare
festoso, poi da un quattire affannoso all'uscio, finché un bolide vivo
si slancia contro le imposte a vetri e le spalanca... E un cagnolino
lungo lungo, basso basso, dal bel pelo lustro, color marrone, dagli
aurei riflessi di scarabeo al sole. Il cane si precipita addosso
all'onorevole, gli salta sulle ginocchia e continua ad abbaiare e a
quattire torcendosi e allungandosi per arrivare a lambirgli il volto.
- Teo! - esclama Prospero fermandosi ritto. E la luce che gli brilla
negli occhi sembra gli spiani le rughe fonde della vecchia faccia. -
Teo! Giù! Teo! Qui! Vieni qui!... Teo!
Ma tutto è inutile e anche il padrone tenta invano, con la voce, con le
mani di sottrarre il volto alle leccate della bestiola che salta, si
arrotola, si allunga e smania sempre più.
Il servitore continua a guardare il cane, poi si volta al padrone:
- Ha sentito subito la sua voce! Lo ha conosciuto subito! Teo! Bravo
Teo! Povero Teo!
Teo, - diminutivo del vero nome, - Matteo, - salta fra i piedi del
servitore abbaiando, dimenando la coda, dimenandosi tutto, piegando con
mille vezzi il lungo testone intelligente dall'espressione umana, come
per metter il vecchio a parte della sua gioia. Ma poi subito si volta,
corre, si slancia verso il padrone e per raggiungere lo scopo salta
sullo schienale della poltroncina e lo lecca sul collo e riesce,
finalmente, a lambirgli la faccia.
- Basta! Fermo! Giù! - grida Gerardo un po' infastidito e nondimeno
maravigliato e lusingato di tanta festa. Lusingato e commosso.
Quella sua casa d'uomo importante e influente, d'uomo politico e d'uomo
di Governo, così piena di gente seccante, noiosa e interessata non
appena è noto il suo arrivo, è altrettanto vuota e melanconica ogni
volta ch'egli vi capita quasi improvvisamente, come appunto quella
mattina.
Il: «ha... fat... bon... viag...» del vecchio servitore, e nient'altro.
- Teo! Teo! - Quel povero Teo! Quanta festa gli faceva e con quanta
sincerità! Come gli riempiva il cuore e la casa di affetto e di
allegria.
- Sta fermo, dunque! Giù, giù! Basta, Teo! Adesso basta!
... Ma le labbra sorridono, come continuano a sorridere gli occhi del
vecchio Prospero che ripete sotto voce:
- Teo! Povero Teo! Ha conosciuto subito la voce!
- Ma se quando sono partito per Roma era un cucciolo di tre o quattro
mesi appena?... Davvero! Io non mi ricordavo nemmeno più d'averlo!
- La povera bestiola no, invece!... Quando io mettevo mano agli abiti
del signor padrone, Teo vi si sdraiava vicino, vi metteva il muso
sopra... e mi guardava come se volesse domandarmi qualche cosa.
Teo capisce che si parla di lui: fermo, attento, fissa il padrone con
gli occhi lucentissimi e piegando un po' la testina in atto di dolcezza
affettuosa.
Il servo è andato a chiudere il rubinetto del bagno.
- Pronto!
- Vengo!
Ma Gerardo non si muove; accende una sigaretta e sempre sdraiato nella
poltroncina accarezza le orecchie del cane che gli si è avvicinato e che
messogli il muso sopra una gamba, socchiude gli occhi e sbatte le
labbra, con un senso di delizia soddisfatta.
Il giovane ex-ministro, per altro, non pensa già più a Matteo. Quella
festa, quell'accoglienza lo portano col pensiero a ricordi lontani, ma
che erano sempre i più cari e i più vivi nel suo cuore.
Quasi ancora ragazzo era rimasto senza parenti, e gli anni dell'ardore e
della bontà, li aveva dati ad una donna, - non la prima, ma la sola
ch'egli avesse amato davvero, - una donna che ben meritava quell'omaggio
assoluto di devozione e di passione, una creatura fatta di grazia, di
bontà e d'intelligenza, una mente eletta ed un'anima grande, un cuore
dolce, affettuoso, sapiente e indulgente, un cuore di donna innamorata.
La cara e fida e buona amica era morta da tre anni e il cuore del
Parvis, dopo tre anni, era ancora pieno di ricordi e vuoto di persone.
Soltanto il lavoro, un grande lavoro assorbente, e poi gli odi e gli
amori, le passioni, le cure e le lotte della politica, lo avevano
occupato, agitato e stordito.
Nient'altro!... Nessuna donna, mai. Nè la civetta che si offre, nè la
bellezza che si vende.
Giovane ancora, nè la sua anima nè il suo sangue avevano mai avuto un
fremito. Lei ancora, sempre Flaviana, soltanto Flaviana riappariva ai
suoi occhi nelle brevi soste della stanchezza, ritornava a lui nel
sogno.
Com'era stata bella, com'era stata buona! Bella, buona e sicura.
Egli era vissuto, a sua volta, sicuro dell'amore di lei, come di
nessun'altra cosa al mondo; sicuro dell'amore, sicuro della fedeltà... E
che gioia poter essere sicuro della donna che si ama... e che tormento
dover sempre dubitare, sospettare, temere.
Oh, egli aveva saputo amarla in ragione di quanto aveva potuto
crederle!... Allorchè si dubita, si disprezza, o si odia: si desidera
ancora, forse, con tutto l'ardore, con tutta l'ansia, ma «amare», no;
non si ama più.
Ed egli, invece, aveva potuto amare... aveva potuto amarla, sempre,
senza una nube, senza una bugia mai, sino alla fine!... Buona, tanto, e
bella!... Come rivedeva quel volto classico, pallido, nel quale ardevano
i grandi occhi neri pieni d'amore e di devozione... Quanto il suo cuore,
quegli occhi e quelle labbra erano stati sicuri! E come era intelligente
e lieta e cara e pensosa... e come le sue ansie e le sue gioie, la sua
anima e i suoi nervi rispondevano sempre al desiderio, al sogno, al
«momento» dell'uomo amante...
- Cara!...
Come gli aveva riempito di sè il cuore e la giovinezza, senza mai
attraversargli la via, senza mai essergli d'inciampo, senza mai dargli
una pena!... Ed egli - allora! - a' suoi improvvisi ritorni da Roma,
come saliva di corsa quelle scale, ansioso...
- C'è la marchesa?
C'era sempre! Il cuore di lei aveva immancabilmente il presagio del suo
ritorno; e che festa d'amore quel rivedersi, che luce ne' suoi occhi e
che baci per l'improvvisa gioia!
Teo sospira forte scuotendo il muso umido e fresco sulle ginocchia di
Gerardo, che torna a fissare il cane, ma con una grande mestizia negli
occhi umidi.
- Più!... Non c'è più! E da allora... sei tu, sei proprio tu il primo
che mi fa un po' di festa, sincera, soltanto per me! Teo!... Povero Teo!
- e Gerardo, scrollando il capo gli accarezza le orecchione calde e
morbide come il velluto. - Anche di te posso essere sicuro?
- L'acqua del bagno diventa fredda.
- Eccomi! Vengo subito!
Gerardo si alza vivamente e finisce in fretta di svestirsi, mentre
Matteo, preso da una smania di gioia, corre per le camere, gira su se
stesso, torcendosi a semicerchio, attraversando a salti, innanzi e
indietro, e il letto basso e la poltroncina, e mordendo per ischerzo,
delicatamente, i piedi scalzi del padrone.
II.
- Viene anche il Teo, all'Abetone?
- Il Teo?
L'onorevole Parvis guarda Prospero con aria stupita e la bestiola
capisce che si parla di lei. Teo, seduto sulle gambe di dietro e ritto
su quelle davanti, corte e storte, a roncolo, con gli occhi gialli,
d'ambra lucida, fissi, guarda a sua volta il padrone ed il servitore,
piega, ora verso l'uno, ora verso l'altro, la testolina con
un'espressione d'ansia, con un atto fra interrogativo e supplichevole.
- Prendere anche il Teo, con noi? Diventi matto?
- Perchè?
- Un cane? In viaggio? Figurati che seccatura!
- Durante tutto il viaggio lo terrò con me. Lei non ci pensi; non se ne
accorgerà neppure!
Teo, che per quanto inglese puro sangue, capisce benissimo l'italiano di
Prospero, gli si avvicina, rizzandosi, tenendosi appoggiato con le
grosse zampe alla gamba del suo protettore e leccandogli la mano.
- In viaggio, sta bene... - continua il Parvis. - Ma poi lassù,
all'Abetone, all'albergo? Con tanta gente, con tanti forestieri?... No,
no, è impossibile! Diventi matto, ti ripeto!
- Anche all'albergo, starà sempre con me. Dormirà con me. Gli darò io da
mangiare, lo condurrò io a passeggiare. Lei non ci pensi neppure!
Trattandosi di intercedere per Matteo, per l'amico fedele che sa dire,
come lui, tante cose senza parlare, il vecchio Prospero diventa persino
loquace.
Ma l'onorevole è insofferente di contraddizioni. Non vuol saperne di
cani in viaggio, all'albergo: e siccome l'altro insiste, egli perde la
pazienza, si arrabbia, alza la voce, e Prospero, subito, allunga il
broncio.
- Allora, mi dirà lei, dove e a chi lo dovrò lasciare! Lo avverto, però,
che in un'altra casa non ci sta, certo, nemmeno dipinto!... E poi,
quando non vedrà più nè me, nè lei, creperà, magari, anche di fame!
Dopo questo aut aut, e quasi affermando la gravità del problema, Teo
torna a fissare il padrone, tenendo la coda bassa e dimenandola
lentamente, come aspettando che venga decisa la sua sorte.
- Si potrebbe lasciarlo alla portinaia!
Prospero non si degna nemmeno di rispondere, di voltarsi. Continua a
chiudere bauli e valigie.
- Oh Dio! - pensa Parvis, sbuffando. - Ci siamo! - Infatti, quando
Prospero si imbroncia ce n'è per un bel pezzo... - Perchè poi, domando
io, non si potrebbe lasciarlo alla portinaia?
- Perchè dalla portinaia non ci sta.
Teo dimena la coda più forte. Dice anche lui che dalla portinaia non ci
sta. Egli aveva una precisa antipatia contro quella donna per certe
vivissime impressioni ricevute sotto l'atrio e lungo le scale, durante
la sua prima gioventù.
Gerardo non vuol troppo inquietarsi; s'è inquietato abbastanza a Roma,
per cose più serie, e finisce col sorridere a Teo e coll'accarezzarlo,
per rappacificarsi col servitore. Riflette, intanto, quale possa essere
la maggiore delle sue seccature: viaggiare col cane, oppure col broncio
di Prospero che è capacissimo di farglielo godere per tutto il tempo
della villeggiatura...
- Starò lassù un paio di settimane, per riposare, camminare, prendere il
fresco e per scrivere un paio di articoli sulle condizioni politiche
dell'Italia al Daily Express... Poi, basta Abetone! Tornerò a Roma per
una settimana. A Roma ci posso andare senza Prospero e Prospero, invece,
potrà tornare a Milano con Matteo!
Il muso di Prospero ha dunque ottenuto l'effetto voluto. Gerardo Parvis
è ormai disposto a cedere. Adesso, cerca soltanto di salvare l'onore
delle armi e quindi continua a guardare e ad accarezzare il cane, mentre
domanda al servitore:
- E se poi disturbasse i forestieri?
Prospero, sempre zitto. Ha finito di chiudere i bauli e tutte le valigie
e comincia ad arrotolare il plaid.
- Se poi, qualche notte, si mettesse ad abbaiare?
Silenzio perfetto.
- Basta! Sarà quel che sarà! Condurremo anche Teo in montagna! Ma
ricordati, Prospero, ci penserai tu!
- Sissignore!
La faccia del vecchio ha un lampo di sorriso, e Teo, dalla gioia,
comincia a squittire frenetico, a correre di nuovo in giro per la
stanza, a tirare, a mordere la giacca e i pantaloni del padrone; poi
afferra colla bocca una babbuccia di pelle e se la porta via scappando
sotto le seggiole e il canapè, inseguito dalle grida e dalle minacce di
Prospero.
L'onorevole Parvis ha fatto conto di fermarsi a Pracchia e di salire
all'Abetone in carrozza, la mattina presto, col fresco, e così prende
l'ultimo diretto, quello della notte per Firenze.
Come tutti gli uomini politici e gli uomini d'affari che viaggiano molto
e non hanno tempo da perdere, l'onorevole Parvis legge, scrive, lavora
anche in treno, nel suo scompartimento. Un ministro, anche
dimissionario, trova facilmente il modo di rimaner solo.
Appena il treno è in moto, egli apre la sua valigetta particolare, leva
la cartella, il calamaio, poi un fascio di lettere e di carte. Ne
sfoglia, ne esamina alcune attentamente, poi le mette da parte e
comincia a scrivere. Sente di dover inviare una lettera al suo
sotto-segretario, l'onorevole Donadei. Bisogna persuaderlo che non è il
caso ch'egli pure dia le dimissioni, e ciò non soltanto per atto di
cortesia, abituale in simili casi, ma altresì perchè al Parvis, preme
realmente che il suo collaboratore rimanga qualche tempo ancora sulla
breccia a sostenere l'urto delle opposizioni postume ed anche delle
postume invettive.
La lettera non è facile a scrivere, neppure per un diplomatico fine e
consumato come Gerardo Parvis. Ma il rullio del treno, che non gli
permette di scrivere in fretta, gli lascia il tempo necessario di
meditare sulle frasi. E non c'è male: certe lettere, quando meno ci si
pensa, si vedono poi comparire, al solito momento più inopportuno, su
questo e su quel giornale.
Le lettere degli uomini politici, come quelle delle donne che hanno più
di un innamorato, non sono mai prudenti abbastanza...
«Onorevole amico,
«Se ho avuto qualche perplessità nel risolvermi ad abbandonare le cure e
le responsabilità del Governo e se ora ne provo qualche rimpianto, è
soltanto pel rammarico di separarmi da lei, di interrompere un'opera con
tanta fiducia iniziata insieme e, mercè la sua intelligente e provvida
collaborazione, proseguita in mezzo a contrarie fortune, non senza onore
ed utilità.
«Ma questo rimpianto si farebbe in me assai più grave e doloroso, e mi
indurrebbe quasi a temere di aver recato danno colla mia risoluzione
agli interessi del Paese e delle Istituzioni, ove dovessi apprendere,
che per eccessiva delicatezza nell'intendere l'obbligo morale di
un'antica e fida solidarietà ella intendesse di ritirarsi a sua volta.
«Il Ministero del quale oggidì Ella regge interinalmente e così
degnamente le sorti, è d'indole affatto amministrativa, ed in un paese
ove le forme rappresentative fossero più progredite, dovrebbe al pari
dei dicasteri dell'Agricoltura, del Commercio, dei Lavori Pubblici
e così via - essere sottratto alle vicende troppo di frequente mutabili
della politica parlamentare. A questo carattere imperfetto del nostro
ordinamento, procuriamo di riparare, anche a costo di personali
sacrifici, noi tutti, uomini d'ordine, zelanti del bene pubblico; ed
Ella, ne offra l'esempio col rimanere...»
A questo punto, il treno rallenta, poi si ferma nella stazione di Lodi.
Il Parvis sente, tra il fragore del convoglio, il trepestìo dei
passeggieri e il gridare dei conduttori, un abbaiare furioso; è la voce
di Matteo!
- Bravo!... Cominciamo bene!
Poco dopo aprono lo sportello dello scompartimento. L'Onorevole si
volta, guarda... È Prospero, confuso, impacciato, che tiene Teo fra le
braccia, Teo che si agita, si dibatte nervoso, furioso, inquieto.
- Che vuoi?... Cosa c'è con quel cane?
- Sa che lei è qui vicino, e non vuol più stare con me!... Non ha fatto
altro che abbaiare e smaniare tutto il tempo!
- Te lo avevo detto io!... Avevo preveduto che sarebbe stata una
seccatura! «Lei non ci pensi! Lei non ci pensi!» E poi subito, tanto di
muso, ostinato, testardo!
Ma più del vecchio servitore, che rimane a testa bassa, l'ostinato e il
testardo è Teo, che si divincola, si torce più che mai per sfuggire
dalle braccia di Prospero, e ringhia al conduttore, che tenendo con una
mano lo sportello, coll'altra cerca di accarezzarlo.
- E adesso che facciamo?
- Lo tenga con lei...
La campanella, il fischio...
- Partenza!...
Teo fa il diavolo a quattro e Prospero non riesce più a trattenerlo.
- Dà qui! E ricordati: se non sta tranquillo, alla prima stazione vi
lascio a terra: te e la tua bestia! Tutti e due!
Il cane è già saltato sul sedile, sulle ginocchia di Gerardo, che lo
accoglie con uno spintone e uno scappellotto. Ma Teo, in questa
circostanza, non si mostra permaloso. Scuote, pieno di allegrezza, le
orecchie e la coda, e poi corre a rizzarsi sul finestrino per guardare
fuori.
- Fermo! E quieto! - impone Gerardo con voce aspra e alzando la mano in
aria di minaccia.
Teo capisce... e non capisce. Si acquatta di colpo, si stende sulle
quattro zampe. Ma poi, alzando gli occhi, senza alzare la testa, fissa
il padrone attentamente, e lo studia, ancora poco persuaso che quel tono
di minaccia non sia uno scherzo.
Prospero frattanto è scomparso; il treno si ripone in moto e l'onorevole
Parvis ricomincia a scrivere e continua la sua lettera all'onorevole
Donadei.
Matteo, queto queto, stirandosi sul cuscino, si avvicina al padrone e
pone la punta del musetto, lustro ed umido, sulle ginocchia di lui,
senza muoversi più. Solo, di tanto in tanto, apre ed alza gli occhi,
sempre senza alzar la testa, e guarda Gerardo con una lunga occhiata
affettuosa; poi sbatte le labbra mandando sospironi di soddisfazione.
Quando il treno giunge a Pracchia, comincia ad albeggiare. Fra le varie
carrozze che attendono presso la stazione, Matteo distingue subito il
più bel landò a due cavalli, e mentre i facchini scaricano i bauli e le
valigie, egli salta in carrozza, rimanendo appoggiato accanto allo
sportello aperto, sempre guardando il padrone e dimenando la coda a
Prospero, quando il vecchio servo si avvicina, per far caricare il
bagaglio nella carrozza.
E per tutto il viaggio, per tutta la salita, Teo non fa altro che
passare da un capo all'altro del sedile, in faccia al padrone,
allungandosi quasi ad aspirare con delizia i buoni odori della campagna,
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500