Quando la fanciulla trovò la maniera di ninnarlo a modo (e ciò consisteva nell'averlo aggruppato bene come un nodo, e afferrato all'orecchio destro e al piede sinistro, per non permettergli di sciogliersi) lo portò all'aria aperta. "Se non porto via questo bambino meco," osservò Alice, "è certo che qualche giorno l'ammazzeranno; non sarei colpevole d'un assassinio se lo abbandonassi?" Ella pronunziò le ultime parole a voce alta, e il poverino si mise a grugnire per risponderle (non starnutiva più allora). "Non grugnire," disse Alice, "non sta bene esprimersi a quel modo." Il bimbo grugnì di nuovo, e Alice lo guardò con molta ansietà per vedere che avesse. Aveva un naso che s'arricciava troppo, e non c'era dubbio che rassomigliava più a un grugno che a un naso naturale; e poi gli occhi s'impiccolivano tanto che non pareano occhi di bambino: tutto insieme quell'aspetto non piaceva ad Alice punto, punto. "Forse singhiozzava," pensò ella, e riguardò di nuovo a' suoi occhi per vedere se vi fossero lagrime. Ma non ce n'erano. "Carino mio, se tu ti trasformi in porcellino," disse Alice seriamente, "non voglio aver più nulla a fare con te. Bada a te dunque!" Il poverino si rimise a singhiozzare (forse grugniva, ma era difficile il distinguere), e andarono innanzi silenziosamente per qualche tempo. Alice aveva appena cominciato a riflettere, "Che cosa ho da fare di questa creatura quando la porterò a casa?" allorchè grugnì di nuovo, e tanto forte, che tutta spaventata si mise a riguardarla in faccia. Questa volta non c'era più dubbio; era un porcellino bell'e buono, ed essa fu persuasa che non c'era più ragione di portarlo oltre. Così depose quella creaturina a terra, e si sentì sollevata quando la vide trottare via quietamente verso la foresta. "Se fosse cresciuto," disse fra sè, "sarebbe stato un bruttissimo ragazzo; ma diventerà, un bellissimo porco, credo." E riandò con la memoria a certi fanciulli che conosceva, i quali potrebbero essere buonissimi porcellini, e stava per dire, "se uno conoscesse il vero modo di mutarli--" quando trasaltò un poco di paura veggendo il Ghignagatto, accoccolato sopra un ramo d'albero, a pochi metri di distanza. Il Gatto fece soltanto un ghigno quando vide Alice. Sembra di buon umore, pensò; ciò non di meno ha le unghie troppo lunghe, ed ha troppi denti, perciò bisognerà trattarlo con molta deferenza. "Ghignamicio," cominciò a dire con un poco di timidità, perchè non sapeva se gli piacesse quel titolo; ciò non di meno egli non fece altro che ghignare più apertamente. "Via, ci ha piacere," pensò Alice, e continuò, "Vorresti dirmi, quale via dovrei infilare da quì?" "Ciò dipende molto dal luogo dove vorresti andare," rispose il Gatto. "Poco importa dove----" disse Alice. "Allora poco importa di sapere quale via dovresti prendere," soggiunse il Gatto. "---- purchè giunga a qualche luogo," riprese Alice, come se volesse spiegarsi meglio. "Oh certo, vi giungerai!" disse il Gatto, "sai il proverbio italiano, 'tanto cammina sino che arriva.'" Alice sentì che quel proverbio non poteva essere contraddetto, e tentò un altra domanda. "Che razza di gente abita in questi dintorni?" "Di là," rispose il Gatto, girando la zampa destra, "abita un Cappellaio; e di quà," indicando con l'altra zampa, "abita una Lepre-marzolina. Visita chi vuoi de' due: sono entrambi matti." "Ma non mi piace d'andare dai matti," osservò Alice. "Oh, non c'è modo d'uscirne," disse il Gatto: "quì siam tutti matti. Io son matto. Tu sei matta." "Come sai ch'io sono matta?" domandò Alice. "Tu devi esserla," disse il Gatto, "altrimenti non saresti venuta quì." Non parve una ragione sufficiente ad Alice, ma pure continuò: "oh come sai che tu sei matto?" "Per cominciare," disse il Gatto, "un cane non è matto. Ne convieni?" "Lo suppongo," rispose Alice. "Bene," continuò il Gatto, "un cane brontola quando è arrabbiato, ed agita la coda quando è contento. Ora io brontolo quando son contento, ed agito la coda quando sono arrabbiato. Dunque son matto." "Io direi far le fusa, e non già brontolare," disse Alice. "Dì come vuoi," riprese il Gatto. "Vai tu quest'oggi dalla Regina, a giuocare a croquet?" "Lo desidererei tanto," rispose Alice, "ma non sono stata ancora invitata." "Mi vedrai da lei," disse il Gatto, e sparì. Alice non fu sorpresa da tutto questo: si era di già abituata a veder cose strane. Mentre guardava ancora al ramo dov'era stato il Gatto, eccotelo ricomparire di nuovo. "A proposito, che n'è del bimbo?" disse il Gatto. "Avea dimenticato di domandartene." "Si mutò in porcellino," rispose Alice senza scomporsi, come che il Gatto fosse riapparito in modo naturale. "Me l'ero immaginato," disse il Gatto, e sparì di nuovo. Alice aspettò un poco, mezzo persuasa che riapparisse nuovamente, ma non ricomparve, e pochi istanti dopo si diresse alla via dove abitava la Lepre-marzolina, "Di cappellai ne ho veduti tanti," disse fra sè: "sarà più interessante per me la Lepre-marzolina, e come siamo a Maggio non sarà poi tanto matta da legare--almeno meno matta di quel che l'era nel Marzo." Mentre diceva queste parole, riguardò in alto, ed eccoti di nuovo il Gatto, accoccolato sul ramo d'un albero. "Dicesti porcellino o porcellana?" domandò il Gatto. "Dissi porcellino," rispose Alice; "ma ti prego di non apparire e disparire come un lampo: mi fai girare il capo!" "Sta bene," disse il Gatto; e questa volta sparì lentamente; cominciò con la punta della coda, e finì col suo ghigno, e questo restò come una visione sul ramo dopo che tutto era sparito. "Oh bella! Ho veduto spesso un gatto senza ghigno," osservò Alice, "ma un ghigno senza gatto! È la cosa più curiosa ch'io abbia mai veduta in tutta la mia vita!" Non si era dilungata di molto quando si trovò in faccia alla dimora della Lepre-marzolina: pensò che quella fosse proprio la casa, perchè le gole dei camini aveano la forma di orecchie, e il tetto era coperto di pelo. La casa era tanto grande che ella non osò di avvicinarvisi se non dopo aver morsecchiato un poco del fungo che avea nella mano sinistra, e crebbe quasi due piedi di altezza: ciò non la liberò dall'ansietà, e mentre si avvicinava timidamente alla porta, diceva fra sè, "E se poi fosse matto furioso! Quasi quasi vorrei essere andata a trovare il Cappellaio!" CAPITOLO VII. UN TÈ DI MATTI. Sotto un albero in faccia alla casa c'era una tavola apparecchiata, e vi prendevano il tè la Lepre-marzolina e il Cappellaio: un Ghiro che dormiva profondamente stava fra loro, ed essi se ne servivano come se fosse un guanciale, appoggiando i gomiti su lui e discorrendo sopra il suo capo. "Che disturbo pel Ghiro," pensò Alice, "ma siccome dorme, m'immagino che non ci farà attenzione." La tavola era spaziosa, pure i tre stavano aggruppati insieme a un angolo: "Non c'è posto! Non c'è posto!" gridarono, quando videro che Alice si avvicinava. "C'è molto posto!" disse Alice, sdegnosa, e si mise a sedere in un comodissimo seggiolone che stava ad una delle estremità della tavola. "Vuole del vino?" disse la Lepre-marzolina con modo attraente. Alice guardò sulla tavola, e vide che non c'era altro che tè. "Non vedo vino," osservò essa. "Non ce n'è punto," replicò la Lepre-marzolina. "Ma allora non è cortese, invitandomi a bere quel che non ha," disse Alice sdegnosamente. "Come non fu punto civile da parte sua di sedersi quì senz'essere invitata," osservò la Lepre-marzolina. "Non sapea che la tavola appartenesse a lei" rispose Alice, "è apparecchiata per più di tre." "Dovrebbe farsi tagliare i capelli," disse il Cappellaio. Egli aveva osservato Alice per qualche istante, e con molta curiosità, e furon quelle le prime parole che profferì. "Ella non dovrebbe fare osservazioni che sanno di personalità," disse Alice un po' severa: "ciò è molto sconvenevole." Il Cappellaio spalancò enormemente gli occhi udendo quelle parole; ma disse soltanto, "Perchè un corvo è simile a un coccodrillo?" "Via! Ora sì che ci divertiremo!" pensò Alice. "Sono contenta che hanno cominciato a proporre degl'indovinelli--credo di potere indovinarlo," soggiunse ad alta voce. "Intende dire che potrà trovare la risposta?" domandò la Lepre-marzolina. "Sicuramente," rispose Alice. "Ebbene dica quel che intende," disse la Lepre-marzolina. "Ecco," riprese Alice, in fretta; "almeno--almeno intendo quel che dico--e ciò vale lo stesso, capite." "Niente affatto lo stesso!" disse il Cappellaio. Sarebbe come dire, "'Veggo quel che mangio' è lo stesso di 'Mangio quel che veggo?'" "Sarebbe come dire," soggiunse la Lepre-marzolina. "'Mi piace ciò che prendo,' è lo stesso che 'Prendo quel che mi piace?'" "Sarebbe come dire," aggiunse il Ghiro che parea parlasse nel sonno, "'respiro quando dormo' è lo stesso che 'dormo quando respiro?'" "E lo stesso per voi," disse il Cappellaio, e quì la conversazione cadde, e tutti sedettero muti per poco tempo, mentre Alice cercò di ricordarsi tutto quel che sapea su' corvi e su' coccodrilli, ma non era molto. Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. "Che giorno del mese abbiamo?" disse, volgendosi ad Alice, mentre prendeva l'oriuolo dal taschino, e lo guardava con un certo turbamento, scuotendolo di tempo in tempo, e appoggiandolo all'orecchio. Alice pensò un poco, e rispose, "Li quattro del mese." "Ritarda di due giorni!" osservò sospirando il Cappellaio. "Te lo dissi che il burro non avrebbe giovato al movimento!" soggiunse, guardando rabbiosamente la Lepre-marzolina. "Era del miglior burro," rispose sommessamente la Lepre-marzolina. "Sì, ma devono esserci entrate anche delle miche di pane," borbottò il Cappellaio: "non dovevi metterlo dentro col coltello del pane." La Lepre-marzolina prese l'oriuolo e lo guardò mestamente: poi lo tuffò nella sua tazza di tè e lo guardò di nuovo: ma non potette far altro che ripetere l'osservazione fatta pur dianzi: "Era del miglior burro che si potesse avere, sapete." Alice intanto lo guardava, con un poco di curiosità, di sopra le spalle, e disse, "Che curioso oriuolo! Indica i giorni del mese, e non già le ore del giorno!" "Perchè no?" sclamò il Cappellaio. "Che forse il suo oriuolo le dice in che anno viviamo?" "No davvero," si affrettò a rispondere Alice, "perchè l'oriuolo segna lo stesso anno per molto tempo." "Ciò che appunto accade al mio," rispose il Cappellaio. Alice provò un momento di grave imbarazzo. Le parea che l'osservazione del Cappellaio non avesse senso di sorta, eppure parlava correttamente. "Non la comprendo bene," disse con molta delicatezza. "Il Ghiro è tornato a dormire," disse il Cappellaio, e gli versò un poco di tè scottante sul naso. Il Ghiro scosse il capo con un moto d'impazienza, e senza aprir gli occhi, disse, "Già! Già! Appunto quello che stavo per dire." "Ha ancora indovinato l'indovinello?" disse il Cappellaio, rivolgendosi ad Alice. "Mi dò per vinta," rispose Alice: "Quale è la risposta?" "Non ne ho la minima idea," rispose il Cappellaio. "Neppure io," disse la Lepre-marzolina. Alice sospirò dalla noia e disse: "Ma credo che sarebbe bene di passar meglio il tempo, che perderne, proponendo indovinelli che non hanno senso." "Se lei conoscesse il Tempo come lo conosco io," rispose il Cappellaio, "non direbbe che noi ne perdiamo. Non si tratta di me, ma di lui." "Non so che ella si dica," osservò Alice. "Sicuro, nol sa!" disse il Cappellaio, scuotendo il capo con un'aria di disprezzo. "Scommetto che lei non ha mai parlato col tempo!" "Forse no," rispose prudentemente Alice; "ma so che debbo battere il tempo quando imparo la musica." "Ah! e questo spiega tutto," disse il Cappellaio. "Ei non vuol essere battuto. Se lei non si bisticciasse con lui, egli farebbe dell'oriuolo ciò che ella vuole. Per esempio, supponga che sieno le nove della mattina, ch'è l'ora per le lezioni: basterebbe ch'ella bisbigliasse una parolina al Tempo, e subito girerebbe la lancetta! Il tocco e mezzo, l'ora del desinare!" ("Vorrei che fosse," bisbigliò la Lepre-marzolina.) "Sarebbe magnifica, davvero," disse Alice, pensierosa: "ma non avrei fame a quell'ora, capisce." "Da principio forse, nò," riprese il Cappellaio: "ma lei potrebbe fermarlo sul tocco e mezzo, quando vorrebbe." "Ed ella fa così?" domandò Alice. Il Cappellaio scosse la testa mestamente e rispose. "Io no! Ci siamo bisticciati nello scorso marzo---- proprio quando egli divenne matto----" (ed indicò col cucchiaino la Lepre-marzolina), "----già, fu al gran concerto dato dalla Regina di Cuori:--ivi dovetti cantare: 'Tu che al ciel spiegasti l'ale O mia testa Soppressata!'" "Conosce lei quest'aria?" "Ho sentito qualche cosa che le rassomiglia," rispose Alice. "La va di questo verso," continuò il Cappellaio:-- "'Ti rivolgi a me, fettata, Teco il pane aggiungerò!'" Giunto quì, il Ghiro si dette una scossetta, e cominciò a cantare in mezzo al sonno "Teco il pane; teco il pane aggiungerò----" e via, via andò innanzi, sino a che gli si dovettero dare de' pizzicotti per farlo tacere. "Ebbene, aveva appena finito di cantare la prima quartina," disse il Cappellaio, "che la Regina proruppe furiosa, 'Egli sta assassinando il tempo! Tagliategli il capo!'" "Terribilmente feroce!" sclamò Alice. "D'allora in poi," continuò mestamente il Cappellaio, "non ha voluto più far quel che io gli chiedo! Segna sempre le sei." Un'idea luminosa colpì Alice, e domandò: "È questa forse la ragione per cui vi sono tante tazze apparecchiate?" "Proprio così," rispose il Cappellaio, con un sospiro: "è sempre l'ora del tè, e non abbiamo mai tempo di risciaquare le tazze." "E così, andate girando sempre intorno, nei frattempi?" disse Alice. "Proprio così," replicò il Cappellaio: "a misura che le tazze hanno servito." "Ma come fate quando venite a ricominciare da capo?" Alice ardì domandare. "Se mutassimo il discorso," disse, sbadigliando, la Lepre-marzolina. "Cotesto costì mi secca mortalmente. Vorrei che la Signorina ci raccontasse una storiella." "Temo di non saper contarne alcuna," rispose Alice un poco intimorita. "Allora il Ghiro ce ne dirà una!" gridarono entrambi. "Risvegliati, Ghiro!" E lo punzecchiarono da' due lati. Il Ghiro aprì lentamente gli occhi, e disse con voce debole e rauca, "Non dormiva, io! Non m'è scappata neppure una parola di quello che dicevate." "Raccontaci una novella!" disse la Lepre-marzolina. "Di grazia, ce ne dica una!" supplicò Alice. "E fa' presto," soggiunse il Cappellaio, "se no ti raddormenterai prima di finirla." "C'erano una volta tre sorelle," cominciò in gran fretta il Ghiro, "e si chiamavano Elce, Clelia e Tilla; e dimoravano nel fondo d'un pozzo----" "Che cosa mangiavano?" domandò Alice, la quale prendeva sempre un vivo interesse nelle quistioni di mangiare e bere. "Mangiavano melazzo," rispose il Ghiro, dopo d'averci pensato su qualche istante. "Ma non lo potevano," osservò Alice, con garbo; "sarebbero cadute ammalate." "Lo erano, di fatto," rispose il Ghiro, "molto ammalate." Alice cercò di figurarsi quella strana maniera di vivere, ma ne restò confusa, e continuò: "Ma perchè vivevano nel fondo d'un pozzo?" "Prenda un po' più di tè," disse la Lepre-marzolina, con molta premura. "Non ho preso ancora nulla," rispose Alice, tutta offesa, "così non posso prenderne di più." "Vuoi dire che non ne può prender meno," disse il Cappellaio: "è molto più facile prendere più che nulla." "Niuno ha domandato il suo parere," soggiunse Alice. "Chi è che fa ora delle questioni personali?" domandò il Cappellaio con aria di trionfo. Alice non seppe bene che rispondere, ma preso una tazza di tè con pane e burro, e rivolgendosi al Ghiro, gli domandò di nuovo: "Perchè vivevano nel fondo del pozzo?" Il Ghiro si mise a riflettere un poco, e rispose, "Era un pozzo di melazzo." "Ma non s'è udito mai una cosa simile!" interruppe Alice con voce sdegnosa; ma la Lepre-marzolina e il Cappellaio vociarono "St! st!" e il Ghiro continuò con voce burbera, "Se non ha creanza, finisca la novelletta da sè." "Nò, la prego di continuare!" disse Alice molto umilmente: "Non la interromperò più. Forse ce ne sarà uno di quei pozzi." "Uno, eh via!" rispose il Ghiro sdegnosamente. Ciò non di meno, pregato, continuò: "E quelle tre sorelle--imparavano a trarne----" "Che cosa traevano?" domandò Alice, dimenticando che avea promesso di zittire. "Del melazzo," rispose il Ghiro, senza riflettere punto questa volta. "Ho bisogno d'una tazza pulita," interruppe il Cappellaio; "avanziamo tutti d'un posto avanti!" E mentre parlava, si mosse, e il Ghiro lo seguì: la Lepre-marzolina occupò il posto del Ghiro, e Alice prese, contro voglia, il posto della Lepre-marzolina. Il solo Cappellaio profittò di quel mutamento: e Alice si trovò peggio di prima, perchè la Lepre-marzolina avea rovesciato il bricco del latte nel suo tondo. Alice non voleva offender di nuovo il Ghiro, e disse con molta delicatezza: "Non capisco bene. Da dove traevano il melazzo?" "Ella sa trarre l'acqua dal pozzo d'acqua, non è vero?" disse il Cappellaio; "ebbene si può così trarre melazzo da un pozzo di melazzo--eh! stupidina!" Questa risposta accrebbe talmente la confusione d'Alice, che ella permise al Ghiro di continuare, senza interromperlo più. "Imparavano a trarre," continuò il Ghiro, sbadigliando e stropicciandosi gli occhi, perchè moriva di sonno; "e traevano cose d'ogni genere---- tutto quel che comincia con una T----" "Perchè con una T?" domandò Alice. "Perchè no?" gridò la Lepre-marzolina. Alice zittì. Il Ghiro intanto avea chiusi gli occhi, e cominciava un sonnellino; ma punzecchiato dal Cappellaio, si risvegliò con un gemito, e continuò: "----che comincia con una T, come una Trappola, un Topo, una Topaja, un Troppo--già, ella dice 'il troppo stroppia '--oh, non ha mai veduto il ritratto d'un 'troppo stroppia'?" "Veramente, ora che lei mi domanda," disse Alice, molto confusa, "non so----" "Allora non parli," disse il Cappellaio. Questa sgarbatezza urtò la sensibilità di Alice: si alzò assai sdegnata e uscì fuori; il Ghiro si addormentò in un attimo e niuno degli altri due notò che Alice era uscita, benchè ella si fosse rivoltata indietro una o due volte, con una mezza speranza che la richiamassero: però l'ultima volta vide che le due birbe cercavano di tuffare il Ghiro nel vaso da tè. "Mai più ci tornerò," disse Alice internandosi nella foresta. "È la più stupida società in mezzo a cui io mi sia trovata!" Mentre parlava così, osservò che un albero aveva un uscio pel quale s'entrava proprio dentro. "Oh ciò è molto curioso!" pensò Alice. "Ma ogni cosa oggi è curiosa. Credo che farò bene ad entrare." Ed entrò. Si trovò di nuovo nel lungo salone, e presso al tavolino di cristallo. "Questa volta farò meglio," disse fra sè, e prese la chiavettina d'oro ed aprì l'uscio che conduceva al giardino. Poi si mise a morsecchiare il fungo (ne avea conservato un pezzettino nella tasca), sino a che ebbe un piede d'altezza o giù di lì: traversò il piccolo andito: e poi--si ritrovò finalmente nell'ameno giardino in mezzo ad aiuole lussureggianti di fiori, ed a fontane fresche. CAPITOLO VIII. IL CROQUET DELLA REGINA. Un magnifico rosajo stava vicino all'ingresso del giardino: le sue rose erano bianche, ma tre giardinieri che gli stavano d'intorno erano occupati a colorirle di rosso. Davvero, è curioso! pensò Alice, e si avvicinò per osservarli, e quando vi fu presso sentì che uno di loro diceva, "Fa attenzione, Cinque! Non mi schizzare con le tue pennellate!" "Non ho potuto farne di meno," rispose Cinque, con tuono burbero; "Sette mi ha urtato il gomito." Sette lo guardò e disse, "Ma bene! Cinque incolpa sempre gli altri!" "Tu faresti meglio di zittire!" disse Cinque. "Non più tardi di ieri, sentii che la Regina diceva che tu meriteresti d'essere decollato!" "Perchè?" domandò il primo che avea parlato. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500