molto, e uccide tutt'i topi, e--oimè!" gridò Alice tutta sconsolata.
"Temo d'averla offesa di nuovo!" E davvero l'aveva offeso perchè il
Sorcio si allontanò nuotando furiosamente ed agitando le acque dello
stagno.
Alice lo richiamò con un soave tuono di voce, "Sorcio caro, ritorni
pure, ed io le prometto che non parlerò più di gatti nè di cani!" A
queste parole, il Sorcio si rivoltò indietro, nuotando lentamente verso
di lei: la sua faccia era pallida (di rabbia, pensò Alice), e disse con
voce sommessa e tremante, "Approdiamo alla spiaggia, e le racconterò la
mia storia, allora lei capirà perchè io detesti tanto i gatti e i cani."
Era proprio tempo d'uscir fuori, perchè lo stagno si stava riempendo di
uccelli e d'altri animali che v'eran caduti dentro: un'Anitra, un
Dronte, un Lori, un Aquilotto, ed altre curiose bestioline. Alice aprì
la via, e tutti, nuotando, la seguirono alla spiaggia.
CAPITOLO III.
CORSA ARRUFFATA, E RACCONTO CON LA CODA.
L'assemblea che si riunì alla spiaggia era oltremodo
bizzarra--figuratevi, gli uccelli avevano le piume fradice, e gli altri
animali avevano il pelo incollato a' loro corpicciuoli; e tutti erano
inzuppati, grondanti acqua, tristi e malcontenti.
Naturalmente la prima quistione che fu posta fu quella di sapere come si
sarebbero asciugati: si consultarono insieme su questo argomento, e
pochi minuti dopo Alice si mise a parlare familiarmente con loro, come
se li avesse conosciuti da un secolo. Ebbe una lunga discussione col
Lori, ma bentosto quest'ultimo le fece un viso arcigno, e disse
perentoriamente, "Son più vecchio di lei, perciò devo saper più di lei;"
ma Alice non volle convenirne se prima non le avesse detto quanti anni
aveva. Il Lori non volle dirlo, e la loro conversazione cessò.
Finalmente il Sorcio, che sembrava essere persona d'una certa autorità
fra loro, gridò, "Si seggano signori, e mi ascoltino! Io seccherò
tutti in pochi momenti!" Tutti sedettero, in circolo, col Sorcio in
mezzo. Alice gli affisò ansiosamente gli occhi in faccia, perchè era
sicura che se non si fosse presto rasciugata avrebbe guadagnata una
infreddatura solenne.
"Hem!" disse il Sorcio con aria autorevole, "sono tutti all'ordine?
Questa domanda è bastantemente secca, mi pare! Silenzio tutti, di
grazia! 'Il Generale Oudinot che venne a restaurare il governo papale,
fu presto secondato dal Re di Napoli, e dalle truppe della Regina di
Spagna----'"
"Uff!" fece il Lori, con un brivido.
"Scusi!" disse il Sorcio tutto accigliato, ma con molta civiltà: "Diceva
qualche cosa?"
"Le pare!" rispose frettolosamente il Lori.
"Mi era parso di sì," soggiunse il Sorcio.--"Continuo dunque. 'Il Re di
Napoli e la Regina di Spagna, con Oudinot, sposarono la causa del Papa,
ed anche il Granduca di Toscana trovò la cosa----'"
"Trovò che cosa?" disse l'Anitra.
"Trovò la cosa," replicò vivamente il Sorcio: "ella sa che significa
'la cosa.'"
"Sò bene che significa 'la cosa' quando io trovo qualche cosa,"
rispose l'Anitra: "generalmente trovo un ranocchio o un verme. Or la
quistione stà 'nella cosa,' che cosa ha trovato il Granduca?"
Il Sorcio non gli badò punto e si affrettò d'andare innanzi, "--trovò la
cosa ben fatta cioè di unirsi ad Oudinot, al Re di Napoli ed alla
Regina di Spagna, per assistere il Papa e rimetterlo sul trono. Nel
principio il Papa usò moderazione ma la violenza dei suoi
consiglieri----' Ebbene, carina, come si sente ora?" disse, rivolgendosi
ad Alice.
"Bagnata come un pulcino," rispose Alice mestamente, "non mi pare che la
sua storiella mi secchi abbastanza."
"Allora," disse il Dronte con voce solenne, e levandosi in piedi,
"propongo che il parlamento si aggiorni, acciochè sieno adottati rimedii
più energici----"
"Ma parli italiano!" sclamò l'Aquilotto. "Non capisco la metà delle sue
parolone, e forse lei stesso non ne intende cica!" E l'Aquilotto abbassò
la testa per nascondere un sorriso, ma alcuni degli uccelli
sghignazzarono apertamente.
"Volevo dire," continuò il Dronte, facendo il broncio, "che il miglior
modo di seccarsi sarebbe quello di fare una Corsa arruffata."
"Che è la Corsa arruffata?" domandò Alice; non le premeva molto di
saperlo, ma il Dronte taceva come se qualcheduno dovesse parlare,
mentre niuno sembrava disposto ad aprire becco o bocca.
"Ecco," disse il Dronte, "il miglior modo di spiegarla è quello di
eseguirla." (E siccome vi potrebbe venire la voglia di provare questa
Corsa in qualche giorno d'inverno, vi dirò come il Dronte la diresse.)
Imprima tracciò la linea dello steccato, una specie di circolo ("già,
non importa che sia ben tracciata," disse), e poi tutta la comitiva
entrò nello steccato mettendosi chi quà, chi là. Non si udì "Uno, due,
tre,--via!" ma cominciarono a correre a piacere, e si fermarono quando
n'ebbero voglia, di tal che non si seppe quando la Corsa fosse
terminata. Ad ogni modo, dopo che ebbero corso una mezz'ora o quasi, e
si sentirono tutti ben seccati, il Dronte sclamò tutt'a un tratto, "La
corsa è finita!" e tutti l'intorniarono anelanti, e sclamando, "Ma chi
ha vinto?"
Questa domanda impensierì immensamente il Dronte, perciò sedette e restò
lungo tempo con un dito appoggiato alla fronte (tale e quale come è
rappresentato Dante), mentre gli altri zittivano. Finalmente il Dronte
disse, "Tuttiquanti hanno vinto, e tutti debbon'essere premiati."
"Ma chi distribuirà i premii?" replicò un coro di voci.
"Essa, s'intende," disse il Dronte, indicando Alice con un dito; e
tutti si affollarono intorno a lei, gridando confusamente, "I premii! I
premii!"
Alice non sapea che fare, e nella disperazione cacciò la mano in tasca,
e ne cavò una scatola di confetti (per buona sorte l'acqua non v'era
entrata dentro), e ne distribuì tutt'intorno. Ce ne erano appunto uno
per uno.
"Ma essa dovrebbe avere un premio," disse il Sorcio.
"S'intende," soggiunse il Dronte assai gravemente. "Che altro ha in
saccoccia?" disse, rivolgendosi ad Alice.
"Soltanto un ditale," rispose mestamente la fanciulla.
"Dia quì," replicò il Dronte.
E tutti l'accerchiarono di nuovo, mentre il Dronte con molta gravità le
offrì il ditale, e disse, "La preghiamo di accettare quest'elegante
ditale;" e appena finito questo breve discorso, tutti applaudirono.
Alice giudicò tutto quest'affare come una cosa sovranamente stupida, ma
avevano tutti un contegno talmente grave ch'ella non osò ridere, pure
non seppe che cosa rispondere, ma semplicemente s'inchinò e prese il
ditale assumendo la migliore serietà del mondo.
Rimaneva ora il mangiare i confetti; ciò produsse un po' di rumore e di
confusione, poichè gli uccelli grandi si lagnavano che non avean potuto
assaporarne il gusto, e gli uccelli piccoli avendoli inghiottiti ne
rimasero pressochè strozzati e si dovette loro picchiar la schiena. Ma
anche ciò ebbe un termine e sedettero in circolo, pregando il Sorcio di
dir loro qualcosuccia di più.
"Si rammenti che mi ha promesso di raccontarmi la sua storia," disse
Alice, "e la ragione per cui odia i 'G' e i 'C'" soggiunse
sommessamente, e un poco con paura che di nuovo si offendesse.
"La mia è una storia lunga e trista, e con la coda!" rispose il Sorcio,
rivolgendosi con un sospiro ad Alice.
"Certo è una lunga coda," disse Alice, guardando con meraviglia alla
coda del Sorcio; "ma perchè la chiama trista?" E continuò a pensarvi
sopra imbarazzata mentre il Sorcio parlava; e così l'idea che si fece di
quella storia con la coda fu presso a poco questa:
Furietta disse
al Sorcio,
che in casa
avea
trovato:
Andiamo
al Tribunale,
ti voglio
processare.
Non chiedo
le tue scuse,
o Sorcio
indiavolato,
Quest'oggi
non ho nulla
a casa mia
da fare.--
Disse a
Furietta
il Sorcio:
Ma come
andremo
in Corte?
Senza giurì
nè giudici?
Sarebbe
una vendetta!
Sarò giurì
e giudice,
rispose
allor
Furietta,
E passerò
latrando,
La tua
sentenza
a morte.
"Ella non presta attenzione!" disse il Sorcio ad Alice con tuono severo.
"A che cosa sta pensando?"
"Le domando scusa," rispose umilmente Alice: "ella è giunta alla quinta
curvatura della coda, non è vero?"
"No, doh!" riprese il Sorcio con voce acerba ed irata.
"Che! c'è un nodo?" sclamò Alice sempre pronta e servizievole, e
guardandosi attorno. "Mi conceda il favore di disfarlo!"
"Niente affatto," rispose il Sorcio, levandosi e in atto di partire.
"Lei m'insulta dicendomi tali scempiaggini!"
"No, davvero!" disse Alice con sottomissione. "Ma lei s'offende tanto
facilmente!"
Per tutta riposta il Sorcio si mise a borbottare.
"Di grazia, ritorni, e finisca il suo racconto!" Alice dunque lo
richiamò; e tutti gli altri sclamarono in coro, "Via, finisca il
racconto!" ma il Sorcio crollò il capo con un moto d'impazienza, ed
affrettò il passo.
"Peccato che non sia restato!" disse sospirando il Lori, appena che il
Sorcio si perdè di vista; e un vecchio granchio colse quella opportunità
per dire alla sua figlia, "Amore mio, ciò ti serva di lezione, e bada
a non andar mai in collera!"
"Sta zitto, Babbo," rispose la piccina con un fare sdegnosetto. "Tu
provocheresti anche la pazienza d'un'ostrica!"
"Ah se Dina fosse quì!" disse Alice, parlando ad alta voce, ma senza
rivolgersi a chi che sia. "Lo porterebbe indietro in un momento!"
"Perdoni la curiosità, chi è Dina?" domandò il Lori.
Alice rispose sollecitamente, perchè la era sempre pronta a parlare
della sua prediletta: "Dina è la nostra gatta. È un vero paladino quando
va a caccia di sorci! E se la vedeste correr dietro agli uccelli! Visti
e presi!"
Questo discorso produsse un impressione vivissima nell'assemblea. Alcuni
uccelli volarono via di botto: una gazza vecchia si avviluppò ben bene
dicendo, "È ormai tempo di tornare a casa; l'aria della notte mi fa male
alla gola!" e un canarino chiamò con voce tremula tutt'i suoi piccini,
"Venite, venite carini! Gli è tempo di andare a letto!" E così chi con
un pretesto chi con un altro, tutti andarono via, ed Alice rimase sola.
"Ho fatto male di nominare Dina!" disse fra sè assai mestamente. "Ei
pare che niuno l'ami quaggiù, eppure la è la miglior gatta del mondo! Oh
Dina mia cara! Chi sa, se ti rivedrò mai più!" E la povera Alice
rincominciò a piangere perchè si sentiva tutta soletta e sconsolata. Ma
alcuni momenti dopo, sentì di nuovo uno scalpiccío in lontananza, e
guardò fissamente, nella speranza che il Sorcio avesse mutato pensiero,
e tornasse per finire il suo racconto.
CAPITOLO IV.
LA CASETTINA DEL CONIGLIO.
Era il Coniglio bianco che ritornava bel bello indietro, guardando
ansiosamente quà e là, come che avesse smarrito qualche cosa, e
mormorando fra sè stesso: "Oh la Duchessa! la Duchessa! Oh zampine mie!
pelle e baffi miei state freschi ora! Ella mi farà impiccare, e ne son
tanto sicuro come son certo che le donnole sono donnole! Ma dove mai mi
son caduti?" Alice indovinò subito ch'egli andava ricercando il
ventaglio e il paio di guanti bianchi, e buona e servizievole com'era,
si dette attorno per ritrovarli, ma fu inutile, non si trovarono
più--ogni cosa sembrava mutata dal momento ch'era cascata nello stagno;
e la gran sala, e il tavolino di cristallo, e l'usciolino erano svaniti
totalmente.
Bentosto il Coniglio si accorse di Alice, mentr'ella si affannava alla
ricerca, e gridò con voce irata, "Marianna che cosa stai facendo quì?
Via corri a casa, e portami un paio di guanti ed un ventaglio! Subito,
ti dico!" Alice fu tanto spaventata da quella voce che senza perder
tempo corse velocemente verso il luogo indicato, senza dir nulla sullo
sbaglio che il Coniglio faceva.
"Mi ha presa per la cameriera," disse fra sè mentre continuava a
correre. "Ei sarà molto sorpreso quando scoprirà chi io sia! Ma è meglio
recargli il ventaglio e i guanti, cioè, purchè io li possa trovare." E
giunse innanzi a una bella casettina, e sull'uscio v'era un cartello
inciso sopra una rilucente lamina di ottone, con questo nome "CONIGLIO
B." Entrò, senza picchiare all'uscio, e frettolosamente divorò tutta la
scala temendo d'incontrare la vera Marianna, ed esser da lei cacciata
via dalla casa prima di trovare il ventaglio e i guanti.
"Gli è proprio curioso," pensò Alice, "d'esser mandata da un Coniglio a
far servizi! Mi aspetto che Dina vorrà poi mandarmi a far servizi per
lei!" E cominciò a fantasticare ciò che in tal caso avverrebbe: "'Siora
Alice! Venga quì subito, e si prepari a trottare!' 'Eccomi quì, tata! Ma
dovrei far la guardia a questo buco sinchè Dina venga, acciocchè il
sorcio non ne scappi.' Però non crederei," continuò Alice, "che
permetterebbero a Dina di restare in casa se essa cominciasse a
comandare la gente a questo modo!"
E così ciarlando entrò in una cameretta assai pulitina, con una tavola
presso al terrazzino, e sopra di essa v'erano (come Alice avea di già
sperato) un ventaglio e due o tre paja di guanti bianchi e nitidi; ella
prese il ventaglio ed un pajo di guanti, e stava per uscire, quando le
cadde sott'occhio un'ampolla che stava vicino allo specchio. Non avea
nessun cartello attaccato, con la parola "BEVI," eppure essa la sturò e
se l'avvicinò alle labbra. "Certo qualche cosa di meraviglioso mi
accade ogni qual volta bevo o mangio," disse fra sè; "vediamo dunque che
cosa produrrà questo liquore. Spero che mi farà crescere di nuovo,
perchè sono proprio stanca di vedermi così piccina!"
E così accadde, e molto più presto di quello che si aspettasse: pria che
avesse bevuto la metà dell'ampolla sentì che il suo capo premeva contro
la volta, e dovette smetter subito, perchè rischiava di rompersi la
nuca. Immediatamente depose l'ampolla, dicendo, "Basta per ora--spero
che non crescerò di più--ma così come sono non potrò uscire più
dall'uscio--ah! magari, avessi bevuto meno!"
Oimè! era tardi il pentirsi! Andò crescendo, crescendo, e dovette
inginocchiarsi, perchè non poteva più stare in piedi; e dopo un altro
minuto, dovette sdraiarsi appoggiando un gomito all'uscio, e mettendo un
braccio intorno al capo. E cresceva ancora; disperata, cacciò una mano
fuori della finestra, ficcò un piede nel caminetto, e disse a sè
medesima, "Checchè accada, non posso far di più. Che sarà di me?"
Buono per Alice che la virtù dell'ampolla magica era giunta al suo
apice, e perciò non crebbe di più: ciò non di meno si sentiva molto male
in quello stato, e come che non c'era verso d'uscire da quella gabbia,
se ne attristò di molto.
"Stava molto meglio a casa mia," pensò la povera Alice, "colà non
passava il mio tempo a crescere ed a impiccolire, e ad esser la serva
de' sorci e de' conigli. Quasi quasi mi pento d'esser discesa nella
Conigliera--eppure--eppure--l'è curiosetto questo genere di vita! Ma,
che cosa mai son'io addiventata? Quando io leggeva le novelle delle
fate, credeva che quella sorta di stranezze non potesse mai accadere, ed
ora eccomi nel bel mezzo di una di quelle. Si dovrebbe scrivere un libro
su queste mie avventure, si dovrebbe, certo! Quando sarò grande ne
scriverò uno--ma sono di già grande," soggiunse con mestizia, "e non c'è
spazio per crescere di più quì."
"Ma che," pensò Alice, "non crescerò più negli anni? Da una parte
sarebbe un bene--non diventare mai vecchia,--ma quell'imparar sempre le
lezioni m'annoierebbe! Oh non mi piacerebbe ciò!"
"Ah pazzerella che sei!" rispose Alice a sè stessa. "Come potresti
imparare le lezioni, quì? C'è appena spazio per te, come c'entrerebbero
i libri?"
E così passava il tempo, ora parlando, ora rispondendo a sè stessa, e
facendo una vera conversazione fra Alice ed Alice; ma dopo qualche
istante sentì una voce di fuori, e si mise ad ascoltare.
"Marianna! Marianna!" vociava quel tale di fuori; "portami subito i
guanti!" E si sentì un calpestìo frettoloso per la scala. Alice pensò
che fosse il Coniglio che veniva a sollecitarla a far presto, e tremò
tanto da scuoter la casa dalle fondamenta, scordandosi ch'oramai era
diventata mille volte più grande del Coniglio, e che non c'era motivo da
spiritar di paura.
Il Coniglio giunse all'uscio, e cercò di aprirlo, ma gli era inutile
spingere la porta, perchè il gomito d'Alice era puntellato contro. Alice
udì che il Coniglio diceva fra sè, "Andrò dietro la casa ed entrerò per
la finestra."
"Non ci entrerai!" pensò Alice, ed attese sino a che le parve che il
Coniglio fosse sotto la finestra; allora aprì d'un subito la mano come
se volesse acchiappare qualche cosa nell'aria. Non afferrò nulla, ma
sentì uno strillo e il rumore d'una caduta, poi un fracasso di vetri
rotti, e capì che il poverino era probabilmente cascato in qualche
vetrina da cetrioli o cosa simile.
Poi s'udì una voce rabbiosa--quella del Coniglio:--"Gianni! Gianni! Dove
sei?" E rispose una voce ch'ella non avea mai sentita, "Eccomi qua!
Stava scavando patate, illustrissimo!"
"Scavando patate!" tuonò furiosamente il Coniglio. "Vieni qua! Aiutami
per uscire da questo!..." (Cricch! si sentì scricchiare il vetro).
"Dimmi Gianni, che mostruosità c'è lassù, alla finestra?"
"Poffare! gli è un braccio, lustrissimo!"
"Un braccio! va via paperone! Chi ne ha mai veduti di quella grossezza?
Diamine, riempie tutta la finestra!"
"Gli è proprio così, lustrissimo: ma è un braccio bell'e buono."
"Bene, ma ei non ha niente da fare con la mia finestra; va, portalo
via!"
Successe un lungo silenzio, poi Alice sentì un bisbiglio sommesso; e
parole come queste, "Davvero, non potrei, lustrissimo; nò, davvero!" "Fa
come ti dico, vigliaccone!" allora Alice di nuovo fendette l'aria con la
mano minacciando d'acchiappare. Questa volta si udirono due strilli
acuti, e cri, cri, scricchiò di nuovo il vetro. "Quante vetrine da
cetrioli vi debbon essere colaggiù!" pensò Alice. "Chi sa che faranno
dopo! Quanto al cacciarmi fuori dalla finestra, vorrei che potessero
farlo! Certo, io non ho mica voglia di rimaner più quì!"
Aspettò un poco, ma non si sentiva nulla; ecco finalmente avvicinarsi un
cigolìo di certe ruote di carri, e molti che vociavano e parlavano
insieme: e sentì che dicevano: "Dov'è l'altra scala?--Ma, io non ne
dovea portare che una; Tonio ha l'altra--Dì, Tonio, portala quì, bambino
mio!--Là, appoggiatela a quel cantone--No, no, legatele insieme
prima--non vedete che non arrivano!--Oh! vi arriveranno, non sarà tanto
difficile!--Quà, Tonio, afferra questa fune--Ma reggerà il tetto?--Bada
a quella tegola che vacilla!--Ohè, casca giù!--Bada! bada!"
(Patatrac!)--"Chi ha fatto ciò?--Gli è Tonio, credo--Chi scenderà pella
gola del caminetto?--Io no!--Vuoi tu?--No, neppur io!--Tonio dovrà
scendervi--Ohè, Tonio, il padrone dice che devi scendere pella gola del
caminetto!"
"Bellino!" disse Alice fra sè, "così questo Tonio verrà dal caminetto?
Pare che quei signori abbian posto ogni carico sulle spalle del povero
Tonio! Non vorrei esser mica ne' suoi panni: questo camino è molto
angusto, non v'è dubbio; ma potrò tirarvi qualche calcio, credo!"
E ritirò il piede quanto più potè dal caminetto, ed aspettò sino a che
sentì un animaluccio (senza che potesse indovinare a che razza
appartenesse) che raschiava e scendeva adagino lunghesso il camino: "Gli
è Tonio," disse, e tirò un bel calcio, poi attese ciò che seguirebbe
dopo.
La prima cosa che sentì fu un coro di voci che diceva, "Ecco Tonio che
vola!" e poi la voce sola del Coniglio che gridava--"Pigliatelo, voi
altri che siete vicino alla siepe!" e poi silenzio, e poi una gran
confusione di voci--"Sostenetegli il capo--Quà l'acquavite--Non lo
soffocate--Come andò compare? Che cosa ti avvenne? Sù narraci tutto!"
Finalmente s'udì una vocina debole e sibilante ("È Tonio," pensò Alice),
"Non saprei che dirvi--Non più, grazie; stò meglio--ma mi sento troppo
agitato per raccontarvelo--tutto quel che mi rammento gli è qualche cosa
che mi sbalestrò in aria, ed io schizzai via come un razzo!"
"Schizzasti via davvero poveretto!" dissero gli altri.
"Incendiamo la casa!" sclamò il Coniglio, ma Alice gridò subito con
quanta voce aveva in gola, "Se fate ciò, vi farò acchiappar tutti da
Dina!"
Si fece subito un gran silenzio, e Alice disse fra sè, "Vediamo, cosa
faranno ora! Se avesser cervello, scoperchierebbero il tetto." Qualche
istante dopo cominciarono a muoversi di nuovo e sentì il Coniglio che
diceva, "Basterà, una carrettata per cominciare."
"Una carrettata di che?" disse Alice; ma non restò molto in dubbio,
perchè subito una grandine di sassolini cominciò a scoppiettare nella
finestra, ed alcuni la colpirono in faccia. "Bisogna finirla," pensò
Alice, e gridò, "Fareste bene di non provarvici un'altra volta!" Queste
parole produssero un altro silenzio sepolcrale.
Alice osservò con un pò di stupore che i sassolini si convertivano in
pasticcini appena toccavano il pavimento, e subito un idea le sfolgorò
in mente. "Proviamo a mangiare uno di questi pasticcini," disse, "certo
essi produrranno qualche mutamento nella mia statura; e siccome non
potranno farmi più grossa di quel che sono, m'impiccoliranno forse."
E mangiò un pasticcino, e si rallegrò di vedersi subito impiccolire.
Appena che si sentì piccola abbastanza per uscire dalla porta, scappò
dalla casa, e incontrò una folla di animalucci e d'uccelli che
aspettavano fuori. La povera Lucertola (era Tonio) stava nel mezzo,
sostenuta da due porcellini d'India, che le davano qualche ristoro da
una bottiglia. Appena comparve Alice tutti le si avventarono addosso; ma
la bimba si mise a correre sino a che si ritrovò sana e salva in una
foresta.
"La prima cosa che dovrò fare," pensò Alice, vagando nella foresta, "la
è quella di ricrescere e giungere alla mia statura naturale; e la
seconda poi sarà di cercare il modo d'entrare in quell'ameno giardino. È
questo, mi pare, il miglior piano."
E davvero sembrava un piano eccellente, e imaginato assai per benino; ma
la difficoltà stava in ciò ch'ella non sapea da dove rifarsi per
metterlo ad effetto; e mentre aguzzava l'occhio fra gli alberi della
foresta, un piccolo latrato acuto al di sopra di lei la fece guardare in
su presto presto.
Un enorme cucciolo la squadrava con occhi dilatati e rotondi, e
allungando una zampa cercava di toccarla. "Poverino!" disse Alice con
voce carezzevole, e per allettarlo si provò a dirgli "te', te'!" ma
tremava a verghe temendo che fosse affamato, nel qual caso l'avrebbe
probabilmente divorata a dispetto di tutte le sue carezze.
Non sapendo che farsi, prese un ramuscello e lo presentò al cagnolino;
questo saltò in aria come un razzo, dando fuori un urlo di gioja, e
s'avventò al ramuscello come se lo volesse sbranare; allora Alice si
mise cautamente dietro ad un cardo altissimo per non esser da lui
rovesciata; quando si affacciò all'altro lato, vide che il cagnolino
s'era avventato nuovamente al ramuscello, ed aveva fatto un capitombolo
nella furia d'afferrarlo; ma siccome ad Alice sembrava che era come
scherzare con un cavallo di vetturale, così per evitare d'esser
calpestata dalle zampe della bestia, fuggì di nuovo dietro al cardo:
allora il cagnolino cominciò una serie di cariche verso il ramuscello,
correndo ogni volta al di là del segno, e correndo indietro più di quel
che gli conveniva, e sempre abbaiando raucamente sino a che s'accoccolò
a una breve distanza, anelante, con la lingua penzoloni, e con gli
occhioni semichiusi.
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