Tsiuan-ceu, celebre porto della China meridionale, nella provincia di
Fu-chian, detto eziandio volgarmente Tseu-tung, che anche sotto la
dominazione dei Ming era assai frequentato dagli Arabi, dai Persiani e
dagli Indiani.
Dopo di aver parlato dei tesori che trae il Gran Kan da questa città,
pel commercio importante ch'ivi si esercita in spezie e prodotti d'ogni
genere dell'India, Marco Polo dice che in questa provincia havvi una
città per nome Tenugnise (Ting-tcheou, nella parte occidentale del
Fo-kien) ove si fabbricano le migliori scodelle di porcellana del mondo,
ad un prezzo veramente tenuissimo.
Il Polo rimase qualche tempo nella città di Zarton, che i commentatori
ritengono l'estremo punto da lui visitato in questo viaggio nella China
sud-orientale.[33]
NOTE:
[27] I Chinesi dànno a questo fiume il nome di: Hoang-ho.
(Nota del Trad.)
[28] Pari a L. 20,220.--Il Bisante è un antica moneta d'oro,
coll'impronta di due santi, così appellata da Bisanzio, ora
Costantinopoli, ove questa moneta coniavasi primamente. Equivaleva a
lire 20 e cent. 22 di nostra moneta. (N. del Trad.)
[29] Il Bambu comune (Arundo Bambos) ha sovente l'altezza di 20
metri. (N. del Trad.)
[30] Qualche commentatore crede che questi terribili mostri di cui parla
il Polo, sieno boa (boa constrictor), frequentissimi nella China
Meridionale, massime nell'Yun-nan, e che sono spesso lunghi da 25 a 30
piedi. Essi inghiottono gli animali, come i caprioli ed altri. La carne
di questi boa è squisita a mangiarsi; il fiele estrattone vendesi caro
per medicina; della pelle si fanno tamburi e vagine di pugnali e spade.
[31] Confucio (Khung-fu-tseu o Khung-tseu), nato verso il 551 av.
Cristo nella città di Tsi-nan-fu, di cui suo padre era governatore,
discendeva, dicesi, da Hoang-ti, legislatore della Cina. Fino dalla
prima gioventù sostenne uffici governativi; a 24 anni, dopo la morte
della madre, si consacrò alla meditazione e formò il disegno di
riformare i costumi della sua patria. Percorse parecchie provincie e si
vide in breve circondato da un gran numero di discepoli. Il re di
Tsi-nan-fu lo nominò suo primo ministro. Corresse i costumi, riformò la
giustizia e fece prosperare l'agricoltura ed il commercio, ma ben presto
fu costretto a ritirarsi. Dopo aver di nuovo percorso le provincie per
predicare la morale, scrisse i libri che lo resero immortale, e morì
verso il 479 av. Cristo, circondato dai suoi discepoli, che gli resero
una specie di culto. I suoi discendenti esistono ancora nella Cina e vi
godono di parecchi privilegi.--Confucio rivide i Kings, libri sacri
dei Cinesi, riorganizzò il culto e divenne così il capo o restauratore
della religione, o piuttosto della setta filosofica religiosa che vige
tuttodì nella Cina. Scrisse l'Yih-King (libro delle Trasformazioni),
lo Sciu-King (Libro per eccellenza), che contiene un sunto storico
sulla storia della Cina fino al 770 av. C.; il Sci-King (Libro dei
versi), raccolta di canti popolari, nazionali e religiosi: il Li-Ki
(Rituale), sul quale poggia tutto il sistema religioso; lo Sciun-Sieu
(primavera ed autunno), storia del reame di Lu; il Hiao-King (dialogo
sulla pietà filiale), che contiene gli apoftegmi di Confucio; e ciò che
precede il Ta-hio (la grande scienza), uno dei quattro libri scritti
dai suoi discepoli. (Nota del Trad.)
[32] Oggidì la carità dei missionari cristiani si è sostituita a quella
del buon principe, là ove madri snaturate abbandonano per le vie i
proprî nati, che, non di rado, divengono pasto ai porci od ai cani.
(Nota del Trad.)
[33] Qui finisce la seconda parte dei Viaggi, nella quale descrivesi la
China.
CAPITOLO IV.
L'India.--Cipango o Zipagu (il Giappone).--Partenza dei tre Polo colla
figlia dell'imperatore e gli ambasciatori
persiani.--Saigon.--Giava.--Condor.--Bintang.--Sumatra.--I
Nicobari.--Ceylan.--La costa di Coromandel.--La costa di Malabar.--Il
mar d'Oman.--L'isola di Gocotora.--Madagascar.--Zanzibar e la costa
africana.--L'Abissinia.--Aden.--Schehr.--Dafur.--Kalhat.--Hormuz.--Il
Golfo Persico.--Ritorno a Venezia.--Una festa in casa Polo.--Marco Polo
prigioniero dei Genovesi.--Morte di Marco Polo verso l'anno 1323.--Suoi
discendenti.--Ricordi della famiglia Polo.
Marco Polo, terminata felicemente quell'esplorazione, ritornò senza
dubbio alla corte di Kublai-Kan. Egli fu ancora incaricato di varie
missioni, che gli furono agevolate e dalla sua conoscenza della lingua
mongolla, della turca, della cinese e della mantchou. Pare ch'egli
facesse parte d'una spedizione intrapresa nelle isole dell'India, ed al
suo ritorno stese un rapporto particolareggiato sulla navigazione di
quei mari ancora poco conosciuti.
«Sappiate, dice egli, che nell'India sono molte navi, ch'elle sono d'un
legno chiamato abete e di sapino; elle hanno una coverta e in su questa
coverta hae bene 40 camere, ove in ciascuna puote istare un mercatante
agiatamente; e hanno un timone e quattro alberi, e molte vi giungono due
alberi che si levano e pongono. Queste navi vogliono bene duecento
marinai; ma elle sono tali che portano bene cinquemila isporte di pepe,
e di datteli seimila. E' vogano co' remi, che a ciascuno remo vogliono
essere quattro marinai, e hanno queste navi tali barche, che porta l'una
bene mille isporte di pepe. E sì vi dico che questa barca mena bene
quaranta marinai, e vanno a remi, e molte volte aiutano tirare la gran
nave; ancora mena la nave dieci battelli per prendere pesci.» La
relazione del Polo fornisce notizie assai dettagliate ed interessanti
sull'isola di Cipango, nome applicato al gruppo d'isole che compongono
il Giappone, ch'era allora un paese rinomato per le sue ricchezze.[34]
«Zipagu, dice il nostro esploratore, è un'isola in levante, ch'è
nell'alto mare millecinquecento miglia. L'isola è molto grande, le genti
sono bianche, di bella maniera e belle, e sono idolatri, e non
obbediscono ad alcuno. Qui si trova l'oro, però n'hanno assai; niuno
uomo non vi va, e niuno mercante non leva di questo oro; perciò n'hanno
eglino cotanto. Il palagio del signore dell'isola è molto grande, ed è
coperto d'oro, come si cuoprono di qua le chiese di piombo; e tutto lo
spazzo delle camere è coperto d'oro, ed èvvi alto bene due dita, e tutte
le finestre e mura e ogni cosa e anche le sale sono coperte d'oro; e non
si potrebbe dire la sua valuta. E gli hanno perle assai, e sono rosse e
tonde e grosse, e sono più care che le bianche; ancora v'ha molte pietre
preziose, e non si potrebbe contare la ricchezza di questa isola.»
La fama delle ricchezze del Giappone era giunta sino in China, ed aveva
risvegliata la cupidigia di Kublai-Kan, che, verso il 1264, pochi anni
prima della venuta di Marco Polo alla corte tartara, aveva tentato
d'impadronirsi di quell'isola. La sua flotta, comandata da due baroni,
approdò felicemente a Cipango, s'impadronì d'una cittadella, i cui
difensori furono passati a fil di spada; ma una tempesta disperse le
navi tartare, e la spedizione non ebbe risultato. I due baroni che
avevano condotta quella sciagurata impresa vennero, d'ordine
dell'imperatore, decapitati. Marco Polo racconta circostanziatamente
questo tentativo, e cita varî particolari intorno ai costumi dei
Giapponesi.
«Sappiate, dice il Veneziano, che quando alcuno di questa isola prende
alcuno uomo, che non si possa ricomperare, convita suoi parenti e i suoi
compagni, e fallo cuocere, e dàllo mangiare a costoro, e dicono ch'è la
migliore carne che si mangi.»
Secondo il Polo, all'epoca in cui egli visitò la China, i Giapponesi
sarebbero stati antropofaghi, come lo sono ancora oggidì gl'indigeni di
molte isole dell'oceano Pacifico.
Intanto Marco Polo, suo zio Matteo e suo padre Niccolò, trovavansi da
ben diciassette anni al servizio dell'imperatore, senza contare gli anni
spesi nel viaggio dall'Europa alla Cina. Avevano vivo desiderio di
rivedere la patria; ma Kublai-Kan, che era loro affezionatissimo, e ne
apprezzava i meriti, non sapeva risolversi a lasciarli partire. Tutto
tentò egli per vincere la loro risoluzione, ed offerse loro immense
ricchezze se acconsentivano a non più abbandonarlo. I tre Veneziani
persistettero nel disegno di tornare in Europa, ma l'imperatore rifiutò
loro assolutamente la licenza di partire. Marco Polo non sapeva come
deludere la vigilanza dell'imperatore, quando un avvenimento mutò la
determinazione di Kublai-Kan.
Un principe mongollo, Arghum, che regnava in Persia, avea mandato
un'ambasciata all'imperatore per chiedergli in matrimonio una
principessa del sangue reale. Kublai-Kan accordò al principe Arghum la
mano di sua figlia Cogatra, e la fece partire accompagnata d'un seguito
numeroso.
Ma le contrade che la scorta volle traversare per recarsi in Persia non
erano sicure; turbolenze, ribellioni, l'arrestarono ben presto, e la
carovana dovè ritornare, dopo alcuni mesi, alla residenza di Kublai-Kan.
Allora gli ambasciatori persiani, avendo sentito parlare di Marco Polo
come d'un valente navigatore che aveva conoscenza del mare Indiano,
supplicarono l'imperatore di confidare a lui la principessa Cogatra,
affinchè la conducesse al suo fidanzato, traversando quei mari meno
pericolosi del continente.
Kublai-Kan cedè, non senza difficoltà, a quella domanda. Egli fece
allestire una flotta di quattordici navi a quattro alberi, ed
approvigionolla per un viaggio di due anni. Qualcuna di quelle navi
contava persino duecentocinquanta uomini di equipaggio. Come si vede,
era una spedizione importante, e degna dell'opulento sovrano dell'impero
chinese.
Matteo, Niccolò e Marco Polo s'imbarcarono colla principessa Cogatra e
cogli ambasciatori persiani. Fu in quel tragitto, che durò non meno di
diciotto mesi, che Marco Polo visitò le isole della Sonda e dell'India,
di cui fa una descrizione tanto completa? Noi possiam fino ad un certo
punto ammetterlo, sopratutto per quanto riguarda Ceylan ed il litorale
della penisola indiana. Lo seguiremo quindi durante la sua navigazione,
e riferiremo le descrizioni ch'egli dà di quei paesi, fino allora
imperfettamente conosciuti.
Fu verso il 1291 o 1292 che la flotta comandata da Marco Polo lasciò il
porto di Zaiton, ove il viaggiatore era giunto nel suo viaggio traverso
le provincie meridionali della Cina. Da questo punto, egli si diresse
direttamente verso la vasta contrada di Ciamba, nella quale tutti i
commentatori s'accordano nel ravvisare Tsiampa o Bintuan, provincia
della Cocincina meridionale.[35] Il viaggiatore veneziano aveva già
visitato quella provincia, probabilmente verso l'anno 1280, durante una
missione di cui l'imperatore l'aveva incaricato.
«Sappiate, dice il Polo, che quando l'uomo si parte del porto di Zaiton
e navica verso ponente, e alcuna verso gorbi (garbino, ossia
libeccio) milleduecento miglia, sì si trova una contrada c'ha nome
Ciamba, ch'è molto ricca terra e grande, e hanno re per loro; e sono
idoli (idolatri); e fanno trebuto al Gran Cane ciascuno anno 20
leofanti, e non gli dànno altro, li più belli, che vi si possono
trovare, che n'hanno assai. E questo fece conquistare il Gran Cane negli
anni Domini 1278.»
Allorchè Marco Polo percorse quel paese prima della conquista, il re che
lo governava aveva non meno di trecentoventisei figliuoli, di cui
centocinquanta atti a portare le armi. In quel regno non si usava
maritare niuna bella pulzella senza il consenso del re, il quale poteva
disporne a suo talento.
Lasciando la penisola cambodgiana, la flotta si diresse verso l'isoletta
di Condor; ma prima di descriverla, Marco Polo cita la grande isola di
Giava, di cui Kublai-Kan non aveva mai potuto impadronirsi, «per lo
pericolo del navicare e della via, sì è lunga.» Quest'isola possiede
grandi ricchezze e produce in abbondanza pepe, noci moscate, garofano ed
altre droghe preziose. Qualche commentatore ha creduto che sotto il nome
di Java intendesse il Polo di parlare di Borneo, a cui gl'indigeni
dànno infatti il nome di Jana Java (paese di Giava) e Nusa Java
(isola di Giava). E quì giova rammentare ai nostri lettori che il Polo
non visitò questi luoghi, ma ne parla «per quello che seppe dalla bocca
di uomini degni di fede» secondo le stesse sue parole. Dopo aver fatto
sosta alle isole di Sodur e Codur, che sono, a quanto sembra, le isole
di Pulo Condor nel mare della China, ove vide oro in abbondanza, Marco
Polo giunse all'isola di Petam, che si crede sia l'isola di Buitang,
posta vicino all'entrata orientale dello stretto di Malacca, e presso
l'isola di Sumatra, ch'egli chiama la Piccola-Giava.
«Quest'isola, egli dice, è tanto verso mezzodì che la tramontana
(l'Orsa) non si vede nè poco nè assai. Sappiate che in su quest'isola
hae otto re coronati, e sono tutti idolatri, e ciascuno di questi reami
ha lingua per sè. Quì ha grande abbondanza di tesoro e di tutte care
ispezierie.» Sumatra è infatti una delle più fertili isole del gruppo,
ove l'aloè vi cresce meravigliosamente: vi si trovano elefanti selvatici
e rinoceronti, che Marco Polo chiama unicorni, e scimmie che vanno a
frotte numerose. La flotta fu trattenuta cinque mesi presso quella
costa, in causa del cattivo tempo, ed il viaggiatore ne approfittò per
visitare le principali provincie dell'isola, come Ferbet (Tandjong
Perlak), i cui abitanti delle montagne sono feroci ed antropofaghi;
Basma, che secondo alcuni sarebbe Pasem o Pasé dei moderni: secondo
altri, Pasaumak, nell'interno del Palembang; Samarcha, che secondo
l'opinione del Murray corrisponderebbe all'odierno porto di Samangca, i
cui abitanti, dice il Veneziano, «hanno alberi, che tagliano gli rami e
quelli gocciola, e quella acqua che ne cade è vino; ed empiesene tra dì
e notte un gran coppo che sta appiccato al troncone, ed è molto buono.»
È questo il tanto rinomato liquore della palma, che fornisce un vino che
in poche ore fermenta e diviene inebbriante. Anche le noci di cocco sono
quivi abbondantissime. Marco Polo visitò inoltre i reami di Dragouayu
(probabilmente l'Ayer Aje dei moderni) i cui abitanti sono antropofaghi;
di Lambri (Nalabu, sulla costa occidentale dell'isola) ove sono
moltissimi uomini colla coda (scimmie senza dubbio), e Fransur, cioè
l'isola di Pauchor, ove cresce il cicade, da cui si trae una farina
buona per pane, che noi chiamiamo sagù. Finalmente i venti permisero
alle navi di lasciare la Piccola Giava; dopo aver toccato l'isola di
Necaran, che dev'essere una delle Nicobari, ed il gruppo delle Andaman,
i cui abitanti sono ancora antropofaghi, come ai tempi di Marco Polo, la
flotta, presa la direzione del sud-ovest, andò a prender terra alle
coste di Ceylan. «Quest'isola, dice la relazione, anticamente fu via
maggiore, che girava 4600 miglia; ma il vento alla tramontana vien sì
forte, che una gran parte ne ha fatta andare sott'acqua.» Questa
tradizione sussiste ancora fra gli abitanti di Ceylan. «E sappiate,
continua il Polo, che in questa isola nascono i buoni e nobili rubini, e
non nascono in niuno luogo del mondo piue, e quì nascono zaffiri e
topazi e amatisti, e alcune altre pietre preziose. E si vi dico che il
re di quest'isola, che si chiama Sedemay, hae il piue bello rubino del
mondo, e che mai fosse veduto; e dirovvi com'è fatto. È lungo presso che
un palmo, ed è grosso bene altrettanto, come sia un braccio di uomo,
egli è piue ispredente (splendente) cosa del mondo, egli non ha niuna
tacca, egli è vermiglio come fuoco, ed è di sì gran valuta che non si
potrebbe comperare. E il Gran Cane mandò per questo rubino, e gliene
voleva dare la valuta d'una buona città, ed egli disse che nol darebbe
per cosa del mondo, però ch'egli fue degli suoi antichi.»
A sessanta miglia all'ovest di Ceylan, i naviganti trovarono la gran
provincia di Maabar, che non bisogna confondere col Malabar, posto sulla
costa occidentale della penisola indiana, come erroneamente è scritto
nel codice Ramusiano. Questo Maabar forma il sud della costa di
Coromandel, molto stimata per le sue peschiere di perle. Ivi sono certi
incantatori che rendono i mostri marini innocui ai pescatori, specie
d'astrologhi la cui razza si perpetuò fino ai tempi moderni. Qui Marco
Polo dà interessanti particolari sui costumi degli indigeni; sulla morte
dei re del paese, in onore dei quali i signori si gettano nel fuoco; sui
suicidî religiosi, che sono frequenti; sul sacrificio delle vedove, che
il rogo reclama dopo la morte dei mariti; sulle abluzioni biquotidiane,
di cui la religione fa un dovere; sull'attitudine di quegli indigeni a
diventare buoni fisonomisti; sulla loro fiducia nelle arti degli
astrologhi ed indovini.
Dopo di aver soggiornato qualche tempo sulla costa del Coromandel, Marco
Polo si diresse al nord sino al reame di Muftili, che corrisponde al
territorio su cui giace la moderna città di Masulipatam, che formò parte
una volta del regno di Telingana, di cui era capitale Golconda, famosa
per le sue miniere di diamante.
«Questo regno, dice il Polo, è ad una reina molto savia, che rimase
vedova bene quarant'anni, e voleva sì gran bene al suo signore, che
giammai non volle prendere altro marito; e costei hae tenuto questo
regno in grande istato, ed era più amata che mai fosse o re o reina. Ora
in questo reame si truova diamanti; e dirovvi come. Questo reame hae
grandi montagne, e quando piove, l'acqua viene rovinando giuso per
queste montagne; e gli uomeni vanno cercando per la via ove l'acqua è
ita, e trovane assai di diamanti; e la state che non vi piove si se ne
trova su per quelle montagne; ma e' v'ha sì grande caldo che a pena vi
si puote sofferire. E su per le montagne ha tanti serpenti e sì grandi,
che gli uomeni vivono a grande dottanza (timore), e sono molto
velenosi, e non sono arditi d'andare presso alle loro caverne di quelli
serpenti. Ancora gli uomeni hanno gli diamanti per un altro modo,
ch'egli hanno sì grandi fossati e sì profondi, che veruno vi puote
andare; ed egli vi gettano entro pezzi di carne, e gittanla in questi
fossati di che la carne cade in su questi diamanti, e ficcansi nella
carne. E in su queste montagne istanno aguglie (aquile) bianche che
stanno tra questi serpenti: quando l'aguglie sentono questa carne in
questi fossati, elle si vanno colà giuso, e reconla in sulla riva di
questi fossati, e questi vanno incontro all'aguglie, e l'aguglie
fuggono, e gli uomeni truovano in questa carne questi diamanti; ed
ancora ne truovano, che queste aguglie sì ne beccano di questi diamanti
colla carne insieme, e gli uomeni vanno la mattina al nidio
dell'aguglia, e trovano coll'uscita (escrementi) loro di questi
diamanti. So che così si truovano i diamanti per questi modi, nè in
luogo del mondo non se ne truova di questi diamanti se non in questo
reame. E non crediate che gli buoni diamanti si rechino di qua tra gli
cristiani; anzi si portano al Gran Cane, ed agli altri re e baroni di
quelle contrade che hanno lo gran tesoro.»
Dopo aver visitato la piccola città di San Tomaso, situata ad alcune
miglia al sud di Madras, e ch'è l'odierna Mailapur (città dei pavoni)
degli Indiani, San Tomé degli Europei, Beita-Tuma o tempio di S. Tomaso
degli antichi viaggiatori arabi, nella quale riposa il corpo di S.
Tomaso apostolo, Marco Polo esplorò il regno di Masbar, e più
particolarmente la provincia di Lar, da cui sono originari tutti i
«Bregomani» del mondo (probabilmente i Bramani). Quegli uomini, secondo
la relazione, vivono vecchissimi grazie alla loro sobrietà ed astinenza;
alcuni dei loro monaci giungono ai cencinquanta o dugento anni, non
mangiando che riso e latte, e bevendo un miscuglio di zolfo ed argento
vivo. I Bregomani sono destri mercanti, superstiziosi però, ma
lealissimi; non rubano, non uccidono essere vivente, ed adorano il bue,
che tengono in conto d'animale sacro. «Si conoscono, dice il Polo, per
un filo di bambagia ch'egli portano sotto la spalla diritta, sì che gli
viene il filo a traverso il petto e le ispalle.»
Da quel punto della costa la flotta ritornò a Ceylan, ove nel 1284
Kublai-Kan aveva spedito un'ambasceria, che gli riportò le credute
reliquie d'Adamo, e fra le altre cose i suoi due denti mascellari;
giacchè, stando alle tradizioni dei Saracini, la tomba del nostro primo
padre sarebbe posta sulla vetta della montagna dirupata che forma il
punto più culminante dell'isola, e che chiamasi appunto per ciò il Picco
di Adamo. Dopo aver perduto di vista Ceylan, Marco Polo andò a Cail,
porto che pare sia scomparso dalle carte moderne, dove approdavano
allora tutte le navi che venivano da Hormuz Kis, Aden e dalle coste
dell'Arabia. Di là, girando il capo Comorino, all'estremità della
penisola, giunsero i navigatori in vista di Culam, che al secolo XIII
era una città molto commerciale, ed ove, dice il Polo, «gli abitanti
sono tutti neri, maschi e femmine, e vanno tutti ignudi.» Ivi si
raccoglie particolarmente il legno di sandalo, ed i mercanti del Levante
e del Ponente vi accorrono a negoziare in gran numero. Il paese del
Malabar è feracissimo di riso; ha leopardi, che Marco Polo chiama «leoni
tutti neri», pappagalli di varie specie, e pavoni assai più belli e più
grossi dei loro congeneri d'Europa.
La flotta, lasciato Coilum, seguì verso il nord la costa del Malabar, e
giunse sulle sponde del reame di Ely, che sembra corrispondere a
Mangalore, nell'antico regno di Samorin. «Qui, dice il Veneziano, nasce
pepe, giengiavo (ginepro) e molte altre ispezierie.»
Al nord di quel regno stendevasi quella contrada che il viaggiatore
veneziano chiama Melibar, e che è situata al nord del Malabar
propriamente detto. Le navi dei negozianti del Mangi venivano spesso a
trafficare cogli indigeni di questa parte dell'India, che loro fornivano
carichi di droghe eccellenti, bugrani preziosi ed altre mercanzie di
gran valore; ma i loro vascelli erano troppo sovente saccheggiati dai
pirati della costa, che avevano fama di terribili uomini di mare. Quei
pirati abitavano più particolarmente la penisola di Gohurat, oggi
Gudgiarate, verso la quale la flottiglia si diresse dopo aver veduto
Tanat, contrada ove si raccoglie l'incenso bruno, Kambaget, città che fa
gran traffico di cuoio. Visitato che ebbero Sumenat, città della
penisola, i cui abitanti sono idolatri, crudeli e feroci, e poi
Kesmacoram, probabilmente l'attuale Kedge, ultima città delle Indie tra
occidente e settentrione, Marco Polo, in luogo di risalire verso la
Persia, ove l'attendeva il fidanzato della principessa tartara,
s'inoltrò verso occidente, traverso il vasto mare d'Oman.
La sua insaziabile passione d'esploratore lo trascinò così per
cinquecento miglia sino alle rive dell'Arabia, ove gettò l'áncora alle
isole Maschio e Femmina, così chiamate perchè una è unicamente abitata
da uomini, l'altra da donne, che vengono visitate da quelli durante i
mesi di marzo, aprile e maggio. «Questi uomini, dice il nostro
esploratore, sono cristiani battezzati e non hanno signore, salvo che
hanno un vescovo ch'è sotto l'arcivescovo di Scara.» Lasciate quelle
isolette, la flotta fece vela a mezzodì verso l'isola di Scara, ch'è
veramente Socotora, l'antica Dioscorides Insula dei Greci, ch'è posta
all'ingresso del golfo d'Aden, e di cui Marco Polo riconobbe diverse
parti. Egli parla degli abitanti di Socotora come di abili incantatori,
che con le loro arti ottengono quanto vogliono e comandano agli uragani
ed alle tempeste. Poi, discendendo ancora di miglio in miglio verso il
sud, spinse la sua flotta sino alle coste del Madagascar.
Agli occhi del nostro viaggiatore, Madagascar è una delle più grandi e
più nobili isole del mondo, d'un circuito di ben quattromila miglia. Gli
abitanti sono per la maggior parte maomettani, e vivono sotto la
signoria di dodici governatori. Sono molto dediti al commercio, e
particolarmente al traffico dei denti di elefanti e dell'ambra. Si
nutrono specialmente di carne di cammello, che è migliore e più sana di
qualsiasi altra. I negozianti che vengono dalle coste dell'India non
impiegano più di venti giorni a traversare il mar d'Oman; ma nel ritorno
ci spendono non meno di tre mesi, in causa delle correnti contrarie che
tendono sempre a respingerli verso il sud. Nondimeno, frequentano
quell'isola perchè fornisce loro il legno di sandalo, di cui sonvi
intere foreste, e l'ambra, ch'essi scambiano con drappi d'oro e di seta,
con grande guadagno e profitto. Secondo Marco Polo, non mancano in quel
reame le fiere e la cacciagione: leopardi, leoni, orsi, cervi,
cinghiali, giraffe, asini selvaggi, caprioli, daini, bestie da pascolo
vi si incontrano a mandre numerose; ma ciò che gli parve meraviglioso fu
l'uccello grifone, ossia il roc, di cui si parla tanto nelle Mille ed
una notte. «Questi uccelli, dic'egli, non sono fatti com'e' si dice di
qua, cioè mezzo uccello e mezzo lione, ma sono fatti come aguglie
(aquile) e sono capaci di sollevare un elefante negli artigli.»
Quest'uccello meraviglioso è probabilmente l'epyornis maximus, di cui
si trovano ancora delle uova al Madagascar.
Da quell'isola Marco Polo, risalendo verso il nord-ovest, venne a
riconoscere Zanzibar e la costa africana, ch'egli prese per un'isola.
Gli abitanti gli sembrarono smisuratamente robusti e capaci di portare
il carico di quattro uomini, «e questo non è maraviglia, chè mangia
l'uno bene per cinque persone.» Quegli indigeni erano negri e
camminavano nudi; avevano la bocca grande, il naso «rabbuffato in suso,»
le labbra e gli occhi grossi; descrizione esattissima, che s'adatta
ancora ai naturali di quella parte dell'Africa. Quegli Africani vivono
di riso, latte, carne e datteri, e fabbricano il vino con riso, zuccaro
e droghe. Sono valenti guerrieri, nè temono la morte; combattono sopra
cammelli o elefanti, armati di scudi di cuojo, di spade e di lancie, ed
eccitano le loro cavalcature inebbriandole di bevande spiritose. «Qui,
soggiunge il nostro viaggiatore, si hanno le più sozze femmine del
mondo, ch'elle hanno la bocca grande, e il naso grosso e corto, e le
mani grosse quattro cotanti che l'altre.»
Ai tempi di Marco Polo, secondo l'osservazione del Charton, i paesi
compresi sotto la denominazione d'India si dividevano in tre parti:
l'India Maggiore, cioè l'Indostan e tutto il paese posto fra il Gange e
l'Indo; l'India Minore, cioè la contrada al di là del Gange, dalla costa
occidentale della penisola fino alla costa della Cocincina; finalmente
l'India Media, cioè l'Abissinia e le rive arabe fino al golfo Persico.
Lasciando Zanzibar, Marco Polo si diresse verso quest'India Media,
ch'egli chiama Nabasce (Abissinia), risalendo verso il nord ed
esplorando il litorale di quel paese fertilissimo. «Nabasce, dice il
nostro viaggiatore, è una grandissima provincia; e sappiate che 'l
maggiore re di questa provincia si è cristiano, e tutti gli altri re
della provincia sono sottoposti a lui, i quali sono sei re, tre
cristiani e tre saracini. Il re maggiore dimora nel mezzo della
provincia, e i saracini dimorano verso Edenti (Aden), nella quale
contrada messer San Tomaso convertì molta gente, poscia se ne partío, e
andonne a Nabar, colà dove fu morto.» Parlando della vita degli abitanti
e della fauna del paese, dice che «la vita loro si è riso e carne, e
hanno leonfanti, e non ch'egli vi naschino, ma vengono d'altri paesi.
Nasconvi molte giraffe e molte altre bestie, e hanno molte bellissime
galline, e sì hanno istruzzoli (struzzi) grandi come asini, o poco
meno; e sì hanno molte altre cose, ch'a volerle tutte contare sarebbe
troppo lunga mena. Cacciagioni e uccellagioni si hanno assai, e si hanno
pappagalli bellissimi e di più fatte, e si hanno gatti mamoni e iscimmie
assai.»
Lasciato il litorale dell'Abissinia, la flotta toccò Edenti, la moderna
Aden, vicino all'imboccatura del Mar Rosso. Aden era a quel tempo una
città importantissima pel traffico dell'Oriente, e nel suo porto
convenivano tutti i navigli che commerciavano coll'India e colla China.
La flotta visitò quindi Icier (la moderna Schehr nell'Hadzamauth, sulla
costa meridionale dell'Arabia), «grande città, dice il Veneziano, la
quale è sotto il soldano d'Edenti ed ha un porto eccellente, al quale
càpitano molte navi, le quali vengono dall'India con molta mercatanzia;»
Dufar (Dafur, sulla costa arabica meridionale), che produce un incenso
di prima qualità; Chalatu (Kalhat, sulla costa arabica orientale),
«città posta sulla bocca del golfo di Chalatu, sì che veruna nave vi può
passare nè usare senza la volontà di questa città;» e per ultimo Curmaso
(Hormuz), che Marco Polo aveva già visitata, quando da Venezia si recò
alla corte del re tartaro.
È a quel porto del golfo Persico che terminò la traversata della flotta
allestita dall'imperatore mongollo. La principessa era finalmente giunta
ai confini della Persia, dopo una navigazione che aveva durato non meno
di diciotto mesi. Ma nel frattempo il principe Arghum, suo fidanzato,
era morto, ed il regno era straziato dalla guerra civile. La principessa
fu dunque consegnata al figlio d'Arghum, il principe Ghazan, che salì al
trono nel 1295, dopo che l'usurpatore, fratello d'Arghum, fu
strangolato. Non si sa che avvenisse della principessa; ma prima di
separarsi da Marco, Matteo e Niccolò Polo, ella lasciò loro segni
dell'alto favore in cui li teneva.
Fu probabilmente durante il suo soggiorno in Persia che Marco Polo
raccolse documenti interessanti sulla Gran Turchia; sono documenti
staccati ch'egli dà al termine della sua relazione, vera storia dei kan
mongolli della Persia. Ma i suoi viaggi d'esplorazione erano terminati.
Preso commiato dalla principessa tartara, i tre Veneziani, bene
scortati, presero la via di terra per tornare in patria. Si recarono a
Trebisonda e Costantinopoli, da Costantinopoli a Negroponte, ed ivi
s'imbarcarono per Venezia.
Fu nel 1295, ventiquattro anni dopo esserne partito, che Marco Polo
rientrò nella sua città natale. I tre viaggiatori, abbronzati dal sole,
vestiti grossolanamente di stoffe tartare, avendo conservato nei loro
modi e nel linguaggio le abitudini mongolle, disavvezzi al dialetto
veneto, non furono neppure riconosciuti dai loro più prossimi parenti.
Inoltre, da gran tempo era corsa voce della loro morte, e non si
sperava più di rivederli. Si recarono alla loro casa nel quartiere di
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