China, del Giappone o delle isole dell'Oceano Pacifico: ma come gli altri gelsi, venne portato in Europa ed in America, ove lo si coltiva oggidì a titolo d'ornamento. Il suo frutto, di colore scarlatto, è sferico, in luogo d'essere oblungo come quelli dei gelsi propriamente detti. È per questa ragione che i botanici fanno un genere a parte, di cui è l'unico campione: le sue foglie non servono di cibo al baco da seta, ma costituiscono, in cambio, un eccellente foraggio pel bestiame. Però la parte più interessante del gelso-papiro è senza dubbio la corteccia, che serve a fabbricare la carta nella China e nel Giappone. È appunto con questa sostanza che si fabbrica la magnifica carta della China, che serve nell'incisione, ed è con questa stessa corteccia che i naturali delle isole della Società tessono quella superba stoffa bianca, che causò tanta sorpresa agli Europei allorchè la videro per la prima volta.» (Nota del Trad.) [26] Malgrado la pomposa dissertazione che fa il Polo intorno ai meriti ed i vantaggi della carta monetata, diremo che questa istituzione, di cui i Chinesi avevano già sperimentato tutti i beni e tutti i mali, essendo stata introdotta in China (secondo le dotte ricerche del Klapreth) sino dall'807 dell'èra volgare, regnando Ian-tsunh, della dinastia dei Tang, fu causa di gravissimi scompigli nelle finanze chinesi, sia per la spaventosa falsificazione di quelle carte, sia pei fallimenti delle banche autorizzate all'emissione di questi cenci rappresentativi delle ricchezze. Nel 1287 Kublai-Khan, adottando il progetto del ministro Lusci-iung, piantò il credito sulla base fallace della violenza: la rovina del commercio, il depauperamento de' privati, la perdita d'ogni fiducia nel principe, furono gli effetti inevitabili di questo pericoloso sistema. Invano la dinastia dei Ming cercò di sostenere il credito periclitante: il governo passava da un fallimento all'altro; e verso la metà del secolo XV^o una crisi finale fece scomparire nella China, per sempre, la carta monetata. Vorremmo ingannarci, ma tale è pure la sorte serbata alla circolazione cartacea presso le nazioni europee. (Nota del Trad.) CAPITOLO III. Tso-tcheu.--Tainfu.--Pin-yang-fu.--Il fiume Giallo.--Chaciafu. --Si-gnan-fu.--Il Sze-tchuen.--Ching-tu-fu.--Il Tibet.--Li-Kiang-fu. --Il Caragia.--Yung-chang.--Mien.--Il Bengala.--L'Annam.--Il Tai-ping. --Sinuglil.--Sindi-fu.--Chacafu.--Ciaglu.--Ciagli.--Codifu. --Lin-tsin-tcheu.--Lin-tching-hien.--Il Mangi.--Yang-tcheou. --Città del litorale.--Quinsay o Hang-tcheu.--Il Fu-chian. Marco Polo, dopo aver soggiornato a Cambalu, venne dal Gran Kan incaricato d'una missione che lo tenne lontano ben quattro mesi dalla capitale. Lontano dieci miglia circa da Cambaluc, verso il sud, traversò il magnifico fiume Pehonor, che egli chiama Pulinzanchiz; lo valicò sopra un bel ponte di marmo di ventiquattro arcate, lungo trecento passi, il quale non ha il simile in tutto il mondo. A trenta miglia di là incontrò Tso-tcheu, città industriale che ha eccellenti alberghi pei viaggiatori, ed ove si lavora specialmente in legno di sandalo, tessuti di seta e d'oro. A dieci giornate da Tso-tcheu, giunse nella moderna città di Tainfu, che fu un tempo sede di un governo indipendente. Tutta quella provincia gli parve ricca di viti e di gelsi; la principale industria della città era allora la fabbricazione delle armature per conto dell'imperatore. Sette giornate più oltre trovò la bella città di Pianfu, oggidì Pin-yang-fu, tutta dedita al commercio ed al lavoro della seta. Marco Polo, dopo aver visitata questa città, giunse sulle rive del celebre fiume Giallo, ch'egli chiama Charamera, ossia fiume nero, forse a causa delle sue acque oscurate dalle piante acquatiche. Attraversato il fiume, giunse ad una nobile città chiamata Chaciafu, nella quale alcuni commentatori ravvisano la moderna Pu-ceu-fu (che allora chiamavasi O-ciung-fu) sulla riva orientale del fiume Giallo[27], e che è ai nostri dì una delle più ragguardevoli città del Scian-si. Lasciata quella città, ove non vide nulla che meritasse menzione, Marco Polo percorse a cavallo una bella contrada, sparsa di castella, di città, di giardini, e ricca di cacciagione. Dopo otto giorni di cammino, giunse alla nobile città di Si-gnan-fu, allora chiamata Quengianfu, antica capitale della dinastia dei Thang. Ivi regnava un figlio del Gran Kan, per nome Manghala, principe giusto ed amato dal suo popolo; egli abitava, fuori della città, un magnifico palazzo costrutto in mezzo ad un parco, le cui mura merlate avevano circa cinque miglia di circonferenza. Quella città presentava allora un mercato importantissimo di gioie, stoffe ed armature d'ogni genere. Da Si-gnan-fu il nostro viaggiatore si diresse verso il Tibet, attraversando una contrada montuosa ch'egli chiama Chunchum, e che probabilmente corrisponde alla moderna provincia di Sze-tchuen. «Egli ha per monti e per valli città e castella assai, e sono idoli, e vivono di loro lavorio di terra e di boscaglie; e havvi molti boschi, ove sono molte belle bestie selvatiche, come sono lioni e orsi e cavriuoli, lupi cervieri, daini e cierbi, e altre bestie assai, sì che troppo n'hanno grande utilità.» Dopo aver viaggiato ventitre giorni, toccò i confini della immensa pianura di Ambalet-Mangi. Quel paese è fertile, ricco d'ogni sorta di produzioni e particolarmente di zenzero, di cui fornisce tutta la provincia del Cattai. Ed è tale la fertilità del suolo, che, secondo un viaggiatore francese, E. Simon, lo si vende oggidì a 30,000 franchi all'ettara, cioè tre franchi al metro. Nel secolo XIII quella pianura era coperta di città e castella, e gli abitanti vivevano dei frutti del terreno, dei prodotti del bestiame e della selvaggina, che forniva ai cacciatori una preda facile ed abbondante. Continuando il suo viaggio verso ponente, Marco Polo penetrò nella provincia di Sze-tchuen, e giunse alla nobile città di Sindi-fu, la moderna Chin-tu-fu, la cui popolazione attuale supera 1,500,000 abitanti. Sindi-fu misurava allora un circuito di venti miglia, era divisa in tre parti, ognuna delle quali, circondata d'un muro particolare, aveva il proprio re prima che Kublai-Kan se ne impadronisse. «E sappiate, dice il Polo meravigliato, che per mezzo questa città passa un gran fiume d'acqua dolce, ed è largo bene mezzo miglio, ov'ha molti pesci, e va infine al mare Oceano, e havvi bene da ottanta in cento miglia, ed è chiamato Quiia-fu.» Questo fiume non è altro che l'Yang-tse-kiang, che attraversa la China da ovest ad est, e n'è il fiume più importante. Sulle nostre carte lo troviamo indicato col nome di Fiume Bleu. «E in su questo fiume, prosegue il Veneziano, ha città e castella assai, e havvi tante navi, che appena si potrebbe credere chi nol vedesse; e v'ha tanta moltitudine di mercatanti, che vanno giuso e suso, ch'è una grande meraviglia. E il fiume è sì largo, che pare un mare a vedere, non fiume. E dentro della città in su questo fiume è un ponte tutto di pietre, ed è lungo bene un mezzo miglio, e largo otto passi: e su per quello ponte ha colonne di marmo, che sostengono la copritura del ponte; e sappiate ch'egli è coperto di bella copritura, e tutto dipinto di belle istorie, e havvi suso più magioni ove si tiene molta mercatanzia e favvisi arti: ma si vi dico che quelle case sono di legno, che la sera si disfanno e la mattina si rifanno. E quivi è lo camarlingo del Gran Sire, che riceve lo diritto della mercatanzia che si vende in su quel ponte; e si vi dico che il diritto di quel ponte vale l'anno bene mille bisanti[28].» Uscito da quella città commerciale e industriosa, Marco Polo, dopo cinque giorni di marcia, attraverso vaste foreste, giunse alla provincia del Tibet, ch'egli dice «molto guasta dalla guerra fattavi da Mogut-Kan.» La provincia del Tibet, alla quale i Chinesi dànno nome di Si-tsang o Tsang occidentale, è abitata da leoni, orsi ed altre belve, da cui i viaggiatori durerebbero fatica a difendersi, se non vi crescessero in gran copia quelle canne meravigliosamente grosse e alte, che noi chiamiamo bambù.[29] Infatti «gli mercatanti e gli viandanti prendono quelle canne la notte e fannole ardere nel fuoco; perchè fanno sì grande iscoppiata, che tutti gli lioni e orsi e altre bestie fiere hanno paura e fuggono, e non si accosterebbero al fuoco per cosa del mondo. E questo si fanno per paura di quelle bestie chè ve n'ha assai. Le canne iscoppiono, perchè si mettono verdi nel fuoco, e quelle si torcono e fendono per mezzo, e per questo fendere fanno tanto romore, che s'odono dalla lunga presso a cinque miglia di notte, e piue; ed è sì terribile cosa a udire, che chi non fosse d'udirlo usato, ogni uomo n'avrebbe gran paura, e gli cavagli che non ne sono usi, si spaventano sì forte che rompono capresti, e ogni cosa e fuggono; e questo avviene spesse volte. E a ciò prendere rimedio, a cavagli che non ne sono usi, e' gli fanno incapestrati di tutti e quattro li piedi, e fasciare gli occhi, e turare gli orecchi; si che non può fuggire quando ode questo iscoppio; e così campano gli uomeni, la notte, loro e le loro bestie.» Lo stratagemma riferitoci dal Polo viene ancora impiegato nelle contrade che producono il bambù, e per vero lo scoppio delle canne divorate dalle fiamme può paragonarsi ai più violenti petardi d'un fuoco d'artifizio. Secondo la relazione del viaggiatore veneziano, il Tibet è una vastissima provincia divisa in otto reami, con molte città e castella, bagnata da fiumi e laghi ed attraversata da montagne dalle quali si trae oro in quantità. I fiumi che hanno origine nel Tibet e sopratutto il Kin-cha-kiang (Yang-tse-kiang), il cui nome significa fiume dall'aurea sabbia, sono ricchi di pagliuzze d'oro. Gli abitanti sono idolatri e malvagi, e formano una razza di terribili ladroni. Vivono dei frutti della terra, di bestie e d'uccelli. Le donne sono impudiche, e fanno, per doni, di sè mercato ai viaggiatori che attraversano quella provincia. Quantunque il Tibet fosse allora sotto la dominazione del Gran Kan, non vi si conoscevano nè le monete nè le banconote dell'impero; all'incontro vi si spendeva il corallo, di cui gli abitanti adornavano il collo delle loro femmine ed i loro idoli. Marco Polo, nel lasciare Si-gnan-fu, erasi diretto verso l'ovest. Traversò il regno di Gaindu che secondo alcuni corrisponderebbe al territorio settentrionale dei Birmani, secondo altri invece a quella montuosa regione circondata dai territorî del Bengala, Arracan, abitata da schiatte indigene dette Cain, Chien o Chiaen, lungo le rive del braccio sinistro del fiume Arracan, e visitò un bel lago, che produceva ostriche perlifere, la cui pesca era riservata all'imperatore. Vide anche una montagna dalla quale si cavavano quelle pietre conosciute sotto il nome di turchese. Il garofano, lo zenzero, la cannella ed altre spezie davano in quel paese abbondantissimi raccolti. Gli abitanti di questa provincia non hanno denaro, ed impiegano come moneta dei pezzi di sale di mezza libbra, una libbra, ecc. ecc. Non conoscono vergogna alcuna, giacchè trovano naturale il far marcato delle proprie mogli, figlie e sorelle ai forestieri che attraversano la contrada. Lasciato il regno di Gaindu, e traversato un gran fiume da lui chiamato Brunis che pare fosse il Kincha-kiang, fiume a rena d'oro, Marco Polo tornò direttamente al sud-est, e penetrò nella provincia di Garagia, regione che si crede formi la parte nord-ovest dell'Yun-nan, chiamata tutt'ora, dagli indigeni e dai maomettani dell'Asia Centrale, Caraian; e ch'era allora governata da Jesau Temur, nipote di Kublai. Secondo il Veneziano, gli abitanti di quella provincia, eccellenti cavalcatori, mangiavano la carne cruda dei polli, dei montoni, dei bufali e dei buoi; i ricchi soltanto la condivano d'una salsa composta d'aglio e di buone spezie. Quel reame era altresì frequentato da grossi serpenti orribili a vedersi. Quei rettili, probabilmente alligatori, erano lunghi dieci passi; avevano due gambe poste sul davanti presso il capo ed armate d'un unghione che era smisurato; la loro gola poteva inghiottire un uomo in un boccone. La capitale di questa provincia è una città che il Polo chiama Jaci, e che si crede corrisponda alla moderna Tsu-iong-fu. Gli abitanti sono parte maomettani, parte cristiani nestoriani, ed il rimanente idolatri. «Quivi hae mercatanti ed artefici, dice il nostro viaggiatore, e spendono per moneta porcellane bianche, che si truovano nel mare.» È questa una specie di conchiglia che noi conosciamo sotto il nome di Cyproea moneta, che gli Indiani chiamano Cooris, usata anche ai dì nostri come moneta alle Maldive ed in diverse parti delle Indie. Marco Polo passa quindi a descrivere la maniera impiegata dagli indigeni di quella contrada per impadronirsi dei terribili alligatori che infestano i loro corsi d'acqua, e dice che il fiele di questi anfibî, preso come beveraggio, è reputato nel paese come medicina contro la morsicatura d'un cane rabbioso.[30] A cinque giornate all'ovest di Caragia, Marco Polo, continuando ancora verso mezzodì, penetrò nella provincia di Ardanda, la cui capitale, Vaciau, sembra corrispondere alla moderna città di Yung-chang. Tutti gli abitanti di questa città avevano denti d'oro, cioè usavano coprirli con laminette d'oro, che levavano per mangiare. Gli uomini di quella provincia, tutti cavalieri, «non fanno nulla salvo che uccellare, andare a caccia od andare in oste (in guerra)»: i lavori faticosi sono riservati alle donne ed agli schiavi. Gli abitanti di Ardanda non hanno idoli, nè chiese, ma adorano il più vecchio della famiglia; cioè il nonno, il patriarca. Siccome non conoscono scrittura di sorta, così «quando hanno, dice il Polo, affare l'uno con l'altro, fanno tacche di legno, e l'uno tiene l'una metà, e l'altro l'altra metà; quando colui dee pagare la moneta, egli la paga e fassi dare l'altra metà della tacca.» Non hanno medici, ma bensì dei maghi od incantatori, che saltano, danzano, cantano e suonano strumenti presso il malato; e quindi ordinano sacrifizi e banchetti, finchè l'infermo muore o risana. Nel lasciare la provincia ove gli abitanti avevano i denti d'oro, Marco Polo seguì la grande strada che serve al traffico tra l'India e l'Indo-Cina, e passò per Bamo ove, tre volte la settimana, si teneva un gran mercato, che attirava i negozianti dei paesi più lontani. Dopo aver cavalcato quindici giorni in mezzo a foreste popolate da elefanti, liocorni ed altre fiere, giunse a Mye, o a Mien, cioè in quella parte dell'alto Birman la cui capitale, di recente costruzione, si chiama Arampura. Questa città di Mien, che fu probabilmente l'antica Ava, chiamata dagli indigeni Miamma, ora in ruina; oppure la vecchia Paghau, situata sull'Irraonady, possedeva una vera meraviglia architettonica; erane due torri, l'una costrutta di belle pietre ed interamente coperta da una lamina d'oro dello spessore d'un dito, l'altra ricoperta da una lamina d'argento, ambe fatte costruire da un re di Mien, prima che quel reame cadesse in potere del Kan. Dopo di aver visitata quella provincia, Marco Polo discese fino a Baugala, l'attuale Bengala, oggidì una delle tre grandi divisioni dell'India Inglese, e che a quei tempi, nel 1290, non apparteneva ancora a Kublai-Kan. Le armate dell'imperatore si adoperavano allora a conquistare quel paese fertile, ricco di cotone, di zenzero, di canne da zucchero, e i cui magnifici buoi eguagliavano in grossezza gli elefanti. Poscia, di là, il viaggiatore si avventurò fino alla città di Cangigu, nella provincia dello stesso nome. Alcuni credono che sotto questo nome abbia ad intendersi il regno di Tonkino, altri invece il territorio di Cangcur. Gli abitanti di quel regno praticavano il tatuaggio, e mediante aghi si disegnavano sul volto, sul collo, sul ventre, sulle mani, sulle gambe, immagini di leoni, di draghi, d'uccelli, «e chi più n'ha di queste dipinture più si tiene gentile e bello.» Cangigu è il punto più meridionale raggiunto da Marco Polo in questo viaggio. A partire da questa città risalì verso il nord-est, e pel paese d'Amu, che credesi sia il territorio di Bamu, in mezzo all'Impero Birmano ed alla provincia del Yun-nan, giunse nella provincia di Toloma, oggidì conosciuta sotto il nome di Tai-ping. Ivi trovò begli uomini, bruni di pelle, valenti guerrieri, i cui monti sono muniti di castelli fortificati e che si nutrono abitualmente di carne, riso e spezie. «Quando muoiono fanno ardere i loro corpi, e l'osse che non possono ardere sì le mettono in piccole cassette, e portanle alle montagne, e fannole istare appicate caverne, si che niuno uomo nè altra bestia non puote toccare. L'oro abbonda nel paese; usano però come piccola moneta la porcellana, ossia quella conchiglia (Cyproea moneta) di cui abbiamo già parlato più addietro. Vivono di carne, di latte, di riso e di spezie. Qui il signor Charton fa giustamente osservare che il viaggiatore si allontana dal paese conosciuto sotto il nome d'India al di là del Gange, e ritorna verso la China. Infatti, lasciata Toloma, Marco Polo seguì per dodici giorni, verso levante, un fiume sulle cui rive sorgevano molte città e castella; e giunse alla città di Sinuglil, che si crede sia la moderna Sou-tcheou, capitale della provincia di Guinguì, che dev'essere, scrive il Lazari, il territorio bagnato dalle acque del Chin-scia-chiang. Ciò che lo colpì dippiù in questa contrada,--e si ha ragione di credere che l'ardito esploratore fosse anche un valente cacciatore,--fu il gran numero di leoni che infestavano le pianure e le montagne. Tutti i commentatori sono però d'accordo nel ritenere che i leoni di Marco Polo non fossero altro che tigri, non essendovi leoni nella China. Ecco quanto ne dice il Veneziano: «V'ha tanti leoni, che se neuno dormisse la notte fuori di casa, sarebbe incontanente mangiato. E chi di notte va per questo fiume, se la barca non istà ben di lungi dalla terra, quando si riposa la barca, andrebbe alcuno leone, e piglierebbe uno di questi uomeni, e mangerebbolo; ma gli uomeni se ne sanno bene guardare. Gli leoni vi sono grandissimi e pericolosi. E sì vi dico una grande maraviglia, che due cani vanno a un gran leone, e sono questi cani di questa contrada, e sì lo uccidono, tanto sono arditi. E dirovvi come. Quando un uomo è a cavallo con due di questi buon cani, come i cani veggono il leone, tosto corrono a lui, l'uno dinanzi e l'altro di dietro, ma sono sie (sì) ammaestrati e leggieri che 'l lione non gli tocca, perciò che 'l lione riguarda molto l'uomo; poi il lione si mette a partire per trovare albore (albero), ove ponga le reni per mostrare il viso agli cani, e gli cani tuttavia lo mordono alle coscie, e fannolo rivolgere or qua or là, e l'uomo ch'è a cavallo, sì lo seguita percotendolo con sue saette molte volte, tanto che 'l lione cade morto, sì che non si puote difendere da uno uomo a cavallo con due buoni cani.» Parlando degli abitanti di questa provincia, dice che «hanno sete assai, che sono idolatri, sottoposti al Gran Cane, e spendono monete di carta.» Da quella provincia, Marco Polo risalì direttamente il fiume, ed in capo a dodici giorni fu di ritorno a Sindi-fu, capitale della provincia di Szet-chuen, dalla quale era partito per compiere la sua escursione nel Tibet. Di là, riprendendo la via già percorsa, fece ritorno presso Kublai-Kan, dopo aver felicemente compiuta la sua missione nell'Indo-China. Sembra che allora Marco Polo venisse incaricato dall'imperatore d'un'altra missione nella parte sud-est della China «la parte più ricca e più commerciale di quel vasto impero, dice il Pauthier nel suo bel lavoro sul viaggiatore veneziano, e quella altresì su cui, dopo il secolo XVI, si ebbero in Europa maggiori notizie.» Se stiamo all'itinerario tracciato sulla carta del Pauthier, Marco Polo, lasciando Cambalu, si diresse al mezzodì verso Chacafu, ch'è la moderna Ho-hien-fu, una delle più ragguardevoli città del Peche-li; di là a Ciaglu, oggidì Tsan-tcheou, ove si fabbricava il sale, che veniva esportato nelle circostanti contrade, indi a Ciagli, città industriosa che i commentatori ritengono sia la moderna Tetcheu, sulle rive dell'Eu-ho, all'entrare della provincia di Shan-tung; finalmente a Codifu o Codiufu, l'attuale Tsi-nan-fu, capitale della provincia di Shan-tung, patria del grande filosofo e legislatore Confucio[31]. Codifu era a quel tempo una grande città, la più nobile di tutte quelle contrade, frequentatissima dai negozianti di seta, ed i cui meravigliosi giardini producevano gran quantità di frutti deliziosi. A tre giornate di cammino da Codiufu, Marco Polo trovò la città di Siugni, che credesi corrisponda alla moderna Lin-tsin-sceu, posta all'imboccatura del gran canale di Yun-no, punto di convegno delle innumerevoli navi che «recano nelle provincie del Mangi e del Cattai grandi mercatanzie, tanto, ch'è maraviglia a credere.» Otto giorni dopo traversava Lingni, che sembra corrispondere all'odierna città di Lin-tching-hien; quindi passava per Pigni, oggidì Pi-tcheou; Cigni, che si crede sia la moderna Sut-zi-hien, e giungeva al Caramera o Fiume Giallo, che aveva già traversato nel suo corso superiore, mentre dirigevasi verso l'Indo-China. Parlando dell'importanza di questo fiume nella navigazione e nel commercio dell'impero, ecco le parole testuali del Polo: «Sappiate che il gran fiume di Caramera, che viene dalla terra del Prete Gianni, è largo un miglio; ed è molto profondo, sì che bene vi puote andare gran nave; egli ha questo fiume bene quindicimila navi, che tutti sono del Gran Cane, per portare sue cose, quando fa oste (guerra), all'isole del mare, che 'l mare è presso a una giornata. E ciascuna di queste navi vuole bene quindici marinari, e portano in ognuna quindici cavagli cogli uomeni, co' loro arnesi e vivande.» Il nostro viaggiatore attraversò quel fiume, e si trovò nella provincia di Mangi, un tempo distinta col nome d'Impero dei Song, e sottomesso da Kublai solo dal 1278. Questo impero, prima di appartenere a Kublai-Kan, era governato da un re pacifico, che abborriva la guerra, ed era pietoso verso gl'infelici. Il testo francese dei viaggi di Marco Polo parla di lui alquanto diffusamente nei termini, seguenti, che traduciamo: «Quell'ultimo imperatore della dinastia dei Song poteva spendere tanto, che era un prodigio; vi racconterò di lui due tratti nobilissimi. Ogni anno egli faceva allattare ben ventimila bambini; dacchè è costume in quei paesi, che le povere donne gettino via i figli appena nati, quando non possono nutrirli. Il re li faceva raccoglier tutti, faceva inscrivere sotto qual segno e sotto qual pianeta erano nati, poi li dava a nutrire in diversi luoghi, perchè manteneva nutrici in quantità[32]. Quando un ricco non aveva figli, andava dal re e si faceva dare quanti bambini voleva, e quelli che voleva; poi il re, quando i giovani e le fanciulle erano in età da unirsi in matrimonio, li sposava fra loro, e dava loro da vivere; in tal modo ogni anno ne allevava ben ventimila tra maschi e femmine. Se passando in qualche strada vedeva una casa piccola fra due grandi, domandava perchè quella casetta non era grande come le altre, e se gli dicevano ciò essere perchè apparteneva ad un povero, tosto la faceva ridurre bella ed alta come le altre. Quel re si faceva sempre servire da mille paggi e da mille damigelle. Manteneva nel suo regno una giustizia così severa, che non vi si commetteva nessun delitto; durante la notte le case del mercanti rimanevano aperte, nè alcuno vi prendeva nulla; si poteva viaggiare di notte come di giorno.» Entrando nella città di Mangi, Marco Polo trovò Chygiagni, oggidì Hoai-gnan-fou, nella provincia di Kiang-nan, città posta sulle rive del fiume Giallo, la cui principale industria è la fabbricazione del sale, che si cava da alcune paludi salmastre. Ad una giornata da quella città, seguendo una strada lastricata di belle pietre, il viaggiatore giunse alla città di Pauchi, oggidì Pao-yng, rinomata pe' drappi d'oro, Chayu o Kac-yeou, i cui abitanti sono cacciatori e pescatori valenti, poi a Tai-tcheou, ove approdano navigli in gran numero; ed arrivò finalmente a Yangui. Questa città di Yangui è l'odierna Yang-tsceu, di cui Marco Polo fu governatore durante tre anni. È città popolatissima e molto commerciante, ed ha non meno di due leghe di circuito. Marco Polo partì da Yangui per diverse esplorazioni, che gli permisero di studiare minutamente le città del litorale e dell'interno. Dapprima il viaggiatore si diresse verso ponente e giunse a Nangi (da non confondersi colla moderna Nan-king), città posta in una provincia fertilissima, i cui abitanti, dice il Polo, «vivono di mercatanzie e d'arti, e hanno seta assai e uccellazioni e cacciagioni, e ogni cosa da vivere, e hanno lioni assai.» Proseguendo il suo viaggio, visitò Saianfu, oggidì Siang-yang-fou, nella provincia Hon-quang. Fu questa l'ultima città del Mangi che resistette alla dominazione di Kublai-Kan. L'imperatore vi tenne l'assedio per tre anni, e se ne impadronì da ultimo mercè i tre Polo, i quali costrussero potenti baliste che schiacciarono gli assediati sotto una grandine di sassi, alcuni dei quali pesavano fin trecento libbre. Da Saianfu Marco Polo tornò sui suoi passi per esplorare le città del litorale. Egli rientrò senza dubbio a Yang-tcheou; visitò Sigui, città posta sul fiume Yang-tse-kiang, che nel suo corso superiore è chiamato Kin-scia-kiang. Questa città di Sigui (da non confondersi con quella di cui il Polo ha parlato indietro) di cui non sanno che congetturare i commentatori, sorge in un punto ove il fiume è largo più d'una lega, e riceve più di mille navigli in una volta. Da Sigui si portò a Chiagui (la moderna Chua-tcheou), posta nel luogo ove il canale imperiale entra nel Yang-tse-kiang. È questa la città che fornisce di biade la massima parte della corte imperiale. Visitò Cinghiafu (Tching-kian-fou) di faccia a Chua-tcheou, ov'erano due chiese di cristiani nestoriani; Cinghingiu (Tchang-tcheou-fou), presso il Canale, città commerciale ed industriale, e Su-tcheu o Sut-sen, grande città di sei leghe di circuito, che, secondo la relazione esageratissima del viaggiatore veneziano, possedeva allora non meno di seimila ponti. Soggiornò qualche tempo a Ingiu, città posta ad una giornata da Su-tcheu, e che credesi corrisponda alla moderna Ho-tcheu; indi a Cianghi (Kia-hing); per ultimo entrò nella nobile città di Quinsay, l'antica e famosa Hang-tcheu, capitale della provincia di Tche-kiang, che divenne sede degli imperatori quando i Song, incalzati da Nu-tché, vi si rifugiarono, nel 1132, e allora essa fu chiamata King-se, onde la Quinsay del Polo, la King-sai di Rascideddin, e la Cansa d'Ihn-Batuta; che a torto alcuni arguirono significasse la città del cielo. Quinsay, che corrisponde alla moderna Hang-tcheou-fou, ha cento miglia di circuito, ed è traversata dal fiume Tsientang-kiang, che, diramandosi all'infinito, fa di Quinsay un'altra Venezia. Quell'antica capitale dei Song è popolosa quasi quanto Pekino; le vie sono selciate di pietre e mattoni: si contano, secondo Marco Polo, «dodicimila ponti di pietra, e sotto la maggior parte di questi ponti vi potrebbe passare, sotto l'arco, una gran nave, e per gli altri bene mezza nave.» In quella città vivono i più ricchi negozianti del mondo, le cui mogli «stanno così delicatamente come se fossero cose angeliche.» Quivi è la residenza d'un vicerè che governa per l'imperatore più di centoquaranta città. Vi si vedeva ancora il palagio dell'antico sovrano del Mangi, circondato da bei giardini, con laghi, fontane, e contenente più di mille camere. Il Gran Kan ricava da quella città e dalla provincia rendite immense, fra cui va contato il prodotto del sale, dello zuccaro, delle spezie e della seta, che costituiscono la principale produzione del paese. «A quindici miglia da Quinsay, tra greco e levante, dice il Polo, è il mare Oceano, e quine (quivi) è una città che ha nome Giafu, ove ha molto buon porto, e havvi molte navi che vengono d'India e d'altri paesi. E da questa città al mare hae un gran fiume, onde le navi possono venire infino alla terra.» Questa Giafu credesi dai commentatori sia la moderna città di Kuang-teheu o Canton, una delle più grandi e più ricche città commerciali della China. «Quando l'uomo si parte di Quinsay, dice il Veneziano, e' vae una giornata verso iscirocco, tuttavia trovando palagi e giardini molti belli, ove si truova tutte cose da vivere; di capo di questa giornata si truova questa città, c'ha nome Tapigni, molto bella e grande, ed è disotto a Quinsay.» Qualche commentatore ha ravvisato nella Tapigni del Polo la moderna Fu-yang; altri invece Chao-hing-fou. In seguito il nostro viaggiatore visitò: Nugui (Hon-tcheou), Chegui (Tchu-ki, o, secondo altri, Yen-tcheou-fou), Ciafia (Kin-tcheou), e finalmente Chagu (Kiang-chan-fu), l'ultima città del reame del Quinsay. Marco Polo entrò quindi nel regno di Fugui. Secondo la sua relazione, gli abitanti di questa contrada sarebbero gente crudele, antropofaghi, «che tutto dì vanno uccidendo gli uomeni e bevendo il sangue, e poscia gli mangiano tutti, e altro non procacciano.» Visitò Quellafu (Kien-ning-fou) sulle rive del Min, bellissima città che ha ponti di pietra lunghi un miglio; e dove «avvi galline che non hanno penni ma peli come gatte, e tutte nere, e fanno uove come le nostre, e sono molto buone da mangiare;» Ungue, città che i commentatori non hanno saputo trovare, ma che si suppone sia la moderna Mingtsing, sebbene non siavi veruna somiglianza di nome. Poco dopo il Veneziano entrò nella città di Fugui, capitale del regno di Cancha; nella quale i commentatori hanno ravvisato Fu-ceu, capitale del Fu-chian, che giace a breve distanza dal mare, sopra un braccio del Niao-tung-chiang (Min). Ivi gli abitanti sono idolatri e dediti al commercio delle pietre preziose, dello zucchero e d'altre mercanzie che vengono per mare dall'India. Da Fugui, dopo aver viaggiato per cinque giornate verso sud-ovest, attraversando valli e pianure seminate di città e castelli, raggiunse Zarton, nella quale i commentatori hanno riconosciuto l'odierna 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500