mammina che gridava dalla finestra alla sua piccola di non accostarsi
troppo alla bestia, che poteva morderla, non conoscendola.
- Oh Dio.... già.... già....
Il cane abbajava, difatti, vedendo appressarsi la bimba e, trattenuto
dalla catena, balzava in qua e in là, minacciosamente. Ma Rorò, col
tovagliolo stretto per le quattro cocche nel pugno, andava innanzi
sicura e fiduciosa che quello, or ora, certamente, avrebbe compreso la
sua carità. Ecco, già al primo richiamo scodinzolava, pur seguitando
a abbajare; ed ecco, ora, al primo tozzo di pane, non abbajava più.
Oh poverino, poverino, con quale voracità ingojava i tozzi uno dopo
l'altro! Ma ora, ora veniva il meglio.... E Rorò, senza la minima
apprensione, stese con le due manine la carta coi resti del desinare
sotto il muso del cane che, dopo aver mangiato e leccato a lungo la
carta, guardò la bimba, dapprima quasi meravigliato, poi con affettuosa
riconoscenza. Quante carezze non gli fece allora Rorò, a mano a mano
sempre più rinfrancata e felice della sua confidenza corrisposta;
quante parole di pietà non gli disse; arrivò finanche a baciarlo
sul capo, provandosi ad abbracciarlo, mentre di lassù la mamma,
sorridendo e con le lagrime agli occhi, le gridava che tornasse su.
Ma il cane ora avrebbe voluto ruzzare con la bimba: s'acquattava, poi
springava smorfiosamente, senza badare agli strattoni della catena, e
si storcignava tutto, guaendo, ma di gioja. Non doveva pensare Rorò,
quella notte, che il cane se ne stesse tranquillo perchè lei gli aveva
recato da mangiare e lo aveva confortato con le sue carezze? Una sola
volta, per poco, a una cert'ora, s'intesero i suoi latrati; poi, più
nulla. Certo il cane, sazio e contento, dormiva. Dormiva, e lasciava
dormire.
- Mamma, - disse Rorò, felice del rimedio finalmente trovato. -
Domattina, di nuovo, mamma, è vero?
- Sì.... sì.... - le rispose la mamma, non comprendendo bene, nel sonno.
E la mattina appresso, il primo pensiero di Rorò fu d'affacciarsi a
vedere il cane che non s'era inteso tutta la notte.
Eccolo là: steso di fianco per terra, con le quattro zampe diritte,
stirate, come dormiva bene! E nel valloncello non c'era nessuno: pareva
ci fosse soltanto il gran silenzio che, per la prima volta, quella
notte, non era stato turbato.
Insieme con Rorò e con la mammina, gli altri inquilini guardavano
anch'essi stupiti quel silenzio di laggiù e quel cane che dormiva
ancora, lì disteso, a quel modo. Era dunque vero che il pane, le
carezze della bimba avevano fatto il miracolo di lasciar dormire tutti
e anche la povera bestia?
Solo la finestra del Barsi restava chiusa.
E, poichè il villano ancora non si vedeva laggiù, e forse per quel
giorno, come spesso avveniva, non si sarebbe veduto, parecchi degli
inquilini persuasero la signora Crinelli ad arrendersi al desiderio di
Rorò di recare al cane - com'ella diceva - la colazione.
- Ma bada.... piano, - la ammonì la mamma. - E poi su, presto, senza
indugiarti, eh?
Seguitò a dirglielo dalla finestra, mentre la bimba scendeva con
passetti lesti, ma cauti, tenendo la testina bassa e sorridendo tra sè
per la festa che s'aspettava dal suo grosso amico che dormiva ancora.
Giù, sotto la roccia, tutto raggruppato come una belva in agguato,
era intanto Jaco Naca, col fucile. La bimba, svoltando, se lo trovò di
faccia, all'improvviso, vicinissimo: ebbe appena il tempo di guardarlo
con gli occhi spaventati: rintronò la fucilata, e la bimba cadde
riversa, tra gli urli della madre e degli altri inquilini, che videro
con raccapriccio rotolare il corpicciuolo giù per il pendìo fin presso
al cane rimasto là, inerte, con le quattro zampe stirate.
IL SALTAMARTINO.
Prima che Fabio Feroni, non più assistito dal senno antico, si fosse
indotto a prender moglie, per lunghi anni, mentre gli altri cercavano
un po' di svago dalle consuete fatiche o in qualche passeggiata o nei
caffè, da uomo solitario com'era allora, aveva trovato il suo spasso
nel terrazzino della vecchia casa di scapolo, ove, tra tanti vasi di
fiori, eran pur mosche assai e ragni e formiche e altri insetti, della
cui vita s'interessava con curiosità e con amore.
Si spassava sopratutto assistendo agli sforzi sconnessi d'una vecchia
tartaruga, la quale da parecchi anni s'ostinava, testarda e dura, a
salire il primo dei tre gradini per cui da quel terrazzo si andava alla
saletta da pranzo.
- Chi sa, - aveva pensato più volte il Feroni, - chi sa quali delizie
s'immagina di trovare in quella saletta, se da tant'anni dura questa
sua ostinazione!
Ecco, riuscita con sommo stento a superar l'alzata dello scalino,
quando già poneva su l'orlo della pedata le zampette sbieche e raspava,
raspava disperatamente per tirarsi su, tutt'a un tratto perdeva
l'equilibrio, ricadeva giù riversa su la scaglia rocciosa.
Più d'una volta il Feroni, pur sicuro che essa, se alla fine avesse
superato il primo, poi il secondo, poi il terzo scalino, fatto un giro
nella saletta da pranzo, avrebbe voluto ritornar giù al battuto del
terrazzo, la aveva presa e delicatamente posata sul primo scalino,
premiando così la vana ostinazione di tanti anni.
Ma aveva con meraviglia esperimentato che la tartaruga, o per paura o
per diffidenza, non aveva voluto mai avvalersi di quel suo ajuto e,
ritratte la testa e le zampe entro la scaglia, se n'era per un gran
pezzo rimasta lì come pietra, e poi, pian piano voltandosi, s'era
rifatta all'orlo dello scalino, dando segni non dubbii di volerne
discendere.
E allora egli la aveva rimessa giù; ed ecco poco dopo la tartaruga
riprender l'eterna fatica di salir da sè quel primo scalino.
- Che bestia! - aveva esclamato il Feroni, la prima volta. Ma poi,
riflettendoci meglio, s'era accorto d'aver detto bestia a una bestia,
come si dice bestia a un uomo.
Infatti, le aveva detto bestia, non già perchè in tanti e tanti
anni di prova essa ancora non aveva saputo farsi capace che, essendo
troppo alta l'alzata di quello scalino, per forza, nell'aderirvi tutta
verticalmente, avrebbe dovuto a un punto perder l'equilibrio e cader
riversa; ma perchè, ajutata da lui, aveva ricusato l'ajuto.
Che seguiva però da questa riflessione? Che, dicendo in questo senso
bestia a un uomo, si viene a fare alle bestie una gravissima ingiuria,
perchè si viene a scambiare per stupidità quella che invece è probità
in loro o prudenza istintiva. Bestia si dice a un uomo che ricusa
l'ajuto, perchè non par lecito pregiare in un uomo quella che nelle
bestie è probità.
Tutto questo in generale.
Il Feroni poi aveva ragioni sue particolari di recarsi a dispetto
quella probità o prudenza che fosse della vecchia tartaruga, e per un
po' si compiaceva delle ridicole e disperate spinte ch'essa tirava nel
vuoto così riversa, e alla fine, stanco di vederla soffrire, le soleva
allungare un solennissimo calcio.
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Mai, mai nessuno che avesse voluto dare a lui una mano in tutti i suoi
sforzi per salire!
E tuttavia, neppure di questo si sarebbe in fondo doluto molto Fabio
Feroni, conoscendo le aspre difficoltà dell'esistenza e l'egoismo che
ne deriva agli uomini, se nella vita non gli fosse toccato di fare
un'altra ben più triste esperienza, per la quale gli pareva d'aver
quasi acquistato un diritto, se non proprio all'ajuto, almeno alla
commiserazione altrui.
E l'esperienza era questa: che, ad onta di tutte le sue diligenze,
sempre, com'egli era proprio lì lì per raggiunger lo scopo a cui per
tanto tempo aveva teso con tutte le forze dell'anima, accorto, paziente
e tenace, sempre il caso con lo scatto improvviso d'un saltamartino,
s'era divertito a buttarlo riverso a pancia all'aria - proprio come
quella tartaruga lì.
Giuoco feroce. Una ventata, un buffetto, una scrollatina, sul più
bello, e giù tutto.
Nè era da dire che le sue cadute improvvise meritavano scarsa
commiserazione per la modestia delle sue aspirazioni. Prima di tutto,
non sempre, come in questi ultimi tempi, erano state modeste le sue
aspirazioni. Ma poi.... - sì, certo, quanto più dall'alto, tanto più
dolorose, le cadute - ma quella d'una formica da uno sterpo alto due
palmi, non vale agli effetti quella d'un uomo da un campanile? Oltre
che la modestia delle aspirazioni, se mai, avrebbe dovuto far giudicare
più crudele quel giochetto del caso. Bel gusto, difatti, prendersela
con una formica, cioè con un poveretto che da anni e anni stenta
e s'industria in tutti i modi a tirar su e ad avviare tra ripieghi
e ripari un piccolo espediente per migliorar d'un poco la propria
condizione; là, sorprenderlo a un tratto e frustrare in un attimo
tutti i sottili accorgimenti, la lunga pena d'una speranza pian pianino
condotta quasi per un filo sempre più tenue a ridursi a effetto!
Non sperare più, non più illudersi, non desiderare più nulla; andare
innanzi così, in una totale remissione, abbandonato del tutto alla
discrezione della sorte - ecco, l'unica sarebbe stata questa: lo capiva
bene, Fabio Feroni. Ma, ahimè, speranze e desideri e illusioni gli
rinascevano, quasi a dispetto, irresistibilmente: erano i germi che la
vita stessa gettava e che cadevano anche nel suo terreno, il quale, per
quanto indurito dal gelo dell'esperienza, non poteva non accoglierli,
impedire che mettessero una pur debole radice e sorgessero pallidi, con
timidità sconsolata nell'aria cupa e diaccia della sua sconfidenza.
Tutt'al più, poteva fingere di non accorgersene, ecco; o anche dire a
sè stesso che non era mica vero ch'egli sperava questo e desiderava
quest'altro; o che si faceva la più piccola illusione che quella
speranza o quel desiderio potessero mai ridursi a effetto. Tirava
via, proprio come se non sperasse nè desiderasse più nulla, proprio
come se non s'illudesse più per niente; ma pur guardando, quasi con la
coda dell'occhio, la speranza, il desiderio, l'illusione soppiatta e
seguendoli serio serio, quasi di nascosto da sè stesso.
Quando poi il caso, all'improvviso, immancabilmente, dava a essi il
solito sgambetto, egli n'aveva sì un soprassalto, ma fingeva che fosse
una scrollatina di spalle; e rideva agro e annegava il dolore nella
soddisfazione sapor d'acqua di mare di non aver punto sperato, punto
desiderato, di non essersi illuso per nientissimo affatto; e che perciò
quel demoniaccio del caso questa volta, eh no, questa volta no, non
gliel'aveva fatta davvero!
- Ma si capisce!... Ma si capisce!... - diceva in questi momenti agli
amici, ai conoscenti, suoi compagni d'ufficio, là nella biblioteca
ov'era impiegato.
Gli amici lo guardavano senza comprender bene che cosa si dovesse
capire.
- Ma non vedete? È caduto il Ministero! - soggiungeva il Feroni. - E si
capisce!
Pareva che lui solo capisse le cose più assurde e inverosimili, da
che non sperando più, per così dire, direttamente, ma coltivando per
passatempo speranze immaginarie, speranze che avrebbe potuto avere e
non aveva, illusioni che avrebbe potuto farsi e non si faceva, s'era
messo a scoprire le più strambe relazioni di cause e d'effetti per ogni
minimo che; e oggi era la caduta del Ministero, e domani la venuta
dello Scià di Persia a Roma, e doman l'altro l'interruzione della
corrente elettrica che aveva lasciato al bujo per mezz'ora la città.
Insomma, Fabio Feroni s'era ormai fissato in ciò che egli chiamava
lo scatto del saltamartino; e, così fissato, era caduto in preda
naturalmente alle più stravaganti superstizioni, che, distornandolo
sempre più dalle sue antiche, riposate meditazioni filosofiche, gli
avevan fatto commettere più d'una vera e propria stranezza e leggerezze
senza fine.
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Prese moglie, un bel giorno, lì per lì, come si beve un uovo, per non
dar tempo al caso di mandargli tutto a gambe all'aria.
Veramente, egli guardava da un pezzo (al solito, con la coda
dell'occhio) quella signorina Molesi, che stava presso la biblioteca:
Dreetta Molesi, che più gli pareva bella e piena di grazia e più diceva
a tutti ch'era brutta e smorfiosa.
Alla sposina che, avendo una gran fretta anche lei, si lamentava
della troppa fretta di lui, disse che aveva già tutto pronto da tempo:
la casa, così e così, che ella però non doveva chiedere di visitare
avanti, perchè gliela riserbava come una bella sorpresa per il giorno
delle nozze; e non volle dire neppure in qual via fosse, temendo
che di nascosto o con la madre o col fratello andasse a visitarla,
tentata dalle minuziose descrizioni ch'egli le aveva fatto di tutti
i comodi ch'essa offriva e della vista che si godeva dalle finestre,
e dei mobili che aveva acquistati e disposti amorosamente nelle varie
camerette.
Discusse a lungo con lei sul viaggio di nozze: a Firenze? a Venezia?
Ma quando fu sul punto, partì per Napoli, certo d'aver così gabbato
il caso, d'averlo cioè spedito a Firenze e a Venezia da un albergo
all'altro per guastargli le gioje della luna di miele, mentr'egli se le
sarebbe godute, quieto e riparato, a Napoli.
Tanto Dreetta quanto i parenti rimasero storditi di questa improvvisa
risoluzione di partire per Napoli, quantunque già un poco avvezzi a
simili repentini cambiamenti in lui sia d'umore sia di propositi. Non
s'immaginavano che una ben più grande sorpresa li aspettava al ritorno
dal viaggio di nozze.
Dov'era la casetta, il nido già apparecchiato da tempo e descritto con
tanta minuzia? Dov'era? Nel sogno, che Fabio Feroni destinava, come
tutti gli altri, al caso, perchè si spassasse a distruggerglielo a sua
posta con qualcuna delle sue improvvise prodezze. Là, in due camerette
ammobigliate, scelte lì per lì in treno, ritornando da Napoli, tra
le tante disponibili negli annunzi d'affitti di un giornale, si vide
condotta Dreetta appena giunta a Roma.
L'ira, l'indignazione questa volta ruppero tutti i freni finora
imposti dalla buona creanza e dalla poca confidenza. Dreetta e i
parenti gridarono all'inganno, anzi peggio, all'impostura. Impostura,
sì, sì, impostura! Ma come! Perchè mentire così? far vedere una casa
apparecchiata di tutto punto, piena di tutti i comodi, perchè?
Fabio Feroni, che s'aspettava quello scoppio, attese paziente che le
prime furie svaporassero, sorridendo contento di quel suo martirio, e
cercandosi con le dita nelle narici qualche peluzzo da tirare.
Dreetta piangeva? i parenti lo ingiuriavano? Era bene, era bene che
fosse così, per tutta la gioja ch'egli aveva or ora goduta a Napoli,
per tutto l'amore che gli riempiva l'anima. Era bene che fosse così.
Perchè piangeva Dreetta? Per una casa che non c'era? Eh via, poco male!
ci sarebbe stata!
E spiegò ai parenti perchè non avesse apparecchiato avanti la casetta e
perchè avesse mentito; spiegò che la sua menzogna, del resto, appariva
tale un po' anche per colpa loro, cioè delle troppe domande che gli
avevano rivolte quand'egli sul principio aveva dichiarato d'aver tutto
pronto da tempo e di voler fare alla sposina una bella sorpresa. Aveva
pronto il denaro, ed eccolo lì: sette mila lire, risparmiate e raccolte
in tanti anni e con tanti stenti; e la sorpresa che preparava a Dreetta
era questa: di darle in mano quel denaro, perchè pensasse lei, lei
soltanto, a metter su il nido di suo gusto, come una necessità e non
come un sogno. Ma, per carità! non seguisse ella in nulla e per nulla
la descrizione immaginaria che lui gliene aveva fatta un tempo: tutto
diverso doveva essere; scegliesse lei con l'ajuto della mamma e del
fratello; egli non voleva saperne nulla, perchè se minimamente avesse
approvato questa o quella scelta e se ne fosse compiaciuto, addio ogni
cosa! E volle infine prevenirli che se speravano ch'egli delle loro
compere e dell'assetto della casa e di tutto quanto si dichiarasse
contento, se lo levassero pure dal capo, perchè egli fin d'ora, a ogni
modo, se ne dichiarava scontento, scontentissimo.
Fosse per questo, fosse per la cordialità dei padroni di casa, buoni
vecchi all'antica, marito e moglie con una figliuola nubile, Dreetta
non s'affrettò più di comporsi il nido. Rimasero d'accordo coi padroni
di casa, che avrebbero sloggiato alla nascita del primo figliuolo.
Intanto i primi mesi di matrimonio furono un fiume di pianto nascosto
per Dreetta, la quale, volendo vivere a modo del marito, ancora
non s'era accorta ch'egli diceva tutto il contrario di quello che
desiderava.
Fabio Feroni in fondo desiderava tutto ciò che avrebbe potuto far
contenta la sposina; ma, sapendo che, se avesse manifestato e seguìto
quei desideri, il caso li avrebbe subito rovesciati, per prevenirlo,
manifestava e seguiva i desideri contrarî; e la sposina viveva
infelice. Quand'ella infine se n'accorse e cominciò a fare a suo
modo, cioè tutt'al contrario di quel che diceva lui, la gratitudine,
l'affetto, l'ammirazione di Fabio Feroni per lei raggiunsero il colmo.
Ma il pover'uomo si guardò bene dall'esprimerli; si sentì felice
anche lui, e cominciò a tremarne. Così pieno di gioja, come fare
a nasconderla? a dichiararsi scontento? E guardando la sua piccola
Dreetta già incinta, gli occhi gli s'invetravano di lagrime; lagrime di
tenerezza e di riconoscenza.
Negli ultimi mesi la moglie, col fratello e la mamma, si diede
attorno, per metter su la casetta. La trepidazione di Fabio Feroni
divenne in quei giorni più che mai angosciosa. Sudava freddo a tutte
le espressioni di giubilo della sposina, soddisfatta della compera di
questo o di quel mobile.
- Vieni a vedere.... vieni a vedere.... - gli diceva Dreetta.
Con tutte e due le mani egli avrebbe voluto turarle la bocca. La
gioja era troppa; quella era anzi la felicità, la vera felicità
raggiunta. Non era possibile che non accadesse da un momento all'altro
una disgrazia. E Fabio Feroni si mise a guardare attorno e innanzi e
indietro con rapidi sguardi obliqui per scoprire e prevenir l'insidia
del caso, l'insidia che poteva annidarsi anche in un granellino di
polvere; e si buttava con le mani a terra, gattone, per impedire il
passo alla moglie se scorgeva sul pavimento qualche buccia su cui il
piedino di lei avrebbe potuto smucciare. Ecco, forse l'insidia era
là, in quella buccia! O forse.... ma sì, in quella gabbia lì, del
canarino.... Già una volta Dreetta era montata su un sediolino, col
rischio di cadere, per rimetter la canapuccia nel vasetto. Via quel
canarino! E alle proteste, al pianto di Dreetta, egli, tutt'arruffato,
ispido, come un gatto fustigato:
- Per carità, - s'era messo a gridare, - ti prego, lasciami fare!
lasciami fare!
E gli occhi sbarrati gli andavano di continuo in qua e in là, con una
mobilità e una lucentezza inquietanti.
Finchè una notte ella non lo sorprese in camicia con una candela
in mano, che andava cercando l'insidia del caso entro le tazzine da
caffè capovolte e allineate sul palchetto della credenza nella sala da
pranzo.
- Fabio, che fai?
E, lui, ponendosi un dito su la bocca:
- Ssss..... zitta! Lo scovo! Ti giuro che questa volta lo scovo.... Non
me la fa!
Tutt'a un tratto, o fosse un topo, o un soffio d'aria, o uno
scarafaggio sui piedi nudi, il fatto è che Fabio Feroni diede un urlo,
un balzo, un salto da montone, e s'afferrò con le due mani il ventre
gridando che lo aveva lì, lì, il saltamartino, lì dentro, lì dentro lo
stomaco! E dàlli a springare, a springare in camicia per tutta la casa,
poi giù per le scale e poi fuori, per la via deserta, nella notte,
urlando, ridendo, mentre Dreetta scarmigliata gridava ajuto dalla
finestra.
QUANDO SI COMPRENDE.
I passeggieri arrivati a Roma col treno notturno alla stazione di
Fabriano dovettero aspettar l'alba per proseguire in un lento trenino
sgangherato il loro viaggio su per le Marche.
All'alba, in una lercia vettura di seconda classe, nella quale avevano
già preso posto cinque viaggiatori, fu portata quasi di peso una
signora così abbandonata nel cordoglio che non si reggeva più in piedi.
Lo squallor crudo della prima luce, nell'angustia opprimente di quella
sudicia vettura intanfata di fumo, fece apparire come un incubo ai
cinque viaggiatori, che avevano passato insonne la notte, tutto quel
viluppo di panni, goffo e pietoso, issato con sbuffi e gemiti su dalla
banchina e poi su dal montatojo.
Gli sbuffi e i gemiti che accompagnavano e quasi sostenevano, da
dietro, lo stento, erano del marito, che alla fine spuntò, gracile e
sparuto, pallido come un morto, ma con gli occhietti vivi vivi, aguzzi
nel pallore.
L'afflizione di veder la moglie in quello stato non gl'impediva
tuttavia di mostrarsi, pur nel grave imbarazzo, cerimonioso; ma lo
sforzo fatto lo aveva anche, evidentemente, un po' stizzito, forse
per timore di non aver dato prova davanti a quei cinque viaggiatori
di bastante forza a sorreggere e introdurre nella vettura il pesante
fardello di quella moglie là.
Preso posto, però, dopo aver porto scusa e ringraziamenti ai compagni
di viaggio che si erano scostati per far subito sedere la signora
sofferente, potè mostrarsi cerimonioso e premuroso anche con lei e le
rassettò le vesti addosso e il bavero della mantiglia che le era salito
sul naso.
- Stai bene, cara?
La moglie, non solo non gli rispose, ma con ira si tirò su di nuovo
la mantiglia - più su, fino a nascondersi tutta la faccia. Egli allora
sorrise afflitto; poi sospirò:
- Eh.... mondo di guai!...
E volle spiegare ai compagni di viaggio che la moglie era da compatire
perchè si trovava in quello stato per l'improvvisa e imminente partenza
dell'unico figliuolo per la guerra. Disse che da vent'anni non vivevano
più che per quell'unico figliuolo. Per non lasciarlo solo, l'anno
avanti, dovendo egli intraprendere gli studii universitari, s'erano
trasferiti da Sulmona a Roma. Scoppiata la guerra, il figliuolo,
chiamato sotto le armi, s'era iscritto al corso accelerato degli
allievi ufficiali; dopo tre mesi, nominato sottotenente di fanteria e
assegnato al 12º reggimento, brigata Casale, era andato a raggiungere
il deposito a Macerata, assicurando loro che sarebbe rimasto colà
almeno un mese e mezzo per l'istruzione delle reclute: ma ecco che,
invece, dopo tre soli giorni lo mandavano al fronte. Avevano ricevuto
a Roma il giorno avanti un telegramma che annunziava questa partenza a
tradimento. E si recavano a salutarlo, a vederlo partire.
La moglie sotto la mantiglia s'agitò, si restrinse, si contorse, rugliò
anche più volte come una belva, esasperata da quella lunga spiegazione
del marito, il quale, non comprendendo che nessun compatimento speciale
poteva venir loro per un caso che capitava a tanti, forse a tutti,
avrebbe anzi suscitato irritazione e sdegno in quei cinque viaggiatori,
che non si mostravano abbattuti e vinti come lei nel cordoglio, pur
avendo anch'essi probabilmente uno o più figliuoli alla guerra. Ma
forse il marito parlava apposta e dava quei ragguagli del figlio unico
e della partenza improvvisa dopo tre soli giorni, ecc., perchè gli
altri ripetessero a lei con dura freddezza tutte quelle parole ch'egli
andava dicendo da alcuni mesi, cioè da quando il figliuolo era sotto le
armi; e non tanto per confortarla e confortarsi, quanto per persuaderla
dispettosamente a una rassegnazione per lei impossibile.
Difatti quelli accolsero freddamente la spiegazione. Uno disse:
- Ma ringrazii Dio, caro signore, che parta soltanto adesso il suo
figliuolo! Il mio è già su dal primo giorno della guerra. Ed è stato
ferito, sa? già due volte. Per fortuna, una volta al braccio, una volta
alla gamba, leggermente. Un mese di licenza, e via! Di nuovo al fronte.
Un altro disse:
- Ce n'ho due, io. E tre nipoti.
- Eh, ma un figlio unico.... - si provò a far considerare il marito.
- Non è vero, non lo dica! - lo interruppe quello sgarbatamente. -
S'avvizia un figlio unico, ma non s'ama mica di più! Un pezzo di pane,
quando s'hanno più figliuoli, tanto a ciascuno, va bene; ma non l'amore
paterno: a ciascun figliuolo un padre dà tutto quello di cui è capace.
E s'io peno adesso, non peno metà per l'uno, metà per l'altro; peno per
due.
- È vero, sì, quest'è vero, - ammise con un sorriso timido, pietoso e
impacciato il marito. - Ma guardi.... (siamo a discorso, adesso.... e
facciamo tutti gli scongiuri....) ma ponga il caso.... non il suo, per
carità, egregio signore.... il caso d'un padre ch'abbia più figliuoli
alla guerra.... ne perde (non sia mai!) uno.... gli resta l'altro
almeno!
- Già, sì; e l'obbligo di vivere per quest'altro, - affermò subito,
accigliato, quello. - Il che vuol dire che se a lei.... non diciamo
a lei, a un padre che abbia un solo figliuolo, càpita il caso che
questo gli muoja, se della vita lui non sa più che farsene, morto il
figliuolo, se la può togliere, e addio; mentr'io, capisce? bisogna che
me la tenga io, la vita, per l'altro che mi resta; e il caso peggiore
dunque è sempre il mio!
- Ma che discorsi! - scattò a questo punto un altro viaggiatore, grasso
e sanguigno, guardando in giro coi grossi occhi chiari acquosi e venati
di sangue.
Ansimava, e pareva gli dovessero schizzar fuori, quegli occhi, dalla
interna violenza affannosa d'una vitalità esuberante, che il corpaccio
disfatto non riusciva più a contenere. Si pose una manona sformata
innanzi alla bocca, come assalito improvvisamente dal pensiero dei
due denti che gli mancavano davanti: ma poi, tanto, non ci pensò più e
seguitò a dire, sdegnato:
- O che i figliuoli li facciamo per noi?
Gli altri si sporsero a guardarlo, costernati. Il primo, quello che
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