figliuoli miei; che n'ho fatti di viaggi a Palermo!... Ecco, ecco,
guardate qua....
E donna Mimma si china a prendere tra quelle due manine, che quasi non
pajono, ma che pure han tanta forza, un bel bimbone della strada, che
s'è fermato innanzi alla farmacia, e lo leva alto, nel sole.
- Anche questo! E quanti ne vedete, tutti io! Sono andata a comperarvi
tutti io, a Palermo, senza diploma! Che serve il diploma?
Il giovane farmacista sorride.
- Va bene, donna Mimma, sì.... voi.... l'esperienza, certo.... ma....
E la guarda afflitto e impacciato e neanche lui ha il coraggio di farle
intravvedere la minaccia che le pende sul capo.
Finchè dalla Prefettura del capoluogo le arriva una carta con tanto di
stemma e tanto di bollo, mezza stampata e mezza scritta a mano, nella
quale ella non sa legger bene, ma indovina che si parla del diploma che
non ha, e che ai sensi degli articoli tali e tali.... È ancora dietro
a decifrarla, quella carta, che una guardia la viene a invitare a nome
del sindaco....
- La moglie? Così presto? - domanda donna Mimma, contrariata.
- No, al municipio, - risponde la guardia - per una comunicazione.
Donna Mimma s'acciglia:
- A me? per questa carta?
La guardia si stringe nelle spalle:
- Io non so; venite e saprete.
Donna Mimma va; e, al municipio, trova il sindaco là, dispiaciutissimo.
Anche lui è stato comperato a Palermo da donna Mimma; e anche due
figliuoli donna Mimma è andata a comperare per lui a Palermo e presto
per un terzo dovrebbe mettersi in viaggio con la lettiga; ma....
- Ecco qua, donna Mimma! Vedete? Un'altra carta anche a noi, dalla
Prefettura. Per voi, sì. E non c'è che fare, non c'è che fare.... Voi
avete interdetto l'esercizio della professione!
- Io?
- Voi, perchè non avete il diploma, cara donna Mimma! E ora, la
legge....
- Ma che legge? - esclama donna Mimma, che non ha più una goccia di
sangue nelle vene. - Legge nuova?
- Non nuova, no! Ma noi qua, c'eravate voi sola, da tant'anni....
vi conoscevamo, vi volevamo bene, avevamo tutta la fiducia in voi,
e abbiamo perciò lasciato correre; ma siamo in contravvenzione anche
noi, donna Mimma! Queste maledette formalità, capite? Finchè c'eravate
voi sola.... Ma ora è venuta quella là; ha saputo che voi non avete
il diploma; e visto che qua non la chiama nessuno, capite? ha fatto
reclamo alla Prefettura, e voi non potete più esercitare, o dovete
andare a Palermo, davvero questa volta! All'Università, sì, per
prendere il diploma, anche voi, come quella....
- Io? a Palermo? alla mia età? a cinquantasei anni? dopo trentacinque
anni di professione? mi fanno questo affronto? io, il diploma?
Un'intera popolazione.... Ma come? c'è bisogno di diploma? di saper
leggere e scrivere, per queste cose qua? Io so leggere appena! E a
Palermo, io che non mi sono mai mossa di qua? Io mi ci perdo! Alla
mia età? Per quella smorfiosa lì, che la voglio vedere, con tutto il
suo diploma.... Vuole competere con me? E che hanno da insegnare a
me, che li fascio e li sfascio tutti quanti, i meglio professori, dopo
trentacinque anni di professione? Debbo andare a Palermo davvero? Come?
per due anni?
Non la finisce più donna Mimma: un torrente di lagrime irose,
disperate, tra un precipizio di domande saltanti, balzanti. Il sindaco,
dolente, vorrebbe arrestar quell'impeto; un po' lo lascia sfogare; di
nuovo si prova ad arrestarlo; - due anni passano presto; sì, è duro,
certo; ma che insegnare! no! pro forma, per avere quel pezzo di carta!
per non darla vinta a questa ragazzaccia.... - Poi, accompagnandola
fino alla soglia dell'uscio, battendole una mano dietro le spalle,
come un buon figliuolo, per esortarla a far buon animo, cerca di farla
sorridere: via.... via.... come si smarrirebbe a Palermo, lei, che non
passa giorno, ci va tre e quattro volte?
S'è tirato lo scialle nero sul fazzoletto celeste, donna Mimma; e le
sue manine stringono, di sotto, quello scialle nero sul volto, per
nascondere le lagrime. Bimbi, quel fazzoletto di seta celeste! - La
santa poesia della vostra nascita, ecco, ha preso il lutto: se ne
va a Palermo, senza lettiga bianca, a studiar meèutica, e la sepsi
e l'antisepsi, l'estremo cefalico, l'estremo pelvi-podalico.... Così
vuole la legge. Donna Mimma piange; non se ne può consolare: sa leggere
appena; si smarrirà tra l'irta scienza di quei dotti professoroni,
là, a Palermo, dove ella tante volte è andata con la poesia della sua
lettiga bianca....
- Signora mia, signora mia....
Un pianto, un pianto che spezza il cuore, presso ciascuna delle sue
clienti, da cui va a licenziarsi, prima di partire. E in ogni casa, si
china con le piccole mani tremanti, oh sì, ora le cava fuori senza più
ritegno, a carezzar la testina bionda o bruna dei bimbi, e lascia tra
quei riccioli, insieme coi baci, cader le lagrime, inconsolabilmente.
- Vado a Palermo.... vado a Palermo.
E i bimbi, sbigottiti, la guardano e non comprendono perchè pianga
tanto, questa volta, per andare a Palermo. Pensano che forse è una
sciagura anche per loro, per tutti i bimbi che sono ancora là, da
comperare.
Dicono le mamme:
- Ma noi v'aspetteremo....
Donna Mimma le guarda con gli occhi lagrimosi, tentenna il capo. Come
può farsi quest'inganno pietoso, lei che sa bene com'è la vita?
- Signora mia, due anni?
E se ne parte col cuore spezzato, tirandosi lo scialle nero sul
fazzoletto celeste.
II.
Donna Mimma studia.
Palermo. Vi arriva di sera donna Mimma: piccola, nell'immensa piazza
della Stazione.... - Oh Gesù! lune? che sono? venti.... trenta,
attorno.... che piazza! che grandezza! Ma per dove?
- Di qua.... di qua....
Tra tutti quei palazzi, incubi d'ombre gigantesche straforate da
lumi, accecata da tanto rimescolìo sotto, di sbarbagli, e sopra da
tanti strisci luminosi, file, collane di lampade per le vie lunghe
diritte senza fine, tra il tramestìo di gente che le balza di qua, di
là, improvvisa, nemica, e il fracasso che da ogni parte la investe,
assordante, di vetture che scappano precipitose, non avverte, in quello
stupore rotto da continui sgomenti, se non la violenza da cui dentro
è tenuta e a cui via via si strappa per cacciarsi a forza in quello
scompiglio d'inferno, dopo l'intronamento e la vertigine del viaggio in
ferrovia, il primo in vita sua. (Gesù, la ferrovia! montagne, pianure
che si movevano, giravano e scappavano, via con gli alberi, via con le
case sparse e i paesi lontani, e di tratto in tratto l'urto violento
d'un palo telegrafico, fischi, scossoni, lo spavento dei ponti e delle
gallerie, una dopo l'altra, abbagli e accecamenti, vento e soffocazione
in quella tempesta di strepiti, nel bujo.... Gesù! Gesù!)
- Come dici? che dici?
Non sente nulla, non sa più buttare i piedi, si tiene stretta accosto
al nipote che l'accompagna - giovanotto, stendardo della casa - ah!
padrone del mondo, lui, che può ridere e andar sicuro, pratico, chè c'è
stato, lui, due anni militare qua a Palermo.
- Come dici?
Sì, certo, la carrozza.... Che carrozza? Ah già, sì, la carrozza....
certo! come entrare in città, come camminare per via con quel grosso
fagotto di panni sotto il braccio fino alla locanda?
Guarda il fagotto: c'è lei lì dentro; e tutta vorrebbe esserci, in
quella roba sua lì affagottata sotto il braccio del nipote, lei fatta
di pezza e solo odore di panni, per non vedere e non sentire più nulla.
- Dàllo a me! Dàllo a me!
Vorrebbe tenercisi stretta a quei panni, per sentircisi meglio dentro;
ma l'anima è fuori, qua allo sbaraglio di tante impressioni che la
assaltano da tutte le parti. Risponde di sì, di sì, ma non capisce
bene i cenni che il nipote le fa. O Gesù mio, ma perchè domandare a
lei? Come una creaturina nelle mani di lui, farà tutto quello che lui
vorrà: sì, la carrozza; sì, la locanda, quella che lui vorrà! Per ora
è come in un mare in tempesta, e prendere una carrozza è per lei come
agguantare una barca; giungere alla locanda, come toccare la riva.
Pensa con terrore, quando, di qui a tre giorni, il nipote ritornerà al
paese dopo averle trovato alloggio e pensione, come resterà lei qua in
mezzo a questa babilonia, sola, sperduta....
------
Passando in carrozza diretti alla locanda, il nipote le propone
d'andare a veder la fiera in Piazza Marina.
- La fiera? Che fiera?
- La fiera dei Morti.
Si fa la croce donna Mimma. Domani, i Morti, già.... Arriva la sera
del primo novembre, a Palermo, vigilia dei Morti, lei che a Palermo
c'è sempre venuta per comperare la vita! I Morti, già.... Ma i Morti
sono la Befana per i bambini dell'isola: i giocattoli, a loro, non li
porta la Vecchia Befana il sei di gennajo; li portano i Morti il due di
novembre, che i grandi piangono e i piccoli fanno festa.
- Gente assai?
Tanta, tanta, senza fine, che le carrozze non possono passare: tutti
i babbi, tutte le mamme, nonne, zie, vanno alla fiera dei Morti
in Piazza Marina a comperare i giocattoli per i loro piccini. Le
bambole? sì, le sorelline piccole. I pupi di zucchero? sì, i piccoli
fratellini; quelli, quelli che lei donna Mimma, alla fiera della Vita,
nell'illusione dei bimbi del suo paese lontano, tant'anni è venuta a
comperare qua a Palermo e a recar loro laggiù, con la lettiga d'avorio:
giocattoli, ma veri, con occhi veri, vivi, manine vere, gracili,
fredde, paonazze, serrate, e la boccuccia sbavata che piange....
Sì; ma ora gli occhi di donna Mimma, davanti allo spettacolo tumultuoso
di quella fiera sono anche più meravigliati di quelli d'una bimba; e
non può pensare donna Mimma che il sogno de' suoi viaggi misteriosi,
quale essa lo rappresentava ai bimbi del suo paese, ora qua, davanti
alla fiera, ecco, diventa quasi una realtà. Non può pensarlo, non solo
perchè tra le grida squarciate dei venditori innanzi alle baracche
illuminate da lampioncini multicolori, tra i sibili dei fischietti,
gli scampanellii, i mille rumori della fiera e il pigia pigia della
folla che seguita di continuo ad affluire nella piazza, lo stordimento
le cresce e insieme la paura della grande città, ma anche perchè è
lei qui ora la bimba a cui l'incanto è fatto. E poi quell'aria da cui
si sentiva avvolta nel suo paesello, aria di favola che la seguiva
per le vie e nelle case in cui entrava, che induceva tutti, grandi
e piccoli, a rispettarla, perchè dal mistero della nascita era lei
quella che recava in ogni casa i bimbi nuovi, la vita nuova al vecchio
decrepito paesello; qui ora quell'aria non l'ha più attorno. Spogliata
crudelmente della sua parte - eccola - che cosa è adesso qui, in mezzo
alla calca della fiera? una povera vecchietta è, meschina, stordita.
L'han cacciata via dal sogno a infrangersi, a sparire qui in mezzo
a questa realtà violenta; e non comprende più nulla, non sa più nè
muoversi, nè parlare, nè guardare.
- Andiamo via.... andiamo via....
Dove? Fuori di qui, sì, fuori di questa calca, sì, facile andar via,
con un po' di pazienza, piano, piano.... Ma poi? Dentro, da ritrovarsi
come prima in sè, sicura, tranquilla, questo sarà difficile: ora alla
locanda, domani alla scuola....
------
Alla scuola, quarantadue diavole, tutte con l'aria sfrontata di
giovanotti in gonnella, su per giù come quella ragazzaccia piombata
dal Continente nel suo paesello, le si fanno addosso, il primo giorno
ch'ella comparisce tra loro col fazzoletto di seta celeste in capo e il
lungo scialle nero, frangiato e a pizzo, stretto modestamente attorno
alla persona. Uh, ecco la nonna! ecco la vecchia mammana delle favole,
piovuta dalla luna, che non osa mostrar le manine e tiene gli occhi
bassi per pudore e parla ancora di comperare i bambini! La guardano,
la toccano, come se non fosse vera, lì, innanzi a loro.
- Donna Mimma? Donna Mimma come? Jèvola? Donna Mimma Jèvola?
Quant'anni? Cinquantasei? Eh, picciottella per cominciare! Già mammana
da trentacinque anni? E come? Fuori della legge? Come gliel'hanno
potuto permettere? Ah, sì, la pratica? Che pratica e pratica! Ci vuol
altro! Che? Adesso vedrà!
E come entra nell'aula il professor Torresi, incaricato
dell'insegnamento delle nozioni generali d'Ostetricia teorica, gliela
presentano tirandola avanti tra risa e schiamazzi:
- La nonna mammana, professore, la nonna mammana!
Il professor Torresi, calvo, un po' panciuto, ma un bell'omone
dall'aria di corazziere or ora smontato da cavallo, coi baffetti grigi
ricciuti e un grosso neo peloso su una guancia (che amore! se lo tira
sempre, facendo lezione, quel neo, per non guastarsi i baffi volti
studiosamente all'in su), il professor Torresi si è sempre vantato di
saper tenere la disciplina e tratta effettivamente quelle quarantadue
diavole come puledre da domar col frustino e a colpi di sprone; ma
tuttavia, di quando in quando, non può far a meno di sorridere a
qualche loro scappata, o piuttosto, di concedere qualche risatina in
premio all'adorazione di cui si sente circondato. Vorrebbe fare il viso
dell'armi a quella presentazione rumorosa; ma poi, vedendosi davanti
quella vecchia recluta buffa, vuol pigliarsela anche lui a godere un
po'.
Le domanda come farà, venuta così tardi, a raccapezzarsi nelle sue
lezioni. Egli ha già - (su, attente, attente! al posto!) - egli
ha già parlato a lungo - (silenzio, perdio! al posto!) - ha già
parlato a lungo del fenomeno della gestazione, dall'inizio al parto;
ha già parlato a lungo della legge della correlazione organica; ora
parla dei diametri fetali; nella lezione scorsa ha trattato di quella
fronte-occipitale e del biscromiale; tratterà oggi del diametro
bisiliaco. Che ne capirà lei? Va bene, la pratica. Ma che cos'è la
pratica? Ecco, attente! attente! (e il professor Torresi si tira
il neo peloso su la guancia, che amore!): conoscenza implicita, la
pratica. E può bastare? No, che non può bastare. La conoscenza, perchè
basti, bisogna che da implicita divenga esplicita, cioè, venga fuori,
venga fuori, così che si possa a parte a parte veder chiara e in
ogni parte distinguere, definire, quasi toccar con mano, ma con mano
veggente, ecco! O altrimenti, ogni conoscenza non sarà mai sapere.
Questione di nomi? di terminologia? No. Il nome è la cosa. Il nome è
il concetto in noi d'ogni cosa posta fuori di noi. Senza il nome non
si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non definita, non
distinta.
Dopo questa spiegazione, che lascia allocchita tutta la scolaresca, il
professor Torresi si rivolge a donna Mimma e comincia a interrogarla.
Donna Mimma lo guarda sbigottita. Crede che parli turco. Costretta
a rispondere, provoca in quelle quarantadue diavole così fragorose
risate, che il professor Torresi vede in pericolo il suo prestigio di
domatore. Grida, pesta sulla cattedra per richiamarle al silenzio, alla
disciplina.
Donna Mimma piange.
Quando nell'aula si rifà il silenzio, il professore, indignato, fa una
strapazzata, come se non avesse riso anche lui; poi si volta a donna
Mimma e le grida che è una vergogna presentarsi a scuola in tale stato
d'ignoranza, e una vergogna, ora, far lì la ragazzina alla sua età, con
quel pianto.... Su, su, inutile piangere!
Donna Mimma ne conviene, dice di sì col capo, si asciuga gli occhi; se
ne vorrebbe andare. Il professore la obbliga a rimanere.
- Sedete lì! E state a sentire!
Ma che sentire.... Non capisce nulla; credeva di saper tutto, dopo
trentacinque anni di professione, e invece, ecco, non sa nulla, proprio
nulla.... non capisce nulla!
- A poco a poco, non disperate! - la conforta il professore alla fine
della lezione.
- Non disperate, a poco a poco.... - le ripetono le compagne
impietosite, ora, dal pianto.
------
Ma a mano a mano che quella famosa conoscenza implicita, di cui il
professor Torresi ha parlato, le diviene esplicita, donna Mimma - veder
più chiaro? altro che veder più chiaro! - non riesce più a veder nulla.
Scomposta, sminuzzata l'idea della cosa, come prima la aveva in sè,
intera, compatta, generale; si trova ora perduta in tanti minimi
particolari, ciascuno dei quali ha un nome curioso, difficile, che ella
non sa nemmeno proferire. Come ritenerli a memoria tutti quei nomi? Ci
si industria con pazienza infinita, la sera, nella sua misera cameretta
d'affitto, sillabando sul manuale, curva innanzi al tavolinetto su cui
arde un lumino a petrolio.
- Bi - bis - cro - bis - crom - i - a - biscromia - biscromiale....
E riconosce, sì, a poco a poco, a scuola, riconosce con viva sorpresa
a uno a uno, dopo molti stenti, tutti quei particolari, e scatta in
comiche esclamazioni:
- Ma questo.... Gesù, si chiama così?
Ma la ragione di distinguerlo, di definirlo così, con quel nome, non la
vede. Il professore gliela fa vedere; la costringe a vederla; ma allora
quel particolare le si stacca ancora più dall'insieme; le s'impone come
una cosa che stia a sè; e siccome son tanti e tanti quei particolari,
donna Mimma ci si confonde, ci si perde, non si raccapezza più.
È una pietà vederla alle lezioni d'Ostetricia pratica, nella casa di
maternità, quando il professore la chiama a una lezione di prova. Tutte
le compagne la aspettano lì a quella prova, perchè lì ella è adesso nel
campo della sua lunga esperienza. Ma sì! Il professore non vuole che
ella faccia lì quello che sa fare, ma che dica quello che non sa dire;
e se si tratta di fare e non di dire, non la lascia mica fare a suo
modo, come tant'anni ha fatto, che sempre le è andata bene; ma secondo
i precetti e le regole dell'igiene e della scienza, come punto per
punto egli li ha insegnati; e allora donna Mimma, se si butta a fare,
è sgridata perchè non osserva appuntino quei precetti e quelle regole;
e se invece si trattiene e si sforza di badare a ogni precetto e a ogni
regola, ecco, è sgridata perchè si smarrisce e si confonde e non riesce
più a far nulla a dovere, con linda sveltezza, con precisione sicura.
Ma non soltanto tutti quei particolari e tutti quei precetti e tutte
quelle regole la impacciano così. Un'altra, e più grave, nell'animo
di lei, è la cagione di tutto quell'impaccio. Ella soffre come
d'una violenza orrenda, che le sia fatta là dove più gelosamente è
custodito per lei il senso della vita; soffre, soffre da non poterne
più, allo spettacolo crudo, aperto di quella funzione che ella per
tanti anni ha ritenuto sacra - perchè in ogni madre la vergogna e
i dolori riscattano innanzi a Dio il peccato originale - soffre e
vorrebbe anche lì coprirlo quanto più può, coi veli del pudore, quello
spettacolo; e invece no, ecco, via tutti quei veli: il professore
glieli butta all'aria e li strappa via brutalmente, quei veli che
chiama d'ipocrisia e d'ignoranza; e la maltratta e la beffeggia con
sconce parolacce, apposta; e quelle quarantadue diavole attorno, ecco,
ridono sguajatamente alle beffe, alle parolacce del professore, senza
nessun ritegno, senza nessun rispetto per la povera paziente, per
quella povera madre meschina, esposta lì intanto, oggetto di studio e
d'esperimento.
Avvilita, piena d'onta e d'angoscia, si riduce nella sua cameretta,
alla fine delle lezioni, e piange e pensa se non le convenga di
lasciare la scuola e di ritornarsene al suo paesello. Nel lungo
esercizio della professione ha messo da parte un buon gruzzoletto,
che le potrà bastare per la vecchiaja; se ne starà tranquilla, in
riposo, a guardare soddisfatta attorno a sè tutti i bimbi del paese
e i più grandicelli, ragazzette e ragazzetti, e i più grandicelli
ancora, giovanette e giovanotti, e i loro papà e le loro mamme, tutti,
tutti quelli che lei in tanti anni pur seppe portare alla luce, senza
precetti e senza regole, da vecchia mammana delle favole, con la
lettiga d'avorio. Ma allora, dovrà darla vinta a quella ragazzaccia
là, che a quest'ora avrà preso certo il suo posto nel paesello, presso
ogni famiglia, di prepotenza; restare a guardarla, lì, con le mani in
mano? - Ah, no, no! - Qua: vincere l'avvilimento, soffocare l'onta e
l'angoscia, per ritornare al paese col suo bravo diploma e gridarlo in
faccia lì a quella sfrontata che le sa anche lei adesso le cose che
dicono i professori, che un conto sono i misteri di Dio, e un altro
conto, l'opera della natura....
Se non che, le sue manine esperte.... Ecco: donna Mimma se le rimira
pietosamente, attraverso le lagrime. Saprebbero più muoversi ora,
queste manine, come prima? Sono come legate da tutte quelle nuove
nozioni scientifiche.... Tremano, le sue manine, e non vedono più.
Il professore le ha dato gli occhiali della scienza, ma le ha fatto
perdere, irrimediabilmente, la vista naturale. E che se ne farà domani
donna Mimma degli occhiali, se non ci vede più?
III.
Donna Mimma ritorna.
- Flavietta? Ma sì, madamina, anche lei.... Che s'immagini! A Palermo,
come no? con la lettiga d'avorio e i denari di babbo. Quanti? Eh, più
di mille lire....
- No, onze!
- Già, dicevo lire! onze, madamina: più di mille.... Cara, che mi
corregge! Tò, un bacio le voglio fare, cara! e un altro.. cara!
Chi parla così? Ma guarda! la Piemontesa.... quella che due anni fa
pareva un maschiotto in gonnella: giacchetta verde, mani in tasca... Ha
buttato via giacchetta e cappello, si pettina alla paesana e porta in
capo, oh, il fazzoletto di seta celeste, annodato largo sotto il mento,
e un bellissimo scialle lungo, porta, d'indiana, a pizzo e frangiato.
La Piemontesa! E parla di comperare i bambini ora, anche lei, a
Palermo, sicuro, con la lettiga d'avorio e i denari di come? babbo?
già, dice babbo lei, perchè parla in lingua lei, che s'immagini! e
non li dà mica i baci, li fa, e fa furore con codesta sua parlata
italiana, vestita così da paesanella: una simpatia!
- Più stretto alla vita lo scialle....
- Sì, così, ecco, così....
- E il fazzoletto.... no, più tirato avanti, il fazzoletto.
- E su da capo, così!
- Largo.... un po' più largo, sotto; più aperto.... così, brava!
Ora a terra, modesti, gli occhi per via; e poco male se una guardatina
di tanto in tanto scappa di traverso maliziosa, o un sorrisetto scopre
su le due guance codeste care fossette. Che zucchero!
Le signore mamme si sentono chiamar madame ( - Riverisco, madama! -
A servirla, madama! - ) e sono tutte - poverine, con tanto di pancia
- contente. Contente che ormai, a trattare con lei, è proprio come
se sapessero parlare in lingua anche loro e le avessero familiari
tutte le finezze e le "civiltà" del Continente. Ma sì, perchè si sa,
via, che in Continente usa così, usa cosà.... E poi, che è niente? la
soddisfazione di vedersi spiegare tutto, punto per punto, come da un
medico, coi termini precisi della scienza che non possono offendere,
perchè la natura, Dio mio, sarà brutta, ma è così; Dio l'ha fatta
così; e sono cose che si debbono sapere, per regolarsi, guardarsi da un
bisogno, e poi anche, alle strette, ma almeno conoscere di che e perchè
si soffre. Volere di Dio, sì certo; lo dice la Sacra Scrittura: - tu
donna partorirai con gran dolore - ma che forse si manca di rispetto a
Dio studiando la sapienza delle sue disposizioni? L'ignoranza di donna
Mimma, poveretta, si contentava del volere di Dio e basta. Questa qua,
ora, rispetta Dio lo stesso e poi per giunta spiega tutto, come Dio la
ha voluta e disposta, la croce della maternità.
Dal canto loro i bambini, a sentirsi raccontare con ben altra voce e
ben altre maniere la favola meravigliosa dei notturni viaggi a Palermo
con la lettiga d'avorio e i cavalli bianchi sotto la luna, restano a
bocca aperta, gli occhi sgranati, perchè - raccontata così - è proprio
come se fosse loro letta o che la leggessero loro da sè in un bel libro
di fiabe, di cui la fata eccola qua, balzata viva innanzi a loro, che
la possono toccare: questa fata bella che in lettiga sotto la luna
ci va davvero, se davvero porta loro da Palermo le sorelline nuove, i
nuovi fratellini. La mirano; quasi la adorano; dicono:
- No: brutta donna Mimma! non la vogliamo più!
Ma il guajo è che non la vogliono più, ora, neppur loro, le donne del
popolo, perchè donna Mimma con esse, roba di massa, si sbrigava senza
tante cerimonie, le trattava come se non avessero diritto di lagnarsi
anche loro delle doglie, e anche spesso, se s'andava per le lunghe,
era capace di lasciarle per correre premurosa a dir pazienza a qualche
signora, anch'essa soprapparto; mentre questa qua - oh amore di figlia!
tutta bella, bella di faccia e di cuore! - gentile, paziente anche
con loro, senza differenza; che se una signora manda subito subito a
chiamarla, con garbo ma senza esitare risponde che così subito no,
perchè ha per le mani una poveretta e non la può lasciare; proprio
così! tante volte! E dire poi, una ragazza che non li ha mai provati
finora questi dolori che cosa sono, saperli così bene compatire e
cercare d'alleviarli in tutte, signore e poverette, allo stesso modo! E
via il cappello e via tutte le frasche e le arie di signora con cui era
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