- Gli è il mi' babbo! gli è il mi' babbo! - Intanto la barchetta, sbattuta dall'infuriare dell'onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio, ritto sulla punta di un alto scoglio, non finiva più dal chiamare il suo babbo per nome, e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino da naso e perfino col berretto che aveva in capo. E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, perchè si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, che gl'impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra. Tutt'a un tratto venne una terribile ondata, e la barca sparì. Aspettarono che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide più tornare. - Pover'uomo - dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, si mossero per tornarsene alle loro case. Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio si gettava in mare gridando: - Voglio salvare il mio babbo! - Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott'acqua, portato dall'impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d'occhio, non lo videro più. - Povero ragazzo! - dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, tornarono alle loro case. XXIV. Pinocchio arriva all'isola delle «Api industriose» e ritrova la Fata. Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuotò tutta quanta la notte. E che orribile nottata fu quella! Diluviò, grandinò, tuonò spaventosamente e con certi lampi, che pareva di giorno. Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco distante una lunga striscia di terra. Era un'isola in mezzo al mare. Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le onde, rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come se fosse stato un fuscello o un fil di paglia. Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un'ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaraventò di peso sulla rena del lido. Il colpo fu così forte, che battendo in terra, gli crocchiarono tutte le costole e tutte le congiunture; ma si consolò subito col dire: - Anche per questa volta l'ho scampata bella! - Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in tutto il suo splendore, e il mare diventò tranquillissimo e buono come un olio. Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli, e si pose a guardare di qua e di là se per caso avesse potuto scorgere su quella immensa spianata d'acqua una piccola barchetta con un omino dentro. Ma dopo aver guardato ben bene, non vide altro dinanzi a sè che cielo, mare e qualche vela di bastimento, ma così lontana lontana, che pareva una mosca. - Sapessi almeno come si chiama quest'isola! - andava dicendo. - Sapessi almeno se quest'isola è abitata da gente di garbo, voglio dire da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi! ma a chi mai posso domandarlo? a chi, se non c'è nessuno?... - Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo, in mezzo a quel gran paese disabitato, gli messe addosso tanta malinconia, che stava lì lì per piangere; quando tutt'a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso pesce che se ne andava tranquillamente per i fatti suoi con tutta la testa fuori dell'acqua. Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli gridò a voce alta, per farsi sentire: - Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola? - Anche due - rispose il pesce, il quale era un Delfino così garbato, come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo. - Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare, senza pericolo d'esser mangiati? - Ve ne sono sicuro! - rispose il Delfino. - Anzi, ne troverai uno poco lontano di qui. - E che strada si fa per andarvi? - Devi prendere quella viottola là, a mancina, e camminare sempre diritto al naso. Non puoi sbagliare. - Mi dica un'altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta la notte per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola barchettina con dentro il mi' babbo? - E chi è il tuo babbo? - Gli è il babbo più buono del mondo, come io sono il figliuolo più cattivo che si possa dare. - Colla burrasca che ha fatto questa notte - rispose il Delfino - la barchetta sarà andata sott'acqua. - E il mio babbo? - A quest'ora l'avrà inghiottito il terribile Pesce-cane, che da qualche giorno è venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle nostre acque. - Che è grosso dimolto questo Pesce-cane? - domandò Pinocchio, che di già cominciava a tremare dalla paura. - Se gli è grosso!... - replicò il Delfino. - Perchè tu possa fartene un'idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa. - Mamma mia! - gridò spaventato il burattino; e rivestitosi in fretta e furia, si voltò al Delfino e gli disse: - Arrivederla, signor pesce: scusi tanto l'incomodo, e mille grazie della sua garbatezza. - Detto ciò prese subito la viottola e cominciò a camminare di un passo svelto: tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a ogni più piccolo rumore che sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per la paura di vedersi inseguire da quel terribile Pesce-cane grosso come una casa di cinque piani e con un treno della strada ferrata in bocca. Dopo aver camminato più di mezz'ora, arrivò a un piccolo paese detto «il paese delle Api industriose.» Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino. - Ho capito; - disse subito quello svogliato di Pinocchio - questo paese non è fatto per me! Io non son nato per lavorare! - Intanto la fame lo tormentava, perchè erano oramai passate ventiquattr'ore che non aveva mangiato più nulla; nemmeno una pietanza di vecce. Che fare? Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po' di lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccon di pane. A chiedere l'elemosina si vergognava: perchè il suo babbo gli aveva predicato sempre che l'elemosina hanno il diritto di chiederla solamente i vecchi e gl'infermi. I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d'età o di malattia si trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare; e se non lavorano e patiscono la fame tanto peggio per loro. In quel frattempo, passò per la strada un uomo tutto sudato e trafelato, il quale da sè solo tirava con gran fatica due carretti carichi di carbone. Pinocchio, giudicandolo alla fisonomia per un buon uomo, gli si accostò e, abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce: - Mi fareste la carità di darmi un soldo perchè mi sento morir dalla fame? - Non un soldo solo, - rispose il carbonaio - ma te ne do quattro, a patto che tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di carbone. - Mi meraviglio! - rispose il burattino quasi offeso; - per vostra regola io non ho fatto mai il somaro; io non ho mai tirato il carretto! - Meglio per te! - rispose il carbonaio. - Allora, ragazzo mio, se ti senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua superbia e bada di non prendere un'indigestione. - Dopo pochi minuti passò per la via un muratore, che portava sulle spalle un corbello di calcina. - Fareste, galantuomo, la carità d'un soldo a un povero ragazzo, che sbadiglia dall'appetito? - Volentieri; vieni con me a portar calcina, - rispose il muratore - e invece d'un soldo, te ne darò cinque. - Ma la calcina è pesa, - replicò Pinocchio - e io non voglio durar fatica. - Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, divertiti a sbadigliare, e buon pro ti faccia. - In men di mezz'ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio chiese un po' d'elemosina, ma tutte gli risposero: - Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, va' piuttosto a cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! - Finalmente passò una buona donnina, che portava due brocche d'acqua. - Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla vostra brocca? - chiese Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete. - Bevi pure, ragazzo mio! - disse la donnina, posando le due brocche in terra. Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbottò a mezza voce, asciugandosi la bocca: - La sete me la son levata! Così mi potessi levar la fame!... - La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito: - Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti darò un bel pezzo di pane. - Pinocchio guardò la brocca, e non rispose nè sì nè no. - E insieme col pane ti darò un bel piatto di cavol fiore condito coll'olio e coll'aceto - soggiunse la buona donna. Pinocchio dètte un'altra occhiata alla brocca, e non rispose nè sì nè no. - E dopo il cavol fiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio. - Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe più resistere, e fatto un animo risoluto, disse: - Pazienza! vi porterò la brocca fino a casa! - La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza di portarla colle mani, si rassegnò a portarla in capo. Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata, e gli pose davanti il pane, il cavol fiore condito e il confetto. Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo stomaco pareva un quartiere rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi. Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alzò il capo per ringraziare la sua benefattrice: ma non aveva ancora finito di fissarla in volto, che cacciò un lunghissimo ohhh! di maraviglia, e rimase là incantato, cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca piena di pane e di cavol fiore. - Che cosa è mai tutta questa meraviglia? - disse ridendo la buona donna. - Egli è.... - rispose balbettando Pinocchio - egli è.... egli è.... che voi mi somigliate.... voi mi rammentate... sì, sì, sì, la stessa voce.... gli stessi occhi.... gli stessi capelli.... sì sì, sì.... anche voi avete i capelli turchini.... come lei! O Fatina mia!... O Fatina mia!... ditemi che siete voi, proprio voi!... Non mi fate più piangere! Se sapeste! Ho pianto tanto, ho patito tanto!... - E nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettatosi ginocchioni per terra abbracciava i ginocchi di quella donnina misteriosa. XXV. Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di studiare, perchè è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo. In sulle prime, la buona donnina cominciò col dire che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi ormai scoperta e non volendo mandare più in lungo la commedia, finì per farsi riconoscere, e disse a Pinocchio: - Birba d'un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io? - Gli è il gran bene che vi voglio, quello che me l'ha detto. - Ti ricordi, eh? Mi lasciasti bambina, e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma. - E io l'ho caro dimolto, perchè così, invece di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere così presto? - È un segreto. - Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch'io. Non lo vedete? Son sempre rimasto alto come un soldo di cacio. - Ma tu non puoi crescere - replicò la Fata. - Perchè? - Perchè i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini. - Oh! sono stufo di far sempre il burattino! - gridò Pinocchio, dandosi uno scappellotto. - Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo.... - E lo diventerai, se saprai meritarlo.... - Davvero? E che posso fare per meritarmelo? - Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene. - O che forse non lo sono? - Tutt'altro! i ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece.... - E io non ubbidisco mai. - I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu.... - E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno. - I ragazzi perbene dicono sempre la verità... - E io sempre le bugie. - I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola... - E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita. - Me lo prometti? - Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene, e voglio essere la consolazione del mio babbo... Dove sarà, il mio povero babbo, a quest'ora? - Non lo so. - Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare? - Credo di sì: anzi ne sono sicura. - A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi fuori di sè. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le domandò: - Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta? - Par di no - rispose sorridendo la Fata. - Se tu sapessi che dolore e che serratura alla gola che provai, quando lessi qui giace... - Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sincerità del tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po' monelli e avvezzati male, c'è sempre da sperar qualcosa: ossia, c'è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco perchè son venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma.... - Oh che bella cosa! - gridò Pinocchio saltando dall'allegrezza. - Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io. - Volentieri, volentieri, volentieri! - Fino da domani - soggiunse la Fata - tu comincerai coll'andare a scuola. - Pinocchio diventò subito un po' meno allegro. - Poi sceglierai a tuo piacere un'arte o un mestiere.... - Pinocchio diventò serio. - Che cosa brontoli fra i denti? - domandò la Fata con accento risentito. - Dicevo.... - mugolò il burattino a mezza voce - che oramai per andare a scuola mi pare un po' tardi.... - Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai tardi. - Ma io non voglio fare nè arti nè mestieri.... - Perchè? - Perchè a lavorare mi par fatica. - Ragazzo mio, - disse la Fata - quelli che dicono così, finiscono quasi sempre o in carcere o all'ospedale. L'uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall'ozio! L'ozio è una bruttissima malattia e bisogna guarirla subito, fin da bambini; se no, quando siamo grandi non si guarisce più. - Queste parole toccarono l'animo di Pinocchio, il quale, rialzando vivacemente la testa, disse alla Fata: - Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perchè insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso, non è vero? - Te l'ho promesso, e ora dipende da te. - XXVI. Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pesce-cane. Il giorno dopo Pinocchio andò alla Scuola comunale. Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro scuola un burattino! Fu una risata, che non finiva più. Chi gli faceva uno scherzo, chi un altro: chi gli levava il berretto di mano: chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll'inchiostro due grandi baffi sotto il naso, e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani, per farlo ballare. Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente, sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli che più lo tafanavano e si pigliavano giuoco di lui, e disse loro a muso duro: - Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e voglio esser rispettato. - Bravo Berlicche! Hai parlato come un libro stampato! - urlarono quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro più impertinente degli altri, allungò la mano coll'idea di prendere il burattino per la punta del naso. Ma non fece a tempo: perchè Pinocchio stese la gamba sotto la tavola, e gli consegnò una pedata negli stinchi. - Ohi! che piedi duri! - urlò il ragazzo stropicciandosi il livido che gli aveva fatto il burattino. - E che gomiti!... anche più duri dei piedi! - disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s'era beccata una gomitata nello stomaco. Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata, Pinocchio acquistò subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un ben dell'anima. E anche il maestro se ne lodava, perchè lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita. Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni; e fra questi c'erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di studiare e di farsi onore. Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non mancava di dirgli e di ripetergli più volte: - Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno, prima o poi, col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti addosso qualche grossa disgrazia. - Non c'è pericolo! - rispondeva il burattino, facendo una spallucciata, e toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come per dire: «C'è tanto giudizio qui dentro!» Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso la scuola, incontrò un branco dei soliti compagni, che, andandogli incontro, gli dissero: - Sai la gran notizia? - No. - Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane grosso come una montagna. - Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogò il mio povero babbo? - Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vuoi venire anche tu? - Io no: voglio andare a scuola. - Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con una lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari. - E il maestro che dirà? 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500