E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che,
sul più bello del ridere, Lucignolo tutt'a un tratto si chetò, e
barcollando e cambiando di colore, disse all'amico:
- Aiuto, aiuto, Pinocchio!
- Che cos'hai?
- Ohimè! non mi riesce più di star ritto sulle gambe.
- Non mi riesce più neanche a me - gridò Pinocchio, piangendo e
traballando.
E mentre dicevano così, si piegarono tutt'e due carponi a terra e,
camminando colle mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre
per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono
zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi, e le loro schiene
si coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero.
Ma il momento più brutto per que' due sciagurati sapete quando fu? Il
momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi
di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si
provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.
Non l'avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano
fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt'e due
in coro: j-a, j-a, j-a.
In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse:
- Aprite! Sono l'omino, sono il conduttore del carro che vi portò in
questo paese. Aprite subito, guai a voi! -
XXXIII.
Diventato un ciuchino vero è portato a vendere, e lo compra il
Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e
saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro,
per far con la sua pelle un tamburo.
Vedendo che la porta non si apriva, l'omino la spalancò con un
violentissimo calcio: ed entrato nella stanza, disse col suo solito
risolino a Pinocchio e a Lucignolo:
- Bravi ragazzi! Avete ragliato bene; io vi ho subito riconosciuti alla
voce, e per questo eccomi qui. -
A tali parole i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa giù, con
gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe.
Da principio l'omino li lisciò, li accarezzò, li palpeggiò: poi, tirata
fuori la striglia, cominciò a strigliarli per bene.
E quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due specchi,
allora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza del mercato,
con la speranza di venderli e di beccarsi un discreto guadagno.
E i compratori, difatti, non si fecero aspettare. Lucignolo fu
comprato da un contadino, a cui era morto il somaro il giorno avanti,
e Pinocchio fu venduto al Direttore di una compagnia di pagliacci e di
saltatori di corda, il quale lo comprò per ammaestrarlo e per farlo poi
saltare e ballare insieme con le altre bestie della compagnia.
E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che
faceva l'omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva la fisonomia
tutta di latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare
per il mondo; strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti
i ragazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole; e dopo
averli caricati sul suo carro, gli conduceva nel «Paese dei balocchi»
perchè passassero tutto il loro tempo in giuochi, in chiassate e
in divertimenti. Quando poi quei poveri ragazzi illusi, a furia di
baloccarsi sempre e di non studiar mai, diventavano tanti ciuchini,
allora tutto allegro e contento s'impadroniva di loro e li portava a
vendere sulle fiere e su i mercati. E così in pochi anni aveva fatto
fior di quattrini ed era diventato milionario.
Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so per altro, che Pinocchio
andò incontro fin dai primi giorni a una vita durissima e strapazzata.
Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli empì la greppia
di paglia: ma Pinocchio dopo averne assaggiata una boccata, la risputò.
Allora il padrone, brontolando, gli empì la greppia di fieno: ma
neppure il fieno gli piacque.
- Ah! non ti piace neppure il fieno? - gridò il padrone imbizzito.
- Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il capo,
penserò io a levarteli!... -
E a titolo di correzione, gli affibbiò subito una frustata nelle gambe.
Pinocchio, dal gran dolore, cominciò a piangere e a ragliare, e
ragliando disse:
- J-a, j-a, la paglia non la posso digerire!...
- Allora mangia il fieno! - replicò il padrone, che intendeva benissimo
il dialetto asinino.
- J-a, j-a, il fieno mi fa dolere il corpo!...
- Pretenderesti, dunque, che un somaro pari tuo, lo dovessi mantenere
a petti di pollo e cappone in galantina? - soggiunse il padrone
arrabbiandosi sempre più, e affibbiandogli una seconda frustata.
A quella seconda frustata, Pinocchio per prudenza si chetò subito, e
non disse altro.
Intanto la stalla fu chiusa, e Pinocchio rimase solo: e perchè erano
molte ore che non aveva mangiato, cominciò a sbadigliare dal grande
appetito. E, sbadigliando, spalancava una bocca che pareva un forno.
Alla fine, non trovando altro nella greppia, si rassegnò a masticare un
po' di fieno; e dopo averlo masticato ben bene, chiuse gli occhi e lo
tirò giù.
- Questo fieno non è cattivo; - poi disse dentro di sè - ma quanto
sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare!... A quest'ora,
invece di fieno potrei mangiare un cantuccio di pan fresco e una bella
fetta di salame. Pazienza!... -
La mattina dopo, svegliandosi, cercò subito nella greppia un altro po'
di fieno: ma non lo trovò, perchè l'aveva mangiato tutto nella notte.
Allora prese una boccata di paglia tritata: e in quel mentre che la
stava masticando, si dovè persuadere che il sapore della paglia tritata
non somigliava punto nè al risotto alla milanese nè ai maccheroni alla
napoletana.
- Pazienza! - ripetè, continuando a masticare. - Che almeno la mia
disgrazia possa servire di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti e
che non hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza!
- Pazienza un corno! - urlò il padrone, entrando in quel momento
nella stalla. - Credi forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia comprato
unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti ho comprato perchè tu
lavori e perchè tu mi faccia guadagnare molti quattrini. Su, dunque, da
bravo! Vieni con me nel Circo, e là ti insegnerò a saltare i cerchi, a
rompere col capo le botti di foglio e a ballare il valzer e la polca,
stando ritto sulle gambe di dietro. -
Il povero Pinocchio, o per amore o per forza, dovè imparare tutte
queste bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi di
lezioni, e molte frustate da levare il pelo.
Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone potè annunziare
uno spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario colore,
attaccati alle cantonate delle strade, dicevano così:
" GRANDE SPETTACOLO
DI
GALA
Per questa sera
AVRANNO LUOGO I SOLITI SALTI
ED ESERCIZI SORPRENDENTI
ESEGUITI DA TUTTI GLI ARTISTI
e da tutti i cavalli d'ambo i sessi della Compagnia
e più
Sarà presentato per la prima volta
il famoso
CIUCHINO PINOCCHIO
detto
LA STELLA DELLA DANZA
Il teatro sarà illuminato a giorno "
Quella sera, come potete figurarvelo, un'ora prima che cominciasse lo
spettacolo, il teatro era pieno stipato.
Non si trovava più nè una poltrona, nè un posto distinto, nè un palco,
nemmeno a pagarlo a peso d'oro.
Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di
ragazzi di tutte le età, che avevano la febbre addosso per la smania di
veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.
Finita la prima parte dello spettacolo, il Direttore della compagnia,
vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle
fin sopra ai ginocchi si presentò all'affollatissimo pubblico, e, fatto
un grande inchino, recitò con molta solennità il seguente spropositato
discorso:
«Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!
«L'umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre
metropolitana, ho voluto procrearmi l'onore nonchè il piacere di
presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre
ciuchino, che ebbe già l'onore di ballare al cospetto di sua maestà
l'imperatore di tutte le principali corti di Europa.
«E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e
compatiteci!»
Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi: ma
gli applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano alla
comparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era tutto
agghindato a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lustra, con fibbie
e borchie d'ottone; due camelie bianche agli orecchi: la criniera
divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini di seta rossa: una
gran fascia d'oro e d'argento attraverso alla vita, e la coda tutta
intrecciata con nastri di velluto paonazzo e celeste. Era, insomma, un
ciuchino da innamorare!
Il direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole:
«Miei rispettabili auditori! Non starò qui a farvi menzogna delle
grandi difficoltà da me soppressate per comprendere e soggiogare questo
mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in montagna nelle
pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina
trasudi da' suoi occhi, conciossiachè essendo riusciti vanitosi tutti
i mezzi per addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto
più volte ricorrere all'affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia
gentilezza invece di farmi da lui ben volere, me ne ha maggiormente
cattivato l'animo. Io però, seguendo il sistema di Galles, trovai nel
suo cranio una piccola cartagine ossea che la stessa Facoltà Medicea
di Parigi riconobbe esser quello il bulbo rigeneratore dei capelli e
della danza pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel ballo
nonchè nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio.
Ammiratelo, e poi giudicatelo! Prima però di prendere cognato da voi,
permettete, o signori, che io v'inviti al diurno spettacolo di domani
sera: ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora
lo spettacolo, invece di domani sera, sarà posticipato a domattina,
alle ore 11 antimeridiane del pomeriggio.»
E qui il Direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindi
volgendosi a Pinocchio gli disse:
- Animo, Pinocchio! Avanti di dar principio ai vostri esercizi,
salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e
ragazzi! -
Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginocchi davanti, e rimase
inginocchiato fino a tanto che il Direttore, schioccando la frusta, non
gli gridò:
- Al passo! -
Allora il ciuchino si rizzò sulle quattro gambe, e cominciò a girare
intorno al Circo, camminando sempre di passo.
Dopo un poco il Direttore gridò:
- Al trotto! - E Pinocchio, ubbidiente al comando, cambiò il passo in
trotto.
- Al galoppo! - e Pinocchio staccò il galoppo.
- Alla carriera! - e Pinocchio si dette a correre, di gran carriera. Ma
in quella che correva come un barbero, il Direttore, alzando il braccio
in aria, iscaricò un colpo di pistola.
A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel Circo,
come se fosse moribondo davvero.
Rizzatosi da terra in mezzo a uno scoppio di applausi, d'urli e di
battimani, che andavano alle stelle, gli venne fatto naturalmente di
alzare la testa e di guardare in su.... e guardando vide in un palco
una bella signora, che aveva al collo una grossa collana d'oro, dalla
quale pendeva un medaglione. Nel medaglione c'era dipinto il ritratto
d'un burattino.
- Quel ritratto è il mio!... quella signora è la Fata! - disse dentro
di sè Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi vincere dalla
gran contentezza, si provò a gridare:
- Oh Fatina mia! oh Fatina mia! -
Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola un raglio così sonoro e
prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti
i ragazzi che erano in teatro.
Allora il Direttore, per insegnargli e per fargli intendere che non è
buona creanza di mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli diè col
manico della frusta una bacchettata sul naso.
Il povero ciuchino tirato fuori un palmo di lingua, durò a leccarsi il
naso almeno cinque minuti, credendo forse così di rasciugarsi il dolore
che aveva sentito.
Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda
volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!...
Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a
piangere dirottamente. Nessuno però se ne accòrse, e, meno degli altri,
il Direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò:
- Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con quanta
grazia sapete saltare i cerchi. -
Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni volta che arrivava davanti
al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava più comodamente di
sotto. Alla fine spiccò un salto e l'attraversò: ma le gambe di dietro
gli rimasero disgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui
ricadde in terra dall'altra parte tutto in un fascio.
Quando si rizzò, era azzoppito, e a mala pena potè ritornare alla
scuderia.
- Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! - gridavano
i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al tristissimo caso.
Ma il ciuchino per quella sera non si fece più vedere.
La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie, quando
l'ebbe visitato, dichiarò che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita.
Allora il Direttore disse al suo garzone di stalla:
- Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? Sarebbe un mangiapane a
ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo. -
Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale domandò al
garzone di stalla:
- Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo?
- Venti lire.
- Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per servirmene: lo
compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura, e
con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio
paese. -
Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero
Pinocchio, quando sentì che era destinato a diventare un tamburo!
Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse
il ciuchino sopra uno scoglio ch'era sulla riva del mare; e messogli
un sasso al collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva in
mano, gli diè improvvisamente uno spintone e lo gettò nell'acqua.
Pinocchio con quel macigno al collo, andò subito a fondo; e il
compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a sedere
sullo scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo di
morire affogato, per poi scorticarlo e levargli la pelle.
XXXIV.
Pinocchio gettato in mare, è mangiato dai pesci, e ritorna ad essere
un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal
terribile Pesce-cane.
Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott'acqua, il compratore
disse, discorrendo da sè solo:
- A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell'e
affogato. Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel
tamburo. -
E cominciò a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una
gamba: e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior d'acqua....
Indovinate? Invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d'acqua
un burattino vivo che scodinzolava come un'anguilla.
Vedendo quel burattino di legno, il pover'uomo credè di sognare e
rimase lì intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della testa.
Riavutosi un poco del suo primo stupore, disse piangendo e balbettando:
- E il ciuchino che ho gettato in mare dov'è?...
- Quel ciuchino son io! - rispose il burattino, ridendo.
- Tu?
- Io.
- Ah! mariuolo! Pretenderesti forse di burlarti di me?
- Burlarmi di voi? Tutt'altro, caro padrone: io vi parlo sul serio.
- Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora stando nell'acqua,
sei diventato un burattino di legno?...
- Sarà effetto dell'acqua del mare. Il mare ne fa di questi scherzi.
- Bada, burattino, bada!... Non credere di divertirti alle mie spalle.
Guai a te, se mi scappa la pazienza!
- Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera storia? Scioglietemi
questa gamba e io ve la racconterò. -
Quel buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera
storia, gli sciolse subito il nodo della fune, che lo teneva legato: e
allora Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nell'aria, prese a
dirgli così:
- Sappiate dunque che io ero un burattino di legno come sono oggi: ma
mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo, come in questo
mondo ce n'è tanti: se non che, per la mia poca voglia di studiare e
per dar retta ai cattivi compagni, scappai di casa.... e un bel giorno,
svegliandomi, mi trovai cambiato in un somaro con tanto d'orecchi....
e con tanto di coda!... Che vergogna fu quella per me!... Una vergogna,
caro padrone, che Sant'Antonio benedetto non la faccia provare neppure
a voi! Portato a vendere sul mercato degli asini, fui comprato dal
Direttore di una compagnia equestre, il quale si messe in capo di far
di me un gran ballerino o un gran saltatore di cerchi; ma una sera
durante lo spettacolo, feci in teatro una brutta cascata, e rimasi
zoppo da tutt'e due le gambe. Allora il Direttore non sapendo che cosa
farsi d'un asino zoppo, mi mandò a rivendere, e voi mi avete comprato!
- Pur troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora, chi mi rende i miei
poveri venti soldi?
- E perchè mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la mia
pelle un tamburo!... un tamburo!...
- Pur troppo! E ora dove troverò un'altra pelle!...
- Non vi date alla disperazione, padrone. Dei ciuchini ce n'è tanti, in
questo mondo!
- Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui?
- No, - rispose il burattino - ci sono altre due parole, e poi è
finita. Dopo avermi comprato, mi avete condotto in questo luogo per
uccidermi, ma poi, cedendo a un sentimento pietoso d'umanità, avete
preferito di legarmi un sasso al collo e di gettarmi in fondo al
mare. Questo sentimento di delicatezza vi onora moltissimo, e io ve
ne serberò eterna riconoscenza. Per altro, caro padrone, questa volta
avete fatto i vostri conti senza la Fata....
- E chi è questa Fata?
- È la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che
vogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d'occhio,
e li assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi
ragazzi, per le loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti,
meriterebbero di essere abbandonati e lasciati in balia a sè stessi.
Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi vide in pericolo di
affogare, mandò subito intorno a me un branco infinito di pesci, i
quali credendomi davvero un ciuchino bell'e morto, cominciarono a
mangiarmi! E che bocconi che facevano! Non avrei mai creduto che i
pesci fossero più ghiotti anche dei ragazzi! Chi mi mangiò gli orecchi,
chi mi mangiò il muso, chi il collo e la criniera, chi la pelle delle
zampe, chi la pelliccia della schiena.... e fra gli altri, vi fu un
pesciolino così garbato, che si degnò perfino di mangiarmi la coda.
- Da oggi in poi - disse il compratore inorridito - faccio giuro di
non assaggiar più carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo a aprire una
triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo una coda di ciuco!
- Io la penso come voi - replicò il burattino, ridendo. - Del resto,
dovete sapere che quando i pesci ebbero finito di mangiarmi tutta
quella buccia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi, arrivarono,
com'è naturale, all'osso.... o per dir meglio, arrivarono al legno,
perchè, come vedete, io son fatto di legno durissimo. Ma dopo dato
i primi morsi, quei pesci ghiottoni si accòrsero subito che il legno
non era ciccia per i loro denti, e nauseati da questo cibo indigesto
se ne andarono chi in qua chi in là, senza voltarsi nemmeno a dirmi
grazie.... Ed eccovi raccontato come qualmente voi, tirando su la fune,
avete trovato un burattino vivo, invece d'un ciuchino morto.
- Io mi rido della tua storia - gridò il compratore imbestialito. - Io
so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini.
Sai che cosa farò? Ti porterò daccapo al mercato, e ti rivenderò a peso
di legno stagionato per accendere il fuoco nel camminetto.
- Rivendetemi pure: io sono contento - disse Pinocchio. Ma nel
dir così, fece un salto e schizzò in mezzo all'acqua. E nuotando
allegramente e allontanandosi dalla spiaggia, gridava al povero
compratore:
- Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo,
ricordatevi di me. -
E poi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi
indietro, urlava più forte:
- Addio, padrone;... se avete bisogno di un po' di legno stagionato per
accendere il camminetto, ricordatevi di me. -
Fatto sta che in un batter d'occhio si era tanto allontanato, che non
si vedeva quasi più; ossia si vedeva solamente sulla superficie del
mare un puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le gambe fuori
dell'acqua e faceva capriole e salti, come un delfino in vena di buon
umore.
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare
uno scoglio che pareva di marmo bianco, e su in cima allo scoglio,
una bella caprettina, che belava amorosamente e gli faceva segno di
avvicinarsi.
La cosa più singolare era questa: che la lana della caprettina, invece
di esser bianca, o nera, o pallata di più colori, come quella delle
altre capre, era invece turchina, ma d'un turchino così sfolgorante,
che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.
Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a
battere più forte! Raddoppiando di forze e di energia si diè a nuotare
verso lo scoglio bianco; ed era già a mezza strada, quand'ecco uscir
fuori dell'acqua e venirgli incontro un'orribile testa di mostro
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