- Addio.
- Fra quanto partirete?
- Fra poco.
- Peccato! se alla partenza mancasse un'ora sola, sarei quasi capace di
aspettare.
- E la Fata?
- Oramai ho fatto tardi!... e tornare a casa un'ora prima o un'ora dopo
è lo stesso.
- Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?
- Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà gridato ben bene si
cheterà. -
Intanto si era già fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro
muoversi in lontananza un lumicino.... e sentirono un suono di bubboli
e uno squillo di trombetta, così piccolino e soffocato, che pareva il
sibilo di una zanzara.
- Eccolo! - gridò Lucignolo rizzandosi in piedi.
- Chi è? - domandò sottovoce Pinocchio.
- È il carro che viene a prendermi. Dunque, vuoi venire, sì o no?
- Ma è proprio vero - domandò il burattino - che in quel paese i
ragazzi non hanno mai l'obbligo di studiare?
- Mai, mai, mai!
- Che bel paese!... che bel paese!... Che bel paese!... -
XXXI.
Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran meraviglia sente
spuntarsi un bel pajo d'orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la
coda e tutto.
Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore,
perchè le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.
Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima
grandezza, ma di diverso pelame.
Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale,
e altri rigati da grandi strisce gialle e turchine.
Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia
quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutte le
altre bestie da tiro o da soma, avevano ai piedi degli stivaletti da
uomo fatti di pelle bianca.
E il conduttore del carro?...
Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una
palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva
sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d'un gatto, che si
raccomanda al buon cuore della padrona di casa.
Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano
a gara nel montare sul suo carro, per esser condotti da lui in quella
vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica col seducente nome di
«Paese de' balocchi.»
Difatti il carro era già tutto pieno di ragazzetti fra gli otto
e i dodici anni, ammonticchiati gli uni sugli altri come tante
acciughe nella salamoia. Stavano male, stavano pigiati, non potevano
quasi respirare: ma nessuno diceva ohi! nessuno si lamentava. La
consolazione di sapere che fra poche ore sarebbero giunti in un paese,
dove non c'erano nè libri, nè scuole, nè maestri, li rendeva così
contenti e rassegnati, che non sentivano nè i disagi, nè gli strapazzi,
nè la fame, nè la sete, nè il sonno.
Appena che il carro si fu fermato, l'omino si volse a Lucignolo, e con
mille smorfie e mille manierine, gli domandò sorridendo:
- Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu, in quel fortunato paese?
- Sicuro, che ci voglio venire!
- Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c'è più posto. Come
vedi, è tutto pieno!...
- Pazienza! - replicò Lucignolo - se non c'è posto dentro, mi adatterò
a star seduto sulle stanghe del carro. - E spiccato un salto, montò a
cavalcioni sulle stanghe.
- E tu amor mio, - disse l'omino volgendosi tutto complimentoso a
Pinocchio - che intendi fare? Vieni con noi o rimani?...
- Io rimango - rispose Pinocchio. - Io voglio tornarmene a casa mia:
voglio studiare e voglio farmi onore alla scuola, come fanno tutti i
ragazzi perbene.
- Buon pro ti faccia!
- Pinocchio, - disse allora Lucignolo - dai retta a me: vieni con noi
e staremo allegri!
- No, no, no!
- Vieni con noi e staremo allegri! - gridarono altre quattro voci di
dentro al carro.
- Vieni con noi e staremo allegri! - urlarono tutte insieme un
centinaio di voci.
- E se vengo con voi, che cosa dirà la mia buona Fata? - disse il
burattino, che cominciava a intenerirsi e a ciurlare nel manico.
- Non ti fasciare il capo con tante malinconie. Pensa che andiamo in
un paese dove saremo padroni di fare il chiasso dalla mattina alla
sera! -
Pinocchio non rispose, ma fece un sospiro; poi fece un altro sospiro:
poi un terzo sospiro: finalmente disse:
- Fatemi un po' di posto: voglio venire anch'io!...
- I posti son tutti pieni; - replicò l'omino - ma per mostrarti quanto
sei gradito, posso cederti il mio posto a cassetta.
- E voi?
- E io farò la strada a piedi.
- No davvero, che non lo permetto. Preferisco piuttosto di salire in
groppa a qualcuno di questi ciuchini! - gridò Pinocchio.
Detto fatto, si avvicinò al ciuchino manritto della prima pariglia, e
fece l'atto di volerlo cavalcare: ma la bestiuola, voltandosi a secco,
gli dètte una gran musata nello stomaco e lo gettò a gambe all'aria.
Figuratevi la risatona impertinente e sgangherata di tutti quei ragazzi
presenti alla scena.
Ma l'omino non rise. Si accostò pieno di amorevolezza al ciuchino
ribelle, e, facendo finta di dargli un bacio, gli staccò con un morso
la metà dell'orecchio destro.
Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto infuriato, schizzò con
un salto sulla groppa di quel povero animale. E il salto fu così
bello, che i ragazzi, smesso di ridere, cominciarono a urlare: viva
Pinocchio! e a fare una smanacciata di applausi, che non finivano più.
Quand'ecco che all'improvviso il ciuchino alzò tutt'e due le gambe
di dietro, e dando una fortissima sgropponata, scaraventò il povero
burattino in mezzo alla strada, sopra un monte di ghiaia.
Allora grandi risate daccapo: ma l'omino, invece di ridere, si sentì
preso da tanto amore per quell'irrequieto asinello che, con un bacio,
gli portò via di netto la metà di quell'altro orecchio. Poi disse al
burattino:
- Rimonta pure a cavallo, e non aver paura. Quel ciuchino aveva qualche
grillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli orecchi, e
spero di averlo reso mansueto e ragionevole. -
Pinocchio montò, e il carro cominciò a muoversi: ma nel tempo che i
ciuchini galoppavano e che il carro correva sui ciottoli della via
maestra, gli parve al burattino di sentire una voce sommessa e appena
intelligibile, che gli disse:
- Povero gonzo! Hai voluto fare a modo tuo, ma te ne pentirai! -
Pinocchio, quasi impaurito, guardò di qua e di là, per conoscere da
qual parte venissero queste parole; ma non vide nessuno: i ciuchini
galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro al carro dormivano,
Lucignolo russava come un ghiro, e l'omino seduto a cassetta
canterellava fra i denti:
Tutti la notte dormono
E io non dormo mai....
Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio sentì la vocina fioca che
gli disse:
- Tienlo a mente, grullerello! I ragazzi che smettono di studiare
e voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, per darsi
interamente ai balocchi e ai divertimenti, non possono far altro che
una fine disgraziata! Io lo so per prova, e te lo posso dire!... Verrà
un giorno che piangerai anche tu, come oggi piango io.... ma allora
sarà tardi!... -
A queste parole bisbigliate sommessamente, il burattino, spaventato più
che mai, saltò giù dalla groppa della cavalcatura, e andò a prendere il
suo ciuchino per il muso.
E immaginatevi come restò, quando s'accòrse che il suo ciuchino
piangeva.... e piangeva proprio come un ragazzo!
- Ehi, signor omino, - gridò allora Pinocchio al padrone del carro -
sapete che cosa c'è di nuovo? Questo ciuchino piange.
- Lascialo piangere: riderà quando sarà sposo!
- Ma che forse gli avete insegnato anche a parlare?
- No: ha imparato da sè a borbottare qualche parola, essendo stato tre
anni in una compagnia di cani ammaestrati.
- Povera bestia!...
- Via, via.... - disse l'omino - non perdiamo il nostro tempo a vedere
piangere un ciuco. Rimonta a cavallo, e andiamo: la nottata è fresca,
e la strada è lunga. -
Pinocchio obbedì senza rifiatare. Il carro riprese la sua corsa: e
la mattina sul far dell'alba arrivarono felicemente nel «Paese dei
balocchi.»
Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La sua
popolazione era tutta composta di ragazzi. I più vecchi avevano 14
anni: i più giovani ne avevano 8 appena. Nelle strade, un'allegria,
un chiasso, uno strillìo da levar di cervello! Branchi di monelli
da per tutto: chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla
palla, chi andava in velocipede, chi sopra un cavallino di legno:
questi facevano a moscacieca; quegli altri si rincorrevano: altri,
vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi
cantava, chi faceva i salti mortali, chi si divertiva a camminare
colle mani in terra e colle gambe in aria: chi mandava il cerchio, chi
passeggiava vestito da generale coll'elmo di foglio e lo squadrone
di cartapesta: chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva
le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando
ha fatto l'ovo: insomma un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal
baccano indiavolato, da doversi mettere il cotone negli orecchi per
non rimanere assorditi. Su tutte le piazze si vedevano teatrini di
tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri
delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose come
queste: viva i balocci! (invece di balocchi): non voliamo più
schole (invece di non vogliamo più scuole): abbasso Larin Metica
(invece di aritmetica) e altri fiori consimili.
Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, che avevano fatto il
viaggio coll'omino, appena ebbero messo il piede dentro la città, si
ficcarono subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi minuti, com'è
facile immaginarselo, diventarono gli amici di tutti. Chi più felice,
chi più contento di loro? In mezzo ai continui spassi e agli svariati
divertimenti, le ore, i giorni, le settimane passavano come tanti
baleni.
- Oh! che bella vita! - diceva Pinocchio tutte le volte che per caso
s'imbatteva in Lucignolo.
- Vedi, dunque, se avevo ragione? - ripigliava quest'ultimo. - E
dire che tu non volevi partire! E pensare che t'eri messo in capo di
tornartene a casa dalla tua Fata, per perdere il tempo a studiare! Se
oggi ti sei liberato dalla noia dei libri e delle scuole, lo devi a me,
ai miei consigli, alle mie premure, ne convieni? Non vi sono che i veri
amici, che sappiano rendere di questi grandi favori.
- È vero, Lucignolo! Se oggi io sono un ragazzo veramente contento,
è tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva,
parlando di te? Mi diceva sempre: «Non praticare quella birba
di Lucignolo, perchè Lucignolo è un cattivo compagno, e non può
consigliarti altro che a far del male!...»
- Povero maestro! - replicò l'altro tentennando il capo. - Lo so pur
troppo che mi aveva a noia, e che si divertiva sempre a calunniarmi; ma
io sono generoso e gli perdono!
- Anima grande! - disse Pinocchio abbracciando affettuosamente l'amico,
e dandogli un bacio in mezzo agli occhi.
Intanto era già da cinque mesi che durava questa bella cuccagna
di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere
in faccia nè un libro nè una scuola; quando una mattina Pinocchio,
svegliandosi, ebbe, come si suol dire, una gran brutta sorpresa, che lo
messe proprio di malumore.
XXXII.
A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino
vero e comincia a ragliare.
E questa sorpresa quale fu?
Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che a
Pinocchio, svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il
capo; e nel grattarsi il capo si accòrse...
Indovinate un po' di che cosa si accòrse?
Si accòrse, con suo grandissimo stupore, che gli orecchi gli erano
cresciuti più d'un palmo.
Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi
piccini piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano
neppure! Immaginatevi dunque come restò, quando dovè toccar con
mano che i suoi orecchi, durante la notte, erano così allungati, che
parevano due spazzole di padule. Andò subito in cerca di uno specchio,
per potersi vedere: ma non trovando uno specchio, empì d'acqua la
catinella del lavamano, e specchiandovisi dentro, vide quel che non
avrebbe mai voluto vedere: vide, cioè, la sua immagine abbellita di un
magnifico paio di orecchi asinini. Lascio pensare a voi il dolore, la
vergogna, e la disperazione del povero Pinocchio!
Cominciò a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro: ma
quanto più si disperava, e più i suoi orecchi crescevano, crescevano,
crescevano e diventavano pelosi verso la cima.
Al rumore di quelle grida acutissime, entrò nella stanza una bella
Marmottina, che abitava il piano di sopra: la quale, vedendo il
burattino in così grandi smanie, gli domandò premurosamente:
- Che cos'hai, mio caro casigliano?
- Sono malato, Marmottina mia, molto malato.... e malato d'una malattia
che mi fa paura! te ne intendi tu del polso?
- Un pochino.
- Senti dunque se per caso avessi la febbre. -
La Marmottina alzò la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il
polso a Pinocchio, gli disse sospirando:
- Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia!...
- Cioè?
- Tu hai una gran brutta febbre!
- E che febbre sarebbe?
- È la febbre del somaro.
- Non la capisco questa febbre! - rispose il burattino, che l'aveva pur
troppo capita.
- Allora te la spiegherò io; - soggiunse la Marmottina - sappi
dunque, che fra due o tre ore tu non sarai più nè un burattino, nè un
ragazzo....
- E che cosa sarò?
- Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come
quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e l'insalata al
mercato.
- Oh! povero me! povero me! - gridò Pinocchio pigliandosi con le mani
tutt'e due gli orecchi, e tirandoli e strappandoli rabbiosamente, come
se fossero gli orecchi di un altro.
- Caro mio, - replicò la Marmottina per consolarlo - che cosa ci vuoi
tu fare? Oramai è destino, oramai è scritto nei decreti della sapienza,
che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le
scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giuochi e
in divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti
piccoli somari.
- Ma davvero è proprio così? - domandò singhiozzando il burattino.
- Pur troppo è così! E ora i pianti sono inutili. Bisognava pensarci
prima!
- Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di
Lucignolo!...
- E chi è questo Lucignolo?
- Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo essere
ubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore.... ma
Lucignolo mi disse: - «Perchè vuoi tu annoiarti a studiare? perchè vuoi
andare alla scuola?... Vieni piuttosto con me, nel Paese dei balocchi:
lì non studieremo più; lì ci divertiremo dalla mattina alla sera e
staremo sempre allegri.»
- E perchè seguisti il consiglio di quel falso amico, di quel cattivo
compagno?
- Perchè?... perchè, Marmottina mia, io sono un burattino senza
giudizio.... e senza cuore. Oh! se avessi avuto un zinzino di cuore,
non avrei mai abbandonata quella buona Fata, che mi voleva bene come
una mamma e che aveva fatto tanto per me!... e a quest'ora non sarei
più un burattino.... ma sarei invece un ragazzino ammodo, come ce n'è
tanti! Oh!... ma se incontro Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire
un sacco e una sporta. -
E fece l'atto di volere uscire. Ma quando fu sulla porta, si ricordò
che aveva gli orecchi d'asino, e vergognandosi di mostrarli in
pubblico, che cosa inventò? Prese un gran berretto di cotone, e,
ficcatoselo in testa, se lo ingozzò fin sotto gli orecchi.
Poi uscì, e si dette a cercare Lucignolo da per tutto. Lo cercò nelle
strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo: ma non lo trovò. Ne
chiese notizia a quanti incontrò per la via, ma nessuno l'aveva veduto.
Allora andò a cercarlo a casa: e arrivato alla porta, bussò.
- Chi è? - domandò Lucignolo di dentro.
- Sono io! - rispose il burattino.
- Aspetta un poco, e ti aprirò. -
Dopo mezz'ora la porta si aprì: e figuratevi come restò Pinocchio,
quando, entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran
berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il naso.
Alla vista di quel berretto, Pinocchio sentì quasi consolarsi e pensò
subito dentro di sè:
- Che l'amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia anche
lui la febbre del ciuchino?... -
E facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domandò sorridendo:
- Come stai, mio caro Lucignolo?
- Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano.
- Lo dici proprio sul serio?
- E perchè dovrei dirti una bugia?
- Scusami, amico: e allora perchè tieni in capo cotesto berretto di
cotone, che ti cuopre tutti gli orecchi?
- Me l'ha ordinato il medico, perchè mi son fatto male a un ginocchio.
E tu, caro Pinocchio, perchè porti codesto berretto di cotone ingozzato
fin sotto gli orecchi?
- Me l'ha ordinato il medico, perchè mi sono sbucciato un piede.
- Oh! povero Pinocchio!
- Oh! povero Lucignolo!... -
A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il
quale i due amici non fecero altro che guardarsi fra loro, in atto di
canzonatura.
Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e flautata, disse al
suo compagno:
- Levami una curiosità, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di
malattia agli orecchi?
- Mai!... e tu?
- Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio che mi fa
spasimare.
- Ho lo stesso male anch'io.
- Anche tu?... E qual è l'orecchio che ti duole?
- Tutt'e due. E tu?
- Tutt'e due. Che sia la medesima malattia?
- Ho paura di sì.
- Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?
- Volentieri! Con tutto il cuore.
- Mi fai vedere i tuoi orecchi?
- Perchè no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio.
- No: il primo devi esser tu.
- No, carino! Prima tu e dopo io!
- Ebbene, - disse allora il burattino - facciamo un patto da buoni
amici.
- Sentiamo il patto.
- Leviamoci tutt'e due il berretto nello stesso tempo: accetti?
- Accetto.
- Dunque attenti! -
E Pinocchio cominciò a contare a voce alta:
- Uno! Due! Tre! -
Alla parola tre! i due ragazzi presero i loro berretti di capo e li
gettarono in aria.
E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse
vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro
colpiti tutt'e due dalla medesima disgrazia, invece di restar
mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi
smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare
una bella risata.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500