C. COLLODI
Le Avventure di Pinocchio
Storia di un burattino
PROPRIETÀ LETTERARIA DEGLI EDITORI R. BEMPORAD & FIGLIO
1902. - Tip. di V. Sieni, Corso de' Tintori, Firenze.
I.
Come andò che Maestro Ciliegia, falegname trovò un pezzo di legno che
piangeva e rideva come un bambino.
- C'era una volta....
- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
- No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli
che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il
fuoco e per riscaldare le stanze.
Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo
di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva
nome mastr'Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia,
per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza,
come una ciliegia matura.
Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò
tutto; e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a
mezza voce:
- Questo legno è capitato a tempo; voglio servirmene per fare una gamba
di tavolino. -
Detto fatto, prese subito l'ascia arrotata per cominciare a levargli la
scorza e a digrossarlo; ma quando fu lì per lasciare andare la prima
asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perchè sentì una vocina
sottile sottile, che disse raccomandandosi:
- Non mi picchiar tanto forte! -
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!
Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai
poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il
banco, e nessuno: guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e
nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno;
aprì l'uscio di bottega per dare un'occhiata anche sulla strada, e
nessuno. O dunque?...
- Ho capito; - disse allora ridendo e grattandosi la parrucca -
si vede che quella vocina me la son figurata io. Rimettiamoci a
lavorare. -
E ripresa l'ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di
legno.
- Ohi! tu m'hai fatto male! - gridò rammaricandosi la solita vocina.
Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del
capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni
fino al mento, come un mascherone da fontana.
Appena riebbe l'uso della parola, cominciò a dire tremando e
balbettando dallo spavento:
- Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui
non c'è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia
imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso
credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da caminetto,
come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c'è da far bollire una
pentola di fagioli.... O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno?
Se c'è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l'accomodo
io! -
E così dicendo, agguantò con tutt'e due le mani quel povero pezzo di
legno, e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della
stanza.
Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era qualche vocina che si
lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci
minuti, e nulla!
- Ho capito - disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la
parrucca - si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la son
figurata io! Rimettiamoci a lavorare. -
E perchè gli era entrato addosso una gran paura, si provò a
canterellare per farsi un po' di coraggio.
Intanto, posata da una parte l'ascia, prese in mano la pialla, per
piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo
piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo:
- Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! -
Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato.
Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra.
Il suo viso pareva trasfigurito, e perfino la punta del naso, di
paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran
paura.
II.
Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il
quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, che sappia
ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.
In quel punto fu bussato alla porta.
- Passate pure, - disse il falegname, senza aver la forza di rizzarsi
in piedi.
Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva
nome Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far
montare su tutte le furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina,
a motivo della sua parrucca gialla, che somigliava moltissimo alla
polendina di granturco.
Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito
una bestia, e non c'era più verso di tenerlo.
- Buon giorno, mastr'Antonio, - disse Geppetto. - Che cosa fate costì
per terra?
- Insegno l'abbaco alle formicole.
- Buon pro vi faccia.
- Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?
- Le gambe. Sappiate, mastr'Antonio, che son venuto da voi, per
chiedervi un favore.
- Eccomi qui, pronto a servirvi, - replicò il falegname rizzandosi su
i ginocchi.
- Stamani m'è piovuta nel cervello un'idea.
- Sentiamola.
- Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno: ma un
burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirar di scherma e fare
i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per
buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino: che ve ne pare?
- Bravo Polendina! - gridò la solita vocina, che non si capiva di dove
uscisse.
A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto diventò rosso come
un peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli disse
imbestialito:
- Perchè mi offendete?
- Chi vi offende?
- Mi avete detto Polendina!
- Non sono stato io.
- Sta' un po' a vedere che sarò stato io! Io dico che siete stato voi.
- No!
- Sì!
- No!
- Sì! -
E riscaldandosi sempre più, vennero dalle parole ai fatti,
e acciuffatisi fra di loro, si graffiarono, si morsero e si
sbertucciarono.
Finito il combattimento, mastr'Antonio si trovò fra le mani la parrucca
gialla di Geppetto, e Geppetto si accòrse di avere in bocca la parrucca
brizzolata del falegname.
- Rendimi la mia parrucca! - gridò mastr'Antonio.
- E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace. -
I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria parrucca,
si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la
vita.
- Dunque, compar Geppetto, - disse il falegname in segno di pace fatta
- qual è il piacere che volete da me?
- Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio burattino; me lo
date? -
Mastr'Antonio, tutto contento, andò subito a prendere sul banco quel
pezzo del legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma quando
fu lì per consegnarlo all'amico, il pezzo di legno dette uno scossone,
e sgusciandogli violentemente dalle mani, andò a battere con forza
negli stinchi impresciuttiti del povero Geppetto.
- Ah! gli è con questo bel garbo, mastr'Antonio, che voi regalate la
vostra roba? M'avete quasi azzoppito!...
- Vi giuro che non sono stato io!
- Allora sarò stato io!...
- La colpa è tutta di questo legno....
- Lo so che è del legno: ma siete voi che me l'avete tirato nelle gambe!
- Io non ve l'ho tirato!
- Bugiardo!
- Geppetto, non mi offendete: se no vi chiamo Polendina!...
- Asino!
- Polendina!
- Somaro!
- Polendina!
- Brutto scimmiotto!
- Polendina! -
A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, Geppetto perse il lume
degli occhi, si avventò sul falegname e lì se ne dettero un sacco e una
sporta.
A battaglia finita, mastr'Antonio si trovò due graffi di più sul naso,
e quell'altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in questo
modo i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni
amici per tutta la vita.
Intanto Geppetto prese con sè il suo bravo pezzo di legno, e
ringraziato mastr'Antonio, se ne tornò zoppicando a casa.
III.
Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e
gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie del burattino.
La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un
sottoscala. La mobilia non poteva esser più semplice: una seggiola
cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella
parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco acceso; ma il fuoco
era dipinto, e accanto al fuoco c'era dipinta una pentola che bolliva
allegramente e mandava fuori una nuvola di fumo, che pareva fumo
davvero.
Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a
intagliare e a fabbricare il suo burattino.
- Che nome gli metterò? - disse fra sè e sè. - Lo voglio chiamar
Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia
intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi
i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva
l'elemosina.
Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a
lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli
occhi.
Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accòrse che gli
occhi si movevano e che lo guardavano fisso fisso.
Geppetto vedendosi guardare da quei due occhi di legno, se n'ebbe quasi
per male, e disse con accento risentito:
- Occhiacci di legno, perchè mi guardate? -
Nessuno rispose.
Allora, dopo gli occhi gli fece il naso; ma il naso, appena fatto,
cominciò a crescere: e cresci, cresci, cresci, diventò in pochi minuti
un nasone che non finiva mai.
Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più lo ritagliava e
lo scorciva, e più quel naso impertinente diventava lungo.
Dopo il naso gli fece la bocca.
La bocca non era ancora finita di fare, che cominciò subito a ridere e
a canzonarlo.
- Smetti di ridere! - disse Geppetto impermalito; ma fu come dire al
muro.
- Smetti di ridere, ti ripeto! - urlò con voce minacciosa.
Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò fuori tutta la lingua.
Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene, e
continuò a lavorare. Dopo la bocca gli fece il mento, poi il collo, poi
le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani.
Appena finite le mani, Geppetto sentì portarsi via la parrucca dal
capo. Si voltò in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in
mano del burattino.
- Pinocchio!... rendimi subito la mia parrucca! -
E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo per
sè, rimanendovi sotto mezzo affogato.
A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece tristo e
melanconico, come non era stato mai in vita sua: e voltandosi verso
Pinocchio, gli disse:
- Birba d'un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a
mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! -
E si rasciugò una lacrima.
Restavano sempre da fare le gambe e i piedi.
Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sentì arrivarsi un
calcio sulla punta del naso.
- Me lo merito - disse allora fra sè. - Dovevo pensarci prima! Ormai è
tardi! -
Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò in terra, sul
pavimento della stanza, per farlo camminare.
Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto
lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro
l'altro.
Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a
camminare da sè e a correre per la stanza; finchè, infilata la porta di
casa, saltò nella strada e si dètte a scappare.
E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere,
perchè quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre, e
battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva un
fracasso come venti paia di zoccoli da contadini.
- Piglialo! piglialo! - urlava Geppetto; ma la gente che era per la
via, vedendo questo burattino di legno, che correva come un barbero,
si fermava incantata a guardarlo, e rideva, rideva e rideva, da non
poterselo figurare.
Alla fine, e per buona fortuna, capitò un carabiniere il quale,
sentendo tutto quello schiamazzo, e credendo si trattasse di un puledro
che avesse levata la mano al padrone, si piantò coraggiosamente a gambe
larghe in mezzo alla strada, con l'animo risoluto di fermarlo e di
impedire il caso di maggiori disgrazie.
Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere, che
barricava tutta la strada, s'ingegnò di passargli, per sorpresa,
framezzo alle gambe, e invece fece fiasco.
Il carabiniere, senza punto smuoversi lo acciuffò pulitamente per il
naso (era un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per essere
acchiappato dai carabinieri) e lo riconsegnò nelle proprie mani di
Geppetto; il quale, a titolo di correzione, voleva dargli subito
una buona tiratina d'orecchi. Ma figuratevi come rimase, quando nel
cercargli gli orecchi non gli riuscì di poterli trovare: e sapete
perchè? perchè, nella furia di scolpirlo, si era dimenticato di
farglieli.
Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo riconduceva indietro,
gli disse tentennando minacciosamente il capo:
- Andiamo subito a casa. Quando saremo a casa, non dubitare che faremo
i nostri conti! -
Pinocchio, a questa antifona, si buttò per terra, e non volle più
camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsi lì
dintorno e a far capannello.
Chi ne diceva una, chi un'altra.
- Povero burattino! - dicevano alcuni - ha ragione a non voler
tornare a casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell'omaccio di
Geppetto!... -
E gli altri soggiungevano malignamente:
- Quel Geppetto pare un galantuomo! ma è un vero tiranno, coi ragazzi!
Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani, è capacissimo di
farlo a pezzi! -
Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimesse in
libertà Pinocchio, e condusse in prigione quel pover'uomo di Geppetto.
Il quale non avendo parole lì per lì per difendersi, piangeva come un
vitellino, e nell'avviarsi verso il carcere, balbettava singhiozzando:
- Sciagurato figliuolo! E pensare che ho penato tanto a farlo
un burattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci
prima!... -
Quello che accadde dopo, è una storia così strana, da non potersi quasi
credere, e ve la racconterò in quest'altri capitoli.
IV.
La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi
cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro.
Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era condotto
senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero
dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe giù attraverso ai
campi, per far più presto a tornarsene a casa; e nella gran furia del
correre saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d'acqua,
tale e quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino
inseguito dai cacciatori.
Giunto dinanzi a casa, trovò l'uscio di strada socchiuso. Lo spinse,
entrò dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gettò a sedere
per terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza.
Ma quella contentezza durò poco, perchè sentì nella stanza qualcuno che
fece:
- Crì-crì-crì!
- Chi è che mi chiama? - disse Pinocchio tutto impaurito.
- Sono io! -
Pinocchio si voltò, e vide un grosso grillo che saliva lentamente su su
per il muro.
- Dimmi, Grillo, e tu chi sei?
- Io sono il Grillo-parlante, e abito in questa stanza da più di
cent'anni.
- Oggi però questa stanza è mia, - disse il burattino - e se vuoi farmi
un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro.
- Io non me ne anderò di qui, - rispose il Grillo - se prima non ti
avrò detto una gran verità.
- Dimmela, e spicciati.
- Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori, e che
abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai bene in
questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.
- Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani,
all'alba, voglio andarmene di qui, perchè se rimango qui, avverrà a me
quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno
a scuola, e per amore o per forza mi toccherà a studiare; e io, a
dirtela in confidenza, di studiare non ho punta voglia e mi diverto più
a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere
gli uccellini di nido.
- Povero grullerello!... Ma non sai che, facendo così, diventerai da
grande un bellissimo somaro, e che tutti si piglieranno gioco di te?
- Chetati, grillaccio del mal'augurio! - gridò Pinocchio.
Ma il grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male di
questa impertinenza, continuò con lo stesso tono di voce:
- E se non ti garba di andare a scuola, perchè non impari almeno un
mestiere tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?
- Vuoi che te lo dica? - replicò Pinocchio, che cominciava a perdere
la pazienza. - Fra i mestieri del mondo non ce n'è che uno solo, che
veramente mi vada a genio.
- E questo mestiere sarebbe?
- Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi, e fare dalla mattina
alla sera la vita del vagabondo.
- Per tua regola - disse il Grillo-parlante con la sua solita calma -
tutti quelli che fanno codesto mestiere, finiscono quasi sempre allo
spedale o in prigione.
- Bada, grillaccio del mal'augurio!... se mi monta la bizza, guai a
te! -
- Povero Pinocchio: mi fai proprio compassione!...
- Perchè ti faccio compassione?
- Perchè sei un burattino e, quel che è peggio, perchè hai la testa di
legno. -
A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt'infuriato, e preso di
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