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Ritta in piedi su quello strano blocco di neve immacolato, ravvolta,
anzi fasciata da quel suo costume morbido e fine a riflessi di bronzo,
che non turbava una sola delle grazie rigogliose della bella persona.
Felicita si poggiava all'alto alpenstok cui aveva legato in cima un
fascio di rododendri; e il mazzo delle roselline delle Alpi spiccava
come una gran macchia di sangue sul fondo cupo e quasi verdastro del
cielo.
Sostava così ansante e commossa ad ammirare la distesa melanconica del
ghiaccio e siccome si era riempita anche tutta la cintola di fiori
dell'Alpi - raccolti con ostinata abnegazione pur nei momenti più
scabrosi della salita - così sembrava sbocciasse col busto forte ed
eretto e la testa superba, di mezzo ad una festa bizzarra di
violaciocche, di tulipani, di verbene, di anemoni, di petunie e di
calceolarie... La si sarebbe detta, tutt'insieme, la statua di un'iddia
dolce e fiera della montagna, ergentesi sopra un rozzo basamento di
marmo purissimo, alla quale il prodigio di una nuovissima gioia avesse
infuso vita e calore. Felicita, infatti, era tutta rapita e vibrante di
fatica, d'ansia, di curiosità e si sentiva sinceramente grata a Febo che
le aveva procurato un così strano piacere. Egli non l'aveva obliata un
minuto solo, dacchè erano scesi di carrozza per salire a piedi il
ghiacciaio, e la marchesa, per oltre due ore, in quella immensa e
suggestiva solitudine alpina, si era sentita in balìa di quell'uomo
quasi protervo che pur sapeva con squisita sapienza dirle troppo in
mille modi, ma senza dir mai tanto ch'ella potesse bruscamente punirlo.
In quello sforzo assiduo di forza e di resistenza fisica, ed in pari
tempo di coltura e di genialità dello spirito, l'ostinato amore si
rivelava con tutte le seduzioni, con tutte le arti e con tutte le armi
di una seconda o terza gioventù, intraprendente ed esperta. Chi lo
avrebbe mai detto, conoscendolo solo come un impenitente viveur
cittadino? Agile, destro, prontissimo, audace e discreto, egli l'aveva
per così dire portata lassù e quasi senza un battito più frequente dei
polsi, senza un più affannoso respiro, nè una stilla di sudore; aveva
larvato per lei la fatica e i timori della salita, narrandole le cose
più varie, insegnandogliene una quantità d'altre, tutte curiose ed
interessanti. Ora ella, lo sentiva ancora tranquillamente seduto, lì
su di un greppo, sotto di lei e chi sa perchè, proprio in quel punto, di
fronte alla scena nuova e nella nuova commozione, le passavano dinanzi
come mortificate e piccine, le figure del marito e di Rinetto... quel
povero Rinetto che con cento pretesti, fino lassù, al ghiacciaio, non
c'era voluto venire...
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Una nube bianca e soffice passava sopra il disco del sole e tosto si
smorzò tutto lo scintillio di quell'immenso mare immobile di ghiacci, si
spensero le vive luci abbaglianti che venivano prima dai nevai. Sulla
scena desolata corse come un brivido di morte: tutto all'intorno si fece
squallido, livido, sinistro e Felicita n'ebbe un senso improvviso di
raccapriccio, di terrore: le parve che anche i suoi fiori declinassero
ad un tratto, improvvisamente avvizziti, si sentì sola, come una bimba
persa, nell'orrore di quel paesaggio spettrale, e fattasi smorta, si
lasciò scivolare dal suo piedestallo di neve, si lasciò prendere sotto
le braccia di Febo e stringere, quasi rabbiosamente, da lui...
Ma nel mentre egli stava forse per osare, la nube stopposa, veleggiando
e sfasciandosi a fiocchi, lasciò sgorgare ad un tratto la grande luce
del sole... Tutto si riaccese: un senso di tepore e di conforto rianimò
la bella smarrita... le sembrò che la vaniglia bruna di cui aveva tutto
ingombro il corsetto la richiamasse, con un alito repentino della sua
forte fragranza, ai sensi e al pericolo, cosicchè sorrise, si scosse,
dolcemente si sciolse, tentò col piede il terreno e arditamente cominciò
a discendere verso la strada che serpeggiava laggiù tra i larici
estremi, senza più volgersi indietro, senza parlare.
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L'itinerario di viaggio ideato dal cavalier Febo, era un capolavoro del
genere. Non un'ora sprecata, non un chilometro di strada che non
offrisse un'attrattiva, un godimento speciale; ed in pari tempo una
studiosa cura di evitare quei luoghi sciupati nella loro bellezza dalla
moda borghese, dalla réclame più fastidiosa. La si sarebbe detta una
peregrinazione in paese ignoto, un viaggio di scoperta, fra genti
primitive e caratteristiche, disseminate nei recessi delle valli più
quiete.
L'interno morbido ed elegante dell'automobile in quella vita zingaresca
e un po' selvaggia, era divenuto come la cabina comune di un bastimento
in rotta attraverso un gran mare di verde. La marchesa vi si era fatto
il suo cantuccio, vi aveva disposte le sue piccole cose, e ridendo
diceva che vi riceveva le sue visite, quando Febo e Rinetto dopo qualche
tratto a piedi chiedevano licenza di risalire. Job, sempre taciturno,
sempre vigile, rallentava a tempo, quando il paesaggio rivelava
improvvisamente inattesi splendori, o quando, senza neppur voltarsi,
avvertiva che un incidente qualunque - uno stormo di corvi gracchianti
nel prato, un falco che s'aggirasse stridendo nell'azzurro, od uno
scoiattolino saltellante fra gli alberi - avesse destato la curiosità
della grande e bella bambina bionda che quei due dietro a lui - il
cavaliere ed il giovinetto - sembravano mangiarsi cogli occhi.
Rinetto - nella famigliarità di quella vita a tre, nell'abbandono quasi
studentesco che per forza di cose si era stabilito fra loro, durante i
pasti, spesso frugali, nei piccoli gasthaus ove la marchesa aveva
vaghezza di soffermarsi, - smarriva tutta la sua spavalderia, il suo
snobismo artificiale, ritornava un buon bambinone, senza alcuno dei
piccoli ardimenti che la vita della città e dello stabilimento gli
avevano ispirato in quegli ultimi tempi, verso la marchesa.
La sua «cotta per la bella bionda» come una volta, un po' brillo, si era
permesso di definire la sua passione, in un certo ritrovo, si era
purificata, si era elevata sino a duemila metri sopra... le volgarità
del loro mondo. Ogni sera, separandosi da lei per coricarsi in un luogo
diverso, in un letto nuovo, si sentiva innamorato più che mai... ma
sempre più idealmente.
Egli stesso non si conosceva più. Per non farsi aspettare al mattino,
non si radeva più barba e baffi con quella scrupolosa cura che rendeva
un tempo tutto il suo viso mondo di ogni virile peluria... Qualche
mattina anzi era sceso con più di uno sberleffe del rasoio e qualche
aiuola rossastra qua e là. Si occupava molto meno delle cravatte, delle
calze e degli altri accessori della sua toletta, e molto più del paese,
delle cose nuove e belle che gli si offrivano dinanzi, in quel su e giù
sulle «montagne russe» inventate - come diceva lui - da Febo... per i
suoi fini.
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Ed anche intorno ai fini... insidiosi del vecchio Febo, il buon
Rinetto aveva smesso omai ogni gelosia. Capiva che la marchesa non
voleva nè la felicità nè l'infelicità di alcuno dei due. Il dì prima,
ella si era fermata a tracciare con la punta dell'alpenstock il suo
nome nella parete di un grosso blocco di neve che fiancheggiava la
strada come la bianca muraglia di un giardino invisibile. Rinetto,
seduto su di un paracarro vicino, compitava melanconicamente le sillabe
a mano a mano che comparivano incise sulla neve: Fe-li-ci-ta...
- Passerà qualcuno, - osservò ad un tratto timidamente, - e leggerà
male; crederà sia arrivata davvero quassù la felicità e che vi abbia
lasciato il suo nome...
La marchesa si volse e con la sua smorfietta di rimprovero:
- Non è forse così?
- Ahimè! È passata la bellezza, la grazia... ma la felicità no... Manca
sempre l'accento.
E fece atto di bucare la neve, col suo bastone ferrato sovra l'innocente
a finale... La marchesa gli trattenne il braccio e ridendo, ma con una
intonazione seria e recisa, concluse:
- Nè voi, nè altri... Resta così, senza accento!
Quel «nè altri» aveva consolato il povero ragazzo. Che donna
straordinaria la marchesa! Che spirito! Che tatto!
Egli ormai aveva preso tutte le abitudini di lei, tutti i suoi gusti. Si
gonfiava ogni mattina di latte appena munto, di miele odoroso, di carne
secca. Non si lagnava più di nulla, non sentiva più alcuno dei piccoli
disagi del viaggio, imparava da Febo i nomi dei fiori per sfoggiare poi,
egli pure, un po' di conoscenza della flora dell'Alpi e poichè la
marchesa s'era innamorata di quel delizioso linguaggio romancio,
copiava per lei i detti e le sentenze alle porte delle chiese, le
epigrafi nei piccoli cimiteri e appena si giungeva ad un villaggio
correva a fare incetta delle fotografie e delle cartoline illustrate del
luogo, riuscendo ad emulare, pel futuro album dei ricordi, lo stesso
Febo che con il poket kodak avrebbe fotografato ogni pianta, ogni
sasso della montagna, e la marchesa poi ad ogni minuto della giornata,
in tutti gli atteggiamenti, in tutte le luci.
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Quel giorno avevano sostato a lungo allo strano albergo che sembrava
fatto soltanto di ferro e di vetro, eretto poco lungi dalla vecchia
cantoniera al sommo dell'ultimo valico. Il record volgeva alla fine.
La marchesa, con la fronte appoggiata ai cristalli della veranda,
fissava la superficie immobile e fosca del piccolo lago alpino che si
stendeva sotto quel bizzarro edificio e nel quale si specchiavano le
nevi delle montagne ignude e tristi, che circondavano ad anfiteatro lo
speco. Altre nevi, che i calori estivi avevano staccate dalla riva,
galleggiavano lente verso il mezzo, dando alla scena l'aspetto
fantastico di un paesaggio polare. Da quei luoghi ermi e deserti, il
pensiero della marchesa scendeva alla pianura; le si riaffacciava alla
mente l'animazione dell'inverno cittadino, rivedeva i teatri, le feste,
i ritrovi, le amiche, la casa, il marito, e alla voluttà del nuovo che
l'aveva sino allora soggiogata, cominciava a succedere il desiderio
dell'antica vita, degli agi, delle mollezze, delle femminilità, alle
quali da una settimana aveva pressochè rinunziato.
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Si scosse... Era rimasta sola nella veranda chiusa e tepida come una
serra, che delle serre aveva anche la luce bianca ed i fiori forzati.
Sfogliò l'albo in cui c'erano i nomi di chi era passato prima di lei...
Tutti tedeschi, inglesi, americani del nord. Qualche raro nome italiano,
ma sconosciuto; qualche altro nome letto già, il dì prima, in un altro
albergo lungo la via; qualche accenno gentile, qua e là, ad una persona
amata, ad una patria lontana, ma nel complesso elogi banali al menu,
ostentazioni di titoli, firme presuntuose, evidentemente di
semi-analfabeti, diventati milionari... Dinanzi a quel lago ghiacciato,
una finlandese, una signorina indubbiamente, aveva evocato con due
melanconici versi tedeschi i suoi fjords. Un prete bretone aveva
trovato modo d'imprecare a Dreyfus, inneggiando au drapeau de la
France nel bianco delle nevi, nel rosso dei rododendri, nell'azzurro
dei cieli.
Ad un tratto Felicita, alzando gli occhi dal libro, sentì Febo dietro di
sè. Egli le prese un po' per forza le mani, gliele tirò indietro,
stringendole fra le sue che scottavano, e chinandosi come per leggere
nell'albo, cominciò a dirle che lassù si viveva benissimo, anche nel
cuore dell'inverno.
- Io ci sono passato, tre anni fa, con le slitte... Tutto bianco
intorno... E come vi pensavo sin d'allora! Ci conoscevamo assai poco,
nevvero? Eppure mi ero giurato che sarei tornato con voi... Con voi,
Felicita, qui e dappertutto, con voi e per voi...
Ella strappò le mani da quelle tenaglie, chiuse rumorosamente l'albo, si
avviluppò tutta nel plaid ed uscì a dar del pane, rompendolo ella
stessa a grossi pezzi, ad un povero cavalluccio giunto sin lassù, dietro
di loro, con una carriuola sconquassata, e che si riposava ora in un
angolo, ma si guardava intorno, come esterrefatto di tutti quei sassi,
di tutta quella neve senza un arboscello, senza un filo d'erba! Febo,
passandole vicino, per raggiungere Job che scaldava l'automobile, la
guardò prima fieramente, poi le disse, con una scrollata di spalle:
- Meglio così! L'elemosina a tutti! Al cavallo come ieri al cane, come
domani a Rinetto... A me nulla!... - E premendo stizzosamente la palla
di gomma dell'automobile, ruppe il divino silenzio delle Alpi, con lo
stridulo, insistente què, què, què, della cornetta, che fece accorrere
in furia Rinetto, dal vicino ufficio postale.
Felicita, frattanto, deposta la manciata dei suoi anelli nel lieve cavo
di un sasso e rimboccate alquanto le maniche, si lavava energicamente le
manine fatte violacee dal freddo, voltandole e rivoltandole sotto lo
zampillo gelido che canticchiava da un tronco, di fronte alla porta
dell'albergo.
- Carmen bionda, nel terzo atto! - esclamò Rinetto rapito.
Ella era adorabile davvero anche così, e Febo ebbe di nuovo un sussulto
come stesse per commettere una sciocchezza, come volesse lanciarsi verso
di lei... La bella capì, e crudele nella vittoria, lo pregò che le
infilasse gli anelli, ad uno ad uno, e le riallacciasse i polsini,
dicendogli ad ogni momento:
- Così, da bravo, les petits services... mantengono le grandi
amicizie!
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- Vedete quei culmini ultimi, lassù? Li vedete ancora? Lassù è
appollaiato il villaggio, il più alto di tutta l'Europa ove crescono
ancora le biade, l'ultimo ove si parli ancora il bel dialetto
romancio... Domattina, ridiscendendo al di là, non udremo parlare altro
che il francese e vedremo la catena dietro la quale è l'Italia... Fra
tre giorni al più saremo a casa... È finita.
Per la prima volta nella voce di Febo, vibrava una nota di tristezza
sincera. Imbruniva. Ella avea finalmente accettato il suo braccio, e
salivano lentamente lungo la strada silenziosa, deserta, tagliata lungo
un abisso profondo, tutto verde, sopra il quale sembrava calassero più
frettolose che alle sommità, le ombre della sera, una sera indicibile,
purissima. Lungo l'altro margine della strada, erano schierati, come i
militi di un esercito sterminato, immobili e silenziosi, gli immensi
pini bruni, con le guglie diritte ed acute a forar quasi la vôlta
azzurra del cielo, nella quale si andavano accendendo le prime stelle...
Qualche fremito misterioso tra le forre, a piè degli alberi, qualche
fuggevole stormire nei rami, - uccelletti che mutavano di posto - e
null'altro. Non una casa, più, non un fuoco sulla montagna... nulla...
nessuno. Loro due ed il popolo muto delle piante, delle erbe che si
addormiva, in una calma magnifica.
- Vi duole che ci siamo incamminati così tardi? - le chiese Febo.
Ella scosse il capo dolcemente ed a lui parve che il morbido e tepido
braccio di Felicita tremasse contro il suo petto.
Eureka aveva preparato una incresciosa sorpresa ai viaggiatori. A
cinque chilometri dall'ultima borgata, un guasto improvviso!
Inutilmente, fra il cavalier Febo e Job si era cercato di ripararvi:
senza un fabbro, senza arnesi, senza un gancio di ricambio, non era
possibile. Che fare? Tornare indietro, scompigliando tutto l'itinerario?
Si era quasi a mezza via per quel giorno, altri sei chilometri di
salita, ed il dì dopo, anche prima della riparazione, Eureka, in
continua discesa, li avrebbe portati abbasso, alla gran valle... la
valle ultima del pellegrinaggio. Job riuscì a persuadere due mandriani
diretti essi pure lassù, ad associarsi a lui nello spingere innanzi
l'automobile, e Rinetto, un po' a malincuore, ma lieto nondimeno di
compiacere Felicita, che si era mostrata seccatissima all'idea di dover
tornarsene indietro, aveva a mano a mano affrettato il passo per
vigilare davvicino la spedizione... e, al bisogno, spingere un pochino
anche lui. Così Febo e la marchesa erano rimasti addietro assai, nè ella
mostrava ora di volere affrettarsi molto, presa dal fascino di quel
silenzio, di quella solitudine, di quella tenebra luminosa.
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Come mai erano cascati a parlare di Milano, di tante cose tristi ed
uggiose in un'ora simile? E perchè Febo, già per la seconda volta, le
aveva indirettamente richiamato il ricordo di donna Ersilia e di suo
marito e di quell'orribile scenata di Roma, di cui appena si era
smorzato il pettegolezzo?
Forse aveva avuto ragione Febo, un momento prima:
- Tutto è divinamente bello nel creato; tutto quello che noi vediamo
qui, ora, è sovranamente grande; ma i luoghi e le cose non dicono niente
alle anime, se le anime dormono...
- La mia anima dorme? - aveva chiesto Felicita.
- Sì, mentre la mia soffre... E per questo, entrambe le nostre anime,
non sono qui. Se l'anima vostra si destasse, la mia cesserebbe di
soffrire e noi godremmo insieme... l'attimo che forse non tornerà più,
nè per me nè per voi! Essere soli, in mezzo ad un mondo silenzioso e
deserto e sentirsi felici di esservi...
Ella chinò il capo. L'ora era grave. La voce di Febo non sembrava la
stessa e Felicita pensò se doveva pentirsi d'essersi indugiata tanto con
lui.
Ad uno svolto brusco della strada, la pineta si apriva ad un tratto
verso il monte e a pochi passi biancheggiava una cava diruta, nel cui
fondo brillava una fiamma.
- C'è qualcuno? - chiese Felicita vivamente.
- Può darsi; siete stanca? Volete fermarvi?
- No, soltanto vedere.
Presso un focherello di sterpi che ardeva tra i sassi, fumigando di
resina, sulla soglia nera di un capanno fatto di ardesie e di tavole
d'abete, piccolo ed informe come l'abitazione d'un troglodita, un
vecchio irsuto, monco di una gamba, raspava in un paiuolo, e vicino a
lui, un ragazzo dalla testa enorme, gozzuto e sbilenco, mungeva, in una
ciotola, una caprettina stecchita, che per la prima avvertì gli
stranieri e cercò di ritirarsi belando dolorosamente.
Il vecchio aveva perduto la gamba sotto un macigno.
- Quanti anni fa?
- Oh! molti. - Non se ne ricordava più, ma qualche volta ne soffriva
ancora.
Viveva in quell'abituro fino al calar delle nevi, picchiando nel sasso
dalla mattina alla sera. Il ragazzo gli recava le pietre e gli
scalpelli, poi gli dava da mangiare, giacchè lui non poteva quasi
muoversi sul terreno ingombro della cava. Quel fanciullo era l'ultimo di
otto: tutti suoi nipotini, figli di una figliuola ch'era morta. Il
padre, stanco di vederli patire la fame, era andato in America e non se
n'era saputo più niente. Gli altri più grandi erano sparsi «pel mondo» a
lavorare e l'ultimo gli era rimasto vicino, attaccato a lui, come la
rozza gamba di legno alla sua coscia.
Il vecchio aveva detto la sua miseria, tranquillamente, sorridendo,
parlando piano, in quel romancio di cui poco ormai sfuggiva
all'orecchio musicale di Felicita; e intanto il ragazzo scemo e la
capretta arguta guardavano i due, ma senza curiosità.
Neppure il vecchio sembrava stupito della apparizione di quella coppia
signorile, a quell'ora, a quell'altezza....
- Oggi sono passate in su molte carrozze, con molti signori.
- E qualcuno si è fermato a discorrere con voi?
Il vecchio alzò gli occhi dal paiuolo, sorridendo di più.
- Di giorno il sole batte forte sulla cava. Non si ferma nessuno qui. Io
non parlo mai... Quasi mai. - Non un lagno in quella voce, nè il menomo
accento d'invidia o di rancore per quei signori che gli passavano
dinanzi, in carrozza, senza fermarsi, mentr'egli viveva così, inchiodato
dalla sventura e dalla miseria ai macigni della sua montagna, ignaro
della suprema bellezza della scena che ogni giorno gli si apriva
dinanzi, quando all'alba usciva carponi come una povera bestia dal covo,
e riprendeva a martellare sul sasso...
- Siete cattolici o protestanti qui? - gli domandò Febo.
- Cattolici. Il villaggio dove arriverete fra mezz'ora, è il primo della
valle, abitato tutto da cattolici. Vedrete che bella chiesa!... Ci vado
anch'io alla domenica.
------
Quando Felicita e Febo furono di nuovo sulla strada, era già sera. Il
discorso cadeva. Ascoltavano, entrambi, le mille voci di quel silenzio
più profondo e più canoro ad un tempo, d'ogni silenzio udito mai.
Ma si levava il vento freddo delle vette, e Felicita, anche pel
contrasto col tepore del focherello presso il quale si era indugiata
parlando, rabbrividiva e cercava di ravvilupparsi quanto era possibile
nel plaid. Febo, un po' preoccupato di quel vento rigido e dell'ora
tarda, preso come da una smania stizzosa d'arrivare, le serrava il
braccio sotto il suo, affrettava il passo, la trascinava quasi, sempre
tacendo, fissando i fuochi del villaggetto ch'erano comparsi ad uno
svolto della strada, che ora si avvicinavano, ora sembravano
allontanarsi, quasi burlandosi delle sue ansie, ma che brillavano sempre
come un dolce richiamo, come un invito, come una promessa... Giunsero
alle prime case del paese, quasi senza avvedersene.
Tutto silenzioso, tutto cheto... Qualche lume dietro i doppi vetri delle
solite finestruole, delle solite casette, qualche lieve rumore appena...
Ad un tratto si udì la voce di Rinetto e quasi subito un fascio di luce
si precipitò sulla strada.
Rinetto veniva loro incontro, in compagnia di Job che aveva staccato il
lampione dell'automobile.
- Amici! - gridò Rinetto con enfasi, ancor da lontano - Siamo fritti!
L'unico albergo del paese, pieno come un ovo!
E avvicinandosi, scrutando un po' inquieto i volti della marchesa e di
Febo, continuò:
- Non un letto a pagarlo un milione! Sembra una casa presa d'assalto! Ci
si è fermata mezza Boston e mezza Filadelfia! Una specie d'invasione di
quaccheri, che salgono domani ai ghiacciai...
- Possibile? Neppure qualche camera?
- Ma che! Sarà molto se ci avranno avanzato un po' di cena! Vi sono
letti anche nella sala da biliardo, nei tre camerini da bagno
dell'albergo, dappertutto!
- E nondimeno, una camera per la marchesa, bisognerà pure che ce la
diano! - esclamò Febo, in furia, contrariato, seccatissimo, riprendendo
a trascinare rapidamente Felicita verso l'albergo, del quale apparivano,
nel buio, le finestre illuminate in fondo all'unica via del villaggio.
- Caro mio - proseguì Rinetto, egli pure di pessimo umore, tenendo
dietro, e badando alla strada - puoi credere se ho tempestato per una
camera, almeno una, per la marchesa!... È tempo perso! Ti rispondono
appena: «Tutto occupato!» Non c'è altro che accettare la proposta dello
stesso proprietario dell'albergo, l'unica tavola di salvezza, del
resto...
- E cioè? - fece Febo.
- Chez monsieur le curé, s'il vous plaît, messieurs.
- In casa del curato?
- Già. La casa laggiù, quasi in faccia all'albergo. Pare che la casa del
ministro di Dio, sia una specie di dépendance, al bisogno!
La marchesa non aveva aperto bocca, ma era più infastidita di tutti per
quel contrattempo. Si sentiva fisicamente stanca. Durante l'ultimo pezzo
di strada, a passo affrettato, non aveva sognato altro che una bella
camera con un bel fuoco e molto spazio per tuffare le mani nelle
valigie... anzi tutto; poi, prima ancora, della cena, del fuoco, del
letto, aveva bisogno, materialmente bisogno di un buon bagno tiepido...
di un lungo bagno riparatore. Tutti i suoi istinti, le sue abitudini, le
sue raffinatezze, fatte tacere in quei giorni fra le distrazioni del
nuovo, riprendevano ora il sopravvento di fronte all'impossibilità di
appagarle, e il dispetto, la stanchezza, il freddo, la prospettiva di
una cattiva notte, le davano un senso di amarezza indefinita, quasi
quasi la voglia di prendersela con Febo e con Rinetto, o di mettersi a
piangere...
In casa del curato! Che sciocchezza, che seccatura! Dover magari dar
conto... spiegare... far delle presentazioni! Il suo entusiasmo per i
piccoli chalet svizzeri, visti dal di fuori, si era molto smorzato da
quando aveva avuto occasione, in que' giorni, di mettere la testa dentro
a qualcuno di essi. Puliti sì e ordinati, ma afosi: vere scatole
opprimenti.
Capitare di notte in un luogo simile, a quell'altezza, e trovare un solo
albergo, senza una camera vuota... Era la prima contrarietà del viaggio,
ma fastidiosissima!
------
L'albergo era pieno infatti, pur nondimeno quieto e silenzioso. Finiva
la cena. Uomini enormi, dai piedi enormi, dalle mani enormi, signore e
signorine che sembravano uomini, tutti dall'aria stanca e severa,
occupavano sino all'ultimo posto della table d'hôte e sbucciavano
gravemente delle mele e delle pere, senza quasi guardarsi l'un l'altro,
scambiando appena qualche parola.
Scialli, plaid, zaini, binoccoli e Bädeker dappertutto; in ogni
angolo fasci di alpenstok giganteschi, delle piccozze nelle custodie
di cuoio, e sopra ogni mobile mazzi di edelweiss e di alpen-rose.
L'irruzione rumorosa della bella marchesa e dei due amici, la
disinvoltura con la quale i tre italiani sedettero ad un tavolino
d'angolo e assediarono di domande in tutte le lingue il maître d'hôtel
e i camerieri, per la cena e per le camere, parvero scandalizzare quegli
sbarbati indigeni delle rive del Michigan.
Dopo qualche minuto, come spinti da una molla si alzarono tutt'insieme
uomini e donne, e presa la loro roba, quasi furtivamente, con un lieve
abbassar del capo, uno dopo l'altro, infilarono l'uscio e sparirono come
ombre. Non rimasero a tavola, sparsi qua e là, che due o tre commensali,
in smoking e in cravatta bianca.
Mentre la marchesa, Rinetto e Febo finivano di cenare, comparve
sull'uscio un bel pretone, forte, tarchiato, dal viso rubicondo, con
grossi riccioli bianchi alle tempie ed un fare, fra il furbo ed il
gioviale, da prete italiano che finì d'indisporre, con la volgarità, i
suoi ospiti forzati.
Il prete però non era affatto italiano: svizzero puro sangue e
precisamente, grigione, dell'Oberalpstein, da oltre trent'anni curato
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