LA PRINCIPESSA (fra le guardie). Almeno il brum! La carrozza! Una
carrozza! E manderò i miei reclami in alto!... Molto in alto! Perchè io
sono intimissima con deputati, senatori, ministri! Con tutti i nobili di
Milano!... Con tutti i grandi personaggi più influentissimi!
Una guardia in borghese che continua nella perquisizione, ad uno dei
compagni, indicando il fagotto nell'angolo del canapè:
- E qui?... Che ci sta?
L'ALTRA GUARDIA (sollevando il fagotto). Chiò, el se move!
LA PRIMA GUARDIA (aprendo il fagotto con un grido di maraviglia). Na
piccirilla!
LA SECONDA GUARDIA. La sarà la fia de la parona.
LA PRIMA GUARDIA (Toglie la bimba ancora addormentata dal tappeto).
Dorme!
LA SECONDA GUARDIA (prendendola in braccio e scotendola). Chiò
piccola! Sveiete!
LA PRIMA GUARDIA. Non fingere di dormire! Chi sei? Come ti chiami?
LA BIMBA (apre a stento gli occhi, pallida pallida, tutta madida di
sudore).
- Parla!
- Piccola, che nome ghetu?
LA BIMBA. Celestina... (correggendosi) Mercede.
- O Mercede o Celestina!
- La verità! Se dise la verità!
LA BIMBA (li crede due «bei signori» in visita dalle sue mamme.
Svegliandosi completamente, fissa le due facce minacciose e nuove per
lei, ma senza punto spaventarsi: poi, dopo un momento, ricordandosi del
nome che le è stato imposto la sera innanzi e sorridendo
graziosamente).
- Fernanda! Mi chiamo Fernanda!... Buon giorno! (Allunga il collo per
offrire un bacio sorridendo e continua con la vocina tenera, insinuante,
volendo mostrarsi compita con tutti e due). No, buon giorno!... Buon
giorni!... Buon giorni! Signori papà!
Canto di Montagna
Troppo grasso... e troppo grassi!
Quel gran cuoco del Kurhaus - benchè cavaliere e malgrado tutte le sue
stagioni di Vichy - aveva respirato troppo fumo di tedescheria e col
lezzo pesante delle sue cucine ammorbava anche l'aria della pineta.
Ecco!... Le zaffate di goulasch e di plumcake - compresi ogni giorno
nel ménu per gli stomachi... deboli - arrivavano sin là, alla sua
panchina prediletta, dietro la chiesuola luterana, dove anche quel
giorno la marchesa Felicita avea riparato verso le cinque, mentre il
lungo servente dei grassi e delle grasse cominciava a snodarsi lungo il
viale della Trinkhalle. Com'era diventata opprimente e schiacciante
quella turba di pingui, in mezzo alla quale viveva da due settimane!
Ed era stata proprio lei ad insistere, perchè il dottore convenisse nel
dire che un po' di cura per dimagrare le era necessaria, e le avrebbe
fatto meglio del mare! Come l'aveva colta la paura di essere ingrassata,
di dover ingrassare?
La marchesa sorrise. Quella tremenda paura l'aveva presa una mattina di
maggio - era un giovedì - nel «gabinetto degli specchi» negli ammezzati
del Ventura.
Vi si era indugiata, in corsè, a riprovare l'amazzone per Castelletto.
A un tratto, sulla grande lastra di fianco, era apparsa e scomparsa via
come un fantasma, la figura mefistofelica del cavalier Febo, esile
esile, nero, nero, nel suo eterno lutto misterioso, e il sorriso freddo
ed arguto dello scapolo maturo, quel suo sguardo vivo ed intelligente,
l'avevano tutta rapidamente ravvolta e sapientemente accarezzata così
come ella si trovava in quel punto.
Soltanto Febo era capace di penetrare in un luogo simile, in un momento
simile, in uno specchio così riservato!
Rinetto, per esempio, non avrebbe mai osato farlo, e forse non sarebbe
mai arrivato nemmeno e pensarlo! Un ragazzo, nient'altro che un ragazzo,
quel povero Rinetto!... Tante volte l'aveva accompagnata sospirando, fin
sulla soglia del Ventura! Ma solo per far ridere alle sue spalle tutte
le madamine addette alla sartoria, mentre col visetto tondo volto in su,
il nasino schiacciato volto in su, l'aspettava gironzando sul Corso.
E nemmeno suo marito avrebbe mai avuto il coraggio di ficcarsi lì dentro
e di apparire in quello specchio! Suo marito che avrebbe tanto
desiderato di poterlo fare quando dal Ventura, in corsè, c'era la
contessa Ersilia!
In quello sguardo del cavalier Febo ella aveva letto una quantità di
restrizioni sulla bellezza troppo appariscente delle rose in pieno
sboccio, dalle foglie troppo spesse e carnose, di cui le aveva già
parlato una volta. Ella aveva sentito che la linea del suo corpo
minacciava di perder la purezza statuaria e, con quel pensiero molesto,
un altro ancora, anzi un vero brivido di malinconia, l'aveva scossa
tutta... Il pensiero degli anni, di quell'implacabile diciassette
d'agosto un'altra volta imminente. Così si era decisa per «il paese dei
grassi» e aveva gustato sin dai primi giorni la consolazione, la voluttà
di essersi ingannata, di doversi ricredere. Non si era mai sentita tanto
giovine, tanto flessuosa, tanto agile e fresca come in mezzo a quelle
opulenti dame esotiche, infagottate di seta come le «donne fenomeno»
delle fiere, tutte ciondolanti di gioielli come le Madonne della
Riviera, e sempre asmatiche, lustre, gocciolanti, preoccupate solo di
non riportare a casa tali e quali i loro novanta o cento chilogrammi di
peso.
E pazienza ancora le donne, elemento di contrasto e quindi di
conforto!... Ma gli uomini!? Non ne poteva più!
La Germania intera aveva dunque rovesciato in riva a quel fiume, in
quella conca verde, tutti i campioni della sua pinguedine, i suoi
colossi di gelatina tremolante, impastati di birra e di patate?
Da qualche giorno ogni diligenza che arrivava ne rotolava giù al
Kurhaus un'altra dozzina.
E sempre quei ventri enormi che sembravano scappare fuori dalla cintola
dell'immancabile blusa di panno color ramarro, sempre quegli occhiali
d'oro, quei baffi color di stoppa, sempre quegli orribili capelli a pan
di zucchero, coll'antipatica piuma di fagiano piantata dietro!
Per qualche tempo la marchesa si era divertita col cavalier Febo e con
Rinetto, a godersi la sfilata dei tipi, e anzi soleva dire ridendo:
«Andiamo a sfogliare l'ultimo numero dei Fliegend Blätter!» Ma ormai
gente e luoghi, e quel continuo ja! ja! so! so! nelle orecchie le
erano venuti a noia.. Non ne poteva più! Guai se non ci fossero stati -
soli italiani, soli magri e soli amici - quel povero Rinetto.... e il
cavalier Febo!
------
Dopo un meriggio caldo, quasi come in pianura, lassù a quell'altezza si
diffondeva verso le cinque la deliziosa frescura delle Alpi e correvano
per la selva i primi aliti della brezza. Giù dai prati scendeva l'odor
forte del fieno e oltre il fiume e la valle, pel grande anfiteatro
dirimpetto, avvicendato di pinete, di frane, di immense pareti
granitiche, di nevai e di vette, cominciava a distendersi l'armonia
delle penombre, la delicata e morbida grazia dei violetti, degli ori
pallidi, quello spettacolo del tramonto, che la marchesa Felicita aveva
molte volte ammirato, come un grande quadro del Manzotti alla Scala, ma
senza alcuna persuasione, senza alcun intimo commovimento... E nemmeno
in quell'ora l'anima della bella signora s'apriva ai fascini della
splendida egloga vespertina. Ella pensava che non sarebbe scesa alla
Trinkhalle, tanto era stufa e infastidita della solita processione,
pensava al modo di sottrarsi, per quel giorno almeno, a quell'altra noia
ineffabile della table d'hôte, nel salone semibuio e triste come una
chiesa, dove soltanto in fin di tavola, al silenzio scontroso e
all'ipocrita parlar sommesso fra i commensali, succedeva un momento di
frastuono, il volgare acciottolìo delle tazze e delle posate, con
qualche nota aspra, qualche strappo di frase rauca, di tedeschi un po'
alticci.... E poi, la sera!.... I soliti cento passi lungo il fiume, che
sembrava correre ancor più livido ed iracondo nel buio, ed il solito
esame delle sue mantelle ed anche delle sue sottane di pizzo, da parte
delle grasse più curiose e più sfacciate... per finire poi dinanzi al
chiosco, a godere, sin verso le undici, il primo quarto di luna e il
miagolìo dell'orchestrina, che di milanese non aveva più che il nome e i
triangoli!... Ah, bisognava pur rompere il pigro ritmo di quella vita!
La splendida valle non finiva lì! Oltre quelle montagne s'aprivano altre
conche, altri incanti, dietro quella millenaria muraglia di pietre era
il mondo, il gran mondo.... Ella non aveva affatto bisogno di
mummificarsi intorno a quella fonte... Dunque?
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- È arrivata! Non ha sentito il tuff tuff?
Rinetto era comparso a capo del viale e si riposava della dolce e breve
salita, poggiandosi come un vecchietto, con le due mani inguantate di
bianco, sul bastoncino puntato innanzi.
Si era messe anche le scarpe di melton tutte bianche, e le mani e i
piedi dell'elegantissimo ragazzone sembravano fatti di gesso ed
appiccicati alle braccia e alle gambe di quella sua lunga persona
dinoccolata e un po' fantocciesca, insaccata nell'abitone estivo di seta
color pulce. Nemmeno l'aria e nemmeno il sole delle alpi erano riusciti
a dare un po' di colorito e un po' di solidità alle guance flosce e
smorte di quel viso sempre volto in su, sovra il collo fasciato del
grande cravattone a tre giri, come nei ritratti di famiglia. Si sarebbe
detto che il buon genio del monte non volesse sciupar nulla della sua
tavolozza intorno al giovane prototipo dello snobismo cittadino, ben
sapendo che di ritorno al piano sarebbe bastata una settimana di veglie
buttate via fra le ragazze dell'Eden, per ridurlo di nuovo cascante,
imbambolato ed assonnato, come del resto egli godeva di mostrarsi.
Di fronte alla comica e bolsa virilità del giovinetto, la femminilità
forte e rigogliosa della marchesa trionfava ancor più nella sua rosea e
bionda bellezza, sullo sfondo verde cupo del bosco, nel molle abbandono
del riposo, sovra la rustica panca. Ogni volta che Rinetto le compariva
dinnanzi in una toeletta nuova, modestamente pretenzioso come un artista
sicuro di sè, la marchesa non poteva a meno di ridere, e Rinetto ormai
si era persuaso che era quella l'espressione irresistibile della sua
ammirazione. Ma quella sera neppur Rinetto, così bello e così
affascinante, riuscì a divertirla. Anzi, seccata, gli chiese, quasi
strapazzandolo, chi mai fosse arrivato.
- Come? Non si ricorda? Eureka, la nuova automobile di Febo.
- Ah! Sì! Arrivata? E dov'è?
- Alla villa del dottore, presso la «curva del latte». Di qui non la si
vede, ma credevo l'avesse scorta, quando Febo, poco fa, la manovrava
sullo stradone, laggiù... Immagini che ha mangiato quasi di volata le
due salite sino al Waldhaus. Una bella macchina, non c'è che dire.
- Di che forma?
- Una vittoria, una vera vittoria.
- Il colore?
- Grigio-piombo, filettata di turchino. Molto seria, forse un po'
troppo.
- Sarà goffa e pesante come le altre.
- Un po' meno; si progredisce. Anche il rombo non è così seccante come
nelle ultime provate a Milano. Farà un magnifico viaggio l'amico Febo!
Rinetto aveva insistito su quest'ultima frase, con un'intonazione così
fatua, che pareva avesse voluto dire alla marchesa: «Fra un paio di
giorni, presso di voi, rimango... io solo!»
Felicita lo guardò e questa volta rise di cuore, abbandonandosi
indietro, sulla spalliera della panca, sin quasi a celare la massa dei
capegli biondi tra i dardi verdi dei pini, mentre la bella gola ampia e
candida le sussultava nel riso aperto, traverso la tenue camicietta,
slacciata prima pel caldo.
Rinetto si provò a ridere anch'egli ma ebbe invece un momento di stizza;
di pallido si fece verdognolo. E dire che per lei aveva mancato al
patto, si era ridotto alla più insigne e bottegaia delle volgarità,
quella di andarsene da Milano in pieno luglio, e che da due settimane si
struggeva in mezzo a quei tedeschi, a quelle piante, a quelle capre,
mentre gli altri erano rimasti laggiù imperterriti sulla soglia del
bar, padroni del Corso, pieno di sole e vuoto di gente, difendendo
l'onore del gruppo! E dire che gli amici passavano serate deliziose al
Savini, mentre la gran folla borghese era scappata dai trenta gradi di
caldo, cosicchè essi soli avrebbero potuto dire con tutta semplicità:
«Non ci siam mossi un giorno da Milano!»
E per che cosa poi? Per vederla ridere?
Ridere... o flirtare con Febo!
Allora, perchè la marchesa gli aveva fatto così chiaramente capire che
lo avrebbe avuto caro, con lei, in montagna?... E perchè qualche volta,
di tempo in tempo, quando egli osava dirle tante cose con un'occhiata,
ella non rideva più?
La marchesa scendeva lentamente lungo il viale, buttando via con la
punta del parasole scarlatto i rari sassolini bianchi fra la sabbia.
Prima di infilare il grande viale del Kurhaus, si volse d'improvviso a
Rinetto e quasi seriamente gli chiese:
- Quanti giorni durerà il viaggio del cavalier Febo?
- Non so bene... Otto o dieci giorni, credo. Non ricorda il famoso
itinerario? Cinque valichi alpini, dei quali due oltre i
duemilaquattrocento metri, quindi in mezzo alla neve, e per ultimo
ritorno in Italia dal Sempione. Un record... ed una pazzia!
- Vi pare? E di quanti posti è la nuova automobile, Oscar?
Quando la marchesa lo chiamava Oscar, invece di Oscarinetto o Rinetto,
c'era da sperare. Era segno che parlava quasi sul serio.
- Quanti posti? Ma tre, quattro, credo. Job la dirige stando a cassetta:
è una vittoria, tal quale una vittoria di cavalli!
- Dunque, se io mi unissi al cavalier Febo, nel suo record, ci
potreste venire anche voi?
- Come?... Si andrebbe?
- Tutti e tre, come siamo stati qui, insieme, fino adesso, da buoni
amici.
Rinetto era rimasto di gesso - tutt'intero come le mani e i piedi! - e
il rapido sguardo rivolto al suo io, non appena udita la proposta della
marchesa, rivelò subito la prima, la precipua preoccupazione passatagli
in mente.
- Per gita alpina in automobile, disse Felicita - credo correttissimi i
costumi soliti di montagna. Anch'io dovrò acconciarmi alla meglio.
E la marchesa tirò via verso il Kurhaus senza aprir più bocca.
------
Fu Rinetto stesso che appena scorse Febo, ancora affaccendato intorno ad
Eureka, lo informò del capriccio della marchesa, come di una cosa
molto strana ed anche - via! - molto arrischiata. Febo, chino a serrare
le viti d'uno stantuffo, non si alzò, non si volse neppure. Sorrise, più
con lo sguardo che con le labbra, e con tutta flemma consolò Rinetto.
- È un'idea come un'altra. Che qui ci si diverta, non è cosa sicura, ti
pare? Per me non vedevo l'ora che Job arrivasse colla macchina per
cambiare aria.
- Tu... tu. Credevo appunto fossi soltanto tu!
- Già, capisco! L'idea della marchesa è un po' bizzarra; ma che vuoi
farci? Non è da oggi che la conosciamo, e poichè il viaggio le sorride e
lei si è invitata... io invito anche te, naturalmente, e la cosa va via
liscia.
- Già, come l'automobile.
- Speriamo bene! Ti dispiace forse il progetto? Non ti trovi bene con
me?
- Con te? Con te è un altro conto!...
- Ma ti troverai benissimo anche... con noi. In viaggio, come qui! Via,
non sei un ragazzo; devi capire che se la marchesa ci tiene allo svago
non potrebbe permetterselo nè con te, nè con me...
- Presi ad uno ad uno, nevvero?
- Precisamente. Cosicchè, senz'altro, posdomani mattina, tuff, tuff,
tuff.... In viaggio tutti e tre.... Sei contento?
E Febo tornò a chinarsi sugli stantuffi, fingendosi più che mai assorto
nel verificare la solidità delle viti. Ma si era fatto serio. L'occhio
gli scintillava ancor più fra le molte rughe sottili delle tempie già un
po' calve; su tutto quel viso d'uomo arguto pareva che una lunga
tensione di propositi e di desideri si allentasse nella certezza di una
grande soddisfazione imminente.
------
Dopo una serata di cortesi e significanti insistenze - sottolineate, al
momento di separarsi, da un'occhiata di invocazione, quasi imperativa -
il cavalier Febo, il dì dopo, non aveva aggiunto parola, certo che la
marchesa era omai decisa. Nel pomeriggio, infatti, comunicazione
ufficiale: un lungo telegramma esplicativo alla mamma, in Brianza, un
altro molto più breve e molto più abile al marito, ancora a Roma, ed in
fretta e in furia, ed un po' anche di nascosto, i preparativi per la
partenza, la mattina seguente, prestissimo.
Avevano lasciato il Kurhaus ch'erano appena scoccate le cinque, quasi
di soppiatto, mentre tutti dormivano ancora, ed Eureka correva da
un'ora sulla magnifica strada piana verso quel paese romancio, che la
marchesa desiderava tanto di ammirare anche per tutto quello che gliene
aveva narrato Febo.
Il paesaggio era divinamente bello e vario così da rapire per qualche
tempo anche lo spirito poco infervorabile di Felicita. L'essersi alzata
così per tempo, dava alla marchesa un'eccitazione nuova, quasi
voluttuosa, ma buona, infantile.
Rassegnata ad ogni disastro della carnagione, si era tolta anche la
veletta, perchè l'aria viva della mattina le sferzasse forte le gote e
la fronte nella corsa rapida dell'automobile, una corsa bizzarra,
deliziosa verso il nuovo, verso l'alto... si sarebbe detto verso il
cielo. - Nello scompiglio dei riccioli biondi, nel fuggevole
rabbrividire per le improvvise sensazioni di freddo, ella era e si
sentiva ancor più leggiadra e più desiderata, ma ne aveva a volte un
senso lieve di turbamento, la intimidiva, di tanto in tanto, così il
desiderio ardente che scattava da certi sguardi quasi corrucciati di
Febo, come l'adorazione di Rinetto che nella sua sonnolenza invincibile
per l'ora mattutina diventava ancor più sentimentale.
------
Nell'automobile ci stavano tutti, benissimo.
Rinetto di fronte alla marchesa e a Febo, e Job a cassetta. Ma ella ci
si sarebbe trovata mille volte meglio sola, per allora almeno, senza
sguardi che la fissassero, senza alcuno che le chiedesse ad ogni
momento, come si sentiva, se si trovava bene, se le piaceva il paese. E
siccome, ad onta di ogni sforzo, un senso nuovo di benessere e di
ammirazione le chiudeva la bocca, anche Rinetto, intimidito, non osava
più parlare; si preoccupava di tenersi sveglio e delle poche valigie
ch'erano state chiuse negli ampi fianchi di Eureka, mentre il grosso
dei bagaglio avrebbe viaggiato di tappa in tappa, con le diligenze
federali: Febo capiva ed aspettava, tacendo. Tutt'al più scambiava
qualche frase con Job, sulla manovra della macchina o sulla direzione
della corsa.
Job non era passato altre volte, come Febo, per quella strada, ma in
un'ora non aveva già più bisogno nè d'indicazione, nè di consigli.
Quel magnifico tipo incrociato di starter e di master che Febo prima
di lasciar per sempre l'Inghilterra e la diplomazia, era riuscito a
scritturare per sè, e che in breve lo aveva... sublimato in tutti i rami
dello sport, dall'ippica al lawn-tennis, dal foot-ball
all'automobilismo, s'era insediato a cassetta di Eureka, come un
capitano di nave sul ponte di comando, ed era già, a bordo, il padrone
dopo Dio, dignitoso e corretto, senza una parola oltre l'indispensabile,
sicuro e pronto negli incidenti della strada, disinvolto e imperioso nel
suo gergo fatto di tutte le lingue, quando Eureka sostava alle porte
dei grandi alberghi, per la colazione, pel pranzo, per gli alloggi.
------
Il sole, il grande sole di luglio, aveva inondato la valle. La strada
saliva e la carrozza procedeva lenta, ansimando, con qualche stridore a
intervalli. Febo era disceso e camminava a lato, e poichè Rinetto,
acciecato dal sole, si era tirato sugli occhi il berretto bianco di
marinaio, e cedeva al sonno lasciando ballonzolare la grossa testa, Febo
stringeva con la sinistra il polso della marchesa, nervosamente, perchè
non le sfuggisse nulla di quanto il paese offriva di interessante, ma
senza guardarla, soggiogandola, con quella espressione quasi brutale
della sua vicinanza e dei suoi desideri.... Venivano incontro e
passavano scendendo la china al gran trotto fragoroso dei loro cinque
cavalli, fra nembi di polvere e schioccar di frusta le enormi diligenze
gialle, alte e traballanti come navi, e dall'alto era un volgersi di
visi esotici, maravigliati e sorridenti verso Eureka e verso la bella,
elegantissima signora bionda, che si sentiva ravvolta e seguita da una
vampa di ammirazione e di cupidigie.
A quegli incontri, anche Rinetto apriva gli occhi, si scoteva,
sorrideva, si dava un contegno, godeva egli pure un po' dell'invidia
lasciata dietro per via, ma poi il sonno - quel sonno invincibile della
mattina per chi suole dormire tardissimo - lo riafferrava alla gola e
non c'era verso... Febo poteva tornarsene a fianco della carrozza, e
stringere forte, con la mano scarna e nervosa, il polso tondo e ignudo
della marchesa, perchè non le sfuggisse nulla del paesaggio...
- Ecco lassù, più in alto... Appare adesso... È il primo lembo di
ghiacciaio che il panorama ci offre.... Vedete quanto è bruno e livido
in confronto dei nevai, bianchissimi, più sotto? Domani sera, saremo ai
piedi di quella grande muraglia che sembra lo sorregga... Chi direbbe
che si può arrivare sin quasi lassù, in automobile?
------
Entravano in un villaggio. Che silenzio! Non giungeva all'orecchio altro
che il martellare argentino di un vecchio contadino seduto su di un
tronco d'albero, serio ed assorto come un filosofo, che affilava la
falce picchiandola a colpi uguali sopra un'incudine piantata nel ceppo.
Qualche donna vestita di nero, con una cuffietta di lana bianca annodata
sul capo, attraversava la strada frettolosa, senza quasi voltarsi a
guardare chi arrivasse e spariva in uno dei soliti chalets.... Altri
visi di donna - visi affaticati e invecchiati anzi tempo - comparivano
ai vetri delle finestrelle, chiuse, chi sa perchè, anche con quel
caldo.... Uno sciame di bimbi, tutti puliti, con le grosse scarpe a
chiodi, sbarravano tanto d'occhi all'arrivo di quella strana carrozza
senza cavalli, che aveva le ruote cerchiate di gomma e si lasciava
dietro un forte odor di benzina, e la seguivano a distanza, ficcandosi
un dito in bocca, scambiandosi le loro impressioni in un linguaggio
breve e dolce, che a Felicita ricordava la canzone provenzale di
Magalì nella Sapho del Massenet.
I piccoli indigeni si decidevano a fermarsi in crocchio dinanzi alla
solita botteguccia dei conditorei co' suoi immancabili automi di
cartone, in vetrina, per la rèclame del Maestrani: altri se ne
incontravano pure sui gradini della chesa comunela, il Municipio del
paese, il solo edificio oltre gli alberghi e le due chiese, la cattolica
e la protestante, che non fosse di legno e in forma di chalet.
- Sente come parlano? - le diceva Febo. - Questo non è ancora
precisamente il romancio; è ladino. Niente di tedesco, molto di voci
nostre e di vecchio francese. - Poi, sommesso, chinandosi su di lei: -
Ditemi, Felicita, che vi sentite lieta, così, qui... - E d'un tratto: -
Mi siete più cara che mai!
Ella volgeva il viso dall'altra parte, puntando il binoccolo sui pascoli
della montagna, di là della valle.
- Pecore ancora, lassù tanto in alto?... E qualche cosa gira presso quei
chalets... Ah! una cascatella... Un molino, forse.... Nemmeno voi,
scommetto, senza cannocchiale, non lo vedreste!
- L'ho già visto e ne ho già scoperto il nome, nel Bäedeker; guardate
qui; Immersäge! Immer, capite? Sempre! Nell'eternità... E vi è morto
un famoso cacciator di camosci... v'è tutta una leggenda d'amore
intorno...
- Mettetela in versi!
- E perchè no? Ancora qualche mattina come questa quassù, con voi, così
cara, così buona...
- E sarete poeta! Per fortuna siamo nelle mani di Job!...
Rinetto, poverino, pisolando più sodo, si era messo a fischiare,
leggermente, ma in modo insopportabile e Febo, sebbene a malincuore, per
l'onore del sesso, lo dovette svegliare, gridandogli con paterna
commiserazione:
- Sta desto se puoi! Guardati intorno ed ammira, disgraziato! Tra venti
minuti si smonta, si fa colazione, e ti concederemo anche un po' di
siesta...
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