LA PRINCIPESSA (fra le guardie). Almeno il brum! La carrozza! Una carrozza! E manderò i miei reclami in alto!... Molto in alto! Perchè io sono intimissima con deputati, senatori, ministri! Con tutti i nobili di Milano!... Con tutti i grandi personaggi più influentissimi! Una guardia in borghese che continua nella perquisizione, ad uno dei compagni, indicando il fagotto nell'angolo del canapè: - E qui?... Che ci sta? L'ALTRA GUARDIA (sollevando il fagotto). Chiò, el se move! LA PRIMA GUARDIA (aprendo il fagotto con un grido di maraviglia). Na piccirilla! LA SECONDA GUARDIA. La sarà la fia de la parona. LA PRIMA GUARDIA (Toglie la bimba ancora addormentata dal tappeto). Dorme! LA SECONDA GUARDIA (prendendola in braccio e scotendola). Chiò piccola! Sveiete! LA PRIMA GUARDIA. Non fingere di dormire! Chi sei? Come ti chiami? LA BIMBA (apre a stento gli occhi, pallida pallida, tutta madida di sudore). - Parla! - Piccola, che nome ghetu? LA BIMBA. Celestina... (correggendosi) Mercede. - O Mercede o Celestina! - La verità! Se dise la verità! LA BIMBA (li crede due «bei signori» in visita dalle sue mamme. Svegliandosi completamente, fissa le due facce minacciose e nuove per lei, ma senza punto spaventarsi: poi, dopo un momento, ricordandosi del nome che le è stato imposto la sera innanzi e sorridendo graziosamente). - Fernanda! Mi chiamo Fernanda!... Buon giorno! (Allunga il collo per offrire un bacio sorridendo e continua con la vocina tenera, insinuante, volendo mostrarsi compita con tutti e due). No, buon giorno!... Buon giorni!... Buon giorni! Signori papà! Canto di Montagna Troppo grasso... e troppo grassi! Quel gran cuoco del Kurhaus - benchè cavaliere e malgrado tutte le sue stagioni di Vichy - aveva respirato troppo fumo di tedescheria e col lezzo pesante delle sue cucine ammorbava anche l'aria della pineta. Ecco!... Le zaffate di goulasch e di plumcake - compresi ogni giorno nel ménu per gli stomachi... deboli - arrivavano sin là, alla sua panchina prediletta, dietro la chiesuola luterana, dove anche quel giorno la marchesa Felicita avea riparato verso le cinque, mentre il lungo servente dei grassi e delle grasse cominciava a snodarsi lungo il viale della Trinkhalle. Com'era diventata opprimente e schiacciante quella turba di pingui, in mezzo alla quale viveva da due settimane! Ed era stata proprio lei ad insistere, perchè il dottore convenisse nel dire che un po' di cura per dimagrare le era necessaria, e le avrebbe fatto meglio del mare! Come l'aveva colta la paura di essere ingrassata, di dover ingrassare? La marchesa sorrise. Quella tremenda paura l'aveva presa una mattina di maggio - era un giovedì - nel «gabinetto degli specchi» negli ammezzati del Ventura. Vi si era indugiata, in corsè, a riprovare l'amazzone per Castelletto. A un tratto, sulla grande lastra di fianco, era apparsa e scomparsa via come un fantasma, la figura mefistofelica del cavalier Febo, esile esile, nero, nero, nel suo eterno lutto misterioso, e il sorriso freddo ed arguto dello scapolo maturo, quel suo sguardo vivo ed intelligente, l'avevano tutta rapidamente ravvolta e sapientemente accarezzata così come ella si trovava in quel punto. Soltanto Febo era capace di penetrare in un luogo simile, in un momento simile, in uno specchio così riservato! Rinetto, per esempio, non avrebbe mai osato farlo, e forse non sarebbe mai arrivato nemmeno e pensarlo! Un ragazzo, nient'altro che un ragazzo, quel povero Rinetto!... Tante volte l'aveva accompagnata sospirando, fin sulla soglia del Ventura! Ma solo per far ridere alle sue spalle tutte le madamine addette alla sartoria, mentre col visetto tondo volto in su, il nasino schiacciato volto in su, l'aspettava gironzando sul Corso. E nemmeno suo marito avrebbe mai avuto il coraggio di ficcarsi lì dentro e di apparire in quello specchio! Suo marito che avrebbe tanto desiderato di poterlo fare quando dal Ventura, in corsè, c'era la contessa Ersilia! In quello sguardo del cavalier Febo ella aveva letto una quantità di restrizioni sulla bellezza troppo appariscente delle rose in pieno sboccio, dalle foglie troppo spesse e carnose, di cui le aveva già parlato una volta. Ella aveva sentito che la linea del suo corpo minacciava di perder la purezza statuaria e, con quel pensiero molesto, un altro ancora, anzi un vero brivido di malinconia, l'aveva scossa tutta... Il pensiero degli anni, di quell'implacabile diciassette d'agosto un'altra volta imminente. Così si era decisa per «il paese dei grassi» e aveva gustato sin dai primi giorni la consolazione, la voluttà di essersi ingannata, di doversi ricredere. Non si era mai sentita tanto giovine, tanto flessuosa, tanto agile e fresca come in mezzo a quelle opulenti dame esotiche, infagottate di seta come le «donne fenomeno» delle fiere, tutte ciondolanti di gioielli come le Madonne della Riviera, e sempre asmatiche, lustre, gocciolanti, preoccupate solo di non riportare a casa tali e quali i loro novanta o cento chilogrammi di peso. E pazienza ancora le donne, elemento di contrasto e quindi di conforto!... Ma gli uomini!? Non ne poteva più! La Germania intera aveva dunque rovesciato in riva a quel fiume, in quella conca verde, tutti i campioni della sua pinguedine, i suoi colossi di gelatina tremolante, impastati di birra e di patate? Da qualche giorno ogni diligenza che arrivava ne rotolava giù al Kurhaus un'altra dozzina. E sempre quei ventri enormi che sembravano scappare fuori dalla cintola dell'immancabile blusa di panno color ramarro, sempre quegli occhiali d'oro, quei baffi color di stoppa, sempre quegli orribili capelli a pan di zucchero, coll'antipatica piuma di fagiano piantata dietro! Per qualche tempo la marchesa si era divertita col cavalier Febo e con Rinetto, a godersi la sfilata dei tipi, e anzi soleva dire ridendo: «Andiamo a sfogliare l'ultimo numero dei Fliegend Blätter!» Ma ormai gente e luoghi, e quel continuo ja! ja! so! so! nelle orecchie le erano venuti a noia.. Non ne poteva più! Guai se non ci fossero stati - soli italiani, soli magri e soli amici - quel povero Rinetto.... e il cavalier Febo! ------ Dopo un meriggio caldo, quasi come in pianura, lassù a quell'altezza si diffondeva verso le cinque la deliziosa frescura delle Alpi e correvano per la selva i primi aliti della brezza. Giù dai prati scendeva l'odor forte del fieno e oltre il fiume e la valle, pel grande anfiteatro dirimpetto, avvicendato di pinete, di frane, di immense pareti granitiche, di nevai e di vette, cominciava a distendersi l'armonia delle penombre, la delicata e morbida grazia dei violetti, degli ori pallidi, quello spettacolo del tramonto, che la marchesa Felicita aveva molte volte ammirato, come un grande quadro del Manzotti alla Scala, ma senza alcuna persuasione, senza alcun intimo commovimento... E nemmeno in quell'ora l'anima della bella signora s'apriva ai fascini della splendida egloga vespertina. Ella pensava che non sarebbe scesa alla Trinkhalle, tanto era stufa e infastidita della solita processione, pensava al modo di sottrarsi, per quel giorno almeno, a quell'altra noia ineffabile della table d'hôte, nel salone semibuio e triste come una chiesa, dove soltanto in fin di tavola, al silenzio scontroso e all'ipocrita parlar sommesso fra i commensali, succedeva un momento di frastuono, il volgare acciottolìo delle tazze e delle posate, con qualche nota aspra, qualche strappo di frase rauca, di tedeschi un po' alticci.... E poi, la sera!.... I soliti cento passi lungo il fiume, che sembrava correre ancor più livido ed iracondo nel buio, ed il solito esame delle sue mantelle ed anche delle sue sottane di pizzo, da parte delle grasse più curiose e più sfacciate... per finire poi dinanzi al chiosco, a godere, sin verso le undici, il primo quarto di luna e il miagolìo dell'orchestrina, che di milanese non aveva più che il nome e i triangoli!... Ah, bisognava pur rompere il pigro ritmo di quella vita! La splendida valle non finiva lì! Oltre quelle montagne s'aprivano altre conche, altri incanti, dietro quella millenaria muraglia di pietre era il mondo, il gran mondo.... Ella non aveva affatto bisogno di mummificarsi intorno a quella fonte... Dunque? ------ - È arrivata! Non ha sentito il tuff tuff? Rinetto era comparso a capo del viale e si riposava della dolce e breve salita, poggiandosi come un vecchietto, con le due mani inguantate di bianco, sul bastoncino puntato innanzi. Si era messe anche le scarpe di melton tutte bianche, e le mani e i piedi dell'elegantissimo ragazzone sembravano fatti di gesso ed appiccicati alle braccia e alle gambe di quella sua lunga persona dinoccolata e un po' fantocciesca, insaccata nell'abitone estivo di seta color pulce. Nemmeno l'aria e nemmeno il sole delle alpi erano riusciti a dare un po' di colorito e un po' di solidità alle guance flosce e smorte di quel viso sempre volto in su, sovra il collo fasciato del grande cravattone a tre giri, come nei ritratti di famiglia. Si sarebbe detto che il buon genio del monte non volesse sciupar nulla della sua tavolozza intorno al giovane prototipo dello snobismo cittadino, ben sapendo che di ritorno al piano sarebbe bastata una settimana di veglie buttate via fra le ragazze dell'Eden, per ridurlo di nuovo cascante, imbambolato ed assonnato, come del resto egli godeva di mostrarsi. Di fronte alla comica e bolsa virilità del giovinetto, la femminilità forte e rigogliosa della marchesa trionfava ancor più nella sua rosea e bionda bellezza, sullo sfondo verde cupo del bosco, nel molle abbandono del riposo, sovra la rustica panca. Ogni volta che Rinetto le compariva dinnanzi in una toeletta nuova, modestamente pretenzioso come un artista sicuro di sè, la marchesa non poteva a meno di ridere, e Rinetto ormai si era persuaso che era quella l'espressione irresistibile della sua ammirazione. Ma quella sera neppur Rinetto, così bello e così affascinante, riuscì a divertirla. Anzi, seccata, gli chiese, quasi strapazzandolo, chi mai fosse arrivato. - Come? Non si ricorda? Eureka, la nuova automobile di Febo. - Ah! Sì! Arrivata? E dov'è? - Alla villa del dottore, presso la «curva del latte». Di qui non la si vede, ma credevo l'avesse scorta, quando Febo, poco fa, la manovrava sullo stradone, laggiù... Immagini che ha mangiato quasi di volata le due salite sino al Waldhaus. Una bella macchina, non c'è che dire. - Di che forma? - Una vittoria, una vera vittoria. - Il colore? - Grigio-piombo, filettata di turchino. Molto seria, forse un po' troppo. - Sarà goffa e pesante come le altre. - Un po' meno; si progredisce. Anche il rombo non è così seccante come nelle ultime provate a Milano. Farà un magnifico viaggio l'amico Febo! Rinetto aveva insistito su quest'ultima frase, con un'intonazione così fatua, che pareva avesse voluto dire alla marchesa: «Fra un paio di giorni, presso di voi, rimango... io solo!» Felicita lo guardò e questa volta rise di cuore, abbandonandosi indietro, sulla spalliera della panca, sin quasi a celare la massa dei capegli biondi tra i dardi verdi dei pini, mentre la bella gola ampia e candida le sussultava nel riso aperto, traverso la tenue camicietta, slacciata prima pel caldo. Rinetto si provò a ridere anch'egli ma ebbe invece un momento di stizza; di pallido si fece verdognolo. E dire che per lei aveva mancato al patto, si era ridotto alla più insigne e bottegaia delle volgarità, quella di andarsene da Milano in pieno luglio, e che da due settimane si struggeva in mezzo a quei tedeschi, a quelle piante, a quelle capre, mentre gli altri erano rimasti laggiù imperterriti sulla soglia del bar, padroni del Corso, pieno di sole e vuoto di gente, difendendo l'onore del gruppo! E dire che gli amici passavano serate deliziose al Savini, mentre la gran folla borghese era scappata dai trenta gradi di caldo, cosicchè essi soli avrebbero potuto dire con tutta semplicità: «Non ci siam mossi un giorno da Milano!» E per che cosa poi? Per vederla ridere? Ridere... o flirtare con Febo! Allora, perchè la marchesa gli aveva fatto così chiaramente capire che lo avrebbe avuto caro, con lei, in montagna?... E perchè qualche volta, di tempo in tempo, quando egli osava dirle tante cose con un'occhiata, ella non rideva più? La marchesa scendeva lentamente lungo il viale, buttando via con la punta del parasole scarlatto i rari sassolini bianchi fra la sabbia. Prima di infilare il grande viale del Kurhaus, si volse d'improvviso a Rinetto e quasi seriamente gli chiese: - Quanti giorni durerà il viaggio del cavalier Febo? - Non so bene... Otto o dieci giorni, credo. Non ricorda il famoso itinerario? Cinque valichi alpini, dei quali due oltre i duemilaquattrocento metri, quindi in mezzo alla neve, e per ultimo ritorno in Italia dal Sempione. Un record... ed una pazzia! - Vi pare? E di quanti posti è la nuova automobile, Oscar? Quando la marchesa lo chiamava Oscar, invece di Oscarinetto o Rinetto, c'era da sperare. Era segno che parlava quasi sul serio. - Quanti posti? Ma tre, quattro, credo. Job la dirige stando a cassetta: è una vittoria, tal quale una vittoria di cavalli! - Dunque, se io mi unissi al cavalier Febo, nel suo record, ci potreste venire anche voi? - Come?... Si andrebbe? - Tutti e tre, come siamo stati qui, insieme, fino adesso, da buoni amici. Rinetto era rimasto di gesso - tutt'intero come le mani e i piedi! - e il rapido sguardo rivolto al suo io, non appena udita la proposta della marchesa, rivelò subito la prima, la precipua preoccupazione passatagli in mente. - Per gita alpina in automobile, disse Felicita - credo correttissimi i costumi soliti di montagna. Anch'io dovrò acconciarmi alla meglio. E la marchesa tirò via verso il Kurhaus senza aprir più bocca. ------ Fu Rinetto stesso che appena scorse Febo, ancora affaccendato intorno ad Eureka, lo informò del capriccio della marchesa, come di una cosa molto strana ed anche - via! - molto arrischiata. Febo, chino a serrare le viti d'uno stantuffo, non si alzò, non si volse neppure. Sorrise, più con lo sguardo che con le labbra, e con tutta flemma consolò Rinetto. - È un'idea come un'altra. Che qui ci si diverta, non è cosa sicura, ti pare? Per me non vedevo l'ora che Job arrivasse colla macchina per cambiare aria. - Tu... tu. Credevo appunto fossi soltanto tu! - Già, capisco! L'idea della marchesa è un po' bizzarra; ma che vuoi farci? Non è da oggi che la conosciamo, e poichè il viaggio le sorride e lei si è invitata... io invito anche te, naturalmente, e la cosa va via liscia. - Già, come l'automobile. - Speriamo bene! Ti dispiace forse il progetto? Non ti trovi bene con me? - Con te? Con te è un altro conto!... - Ma ti troverai benissimo anche... con noi. In viaggio, come qui! Via, non sei un ragazzo; devi capire che se la marchesa ci tiene allo svago non potrebbe permetterselo nè con te, nè con me... - Presi ad uno ad uno, nevvero? - Precisamente. Cosicchè, senz'altro, posdomani mattina, tuff, tuff, tuff.... In viaggio tutti e tre.... Sei contento? E Febo tornò a chinarsi sugli stantuffi, fingendosi più che mai assorto nel verificare la solidità delle viti. Ma si era fatto serio. L'occhio gli scintillava ancor più fra le molte rughe sottili delle tempie già un po' calve; su tutto quel viso d'uomo arguto pareva che una lunga tensione di propositi e di desideri si allentasse nella certezza di una grande soddisfazione imminente. ------ Dopo una serata di cortesi e significanti insistenze - sottolineate, al momento di separarsi, da un'occhiata di invocazione, quasi imperativa - il cavalier Febo, il dì dopo, non aveva aggiunto parola, certo che la marchesa era omai decisa. Nel pomeriggio, infatti, comunicazione ufficiale: un lungo telegramma esplicativo alla mamma, in Brianza, un altro molto più breve e molto più abile al marito, ancora a Roma, ed in fretta e in furia, ed un po' anche di nascosto, i preparativi per la partenza, la mattina seguente, prestissimo. Avevano lasciato il Kurhaus ch'erano appena scoccate le cinque, quasi di soppiatto, mentre tutti dormivano ancora, ed Eureka correva da un'ora sulla magnifica strada piana verso quel paese romancio, che la marchesa desiderava tanto di ammirare anche per tutto quello che gliene aveva narrato Febo. Il paesaggio era divinamente bello e vario così da rapire per qualche tempo anche lo spirito poco infervorabile di Felicita. L'essersi alzata così per tempo, dava alla marchesa un'eccitazione nuova, quasi voluttuosa, ma buona, infantile. Rassegnata ad ogni disastro della carnagione, si era tolta anche la veletta, perchè l'aria viva della mattina le sferzasse forte le gote e la fronte nella corsa rapida dell'automobile, una corsa bizzarra, deliziosa verso il nuovo, verso l'alto... si sarebbe detto verso il cielo. - Nello scompiglio dei riccioli biondi, nel fuggevole rabbrividire per le improvvise sensazioni di freddo, ella era e si sentiva ancor più leggiadra e più desiderata, ma ne aveva a volte un senso lieve di turbamento, la intimidiva, di tanto in tanto, così il desiderio ardente che scattava da certi sguardi quasi corrucciati di Febo, come l'adorazione di Rinetto che nella sua sonnolenza invincibile per l'ora mattutina diventava ancor più sentimentale. ------ Nell'automobile ci stavano tutti, benissimo. Rinetto di fronte alla marchesa e a Febo, e Job a cassetta. Ma ella ci si sarebbe trovata mille volte meglio sola, per allora almeno, senza sguardi che la fissassero, senza alcuno che le chiedesse ad ogni momento, come si sentiva, se si trovava bene, se le piaceva il paese. E siccome, ad onta di ogni sforzo, un senso nuovo di benessere e di ammirazione le chiudeva la bocca, anche Rinetto, intimidito, non osava più parlare; si preoccupava di tenersi sveglio e delle poche valigie ch'erano state chiuse negli ampi fianchi di Eureka, mentre il grosso dei bagaglio avrebbe viaggiato di tappa in tappa, con le diligenze federali: Febo capiva ed aspettava, tacendo. Tutt'al più scambiava qualche frase con Job, sulla manovra della macchina o sulla direzione della corsa. Job non era passato altre volte, come Febo, per quella strada, ma in un'ora non aveva già più bisogno nè d'indicazione, nè di consigli. Quel magnifico tipo incrociato di starter e di master che Febo prima di lasciar per sempre l'Inghilterra e la diplomazia, era riuscito a scritturare per sè, e che in breve lo aveva... sublimato in tutti i rami dello sport, dall'ippica al lawn-tennis, dal foot-ball all'automobilismo, s'era insediato a cassetta di Eureka, come un capitano di nave sul ponte di comando, ed era già, a bordo, il padrone dopo Dio, dignitoso e corretto, senza una parola oltre l'indispensabile, sicuro e pronto negli incidenti della strada, disinvolto e imperioso nel suo gergo fatto di tutte le lingue, quando Eureka sostava alle porte dei grandi alberghi, per la colazione, pel pranzo, per gli alloggi. ------ Il sole, il grande sole di luglio, aveva inondato la valle. La strada saliva e la carrozza procedeva lenta, ansimando, con qualche stridore a intervalli. Febo era disceso e camminava a lato, e poichè Rinetto, acciecato dal sole, si era tirato sugli occhi il berretto bianco di marinaio, e cedeva al sonno lasciando ballonzolare la grossa testa, Febo stringeva con la sinistra il polso della marchesa, nervosamente, perchè non le sfuggisse nulla di quanto il paese offriva di interessante, ma senza guardarla, soggiogandola, con quella espressione quasi brutale della sua vicinanza e dei suoi desideri.... Venivano incontro e passavano scendendo la china al gran trotto fragoroso dei loro cinque cavalli, fra nembi di polvere e schioccar di frusta le enormi diligenze gialle, alte e traballanti come navi, e dall'alto era un volgersi di visi esotici, maravigliati e sorridenti verso Eureka e verso la bella, elegantissima signora bionda, che si sentiva ravvolta e seguita da una vampa di ammirazione e di cupidigie. A quegli incontri, anche Rinetto apriva gli occhi, si scoteva, sorrideva, si dava un contegno, godeva egli pure un po' dell'invidia lasciata dietro per via, ma poi il sonno - quel sonno invincibile della mattina per chi suole dormire tardissimo - lo riafferrava alla gola e non c'era verso... Febo poteva tornarsene a fianco della carrozza, e stringere forte, con la mano scarna e nervosa, il polso tondo e ignudo della marchesa, perchè non le sfuggisse nulla del paesaggio... - Ecco lassù, più in alto... Appare adesso... È il primo lembo di ghiacciaio che il panorama ci offre.... Vedete quanto è bruno e livido in confronto dei nevai, bianchissimi, più sotto? Domani sera, saremo ai piedi di quella grande muraglia che sembra lo sorregga... Chi direbbe che si può arrivare sin quasi lassù, in automobile? ------ Entravano in un villaggio. Che silenzio! Non giungeva all'orecchio altro che il martellare argentino di un vecchio contadino seduto su di un tronco d'albero, serio ed assorto come un filosofo, che affilava la falce picchiandola a colpi uguali sopra un'incudine piantata nel ceppo. Qualche donna vestita di nero, con una cuffietta di lana bianca annodata sul capo, attraversava la strada frettolosa, senza quasi voltarsi a guardare chi arrivasse e spariva in uno dei soliti chalets.... Altri visi di donna - visi affaticati e invecchiati anzi tempo - comparivano ai vetri delle finestrelle, chiuse, chi sa perchè, anche con quel caldo.... Uno sciame di bimbi, tutti puliti, con le grosse scarpe a chiodi, sbarravano tanto d'occhi all'arrivo di quella strana carrozza senza cavalli, che aveva le ruote cerchiate di gomma e si lasciava dietro un forte odor di benzina, e la seguivano a distanza, ficcandosi un dito in bocca, scambiandosi le loro impressioni in un linguaggio breve e dolce, che a Felicita ricordava la canzone provenzale di Magalì nella Sapho del Massenet. I piccoli indigeni si decidevano a fermarsi in crocchio dinanzi alla solita botteguccia dei conditorei co' suoi immancabili automi di cartone, in vetrina, per la rèclame del Maestrani: altri se ne incontravano pure sui gradini della chesa comunela, il Municipio del paese, il solo edificio oltre gli alberghi e le due chiese, la cattolica e la protestante, che non fosse di legno e in forma di chalet. - Sente come parlano? - le diceva Febo. - Questo non è ancora precisamente il romancio; è ladino. Niente di tedesco, molto di voci nostre e di vecchio francese. - Poi, sommesso, chinandosi su di lei: - Ditemi, Felicita, che vi sentite lieta, così, qui... - E d'un tratto: - Mi siete più cara che mai! Ella volgeva il viso dall'altra parte, puntando il binoccolo sui pascoli della montagna, di là della valle. - Pecore ancora, lassù tanto in alto?... E qualche cosa gira presso quei chalets... Ah! una cascatella... Un molino, forse.... Nemmeno voi, scommetto, senza cannocchiale, non lo vedreste! - L'ho già visto e ne ho già scoperto il nome, nel Bäedeker; guardate qui; Immersäge! Immer, capite? Sempre! Nell'eternità... E vi è morto un famoso cacciator di camosci... v'è tutta una leggenda d'amore intorno... - Mettetela in versi! - E perchè no? Ancora qualche mattina come questa quassù, con voi, così cara, così buona... - E sarete poeta! Per fortuna siamo nelle mani di Job!... Rinetto, poverino, pisolando più sodo, si era messo a fischiare, leggermente, ma in modo insopportabile e Febo, sebbene a malincuore, per l'onore del sesso, lo dovette svegliare, gridandogli con paterna commiserazione: - Sta desto se puoi! Guardati intorno ed ammira, disgraziato! Tra venti minuti si smonta, si fa colazione, e ti concederemo anche un po' di siesta... 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500