fiutando Prospero per accertarsi che sia sempre ben lui l'uomo che siede
a cassetta presso il cocchiere; poi di nuovo, di qua e di là,
spingendosi molto all'infuori dello sportello, quando sulla strada passa
qualche mucca o qualche pecora, balzando fin sul mantice del landò
quando la vettura s'incontra in un qualche cagnaccio ringhioso che le
corre dietro latrando.
L'onorevole Parvis sorride a Teo, sorride a quella gioia quasi
bambinesca e involontariamente apre l'animo alla stessa allegrezza, si
sente preso dallo stesso ingenuo benessere.
A mano a mano che la strada sale e l'aria si fa più pura ed elastica, e
dalla foresta, che si stende verde e cupa a ridosso della montagna,
esalano più forti i profumi delle resine sotto il sole, anche i pensieri
dell'ex-ministro sembrano sollevarsi, farsi più tenui, più languidi.
Quei buoni aromi del monte gli penetrano nel cervello, come un blando
narcotico, e lo inducono a una lieve sonnolenza cullata dal moto della
carrozza, che i cavalli oramai trascinano al passo, su per l'erta,
sostando tratto tratto, per riprender fiato. E di quelle fermate,
Gerardo Parvis non si indispettisce; tutt'altro! Per la prima volta,
dopo tanto tempo, non ha nessuna fretta di arrivare: non ha più nulla
che lo stimoli, che lo urga a fare o a dire: non aspetta nessuno, non si
prepara a parlare con nessuno, comincia a non pensare più a niente, o
quasi!
- Che silenzio!... Che delizia!
Poi quell'odor forte della resina che lacrima attraverso la scorza bruna
degli abeti, gli richiama la fragranza dell'incenso, che fanciullo
aspirava con avidità, nella lunga noia delle cerimonie religiose, al suo
paese, nella cappella della ampia e melanconica villa paterna.
- Quanto tempo è passato! Quante cose, quanti dolori, quanti amici,
quanti nemici!
Ma è inutile. Anche il cumulo delle memorie non vale a rattristarlo
sotto quel bel sole, in mezzo a quel verde, a quel silenzio, a quella
solitudine! Il silenzio! La solitudine! Che ristoro, che carezza, che
pace, che vita nuova! Non par vero che lui, proprio lui, è lì, su quella
strada, solo con Prospero, con Teo, col vetturale e non è obbligato nè
ad ascoltare, nè a dire, nè a pensare niente, proprio niente, più
niente! I soli rumori che ode sono anch'essi discreti, diversi dai
rumori soliti: il passo dei cavalli, ogni tanto la musica argentina
delle sonagliere scosse, od un sommesso squittire di Teo, che sembra
matto di gioia e di piacere, od il ronzìo di un moscone che batte contro
il cuoio del mantice e se ne va, o il fruscio d'ali d'uno scarabeo che
fende l'aria luminosa con un barbaglio d'oro e scompare...
Più niente, più nessuno!... Riposo, riposo e pace; la pace profonda,
immensa che ha sospirato tante volte, con una nostalgia da studente e da
innamorato, in mezzo ai fastidi, alle cure, ai disinganni, alle ire
represse, alle ipocrisie forzate della sua vita occupata, preoccupata,
eccitata, tutta per gli altri... Come si sente bene, anche di nervi e di
stomaco!... Non prova neppure più il bisogno di accendere sigarette, una
dopo l'altra, come poche ore innanzi, in treno... Forse è una illusione,
ma gli sembra già di avere appetito... Appetito, di quello buono, che fa
pensare all'odore del pan fresco e del formaggio, non già quel languore,
quegli stiramenti del ventricolo, a bocca amara, che lo avvisavano di
aver lasciata passare l'ora del pranzo o della colazione, per sbrigare
tutto quello che a sbrigare non si arriva mai!... Più niente! Più
nessuno!
La strada sale continuamente e i villaggi, i casolari, giù nelle vallate
ridenti, si fanno sempre più piccoli. Come si fanno piccine anche le
impressioni, le cose, le battaglie che fino alla vigilia ingombravano la
sua mente, agitavano la sua vita! Come appare meschina e perfida la
grande politica di Stato, di fronte a quel cielo così vasto e così puro!
Ed anche la sua missione di salvatore della patria e della umanità,
quella persuasione intima, inavvertita di essere indispensabile al bene
degli altri, non è una fisima, una vanità? Il Parvis comincia a
dubitarne, vedendo come tutto intorno fiorisca e gioisca la vita, in un
distacco assoluto, in una perfetta ignoranza di tutto quanto si agita e
si trascina al basso, nei grandi centri del cosidetto mondo civile...
Anche gli uomini - quei pochi uomini che appaiono a rari intervalli
sulla via e che la carrozza si lascia dietro - gli sembrano uomini di
un'altra razza: più fieri e più onesti nei loro poveri panni, di tutti i
suoi colleghi e clienti e adulatori e denigratori di Roma e di Milano,
in frak e cravatta bianca... Quasi quasi gli spiace di arrivare anche
all'Abetone... Vorrebbe passare la sua vacanza, tutta intera, in quel
bel deserto verde, fatto di frescura e di silenzio.
All'Abetone, fra la folla elegante, sempre a caccia del più piccolo
incidente atto a rompere la monotonia della vita, la venuta
dell'ex-Eccellenza delle cui dimissioni avevano tanto parlato i
giornali, fu un avvenimento vero, importante.
Era stato consultato l'orario e fatti i calcoli. Si sapeva che
l'onorevole Parvis sarebbe arrivato in landò a due cavalli e che quei
due cavalli impiegavano nella salita tre ore e mezzo. L'onorevole Parvis
doveva dunque giungere all'Abetone verso le dieci.
E verso le dieci, la larga strada fiancheggiata ai due lati, dalla
locanda e dalla Succursale, formicolava di villeggianti incuriositi.
Quando, sullo stradone, allo svolto ove finiva il bosco d'abeti, spuntò
la carrozza, vi fu un mormorìo.
- È venuto col Narducci!
Il Narducci era il più bravo vetturale, quello che aveva il più bel
landò e i migliori cavalli, dell'Abetone e di tutto Boscolungo.
Poi, quando il landò fu vicino alla locanda, chi attirò l'attenzione
generale fu Teo, sempre appoggiato colle zampe allo sportello, Teo che
guardava a sua volta e fiutava curiosamente quei signori e quelle
signore.
Al Parvis la vista di quella folla, il «bel mondo» di Firenze, di
Napoli, di Palermo, riunita dalla indiscrezione e dalla smania del
pettegolezzo intorno alla sua carrozza, dà un senso di uggia
invincibile. Addio buon umore, addio serenità di spirito, addio
godimento ingenuo e profondo della campagna, della montagna! Egli ha
sperato invano in un altro paese; il paese è sempre quello! L'uomo, come
la formica, s'illude inutilmente di trovare la solitudine: gira e
rigira, quando meno se lo crede, si trova di nuovo in mezzo al
formicaio.
- Piccolo caaro!
L'albergatore accorre, tutto ossequioso, apre lo sportello della
carrozza e il Parvis sta per scendere, quando lo scuote il «piccolo
caaro» pronunciato con voce tenera e armoniosa, il languore del doppio
a, strascicato. Mette piede a terra e si volge.
È uno splendore di ragazza, tutta vestita di bianco, ritta in mezzo ad
un gruppo di altre signorine, ma di tutte più alta, più bella, più viva.
Sotto l'enorme cappellone di trine e di nastri rosa, le si avvolge
confusamente la massa ondulata dei capelli neri, e luccicano gli occhi
pure neri, nerissimi, di un nero lucente: di fuoco.
- Bella creatura!
Per l'onorevole Parvis la «bella creatura» ha anche il merito di non
occuparsi di lui, ma di Teo, e Teo, riconoscente, appena balzato di
carrozza, le fa festa intorno, poi subito segue il padrone, fiutando di
qua e di là, fiutando lungo le scale, nella camera, intorno ai bauli,
alle valigie, sotto il letto, come per una prima ricognizione ed una
presa di possesso dei luoghi e delle cose.
Le camere sono al primo piano, le finestre sono aperte e dalla strada
sale un brusìo di voci fresche ed allegre, e fra tutte, più fresca, più
allegra, come una risata, la voce già nota del «piccolo caaro». Il
Parvis vuol restare solo e Teo deve andarsene con Prospero. Ma quando il
padrone ha finito la sua toletta, prima ancora che richiami Prospero,
ecco Teo, - il quale ha già imparato la strada, - precipitarsi contro
l'uscio ed entrare nella camera come una bomba: Prospero, lo segue, con
la faccia soddisfatta.
- Teo ha già fatte amicizie!
- C'è qualche altro cane, all'Hôtel?
- No, no! Amicizia... con una bella signorina! E Prospero accarezza la
bestiola, come approvando il suo buon gusto nella scelta.
Il Parvis non dubita neppure chi sia la bella signorina. Rivede la
figura bianca, gli occhioni neri sotto il grande cappellone rosa, e di
nuovo sente la melodia, l'incanto del doppio a, di quel caaro...
- Ha fatto amicizia, povero Teo!
Mentre Prospero continua ad accarezzare il fido amico, Gerardo si avvede
che anche sul viso di limone del vecchio servitore, quella apparizione
di donna giovane e fiorente ha gettato come un raggio di calore e di
luce.
- Piccolo caaro!
III.
Gerardo Parvis era un polemista ed un oratore violento e, certe volte,
persino aggressivo. Sul terreno, in quegli anni in cui i duelli erano
ancora di moda, era stato un avversario pronto e assai temibile;
tuttavia nel suo carattere c'era un fondo di timidezza che pure nelle
lotte della tribuna parlamentare e nelle vicende rumorose della vita
pubblica non era ancora riuscito a vincere interamente. Anzi, questa sua
timidezza, non scemava punto, ma, al contrario, si faceva più viva, a
grado a grado che aumentavano la sua fama e la popolarità del suo nome.
Al primo presentarsi in un teatro o in una sala o in qualunque altro
luogo, in mezzo alla gente, egli rimaneva un istante confuso, impacciato
da tutti gli sguardi curiosi che gli si fissavano addosso. Egli doveva
sempre fare uno sforzo per vincersi, per mostrarsi sicuro e disinvolto;
ma questo sforzo non sempre gli riusciva e allora il Parvis nascondeva
la propria timidezza sotto una apparenza seria, quasi dura, pronunciando
poche parole tronche e imperiose.
Quel primo giorno, in montagna, entrando per far colazione nella grande
sala, lunga, bassa e così affollata e rumorosa della locanda, egli si
sentì ancor più viva e più fastidiosa l'impressione di debolezza che lo
turbava e lo impacciava.
Le due lunghe tavole erano piene. Non un posto vuoto. Subito al suo
presentarsi, era cessato per un istante il cicalìo e il risonare delle
posate e dei cristalli; tutti gli sguardi si erano alzati e fermati
sopra l'onorevole Parvis.
«Per un ex-ministro era ancora giovane! E molto elegante!... Aveva un
aspetto simpatico!... - Doveva avere del talento! - Certo, per arrivare,
sia pure soltanto alle «Poste e Telegrafi», di talento ce ne vuole!
Lo fissavano con ostinata curiosità anche gli occhi neri, nerissimi,
della bella signorina del grande cappellone tutto bianco e tutto rosa.
Gerardo, aveva veduta l'amica di Teo, prima di guardarla; anzi, più che
averla vista, l'aveva sentita.
- Che combinazione! Era lì, proprio lì, dinanzi, in faccia al suo
tavolino!
Per restar solo, per non conoscere nessuno, l'onorevole aveva ordinato
per sè un tavolino a parte, e glielo avevano tenuto e preparato proprio
in faccia all'amica di Teo!
Il primo cameriere, in atto di grande deferenza, aspettava i suoi
ordini, porgendogli la lista del giorno.
Gerardo la guardò un momento.
- Devo ordinare, invece, per sua Eccellenza, una costoletta alla
milanese con patate soufflées? Oppure un buon chateaubriand au beurre
d'anchois?
- Come volete. Quello che c'è. Purchè si faccia presto!
- E vino, Eccellenza?
- Niente Eccellenza e niente vino! Soda e cognac.
Gerardo ha fra le mani la Tribuna, e mentre aspetta che gli portino la
colazione comincia a scorrerla lanciando occhiate in giro, senza parere.
Varie di quelle facce non gli riuscivano del tutto nuove.
- Quanta fatica dovrò fare per impedire le conoscenze, i riconoscimenti
e i complimenti!
Nella sala erano ricominciate le conversazioni e a mano a mano
diventavano più animate e rumorose. Le pronunzie delle varie regioni
spiccavano più nettamente fra quel brusìo festevole e cerimonioso.
L'accento piemontese rispondeva al toscano, il napoletano e il siciliano
al milanese, e la parlata veneta rumorosa alla romana aggraziata e
melodica. Ma ben chiara, scolpita, fra quelle mille voci diverse e
stonate, giungeva al suo orecchio la voce fresca di quella tal signorina
- l'amica di Teo.
- Piccolo caaro!
Parlava benissimo; senza tradire nessun dialetto. Doveva essere
dell'alta Italia... milanese no. L'avrebbe veduta qualche volta a
Milano.
- Signorina? - Perchè signorina?... - Che cosa ne sapeva Prospero? -
Poteva essere benissimo anche una signora.
Gerardo, colla scusa di voltare la pagina della Tribuna, lanciò
un'altra occhiata.
- Signorina! È ancora signorina...: Pure, per essere una signorina, è
molto disinvolta! Troppo disinvolta!
Seduta in mezzo a due giovanotti, che sembravano piuttosto due
giovinetti, col viso sbarbato e smorto, rimpicciolito dall'abbondante e
folta capigliatura, ella parlava molto, rideva molto, si moveva molto.
- Signorina, sì; ma già un po' civetta!
Ecco il cameriere col chateaubriand, l'onorevole ripone la Tribuna,
e intanto guarda ancora il cappellone rosa e i due vicini.
Dalle giacche bigie, larghissime, spuntavano i colli impiccati negli
alti solini rigidi.
- Che caricature... Con la marca autentica dell'imbecillità fatua e
pretenziosa!
- Pure, bisogna essere così per piacere alle donne!
E al Parvis, sfugge un sospiro. È forse il rammarico di essere diverso!
- Com'è più viva e radiosa lei, di quei due lì,
Pareva un caldo fiore dell'Oriente, un sole di luce, in mezzo a due
candele spente!
- Eh! Se io fossi ancora giovane! Mah!... Potrò diventare presidente del
Consiglio, ma giovane non lo ritorno più, pur troppo!
E l'onorevole, per la prima volta, sospira alla bella gioventù sparita,
sparita per sempre, senza che egli nemmeno se ne sia accorto!
All'Abetone, le noie della celebrità furono, per fortuna, di breve
durata. Quel giorno stesso all'ora di pranzo, la sua entrata nella sala
non fece più voltar la testa a nessuno.
Come mai?... La bella amica di Teo è partita?
Così pensa Gerardo mettendosi a sedere, ma poi la vede al suo posto, fra
i due soliti cavalierini rigidi, impettiti e angolosi, come due
cavallette nell'abito di sera.
- C'è! C'è!
Ma non c'è più il cappellone!... Peccato!
Nessuna signora aveva il cappello. Gli uomini in smoking o in frak,
le signore in toilette; non c'era più nella sala l'allegria espansiva
della mattina; correva invece per le due lunghe tavolate un'aria
compassata di grande sussiego e di musoneria.
- Peccato! Stava così bene con quel grande cappello alla moschettiera!
Mentre l'onorevole pensa al cappellone, il signor Vincenzo - il primo
cameriere, - aspetta i suoi ordini.
- Date anche a me il pranzo del giorno!... Il solito della pensione.
L'inchino del signor Vincenzo si fa, involontariamente meno profondo.
Tante raccomandazioni e tanto strepito per un ministro... che non ordina
nemmeno un extra e beve la soda!
Bel ministro e bel Governo «da carovana!»
Il Parvis si accorge d'essere un po' in ribasso nella considerazione del
signor Vincenzo e nota pure di non destare più nessuna curiosità
nell'amica di Teo, la quale mangia di buon appetito e come alla mattina
parla, ride, scherza... ma senza occuparsi affatto di Sua Eccellenza!
- Ha un tipo espressivo; tuttavia dev'essere una ragazza inconcludente!
Come può divertirsi tanto ai discorsi di que' due scimuniti?... - Perchè
sono due scimuniti!... Positivo!... - Senza cappello ci perde
moltissimo! È molto meno bella; non sembra più lei!
- Desidera senape inglese, o worcester sauce! - domanda il signor
Vincenzo passandogli vicino.
- Datemi il Secolo e il Corriere della Sera.
E fra un boccone e l'altro comincia a leggere i due giornali.
Dio, la politica!... Sembra una cosa tanto grande e non è che un
pettegolezzo così piccolo! - Baruffe chiozzotte! - Invidie e gelosie,
ambizione e volgarità! È l'interesse proprio, colla scusa di fare quello
degli altri.
L'amica di Teo aveva però una voce ben singolare! Che voce strana! Non
era forte, eppure come la si sentiva bene, anche da lontano! Che bella
voce, calda, penetrante!
- Una bella voce è una gran bella cosa! Deve avere anche dello spirito,
la signorina. Quelle due mummiette vive sono condotte per il naso - si
vede - che è un piacere! - Come ride di gusto e come ride bene! - Sfido
io a non rider bene con quei denti! Che bianchezza! È una bocca
abbagliante!
- I bei denti sono una gran bella cosa! - Che età potrà avere? Non deve
essere più giovanissima!...
L'onorevole Parvis l'osserva, questa volta con coraggio, attentamente.
La giovinezza trionfava in lei, in tutto il suo pieno rigoglio: ogni
linea, ogni contorno era vivente e fiorente, mentre il volume enorme e
capriccioso dei capelli nerissimi sembrava dare alla sua carnagione un
brunito di sodezza e di forza.
- E pensare che con tante belle ragazze e con tante belle donne che ci
sono al mondo, io ho speso le ore migliori della mia vita con Saracco...
e con Zanardelli! - Al diavolo il Governo e la politica, la Camera e il
Senato! - E sua madre? - Ci sarà la mamma, certo. - Dov'è? - La vecchia
gialla che le sta di faccia? - No! No!... Non le somiglia affatto! Più
che altro, ha l'aria di essere un'istitutrice. - Ad ogni modo, madre o
istitutrice, perchè non le sta accanto? Una ragazza seduta in mezzo a
due giovanotti, che le fanno la corte... Come sono cambiati i costumi e
gli usi del mondo! A' miei tempi...
Ma a questo punto, mentre l'onorevole Parvis, occupato da così gravi
pensieri, si serve distrattamente dell'arrosto e dell'insalata, è
richiamato d'improvviso alle piccole realtà della vita e dell'Abetone da
una gravissima disobbedienza commessa da Teo.
... Com'è stufo il povero Teo di passeggiare su e giù dinanzi alla
locanda, legato e tenuto al guinzaglio dal vecchio Prospero! Ogni tanto
dà una grande strappata e tenta di mordere il laccio. Peggio ancora
quando passa vicino al portone dell'albergo: si ferma, puntando le
quattro zampe, s'allunga prodigiosamente. Ma non c'è verso! - Prospero
continua passo passo, trascinandoselo dietro inesorabile e muto come il
destino.
Teo si arrabbia, brontola riottoso, ma intanto medita il colpo, e sta
attento.
Un po' innanzi, passato l'albergo, la valle si apre spaziosa e libera,
tutta verde di abeti; e in fondo alta, nuda, rocciosa la vetta del monte
Cimone prende, in quell'ora del crepuscolo estivo e dopo l'ultima
doratura infocata del sole, una tinta arancia, poi violacea, poi quasi
rosea, in sullo sfondo, limpido e terso, del cielo azzurrino.
La giornata non era stata mai tanto bella, nè il tramonto tanto
maraviglioso. Prospero contempla a bocca aperta, e Teo, che lo vede in
estasi, non perde l'occasione: una terribile strappata e via come una
saetta! Infila la porta dell'albergo, infila l'uscio della sala da
pranzo e sempre a tutta carriera e sempre tirandosi dietro il guinzaglio
passa sotto le tavole, fra le gambe della gente, fra le sottane delle
signore, fiutando, annusando, frugando di qua e di là, in cerca del
padrone di cui sente l'odore, ma non trova ancora la traccia.
Il monotono sussiego della table d'hôte è rotto come per incanto: due
vecchie inglesi - detestate alla lor volta dai villeggianti, per l'odio
che portano alla sigaretta - si alzano spaventate e inorridite,
sbattendo i tovaglioli per difendersi. Teo, credendo l'atto uno scherzo
e un incitamento, corre loro addosso saltando e abbaiando. Tutti ridono
e molti gridano per far del chiasso.
- Teo! Qui! Teo!...
- Piccolo caaro! - esclama l'amica, colla sua voce più languida e più
tenera e con un accento di ammirazione e di protezione.
- Caaro! Caaro! Piccolo caaro!
- Teo! Teo! - L'onorevole è furioso. Quel piccolo caaro gli rimescola
il sangue più dell'ira ridicola delle due vecchie inglesi.
- Teo! Qui! Subito!
Teo comprende al tono che non è il momento di scherzare. Prima si
rimpiatta sotto la tavola, poi esce fuori quatto quatto, tutto basso,
tutto lungo, tutto storto, la coda fra le gambe e sbirciando il padrone.
Gerardo afferra il guinzaglio e di colpo, sollevandolo mezzo da terra,
lancia il povero Teo fra le gambe di Prospero che aspettava timoroso
sull'uscio e che a sua volta acchiappa il cane e scompare.
- Povero piiccolo... Che cattiveria!
L'onorevole sente appena queste parole volare nell'aria, sente il
lamento, il rimprovero che gli è diretto e torna a sedere al suo
tavolino con una faccia così seria e torva, come se non si trovasse
dinanzi ai quarti di un pollo arrosto, ma di fronte ad una schiera di
ostruzionisti!
Passata la collera, gli resta in corpo la stizza. Va presto su, nella
sua stanza per dormire. Lo ha preso la stanchezza delle due notti
passate in ferrovia e più ancora dell'aria diversa della montagna. Ma
prima di coricarsi, dà una lavata di testa sonora, al povero Prospero,
che lascia passare la burrasca senza fiatare e questa volta senza metter
muso, perchè riconosce il proprio torto.
- Dov'è quella bestiaccia maledetta?
- Lì.
Prospero indica una poltrona in fondo alla camera sulla quale c'è una
coperta e sulla coperta Teo, raggomitolato, ma che è stato attento,
senza parere, a tutta la grande sfuriata.
- Se lo fai un'altra volta! Se vieni in sala un'altra volta, stai
fresco! - E Gerardo, che ormai s'è sfogato, alza ancora la mano, ma
nell'atto, più che una minaccia, c'è adesso un invito... Teo non si
muove: gli occhi bassi, socchiusi, guardano da un'altra parte; invece di
Prospero è lui, questa volta, che tiene il muso al padrone.
- Bravo Teo! Hai più fierezza e più carattere di molti miei colleghi!
Gerardo, ridendo, si avvicina al povero Teo per accarezzarlo e far la
pace, ma a un tratto si ferma sospeso e sorpreso...
Dalla sala terrena della Succursale di faccia - la sala dell'albergo
riservata al ballo, alla musica e alla conversazione - dopo i primi
accordi incerti del pianoforte, si è levata e sale nell'aria una bella
voce di soprano, limpida e squillante, un canto largo e pieno che
riempie tutta la strada e tutta la valle.
È una romanza del Massenet che ripete ad ogni ritornello in tutti i
toni, con tutte le cadenze, e con l'estasi più appassionata le parole:
Je t'adoore!...
- È la signorina! - borbotta Prospero vedendo il padrone come incantato.
- Quale signorina?
- Quella del Teo!
Non c'era dubbio: i due oo del t'adoore, avevano la stessa
intonazione dei due aa del «piccolo caaro!»
- È una signorina di famiglia molto nobile; ma vuol darsi al teatro lo
stesso, perchè non ha più nè padre, nè madre e ha pochi soldi.
- Come lo sai?... Chi te l'ha detto?
- La signora Clotilde.
- E chi è questa signora Clotilde?
- La cameriera della signorina. Siamo vicini di tavola. - La signorina è
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