FULVIA. E lui ha l'obbligo di essere sempre innamorato di me!
ANDREA. Hai ragione! Adesso hai ragione! Cento volte ragione! Per
dimenticarti, per trascurarti, bisogna essere un vero... cretino!
FULVIA. Però, - scusi sa - non toccherebbe a lei, - proprio lei - il suo
più grande amico, ad accusarlo!
ANDREA. Ah, ma finalmente! Non so più che cosa dire, nè che cosa fare!
Difendo Alberto, fo male; do ragione a lei, fo peggio! Non vuol essere
gelosa... e smania! Non vuol essere innamorata e si dispera! Che cosa
vuole? Dica, almeno, che cosa vuole?
FULVIA. Come alza la voce! Che maniera! Che modi!
ANDREA. Sarà, a furia di gelosia, diventata matta, perchè non la
riconosco più, non la capisco più, ma perdio!
FULVIA. Bestemmia adesso? Di bene in meglio!
ANDREA. Fa diventar matti anche gli altri!
FULVIA. Già, già, già! Lei non mi riconosce più, lei non mi capisce più!
Ma sa perchè?... Perchè, lei, non ha mai altro che un solo movente, una
sola spinta: il suo proprio egoismo!
ANDREA. Oggi il mio amore, la mia passione... si chiama egoismo!
FULVIA. Diventa egoismo! L'anima di una donna non può essere sempre
la... la stessa a tutte le ore! Oggi lo slancio, l'impeto del cuore che
mi ha portata qui era l'aspirazione, la speranza di un affetto, buono,
nobile, alto! Oggi avevo tanto bisogno d'indulgenza e di protezione! Mi
sono illusa? Non avrei dovuto illudermi? Va bene. Io avrò torto e lei
avrà ragione, ma anche questo non è nè un conforto, nè un piacere per
me!
ANDREA. Una cosa sola, non doveva dimenticare e non aveva il diritto di
dimenticare...
FULVIA. Oh, Dio mio! Si comincia coi diritti e coi doveri! Che
malinconia!
ANDREA. Da egoista, da profondo egoista, ma - ti amo - e anch'io divento
geloso e sono geloso.
FULVIA. Geloso di Alberto?
ANDREA. Sì.
FULVIA. Ma Alberto è mio marito.
ANDREA. E questo ti par poco?
FULVIA. Non è un fatto nuovo! Mio marito è sempre... stato mio marito.
Lo sapeva anche prima.
ANDREA. Non sapevo, per altro, che tu fossi così facile a disperarti per
i suoi traviamenti.
FULVIA. L'ironia no; si ricordi, l'ironia non la tollero!
ANDREA. Ma allora, certi suoi dolori, intimi, perchè viene proprio a
confidarli a me... qui, perchè viene a dirli proprio a me, a me, a me,
e proprio qui?
FULVIA. Perchè se non vengo a dirli a lei, a chi potrei andarli a
dire?... A chi? Forse a mio padre? Ah! Ah! Un marito anche lui, e un
altro bel campione come sopra! Tutti gli uomini sono uguali... Tutti una
risma e tutti una lega: avrebbe preso le difese di Alberto. La mamma? -
Mia madre crede che le donne sieno state create e messe al mondo
soltanto per far visite, far toilette e far figliuoli! - Mi avrebbe
imposto la rassegnazione ed il perdono. Le mie amiche? - Oh povera
Fulvietta! Oh povera la nostra Fulvietta! - Per sentirmi compiangere e
vederle beate?... Dunque, vede, per confidarmi e per confortarmi, non
avevo che lei! Non avevo che lei per potermi sfogare... Cioè, lo credevo
e lo speravo! Invece no! Anche lei non sente che il suo risentimento, il
suo orgoglio, ed io non ho nessuno, nessuno al mondo, più nessuno, al
quale poter aprire la mia anima e il mio cuore, col quale potermi
lamentare, gridare e piangere. (Scoppia in un pianto dirotto di
dispetto e di dolore, buttandosi sul canapè). Sì, piangere, piangere,
piangere!
ANDREA (Calmandosi a sua volta e dopo una lunga pausa, si appoggia
dietro il canapè e accarezza Fulvia sui capelli). E io? E il mio cuore?
Vedendoti a piangere così per... un altro? (Le dà un bacio).
FULVIA (Si alza e si allontana con un profondo sospiro). Il torto è
mio, tutto mio!
ANDREA (Conciliante). No, no! Anch'io, forse, sarò irragionevole...
FULVIA. Il torto è mio! A questo mondo, soprattutto, bisogna sapersi
risolvere. O una cosa, o un'altra...
ANDREA. Ma Fulvia!
FULVIA. Sì! Sì! Io, invece, sono un complesso di indecisioni, di
contradizioni e così ho fatto infelice me, faccio infelice lei..
ANDREA (Per abbracciarla). Io infelice? Ma soltanto una tua parola...
FULVIA (Continuando a respingerlo). E ho fatto infelice anche il
povero Alberto.
ANDREA. Alberto! Alberto! Basta! Ieri, lo chiamava Sua Eccellenza anche
lei! Alberto, lasciamolo dove si trova!
FULVIA. Ragioniamo!
ANDREA. Ah, no! Per amor del cielo! Non c'è quanto i tuoi ragionamenti,
che facciano perdere la testa!
FULVIA. Perchè sono pieni di sincerità e di verità.
ANDREA. E di contradizione: lo hai detto tu stessa.
FULVIA. Ma più ancora di sincerità.
ANDREA. (Con un nuovo impeto di passione). Ebbene sì, cara, bambina
cara, capricciosissima, ma tanto cara!... Sincera, sempre sincera!
FULVIA. Sincera anche... a proposito di Alberto?
ANDREA. Anche a proposito di Alberto.
FULVIA. Questo lo deve ammettere. Senza esserne mai stata proprio
innamorata, però le ho sempre detto che a mio marito volevo molto bene.
ANDREA (Con ira). Sì! Sì!
FULVIA. Può arrabbiarsi fin che vuole; ma si ricordi: quando una donna
le dirà di non voler bene a suo marito, le dirà sempre una bugia.
Sempre! - Tutte noi amiamo nostro marito, e se molte volte ci rendiamo
infelici è appunto perchè non abbiamo il coraggio di confessare questa
grande verità a noi stesse!
ANDREA. Brava!
FULVIA (Sospirando). Certe... scoperte, come rischiarano la vista,
caro mio!
ANDREA. E... che cosa si comincia a vedere?
FULVIA. Che anch'io ho la mia parte di torto.
ANDREA. Benissimo!
FULVIA. Sono stata eccessiva oggi nel condannare Alberto, e sono stata
ingiusta prima, nell'apprezzarlo.
ANDREA. Nell'apprezzarlo? Oh! Oh! Sua Eccellenza deve essere molto
soddisfatto... del rialzo delle proprie azioni!
FULVIA (Scrollando il capo e sospirando). Oh, il Circolo monarchico,
il prefetto, il presidente del Consiglio! (Continua a scrollare il
capo). No, no, no! Non possono riempiere il cuore di un uomo, la vita
di un uomo! - Avrà trovato in me della freddezza...
ANDREA (Con molta ironia). Della freddezza? Possibile?
FULVIA. Io sono spesso lunatica, intrattabile, insopportabile. Gli ho
resa la casa uggiosa, antipatica. - Se Alberto, in fine, è andato a
cercarsi delle distrazioni altrove, la colpa, siamo giusti, non è anche
un po' mia? Un po' di rimorso non devo averlo anch'io?
ANDREA. Perchè no? Anche il rimorso è un'opinione!
FULVIA. Il rimorso, intanto, di aver trattato Alberto come l'ho
trattato, anche poco fa. Io - proprio io - ero in diritto di fargli una
scena così tremenda?
ANDREA. Eh, cara mia, quando si ama, quando si diventa gelosi...
FULVIA. Quando si sente il proprio torto! Ecco il tormento! Una cosa
sola, avrei dovuto dire in un impeto di sincerità.
ANDREA. Quale?
FULVIA. Tu l'hai fatta a me, ed io l'ho fatta a te.
ANDREA (Vivamente). Lei scherza! Non lo dica nemmeno per ischerzo!
FULVIA. Guai se la mia coscienza comincia ad alzare la voce! Guai se mi
monta il sangue alla testa! In un impeto di onestà e di lealtà sarei
capacissima di buttarmi fra le braccia di mio marito e di confessargli
tutto!
ANDREA. Ma vivaddio!
FULVIA. Glielo giuro! E farla finita, una buona volta, con tutti i
sotterfugi, coi timori, con gli sgomenti! - Sì, Alberto! Sono colpevole
anch'io come te: tu mi hai tradita con la mia migliore amica, io ti ho
tradito col tuo migliore amico! Perdoniamoci a vicenda!
ANDREA (Fuori di sè). Queste sono sciocchezze, fanciullaggini,
balordaggini!
FULVIA (Osservandolo). Brr! Che spavento! Si calmi! Si calmi!
(Sorridendo). Ha un po'.. un po' d'inquietudine - pare - per le
conseguenze, che potrebbe avere... la mia sincerità?...
ANDREA. Ho paura di una cosa soltanto: del ridicolo!
FULVIA. Ridicolo?
ANDREA. Potrò esserlo, forse, per un momento, in faccia sua: ma in
faccia a... agli altri, al mondo, no!
FULVIA. In faccia mia? Ridicolo? Mai! Sa quanta stima ho di lei!
ANDREA (Inchinandosi con affettazione). Oh, grazie!
FULVIA. Si offende, adesso, anche della mia stima?
ANDREA. La ringrazio! Se la ringrazio! Soltanto io sarò un egoista, ma
lei...
FULVIA. Io sono una leggera, una civetta! È il solo, però, che può
prendersi il gusto, il capriccio di dirmelo! È il solo!
ANDREA. Perchè sono anche il solo - lei che vanta tanto la sua sincerità
- col quale lei... non è stata sincera!
FULVIA. Ma benissimo! Sono stata io a ingannarla! Ero io che volevo
partire! Ero io che volevo morire! - Un'ora! Un'ora sola e poi morire! -
Quante ore! E, guarda lì, che bella cera!
ANDREA. Ma lei, lei mi ha visto soffrire! Le ansie del dubbio, la febbre
della gelosia, i tormenti della disperazione! Oh! lei, lei può vantarsi
di avermi visto soffrire!
FULVIA. Appunto! Appunto per ciò. Una donna può resistere all'amore che
prova, ma insisti, insisti, insisti, viene il giorno - santo cielo! -
che non può più resistere all'amore che ispira! (Va a prendere il
cappellino: poi va dinanzi allo specchio della caminiera a metterselo).
ANDREA. Che cosa fai?
FULVIA. Non vede? Mi metto il cappello.
ANDREA. Vuoi proprio andare?
FULVIA. Sicuro!
ANDREA. Ti prego! Ti supplico! Rimani!
FULVIA. Impossibile! Glie l'ho detto! Impossibile! Alberto mi aspetta.
ANDREA. Un bacio! Voglio un bacio! Sei qui con me, finalmente! Sei mia.
Un bacio! Voglio un bacio!
FULVIA. No! La prego, la supplico, di essere buono, di essere generoso!
Non mi faccia pentire di... di volerle bene!
ANDREA. Bene!... Mi vuol bene? Lei a me?
FULVIA. Sì, un bene forse più tranquillo del suo, ma più sicuro -
riposante...
ANDREA (Con uno scoppio di risa). Ah! Ah! Ah! Un bene riposante!
FULVIA. Sono una povera (cantarellando) ammalata! Mi aiuti a curarmi e
a guarire!
ANDREA. Dovrei aiutarla a guarire di quel po' di bene che... non mi vuol
più?
FULVIA. Guarire... di tutto ciò che può turbarmi, agitarmi. E per farmi
guarire - lei, proprio lei, - dovrebbe aiutarmi a farmi dimenticare...
tante cose.
ANDREA. A dimenticare una cosa sola: me.
FULVIA. No, invece. A dimenticare soltanto questi ultimi mesi. Chiudere
un momento gli occhi - e poi riaprirli - ah! - e trovarmi, come prima,
come quest'estate... a San Moritz! Quanta gratitudine per lei! Quanta
poesia per lei e per me!
ANDREA. Ma scusi...
FULVIA (Interrompendolo: con forza). È un sacrificio! Sarà un
sacrificio! - Voleva esser messo alla prova? Ecco la prova!
ANDREA. Intanto, spieghiamoci chiaro. Tutto questo «dimenticare» sarebbe
per qualche giorno... o per sempre?
FULVIA. Non precisiamo adesso! È inutile! Chi può mai prevedere... ciò
che sarà? Chi mi avrebbe detto, soltanto questa mattina, che io, proprio
oggi, le avrei fatto un simile discorso?... E per la Ninì, poi! Per
colpa di quell'antipatica odiosa! Con tutto quel... (accenna al seno)
peso! Dio, che peso!
ANDREA. E per colpa di Sua Eccellenza.
FULVIA. Di Alberto. Proprio così. E tutto questo m'impone un nuovo
dovere.
ANDREA. Un nuovo dovere?
FULVIA. Per la mia famiglia, per Ettorino, per me stessa. Mio marito non
deve perdere la testa, non deve mettersi sopra una cattiva strada, ed io
devo, voglio salvarlo!
ANDREA. Sua Eccellenza? - Sicuro! Salvarlo, in buona salute! Anche per
lo Stato! Anche per l'Italia!
FULVIA. Ho capito stamattina che il marito è qualche cosa di più e di
diverso... della mia prima idea. Nostro marito è la casa; è tutta la
casa! Col marito che si perde, è il sistema della nostra vita regolata e
sicura, dei nostri rapporti, delle nostre abitudini, che ne soffre...
che va a soqquadro. E io stessa che cosa fo? Che cosa divento se mio
marito prende l'abitudine d'ingannarmi? Quando una donna commette un
piccolo errore... sa poi, anche, sacrificarsi e riparare. L'uomo, no;
mai! Per un uomo le conseguenze sono ben più gravi e ricadono tutte
sulla povera moglie!
ANDREA. È innegabile! Dal suo punto di vista lei ragiona benissimo.
Ma... e dal mio... punto di vista?
FULVIA. Lei non domandava che di vedermi: mi vedrà sempre: più di prima.
Anzi, dopo domani, sabato, è la festa di Ettorino. Ci sarà con noi, a
pranzo, il papà e la mia mamma. Aspetto anche lei. Si pranza alle sette.
(Dà un'occhiata all'orologio del tavolino). Adesso, mi lasci andare.
ANDREA. Adesso no!
FULVIA. Mi lasci andare. Guardi se non c'è nessuno sulle scale.
ANDREA. Lei ha fatto il suo nuovo piano, ha preparata la sua nuova vita,
calma, serena, dopo il grande temporale di questa mattina, e sta bene.
Io, generoso e buono, farò tutto quello che lei vuole, come lei vuole;
ma... cominciando da domani.
FULVIA. Sarebbe a dire?
ANDREA (Mentre dura il dialogo, Andrea l'insegue, senza parere, e
Fulvia, senza parere, continua a ritirarsi). Sì cara: sabato verrò al
pranzo di famiglia, perchè la mia presenza ti occorre, perchè la mia
assenza susciterebbe commenti. Sì, io mi sacrificherò alla tua
riputazione, alla tua tranquillità, alla tua casa, a tuo marito ma...
cominciando da domani! Oggi sei qui! Qui, dove ci siamo amati, dove sei
stata mia, dove sei mia, dove l'aria è ancora piena del nostro amore,
della nostra gioia, dei nostri baci...
FULVIA. Sst! Badi! Ha detto lei, che possono sentire!
ANDREA. No, cara! No! Non devo essere punito io, se Alberto è colpevole!
Soprattutto se il grand'uomo, se il futuro ministro, è stato così
ingenuo da lasciarsi cogliere! (Le corre dietro: Fulvia fugge).
Fulvia! Fulvia! La vendetta! La gioia della vendetta! (Sta per
afferrarla, Fulvia rovescia una seggiolina nella quale Andrea inciampa e
cade).
FULVIA (Corre sulla comune: gira la chiave e si ferma sulla soglia
tenendo l'uscio socchiuso). Sst! C'è gente di sopra!
ANDREA (Si è alzato di colpo per inseguirla: si ferma interdetto).
FULVIA (Dopo un momento, sorridendo). È stato cattivo, sa?... Molto
cattivo!
ANDREA. Basta! La finisca! Basta!
FULVIA. No! In collera, no! Non voglio che sia in collera! (Gli stende
la mano, poi la ritira). No! No!... Oggi non mi fido! Vede, che cosa ha
guadagnato? Non mi fido più! (Scrollando il capo) Più...! Addio!
ANDREA (Irato). Addio!
FULVIA. Cioè «a rivederci» sabato alle sette: a pranzo.
ANDREA. No!
FULVIA. Sì. Badi! Non le conviene, sa, di contrariarmi, di essere
cattivo con me. No, proprio no! - Verrà dunque?... Promette?
ANDREA (Pestando i piedi: sbuffando). Verrò! Verrò! Prometto!
FULVIA. Ma non con quegli occhi! Non con la luna! (Supplichevole)
Voglio vederla con la sua bella faccia... di buon umore! La prego! La
prego tanto! Arivederci! E... presto! (Gli getta un bacio con la
mano)... Se sarai buono! (via).
(Cala la tela).
In extremis
Guardando giù nell'immenso giardino, tutto pieno di silenzio, di fresco
e di umidità, si dimenticava di essere nel cuore di Milano, a cento
passi dal Duomo e dal grande forno brulicante della Galleria. Quelle
piante secolari, quei viali invasi dall'erba, quelle vecchie statue di
granito dal tronco verdognolo, facevano pensare al parco di qualche
villa solitaria e disabitata.
Una malinconia sonnolenta stagnava nell'aria coll'odore acuto e
snervante delle magnolie che sfiorivano sopra un albero gigantesco,
presso la fontana. Dall'albero cadevano a intervalli con un rumore ora
secco, ora velato, le foglie lucenti e metalliche già accartocciate e
ingiallite.
Quei lievi strepiti, qualche eco indistinta di voci lontane passavano
soli dentro a quella pace torpida, di clausura.
Il marchese Pier Luigi, appena finito di sorbire il caffè, si era alzato
ed ora indugiava sul balcone verso il giardino, le due mani nelle tasche
della giacchetta chiara, aspirando grosse boccate di fumo dall'avana
squisito. Una passeggiatina mattinale, - dalle dieci alle undici, - in
certi quartieri della città, gli aveva dato, a colazione, il «nervoso»
allo stomaco.
Era una giornata splendida di giugno, un sole caldo e giocondo, quel bel
sole domenicale che non pure alla piccola gente sembra così diverso dal
sole degli altri giorni.
Egli si era avventurato, ballonzolando in tempo di valtzer nel fondo
della charrette, guidando egli stesso, - col groom accanto, dalle
braccia al sen conserte, come un piccolo Napoleoncino in tuba, - si era
avventurato nelle vie più lontane dell'antico sobborgo, nei quartieri
più popolari e più popolosi dove sorgono le numerose officine, gli
opifici, e le enormi case operaie, quadrate, forellate dalle spesse
finestre, simili a caserme o a gabbie mastodontiche. Quivi, sulle porte,
sugli usci, nelle bettole e nei caffè, così frequenti da far disgusto e
quasi terrore, in quel brusìo di gente affrettata e animata, non ostante
la giornata di riposo, egli aveva trovato il popolo, il popolo tanto
diverso da quello che egli aveva descritto, con foga retorica - non
improvvisata - a' suoi colleghi del Parlamento; il nuovo popolo delle
grandi città, cui il lavoro e l'industria dànno una fisonomia così
tipica.
Il marchese Pier Luigi, sempre ballonzolando nella gialla, rilucente
charrette, in mezzo a quei gruppi di operai, invece della soggezione
ammirativa e invidiosa, che gli mostravano i contadini delle sue tenute,
raccoglieva occhiate sarcastiche e irose, capiva di attraversare quel
tal mondo reale e formidabile del quale egli ed i suoi amici si
ostinavano, per convenienza più che per convinzione, a negare
l'esistenza.
Ma l'ultima, la più sgradevole impressione gli era toccata nel ritorno,
percorrendo le strade del quartiere di Porta Garibaldi, dove erano più
spessi alle cantonate certi enormi manifesti di una tinta scarlatta,
ch'era di per sè una provocazione. Quegli avvisi invitavano «i
cittadini» per le due di quella stessa domenica, ad un grande comizio
pubblico all'Alhambra. I «Partiti popolari» avrebbero discusso del
«momento politico» e oratore del comitato era il dottor Giusto Allori.
Egli lanciava contro il suo baio dei dispettosi colpetti di frusta e
sogghignava:
- Ah! Ah! Il dottor Giusto Allori!
Con un colpo di frusta avrebbe voluto stracciare anche i manifesti!
- Pagliaccio! Buffone! Anche oratore nei comizi! Buffone... Pagliaccio!
E ingrato! Non bastavano i giornali, gli opuscoli, tutto quel suo
lavoro, quei due o tre anni di... sobillazione! Adesso anche in teatro,
anche in piazza!
E Pier Luigi tornava a guardare di traverso i manifesti.
- «Il momento politico!» Sì! Lo avrebbero studiato e capito e
rappresentato loro il «momento politico» quei disgraziati capaci appena
di compitare la Lotta di classe!
Il marchese Pier Luigi lo aveva vissuto a Roma, lo viveva ora a Milano
il «momento politico!» Ma, pur troppo, quella plebaglia che sarebbe
accorsa in una baracca di legno a cianciare, a sbraitare, a batter le
mani a quell'ambizioso esaltato dell'Allori, era la stessa che del
momento, appunto, era l'arbitra... in caso di elezioni.
Il marchese Pier Luigi aveva affrettata la corsa verso il palazzo, ormai
risoluto a non mettere piedi fuor di casa in tutto il giorno. Era
rientrato prima delle undici, si era impazientito perchè donna Maria
tardava a farsi vedere, arrischiando quindi di perdere la messa e la
predica del mezzodì a S. Fedele, poi aveva osato - ardimento ben raro -
di mandar la cameriera a farle premura, e finalmente si era seduto solo
a colazione.
Donna Maria entrò quasi subito: anch'ella appariva dello stesso umore
del marito. Un umore che si intonava con maravigliosa armonia al colore
del luogo, alla penombra triste, ai mobili austeri, alle tappezzerie
oscure, al vasellame pesante, ai grandi quadri di «natura morta» della
sala da pranzo, così sfarzosa e così opprimente.
Subito dopo colazione, il marchese Pier Luigi era uscito a fumare sul
terrazzino. Temeva uno sfogo della moglie per il contegno troppo debole
del gruppo lombardo alla Camera. Donna Maria, ritta sul busto e armata
dell'occhialetto di tartaruga che dava un'espressione ancor più severa e
quasi arcigna al suo bel volto di medaglia d'avorio antico, leggeva
attentamente il Neo-Guelfo di quella mattina: non era opportuno
distrarla nè disturbarla.
Giù nel giardino, sembrava che la pace e il silenzio aumentassero con
l'avanzare dell'ora meridiana. Appena il tic metallico delle foglie di
magnolia che cadevano a terra, appena qualche eco flebile dei rumori
della strada. Chi avrebbe detto che oltre quella muraglia coperta di
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500