Egli spalanca gli occhi e cerca Fabrizio nel salottino: Fabrizio se n'è
già andato tranquillamente.
- Avete ragione, sì; avete ragione, - continua Rosana, non più sdraiata,
ma seduta sulla poltroncina e chinata in avanti, curva, con la testa
bassa, con gli occhi fissi sopra un fiore del tappeto e battendo, tratto
tratto, l'una contro l'altra le palme delle mani. - Avete ragione di
trattarmi così; di non stimarmi, di disprezzarmi...
- Oh!... - geme Lelio dal canapè.
- Sono stata leggera e cattiva! Voi mi avete data la lezione che mi
merito. Mi sta bene; non ho nessun diritto di offendermi.
- Oh!... - Il gemito si ripete più lungo e più tremulo.
- Ho avuto torto! Ho creduto, forse, anche di poter ispirare un
sentimento puro, sincero di amicizia e di devozione. Sono stata una
sciocca credendo possibile... l'impossibile, e voi mi avete aperto gli
occhi!
- Se vi ho dato un dispiacere... - risponde Lelio balbettando, e non può
più proseguire.
Rosana continua a battere nervosamente le palme delle mani, poi si
rivolge di nuovo a Lelio ma con un'intonazione più calma e più cordiale:
- Si fa la pace? Io sono stata un po' civetta... e voi un po'... leggero
nel giudicarmi. Facciamo la pace e amici come prima. Anzi, più di prima!
Ora ci conosciamo meglio e ci stimeremo anche di più. È... inutile il
viaggiare; restate pure a Milano. Soltanto, basta con le nostre
passeggiate mattutine e coi nostri ritrovi quotidiani da donna Ippolita.
- Via, da bravo, si fa la pace? Volete?
Così dicendo ella stende la mano e si volta verso Lelio, ma Lelio rimane
immobile, muto, a testa bassa, mentre due lacrime silenziose gli colano
lungo le guancie paffutelle.
Rosana balza in piedi sbuffando. Un'altra cosa che non aveva previsto!
Dopo la Cina... le lacrime!
- Infine poi... spieghiamoci! - esclama vivamente. - Che cosa pretendete
da me?
Lelio non risponde: le due grosse lacrime gocciolano sul cravattone
nero.
Che dispetto le fa quell'uomo! Rabbia e dispetto! Eppure... piange. Per
piangere, un uomo, - anche donna Rosana ha il pregiudizio che l'uomo sia
un animale molto forte, - per piangere, deve soffrire assai!
Se soffre, peggio per lui! Peggio per lui, sì: ma per altro è anche un
po' colpa mia! È colpa mia! Soffre... per me!
Povero giovine!
In certe donne nervose, troppo sensibili e portate all'analisi, tutto
diventa complicato e pericoloso; anche la coscienza che, ad ascoltarla
troppo, finisce magari col suggerire più il male che il bene.
- Basta!... Non voglio così... Basta! Rosana non osa guardare Lelio in
faccia.
- Mi date un grande dispiacere!... Non me lo perdonerò mai!
L'altro risponde appena scrollando il capo.
- No! Mai! Voi potete perdonarmi perchè siete buono, molto buono, ma io
non perdonerò mai a me stessa di avervi dato tanto... dispiacere!
Quel «buono, molto buono» aumenta la commozione, le lacrime di Lelio.
- Non fate così! - supplica Rosana sottovoce. - Può entrare Fabrizio e
se vi vede a piangere?... Anch'io ho le mani gelate! Devo avere la
faccia stravolta! Ebbene, sentite, se proprio è così... il consiglio che
mi avete chiesto poco fa... Andate via.
Lelio la fissa, attonito; non ha capito bene.
- Sì; andate via! Partite! Ma non andate in Cina! No, no; non ci sarà
bisogno, vedrete, di un viaggio così lontano!
Rosana gli sorride con arguta finezza e insieme con una dolcezza quasi
materna.
- Sarà un'assenza brevissima, anzi, speriamo, di qualche giorno
soltanto! E appena... guarito, verrete subito a trovarmi e avrete in me
un'amica sincera e affettuosa.
- Foste almeno felice!... - sospira l'innamorato, scrollando il capo con
grande sconforto. - Nel mio sacrificio immenso, nel mio esilio doloroso,
eterno, potessi, almeno, avere la consolazione di sapervi felice!
Invece... no!
Rosana, a questo punto, pacatamente, ma risolutamente, cerca di farlo
ben persuaso che credendola infelice si è molto ingannato.
- No, no, no! - replica Lelio con più forza. - Voi non dite la verità!
Il vostro è «un eroismo sublime di virtù» ma voi non dite la verità! Voi
non siete felice.
I piedini di donna Rosana tornano a guizzare vivamente fra i merletti
bianchi.
- Scusate, conte Lelio; devo saperlo io più di voi. Del resto... ciò non
vi riguarda.
- Mi riguarda, precisamente: la vostra infelicità è la mia scusa, anzi
la mia giustificazione.
Rosana aggrotta le ciglia, Lelio continua a gemere e a sospirare.
- Oh, credete, signora, io non vi amo con gli occhi, vi amo col cuore!
Vi amo e vi ho sempre amata non già perchè siete bella, - bellissima! -
ma perchè siete infelice. Sorridete, deridetemi pure! Non è per il
vostro sorriso che io vi amo tanto; è per le vostre lacrime!
- Sì?... Allora tanto meglio! Allora dovete guarir subito! Per vostra
regola, non piango mai! Io odio le lacrime!
- Voi dovete rispondermi così per... per... «un eroismo sublime di
virtù», ma io so molto bene, e me lo ha detto anche la marchesa
Ippolita, che voi siete infelice, infelicissima!
- La marchesa è... troppo gentile! Avrà detto così per farvi piacere!
- Oh... ci sono lacrime, le più amare, forse che non si vedono! Restano
giù, giù!
- Ma per poter vedere le lacrime che... restano giù, scusate, caro
conte, bisognerebbe conoscermi di più e meglio.
- Oh!... - Lelio, ha bisogno di parlare, di tirar fuori le parole con un
sospirone, lungo come la corda del pozzo. - Oh, conosco Ottavio
intimamente! E basta. Sono troppo amico di vostro marito per potermi
ingannare. Con quell'uomo così... terra terra, voi così... in alto? Ma
come potreste essere felice?
- Eppure lo sono.
- No!
- Sì! Certo molto più, in ogni caso, che non sia stato felice mio marito
nella scelta dei suoi amici... intimi!
- È colpa mia se ho cominciato col voler bene a lui, e se ho finito,
invece, col voler bene a voi?... Del resto che cosa vi domando, io? Vi
domando, forse, di ricambiare la... tenerezza del mio cuore? No! Dunque,
se vi fo arrabbiare perchè non credo alla vostra felicità, perdonatemi.
Oh! - Lelio torna a commuoversi profondamente, al pensiero del proprio
sacrificio, della propria partenza. - Perdonatemi; vi fo arrabbiare per
l'ultima volta. Parto domani mattina, prestissimo. Soltanto prima dovete
confessare che voi siete infelice; molto infelice!
- Ma...
- Molto infelice! - continua a ripetere Lelio con un'ostinazione molto
strana in lui, di solito sempre garbato e remissivo.
- Sentite, donna Rosana: qui fa caldo, un caldo, da togliere il fiato.
Ebbene, se voi mi diceste - qui fa freddo - io vi crederei subito e
sarei capacissimo anche di gelare. Ma voi, felice con Ottavio?... No,
no; conosco Ottavio troppo bene; siamo troppo amici! È impossibile!
- Ah! ah! ah! - Rosana finisce col ridere allegramente; e il suo riso è
tutto un tesoro di arguzia e di grazia, è una visione di amoroso
abbandono per Ottavio e di canzonatura atroce per il povero Vigodarzo.
Ella ormai non è più irritata, non è più nervosa; Lelio non le desta più
nè compassione nè pietà, e quindi non le fa più nè rabbia nè paura:
Lelio, adesso, la diverte!
Infatti egli non è stato abile. In generale, attaccare il marito per
sedurre la moglie, è sempre una mossa sbagliata: nel caso particolare
poi, con donna Rosana, peggio che peggio! Quella goffa e presuntuosa
insistenza ha urtato la sua delicata sentimentalità e l'ha punta nella
sua fierezza di donna, e per ciò, scomparsa dal suo animo ogni
impressione del viaggio in Cina e delle lacrime di Lelio, non vi resta
altro «ideale» che Ottavio; Ottavio, lo sposo, l'amante accarezzato,
adorato dal suo sogno.
- Ah! ah! ah! Ma voi credete, caro Vigodarzo, che il mio Ottavio sia
lo stesso Ottavio che conoscete voi? Che conoscono i suoi amici... amici
buoni, come voi? Ah! ah! ah! No; nè punto nè poco! Mentre molti fingono
di sentire anche ciò che non sentono in realtà, il mio Ottavio finge
invece di non sentire ciò che sente davvero e con tutto il trasporto
della passione! Ma bisogna far così; anch'io voglio che Ottavio faccia
così! Un marito innamorato di sua moglie? - Lelio si volta, la guarda,
sorride leggermente, ma Rosana continua senza fermarsi, sempre con più
calore e con più esaltazione: - Un marito amante di sua moglie? È come
una moglie innamorata di suo marito! In pubblico, in società, bisogna
fingere tutto il contrario o si diventa ridicoli! Abbiamo poi tutto il
tempo, tanto tempo per volerci bene... a casa nostra!
- Innamorato Ottavio?... - Risolino di Lelio, ma leggero leggero...
- Vi ripeto che mio marito non ama far pompa dei suoi sentimenti. È
troppo geloso e orgoglioso della bontà, della nobiltà, della
delicatezza, della poesia che chiude nella sua anima e che io sola posso
conoscere ed apprezzare!
- Poesia? - Il risolino si fa più visibile e più vivace. - Poesia?
Quello là?
- Ottavio; - prego.
- Poesia, quell'Ottavio là? Ma se è la negazione di ogni poesia! Se non
l'apprezza la poesia, se non la capisce nemmeno!
- Basta! Finitela! Non vi permetto di continuare su questo tono!
- Se non ha mai capito voi!... Voi che siete davvero la più bella, la
più splendida poesia della terra! Oh, se vi avesse capito vi adorerebbe
in ginocchio, umilmente, devotamente, teneramente! - Ottavio... - No!
No! Voi volete difenderlo con me, esaltarlo, perchè... Perchè voi siete
«un eroismo sublime di virtù!»
- Il mio Ottavio... altro che adorarmi in ginocchio! Quando sono stata
tanto ammalata è rimasto giorno e notte a vegliarmi presso il capezzale
del mio letto! Ha avuto per me, allora, tutte le cure, le delicatezze
più affettuose! Era un innamorato vero, un fratello, un babbo, era tutto
per me! Quanto ha sofferto, povero Ottavio! - Certe volte, quando mi
destavo, dopo un lungo assopimento, vedevo i suoi occhi stanchi e
infossati, che mi fissavano ansiosi. Come ascoltava attento, inquieto,
ogni parola del dottore!... E che grido di gioia, che baci, la prima
volta che il dottore dichiarò sicura la guarigione! E durante tutta la
convalescenza? - Ottavio è sempre stato con me, vicino a me, tenendomi
stretta la mano. Credete ancora, adesso, che Ottavio non mi abbia
capita?... Vi fa ancora ridere l'idea di un Ottavio innamorato? - Rosana
ha uno sguardo di trionfo, poi soggiunge, con una lentezza più languida:
- Vedete quel libro?
Lelio alza il capo, ma non vede niente. Sconvolto da quella descrizione
così viva, da quella voce lenta, carezzevole, ha la testa in fiamme, e
lo sguardo smarrito. Egli non vede che quegli occhioni neri neri, grandi
grandi, che diventano sempre più neri e sempre più grandi.
- Vedete quel libro?
- Quale? - Lelio segue l'indicazione della manina bianca: sulla poltrona
di faccia, dall'altra parte del caminetto c'è il piccolo libro legato in
pergamena: - Quello lì?
- Sì. Le poesie del De Musset. Durante la mia convalescenza lo abbiamo
letto e riletto! E ne abbiamo imparato a mente tante pagine! Com'era
buono, povero Ottavio! E com'è buono sempre! Soltanto... bisogna
conoscerlo a fondo... come me!
Lelio china il capo mortificato, vinto. Ottavio ha persino imparato a
memoria le poesie del De Musset?
- Perdonatemi; avete ragione. Sono stato ingiusto con Ottavio;
perdonatemi.
Rosana lo guarda: rimane colpita da quella faccia, da quell'accento.
- Perdonarvi? Il torto è mio! La colpa è mia! Nella nostra vita così
vuota, eppur così rapida e affannata, diventiamo distratti, smemorati:
si dimentica tutto; e questo è male. Anch'io ho avuto il torto di
dimenticare troppo e troppe cose! Il torto è mio! La colpa è mia! Sono
stata io, leggera, molto leggera, troppo leggera!
- Oh - ricomincia a gemere Lelio ancora più forte, facendole segno di
no; di non proseguire: gli fa troppo male.
- La colpa è mia! Io dovevo farvi amare e stimare Ottavio; invece con la
mia leggerezza l'ho calunniato dinanzi ai vostri occhi, dinanzi al
vostro cuore! Io, io stessa, sono colpevole anche verso di voi. Ho fatto
soffrire anche voi; ho reso infelice anche voi. Voi che pure siete
buono... molto buono!
Lelio non può più frenarsi: al ripetersi di quel «buono, molto buono» ha
un singhiozzo e le lacrime ricominciano a gocciolare.
- Sono stata cattiva, cattiva, cattiva! Cattiva con Ottavio, cattiva con
voi! Non merito che mi si voglia bene! Sì, sì; partite; andate lontano,
e per dimenticarmi! Pensate soltanto, quanto sono cattiva! - A questo
punto ella pure ha un singulto nervoso, improvviso; uno scoppio di
lacrime.
- Mio Dio! Mio Dio! Mio Dio! - balbetta Lelio, disperato. - Abbiate
pietà di me! Non posso vedervi piangere! È uno strazio troppo forte!
- Guardate: non piango più! - Rosana si asciuga gli occhi. - Ma
adesso... andate via. Sì, andate via. Diamoci la mano e andate via!
Lelio le stringe la mano, ma non può parlare. Si scosta da Rosana
andando a tastoni e vacillando, verso l'uscio... Ad un tratto si ferma,
si volta, come per interrogarla.
- Che cos'è?
Un lungo fischio dalla strada: una carrozza entra nel cortile.
- Chi è?
- Ottavio! - esclama Rosana vivamente.
- Ottavio! - risponde Lelio come un'eco.
- Fermatevi, adesso! Non potete andar via senza salutarlo! Asciugatevi
gli occhi! Aspettate!
E in fretta, spaurita, col suo proprio fazzoletto, Rosana stessa gli
asciuga le lacrime cadute sulla cravatta e sul vestito. È un attimo:
quando si sente camminare nella stanza attigua, donna Rosana è già
sdraiata sulla poltroncina dinanzi al fuoco, Lelio è seduto nel solito
cantuccio del canapè e tutti e due discutono animatamente a proposito
della Scala e dei Maestri Cantori.
II.
Don Ottavio, attraversando l'anticamera, dà un'occhiataccia di malumore
ad un cappello e a un soprabito da uomo, appesi all'attaccapanni.
- Ah! Ah! Lelio non è venuto al pranzo della barcaccia per poter essere
più presto da mia moglie e trovarla sola!
Egli è geloso, come tutti i mariti, che hanno una moglie che piace
moltissimo agli amici di casa; ma per boria e per seguire la moda, più
si sente rodere e più si fa forza, ostentando una olimpica indifferenza.
- Ah! Ah! Mia moglie che doveva andare da sua zia! Brava! E non fa altro
che vantare la sua straordinaria sincerità!
Don Ottavio sta per entrare nel salotto, ma poi si ferma un istante,
chinandosi e sbuffando. Egli allenta la cinghia del panciotto: ha
mangiato troppo; si sente oppresso.
- Che seccatura aver moglie! È il fastidio più grande e più inutile!...
Però l'amico, questa volta, ha preso fuoco davvero! Mattina, giorno e
sera! Ormai, io non lo vedo più!... E mia moglie, così piena di
affettazioni e di scrupoli, comincia a slanciarsi! Brava! Ma che peso,
dev'essere mia moglie innamorata! Povero Lelio, ti compiango! - Ottavio
si sbottona un occhiello del panciotto. Il peso di sua moglie gli fa
sentir maggiormente quello del pranzo.
- Chi sa quante smorfie, quante esagerazioni e quante contradizioni! Con
quegli occhi, con quella faccia sempre incantata! Dev'essere
insopportabile! Maledetti gli escargots! - Si ferma di nuovo, dà
un'alzata di spalle, e torna indietro.
- Da mia moglie... A far che?
Invece di andare da Rosana, entra nelle sue stanze.
- Non sono tornato a casa altro che per mettere la falda e prendere le
sigarette!
Non è vero. Ottavio ha fatto quella corsa per levarsi una curiosità, che
gli era venuta subito, appena si era messo a tavola e che, alla frutta,
era diventata assai stimolante: sapere se Lelio, quel dopo pranzo,
sarebbe andato da sua moglie e sapere se sua moglie, con tutta la sua
«sincerità» sarebbe rimasta in casa invece di andare dalla zia, come
aveva annunziato. - Nient'altro che questo.
Appena in camera, egli cerca le sigarette, le sue solite sigarette
«Sossidi frères» marca violetta: le scatole sono tutte vuote.
- Rosana, di là, ne deve avere; ne ha sicuramente! Come si fa? Eppure..
Mi spiace interrompere i dolci colloqui, ma perchè Lelio fa la corte a
mia moglie io non devo restare anche senza sigarette... Ah no!
Non pensa più ad altro, nemmeno a mettersi la falda. Va difilato da
Rosana, continuando a brontolare ad alta voce contro il caldo esagerato.
- Un marito di spirito deve sempre annunziare il proprio arrivo, - pensa
sogghignando, mentre alza la portiera del salottino. - Disturbo?...
Prendo soltanto un po' di sigarette e me ne vado!
- Lì, nel mio cestino! - indica Rosana che ripiglia subito con Lelio a
parlare di musica.
Ottavio, imbronciato, riempie il proprio astuccio di sigarette: la voce
di sua moglie, il suo entusiasmo pel teatro di Wagner, gli urtano i
nervi terribilmente.
- Wagner! Ma che Wagner! - barbotta fra sè. - Questa è una commedia! Un
improvviso cambiamento di scena in mio onore! Ah! Ah! Benissimo! La
donna perfetta! La donna sincera!
E sempre più si sente rodere dalla bile; tutta bile contro sua moglie,
non già contro Lelio. È sua moglie, la civetta! Sua moglie, con quegli
occhi di fuoco... spento, che sembrano due pallottole di vetro nero
infisse in una faccia scialba, di midolla di pane! È sua moglie la
colpevole! Lelio è nel suo pieno diritto. Lui, se si fosse trovato nei
panni di Lelio, sente che avrebbe fatto altrettanto. E come, vivaddio!
- Oh! Oh! Che salti acrobatici! - esclama dopo un momento ridendo forte,
ma rivolgendosi a Lelio, senza guardare Rosana. - L'anno scorso, quando
mia moglie si faceva far la corte dal Tosti, altro che Maestri
Cantori! Andava in estasi per l'Ideale!
Rosana, trasalendo, diventa subito serissima: - Io non mi sono mai fatta
fare la corte nè dal Tosti, nè da nessuno; avverto!
- Tutto il santo giorno - continua Ottavio sempre sogghignando e sempre
rivolto a Lelio, - non avevo nelle orecchie altro che la sua voce,
languida e stonata:
«Io ti seguii com'iride di pace...»
E comincia lui stesso a cantare e a stonare davvero, maledettamente.
- Basta! Finiscila! - ribatte Rosana.
- Ma che! Finiscila tu, di darti l'aria di donna perfetta, così sarai,
se non altro... più divertente! - Ottavio fa un'altra risataccia. -
Sincerità! Sincerità! Tutti i tuoi cento cappellini, i tuoi
abbigliamenti, le tue acconciature, - certe volte sei bardata più di una
cavalla del Gondrand! - Per chi li metti?... Per me, no! Per piacere!
Per farti far la corte!
- Finiscila!
Ottavio nota il pallore di sua moglie, ma geloso e rabbioso, con la
testa accesa dal troppo caldo e dal vino rosso del Falcone e con lo
stomaco gonfio degli escargots, continua a sfogarsi, diventando sempre
più sguaiato e più incivile.
- Non è per piacere a me, ma per far effetto in pubblico, per piacere
agli altri, per trovare chi ti faccia la corte, che stai chiusa ore e
ore a miniarti, e cincischiarti nel tuo gabinetto di toilette; a farti
i ricciolini, a stringerti da una parte, a gonfiarti dall'altra, a
strapazzar la sarta e far piangere la cameriera! - Non ho ragione,
Lelio? Gli inganni di questo genere non son per il marito; si sa che il
marito, in questo, non si può ingannare! Perchè fai quella faccia?...
Perchè ti arrabbi tanto?... Non sei tu la sola! Tutt'altro! Sei anche tu
come le altre! Come tutte le altre!
Dopo un'altra sghignazzata, ricomincia da capo con l'Ideale:
«Io ti seguii com'iride di pace...»
Questa volta non può continuare. Si sente troppo gonfio, troppo
oppresso: allarga altri due occhielli. Uff! che caldo!
Rosana, con gli occhi fissi, torvi, non dice più una parola: Lelio è
sulle spine.
- Buono il pranzo? - domanda dopo un momento, tanto per dire qualche
cosa.
- Squisito! - Ottavio slaccia, adagio, un altro bottoncino.
- E les Escargots?
- Ne ho mangiato quattro dozzine!
Soffia, brontola, poi, di colpo, corre a spalancare la finestra.
- È un inferno! Si soffoca!
- Diventi matto! - Il Vigodarzo balza in piedi, ma pur riceve con
piacere sulle gote ardenti quella folata improvvisa di aria diaccia e
frizzante.
- Vi prego, Lelio, chiudete! - esclama Rosana senza muoversi, senza
scomporsi. Tutta la sua arguta vendetta di donna è in quel nome «Lelio»
e in quel tono di affettuosa intimità.
Il giovinotto, preso così fra marito e moglie, sorride all'una e
all'altro per restar d'accordo con tutt'e due e va lentamente a chiudere
i vetri. Egli spera che il marito se ne vada; ma Ottavio, non si muove.
Cantarellando, con odiosa insistenza, la solita arietta dell'Ideale,
va prima a sedere sul canapè, accanto a Lelio, ci si trova incomodo; è
troppo basso; non può allungar le gambe. Prova allora a mettersi sopra
una seggiolina di faccia: ha la fiamma della lampada proprio negli
occhi! Finalmente, trova una poltrona mezzo al buio, dall'altra parte
del camino e vi si sdraia, sempre soffiando, brontolando e sbottonandosi
e riabbottonandosi la sottoveste.
- Uff! Maledetto pranzo!
Ha un cerchio alla testa; gli occhi pesanti... - Maledetto pranzo!
«Io ti seguii com'iride di pa...ce...»
A mano a mano canticchia più sottovoce, con uno sforzo visibile, con
riso stentato e melenso. Rosana rimane impassibile e muta mentre il
conte Vigodarzo pensa come potrebbe fare a salutare e svignarsela.
... - Che cos'è?... Anche i libri, sotto le sedie? - Ottavio, chinandosi
faticosamente e allungando il braccio afferra il volumetto delle poesie
di De Musset che era caduto dalla poltrona. - Vedi, Lelio? Tu sei un
ammiratore di mia moglie; ammira anche il bell'ordine col quale ella
tiene i libri! E si tratta, nientemeno, dell'autore favorito! Dimmi la
verità: quante volte non ha detto anche a te, «rapita in estasi» i bei
versi innamorati del suo poeta romantico... e alcoolizzato?
Rosana, gli strappa il volumetto di mano: ha gli occhi stravolti,
sfavillanti di collera.
- Mi hai graffiato! - Don Ottavio la guarda un po' inquieto e comincia a
succhiarsi un dito per metter la cosa in burletta.
- Per tua regola, - prorompe Rosana appena può parlare, - per tua
regola, io non tollero e non permetto in mia presenza nè questi tuoi
modi, nè questo tuo spirito troppo da..... da dopo pranzo!
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