Egli spalanca gli occhi e cerca Fabrizio nel salottino: Fabrizio se n'è già andato tranquillamente. - Avete ragione, sì; avete ragione, - continua Rosana, non più sdraiata, ma seduta sulla poltroncina e chinata in avanti, curva, con la testa bassa, con gli occhi fissi sopra un fiore del tappeto e battendo, tratto tratto, l'una contro l'altra le palme delle mani. - Avete ragione di trattarmi così; di non stimarmi, di disprezzarmi... - Oh!... - geme Lelio dal canapè. - Sono stata leggera e cattiva! Voi mi avete data la lezione che mi merito. Mi sta bene; non ho nessun diritto di offendermi. - Oh!... - Il gemito si ripete più lungo e più tremulo. - Ho avuto torto! Ho creduto, forse, anche di poter ispirare un sentimento puro, sincero di amicizia e di devozione. Sono stata una sciocca credendo possibile... l'impossibile, e voi mi avete aperto gli occhi! - Se vi ho dato un dispiacere... - risponde Lelio balbettando, e non può più proseguire. Rosana continua a battere nervosamente le palme delle mani, poi si rivolge di nuovo a Lelio ma con un'intonazione più calma e più cordiale: - Si fa la pace? Io sono stata un po' civetta... e voi un po'... leggero nel giudicarmi. Facciamo la pace e amici come prima. Anzi, più di prima! Ora ci conosciamo meglio e ci stimeremo anche di più. È... inutile il viaggiare; restate pure a Milano. Soltanto, basta con le nostre passeggiate mattutine e coi nostri ritrovi quotidiani da donna Ippolita. - Via, da bravo, si fa la pace? Volete? Così dicendo ella stende la mano e si volta verso Lelio, ma Lelio rimane immobile, muto, a testa bassa, mentre due lacrime silenziose gli colano lungo le guancie paffutelle. Rosana balza in piedi sbuffando. Un'altra cosa che non aveva previsto! Dopo la Cina... le lacrime! - Infine poi... spieghiamoci! - esclama vivamente. - Che cosa pretendete da me? Lelio non risponde: le due grosse lacrime gocciolano sul cravattone nero. Che dispetto le fa quell'uomo! Rabbia e dispetto! Eppure... piange. Per piangere, un uomo, - anche donna Rosana ha il pregiudizio che l'uomo sia un animale molto forte, - per piangere, deve soffrire assai! Se soffre, peggio per lui! Peggio per lui, sì: ma per altro è anche un po' colpa mia! È colpa mia! Soffre... per me! Povero giovine! In certe donne nervose, troppo sensibili e portate all'analisi, tutto diventa complicato e pericoloso; anche la coscienza che, ad ascoltarla troppo, finisce magari col suggerire più il male che il bene. - Basta!... Non voglio così... Basta! Rosana non osa guardare Lelio in faccia. - Mi date un grande dispiacere!... Non me lo perdonerò mai! L'altro risponde appena scrollando il capo. - No! Mai! Voi potete perdonarmi perchè siete buono, molto buono, ma io non perdonerò mai a me stessa di avervi dato tanto... dispiacere! Quel «buono, molto buono» aumenta la commozione, le lacrime di Lelio. - Non fate così! - supplica Rosana sottovoce. - Può entrare Fabrizio e se vi vede a piangere?... Anch'io ho le mani gelate! Devo avere la faccia stravolta! Ebbene, sentite, se proprio è così... il consiglio che mi avete chiesto poco fa... Andate via. Lelio la fissa, attonito; non ha capito bene. - Sì; andate via! Partite! Ma non andate in Cina! No, no; non ci sarà bisogno, vedrete, di un viaggio così lontano! Rosana gli sorride con arguta finezza e insieme con una dolcezza quasi materna. - Sarà un'assenza brevissima, anzi, speriamo, di qualche giorno soltanto! E appena... guarito, verrete subito a trovarmi e avrete in me un'amica sincera e affettuosa. - Foste almeno felice!... - sospira l'innamorato, scrollando il capo con grande sconforto. - Nel mio sacrificio immenso, nel mio esilio doloroso, eterno, potessi, almeno, avere la consolazione di sapervi felice! Invece... no! Rosana, a questo punto, pacatamente, ma risolutamente, cerca di farlo ben persuaso che credendola infelice si è molto ingannato. - No, no, no! - replica Lelio con più forza. - Voi non dite la verità! Il vostro è «un eroismo sublime di virtù» ma voi non dite la verità! Voi non siete felice. I piedini di donna Rosana tornano a guizzare vivamente fra i merletti bianchi. - Scusate, conte Lelio; devo saperlo io più di voi. Del resto... ciò non vi riguarda. - Mi riguarda, precisamente: la vostra infelicità è la mia scusa, anzi la mia giustificazione. Rosana aggrotta le ciglia, Lelio continua a gemere e a sospirare. - Oh, credete, signora, io non vi amo con gli occhi, vi amo col cuore! Vi amo e vi ho sempre amata non già perchè siete bella, - bellissima! - ma perchè siete infelice. Sorridete, deridetemi pure! Non è per il vostro sorriso che io vi amo tanto; è per le vostre lacrime! - Sì?... Allora tanto meglio! Allora dovete guarir subito! Per vostra regola, non piango mai! Io odio le lacrime! - Voi dovete rispondermi così per... per... «un eroismo sublime di virtù», ma io so molto bene, e me lo ha detto anche la marchesa Ippolita, che voi siete infelice, infelicissima! - La marchesa è... troppo gentile! Avrà detto così per farvi piacere! - Oh... ci sono lacrime, le più amare, forse che non si vedono! Restano giù, giù! - Ma per poter vedere le lacrime che... restano giù, scusate, caro conte, bisognerebbe conoscermi di più e meglio. - Oh!... - Lelio, ha bisogno di parlare, di tirar fuori le parole con un sospirone, lungo come la corda del pozzo. - Oh, conosco Ottavio intimamente! E basta. Sono troppo amico di vostro marito per potermi ingannare. Con quell'uomo così... terra terra, voi così... in alto? Ma come potreste essere felice? - Eppure lo sono. - No! - Sì! Certo molto più, in ogni caso, che non sia stato felice mio marito nella scelta dei suoi amici... intimi! - È colpa mia se ho cominciato col voler bene a lui, e se ho finito, invece, col voler bene a voi?... Del resto che cosa vi domando, io? Vi domando, forse, di ricambiare la... tenerezza del mio cuore? No! Dunque, se vi fo arrabbiare perchè non credo alla vostra felicità, perdonatemi. Oh! - Lelio torna a commuoversi profondamente, al pensiero del proprio sacrificio, della propria partenza. - Perdonatemi; vi fo arrabbiare per l'ultima volta. Parto domani mattina, prestissimo. Soltanto prima dovete confessare che voi siete infelice; molto infelice! - Ma... - Molto infelice! - continua a ripetere Lelio con un'ostinazione molto strana in lui, di solito sempre garbato e remissivo. - Sentite, donna Rosana: qui fa caldo, un caldo, da togliere il fiato. Ebbene, se voi mi diceste - qui fa freddo - io vi crederei subito e sarei capacissimo anche di gelare. Ma voi, felice con Ottavio?... No, no; conosco Ottavio troppo bene; siamo troppo amici! È impossibile! - Ah! ah! ah! - Rosana finisce col ridere allegramente; e il suo riso è tutto un tesoro di arguzia e di grazia, è una visione di amoroso abbandono per Ottavio e di canzonatura atroce per il povero Vigodarzo. Ella ormai non è più irritata, non è più nervosa; Lelio non le desta più nè compassione nè pietà, e quindi non le fa più nè rabbia nè paura: Lelio, adesso, la diverte! Infatti egli non è stato abile. In generale, attaccare il marito per sedurre la moglie, è sempre una mossa sbagliata: nel caso particolare poi, con donna Rosana, peggio che peggio! Quella goffa e presuntuosa insistenza ha urtato la sua delicata sentimentalità e l'ha punta nella sua fierezza di donna, e per ciò, scomparsa dal suo animo ogni impressione del viaggio in Cina e delle lacrime di Lelio, non vi resta altro «ideale» che Ottavio; Ottavio, lo sposo, l'amante accarezzato, adorato dal suo sogno. - Ah! ah! ah! Ma voi credete, caro Vigodarzo, che il mio Ottavio sia lo stesso Ottavio che conoscete voi? Che conoscono i suoi amici... amici buoni, come voi? Ah! ah! ah! No; nè punto nè poco! Mentre molti fingono di sentire anche ciò che non sentono in realtà, il mio Ottavio finge invece di non sentire ciò che sente davvero e con tutto il trasporto della passione! Ma bisogna far così; anch'io voglio che Ottavio faccia così! Un marito innamorato di sua moglie? - Lelio si volta, la guarda, sorride leggermente, ma Rosana continua senza fermarsi, sempre con più calore e con più esaltazione: - Un marito amante di sua moglie? È come una moglie innamorata di suo marito! In pubblico, in società, bisogna fingere tutto il contrario o si diventa ridicoli! Abbiamo poi tutto il tempo, tanto tempo per volerci bene... a casa nostra! - Innamorato Ottavio?... - Risolino di Lelio, ma leggero leggero... - Vi ripeto che mio marito non ama far pompa dei suoi sentimenti. È troppo geloso e orgoglioso della bontà, della nobiltà, della delicatezza, della poesia che chiude nella sua anima e che io sola posso conoscere ed apprezzare! - Poesia? - Il risolino si fa più visibile e più vivace. - Poesia? Quello là? - Ottavio; - prego. - Poesia, quell'Ottavio là? Ma se è la negazione di ogni poesia! Se non l'apprezza la poesia, se non la capisce nemmeno! - Basta! Finitela! Non vi permetto di continuare su questo tono! - Se non ha mai capito voi!... Voi che siete davvero la più bella, la più splendida poesia della terra! Oh, se vi avesse capito vi adorerebbe in ginocchio, umilmente, devotamente, teneramente! - Ottavio... - No! No! Voi volete difenderlo con me, esaltarlo, perchè... Perchè voi siete «un eroismo sublime di virtù!» - Il mio Ottavio... altro che adorarmi in ginocchio! Quando sono stata tanto ammalata è rimasto giorno e notte a vegliarmi presso il capezzale del mio letto! Ha avuto per me, allora, tutte le cure, le delicatezze più affettuose! Era un innamorato vero, un fratello, un babbo, era tutto per me! Quanto ha sofferto, povero Ottavio! - Certe volte, quando mi destavo, dopo un lungo assopimento, vedevo i suoi occhi stanchi e infossati, che mi fissavano ansiosi. Come ascoltava attento, inquieto, ogni parola del dottore!... E che grido di gioia, che baci, la prima volta che il dottore dichiarò sicura la guarigione! E durante tutta la convalescenza? - Ottavio è sempre stato con me, vicino a me, tenendomi stretta la mano. Credete ancora, adesso, che Ottavio non mi abbia capita?... Vi fa ancora ridere l'idea di un Ottavio innamorato? - Rosana ha uno sguardo di trionfo, poi soggiunge, con una lentezza più languida: - Vedete quel libro? Lelio alza il capo, ma non vede niente. Sconvolto da quella descrizione così viva, da quella voce lenta, carezzevole, ha la testa in fiamme, e lo sguardo smarrito. Egli non vede che quegli occhioni neri neri, grandi grandi, che diventano sempre più neri e sempre più grandi. - Vedete quel libro? - Quale? - Lelio segue l'indicazione della manina bianca: sulla poltrona di faccia, dall'altra parte del caminetto c'è il piccolo libro legato in pergamena: - Quello lì? - Sì. Le poesie del De Musset. Durante la mia convalescenza lo abbiamo letto e riletto! E ne abbiamo imparato a mente tante pagine! Com'era buono, povero Ottavio! E com'è buono sempre! Soltanto... bisogna conoscerlo a fondo... come me! Lelio china il capo mortificato, vinto. Ottavio ha persino imparato a memoria le poesie del De Musset? - Perdonatemi; avete ragione. Sono stato ingiusto con Ottavio; perdonatemi. Rosana lo guarda: rimane colpita da quella faccia, da quell'accento. - Perdonarvi? Il torto è mio! La colpa è mia! Nella nostra vita così vuota, eppur così rapida e affannata, diventiamo distratti, smemorati: si dimentica tutto; e questo è male. Anch'io ho avuto il torto di dimenticare troppo e troppe cose! Il torto è mio! La colpa è mia! Sono stata io, leggera, molto leggera, troppo leggera! - Oh - ricomincia a gemere Lelio ancora più forte, facendole segno di no; di non proseguire: gli fa troppo male. - La colpa è mia! Io dovevo farvi amare e stimare Ottavio; invece con la mia leggerezza l'ho calunniato dinanzi ai vostri occhi, dinanzi al vostro cuore! Io, io stessa, sono colpevole anche verso di voi. Ho fatto soffrire anche voi; ho reso infelice anche voi. Voi che pure siete buono... molto buono! Lelio non può più frenarsi: al ripetersi di quel «buono, molto buono» ha un singhiozzo e le lacrime ricominciano a gocciolare. - Sono stata cattiva, cattiva, cattiva! Cattiva con Ottavio, cattiva con voi! Non merito che mi si voglia bene! Sì, sì; partite; andate lontano, e per dimenticarmi! Pensate soltanto, quanto sono cattiva! - A questo punto ella pure ha un singulto nervoso, improvviso; uno scoppio di lacrime. - Mio Dio! Mio Dio! Mio Dio! - balbetta Lelio, disperato. - Abbiate pietà di me! Non posso vedervi piangere! È uno strazio troppo forte! - Guardate: non piango più! - Rosana si asciuga gli occhi. - Ma adesso... andate via. Sì, andate via. Diamoci la mano e andate via! Lelio le stringe la mano, ma non può parlare. Si scosta da Rosana andando a tastoni e vacillando, verso l'uscio... Ad un tratto si ferma, si volta, come per interrogarla. - Che cos'è? Un lungo fischio dalla strada: una carrozza entra nel cortile. - Chi è? - Ottavio! - esclama Rosana vivamente. - Ottavio! - risponde Lelio come un'eco. - Fermatevi, adesso! Non potete andar via senza salutarlo! Asciugatevi gli occhi! Aspettate! E in fretta, spaurita, col suo proprio fazzoletto, Rosana stessa gli asciuga le lacrime cadute sulla cravatta e sul vestito. È un attimo: quando si sente camminare nella stanza attigua, donna Rosana è già sdraiata sulla poltroncina dinanzi al fuoco, Lelio è seduto nel solito cantuccio del canapè e tutti e due discutono animatamente a proposito della Scala e dei Maestri Cantori. II. Don Ottavio, attraversando l'anticamera, dà un'occhiataccia di malumore ad un cappello e a un soprabito da uomo, appesi all'attaccapanni. - Ah! Ah! Lelio non è venuto al pranzo della barcaccia per poter essere più presto da mia moglie e trovarla sola! Egli è geloso, come tutti i mariti, che hanno una moglie che piace moltissimo agli amici di casa; ma per boria e per seguire la moda, più si sente rodere e più si fa forza, ostentando una olimpica indifferenza. - Ah! Ah! Mia moglie che doveva andare da sua zia! Brava! E non fa altro che vantare la sua straordinaria sincerità! Don Ottavio sta per entrare nel salotto, ma poi si ferma un istante, chinandosi e sbuffando. Egli allenta la cinghia del panciotto: ha mangiato troppo; si sente oppresso. - Che seccatura aver moglie! È il fastidio più grande e più inutile!... Però l'amico, questa volta, ha preso fuoco davvero! Mattina, giorno e sera! Ormai, io non lo vedo più!... E mia moglie, così piena di affettazioni e di scrupoli, comincia a slanciarsi! Brava! Ma che peso, dev'essere mia moglie innamorata! Povero Lelio, ti compiango! - Ottavio si sbottona un occhiello del panciotto. Il peso di sua moglie gli fa sentir maggiormente quello del pranzo. - Chi sa quante smorfie, quante esagerazioni e quante contradizioni! Con quegli occhi, con quella faccia sempre incantata! Dev'essere insopportabile! Maledetti gli escargots! - Si ferma di nuovo, dà un'alzata di spalle, e torna indietro. - Da mia moglie... A far che? Invece di andare da Rosana, entra nelle sue stanze. - Non sono tornato a casa altro che per mettere la falda e prendere le sigarette! Non è vero. Ottavio ha fatto quella corsa per levarsi una curiosità, che gli era venuta subito, appena si era messo a tavola e che, alla frutta, era diventata assai stimolante: sapere se Lelio, quel dopo pranzo, sarebbe andato da sua moglie e sapere se sua moglie, con tutta la sua «sincerità» sarebbe rimasta in casa invece di andare dalla zia, come aveva annunziato. - Nient'altro che questo. Appena in camera, egli cerca le sigarette, le sue solite sigarette «Sossidi frères» marca violetta: le scatole sono tutte vuote. - Rosana, di là, ne deve avere; ne ha sicuramente! Come si fa? Eppure.. Mi spiace interrompere i dolci colloqui, ma perchè Lelio fa la corte a mia moglie io non devo restare anche senza sigarette... Ah no! Non pensa più ad altro, nemmeno a mettersi la falda. Va difilato da Rosana, continuando a brontolare ad alta voce contro il caldo esagerato. - Un marito di spirito deve sempre annunziare il proprio arrivo, - pensa sogghignando, mentre alza la portiera del salottino. - Disturbo?... Prendo soltanto un po' di sigarette e me ne vado! - Lì, nel mio cestino! - indica Rosana che ripiglia subito con Lelio a parlare di musica. Ottavio, imbronciato, riempie il proprio astuccio di sigarette: la voce di sua moglie, il suo entusiasmo pel teatro di Wagner, gli urtano i nervi terribilmente. - Wagner! Ma che Wagner! - barbotta fra sè. - Questa è una commedia! Un improvviso cambiamento di scena in mio onore! Ah! Ah! Benissimo! La donna perfetta! La donna sincera! E sempre più si sente rodere dalla bile; tutta bile contro sua moglie, non già contro Lelio. È sua moglie, la civetta! Sua moglie, con quegli occhi di fuoco... spento, che sembrano due pallottole di vetro nero infisse in una faccia scialba, di midolla di pane! È sua moglie la colpevole! Lelio è nel suo pieno diritto. Lui, se si fosse trovato nei panni di Lelio, sente che avrebbe fatto altrettanto. E come, vivaddio! - Oh! Oh! Che salti acrobatici! - esclama dopo un momento ridendo forte, ma rivolgendosi a Lelio, senza guardare Rosana. - L'anno scorso, quando mia moglie si faceva far la corte dal Tosti, altro che Maestri Cantori! Andava in estasi per l'Ideale! Rosana, trasalendo, diventa subito serissima: - Io non mi sono mai fatta fare la corte nè dal Tosti, nè da nessuno; avverto! - Tutto il santo giorno - continua Ottavio sempre sogghignando e sempre rivolto a Lelio, - non avevo nelle orecchie altro che la sua voce, languida e stonata: «Io ti seguii com'iride di pace...» E comincia lui stesso a cantare e a stonare davvero, maledettamente. - Basta! Finiscila! - ribatte Rosana. - Ma che! Finiscila tu, di darti l'aria di donna perfetta, così sarai, se non altro... più divertente! - Ottavio fa un'altra risataccia. - Sincerità! Sincerità! Tutti i tuoi cento cappellini, i tuoi abbigliamenti, le tue acconciature, - certe volte sei bardata più di una cavalla del Gondrand! - Per chi li metti?... Per me, no! Per piacere! Per farti far la corte! - Finiscila! Ottavio nota il pallore di sua moglie, ma geloso e rabbioso, con la testa accesa dal troppo caldo e dal vino rosso del Falcone e con lo stomaco gonfio degli escargots, continua a sfogarsi, diventando sempre più sguaiato e più incivile. - Non è per piacere a me, ma per far effetto in pubblico, per piacere agli altri, per trovare chi ti faccia la corte, che stai chiusa ore e ore a miniarti, e cincischiarti nel tuo gabinetto di toilette; a farti i ricciolini, a stringerti da una parte, a gonfiarti dall'altra, a strapazzar la sarta e far piangere la cameriera! - Non ho ragione, Lelio? Gli inganni di questo genere non son per il marito; si sa che il marito, in questo, non si può ingannare! Perchè fai quella faccia?... Perchè ti arrabbi tanto?... Non sei tu la sola! Tutt'altro! Sei anche tu come le altre! Come tutte le altre! Dopo un'altra sghignazzata, ricomincia da capo con l'Ideale: «Io ti seguii com'iride di pace...» Questa volta non può continuare. Si sente troppo gonfio, troppo oppresso: allarga altri due occhielli. Uff! che caldo! Rosana, con gli occhi fissi, torvi, non dice più una parola: Lelio è sulle spine. - Buono il pranzo? - domanda dopo un momento, tanto per dire qualche cosa. - Squisito! - Ottavio slaccia, adagio, un altro bottoncino. - E les Escargots? - Ne ho mangiato quattro dozzine! Soffia, brontola, poi, di colpo, corre a spalancare la finestra. - È un inferno! Si soffoca! - Diventi matto! - Il Vigodarzo balza in piedi, ma pur riceve con piacere sulle gote ardenti quella folata improvvisa di aria diaccia e frizzante. - Vi prego, Lelio, chiudete! - esclama Rosana senza muoversi, senza scomporsi. Tutta la sua arguta vendetta di donna è in quel nome «Lelio» e in quel tono di affettuosa intimità. Il giovinotto, preso così fra marito e moglie, sorride all'una e all'altro per restar d'accordo con tutt'e due e va lentamente a chiudere i vetri. Egli spera che il marito se ne vada; ma Ottavio, non si muove. Cantarellando, con odiosa insistenza, la solita arietta dell'Ideale, va prima a sedere sul canapè, accanto a Lelio, ci si trova incomodo; è troppo basso; non può allungar le gambe. Prova allora a mettersi sopra una seggiolina di faccia: ha la fiamma della lampada proprio negli occhi! Finalmente, trova una poltrona mezzo al buio, dall'altra parte del camino e vi si sdraia, sempre soffiando, brontolando e sbottonandosi e riabbottonandosi la sottoveste. - Uff! Maledetto pranzo! Ha un cerchio alla testa; gli occhi pesanti... - Maledetto pranzo! «Io ti seguii com'iride di pa...ce...» A mano a mano canticchia più sottovoce, con uno sforzo visibile, con riso stentato e melenso. Rosana rimane impassibile e muta mentre il conte Vigodarzo pensa come potrebbe fare a salutare e svignarsela. ... - Che cos'è?... Anche i libri, sotto le sedie? - Ottavio, chinandosi faticosamente e allungando il braccio afferra il volumetto delle poesie di De Musset che era caduto dalla poltrona. - Vedi, Lelio? Tu sei un ammiratore di mia moglie; ammira anche il bell'ordine col quale ella tiene i libri! E si tratta, nientemeno, dell'autore favorito! Dimmi la verità: quante volte non ha detto anche a te, «rapita in estasi» i bei versi innamorati del suo poeta romantico... e alcoolizzato? Rosana, gli strappa il volumetto di mano: ha gli occhi stravolti, sfavillanti di collera. - Mi hai graffiato! - Don Ottavio la guarda un po' inquieto e comincia a succhiarsi un dito per metter la cosa in burletta. - Per tua regola, - prorompe Rosana appena può parlare, - per tua regola, io non tollero e non permetto in mia presenza nè questi tuoi modi, nè questo tuo spirito troppo da..... da dopo pranzo! 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500