- Doveva finire... e proprio così Mah! Tutto deve finire a questo mondo!
La portiera si alza e riappare Fabrizio col caffè.
- Mettete due altri fascinotti sul fuoco, - gli ordina donna Rosana
senza voltarsi: - Versate pure il caffè. Datemi quel libro lì, piccolo,
legato in pergamena. Guardate lì, sulla scrivania!
Fabrizio va, porta il libro e torna a sparire, in punta di piedi. Nella
stanzetta si ode soltanto lo scoppiettìo sempre più interrotto del fuoco
che si va spegnendo.
Intanto, donna Rosana, ha aperto macchinalmente il volumetto e
macchinalmente comincia a leggere:
«Amour, fléau du monde, exécrable folie...»
Alza gli occhi dal libro, e guarda un'altra volta l'orologio:
- Le otto e mezzo!
Lelio, quel giorno, dalla marchesa Ippolita, le aveva detto sottovoce,
in fretta: - Mi permettete di venire da voi stasera, un momento solo, ma
subito dopo pranzo? Ho da parlarvi! - Sono le otto e mezzo; non può
tardare. - A donna Rosana sembra già di sentire quel maledetto
campanello elettrico del portiere che annunzia le visite...
«Amour, fléau du monde, exécrable folie,
«Toi qu'un lien si frêle à la volupté lie,
«Quand par tant d'autres noeuds tu tiens à la douleur»
... ma gli occhi soli continuano a leggere; il pensiero di donna Rosana
si allontana da Don Paez e si ferma ostinatamente sul contino Lelio
Vigodarzo.
- Sapeva egli che quella sera, Ottavio (Ottavio di San Severo, marito di
lei) non avrebbe pranzato in casa? Che sarebbe andato al Falcone per
il solito pranzo inaugurale dei soci della barcaccia?... - Altro se lo
sapeva! Lelio non era con lei, era sempre con... lui! - Subito, dopo
pranzo, ho da parlarvi? - Subito? - Evidentemente per trovarla sola!...
- Ed erano tanti giorni che donna Rosana, invece, faceva di tutto per
non trovarsi mai sola con Lelio!
Ahimè! Da certi sospiri, da certi dispetti gelosi, da certe occhiate or
furibonde or troppo tenere, ella ha capito che l'istante temuto e
preveduto si avvicinava.
- Posso venire, subito dopo pranzo?... - Perchè tanto mistero, tanta
trepidazione? Perchè chiedere il permesso? Quando si chiede il permesso
per fare una cosa lecita, vuol dire che quella cosa non è più lecita.
Cioè che è diventata non più lecita... cioè... Auf! - Non le riesce di
cogliere la forma del bisticcio che pur sente nella sostanza così vero:
fa un atto di dispetto e torna con la mente dov'è rimasta cogli occhi:
«.... je songeais qu'une femme
Qui trahit son amour, Juana, doit avoir l'âme
Fait de ce métal faux dont sont fabriqués
La mauvaise monnaie et les écus marqués».
- Son amour... - pensa donna Rosana, questa volta chiudendo il
volumetto e buttandolo sopra un seggiolino lontano. - Son amour,
secondo le buone regole, dovrebbe essere il proprio marito: e una moglie
che tradisce il proprio marito fa peggio ancora di Juana!... Questo, il
signor Lelio, dovrebbe sapere; e in tal caso, che concetto si è formato
di me? Proprio carino! Tante grazie! Se facessi dire alla porta che
stasera non ricevo? - No; domani mi troverei allo stesso punto! È meglio
parlar chiaro e finirla subito, così com'era destino che dovesse finire!
- Destarsi, aprir gli occhi, non sognare mai più... e amen!
- Peccato! Era un sogno così bello e senza inquietudini, senza
turbamenti! Volersi bene sempre e non dirselo mai! Tutto il cuore preso,
tutta la giornata occupatissima e la coscienza libera. Leggere negli
occhi di Lelio attraverso un guizzo di gelosia ed un lampo di collera,
la passione più ardente: ma non dover mai ascoltare e, per conseguenza,
non dover mai rispondere ad una dichiarazione esplicita, compromettente.
Vedere e non vedere; capire, e all'occorrenza, quando sarebbe stato il
caso di dover andare in collera, poter anche non capire... Rispondere
pure... ma agli occhi soltanto e soltanto con gli occhi, ora quasi un
sì, ora quasi un no. Insomma, poter trovare il proprio «ideale» nella
vita senza mancare ai propri doveri e senza dar adito alle malignità
della marchesa Ippolita!... Un «ideale» elegante, simpatico, apprezzato
nel proprio mondo, al quale poter dedicare l'orario delle giornate così
eterne, le acconciature, le visite, le passeggiate a piedi della mattina
e quelle in carrozza del pomeriggio... Un «perchè» insomma nella vita!
Il «perchè» di andare ancora alle cacce a cavallo, alla Scala, al
Manzoni e a quelle monotone feste da ballo, sempre in mezzo alle
stesse persone che cambiano soltanto per diventare più vecchie e più
brutte! No, no, certo! Non l'acre e disgustoso sapore del peccato, ma
soltanto il lontano profumo del frutto proibito!... Un peccato, forse,
sì, un peccato anche questo; ma così veniale, da far sorridere il
confessore... ed anche Ottavio!
- Invece, tutto è andato a monte! Com'è noiosa, Dio mio, questa nostra
esistenza! E come tutto ciò che deve accadere, accade inesorabilmente ad
ora fissata, con monotona precisione!
In fatti mancava poco alle nove, e per le nove il conte Lelio Vigodarzo
sarebbe venuto di sicuro!
- ... Come?... Da che parte avrebbe incominciato il suo discorso?...
Mah!... - Gira, rigira e poi a donna Rosana pareva già di sentirlo
esclamare:
- È più forte di me, è più forte della mia volontà, della mia ragione!
Ormai non posso più frenarmi; non posso più dissimulare, tacere... vi
amo!
Così, indubbiamente, avrebbe finito Lelio, e così indubbiamente, avrebbe
dovuto finire anche lei... col metterlo alla porta!
- Non voglio fare anch'io come Ippolita, ah, no! per quanto l'a...mico
d'Ippolita, ormai, ammesso e riconosciuto, col suo tatto, con le sue
aderenze, le faccia più bene che male anche nella pubblica stima! Ma
Ippolita, - grazie! - , è molto leggera e sventata; ha bisogno della
guida, del freno di un a...mico. Io, invece, no: saprò sempre condurmi
da sola, anche per un riguardo a Ottavio. Povero Ottavio! - Donna Rosana
ha un sussulto, dà un balzo sulla poltroncina, ma poi si calma subito: è
l'orologio del caminetto che comincia a battere le nove.
- Così tardi? che non venga più?... Io, veramente, non gli ho risposto -
sì - che poteva venire: non gli ho risposto nulla. L'ho fissato
soltanto, con molto stupore. - Le nove? Ormai posso anche far rispondere
alla porta, che non ricevo più: far attaccare e andare dalla zia.
Per qualche sera ancora c'era la Scala, il Manzoni, casa Resi e la
Lina Suardo. Il suo «ideale» avrebbe, così potuto durare in vita
un'altra settimana. Ma, ad un tratto, corrugò ancora la fronte: gli
occhi nerissimi e cupi ebbero un lampo.
- No! Potrebbe sorprendermi, farmi una scena! Bisogna parlar chiaro,
adesso che lo aspetto, che sono preparata: bisogna finirla! Forse, ho
già aspettato troppo!... Ippolita ha certi sorrisi... E poi, ha troppa
cura di farci trovar insieme a pranzo o in teatro, per non aver capito,
o supposto, di farci molto piacere. E se ha capito Ippolita, hanno già
capito in tre: Ippolita, il marito di Ippolita e l'a...mico d'Ippolita:
l'uomo perfetto!
- E Ottavio? - Rosana fa un lungo sospiro. - Chi sa? Alle volte avrebbe
potuto anche darsi il caso che Ottavio pure sospettasse di qualche
cosa... In tal caso, potrebbero succeder guai... Certo, ci sarebbero
malumori. Per quanto Ottavio si studii molto di non farsi scorgere,
anzi, di mostrare tutto il contrario, in fondo... è geloso! - A questo
punto donna Rosana sorrise e continuò a sorridere, pensando:
- Come il mondo è fatto di strane contradizioni! Se io fossi la moglie
di Lelio, mi piacerebbe moltissimo che Ottavio mi facesse la corte!...
Se io fossi la contessa Vigodarzo, indubbiamente sarebbe don Ottavio il
mio ideale e forse anch'io, - altro che ideale! - sarei la grande
passione di don Ottavio! Quante stranezze, quante contradizioni nella
vita, mentre sarebbe così naturale e così semplice... essere felici!
Ormai preso l'aire, sempre sdraiata dinanzi al fuoco semispento, ella
continua a sprofondarsi nel nuovo sogno: riunire in un uomo solo il
reale e l'ideale, il marito e l'a...mico. Lei e Ottavio, in fondo, si
volevano bene. Perchè, con una piccola spinta, non avrebbero anche
potuto amarsi? Di ostacoli gravi, ne vede uno solo: l'essere,
precisamente, marito e moglie. Tutta la poesia di cui il suo cuore e la
sua intelligenza sentono il bisogno, perchè non chiederla al cuore e
all'intelligenza di suo marito?
- Quando sono stata ammalata, così gravemente, Ottavio è stato sempre,
giorno e notte, accanto al mio letto. Sorrideva per farmi coraggio, ma
con gli occhi pieni di lacrime! È buono; nascosto in fondo al suo cuore
c'è un tesoro di bontà, e la bontà non è la più vera, la più alta
poesia? Sì, ma... siamo, pur troppo, marito e moglie! Che peccato!
A turbare il bel sogno di donna Rosana ecco apparire d'improvviso le tre
facce ironiche d'Ippolita, del marito d'Ippolita e dell'a...mico
d'Ippolita che ridono e che fanno ridere alle loro spalle inventando
mille storielle sciocche e cattive!
Il «marito amante della moglie» e viceversa, dopo tre anni e più di
matrimonio?... Dio! Dio. Avrebbero finito, tutti e due, lei e Ottavio,
con l'essere soggetto di scandalo... anche per le ragazze!
E dare un bel saluto al mondo noioso e maligno, popolato solo di
Ippolite, con altrettanti mariti grotteschi e relativi a...mici
perfetti? D'inverno il mare, d'estate la montagna e il resto dell'anno a
San Severo? Divertirsi da soli, loro due, invece di annoiarsi tutti
insieme in mezzo alla gente? Oh, essere un po' liberi, alla fine, liberi
da ogni pregiudizio, da ogni rispetto sociale, liberi al punto di
potersi anche amare... pur essendo marito e moglie!
- La felicità - continua a pensare fra sè donna Rosana - la vera
felicità è una sola: amare, Dio! Potersi amare con tutta la passione del
cuore, e con la coscienza in pace! Certo, è il lieto fine della
commediuccia borghese, un po' volgare, terra terra, senza le emozioni,
le ansie, i turbamenti del dramma; ma il dramma, non c'è caso, va quasi
sempre a finir male!
- Ottavio far la corte a me?... Che idee!... Eppure, se io proprio
volessi che gli saltasse in testa un'idea simile? Se quel tanto di
«mio», che ci ho messo fin qui e che è bastato ad innamorare Lelio, lo
impiegassi d'ora in poi per... conquidere Ottavio! Se proprio proprio
volessi mettermi di buon proposito?... - Rosana apre gli occhi e torna a
sorridere con una certa malizietta birichina e tutta particolare. Pensa
che con Ottavio le sarebbe stato anche più facile; avrebbe potuto
spingere la propria civetteria molto più innanzi! Ella si allunga di
nuovo, si allunga di più sulla poltrona, stirando le braccia con un
sospiro, con un fremito... poi torna a chiudere gli occhi, ma adesso,
continua a sorridere.
Il bellissimo sogno non accende soltanto la fantasia un po' romantica
della donna giovine e sensibile, ma ne accarezza, ne ravviva le fibre
più nascoste e penetra nell'anima.... Ottavio si affina idealizzandosi.
Non è più il marito un po' bisbetico e svogliato, irrisore sistematico
di ogni più delicata sentimentalità; è un amico migliore assai
dell'altro, di Lelio, del corteggiatore assiduo ed astuto, abile
nell'appagare la sua vanità, ma inetto a vincere il suo cuore. Ottavio,
a poco a poco, va acquistando con l'aiuto della fantasia di sua moglie
tutte le migliori qualità positive e poetiche. È lui, proprio lui,
Ottavio, l'ignoto... tanto aspettato! Egli non è più il marito, è lo
sposo, è l'amante al quale potrà abbandonarsi, finalmente, con tutto il
cuore, con tutto il trasporto della sua grande tenerezza che ha tanto
bisogno di prorompere! È lui, è lui, è Ottavio, l'amante caro, l'amante
appassionato al quale potrà concedere tutti i tesori della sua bontà,
tutti gli incanti della sua bellezza, tutti i suoi baci e tutte le sue
carezze, senza esitazioni, senza restrizioni e con l'animo tranquillo:
senza rimorsi e senza... spaventi!
- Amore, amore, amor mio!... - bisbiglia donna Rosana. Si alza ad un
tratto, spalanca gli occhi e cammina su e giù premendosi la fronte,
battendo i piedi per cercar di calmarsi.
- Son quasi le nove e mezzo! Non ricevo più, chiamo Fabrizio, ordino di
attaccare e mi faccio condurre dalla zia! Domani mattina, niente
passeggiata! Anche più tardi, resterò in casa e non andrò da Ippolita
per due o tre giorni. Se Lelio vorrà capire, capirà, se no, peggio per
lui! - E con questa minaccia contro il povero Lelio, stendendo il
braccio si appoggia con abbandono quasi voluttuoso e preme sul
bottoncino del campanello elettrico; ma in quel punto il campanello del
salotto si unisce e si fonde con l'altro della portineria che annunzia
una visita.
- Eccolo! - esclama donna Rosana con dispetto. - Sta fresco!
C'è ancora il caffè, già versato nella chicchera; ella lo inghiotte d'un
sol colpo così freddo e amaro. Poi, quando sente che Fabrizio si
avvicina con quell'altro, volta le spalle all'uscio con una mossa di
stizza, afferra le molle e chinatasi dinanzi al caminetto, picchia e
ripicchia contro un lungo tizzone, facendo sprizzar le scintille fin
sopra i tappeti. Tutti quei colpi sono diretti, in cuor suo, contro
Lelio di Vigodarzo; le fa dispetto che sia innamorato di lei, e le fa
ancora più dispetto il pensare che, in questo, anche lei ne ha avuto un
po' di colpa.
- Che cosa crede? Crede forse di poter vantare qualche diritto?
Adesso, più che mai, tutti i diritti sono di Ottavio!
Fabrizio alza la portiera, annunziando:
- Il conte Vigodarzo!
Donna Rosana indica al servitore il vassoio del caffè, ma quasi senza
voltarsi e picchiando sul tizzone con più forza: - Portate via!
Entra Lelio: tre teste sopra un abito tutto chiuso, lunghissimo: la sua,
dai capelli neri lucenti, ben pettinati; quella bianca del garofano
all'occhiello; quella d'oro, appuntata alla cravatta monumentale. Egli
si avvicina a Rosana per darle la mano con passo lento e grave, da uomo
fatale.
Donna Rosana continua a picchiare sul tizzone:
- Buona sera.
Il conte Lelio non si scompone: aspetta che Fabrizio sia uscito, poi le
chiede sommessamente, scrollando il capo:
- Perchè?... Siete in collera?... Perchè?
Rosana butta le molle in un angolo e torna a sdraiarsi sopra la
poltroncina dinanzi al fuoco sforzandosi di parer tranquilla, ma facendo
saltare i candidi merletti de' falpalà colle punte dei piedini
irrequieti.
Lelio, dopo essersi seduto a sua volta nell'angolo del canapè, accanto
al caminetto, mormora dolcemente:
- Perdonatemi.
- Perdonarvi? Di che?... Io non sono in collera! - Donna Rosana dà in
una risatina troppo lunga, che lo resta in gola. - Soltanto, fa un po'
freddo qui, non vi pare?
- Non mi pare, anzi, tutt'altro!
- Sapete? Stasera devo andare da mia zia.
Rosana comincia a parlare, e continua a parlare a parlare, saltando di
palo in frasca, con grande volubilità, e sempre a voce alta; troppo
alta. È seccata, è inquieta. Non vuol lasciar tempo al Vigodarzo di
cominciar lui quel suo bel discorso!
Ma Lelio... non ci pensa nemmeno! Sta tanto bene lì, così, e sta zitto
volentieri. Seduto comodamente, come raccolto in un'estasi malinconica,
se la gode alla vista delle grazie eleganti della giovine signora e al
suono della bella voce armoniosa. Sta tanto bene lì, così, nel dolce
riposo del dopo pranzo, nel tepore profumato di quel salottino
delizioso!
Rosana, tira diritto per un pezzo, ma finisce a stancarsi, nè trova più
nuovi argomenti. Allora, per evitare un silenzio pericoloso, vuol far
parlare quell'altro:
- Come mai non siete andato anche voi al Falcone, al famoso pranzo
della barcaccia?
Lelio strizza gli occhi e le labbra con un'indicibile espressione di
noia e di disgusto. Dopo un momento, quasi faticando a parlare,
bisbiglia a fior di labbra:
- Les escargots à la Perigord?... L'ultimo grande successo della
gastronomia che Ottavio ha portato trionfalmente da Parigi a Milano? Non
avendo nè il coraggio, nè lo stomaco di vostro marito, voglio morire per
una causa migliore.... che non sia un'indigestione!
- Prego! Prego! Non fate il sentimentale, l'uomo che vive soltanto di
poesia... dopo il caffè! Al club siete citato anche voi come esempio
di buon appetito e maestro nell'arte squisita di comporre il menu!
Ditemi, piuttosto, dove avete pranzato oggi e che cosa avete mangiato di
buono?
Rosana, tuffandosi in tanta prosa, spera di allontanare e, forse, di
scansare il pericolo.
- Da mia sorella, - risponde il contino Lelio, ma subito arrossisce
visibilmente.
In fatti egli è stato invitato a pranzo da sua sorella, la marchesa
Tarvis, ma non c'è andato. Temeva di far troppo tardi per la sua visita
a donna Rosana della quale, da un paio di giorni, è innamoratissimo. Tre
o quattro duchi e principi romani e napoletani, venuti a Milano per le
corse, hanno ammirata donna Rosana dicendola bellissima, elegantissima,
tout ce qu'il y a de plus parisien, e il grande entusiasmo degli amici
gli ha montata la testa, e ha spinto al massimo bollore quel suo tepido
affetto sino allora scaldato a bagnomaria.
Lelio ha pranzato, solo solo, all'hôtel de la Ville facendosi servire
un pranzettino sostanzioso, ma leggero. La serata poteva riuscire molto
drammatica: sarebbe stata certo agitatissima. Ad ogni modo, con le
donne, non si sa mai: è sempre prudenza prevedere... anche
l'imprevedibile! Di una cosa però si trova pentito, nell'attraversare le
sale troppo riscaldate del palazzo di San Severo: di aver pasteggiato
con lo Champagne Schröderer, secco. Lo Champagne gli produce un
effetto strano: lo rende sensibilissimo. Quanto più secco è stato lo
Champagne, tanto più gli occhi gli s'inumidiscono facilmente.
- Rosana!... Rosana!... - Oh, in quel momento come l'avrebbe teneramente
abbracciata! E quando Rosana gli domanda, certo per burlarsi de' suoi
sguardi appassionati: - A pranzo, che cosa avete mangiato di buono? -
Lelio non si sente offeso, niente affatto!
Anche ironico, quel sorriso mostra una bocca... deliziosissima!
- Che dentini, saperlotte!
Egli la guarda e continua a guardarla con tenera mestizia:
- Ho da chiedervi un consiglio.
- A me?
- Sì; a voi. Pippo Sardis, Castelsillia e Niccolino de Rolland, partono
irrevocabilmente, al primo del mese.
- Per la Cina?
- Per il loro viaggio, attraverso la Cina! - Lelio ha la voce profonda.
- Resteranno assenti un paio d'anni per lo meno. Doveva essere della
brigata anche Fabio Spinola, ma Fabio, all'ultimo momento, preoccupato
dalla distanza, dalla lunga assenza e dai pericoli del viaggio, adduce
la scusa di sua madre, e si ritira. Pippo Sardis, Castelsillia e De
Rolland, rimasti in tre, mi offrono di prendere il posto di Fabio
Spinola. Io... non ho madre, sono solo, non ho nessuno al mondo, che mi
voglia bene. Ditemi voi se... se devo accettare.
- Lo domandate a me? Perchè lo domandate a me?
- Perchè se voi mi dite di andare, allora vado.
- Ma, scusate, e vostra sorella? Avete una sorella, la marchesa
Tarvis!... Perchè non andate a chiedere alla marchesa Tarvis un simile
consiglio? - Rosana, così dicendo, afferra di nuovo le molle e
ricomincia a picchiare, a tartassare, a scheggiare il povero tizzone
fumoso che sembra gemere sotto i colpi, con un gorgoglio di bollicine
d'aria.
- Dio, Dio! Ci siamo! - pensa in cuor suo. Ma come mai avrebbe ella
potuto prevedere che la dichiarazione amorosa di Lelio facesse un
viaggio così straordinario?... Dovesse arrivare, nientemeno, fin dalla
Cina?
- Non avete nessuno al mondo che vi voglia bene? - ripiglia dopo un
momento. - E la marchesa Tarvis? Povera marchesa! Avete dimenticato
vostra sorella!
- Oh le sorelle... Sono come i fratelli! - esclama il giovinotto
scrollando il capo gravemente, come se queste parole che non dicono
nulla, nascondessero un concetto profondo e doloroso. Un lungo silenzio,
poi ricomincia con accento prima umile, supplichevole, ma che a mano a
mano diventa risoluto, imperioso:
- Voi sola dovete decidere; mi dovete dire sì o no. Vi prego, vi
prego... Vi prego! Sì o no? Devo andare?... Devo andare?
- Ma sì! Andate! Tanto più se credete di divertirvi! - risponde Rosana
con impazienza, quasi con ira.
Com'è insistente, quel Lelio! È opprimente! Ma d'altra parte, finchè non
c'è in ballo altro che la Cina, deve fingere di non capire e non può
offendersi!
Ella si rimette a sedere, ma i piedini fanno saltare sempre più
nervosamente i merletti del falpalà. Ad un tratto, con uno scatto
improvviso, si alza di nuovo per suonare e per chiamare Fabrizio.
Si alza subito anche Lelio, ma senza scostarsi dal canapè. Fissa Rosana,
prima attonito, sbalordito; poi diventando serio, assume un'aria quasi
di rimprovero.
- Decidete. Dovete decidere.
Ella rimane un po' scossa:
- Vi ho già detto che stasera devo andare asso-lu-tis-simamente da mia
zia.
- Prima mi dovete dire, sì o no!
Lelio si ferma, ascolta: sente il passo del servitore. La fretta,
l'ansia del momento gli raddoppia il coraggio.
- Sì o no? Se vado via, è per voi! Per disperazione!
- Cosa?... Che cosa? Non... non capisco! - balbetta Rosana sottovoce;
poi, più sottovoce ancora, indicando l'uscio:
- Per amor del cielo!... Viene Fabrizio!
- Sì o no? Bisogna decidere fra la morte o la vita per me!... Fra la
morte o la vita...
Fabrizio si presenta all'uscio, e la decisione, per il momento, rimane
sospesa.
- Dite a Giacomo di attaccare, - ordina Rosana al servitore, con voce
alterata.
- Giacomo è uscito con la carrozza. È andato a prendere il signor
padrone.
- Va bene. Appena ritorna gli direte di non staccare e verrete ad
avvertirmi.
Fabrizio s'inchina, fa per andarsene, ma è ancora trattenuto.
- Portate qui la scatoletta delle sigarette. - Guardate il fuoco;
mettete legna nel caminetto..
Lelio indovina che donna Rosana non vuol restar sola con lui; la vede
inquieta, nervosa... È contentissimo!
Ha fatto bene a spiegarsi! Perchè non ha parlato anche prima? Di che mai
aveva paura? Oh, come egli sente di amarla quella donna!... Stringerla
fra le braccia! Coprir di baci gli occhioni ardenti di fuoco lavorato,
la bella faccia così pallida!
Rosana, sempre in piedi, irrequieta, dinanzi al caminetto, si china, si
rizza, si volta di qua, di là, stende ora le mani, ora un piedino verso
la fiamma... e Lelio si sente sempre più commosso anche dalle grazie
leggiadre della bella persona.
- Sembra quasi magra, tanto è perfetta la sua alta e svelta eleganza! E
invece... Che splendore di... movimenti! Anima mia! Tesoro! Che tesori!
Lelio, oramai, è più che sicurissimo di... non andare in Cina!
Come gli era saltato in testa quell'ottima trovata della Cina?... Mah!
Un lampo di genio! In Cina, no; pure, come si sentirebbe disposto dalla
dolcezza profonda della sua stessa commozione a compiere ogni doloroso
sacrifizio per quel tesoro di creatura! - E magari anche... sì, perchè
no? Anche in Cina, se lo avesse imposto lei stessa, come una condizione,
con la sua voce armoniosa, così calda e penetrante... Il suo cuore, la
sua vita, la sua felicità, sono ormai nelle mani di donna Rosana! Che
manine!... E che piedini! E che... Tutto in lei è meraviglioso!... Altro
che la Cina! Si sente pronto a giuocare la vita per una donna simile!
Anche morire!
- «Morir... per te d'amore!»
Morire, chiuder gli occhi dolcemente, al caldo... senza muoversi da quel
delizioso cantuccio del canapè!
- Cara! - Si sprofonda tutto nella nuova estasi, finchè è riscosso dalla
voce di Rosana:
- Voi avete ragione, sì; avete ragione.
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