fra quelle casupole, «l'ultima tappa verso il Paradiso». Il brav'uomo,
del quale ogni gesto, ogni parola, rivelava l'atavismo forse
dell'albergatore anzichè la vocazione ecclesiastica, s'era presentato da
sè, parlando mezzo francese e mezzo romancio con qualche storpiatura,
qua e là, d'italiano. Si era già molto bene informato: qualche cosa sul
conto dei signori risultava dalla dichiarazione scritta da Job sul
Fremdenbuch; quanto al resto, il prete furbo lo aveva indovinato, e
pareva arcicontento di poter dar ricetto nella sua povera casetta a
«così nobile compagnia».
- Anzi se la signora vuol favorire anche subito, mi permetterò di
presentarle mio nipote, don Arcangelo, il quale parla molto bene
l'italiano perchè ha studiato teologia per quattro anni, nel Seminario
di Milano, ed è stato ordinato prete dall'arcivescovo che c'era allora,
monsignor Calabiana!
Febo e la marchesa non rispondevano, sempre più infastiditi, e Rinetto
dovette pur mettere fuori qualche parola, per tutti.
- Come mai, un suo nipote, svizzero m'immagino... è andato a farsi prete
a Milano?
- Sa, è un antico privilegio della nostra diocesi di Coira, di poter
mandare venticinque chierici per gli ordini, al loro insigne Seminario
di Milano. Una concessione che risale al medio evo!
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Nell'attraversare la strada per passare dall'albergo alla casa del
curato, tutt'e tre avvertirono che il vento si era fatto ancor più forte
e più freddo, ed appena posto piede nella piccola anticamera, Felicita
provò un senso di tepore e di conforto che dissipò quasi le cattive
prevenzioni. L'aria in quella specie di cassa di tavole d'abete e di
larice, era poca infatti, ma aveva lo stesso profumo della pineta.
Il cuculo, mettendo fuori la testina dal vecchio oriolo sospeso in un
angolo dava il benvenuto agli ospiti co' suoi dieci dan-cucù, quasi
festosi... La vecchia Perpetua, ch'era accorsa con la lucernetta, si
faceva in quattro per sbarazzare i nuovi arrivati dei mantelli e di
tutto quanto avevano in mano, ed un cagnolino bianco, brutto, ma con
un'aria buona e ospitale, s'era messo a scodinzolare, curvo e festoso
dinanzi alla marchesa.... Alle sollecitazioni del curato, Felicita si
fece innanzi nel breve corridoio, a mezzo del quale brillava lo
spiraglio di luce di un uscio socchiuso: spinse ed entrò. La prima cosa
che le colpì lo sguardo nel salottino lindo e gaio, fu un harmonium di
legno nero, aperto in un angolo, e fasci di musica tutt'intorno, sui
mobili e per terra.... Felicita ad un lieve grido, come un singulto, si
volse e scorse un giovane prete, il nipote del signor curato.
Questi entrando e scostando le seggiole perchè gli ospiti sedessero,
fece in fretta e con molta disinvoltura un po' di presentazione.
- Questi signori... tutti di Milano, e don Arcangelo, mio nipote e mio
coadiutore alla parrocchia, un po' milanese anche lui... come ho già
spiegato.
Don Arcangelo era lì, ritto presso la tavola, fissando la marchesa, in
atto quasi di tenderle le mani, e nel suo sguardo spirava la sorpresa,
la soggezione, il timore, ma più ancora una gioia, una grande gioia,
quasi infantile.
Era un giovine di media statura, esile, dal volto pallido e un po'
scarno, dagli occhi grandi e azzurri, dall'espressione dignitosa e
nobile. Sulla fronte ampia, pallida, un gran disordine di capelli
castagni; una selva. Quelle due mani protese per un momento verso di lei
erano pure apparse a Felicita esili e nobili, come tutta la sua figura e
bianche poi come i tasti dell'harmonium: in quell'atto, avevano
tremato nelle ampie maniche della veste nera....
Durava fra loro un silenzio imbarazzante. Il curato disponeva sulla
tavola un grande piatto di fragole di monte, odorosissime e piccine, e
faceva star ritto, in un curioso vaso di terra bruna, un bel mazzo di
ciclamini smorti, ma essi pure, profumatissimi.
La vecchia fantesca aveva recato anche una bottiglia di vecchio vino di
Valtellina, rosso come il rubino, ed il signor curato ne riempiva certi
bicchieri dipinti a rabeschi, insistendo perchè tutti bevessero, ma
bevendo lui per primo, a piccoli sorsi, da vecchio innamorato. La
marchesa, per non fissare il pretino, si guardava intorno, esaminava
tutte le strane cose accumulate in quel piccolo salotto, dall'immensa
stufa di muro che ne occupava la quarta parte al piccolo nido
appiccicato sopra lo stipite dell'uscio e che - spiegava il curato - da
sette anni le rondini venivano a rifare, proprio lì dentro, entrando or
dalla finestra or dal corridoio, come se fossero in casa loro
Dopo aver riempito e vuotato più volte il bicchiere, il curato
giovialone chiese il permesso di ritirarsi.
Il dì dopo era domenica, e per le sei egli doveva salire a dir la prima
messa nell'oratorio dei pastori; quasi un'ora di sentiero erto,
faticoso... un luogo da capre. Ma durante l'estate, una messa anche per
quei poveretti confinati lassù, almeno alla domenica bisognava pur
dirla!
- Anche loro signori saranno stanchi; vorranno levarsi presto. Però,
come loro garba meglio. E ad ogni modo, un altro gocciolo, signora!
Permetta; in questi paesi, il vino è sangue! Arcangelo magari, non ne
vuol quasi sapere; ma lui, lui, è più santo di me! E poi... ha la
musica, lui!
Quando il vecchio chiacchierone se ne fu andato, dopo gli ultimi ordini
impartiti alla fantesca perchè accompagnasse gli ospiti alle loro
camere, Felicita, temendo si rinnovasse l'increscioso silenzio del primo
momento, si volse subito al pretino e gli chiese, volgendo un'occhiata
all'harmonium:
- Musicista?
- Sì, - rispose il giovine prete. E quel sì, fu detto quasi fieramente,
tanto ch'egli stesso sentì di dover aggiungere in tono più dimesso: - O
almeno, appassionato tanto della musica!
Subito, come per prevenire la banalità dell'invito, si avvicinò
all'harmonium, sedette, e pose le mani sulla tastiera. Senza musica
dinanzi, senza guardare in viso ad alcuno, come parlando fra sè, mentre
sfiorava appena la tastiera, soggiunse:
- Mi sono provato oggi a musicare il poeta più umile e più profondo
della Bibbia: Giobbe, nel suo libro dei morti. Ma non c'è ancora tutta
la sua melanconia, e non c'è tutta la sua rassegnazione!
La voce dell'harmonium, in quella piccola stanza foderata di legno,
aveva squilli e sonorità strane che si smorzavano in più strani
languori.
Il giovine prete accennava ai versetti del Salmo a mezza voce, nel
vecchio linguaggio romancio della vallata e le mani esili e bianche
traevano dallo strumento voci di dolori ineffabili, senza disperazione,
in un ritmo originalissimo, che non ricordava nessuna musica, nessuna
scuola:
L'uman, nad dalla donna vis da court età
e vegni impli de diversas miserias. El comparà
sco üna fluor, vegn taglià jo e svanisca,
sco la sumbriva....
L'immagine ultima del fiore reciso, che scompare come l'ombra, aveva
ispirato al musicista una elegia ampia e magniloquente, che si risolveva
però subito in una perorazione intima e semplice. Nella frase estrema
esultava la canzone della montagna; quelle note ne raccoglievano i
suoni, ne esalavano le fragranze, sembrava distruggessero col loro
soffio le pareti della stanzetta e sollevassero gli spiriti alla maestà
delle vette inaccessibili....
L'artista fissava la marchesa coi grandi occhi cerulei, sfavillanti;
pareva le fosse amico, le fosse intimo da tempo, pareva le rivelasse con
quell'esplosione magnifica di melodie prorompenti dall'animo, tutte le
ansie dei suoi sogni di adolescente, tutte le intime lotte ignorate e la
lunga attesa ed il gaudio di quell'ora creata da un capriccio del
caso... Però, in quell'ebbrezza di una grande gioia e di un completo
abbandono d'artista, cessato di cantare ed accennando appena sulla
tastiera alla frase ultima del suo salmo, il giovine prete diceva ora a
Felicita, che le stava vicino, in piedi, presso l'harmonium, il
segreto della sorpresa, del suo turbamento, nel vederla.
- Non è la prima volta che noi c'incontriamo!
- Davvero? Ma dove? Quando?
- Oh! È impossibile che lei si sia mai accorta di me! Ma io... io la
ricordavo; e l'ho riconosciuta. Ella da fanciulla, era contessina di
C..., nevvero?
- Sicuro! E come lo sa?
- Abitava colla mamma l'antico palazzo sul Corso, quasi dirimpetto al
Seminario?...
- Ma certo! certo! Casa mia, da ragazza!
- Ebbene.... Io la vedevo di frequente, allora. Sono cose... che si
ricordano per tutta la vita! Ella qualche volta era al balcone, oppure
usciva in carrozza, colla mamma, ed io, due volte la settimana, con i
compagni.
La marchesa si picchiò la fronte coll'indice e uscì fuori, quasi ridendo
a esclamare:
- Ah! Ecco finalmente! Ci siamo!
Rivedeva infatti, come se si fosse trovata dieci anni innanzi, al suo
balcone del Corso, la lunga fila nera dei giovinetti chierici, a due a
due, uscire dal gran portone barocco del Seminario e voltare, ora verso
i giardini pubblici, per la passeggiata, ora verso la chiesa di San
Babila, per le funzioni. E ricordava, quegli spirlongoni, tutti
cascanti e goffi nelle ampie veste nere svolazzanti e certi visi smorti,
quasi terrei, emaciati, con i pomelli rossi, e certi sguardi arditi,
sfavillanti, gettati di traverso alle donne in istrada, ed anche in
direzione del suo poggiolo, frenati tosto da un rapido e compunto
abbassar di palpebre. Molte volte, la carrozza, dov'ella sedeva con la
mamma, doveva fermarsi perchè finisse di passare la sfilata.... Oh,
allora non poteva divertirsi a celiare e a sorridere alle spalle di quei
poveri ragazzi, come quando, invece, era al balcone con la cugina
Emma!... Con la mamma bisognava star seria e sopportare, senza una
smorfia, il fuoco di fila di tutti quegli sguardi. Ma allora appunto,
fra tutte quelle facce che dall'alto sembravano uguali, ne distingueva
alcune o più brutte o più belle delle altre, e adesso il viso del
giovine prete, ancor più pallido per la intensa commozione, non le
tornava affatto nuovo. Sentiva che quegli occhi l'avevano già molte
altre volte cercata e fissata così, a lungo.... Fu un istante solo, ma
di grande e profondo turbamento per entrambi: ella, come lui, non erano
più in quella stanzetta, in quella casa perduta tra i monti; non c'era
più nessuno presso di loro, tutti quegli anni non erano passati ed una
folla d'ansie, di curiosità, di domande pareva dovesse prorompere dalle
labbra dell'uno o dell'altra. Ma siccome Febo con qualche punta d'ironia
e Rinetto con ammirazione sincera insistevano nel chiedere come mai
scrivendo della musica simile non la facesse conoscere e vivesse lassù,
fuori del mondo, così l'artista, come svegliandosi da un sogno e
ridiventando tutto prete, si alzò e tornò verso la tavola.
- La mia povera musica è per me e per i miei montanari, ed il mio posto
è qui, fra di loro.
- E ci sta tutto l'anno? - chiese Felicita.
Egli la tornò a guardare più calmo ed accennò di sì.
- Chi sa che freddo d'inverno! - esclamò Rinetto.
Il pretino sorrise.
- Freddo, sicuro.... Molto freddo... sino a 17, o a 18 gradi sotto
zero.... E l'inverno dura otto mesi... Da ottobre a maggio: la posta
passa soltanto due volte la settimana, con le slitte.
- E allora? - fece quasi con ansia Felicita, avvicinandosi.
Egli la guardò, così alta, così bella nel chiarore della lucernetta che
ardeva ancora sull'harmonium ed ebbe di nuovo una fiamma alla fronte
ed un tremito ai polsi. Ma proseguì con la voce pacata:
- Allora qui si lavora, si pensa. Molta gente migra lontano. Io tengo la
scuola. - Dove? Qui, a casa?
- No! No! È un po' lontana, la scuola; oltre la chiesa. E quando la neve
è alta si pena un po' ad andarvi. Ma è anche nel posto più sicuro pei
ragazzi.
- Sicuro per che cosa?
- Per la valanga.
E in questa sola parola, detta con la consueta semplicità, c'era tutta
una evocazione di memorie lugubri, di tragici casi.
Stretto dalle domande, don Arcangelo dovette pur dire della sua vita di
stenti e di fatiche in quegli eterni mesi d'inverno.
Ma poi, come temendo di sembrarle pusillanime, soggiunse:
- Una volta all'anno però, prima delle nevi, scendo al nostro paese,
nella vallata dell'Albula, oltre Thusis, dove c'è ancora la mamma....
E proseguiva a parlare, fissando quasi sempre Felicita con dignitosa
tenerezza, e magnificava i conforti della sua vita, la gratitudine di
quella povera gente, la gioia del sentirsi così vicino anche
materialmente a Dio, in un piccolo mondo fatto tutto di umili e di
buoni, e di pregarlo, di onorarlo, in quella chiesuola, la più alta
forse di tutte le Alpi.
- E... la montagna, la selva e la musica.... Vede? Quante cose, quante
ricchezze, nella nostra povertà!... Anzi, per me, la montagna, la
foresta e la musica sono ormai una cosa sola, una felicità sola, che io
amo, amando il Signore che me le ha concesse. Mi capisce? Sente, non è
vero, ciò che io le voglio dire, con queste mie parole? La montagna è
come una religione, una poesia, una musica per sè stessa... Beato chi
riesce a capirla! Ma forse non basta passarvi qualche settimana, così di
sfuggita, come hanno fatto loro. È d'uopo viverci, farsi degli amici
negli alberi, nei sassi, negli insetti. Da questa finestra, io scorgo
forse un centinaio di vette di pini... e li conosco quasi tutti, anzi
potrei quasi mettere un nome a ciascuno di loro, come alle cime dei
monti; e così, proprio soli, non si è mai... mai.
Ad un tratto, si accorse che parlava da troppo tempo e si alzò, tutto in
soggezione, chiedendo scusa della sua grande indiscretezza. Ma aveva
ancora sul cuore troppe cose per lei... per lei sola.
Nel trasmestìo, allorchè furono tutti in piedi, impacciandosi a vicenda
nell'angustia della saletta, egli si trovò vicino alla marchesa e
prendendole la mano fra le sue, che non tremavano più le chiese
sommessamente:
- Felice?...
Ella sorrise e scosse il capo.
- Ha bambini?
Ella accennò di no, scotendo ancora la testa.
- Non importa.... Deve essere felice lo stesso, signora.... Ella lo può;
deve esserlo!
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Alla marchesa avevano destinato la camera migliore, un po' grande, con
un lettone altissimo dai materassi di piume.
Febo e Rinetto avevano dovuto allogarsi insieme, in una stanza vicina e
la marchesa, che aveva dato una capatina per curiosità, sorrideva ora
pensando alla lugubre compagnia che era toccata a' suoi compagni.
A' piedi del canterano v'era un grande sarcofago di vetro, nel quale
stava disteso, immobile, livido, sanguinoso, con l'occhio spento, un
immenso Gesù Cristo di cera: sembrava una figura patologica da museo, ed
anche Febo e Rinetto avevano tentato inutilmente di nascondere,
celiando, la prima impressione, di aver vicino quella salma. Tutta la
casa, del resto, era un po' anche una sagrestia. Aprendo gli armadi e i
cassettoni esalava un odore misto di lavanda e di incenso,
s'intravedevano cotte e pianete, e nel corridoio, lungo le pareti,
luccicavano i papi e i candelabri degli altari.
- La chiesa è così piccola!... - aveva detto la fantesca.
La marchesa cominciò a spogliarsi.
Com'era stanca! Quante strane impressioni! Sopratutto quella musica,
quegli occhi ed il suo balcone del Corso, le sue birichinerie di
ragazza, sua cugina Emma e la biscia nera dei chierici che usciva dal
portone del Seminario....
Bisognava far tutto piano in quella casa. Ci si sentiva da una stanza
all'altra, come se non ci fossero state le pareti. In quella commessura
di tavole era un succedersi di colpi secchi, di tonfi cupi e adesso la
marchesa sentiva Rinetto che parlava di quegli «spiriti» con Febo, il
quale gli rispondeva appena, evidentemente di pessimo umore.
Quante cose le mancavano! Non aveva potuto metter mano a tutte le
valigie! Ed il rimpianto del bagno?... Continuando a svestirsi, le
sembrò che tutti i santi e le sante inchiodate o sospese alle pareti, in
cornicette di scorza d'albero, la guardassero molto stupiti e un po'
anche scandalizzati... Dirimpetto all'uscio, fra le due finestruole,
verso il monte, era appesa una fotografia di lui, in piedi, vestito
mezzo da prete e mezzo da montanaro, sopra un fondo di neve, con un
grosso bastone nella destra ed il brutto cagnolino bianco ai piedi. Quel
volto mite e fiero la fissava come un momento prima, nel chiederle se
fosse felice, nel comandarle di essere felice. La marchesa si avvicinò
col lume al ritratto e lesse i quattro versi scritti in tedesco e in
italiano, da mano femminile, - la mamma od una sorella forse, - al basso
della fotografia, sulla neve:
Wo Liebe da Friede
Wo Friede da Segen
Wo Segen da Gott
Wo Gott keine Noth.
Dov'è amore è pace
Dov'è pace è benedizione
Dov'è benedizione è Dio
Dov'è Dio nessun bisogno.
Nessun bisogno? Nessun desiderio? L'antica quartina della poesia
popolare tedesca, col trionfo della fiducia in Dio, poteva essere il
motto di quell'uomo intelligente e forte, artista ed... innamorato di
una memoria? La pia mano non aveva scritto quei versi sotto il ritratto,
come un'invocazione, come un augurio, come l'espressione del desiderio
che si acquetasse in lui la moltitudine dei desideri che lo
tormentavano?
La marchesa ritta in piedi a rileggere, a pensare, ad un tratto,
istintivamente - era un senso di freddo o di pudore? - raccolse intorno
al collo il morbido saut du lit di crépe de Chine che le era
scivolato dalle spalle... Un momento dopo, al buio, porgendo orecchio ai
mille rumori di quella casa che sembrava la cassa armonica di un
violoncello, rivedeva ancora lui, udiva l'estrema frase, dolorosa e
sublime del salmo, e pensava. Ma poi, crogiolandosi nel tepore delle
piume, che sembravano accavallarsi quasi per accarezzare tutta la nuova,
bellissima ospite, la marchesa cedette alla stanchezza ed al sonno,
ripetendo a fior di labbra, come una preghiera:
Wo Liebe, da Friede...
------
E don Arcangelo?... Che cosa aveva fatto in quelle ore, mentre ella
dormiva vicina, a pochi passi? Quale stranezza! Il caso solo non ne era
stato capace. Il buon Dio lo aveva voluto!... E perchè? Perchè aveva
voluto lì, così vicina a lui, quella donna la cui immagine era andata da
anni idealizzandosi nel vivo, melanconico rimpianto, colei che aveva
animate, agitate le notti dolorose ed ardenti di un tempo, prima delle
tragiche vittorie dell'anima sopra le ribellioni della mente e dei
sensi? Che cosa aveva egli fatto durante quelle ore insonni? Non lo
ricordava: pregato e pianto indubbiamente. Pregato per lei, pianto per
lei e per sè.
... Non appena il primissimo albore sbiancò il cielo ad oriente, don
Arcangelo scese affranto, cauto, silenzioso, ed uscì alla montagna,
porgendo la fronte alla brezza aspra che stracciava e metteva in fuga le
brume, svelando tutta una gloria di nevi e di vette... Mosse lento su
per l'erta verso la chiesuola luminosa che le betulle si chinavano ad
abbracciare, dai gradini al tetto, a' piedi della selva estrema dopo la
quale non v'era più niente, tranne il cielo e Dio... E la selva si
svegliava!... Andava intonandosi, tra il verde, la sinfonia eterna,
ispiratrice della sua musica santa che nessuno avrebbe udito, tranne
quei poveri mandriani poco dissimili dalle bestie, ma che lei, lei, lei
aveva udita e capita!... I fringuelli bisbigliavano nella boscaglia, la
cingallegra verde saltellava tra le fronde verdi, una gazza batteva
l'ala negra d'abete, in abete, ed un rigolo fischiava sommesso, mentre
il picchio cominciava a battere il tempo...
------
Job, ad un cenno di Febo, mise in moto la macchina riaggiustata ed
Eureka cominciò a scivolare verso la valle, lasciandosi indietro un
forte odor di benzina.
Il vento gonfiava la veletta bianca intorno al visino di Felicita, come
una piccola vela, ed ella si era già voltata più volte, inutilmente, a
guardare verso la chiesa. Era seria, tranquilla, un po' triste.
Le impressioni, le evocazioni della sera le risalivano dal fondo
dell'anima. Per la prima volta dopo tanti anni, si sentiva turbata dai
mistici fervori di fanciulla, svaniti nei fastidi e nei piaceri della
sua vita ardente e vuota. Sentiva che quell'umile pretino di montagna,
il quale non si era lasciato più vedere, che ella non avrebbe visto più
mai, aveva adorata la sua immagine nel segreto, nella solitudine, nel
sagrificio, e gli appariva moralmente più grande e più bello di tutti
gli uomini che fin'allora le avevano detto di amarla, e che l'avevano
esaltata nell'universale volgarità del desiderio.
Strano! Pensava alla Madonna, di cui un tempo era stata divota, pensava
alla mamma morta, che era stata bella e desiderata quanto lei e che
nondimeno si era serbata buona sempre, in mezzo a gioie e a dolori molto
simili ai suoi....
Sentì che Febo la fissava, ardito e tenace, indovinando e disperando, ed
ella allora gli si volse, risolutamente, con un'espressione di sfida
tranquilla e superba, per sorridere poscia a Rinetto, fuggevolmente,
quasi in atto di sconforto materno, in una improvvisa, irrevocabile
dissoluzione d'ogni equivoco, fra tutti e tre.
Una mandria, allo svolto, fuor del villaggio, ingombrava la via e mentre
Job frenava, Febo stizzoso cominciò a premere la palla di gomma
dell'automobile, sfogando con quel rabbioso tè - tè - tè - d'allarme,
il dispetto che gli faceva nodo alla gola. Ma dall'alto, dalla chiesuola
aprica, ove don Arcangelo inginocchiato pregava ancora, un altro squillo
scendeva invece discreto, argentino, lo squillo dell'unica campanina,
lassù tra i pini della selva estrema... dopo la quale non vi era più
niente, tranne il cielo e Dio!
Il pranzo della barcaccia
Donna Rosana, dopo aver pranzato in cinque minuti, mangiando poco,
divorando in fretta, non bevendo altro che due gocce d'acqua calda,
attraversa quasi di corsa le sale riscaldate a 16 gradi reaumur ed
entra nel suo piccolo salottino, esclamando con un brivido di freddo:
- Presto, Fabrizio! Accendete il fuoco!
Sta ritta, immobile dinanzi al caminetto ad aspettar la fiammata; e,
così alta e sottile, tutta bianca nella morbida veste da camera dalle
pieghe ondeggianti, sembra quasi una statua ergentesi sopra uno sfondo
di arazzi dalle scolorite allegorie amarantine, in mezzo alle dorature,
alle rarità artistiche, agli sparsi gruppettini di vieux-saxe dagli
atteggiamenti languidetti e voluttuosi.
- Presto! Presto, Fabrizio!... Brrr!
Fabrizio, in falda, rigido ed ossequioso, si china un istante sotto
l'ampia cappa del caminetto sontuoso e subito i fastelli di pino
divampano crepitando e illuminando il salotto d'una luce rossastra.
- Comanda altro?
- Portate il caffè.
Fabrizio, già lontano, sparisce dietro una portiera come un'ombra.
Donna Rosana dà un'occhiata all'orologio, poi spinge una poltroncina
dinanzi al fuoco, siede, si sdraia con un sospiro, e mentre stende le
mani per riscaldarle e per ripararsi la faccia, verso la fiamma troppo
viva, guarda l'ora un'altra volta.
- Sono le otto. Prima delle otto e mezzo non verrà di certo.
Chiusi gli occhi, si allunga dell'altro, e mettendosi un po' di fianco,
appoggia il capo sulla poltroncina, e rigira le mani dinanzi alla fiamma
che ne fa scintillare gli anelli, che le fa diventare trasparenti e
rosee come conchiglie.
Ad un tratto si riscuote trasalendo e si rizza a sedere. Voleva cercare
di addormentarsi, voleva fingere di essere tranquilla, indifferente, ma
non può. Non può fingere, non può mentire nemmeno con sè stessa, e
allora si abbandona interamente a quel pensiero che la turba, che la
inquieta e che le imprime in mezzo alla fronte piana e luminosa, una
ruga profonda.
- Doveva finire... proprio così. Tutto deve finire a questo mondo!
Ma poi, adagio adagio, la collera si calma, sparisce la ruga e il volto
sempre pallido di donna Rosana, quel volto che per le commozioni, la
fatica e la gioia non si accende di subitanee vampe, ma si fa più
pallido ancora e ha trasparenze quasi brune, sorride appena con ironia
amara; e i grandi occhi neri come carboni, lucidi come diamanti, hanno
il tremolio delle lacrime.
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