fra quelle casupole, «l'ultima tappa verso il Paradiso». Il brav'uomo, del quale ogni gesto, ogni parola, rivelava l'atavismo forse dell'albergatore anzichè la vocazione ecclesiastica, s'era presentato da sè, parlando mezzo francese e mezzo romancio con qualche storpiatura, qua e là, d'italiano. Si era già molto bene informato: qualche cosa sul conto dei signori risultava dalla dichiarazione scritta da Job sul Fremdenbuch; quanto al resto, il prete furbo lo aveva indovinato, e pareva arcicontento di poter dar ricetto nella sua povera casetta a «così nobile compagnia». - Anzi se la signora vuol favorire anche subito, mi permetterò di presentarle mio nipote, don Arcangelo, il quale parla molto bene l'italiano perchè ha studiato teologia per quattro anni, nel Seminario di Milano, ed è stato ordinato prete dall'arcivescovo che c'era allora, monsignor Calabiana! Febo e la marchesa non rispondevano, sempre più infastiditi, e Rinetto dovette pur mettere fuori qualche parola, per tutti. - Come mai, un suo nipote, svizzero m'immagino... è andato a farsi prete a Milano? - Sa, è un antico privilegio della nostra diocesi di Coira, di poter mandare venticinque chierici per gli ordini, al loro insigne Seminario di Milano. Una concessione che risale al medio evo! ------ Nell'attraversare la strada per passare dall'albergo alla casa del curato, tutt'e tre avvertirono che il vento si era fatto ancor più forte e più freddo, ed appena posto piede nella piccola anticamera, Felicita provò un senso di tepore e di conforto che dissipò quasi le cattive prevenzioni. L'aria in quella specie di cassa di tavole d'abete e di larice, era poca infatti, ma aveva lo stesso profumo della pineta. Il cuculo, mettendo fuori la testina dal vecchio oriolo sospeso in un angolo dava il benvenuto agli ospiti co' suoi dieci dan-cucù, quasi festosi... La vecchia Perpetua, ch'era accorsa con la lucernetta, si faceva in quattro per sbarazzare i nuovi arrivati dei mantelli e di tutto quanto avevano in mano, ed un cagnolino bianco, brutto, ma con un'aria buona e ospitale, s'era messo a scodinzolare, curvo e festoso dinanzi alla marchesa.... Alle sollecitazioni del curato, Felicita si fece innanzi nel breve corridoio, a mezzo del quale brillava lo spiraglio di luce di un uscio socchiuso: spinse ed entrò. La prima cosa che le colpì lo sguardo nel salottino lindo e gaio, fu un harmonium di legno nero, aperto in un angolo, e fasci di musica tutt'intorno, sui mobili e per terra.... Felicita ad un lieve grido, come un singulto, si volse e scorse un giovane prete, il nipote del signor curato. Questi entrando e scostando le seggiole perchè gli ospiti sedessero, fece in fretta e con molta disinvoltura un po' di presentazione. - Questi signori... tutti di Milano, e don Arcangelo, mio nipote e mio coadiutore alla parrocchia, un po' milanese anche lui... come ho già spiegato. Don Arcangelo era lì, ritto presso la tavola, fissando la marchesa, in atto quasi di tenderle le mani, e nel suo sguardo spirava la sorpresa, la soggezione, il timore, ma più ancora una gioia, una grande gioia, quasi infantile. Era un giovine di media statura, esile, dal volto pallido e un po' scarno, dagli occhi grandi e azzurri, dall'espressione dignitosa e nobile. Sulla fronte ampia, pallida, un gran disordine di capelli castagni; una selva. Quelle due mani protese per un momento verso di lei erano pure apparse a Felicita esili e nobili, come tutta la sua figura e bianche poi come i tasti dell'harmonium: in quell'atto, avevano tremato nelle ampie maniche della veste nera.... Durava fra loro un silenzio imbarazzante. Il curato disponeva sulla tavola un grande piatto di fragole di monte, odorosissime e piccine, e faceva star ritto, in un curioso vaso di terra bruna, un bel mazzo di ciclamini smorti, ma essi pure, profumatissimi. La vecchia fantesca aveva recato anche una bottiglia di vecchio vino di Valtellina, rosso come il rubino, ed il signor curato ne riempiva certi bicchieri dipinti a rabeschi, insistendo perchè tutti bevessero, ma bevendo lui per primo, a piccoli sorsi, da vecchio innamorato. La marchesa, per non fissare il pretino, si guardava intorno, esaminava tutte le strane cose accumulate in quel piccolo salotto, dall'immensa stufa di muro che ne occupava la quarta parte al piccolo nido appiccicato sopra lo stipite dell'uscio e che - spiegava il curato - da sette anni le rondini venivano a rifare, proprio lì dentro, entrando or dalla finestra or dal corridoio, come se fossero in casa loro Dopo aver riempito e vuotato più volte il bicchiere, il curato giovialone chiese il permesso di ritirarsi. Il dì dopo era domenica, e per le sei egli doveva salire a dir la prima messa nell'oratorio dei pastori; quasi un'ora di sentiero erto, faticoso... un luogo da capre. Ma durante l'estate, una messa anche per quei poveretti confinati lassù, almeno alla domenica bisognava pur dirla! - Anche loro signori saranno stanchi; vorranno levarsi presto. Però, come loro garba meglio. E ad ogni modo, un altro gocciolo, signora! Permetta; in questi paesi, il vino è sangue! Arcangelo magari, non ne vuol quasi sapere; ma lui, lui, è più santo di me! E poi... ha la musica, lui! Quando il vecchio chiacchierone se ne fu andato, dopo gli ultimi ordini impartiti alla fantesca perchè accompagnasse gli ospiti alle loro camere, Felicita, temendo si rinnovasse l'increscioso silenzio del primo momento, si volse subito al pretino e gli chiese, volgendo un'occhiata all'harmonium: - Musicista? - Sì, - rispose il giovine prete. E quel sì, fu detto quasi fieramente, tanto ch'egli stesso sentì di dover aggiungere in tono più dimesso: - O almeno, appassionato tanto della musica! Subito, come per prevenire la banalità dell'invito, si avvicinò all'harmonium, sedette, e pose le mani sulla tastiera. Senza musica dinanzi, senza guardare in viso ad alcuno, come parlando fra sè, mentre sfiorava appena la tastiera, soggiunse: - Mi sono provato oggi a musicare il poeta più umile e più profondo della Bibbia: Giobbe, nel suo libro dei morti. Ma non c'è ancora tutta la sua melanconia, e non c'è tutta la sua rassegnazione! La voce dell'harmonium, in quella piccola stanza foderata di legno, aveva squilli e sonorità strane che si smorzavano in più strani languori. Il giovine prete accennava ai versetti del Salmo a mezza voce, nel vecchio linguaggio romancio della vallata e le mani esili e bianche traevano dallo strumento voci di dolori ineffabili, senza disperazione, in un ritmo originalissimo, che non ricordava nessuna musica, nessuna scuola: L'uman, nad dalla donna vis da court età e vegni impli de diversas miserias. El comparà sco üna fluor, vegn taglià jo e svanisca, sco la sumbriva.... L'immagine ultima del fiore reciso, che scompare come l'ombra, aveva ispirato al musicista una elegia ampia e magniloquente, che si risolveva però subito in una perorazione intima e semplice. Nella frase estrema esultava la canzone della montagna; quelle note ne raccoglievano i suoni, ne esalavano le fragranze, sembrava distruggessero col loro soffio le pareti della stanzetta e sollevassero gli spiriti alla maestà delle vette inaccessibili.... L'artista fissava la marchesa coi grandi occhi cerulei, sfavillanti; pareva le fosse amico, le fosse intimo da tempo, pareva le rivelasse con quell'esplosione magnifica di melodie prorompenti dall'animo, tutte le ansie dei suoi sogni di adolescente, tutte le intime lotte ignorate e la lunga attesa ed il gaudio di quell'ora creata da un capriccio del caso... Però, in quell'ebbrezza di una grande gioia e di un completo abbandono d'artista, cessato di cantare ed accennando appena sulla tastiera alla frase ultima del suo salmo, il giovine prete diceva ora a Felicita, che le stava vicino, in piedi, presso l'harmonium, il segreto della sorpresa, del suo turbamento, nel vederla. - Non è la prima volta che noi c'incontriamo! - Davvero? Ma dove? Quando? - Oh! È impossibile che lei si sia mai accorta di me! Ma io... io la ricordavo; e l'ho riconosciuta. Ella da fanciulla, era contessina di C..., nevvero? - Sicuro! E come lo sa? - Abitava colla mamma l'antico palazzo sul Corso, quasi dirimpetto al Seminario?... - Ma certo! certo! Casa mia, da ragazza! - Ebbene.... Io la vedevo di frequente, allora. Sono cose... che si ricordano per tutta la vita! Ella qualche volta era al balcone, oppure usciva in carrozza, colla mamma, ed io, due volte la settimana, con i compagni. La marchesa si picchiò la fronte coll'indice e uscì fuori, quasi ridendo a esclamare: - Ah! Ecco finalmente! Ci siamo! Rivedeva infatti, come se si fosse trovata dieci anni innanzi, al suo balcone del Corso, la lunga fila nera dei giovinetti chierici, a due a due, uscire dal gran portone barocco del Seminario e voltare, ora verso i giardini pubblici, per la passeggiata, ora verso la chiesa di San Babila, per le funzioni. E ricordava, quegli spirlongoni, tutti cascanti e goffi nelle ampie veste nere svolazzanti e certi visi smorti, quasi terrei, emaciati, con i pomelli rossi, e certi sguardi arditi, sfavillanti, gettati di traverso alle donne in istrada, ed anche in direzione del suo poggiolo, frenati tosto da un rapido e compunto abbassar di palpebre. Molte volte, la carrozza, dov'ella sedeva con la mamma, doveva fermarsi perchè finisse di passare la sfilata.... Oh, allora non poteva divertirsi a celiare e a sorridere alle spalle di quei poveri ragazzi, come quando, invece, era al balcone con la cugina Emma!... Con la mamma bisognava star seria e sopportare, senza una smorfia, il fuoco di fila di tutti quegli sguardi. Ma allora appunto, fra tutte quelle facce che dall'alto sembravano uguali, ne distingueva alcune o più brutte o più belle delle altre, e adesso il viso del giovine prete, ancor più pallido per la intensa commozione, non le tornava affatto nuovo. Sentiva che quegli occhi l'avevano già molte altre volte cercata e fissata così, a lungo.... Fu un istante solo, ma di grande e profondo turbamento per entrambi: ella, come lui, non erano più in quella stanzetta, in quella casa perduta tra i monti; non c'era più nessuno presso di loro, tutti quegli anni non erano passati ed una folla d'ansie, di curiosità, di domande pareva dovesse prorompere dalle labbra dell'uno o dell'altra. Ma siccome Febo con qualche punta d'ironia e Rinetto con ammirazione sincera insistevano nel chiedere come mai scrivendo della musica simile non la facesse conoscere e vivesse lassù, fuori del mondo, così l'artista, come svegliandosi da un sogno e ridiventando tutto prete, si alzò e tornò verso la tavola. - La mia povera musica è per me e per i miei montanari, ed il mio posto è qui, fra di loro. - E ci sta tutto l'anno? - chiese Felicita. Egli la tornò a guardare più calmo ed accennò di sì. - Chi sa che freddo d'inverno! - esclamò Rinetto. Il pretino sorrise. - Freddo, sicuro.... Molto freddo... sino a 17, o a 18 gradi sotto zero.... E l'inverno dura otto mesi... Da ottobre a maggio: la posta passa soltanto due volte la settimana, con le slitte. - E allora? - fece quasi con ansia Felicita, avvicinandosi. Egli la guardò, così alta, così bella nel chiarore della lucernetta che ardeva ancora sull'harmonium ed ebbe di nuovo una fiamma alla fronte ed un tremito ai polsi. Ma proseguì con la voce pacata: - Allora qui si lavora, si pensa. Molta gente migra lontano. Io tengo la scuola. - Dove? Qui, a casa? - No! No! È un po' lontana, la scuola; oltre la chiesa. E quando la neve è alta si pena un po' ad andarvi. Ma è anche nel posto più sicuro pei ragazzi. - Sicuro per che cosa? - Per la valanga. E in questa sola parola, detta con la consueta semplicità, c'era tutta una evocazione di memorie lugubri, di tragici casi. Stretto dalle domande, don Arcangelo dovette pur dire della sua vita di stenti e di fatiche in quegli eterni mesi d'inverno. Ma poi, come temendo di sembrarle pusillanime, soggiunse: - Una volta all'anno però, prima delle nevi, scendo al nostro paese, nella vallata dell'Albula, oltre Thusis, dove c'è ancora la mamma.... E proseguiva a parlare, fissando quasi sempre Felicita con dignitosa tenerezza, e magnificava i conforti della sua vita, la gratitudine di quella povera gente, la gioia del sentirsi così vicino anche materialmente a Dio, in un piccolo mondo fatto tutto di umili e di buoni, e di pregarlo, di onorarlo, in quella chiesuola, la più alta forse di tutte le Alpi. - E... la montagna, la selva e la musica.... Vede? Quante cose, quante ricchezze, nella nostra povertà!... Anzi, per me, la montagna, la foresta e la musica sono ormai una cosa sola, una felicità sola, che io amo, amando il Signore che me le ha concesse. Mi capisce? Sente, non è vero, ciò che io le voglio dire, con queste mie parole? La montagna è come una religione, una poesia, una musica per sè stessa... Beato chi riesce a capirla! Ma forse non basta passarvi qualche settimana, così di sfuggita, come hanno fatto loro. È d'uopo viverci, farsi degli amici negli alberi, nei sassi, negli insetti. Da questa finestra, io scorgo forse un centinaio di vette di pini... e li conosco quasi tutti, anzi potrei quasi mettere un nome a ciascuno di loro, come alle cime dei monti; e così, proprio soli, non si è mai... mai. Ad un tratto, si accorse che parlava da troppo tempo e si alzò, tutto in soggezione, chiedendo scusa della sua grande indiscretezza. Ma aveva ancora sul cuore troppe cose per lei... per lei sola. Nel trasmestìo, allorchè furono tutti in piedi, impacciandosi a vicenda nell'angustia della saletta, egli si trovò vicino alla marchesa e prendendole la mano fra le sue, che non tremavano più le chiese sommessamente: - Felice?... Ella sorrise e scosse il capo. - Ha bambini? Ella accennò di no, scotendo ancora la testa. - Non importa.... Deve essere felice lo stesso, signora.... Ella lo può; deve esserlo! ------ Alla marchesa avevano destinato la camera migliore, un po' grande, con un lettone altissimo dai materassi di piume. Febo e Rinetto avevano dovuto allogarsi insieme, in una stanza vicina e la marchesa, che aveva dato una capatina per curiosità, sorrideva ora pensando alla lugubre compagnia che era toccata a' suoi compagni. A' piedi del canterano v'era un grande sarcofago di vetro, nel quale stava disteso, immobile, livido, sanguinoso, con l'occhio spento, un immenso Gesù Cristo di cera: sembrava una figura patologica da museo, ed anche Febo e Rinetto avevano tentato inutilmente di nascondere, celiando, la prima impressione, di aver vicino quella salma. Tutta la casa, del resto, era un po' anche una sagrestia. Aprendo gli armadi e i cassettoni esalava un odore misto di lavanda e di incenso, s'intravedevano cotte e pianete, e nel corridoio, lungo le pareti, luccicavano i papi e i candelabri degli altari. - La chiesa è così piccola!... - aveva detto la fantesca. La marchesa cominciò a spogliarsi. Com'era stanca! Quante strane impressioni! Sopratutto quella musica, quegli occhi ed il suo balcone del Corso, le sue birichinerie di ragazza, sua cugina Emma e la biscia nera dei chierici che usciva dal portone del Seminario.... Bisognava far tutto piano in quella casa. Ci si sentiva da una stanza all'altra, come se non ci fossero state le pareti. In quella commessura di tavole era un succedersi di colpi secchi, di tonfi cupi e adesso la marchesa sentiva Rinetto che parlava di quegli «spiriti» con Febo, il quale gli rispondeva appena, evidentemente di pessimo umore. Quante cose le mancavano! Non aveva potuto metter mano a tutte le valigie! Ed il rimpianto del bagno?... Continuando a svestirsi, le sembrò che tutti i santi e le sante inchiodate o sospese alle pareti, in cornicette di scorza d'albero, la guardassero molto stupiti e un po' anche scandalizzati... Dirimpetto all'uscio, fra le due finestruole, verso il monte, era appesa una fotografia di lui, in piedi, vestito mezzo da prete e mezzo da montanaro, sopra un fondo di neve, con un grosso bastone nella destra ed il brutto cagnolino bianco ai piedi. Quel volto mite e fiero la fissava come un momento prima, nel chiederle se fosse felice, nel comandarle di essere felice. La marchesa si avvicinò col lume al ritratto e lesse i quattro versi scritti in tedesco e in italiano, da mano femminile, - la mamma od una sorella forse, - al basso della fotografia, sulla neve: Wo Liebe da Friede Wo Friede da Segen Wo Segen da Gott Wo Gott keine Noth. Dov'è amore è pace Dov'è pace è benedizione Dov'è benedizione è Dio Dov'è Dio nessun bisogno. Nessun bisogno? Nessun desiderio? L'antica quartina della poesia popolare tedesca, col trionfo della fiducia in Dio, poteva essere il motto di quell'uomo intelligente e forte, artista ed... innamorato di una memoria? La pia mano non aveva scritto quei versi sotto il ritratto, come un'invocazione, come un augurio, come l'espressione del desiderio che si acquetasse in lui la moltitudine dei desideri che lo tormentavano? La marchesa ritta in piedi a rileggere, a pensare, ad un tratto, istintivamente - era un senso di freddo o di pudore? - raccolse intorno al collo il morbido saut du lit di crépe de Chine che le era scivolato dalle spalle... Un momento dopo, al buio, porgendo orecchio ai mille rumori di quella casa che sembrava la cassa armonica di un violoncello, rivedeva ancora lui, udiva l'estrema frase, dolorosa e sublime del salmo, e pensava. Ma poi, crogiolandosi nel tepore delle piume, che sembravano accavallarsi quasi per accarezzare tutta la nuova, bellissima ospite, la marchesa cedette alla stanchezza ed al sonno, ripetendo a fior di labbra, come una preghiera: Wo Liebe, da Friede... ------ E don Arcangelo?... Che cosa aveva fatto in quelle ore, mentre ella dormiva vicina, a pochi passi? Quale stranezza! Il caso solo non ne era stato capace. Il buon Dio lo aveva voluto!... E perchè? Perchè aveva voluto lì, così vicina a lui, quella donna la cui immagine era andata da anni idealizzandosi nel vivo, melanconico rimpianto, colei che aveva animate, agitate le notti dolorose ed ardenti di un tempo, prima delle tragiche vittorie dell'anima sopra le ribellioni della mente e dei sensi? Che cosa aveva egli fatto durante quelle ore insonni? Non lo ricordava: pregato e pianto indubbiamente. Pregato per lei, pianto per lei e per sè. ... Non appena il primissimo albore sbiancò il cielo ad oriente, don Arcangelo scese affranto, cauto, silenzioso, ed uscì alla montagna, porgendo la fronte alla brezza aspra che stracciava e metteva in fuga le brume, svelando tutta una gloria di nevi e di vette... Mosse lento su per l'erta verso la chiesuola luminosa che le betulle si chinavano ad abbracciare, dai gradini al tetto, a' piedi della selva estrema dopo la quale non v'era più niente, tranne il cielo e Dio... E la selva si svegliava!... Andava intonandosi, tra il verde, la sinfonia eterna, ispiratrice della sua musica santa che nessuno avrebbe udito, tranne quei poveri mandriani poco dissimili dalle bestie, ma che lei, lei, lei aveva udita e capita!... I fringuelli bisbigliavano nella boscaglia, la cingallegra verde saltellava tra le fronde verdi, una gazza batteva l'ala negra d'abete, in abete, ed un rigolo fischiava sommesso, mentre il picchio cominciava a battere il tempo... ------ Job, ad un cenno di Febo, mise in moto la macchina riaggiustata ed Eureka cominciò a scivolare verso la valle, lasciandosi indietro un forte odor di benzina. Il vento gonfiava la veletta bianca intorno al visino di Felicita, come una piccola vela, ed ella si era già voltata più volte, inutilmente, a guardare verso la chiesa. Era seria, tranquilla, un po' triste. Le impressioni, le evocazioni della sera le risalivano dal fondo dell'anima. Per la prima volta dopo tanti anni, si sentiva turbata dai mistici fervori di fanciulla, svaniti nei fastidi e nei piaceri della sua vita ardente e vuota. Sentiva che quell'umile pretino di montagna, il quale non si era lasciato più vedere, che ella non avrebbe visto più mai, aveva adorata la sua immagine nel segreto, nella solitudine, nel sagrificio, e gli appariva moralmente più grande e più bello di tutti gli uomini che fin'allora le avevano detto di amarla, e che l'avevano esaltata nell'universale volgarità del desiderio. Strano! Pensava alla Madonna, di cui un tempo era stata divota, pensava alla mamma morta, che era stata bella e desiderata quanto lei e che nondimeno si era serbata buona sempre, in mezzo a gioie e a dolori molto simili ai suoi.... Sentì che Febo la fissava, ardito e tenace, indovinando e disperando, ed ella allora gli si volse, risolutamente, con un'espressione di sfida tranquilla e superba, per sorridere poscia a Rinetto, fuggevolmente, quasi in atto di sconforto materno, in una improvvisa, irrevocabile dissoluzione d'ogni equivoco, fra tutti e tre. Una mandria, allo svolto, fuor del villaggio, ingombrava la via e mentre Job frenava, Febo stizzoso cominciò a premere la palla di gomma dell'automobile, sfogando con quel rabbioso tè - tè - tè - d'allarme, il dispetto che gli faceva nodo alla gola. Ma dall'alto, dalla chiesuola aprica, ove don Arcangelo inginocchiato pregava ancora, un altro squillo scendeva invece discreto, argentino, lo squillo dell'unica campanina, lassù tra i pini della selva estrema... dopo la quale non vi era più niente, tranne il cielo e Dio! Il pranzo della barcaccia Donna Rosana, dopo aver pranzato in cinque minuti, mangiando poco, divorando in fretta, non bevendo altro che due gocce d'acqua calda, attraversa quasi di corsa le sale riscaldate a 16 gradi reaumur ed entra nel suo piccolo salottino, esclamando con un brivido di freddo: - Presto, Fabrizio! Accendete il fuoco! Sta ritta, immobile dinanzi al caminetto ad aspettar la fiammata; e, così alta e sottile, tutta bianca nella morbida veste da camera dalle pieghe ondeggianti, sembra quasi una statua ergentesi sopra uno sfondo di arazzi dalle scolorite allegorie amarantine, in mezzo alle dorature, alle rarità artistiche, agli sparsi gruppettini di vieux-saxe dagli atteggiamenti languidetti e voluttuosi. - Presto! Presto, Fabrizio!... Brrr! Fabrizio, in falda, rigido ed ossequioso, si china un istante sotto l'ampia cappa del caminetto sontuoso e subito i fastelli di pino divampano crepitando e illuminando il salotto d'una luce rossastra. - Comanda altro? - Portate il caffè. Fabrizio, già lontano, sparisce dietro una portiera come un'ombra. Donna Rosana dà un'occhiata all'orologio, poi spinge una poltroncina dinanzi al fuoco, siede, si sdraia con un sospiro, e mentre stende le mani per riscaldarle e per ripararsi la faccia, verso la fiamma troppo viva, guarda l'ora un'altra volta. - Sono le otto. Prima delle otto e mezzo non verrà di certo. Chiusi gli occhi, si allunga dell'altro, e mettendosi un po' di fianco, appoggia il capo sulla poltroncina, e rigira le mani dinanzi alla fiamma che ne fa scintillare gli anelli, che le fa diventare trasparenti e rosee come conchiglie. Ad un tratto si riscuote trasalendo e si rizza a sedere. Voleva cercare di addormentarsi, voleva fingere di essere tranquilla, indifferente, ma non può. Non può fingere, non può mentire nemmeno con sè stessa, e allora si abbandona interamente a quel pensiero che la turba, che la inquieta e che le imprime in mezzo alla fronte piana e luminosa, una ruga profonda. - Doveva finire... proprio così. Tutto deve finire a questo mondo! Ma poi, adagio adagio, la collera si calma, sparisce la ruga e il volto sempre pallido di donna Rosana, quel volto che per le commozioni, la fatica e la gioia non si accende di subitanee vampe, ma si fa più pallido ancora e ha trasparenze quasi brune, sorride appena con ironia amara; e i grandi occhi neri come carboni, lucidi come diamanti, hanno il tremolio delle lacrime. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500