molto, e uccide tutt'i topi, e--oimè!" gridò Alice tutta sconsolata. "Temo d'averla offesa di nuovo!" E davvero l'aveva offeso perchè il Sorcio si allontanò nuotando furiosamente ed agitando le acque dello stagno. Alice lo richiamò con un soave tuono di voce, "Sorcio caro, ritorni pure, ed io le prometto che non parlerò più di gatti nè di cani!" A queste parole, il Sorcio si rivoltò indietro, nuotando lentamente verso di lei: la sua faccia era pallida (di rabbia, pensò Alice), e disse con voce sommessa e tremante, "Approdiamo alla spiaggia, e le racconterò la mia storia, allora lei capirà perchè io detesti tanto i gatti e i cani." Era proprio tempo d'uscir fuori, perchè lo stagno si stava riempendo di uccelli e d'altri animali che v'eran caduti dentro: un'Anitra, un Dronte, un Lori, un Aquilotto, ed altre curiose bestioline. Alice aprì la via, e tutti, nuotando, la seguirono alla spiaggia. CAPITOLO III. CORSA ARRUFFATA, E RACCONTO CON LA CODA. L'assemblea che si riunì alla spiaggia era oltremodo bizzarra--figuratevi, gli uccelli avevano le piume fradice, e gli altri animali avevano il pelo incollato a' loro corpicciuoli; e tutti erano inzuppati, grondanti acqua, tristi e malcontenti. Naturalmente la prima quistione che fu posta fu quella di sapere come si sarebbero asciugati: si consultarono insieme su questo argomento, e pochi minuti dopo Alice si mise a parlare familiarmente con loro, come se li avesse conosciuti da un secolo. Ebbe una lunga discussione col Lori, ma bentosto quest'ultimo le fece un viso arcigno, e disse perentoriamente, "Son più vecchio di lei, perciò devo saper più di lei;" ma Alice non volle convenirne se prima non le avesse detto quanti anni aveva. Il Lori non volle dirlo, e la loro conversazione cessò. Finalmente il Sorcio, che sembrava essere persona d'una certa autorità fra loro, gridò, "Si seggano signori, e mi ascoltino! Io seccherò tutti in pochi momenti!" Tutti sedettero, in circolo, col Sorcio in mezzo. Alice gli affisò ansiosamente gli occhi in faccia, perchè era sicura che se non si fosse presto rasciugata avrebbe guadagnata una infreddatura solenne. "Hem!" disse il Sorcio con aria autorevole, "sono tutti all'ordine? Questa domanda è bastantemente secca, mi pare! Silenzio tutti, di grazia! 'Il Generale Oudinot che venne a restaurare il governo papale, fu presto secondato dal Re di Napoli, e dalle truppe della Regina di Spagna----'" "Uff!" fece il Lori, con un brivido. "Scusi!" disse il Sorcio tutto accigliato, ma con molta civiltà: "Diceva qualche cosa?" "Le pare!" rispose frettolosamente il Lori. "Mi era parso di sì," soggiunse il Sorcio.--"Continuo dunque. 'Il Re di Napoli e la Regina di Spagna, con Oudinot, sposarono la causa del Papa, ed anche il Granduca di Toscana trovò la cosa----'" "Trovò che cosa?" disse l'Anitra. "Trovò la cosa," replicò vivamente il Sorcio: "ella sa che significa 'la cosa.'" "Sò bene che significa 'la cosa' quando io trovo qualche cosa," rispose l'Anitra: "generalmente trovo un ranocchio o un verme. Or la quistione stà 'nella cosa,' che cosa ha trovato il Granduca?" Il Sorcio non gli badò punto e si affrettò d'andare innanzi, "--trovò la cosa ben fatta cioè di unirsi ad Oudinot, al Re di Napoli ed alla Regina di Spagna, per assistere il Papa e rimetterlo sul trono. Nel principio il Papa usò moderazione ma la violenza dei suoi consiglieri----' Ebbene, carina, come si sente ora?" disse, rivolgendosi ad Alice. "Bagnata come un pulcino," rispose Alice mestamente, "non mi pare che la sua storiella mi secchi abbastanza." "Allora," disse il Dronte con voce solenne, e levandosi in piedi, "propongo che il parlamento si aggiorni, acciochè sieno adottati rimedii più energici----" "Ma parli italiano!" sclamò l'Aquilotto. "Non capisco la metà delle sue parolone, e forse lei stesso non ne intende cica!" E l'Aquilotto abbassò la testa per nascondere un sorriso, ma alcuni degli uccelli sghignazzarono apertamente. "Volevo dire," continuò il Dronte, facendo il broncio, "che il miglior modo di seccarsi sarebbe quello di fare una Corsa arruffata." "Che è la Corsa arruffata?" domandò Alice; non le premeva molto di saperlo, ma il Dronte taceva come se qualcheduno dovesse parlare, mentre niuno sembrava disposto ad aprire becco o bocca. "Ecco," disse il Dronte, "il miglior modo di spiegarla è quello di eseguirla." (E siccome vi potrebbe venire la voglia di provare questa Corsa in qualche giorno d'inverno, vi dirò come il Dronte la diresse.) Imprima tracciò la linea dello steccato, una specie di circolo ("già, non importa che sia ben tracciata," disse), e poi tutta la comitiva entrò nello steccato mettendosi chi quà, chi là. Non si udì "Uno, due, tre,--via!" ma cominciarono a correre a piacere, e si fermarono quando n'ebbero voglia, di tal che non si seppe quando la Corsa fosse terminata. Ad ogni modo, dopo che ebbero corso una mezz'ora o quasi, e si sentirono tutti ben seccati, il Dronte sclamò tutt'a un tratto, "La corsa è finita!" e tutti l'intorniarono anelanti, e sclamando, "Ma chi ha vinto?" Questa domanda impensierì immensamente il Dronte, perciò sedette e restò lungo tempo con un dito appoggiato alla fronte (tale e quale come è rappresentato Dante), mentre gli altri zittivano. Finalmente il Dronte disse, "Tuttiquanti hanno vinto, e tutti debbon'essere premiati." "Ma chi distribuirà i premii?" replicò un coro di voci. "Essa, s'intende," disse il Dronte, indicando Alice con un dito; e tutti si affollarono intorno a lei, gridando confusamente, "I premii! I premii!" Alice non sapea che fare, e nella disperazione cacciò la mano in tasca, e ne cavò una scatola di confetti (per buona sorte l'acqua non v'era entrata dentro), e ne distribuì tutt'intorno. Ce ne erano appunto uno per uno. "Ma essa dovrebbe avere un premio," disse il Sorcio. "S'intende," soggiunse il Dronte assai gravemente. "Che altro ha in saccoccia?" disse, rivolgendosi ad Alice. "Soltanto un ditale," rispose mestamente la fanciulla. "Dia quì," replicò il Dronte. E tutti l'accerchiarono di nuovo, mentre il Dronte con molta gravità le offrì il ditale, e disse, "La preghiamo di accettare quest'elegante ditale;" e appena finito questo breve discorso, tutti applaudirono. Alice giudicò tutto quest'affare come una cosa sovranamente stupida, ma avevano tutti un contegno talmente grave ch'ella non osò ridere, pure non seppe che cosa rispondere, ma semplicemente s'inchinò e prese il ditale assumendo la migliore serietà del mondo. Rimaneva ora il mangiare i confetti; ciò produsse un po' di rumore e di confusione, poichè gli uccelli grandi si lagnavano che non avean potuto assaporarne il gusto, e gli uccelli piccoli avendoli inghiottiti ne rimasero pressochè strozzati e si dovette loro picchiar la schiena. Ma anche ciò ebbe un termine e sedettero in circolo, pregando il Sorcio di dir loro qualcosuccia di più. "Si rammenti che mi ha promesso di raccontarmi la sua storia," disse Alice, "e la ragione per cui odia i 'G' e i 'C'" soggiunse sommessamente, e un poco con paura che di nuovo si offendesse. "La mia è una storia lunga e trista, e con la coda!" rispose il Sorcio, rivolgendosi con un sospiro ad Alice. "Certo è una lunga coda," disse Alice, guardando con meraviglia alla coda del Sorcio; "ma perchè la chiama trista?" E continuò a pensarvi sopra imbarazzata mentre il Sorcio parlava; e così l'idea che si fece di quella storia con la coda fu presso a poco questa: Furietta disse al Sorcio, che in casa avea trovato: Andiamo al Tribunale, ti voglio processare. Non chiedo le tue scuse, o Sorcio indiavolato, Quest'oggi non ho nulla a casa mia da fare.-- Disse a Furietta il Sorcio: Ma come andremo in Corte? Senza giurì nè giudici? Sarebbe una vendetta! Sarò giurì e giudice, rispose allor Furietta, E passerò latrando, La tua sentenza a morte. "Ella non presta attenzione!" disse il Sorcio ad Alice con tuono severo. "A che cosa sta pensando?" "Le domando scusa," rispose umilmente Alice: "ella è giunta alla quinta curvatura della coda, non è vero?" "No, doh!" riprese il Sorcio con voce acerba ed irata. "Che! c'è un nodo?" sclamò Alice sempre pronta e servizievole, e guardandosi attorno. "Mi conceda il favore di disfarlo!" "Niente affatto," rispose il Sorcio, levandosi e in atto di partire. "Lei m'insulta dicendomi tali scempiaggini!" "No, davvero!" disse Alice con sottomissione. "Ma lei s'offende tanto facilmente!" Per tutta riposta il Sorcio si mise a borbottare. "Di grazia, ritorni, e finisca il suo racconto!" Alice dunque lo richiamò; e tutti gli altri sclamarono in coro, "Via, finisca il racconto!" ma il Sorcio crollò il capo con un moto d'impazienza, ed affrettò il passo. "Peccato che non sia restato!" disse sospirando il Lori, appena che il Sorcio si perdè di vista; e un vecchio granchio colse quella opportunità per dire alla sua figlia, "Amore mio, ciò ti serva di lezione, e bada a non andar mai in collera!" "Sta zitto, Babbo," rispose la piccina con un fare sdegnosetto. "Tu provocheresti anche la pazienza d'un'ostrica!" "Ah se Dina fosse quì!" disse Alice, parlando ad alta voce, ma senza rivolgersi a chi che sia. "Lo porterebbe indietro in un momento!" "Perdoni la curiosità, chi è Dina?" domandò il Lori. Alice rispose sollecitamente, perchè la era sempre pronta a parlare della sua prediletta: "Dina è la nostra gatta. È un vero paladino quando va a caccia di sorci! E se la vedeste correr dietro agli uccelli! Visti e presi!" Questo discorso produsse un impressione vivissima nell'assemblea. Alcuni uccelli volarono via di botto: una gazza vecchia si avviluppò ben bene dicendo, "È ormai tempo di tornare a casa; l'aria della notte mi fa male alla gola!" e un canarino chiamò con voce tremula tutt'i suoi piccini, "Venite, venite carini! Gli è tempo di andare a letto!" E così chi con un pretesto chi con un altro, tutti andarono via, ed Alice rimase sola. "Ho fatto male di nominare Dina!" disse fra sè assai mestamente. "Ei pare che niuno l'ami quaggiù, eppure la è la miglior gatta del mondo! Oh Dina mia cara! Chi sa, se ti rivedrò mai più!" E la povera Alice rincominciò a piangere perchè si sentiva tutta soletta e sconsolata. Ma alcuni momenti dopo, sentì di nuovo uno scalpiccío in lontananza, e guardò fissamente, nella speranza che il Sorcio avesse mutato pensiero, e tornasse per finire il suo racconto. CAPITOLO IV. LA CASETTINA DEL CONIGLIO. Era il Coniglio bianco che ritornava bel bello indietro, guardando ansiosamente quà e là, come che avesse smarrito qualche cosa, e mormorando fra sè stesso: "Oh la Duchessa! la Duchessa! Oh zampine mie! pelle e baffi miei state freschi ora! Ella mi farà impiccare, e ne son tanto sicuro come son certo che le donnole sono donnole! Ma dove mai mi son caduti?" Alice indovinò subito ch'egli andava ricercando il ventaglio e il paio di guanti bianchi, e buona e servizievole com'era, si dette attorno per ritrovarli, ma fu inutile, non si trovarono più--ogni cosa sembrava mutata dal momento ch'era cascata nello stagno; e la gran sala, e il tavolino di cristallo, e l'usciolino erano svaniti totalmente. Bentosto il Coniglio si accorse di Alice, mentr'ella si affannava alla ricerca, e gridò con voce irata, "Marianna che cosa stai facendo quì? Via corri a casa, e portami un paio di guanti ed un ventaglio! Subito, ti dico!" Alice fu tanto spaventata da quella voce che senza perder tempo corse velocemente verso il luogo indicato, senza dir nulla sullo sbaglio che il Coniglio faceva. "Mi ha presa per la cameriera," disse fra sè mentre continuava a correre. "Ei sarà molto sorpreso quando scoprirà chi io sia! Ma è meglio recargli il ventaglio e i guanti, cioè, purchè io li possa trovare." E giunse innanzi a una bella casettina, e sull'uscio v'era un cartello inciso sopra una rilucente lamina di ottone, con questo nome "CONIGLIO B." Entrò, senza picchiare all'uscio, e frettolosamente divorò tutta la scala temendo d'incontrare la vera Marianna, ed esser da lei cacciata via dalla casa prima di trovare il ventaglio e i guanti. "Gli è proprio curioso," pensò Alice, "d'esser mandata da un Coniglio a far servizi! Mi aspetto che Dina vorrà poi mandarmi a far servizi per lei!" E cominciò a fantasticare ciò che in tal caso avverrebbe: "'Siora Alice! Venga quì subito, e si prepari a trottare!' 'Eccomi quì, tata! Ma dovrei far la guardia a questo buco sinchè Dina venga, acciocchè il sorcio non ne scappi.' Però non crederei," continuò Alice, "che permetterebbero a Dina di restare in casa se essa cominciasse a comandare la gente a questo modo!" E così ciarlando entrò in una cameretta assai pulitina, con una tavola presso al terrazzino, e sopra di essa v'erano (come Alice avea di già sperato) un ventaglio e due o tre paja di guanti bianchi e nitidi; ella prese il ventaglio ed un pajo di guanti, e stava per uscire, quando le cadde sott'occhio un'ampolla che stava vicino allo specchio. Non avea nessun cartello attaccato, con la parola "BEVI," eppure essa la sturò e se l'avvicinò alle labbra. "Certo qualche cosa di meraviglioso mi accade ogni qual volta bevo o mangio," disse fra sè; "vediamo dunque che cosa produrrà questo liquore. Spero che mi farà crescere di nuovo, perchè sono proprio stanca di vedermi così piccina!" E così accadde, e molto più presto di quello che si aspettasse: pria che avesse bevuto la metà dell'ampolla sentì che il suo capo premeva contro la volta, e dovette smetter subito, perchè rischiava di rompersi la nuca. Immediatamente depose l'ampolla, dicendo, "Basta per ora--spero che non crescerò di più--ma così come sono non potrò uscire più dall'uscio--ah! magari, avessi bevuto meno!" Oimè! era tardi il pentirsi! Andò crescendo, crescendo, e dovette inginocchiarsi, perchè non poteva più stare in piedi; e dopo un altro minuto, dovette sdraiarsi appoggiando un gomito all'uscio, e mettendo un braccio intorno al capo. E cresceva ancora; disperata, cacciò una mano fuori della finestra, ficcò un piede nel caminetto, e disse a sè medesima, "Checchè accada, non posso far di più. Che sarà di me?" Buono per Alice che la virtù dell'ampolla magica era giunta al suo apice, e perciò non crebbe di più: ciò non di meno si sentiva molto male in quello stato, e come che non c'era verso d'uscire da quella gabbia, se ne attristò di molto. "Stava molto meglio a casa mia," pensò la povera Alice, "colà non passava il mio tempo a crescere ed a impiccolire, e ad esser la serva de' sorci e de' conigli. Quasi quasi mi pento d'esser discesa nella Conigliera--eppure--eppure--l'è curiosetto questo genere di vita! Ma, che cosa mai son'io addiventata? Quando io leggeva le novelle delle fate, credeva che quella sorta di stranezze non potesse mai accadere, ed ora eccomi nel bel mezzo di una di quelle. Si dovrebbe scrivere un libro su queste mie avventure, si dovrebbe, certo! Quando sarò grande ne scriverò uno--ma sono di già grande," soggiunse con mestizia, "e non c'è spazio per crescere di più quì." "Ma che," pensò Alice, "non crescerò più negli anni? Da una parte sarebbe un bene--non diventare mai vecchia,--ma quell'imparar sempre le lezioni m'annoierebbe! Oh non mi piacerebbe ciò!" "Ah pazzerella che sei!" rispose Alice a sè stessa. "Come potresti imparare le lezioni, quì? C'è appena spazio per te, come c'entrerebbero i libri?" E così passava il tempo, ora parlando, ora rispondendo a sè stessa, e facendo una vera conversazione fra Alice ed Alice; ma dopo qualche istante sentì una voce di fuori, e si mise ad ascoltare. "Marianna! Marianna!" vociava quel tale di fuori; "portami subito i guanti!" E si sentì un calpestìo frettoloso per la scala. Alice pensò che fosse il Coniglio che veniva a sollecitarla a far presto, e tremò tanto da scuoter la casa dalle fondamenta, scordandosi ch'oramai era diventata mille volte più grande del Coniglio, e che non c'era motivo da spiritar di paura. Il Coniglio giunse all'uscio, e cercò di aprirlo, ma gli era inutile spingere la porta, perchè il gomito d'Alice era puntellato contro. Alice udì che il Coniglio diceva fra sè, "Andrò dietro la casa ed entrerò per la finestra." "Non ci entrerai!" pensò Alice, ed attese sino a che le parve che il Coniglio fosse sotto la finestra; allora aprì d'un subito la mano come se volesse acchiappare qualche cosa nell'aria. Non afferrò nulla, ma sentì uno strillo e il rumore d'una caduta, poi un fracasso di vetri rotti, e capì che il poverino era probabilmente cascato in qualche vetrina da cetrioli o cosa simile. Poi s'udì una voce rabbiosa--quella del Coniglio:--"Gianni! Gianni! Dove sei?" E rispose una voce ch'ella non avea mai sentita, "Eccomi qua! Stava scavando patate, illustrissimo!" "Scavando patate!" tuonò furiosamente il Coniglio. "Vieni qua! Aiutami per uscire da questo!..." (Cricch! si sentì scricchiare il vetro). "Dimmi Gianni, che mostruosità c'è lassù, alla finestra?" "Poffare! gli è un braccio, lustrissimo!" "Un braccio! va via paperone! Chi ne ha mai veduti di quella grossezza? Diamine, riempie tutta la finestra!" "Gli è proprio così, lustrissimo: ma è un braccio bell'e buono." "Bene, ma ei non ha niente da fare con la mia finestra; va, portalo via!" Successe un lungo silenzio, poi Alice sentì un bisbiglio sommesso; e parole come queste, "Davvero, non potrei, lustrissimo; nò, davvero!" "Fa come ti dico, vigliaccone!" allora Alice di nuovo fendette l'aria con la mano minacciando d'acchiappare. Questa volta si udirono due strilli acuti, e cri, cri, scricchiò di nuovo il vetro. "Quante vetrine da cetrioli vi debbon essere colaggiù!" pensò Alice. "Chi sa che faranno dopo! Quanto al cacciarmi fuori dalla finestra, vorrei che potessero farlo! Certo, io non ho mica voglia di rimaner più quì!" Aspettò un poco, ma non si sentiva nulla; ecco finalmente avvicinarsi un cigolìo di certe ruote di carri, e molti che vociavano e parlavano insieme: e sentì che dicevano: "Dov'è l'altra scala?--Ma, io non ne dovea portare che una; Tonio ha l'altra--Dì, Tonio, portala quì, bambino mio!--Là, appoggiatela a quel cantone--No, no, legatele insieme prima--non vedete che non arrivano!--Oh! vi arriveranno, non sarà tanto difficile!--Quà, Tonio, afferra questa fune--Ma reggerà il tetto?--Bada a quella tegola che vacilla!--Ohè, casca giù!--Bada! bada!" (Patatrac!)--"Chi ha fatto ciò?--Gli è Tonio, credo--Chi scenderà pella gola del caminetto?--Io no!--Vuoi tu?--No, neppur io!--Tonio dovrà scendervi--Ohè, Tonio, il padrone dice che devi scendere pella gola del caminetto!" "Bellino!" disse Alice fra sè, "così questo Tonio verrà dal caminetto? Pare che quei signori abbian posto ogni carico sulle spalle del povero Tonio! Non vorrei esser mica ne' suoi panni: questo camino è molto angusto, non v'è dubbio; ma potrò tirarvi qualche calcio, credo!" E ritirò il piede quanto più potè dal caminetto, ed aspettò sino a che sentì un animaluccio (senza che potesse indovinare a che razza appartenesse) che raschiava e scendeva adagino lunghesso il camino: "Gli è Tonio," disse, e tirò un bel calcio, poi attese ciò che seguirebbe dopo. La prima cosa che sentì fu un coro di voci che diceva, "Ecco Tonio che vola!" e poi la voce sola del Coniglio che gridava--"Pigliatelo, voi altri che siete vicino alla siepe!" e poi silenzio, e poi una gran confusione di voci--"Sostenetegli il capo--Quà l'acquavite--Non lo soffocate--Come andò compare? Che cosa ti avvenne? Sù narraci tutto!" Finalmente s'udì una vocina debole e sibilante ("È Tonio," pensò Alice), "Non saprei che dirvi--Non più, grazie; stò meglio--ma mi sento troppo agitato per raccontarvelo--tutto quel che mi rammento gli è qualche cosa che mi sbalestrò in aria, ed io schizzai via come un razzo!" "Schizzasti via davvero poveretto!" dissero gli altri. "Incendiamo la casa!" sclamò il Coniglio, ma Alice gridò subito con quanta voce aveva in gola, "Se fate ciò, vi farò acchiappar tutti da Dina!" Si fece subito un gran silenzio, e Alice disse fra sè, "Vediamo, cosa faranno ora! Se avesser cervello, scoperchierebbero il tetto." Qualche istante dopo cominciarono a muoversi di nuovo e sentì il Coniglio che diceva, "Basterà, una carrettata per cominciare." "Una carrettata di che?" disse Alice; ma non restò molto in dubbio, perchè subito una grandine di sassolini cominciò a scoppiettare nella finestra, ed alcuni la colpirono in faccia. "Bisogna finirla," pensò Alice, e gridò, "Fareste bene di non provarvici un'altra volta!" Queste parole produssero un altro silenzio sepolcrale. Alice osservò con un pò di stupore che i sassolini si convertivano in pasticcini appena toccavano il pavimento, e subito un idea le sfolgorò in mente. "Proviamo a mangiare uno di questi pasticcini," disse, "certo essi produrranno qualche mutamento nella mia statura; e siccome non potranno farmi più grossa di quel che sono, m'impiccoliranno forse." E mangiò un pasticcino, e si rallegrò di vedersi subito impiccolire. Appena che si sentì piccola abbastanza per uscire dalla porta, scappò dalla casa, e incontrò una folla di animalucci e d'uccelli che aspettavano fuori. La povera Lucertola (era Tonio) stava nel mezzo, sostenuta da due porcellini d'India, che le davano qualche ristoro da una bottiglia. Appena comparve Alice tutti le si avventarono addosso; ma la bimba si mise a correre sino a che si ritrovò sana e salva in una foresta. "La prima cosa che dovrò fare," pensò Alice, vagando nella foresta, "la è quella di ricrescere e giungere alla mia statura naturale; e la seconda poi sarà di cercare il modo d'entrare in quell'ameno giardino. È questo, mi pare, il miglior piano." E davvero sembrava un piano eccellente, e imaginato assai per benino; ma la difficoltà stava in ciò ch'ella non sapea da dove rifarsi per metterlo ad effetto; e mentre aguzzava l'occhio fra gli alberi della foresta, un piccolo latrato acuto al di sopra di lei la fece guardare in su presto presto. Un enorme cucciolo la squadrava con occhi dilatati e rotondi, e allungando una zampa cercava di toccarla. "Poverino!" disse Alice con voce carezzevole, e per allettarlo si provò a dirgli "te', te'!" ma tremava a verghe temendo che fosse affamato, nel qual caso l'avrebbe probabilmente divorata a dispetto di tutte le sue carezze. Non sapendo che farsi, prese un ramuscello e lo presentò al cagnolino; questo saltò in aria come un razzo, dando fuori un urlo di gioja, e s'avventò al ramuscello come se lo volesse sbranare; allora Alice si mise cautamente dietro ad un cardo altissimo per non esser da lui rovesciata; quando si affacciò all'altro lato, vide che il cagnolino s'era avventato nuovamente al ramuscello, ed aveva fatto un capitombolo nella furia d'afferrarlo; ma siccome ad Alice sembrava che era come scherzare con un cavallo di vetturale, così per evitare d'esser calpestata dalle zampe della bestia, fuggì di nuovo dietro al cardo: allora il cagnolino cominciò una serie di cariche verso il ramuscello, correndo ogni volta al di là del segno, e correndo indietro più di quel che gli conveniva, e sempre abbaiando raucamente sino a che s'accoccolò a una breve distanza, anelante, con la lingua penzoloni, e con gli occhioni semichiusi. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500