LE AVVENTURE D'ALICE
NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE.
per
LEWIS CARROLL.
TRADOTTE DALL'INGLESE DA T. PIETROCÒLA-ROSSETTI.
Londra:
MacMillan and Co.
1872.
(Proprietà letteraria dell'autore.)
Londra:
R. Clay, Figli, E Taylor, Stampatori,
Bread Street Hill.
In su' vespri giocondi, dolcemente
Sul lago tranquillissimo voghiamo,
Da delicate mani facilmente
Son mossi i remi, e alla ventura andiamo,
E pel timon che incerto fende l'onda
Va la barchetta errante e vagabonda.
Mentre oppresso dal sonno, in luminose
Visioni il mio pensiero vaneggiava,
Mi destaron tre voci armonïose
Chiedendomi un Racconto! Io non osava
Fare il broncio severo ed il ribelle
A tre bocche di rose,--a tre donzelle!
La Prima, con la voce di comando,
Fieramente m'impone "Cominciate!"
La Seconda mi dice "Io ti domando
Un racconto di silfidi e di fate."
La Terza (io non l'avrei giammai creduto),
M'interrompe una volta ogni minuto.
Eccole! ferme, attente, silenziose,
Seguire con l'accesa fantasia
La Fanciulla vagante in portentose
Regïoni di sogni e poesia,
Che con bestie ed uccelli ognor favella,
E con forma del Ver l'Errore abbella.
La Storia non toccava ancora il fine
E appariva di già confusa e incolta;
Allor pregai le care fanciulline
Di finir la novella un'altra volta,
Ma risposer più vispe e più raggianti,
"No, questa è la tua volta! Avanti, avanti!"
E così le Avventure raccontai
Ad una ad una alle fanciulle amate,
Ed or questa novella ne formai
Ch'è un tessuto di favole accozzate;--
Ma il Sol già volge al suo tramonto, andiamo!
Alla sponda! alla sponda, orsù, voghiamo!--
O Alice, accogli questa mia Novella,
E fra i sogni d'infanzia la riponi,
Deh! fanne d'essa una ghirlanda bella,
E sulla tua memoria la deponi,
Qual pellegrin che serba un arso fiore
Di suol lontano, e lo tien stretto al côre!--
INDICE.
CAP.
I. GIÙ NELLA CONIGLIERA
II. LO STAGNO DI LAGRIME
III. CORSA ARRUFFATA, E RACCONTO CON LA CODA
IV. LA CASETTINA DEL CONIGLIO
V. CONSIGLI D'UN BRUCO
VI. PORCO E PEPE
VII. UN TÈ DI MATTI
VIII. IL CROQUET DELLA REGINA
IX. STORIA DELLA FALSA-TESTUGGINE
X. LA CONTRADDANZA DE' GAMBERI
XI. CHI HA RUBATO LE TORTE?
XII. TESTIMONIANZA D'ALICE
CAPITOLO I.
GIÙ NELLA CONIGLIERA.
Alice cominciava a sentirsi mortalmente stanca di sedere sul poggio,
accanto a sua sorella, senza far nulla: una o due volte aveva gittato lo
sguardo sul libro che leggeva sua sorella, ma non c'erano imagini nè
dialoghi, "e a che serve un libro," pensò Alice, "senza imagini e
dialoghi?"
E andava fantasticando col suo cervello (come meglio poteva, perchè lo
stellone l'avea resa sonnacchiosa e grullina), se il piacere di fare una
ghirlanda di margherite valesse la noja di levarsi su, e cogliere i
fiori, quand'ecco un Coniglio bianco con gli occhi di rubino le passò da
vicino.
Davvero non c'era troppo da meravigliarsi di ciò, nè Alice pensò che
fosse cosa troppo stravagante di sentire parlare il Coniglio, il quale
diceva fra sè "Oimè! Oimèi! ho fatto tardi!" (quando se lo rammentò in
seguito s'accorse che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma allora le
sembrò una cosa assai naturale): ma quando il Coniglio trasse un
oriuolo dal taschino del panciotto, e vi affisò gli occhi, e scappò
via, Alice saltò in piedi, perchè l'era venuto in mente ch'ella non avea
mai veduto un Coniglio col panciotto e il suo rispettivo taschino, nè
con un oriuolo da starvici dentro, e divorata dalla curiosità, traversò
il campo correndogli appresso, e giunse proprio a tempo di vederlo
slanciarsi in una spaziosa conigliera, di sotto alla siepe.
In un altro istante, giù Alice scivolò, correndogli appresso, senza
punto riflettere come mai avrebbe fatto per riuscirne fuori.
La buca della conigliera sfilava diritto come una galleria di tunnel,
e poi s'inabissava tanto rapidamente che Alice non ebbe un solo istante
per considerare se avesse potuto fermarsi, poichè si sentiva cader giù
rotoloni in qualche precipizio che rassomigliava a un pozzo
profondissimo.
Una delle due, o il pozzo era arci-profondo, o ella vi ruzzolava assai
adagino, poichè ebbe tempo, mentre cadeva, di guardare tutto intorno, e
stupiva pensando a ciò che le avverrebbe poi. Prima di tutto aguzzò la
vista e cercò di vedere nel fondo per scoprire ciò che le accaderebbe,
ma gli era bujo affatto e non ci si vedea punto: indi guardò alle pareti
del pozzo ed osservò ch'erano ricoperte di credenze e di scaffali da
libri; quà e là vide mappe e quadri che pendeano da' chiodi. Andando
giù prese di volo un vasettino che aveva un cartello, lo lesse:
"CONSERVA D'ARANCE," ma oimè! era vuoto e restò delusa: non volle
lasciar cadere il vasettino per non ammazzare chi era in fondo, e
andando sempre giù lo depose in un'altra credenza.
"Bene," pensò Alice, "dopo una caduta tale, mi parrà proprio un niente
il ruzzolare per le scale! A casa poi, come mi crederanno coraggiosa!
D'ora innanzi, ancorchè cadessi dal tetto, non ne farei caso!" (E
probabilmente dicea la verità.)
E giù--e giù--e giù! Finirà mai quella caduta? "Chi sa quante miglia
ho percorse a quest'ora?" sclamò. "Davvero io stò per toccare il centro
della terra. Vediamo: suppongo che saranno quattrocento miglia di
profondità--" (come vedete, Alice aveva imparate molte di tali cose
nelle sue lezioni, ma non era quella la migliore occasione per fare
sfoggio della sua erudizione, poichè non c'era niuno che l'ascoltasse,
ciò non di meno era bene di ripassarle a mente)--"sì, la sarà questa la
vera distanza, o press'a poco--ma vorrei sapere a quale grado di
Latitudine o di Longitudine io sia giunta!" (Alice non sapea mica che
fosse Longitudine o Latitudine, ma pensò ch'erano belle parolone a dire,
e le disse!)
Passò qualche istante e poi rincominciò. "Che dovessi io traversare la
terra? Sarebbe bella s'io uscissi fra le genti che camminano col capo in
giù! Credo che si chiamino le Antipatie--" (questa volta fu contenta che
non ci fosse niuno che l'ascoltasse, perchè quel nome non le suonava
giusto all'orecchio) "--ma domanderò loro che nome abbia quel paese. Di
grazia, Signora, è questa la Nuova Zelanda? o l'Australia?" (e cercò di
fare una riverenza mentre parlava--figuratevi, far riverenza mentre si
casca giù a precipizio! Dite, potreste farla voi?) "Ma se farò una tale
domanda mi crederanno una sciocca. No, non la farò: forse troverò
scritto il nome in qualche parte colaggiù."
E giù--e giù--e giù! Non avendo nulla da fare, Alice rincominciò a
cinguettare. "Dina mi cercherà stanotte!" (Dina era il nome della
gatta). "Spero che si rammenteranno di darle il suo piattino di latte
quando prenderanno il tè. Cara Dina mia! Vorrei che tu fossi meco
quaggiù! Non vi son sorci nell'aria, ma sai, tu potresti afferrare una
nottola ch'è simile al sorcio. Ma che! i gatti mangiano le nottole?" E
quì Alice cominciò a sonniferare, e fra il sonno e la veglia continuò a
ruminare fra' denti, "I gatti mangiano le nottole? I gatti mangiano le
nottole?" E talvolta, "Le nottole mangiano i gatti?" perchè, vedete, non
potendo rispondere a nessuna delle due quistioni, non le importava se
invertiva il senso di esse. Sonnecchiava di già, e proprio allora
cominciava a sognare che se ne andava a braccetto con Dina e che le
diceva con faccia austera: "Dina, dìmmi la verità: hai tu mai mangiata
una nottola?" quando, tonfete! cascò d'un subito sopra un mucchio di
ramicelli e di foglie secche, e la caduta finì.
Alice non si fece male e saltò in piedi lesta e pronta: guardò in alto,
era bujo affatto: davanti a lei sfilava un lungo corridoio percorso dal
Coniglio bianco ch'era sempre in vista. Non c'era tempo da perdere:
Alice, come se avesse le ali, gli corse appresso, e sentì che sclamava,
mentre svoltava a una cantonata,--"Giurammio! gli è tardi davvero!"
Stava lì lì per raggiungerlo, ma appena passò la cantonata il Coniglio
non si vide più; ed ella si trovò in una sala lunga e bassa, illuminata
da una fila di lampade che pendevano dalla volta.
V'erano porte tutt'intorno alla sala, ma erano tutte serrate, e dopo che
Alice andò su e giù provando tutti gli usci per vedere se fosse
possibile d'aprirne qualcheduno ma sempre inutilmente, si mise a
camminar mestamente nel mezzo della sala, pensando come mai avrebbe
potuto riuscirne fuori.
Tutt'a un tratto capitò vicina a un piccolo tavolino di cristallo solido
e sorretto da tre piedi: non c'era altro su d'esso che una chiavettina
d'oro: or la prima idea ch'ebbe Alice fu che quella potesse aprire uno
degli usci della sala; e provò--ma oimè! o le toppe erano troppo
grandi, o la chiavettina era troppo piccola; ma comunque fosse, non
potette aprirne alcuno. Ciò non di meno, avendo fatto un secondo giro
nella sala, capitò davanti a una cortina bassa che non aveva osservata
prima, e dietro ad essa v'era un piccolo uscio, alto quindici pollici o
giù di lì: provò la chiavettina d'oro se andasse alla toppa, e con molta
allegrezza vide che c'entrava per l'appuntino!
Alice aprì l'uscio e vide che dava a un piccolo corridoio, largo quanto
una buca da topi: s'inginocchiò, e vide al di là del corridoio il più
bel giardino del mondo. Oh! quanto desiderò d'uscir fuori da quella sala
buja per correre su que' prati di fiori risplendenti, e lungo le chiare
e fresche acque delle fontane, ma non l'era dato neppure di cacciare il
capo fuori della buca; "e ancorchè il mio capo potesse passarvi," pensò
la povera Alice, "mi servirebbe poco senza farci passare anche le
spalle. Oh quanto bramerei riserrarmi come un telescopio! Credo che
potrei farlo, se sapessi soltanto come cominciare." Poichè essendo
ultimamente accadute tante cose straordinarie, Alice avea cominciato a
persuadersi che poche fossero le cose veramente impossibili.
Era proprio tempo perso star lì piantata davanti all'usciolino, perciò
Alice ritornò verso la tavola con una mezza speranza di potervi trovare
sopra un'altra chiave, o almeno un libro il quale insegnasse alla gente
a riserrarsi come un cannocchiale: questa volta vi trovò un'ampolla, ("e
certo non c'era prima," disse Alice,) e aveva attaccato al collo un
cartello sul quale a lettere di scatola era magnificamente scritta
questa parola "BEVI."
Và benissimo il dire "Bevi," ma Alice ch'era una ragazzina prudente, lì
per lì non volle bere. "Nò, voglio prima vedere se c'è scritto
'veleno;'" poichè ella aveva letto molte belle novellette sopra
ragazzi ch'erano stati abbruciati, e mangiati vivi da bestie feroci, e
cose simiglianti, e tutto ciò perchè non vollero ricordarsi della
prudenza ch'era stata loro insegnata in casi simili; come per esempio,
non maneggiare le molle infocate perchè scottano; se col coltello ti fai
sul dito un taglio molto profondo, certo n'uscirà sangue; ed ella non
avea dimenticato quell'altro avvertimento, se tu bevi smodatamente d'una
bottiglia che ha l'iscrizione "veleno," presto o tardi ti farà male.
Ciò non di meno quell'ampolla non aveva l'iscrizione "veleno," perciò
Alice si avventurò di assaggiarne il contenuto, e trovandolo delizioso
(di fatto aveva un sapore misto di torta di ciliegie, di crema,
d'ananasso, di tacchino arrosto, di torrone, e di crostini burrati), lo
vuotò tutto d'un fiato.
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"Che curiosa sensazione!" disse Alice: "mi vo ristringendo come un
cannocchiale!"
Ed era proprio così: non aveva più che dieci pollici d'altezza, e il suo
bel visino s'illuminò di gioja pensando che finalmente era giunta alla
giusta statura per traversare l'usciolino, ed entrare nel bel giardino.
Prima aspettò qualche minuto per vedere se rimpicciolisse di più; è vero
che provò una certa ansietà su quel mutamento; "perchè, sapete, potrei
rimpicciolirmi tanto da sparire affatto come una candela," disse Alice.
"A chi assomiglierei allora?" E cercò di farsi un'idea dell'apparenza
della fiamma d'una candela smorzata, poichè non potea nemmeno
ricordarsi se mai avesse veduta una cosa simile!
E scorsero alcuni momenti, e veggendo che nulla di nuovo le accadeva, si
accinse ad entrare nel giardino; ma--povera Alice!--quando fu all'uscio,
si accorse che avea dimenticata la chiavettina d'oro, e quando si
rivolse verso la tavola dove l'avea lasciata, vide che non potea più
arrivarla: essa la vedea chiaramente a traverso del cristallo, e fece
ogni sforzo possibile per arrampicarsi ad uno de' piedi della tavola e
montar su, ma gli era troppo sdrucciolevole; e dopo essersi affaticata
invano per vincere quella difficoltà, la poverina si sedette e pianse.
"Via! che vale abbandonarsi al pianto!" disse Alice a sè stessa; "io ti
consiglio invece, o Signorina, di smetter subito quel piagnucolare!"
Generalmente ella dava a sè stessa dei buoni consigli (benchè raramente
poi li seguisse), e talvolta si rimproverava tanto severamente che le
lagrime le scorrevano per le gote; e si rammentò che una volta stava lì
lì per schiaffeggiarsi perchè s'era truffata in una partita di
croquet che giuocava contro a sè medesima, che questa straordinaria
bimba trovava piacere a fingersi di essere due persone. "Ma ora è
inutile voler credermi due persone," pensò la povera Alice, "me ne resta
appena tanto per comporne una!".
Ed ecco, le cadde sott'occhio una cassettina di cristallo che giaceva
sotto la tavola: l'aprì, e vi trovò dentro un piccolo pasticcino, sul
quale, con uva di Corinto, era scritto in belli caratteri "MANGIA."
"Bene! lo mangerò," disse Alice, "e se mi farà crescere di molto,
giungerò ad afferrare la chiavettina, e se mi farà rimpicciolire mi
striscerò sotto l'uscio: così in un modo o in un altro entrerò nel
giardino, e poi, sarà quel che sarà!"
Ne mangiò un bocconcino, e mettendosi la mano sul capo, sclamò
ansiosamente: "In qual modo? In qual modo?" per vedere in qual modo si
mutava, ma restò molto sorpresa nel vedersi della stessa statura: certo,
così accade a tutti coloro che mangiano pasticci, ma Alice s'era tanto
abituata a veder cose straordinarie, che le sembrava una cosa stupida e
sciocca quella di crescere, come si cresce generalmente.
E tornò alla bisogna, e in pochi istanti ingoiò tutto il pasticcio.
CAPITOLO II.
LO STAGNO DI LAGRIME.
"Curiosissimo e sempre più curiosissimo!" gridò Alice (era tanta la sua
sorpresa che non sapeva più parlar correttamente la sua lingua); "mi stò
allungando come un cannocchiale, e il più lungo che mai vi sia stato!
Addio piedi!" (perchè appena guardò giù a' suoi piedi le sembrò che li
avesse quasi perduti di vista, tanto erano lontani). "Oh i miei poveri
piedini! chi mai in terra v'infilerà le calze, e vi metterà le
scarpettine? Davvero io non potrò farlo più! Oramai sarò tanto lungi
da voi, che certo io non mi prenderò più briga di voi altri: bisogna che
vi accomodiate alla meglio;--eppure bisognerebbe ch'io li trattassi
bene," pensò Alice, "se nò, non vorranno andare per la via ch'io vorrei
battere! Vediamo un po': ogni anno a Natale darò loro un bel pajo di
stivaletti."
E andava mulinando col cervello come farebbe. "Glieli manderò col
procaccino," pensò la bimba; "ma gli è davvero strano il mandar regali
a' proprii piedi! E quanto sarà curioso l'indirizzo!
Al Signor Piedestro d'Alice,
Tappeto,
Presso il parafuoco,
(coi saluti d'Alice).
Meschina! quante sciocchezze vo dicendo!"
Giusto allora il suo capo urtò contro la volta della sala: aveva più di
nove piedi d'altezza! Subito adunghiò la chiavettina d'oro, e via,
verso l'uscio del giardino.
Povera Alice! Tutto quello che potea fare consisteva nel giacere,
appoggiando il fianco per guardare il giardino con la coda d'un occhio;
ma il penetrarvi dentro era diventato più difficile che mai: sedette
dunque, e si rimise a piangere.
"Ti dovresti vergognare," disse Alice, "figurati, una gran ragazzona
come te" (e davvero lo poteva dire allora) "fare la piagnolosa! Smetti
subito ti dico!" Ma pure continuò, versando lagrime a secchie, sinchè
formò uno stagno intorno a lei di quasi quattro pollici d'altezza, e che
giungeva a metà della sala.
Qualche istante dopo sentì in lontananza come uno scalpiccío; subito si
forbì gli occhi per vedere chi fosse. Era il Coniglio bianco che
ritornava, splendidamente vestito, con un pajo di guanti bianchi in una
mano, e un gran ventaglio nell'altra: veniva trottando frettolosamente,
e mormorando fra sè stesso, "Oh! la Duchessa, la Duchessa! Se n'andrà
sulle furie perchè l'ho fatta aspettare!" Alice era tanto fuori di sè
che avrebbe chiesto soccorso a chiunque le fosse capitato: così quando
il Coniglio le fu vicino, gli disse con voce tremula e sommessa, "Di
grazia, Signore----." Il Coniglio trasaltò, gli caddero a terra i
guanti e il ventaglio, e in mezzo a quella tenebrìa si mise a correre di
traverso come se avesse le ali alle zampe.
Alice raccattò il ventaglio e i guanti, e perchè la sala pareva una
stufaiuola si rinfrescò sventolandosi e parlando fra sè: "Meschina me!
Come ogni cosa è strana quest'oggi! Eppure ieri le cose andavano secondo
il solito. Non mi sorprenderebbe se stanotte fossi stata scambiata!
Vediamo: non ero io, io stessa che mi levai questa mattina? Mi pare di
rammentarmi ch'io mi trovai un poco diversa. Ma se non sono la stessa
dovrò rivolgermi questa domanda: Chi mai dunque son io? Ah! quì stà
l'imbroglio!" E ripensò a tutte le ragazze che conosceva, e che erano
dell'età sua, per vedere se per caso fosse stata trasformata in una di
quelle.
"Certo io non sono Ada," disse, "perchè i suoi capelli sono inanellati,
e i miei non lo sono punto; certo non sono Isabella, poichè io so tante
belle cose, e quella poverina sa tanto poco! Eppoi Isabella è
Isabella, ed io sono io. Meschina! che imbroglio è questo! Proviamo se
io mi rammento tutte le cose che sapeva una volta: quattro volte cinque
fanno dodici, e quattro volte sei fanno tredici, e quattro volte sette
fanno--oimè! Se vado di questo passo non giungerò mai a venti! Del resto
la Tavola Aritmetica non significa nulla: proviamo la Geografia: Londra
è la capitale di Parigi, e Parigi è la capitale di Roma, e Roma----, nò,
ho sbagliato tutto! Davvero devo essere stata trasformata in Isabella!
Proverò a ripetere 'Rondinella pellegrina;'" e si mise le mani
conserte al petto come se stesse per ripetere le lezioni, e cominciò a
recitare quella Romanza, ma la sua voce suonava rauca e strana, e le
parole non le uscivano dalle labbra come una volta:--
"'Rondinella porporina
Che ti posi sul loggione
Raccattando ogni mattina
La zanzara ed il moscone,
Li vuoi friggere in padella
Porporina Rondinella?'"
"Scommetto che le vere parole della Romanza non son queste," disse la
povera Alice, e le ritornarono i lucciconi agli occhi. "In somma,"
continuò a dire,-"io devo essere Isabella, e dovrò andare a vivere in
quella casuccia, e non aver quasi più giuocattoli, e tante lezioni da
imparare! Ma se sono Isabella, caschi pure il mondo, io resterò quì!
Inutilmente, signori miei, caccerete la testa dal soffitto per dirmi
'Carina, vieni su!' Io alzerò soltanto gli occhi, e dirò loro, 'Chi son
io? Ditemelo prima, e se sarò quella che voi cercate, verrò su; se no
resterò quì inchiodata sino a che sarò qualchedun'altra'--ma, oimè!"
sclamò Alice, versando un fiume di lagrime. "Vorrei che mettessero
fuori la testa! Son tanto stanca d'esser quì, sola!"
E si guardò le mani, e si meravigliò vedendo che mentre parlava fra sè
stessa aveva infilato uno de' guanti bianchi che il Coniglio avea
lasciati cadere. "Come mai ho potuto far ciò?" disse. "Forse sono
ridiventata piccina."
Si levò ed avvicinossi alla tavola per misurarsi con quella,--osservò
che, per quanto le pareva, era ridotta a circa due piedi d'altezza e che
andava impiccolendosi rapidamente: indovinò che la causa di questa nuova
trasformazione era il ventaglio che aveva in mano, e subito lo buttò a
terra,--e fu proprio a tempo, altrimenti assottigliava tanto da sparire
totalmente.
"L'ho scampata bella!" disse Alice tutta impaurita da quel subitaneo
mutamento, ma lieta, però perchè esisteva ancora; "ed ora andiamo al
giardino!" e rivolse sollecitamente i passi verso l'usciolino; ma ahi!
l'usciolino era chiuso, e la chiavettina d'oro era sulla tavola come
prima; "le cose vanno proprio alla peggio" pensò la derelitta fanciulla,
"non sono stata mai tanto piccina! E protesto che tutto ciò è un brutto
affare, ma brutto assai!"
Mentre diceva queste parole, sdrucciolò, e zaffete! cascò sino al mento
nell'acqua salsa. Imprima credette esser caduta nel mare, "e in tal caso
potrò tornare a casa per la ferrovia," disse fra sè. (Alice era stata
una volta sola ai bagni di mare, d'allora in poi s'imaginò che dovunque
si va, verso la spiaggia, trovansi casotti da bagni lungo il mare,
ragazzi che zappano l'arena con le vanghe di legno, poi una fila di case
mobiliate, e dietro ad esse una stazione di strada ferrata). Ma subito
si accorse ch'era caduta nello stagno delle lagrime che avea versate
quando aveva nove piedi d'altezza.
"Peccato ch'io abbia pianto tanto!" disse Alice, nuotando, e cercando
d'afferrar la riva.
"Ora sì che sarò punita, affogando nelle mie proprie lagrime! La sarà
proprio una cosa strana! Ma tutto è strano oggi."
E sentì qualche cosa che sguazzava nello stagno, si rivolse e credette
vedere un elefante di mare o un ippopotamo, ma si rammentò ch'era assai
piccina allora, e scoprì ch'altro non era che un sorcio, cascato come
lei nello stagno.
Pensò Alice, "Forse farei bene di parlare a questo sorcio. Ogni cosa è
talmente straordinaria quaggiù che non mi stupirei se egli potesse
parlare: ad ogni modo, proviamo." E cominciò: "O Sorcio, sai tu la via
per uscire da questo stagno? O Sorcio, io mi sento veramente stanca di
nuotare quì!" (Alice pensò che quello era il vero modo di parlare ad un
sorcio: non aveva mai fatto una cosa simile prima, ma si rammentò d'aver
letto nella Grammatica Latina di suo fratello, "Un Sorcio--di un
Sorcio--a un Sorcio--un Sorcio--O Sorcio!") Il Sorcio la guardò
fissamente, la squadrò ben bene co' suoi piccoli occhietti, ma non
rispose niente.
"Forse non intende la mia lingua," disse Alice; "scommetto ch'è un
Sorcio Francese, venuto quì con Napoleone." (Eh già! con tutte le sue
cognizioni storiche, Alice non sapea al giusto le date che citava.) E
rincominciò "Où est ma chatte?" era questa la prima frase ch'avea
trovata nel suo libriccino di Lingua Francese. Il Sorcio fece un salto
nell'acqua, e tremò a verghe. "Le domando perdono!" soggiunse subito
Alice, avvedendosi d'avere scossi i nervi delicati della bestiolina.
"Avea dimenticato che lei non ama i gatti."
"Amare i gatti, io!" sclamò con voce acuta e rabbiosa. "Amerebbe lei i
gatti, se fosse me?"
"Forse no," rispose Alice con voce carezzevole, "ma non si adiri, sa!
Eppure io vorrei farle vedere Dina, la gatta nostra; se la vedesse ne
sarebbe innamorato pazzo. La è una bestiolina tanto carina e quietina,"
e nuotando svogliatamente e parlando talvolta a sè stessa, continuava
Alice, "e fa le fusa per benino quando giace accoccolata presso al
focolare, leccandosi le zampine e nettandosi la faccia--e l'è tanto
soffice e soave alle carezze--e l'è proprio un paladino nell'afferrare i
sorci--oh mi perdoni!" sclamò di nuovo Alice perchè questa volta il
Sorcio aveva il pelo tutto arruffato, e sembrava offeso immensamente,
"Noi non ne parleremo più se ciò le incresce."
"No, davvero!" gridò il Sorcio che avea la tremarella sino alla punta
della coda. "Come se io volessi parlare dei gatti! La nostra famiglia
odiò sempre i gatti; bestiaccie schifose, volgari e basse! Non mi
faccia sentir più il nome loro!"
"No, davvero!" rispose sollecitamente Alice, e mutando argomento,
soggiunse. "Dica, le piacciono forse--le piacciono--i--i cani?" Il
Sorcio non rispose, e Alice seguitò così. "Vicino a casa nostra, c'è un
bellissimo cagnolino, se lo vedesse! È un canbassetto con certi belli
occhi luccicanti, e col pelo cenerino, arricciato e lungo! Ei busca,
benissimo le cose che gli si gittano, e siede sulle zampine di dietro
per pitoccare il suo desinaruccio, e fa tante altre belle cosettine--non
potrei neppure rammentarne la metà--appartiene a un fattore, ed egli
dice che la bestiolina vale proprio un Perù, perchè gli è utile di
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