Marco Polo narra quindi la storia dell'imperatore Kublai, il più potente degli uomini, che possiede più terre e tesori di qualunque uomo da Adamo in poi. Narra come il Gran Kan avesse allora ottantacinque anni; fosse un uomo di mediocre statura, pingue, ma ben proporzionato delle membra, dal volto bianco e roseo, dai begli occhi neri; come salisse al trono l'anno 1256 dalla nascita di Cristo. Era buon capitano in guerra, e lo provò quando suo zio Naian, che governava pel nipote alcune provincie dell'impero, sollevatosi contro di lui, volle disputargli il trono alla testa di quattrocentomila cavalieri. Kublai-Kan, riuniti in segreto trecentosessantamila uomini a cavallo e centomila a piedi, mosse contro lo zio, e lo sorprese sopra una gran pianura, ove il ribelle, di nulla sospettando, se ne stava tranquillamente accampato. Terribile fu la battaglia. «Vi morirono tanta gente, tra dell'una e dell'altra parte, che ciò sarebbe meraviglia a credere. Kublai-Kan rimase vincitore, e Naian, fatto prigione, fu messo in su uno tappeto, e tanto fu pallato, e menato in qua e in là che egli morío: e cioè fece, che non voleva che 'l sangue del lignaggio dello imperatore facesse lamento all'aria; e questo Naian era di suo lignaggio.» Dopo quella vittoria, l'imperatore rientrò trionfante nella città capitale del Catai, chiamata Cambalu, che divenne poi l'attuale Pekino. Giunto in questa città, Marco Polo dovè rimanervi a lungo, sino all'istante in cui venne incaricato di varie missioni nell'interno dell'impero. È a Cambalu che sorgeva il magnifico palagio dell'imperatore, di cui il Veneziano fa la seguente descrizione, che noi togliamo dal Codice Magliabeccano, e che darà esatta idea dell'opulenza di quel sovrano mongollo: «Sappiate veramente che 'l Gran Cane dimora nella mastra città, ch'è chiamata Combalu, tre mesi dell'anno, cioè dicembre, gennaio, febbraio, e in questa città ha suo grande palagio: ed io vi diviserò com'egli è fatto. Lo palagio è di muro quadro, per ogni verso un miglio, e in su ciascuno canto di questo palagio è uno molto bel palagio, e quivi si tiene tutti gli arnesi del Gran Cane, cioè archi, turcassi e selle e freni, corde e tende, e tutto ciò che bisogna ad oste ed a guerra. E ancora tra questi palagi hae quattro palagi in questo cercóvito, sì che in questo muro attorno attorno sono otto palagi, e tutti sono pieni d'arnesi, e in ciascuno ha pur d'una cosa. E in questo muro verso la faccia del mezzodì, hae cinque porte, e nel mezzo è una grandissima porta, che non s'apre mai nè chiude se non quando il Gran Cane vi passa, cioè entra e esce. E dal lato a questa porta ne sono due piccole, da ogni lato una, onde entra tutta l'altra gente. Dall'altro lato n'hae un'altra grande, per la quale entra comunemente tutta l'altra gente, cioè ogni uomo. E dentro a questo muro hae un altro muro, e attorno attorno hae otto palagi come nel primaio, e così son fatti; ancora vi stae gli arnesi del Gran Cane.» Fin qui, come si vede, tutti quei palagi costituiscono le rimesse e le armerie dell'imperatore. Ma non farà meraviglia quel gran numero di arnesi, ove si sappia che il Gran Kan possedeva una razza di cavalli bianchi come la neve, fra cui diecimila giumente, il cui latte era esclusivamente riserbato ai principi di sangue reale. Marco Polo continua in questi termini:--«Nella faccia verso mezzodie ha cinque porti, nell'altra pure una, e in mezzo di questo muro èe il palagio del Gran Cane, ch'è fatto com'io vi conterò. Egli è il maggiore che mai fu veduto, egli non v'ha palco, ma lo ispazzo èe alto più che l'altra terra ben dieci palmi; la copritura è molto altissima. Le mura delle sale e delle camere sono tutte coperte d'oro e d'ariento; havvi iscolpite belle istorie di donne, di cavalieri, e d'uccelli e di bestie e di molte altre belle cose; e la copritura èe altresì fatta che non vi si può vedere altro che oro e ariento. La sala è sì lunga e sì larga, che bene vi mangiano sei mila persone, e havvi tante camere, ch'è una maraviglia a credere. La copritura di sopra, cioè di fuori, è vermiglia e bionda e verde, e di tutti altri colori, ed è sì bene invernicata, che luce come oro o cristallo, sì che molto dalla lungie si vede lucere lo palagio. La copritura è molto ferma. Tra l'uno muro e l'altro, dentro a quello ch'io v'ho contato di sopra, havvi begli prati e albori, e havvi molte maniere di bestie selvatiche: cioè cervi bianchi, cavriuoli e daini, le bestie che fanno il moscado, vaj e ermellini e altre belle bestie. La terra dentro di questo giardino è tutta piena dentro di queste bestie, salvo la via donde gli uomeni entrano; e dalla parte verso il maestro ha un lago molto grande, ove hae molte generazioni di pesci. E sì vi dico che un gran fiume vi entra e esce, ed èe sì ordinato, che niuno pesce ne puote uscire (e havvi fatto mettere molte generazioni di pesci in questo lago); e questo è con rete di ferro. Anche vi dico, che verso tramontana, da lungi dal palagio una arcata, ha fatto fare un monte, ch'è alto bene cento passi, e gira bene un miglio; lo quale monte è pieno d'albori tutto quanto, che di niuno tempo perdono foglie, ma sempre son verdi. E sappiate, che quando è detto al Gran Kan di uno bello albore, egli lo fa pigliare con tutte le barbe e con molta terra, e fallo piantare in quel monte, e sia grande quanto vuole, ch'egli lo fa portare a' leonfanti. E sì vi dico, ch'egli ha fatto coprire tutto il monte della terra dello azzurro ch'è tutta verde, sì che nel monte non ha cosa se non tutta verde, perciò si chiama lo monte verde. E in sul colmo del monte è un palagio molto grande, sì che a guatarlo è una grande maraviglia, e non è uomo che 'l guardi, che non ne prenda allegrezza; e per avere bella vista l'ha fatto fare il Gran Signore per suo conforto e sollazzo. Ancora vi dico, che appresso di questo palagio vi hae un altro nè più nè meno fatto, ove istà lo nipote del Gran Cane, che dee regnare dopo lui, e questi è Temur figliuolo di Cinghis, ch'era lo maggiore figliuolo del Gran Cane[24]; e questo Temur che dee regnare tiene tutta la maniera del suo avolo, e ha già bolla d'oro e sugiello d'imperio, ma non fa l'uficio finchè l'avolo è vivo.» Dopo il palazzo del Kan e del suo erede, Marco Polo passa a descrivere la città di Cambalu, città antica, che ha un circuito di ventiquattro miglia, cioè sei miglia per ogni lato, essendo di forma quadrata, e che è separata dalla moderna di Taidu da un canale, che divide l'odierna Pekino in città chinese e città tartara. Il viaggiatore, sottile osservatore, ci istruisce poi dei fatti e delle gesta dell'imperatore. Giusta la sua relazione, Kublai-Kan avrebbe una guardia d'onore di dodicimila cavalieri chiamati Tau, che significa cavalieri fedeli del signore, sotto il comando di quattro capitani; «e questo non fae per paura.» I suoi pasti sono vere cerimonie, regolate da una severa etichetta. Alla sua tavola, che è più alta delle altre, egli siede al nord, avendo a sinistra la sua prima moglie, a destra e più basso i figli, i nipoti, i parenti; è servito dai più nobili baroni, che hanno cura di turarsi la bocca ed il naso con bei drappi di seta «acciò che lo loro fiato non andasse nelle vivande del signore.» Quando l'imperatore s'accinge a bere, tutti gli strumenti suonano, e quando tiene in mano la tazza tutti i baroni e spettatori s'inginocchiano umilmente. Parlando della vita domestica del Gran Kan, il Polo osserva che «egli hae quattro femmine, le quali tiene per sue diritte mogli. E 'l maggiore figliuolo, ch'egli ha di queste quattro mogli, dee essere signore, per ragione, dello imperio dopo la morte del suo padre. Elle sono chiamate imperadricie, e ciascuna è chiamata per suo nome, e ciascuna di queste donne tiene corte per sè; e non ve n'ha niuna che non abbia trecento donzelle, e hanno molti valletti e scudieri, e molti altri uomeni e femmine, sì che ciascuna di queste donne ha bene in sua corte mille persone. E sappiate che il Gran Cane ha ancora molte amiche, e che ha venticinque figliuoli di sue amiche, e ciascuno è gran barone; e ancora dico che degli ventidue figliuoli ch'egli ha delle quattro mogli, gli sette ne sono re di grandissimi reami, e tutti mantengono bene loro regni, come savi e prodi uomeni che sono.» Le principali feste del Gran Kan sono date da lui medesimo, una il giorno anniversario della sua nascita, l'altra al principio d'ogni anno. Alla prima figurano intorno al trono dodicimila baroni, ai quali l'imperatore offre annualmente centocinquantamila vestimenta di drappo di seta d'oro ornati in perle; mentre i sudditi, idolatri o cristiani, fanno pubbliche preghiere. Alla seconda festa, al capo d'anno, chiamata dal Polo la bianca festa, l'intera popolazione, uomini e donne, si vestono in abiti bianchi, perchè, secondo la tradizione, il bianco porta fortuna, e ciascuno porta al sovrano doni di grandissimo valore in oro, argento, perle e stoffe preziose. Diecimila cavalli bianchi, cinquemila elefanti coperti di magnifici drappi e portanti vasellami d'oro e d'argento, ed un numero ingente di cammelli sfilano innanzi all'imperatore. La festa si chiude con pubbliche preghiere, e per ultimo con un sontuoso banchetto che il Gran Kan dà ai dignitarî principali della sua corte e del suo regno. Durante i mesi di dicembre, gennaio e febbraio, che il Gran Kan passa nella sua città d'inverno, tutti i signori, entro un raggio di sessanta giornate di cammino, sono obbligati a provvederlo di cinghiali, cervi, daini, caprioli ed orsi. Inoltre Kublai stesso è gran cacciatore, ed il suo servizio da caccia è veramente superbo. Egli ha leopardi, lupi cervieri, grandi leoni addestrati a prendere fiere, aquile abbastanza forti per cacciare i lupi, volpi, daini, caprioli; e finalmente cani che si contano a migliaia. È verso il mese di marzo che l'imperatore incomincia le sue grandi caccie, dirigendosi verso il mare, ed è accompagnato almeno da diecimila falconieri con cinquecento girofalchi, una quantità innumerevole di astori, falchi pellegrini e falchi sacri. Durante quella gita il re tartaro, che si compiace di tutto il lusso della pompa orientale, è seguíto da un palazzo portatile posto su quattro elefanti accoppiati, coperto da pelli di leoni, e foderato da drappo d'oro. Egli procede così fino al campo di Chakiri-Mondu, alle sorgenti del fiume Usuri, nella Manciuria, ed ivi rizza la sua tenda, abbastanza vasta da capire diecimila cavalieri o baroni. Ivi è la sua sala da ricevimento; ivi dà le sue udienze. Quando vuole ritirarsi o dormire, trova in un'altra tenda una sala meravigliosa tappezzata da pelliccie d'ermellino e di zibetto, di cui ciascuna vale duemila bisanti d'oro, circa ventimila franchi. L'imperatore rimane così fino a Pasqua, cacciando gru, cigni, lepri, daini, caprioli, quindi ritorna verso la sua metropoli di Cambalu. Parlando delle leggi che regolano la caccia, il Polo così si esprime: «Ancora sappiate, che in tutte le parti ove il Gran Cane ha signoria, niuno nè barone nè alcuno altro uomo non può prendere, nè cacciare nè lepre nè daini nè cavriuoli nè cierbi, nè di niuna bestia che moltiplichi, dal mese di marzo infino all'ottobre. E chi contra ciò facesse, sarebbe bene punito. E si vi dico ch'egli è sì bene ubbidito, che le lepre e daini e cavriuoli e l'altre bestie, ch'io v'ho contato, vegniono più volte insino all'uomo, e non le tocca, e non le fa male.» Marco Polo completa in questo punto la descrizione di questa magnifica città. Egli enumera i dodici sobborghi che la compongono, nei quali i più ricchi mercanti fanno fabbricare magnifici palagi. Questa città è commerciale al massimo grado: vi affluiscono le più preziose mercanzie come in nessun' altra città del mondo. Mille carri carichi di seta vi entrano ogni giorno; è il deposito ed il mercato dei più ricchi prodotti dell'India, come le perle e le pietre preziose, e vi accorre gente a comperare da oltre duecento leghe tutto all'intorno. Per provvedere ai bisogni del commercio, il Gran Khan ha stabilito quindi una zecca, ch'è per lui una sorgente perenne di ricchezze. Aggiungeremo che questa moneta non è altro che un biglietto di banca, lo stesso di cui oggidì ogni nazione ha portato il proprio contingente sui mercati europei. Ma qui lasciamo ancora la parola al Veneziano: «Il Gran Kan fa prendere iscorza d'uno albore ch'à nome gelso[25]; è l'albore, le cui foglie mangiano gli vermini che fanno la seta. E colgono la buccia sottile, ch'è tra la buccia grossa e l'albore, o vogli tu legno dentro, e di quella buccia fa fare carte, come di bambagia, e sono tutte nere. Quando queste carte sono fatte così, egli ne fa delle piccole, che vagliono una medaglia di tornesello piccolo, e l'altra vale un tornesello, e l'altra vale un grosso d'argento da Vinegia, e l'altra un mezzo, e l'altra due grossi, e l'altra cinque, e l'altra dieci, e l'altra un bisante d'oro, e l'altra due, e l'altra tre: e così va infino in dieci bisanti. E tutte queste carte sono sugiellate col sugiello del Gran Sire, e hanne fatte fare tante, che tutto il suo tesoro ne pagherebbe. E quando queste carte son fatte, egli ne fa fare tutti i pagamenti, e fagli ispendere per tutte le provincie e regni e terre dov'egli ha signoria; e nessuno gli osa rifiutare, a pena della vita. E sì vi dico, che tutte le genti e regni che sono sotto sua signoria si pagano di questa moneta, d'ogni mercatanzia di perle, d'oro e d'ariento e di pietre preziose, e generalmente d'ogni altra cosa, e sì vi dico che la carta che si mette per dieci bisanti, non ne pesa uno; e sì vi dico che gli mercatanti le più volte cambiano questa moneta a perle, o a oro, e altre cose rare. E molte volte è recato al Gran Sire per gli mercatanti tanta mercatanzia in oro e in ariento che vale quattrocentomila di bisanti; e 'l Gran Sire fa tutto pagare di quelle carte; e' mercatanti le pigliano volentieri, perchè le spendono per tutto il paese. E molte volte fa bandire il Gran Cane, che ogni uomo che ha oro e ariento, perle o pietre preziose o alcuna altra cara cosa, che incontanente la debbiano avere apresentata alla tavola del Gran Sire, ed egli lo fa pagare di queste carte; e tanto gliene viene di questa mercatanzia, ch'è un miracolo. E quando ad alcuno si rompe o guastasi niuna di quelle carte, egli va alla tavola del Gran Sire, e incontanente gliene cambia, ed ègli data bella e nuova ma si gliene lascia tre per cento. Ancora sappiate, che se alcuno vuol fare vasellamenta d'ariento o cinture, egli va alla tavola del Gran Sire, ed ègli dato per queste carte ariento quant'e' ne vuole, contandosi le carte secondo che si ispendono. E questa è la ragione perchè il Gran Sire dee avere più oro e più ariento, che signore del mondo.[26]» Secondo Marco Polo, il sistema del governo imperiale riposa sopra una centralizzazione eccessiva. Il reame, diviso in 34 provincie, è amministrato da dodici nobilissimi baroni, che abitano nella stessa città di Cambalu; ivi, nel palazzo di questi baroni, dimorano gli intendenti e gli impiegati tutti che trattano gli affari d'ogni singola provincia. Intorno alla città si diramano molte strade ben tenute, che metton capo ai diversi punti del regno. Su queste strade, ad ogni ventidue miglia, sorgono stazioni postali; ed in essa duecentomila cavalli sono sempre pronti a trasportare i messaggieri dell'imperatore. Più, fra le stazioni, ad ogni tre miglia, trovasi un villaggio composto di circa quaranta case, in cui abitano i corrieri che portano a piedi i messaggi del Gran Kan. Questi uomini, con cinghie al ventre, col capo compresso da una benda, hanno una cintura munita di campanelli che li fa udire da lontano; partono al galoppo, fanno rapidamente le tre miglia, rimettono il messaggio al corriere che li attende, e per tal modo l'imperatore riceve in un giorno ed una notte le notizie da dieci giornate di distanza. Questo mezzo di comunicazione costa ben poco a Kublai-Kan, perchè egli si limita, per retribuzione, ad esentuare dalle imposte i corrieri; in quanto ai cavalli delle stazioni, sono somministrati gratuitamente dagli abitanti delle provincie. Ma se il re tartaro usa in maniera così assoluta del suo potere, se fa pesare sì gravi imposte sui propri sudditi, d'altra parte s'occupa attivamente dei loro bisogni, e sovente viene loro in aiuto. Quando la grandine ha devastato le messi, non solo egli non esige l'usato tributo, ma fa distribuire grano ai suoi sudditi, tolto ai suoi granai. Quando una mortalità accidentale ha colpito i bestiami d'una provincia, egli ne la riprovvede a sue spese. Ha cura, nelle buone annate, di mettere nei granai un'enorme quantità d'orzo, di miglio, di frumento, di riso ed altre derrate, in modo da mantener i grani ad un prezzo mite in tutto l'impero. Inoltre, porta particolare affetto ai poveri della sua buona città di Cambalu. «Ora vi conterò, dice il Polo, come il Gran Cane fa carità alli poveri che stanno a Cambulù. A tutte le famiglie povere della città, che sono in famiglia sei o sette, o più o meno, che non hanno che mangiare, egli li fa dare grano e altra biada: e questo fa fare a grandissima quantità di famiglie. Ancor non è vietato lo pane del signore a niuna persona che voglia andare per esso. E sappiate che ve ne vanno più di trenta mila; e questo fa fare tutto l'anno: e questo è gran bontà di signore; e per questo è adorato come Iddio dal popolo.» Aggiungeremo che tutto l'impero è amministrato con somma cura; le vie ben tenute e piantate ad alberi magnifici, che servono sopratutto a farle riconoscere al viaggiatore, nei paesi deserti. La legna è quindi abbondantissima dappertutto; «senza contare, dice il Veneziano, che per tutta la provincia del Catai hae una maniera di pietre nere che si cavano dalle montagne come vena, che ardono come bucce, e tengono più lo fuoco che non fanno la legna.» Queste pietre nere non sono altro che il carbone fossile, che in grandissima quantità trovasi nelle montagne delle provincie di Cheu-sì e di Pe-che-li. Marco Polo soggiornò lungo tempo nella città di Cambalu. È certo che, grazie alla sua vivace intelligenza, al suo spirito, alla facilità di apprendere gl'idiomi dell'impero, venne molto in grazia all'imperatore. Incaricato da lui di diverse missioni, non solo nella China, ma nei mari dell'India, a Ceylan, sulle coste del Coromandel e del Malabar, e nella parte della Cocincina presso il Cambodge; fu nominato, probabilmente tra il 1277 ed il 1280, governatore della città di Yang-tsceu e di ventisette altre città, comprese nella giurisdizione di questa. Grazie a queste missioni, egli percorse un bel tratto di paese e ne riportò utili documenti, tanto geografici, che etnologici. Noi lo seguiremo facilmente, colla carta geografica alla mano, in quei viaggi dai quali la scienza doveva trarre immenso profitto. NOTE: [7] L'Jerzenga dei moderni. [8] La nafta propriamente detta è un bitume liquido, infiammabilissimo, incoloro, della stessa origine del petrolio; è volatile, di odore speciale fortissimo e penetrantissimo. La nafta si trova raramente pura in natura. S'incontra in Persia, in Media, sulle sponde del mar Caspio, in Sicilia ed in Calabria. Il petrolio distillato le somiglia perfettamente. Il territorio di Bacu e tutta la penisola di Apsercon sul Caspio sono sparsi di sorgenti di nafta, cinerea e bianca. La nafta bianca arde benissimo, ma n'è scarsa la quantità; all'incontro la cinerea è abbondantissima, e sgorga talora in piccoli ruscelli. La nafta, in medicina, è stata adoperata, come il petrolio, come vermifuga e antispasmodica. (Nota del Trad.) [9] Melic è voce araba, usata anche nella lingua mongolla, e significa re. [10] Gli indigeni credono che Alessandro Magno fondasse la città di Derbend, e facesse erigere quella gran muraglia che corre sino al Mar Nero, per proteggere la Persia dalle invasioni degli Sciti. [11] Califfo, titolo assunto dai luogotenenti e successori di Maometto, nel nuovo imperio temporale e spirituale fondato dal grande legislatore. (Nota del Trad.) [12] Ecco quanto riferisce il Polo intorno alla presa di Bagdad: «Egli è vero che negli anni Domini 1258 lo Gran Tartero, ch'avea nome Alau, fratello del signore che in quel tempo regnava, ragunò grande oste, e venne sopra lo califfo in Baudac (Bagdad), e presela per forza. E questo fu grande fatto, imperocchè in Baudac aveva piue di cento mila cavalieri senza gli pedoni. E quando Alau l'ebbe presa, trovò al califfo piena una torre d'oro e d'argento e d'altro tesoro, tanto che giammai non se ne trovò tanto insieme. Quando Alau vide tanto tesoro, molto se ne maravigliò, e mandò per lo califfo ch'era preso, e sì gli disse: califfo, perchè ragunasti tanto tesoro? che ne volevi tu fare? E quando tu sapesti ch'io veniva sopra te, come non soldavi cavalieri e gente per difendere te e la terra tua e la tua gente? Lo califfo non li seppe rispondere. Allotta (allora) disse Alau: califfo, da che tue ami tanto l'avere, io te ne voglio dare a mangiare. E fecelo mettere in quella torre, e comandò che non gli fosse dato nè bere nè mangiare, e disse: Ora ti satolla del tuo tesoro. E quattro dì vivette, e poscia si trovò morto. E perciò meglio fosse che lo avesse dato a gente per difendere sua terra.» [13] Ecco la storia meravigliosa citata dal Polo: «Ora vi conterò una maraviglia che avvenne a Baudac (Bagdad) e a Mosul. Negli anni MCCLXXV era uno califfo in Baudac che molto odiava gli cristiani; e ciò è naturale alli saracini. Egli pensò di fare tornare gli cristiani, saracini, o di uccidergli tutti, e a questo aveva suoi consiglieri saracini. Ora mandò lo califfo per tutti i cristiani ch'erano di là, e misse loro dinanzi questo punto; che egli trovava in uno vasello iscritto, che se alcuno cristiano avesse tanta fede quanto un granello di senape, per suo prego che facesse a Dio, farebbe giungere due montagne insieme; e mostrò loro il vasello. Gli cristiani dissero che bene era vero.--Dunque, disse il califfo, tra voi tutti dee essere tanta fede, quanto un granello di senape; or dunque fate rimuovere quella montagna, od io vi ucciderò tutti, o voi vi farete saracini, chè chi non ha fede dee essere morto.--E di questo fare diede loro termine dieci dì. Quando gli cristiani udirono ciò che il califfo avea detto, ebbono grandissima paura; e non sapevano che si fare. Ragunaronsi tutti, piccoli e grandi, maschi e femmine, l'arcivescovo e 'l vescovo, e pregarono assai Iddio; e istettono otto dì tutti in orazione, pregando che Iddio loro aitasse, e guardassegli da sì crudele morte. La nona notte apparve l'angiolo al vescovo, ch'era molto santo uomo, e dissegli che andasse la mattina al cotale calzolaio, e che gli dicesse che la montagna si muterebbe. Quello calzolaio era buono uomo, ed era di sì buona vita, che un dì una femmina venne a sua bottega, molto bella, nella quale un poco peccò cogli occhi, ed egli colla lesina vi si percosse, sicchè mai non ne vidde; sicchè egli era santo e buono uomo. Quando questa visione venne al vescovo, che per lo calzolaio si dovea mutare la montagna, fece ragunare tutti gli cristiani, e disse loro la visione. Allora lo vescovo pregò lo calzolaio che pregasse Iddio che mutasse la montagna; ed egli disse ch'egli non era uomo sufficiente a ciò: tanto fu pregato per gli cristiani, che lo calzolaio si misse in orazione. Quando il termine fu compiuto, la mattina tutti gli cristiani n'andarono alla chiesa, e feciono cantare la messa, pregando Iddio che gli aiutasse; poscia tolsero la croce e andarono nel piano dinanzi a questa montagna, e quivi era, tra maschi e femmine, piccoli e grandi, bene centomila. E 'l califfo vi venne con molti saracini armati per uccidere tutti gli cristiani, credendo che la montagna non si mutasse. Istando gli cristiani in orazione dinanzi alla croce ginocchioni, e pregando Iddio di questo fatto, la montagna cominciò a rovinare e a mutarsi. Gli saracini veggendo ciò si maravigliarono molto, e il califfo si convertì con molti saracini; e quando lo califfo morìo, si trovò una croce a collo, e gli saracini vedendo questo nol sotterrarono nel monimento con gli altri califfi passati, anzi lo missono in un altro luogo.» [14] L'Oasi di Kabis era un giorno asilo delle carovane, florida sede di commercio e d'industria, e governata da un luogotenente del principe di Seiestan. [15] Crediamo opportuno di riprodurre integralmente dal Codice Magliabeccano, questo interessante capitolo: «Milice è una contrada dove il Veglio della Montagna soleva dimorare anticamente. Or vi conteremo l'affare, secondo che messer Marco intese da più uomini. Lo Veglio è chiamato in lor lingua Aloodyn. Egli aveva fatto fare fra due montagne, in una valle, lo più bello giardino, e 'l più grande del mondo; quivi avea tutti frutti, e li più belli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro e a bestie e a uccelli. Quivi era condotti: per tale veniva acqua e per tale miele e per tale vino. Quivi era donzelli e donzelle, gli più belli del mondo, e che meglio sapevano cantare e sonare e ballare; e faceva lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E perciò il fece, perchè Malcometto disse, che chi andasse in paradiso avrebbe di belle femmine tante quante volesse, quivi troverebbe fiumi di latte e di miele e di vino; e perciò lo fece simile a quello che avea detto Malcometto. E gli saracini di quella contrada credevano veramente che quello fosse lo paradiso; e in questo giardino non entrava se non colui, cui egli voleva fare assassino. All'entrata del giardino avea un castello sì forte, che non temeva niuno uomo del mondo. Lo Veglio teneva in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne faceva mettere nel giardino, a 4, a 10, a 20, egli faceva loro dare bere oppio, e quegli dormivano bene tre dì, e facevagli portare nel giardino, e al tempo gli faceva isvegliare. «Quando gli giovani si svegliavano, e gli si trovavano là entro, e vedevano tutte queste cose, veramente si credevano essere in paradiso; e queste donzelle sempre istavano con loro in canti e in grandi sollazzi; donde egli aveano sì quello che volevano, che mai per loro volere non si sarebbono partiti di quello giardino. Il Veglio tiene bella corte e ricca, e fa credere a quegli di quella montagna, che così sia com'io v'ho detto. E quando egli ne vuole mandare niuno di quelli giovani, in niuno luogo, li fa loro dare beveraggio che dormono, e fagli recare fuori del giardino in sul suo palagio. Quando coloro si svegliano, trovansi quivi, molto si maravigliano, e sono molto tristi, chè si trovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente dinanzi al Veglio, credendo che sia un gran profeta, e inginocchiansi. Egli gli domanda: Onde venite? Rispondono: Dal paradiso, e contangli quello che v'hanno veduto entro, e hanno gran voglia di ritornarvi. E quando il Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, egli fa tôrre quello lo quale sia più vigoroso, e fagli uccidere cui egli vuole; e coloro lo fanno volentieri, per ritornare nel paradiso. Se scampano, ritornano al loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso. E quando lo Veglio vuole fare uccidere niuno uomo, egli lo prende e dice: Va', fa tal cosa: e questo ti fo perchè ti voglio fare ritornare al paradiso. E gli assassini vanno e fannolo molto volentieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio della Montagna, a cui egli lo vuole fare: e sì vi dico che più re li fanno tributo per quella paura. Egli è vero che negli anni 1277, Alau signore dei Tartari del levante, che sapeva tutte queste malvagità, pensò tra sè medesimo di volerlo distruggere, e mandò e' suoi baroni a questo giardino, e istettonvi tre anni attorno al castello prima che l'avessono; nè mai non lo avrebbono avuto, se non per fame. Allotta per fame fu preso, e fu morto lo Veglio e sua gente tutta; e d'allora in qua non vi fu più Veglio niuno: in lui fu finita tutta la signoria.» [16] Ecco il testo preciso delle parole del Polo, secondo il Codice Magliabeccano: «E quivi si trova tale maraviglia: quando l'uomo cavalca di notte per lo deserto, egli avviene questo, che se alcuno rimane addietro delli compagni per dormire o per altro, quando vuole poi andare per giungere li compagni, ode parlare i spiriti in àiere, che somigliano li suoi compagni, e più volte è chiamato per lo suo nome proprio, e è fatto disviare talvolta in tal modo che mai non si trova; e molti ne sono già perduti; e molte volte ode l'uomo molti stromenti in aria, e propriamente tamburi.» Qualche commentatore ha trovato ragioni per credere che il passare delle carovane sia accompagnato, in questo deserto, da un suono speciale, prodotto dalla sabbia messa in movimento da molti animali. [17] La falsa credenza popolare che la salamandra possa resistere al fuoco, indusse probabilmente il Veneziano a dare questo nome a quella pietra che noi conosciamo sotto il nome di amianto, minerale che si presenta in filamenti sottili bianchi alquanto madreperlacei, morbidi come seta, infusibili, incombustibili. Nelle Alpi del Piemonte l'amianto è comune; la sua quantità non è però tale da farne grandi applicazioni: si adopera a mo' di lucignolo per le lampade ad alcool; si è pensato pure a farne filacce per gli usi della chirurgia. Pei chimici, l'amianto è un silicato di magnesia. (Nota del Trad.) [18] La moderna Su-ceu, nella provincia di Can-su, al termine occidentale della grande muraglia. [19] Nel testo francese si legge: «il prenent le cousines por feme, et prenent la feme sun pere.» [20] Rubruquis, o Ruysbroeck (Guglielmo di), frate cordeliere celebre pei suoi viaggi, nato nel Brabante verso il 1215, fu inviato nel 1253 da S. Luigi, re di Francia, ad un capo dei Tartari che aveva, dicesi, abbracciato il cristianesimo. Accompagnato dal cordeliere Bartolomeo da Cremona, traversò il Mar Nero, ed incontrò Sortach presso il Volga; ma questo capo non era cristiano, e Rubruquis fu spogliato di tutto quel che possedeva. Ei riconobbe il Mar Caspio, visitò il Khan Batu, andò a Carakorum, presso Mangu, successore di Gengis-Khan, e tornò per l'Armenia. Da San Giovanni d'Acri rese conto della sua missione a S. Luigi; la sua narrazione, scritta in buona fede, è piena di particolari curiosi sui Tartari e si trova nelle raccolte Hakluyt e Purchas. (Nota del Trad.) [21] Verso la metà del secolo XII, si sparse in Europa la vaga notizia dell'esistenza in Asia di un sovrano, spirituale e temporale ad un tempo, chiamato Prete Gianni. Dalle ricerche fatte dagli storici risulterebbe in fatti che al tempo della presa d'Antiochia era re del Cara-Catay, Coir-can, e che dopo la sua morte usurpò il trono un prete nestoriano, capo dei Naimans, generalmente chiamato il Prete Giovanni. [22] Specie di tessuto di peli di cammello, molto compatto e molto solido, che un giorno si fabbricava in Oriente, ed oggi si fabbrica anche da noi con peli di capra. Ai nostri dì il cambellotto è pure una stoffa di lana pura, o mista di lana e seta, che si prepara tanto in Francia che in Italia. (Nota del Trad.) [23] Cioè, è condannato a morte dalla giustizia. (J. V.) [24] Cinghis Cane, figlio maggiore dell'imperatore, essendo venuto a morte, l'eredità del trono spettava di diritto al primogenito del defunto. Come ognuno vede, questa legge è la stessa che regola le successioni delle monarchie europee. (Nota del Trad.) [25] Morus papyrifera. Parlando di queste specie di gelso, il Capitano Mayne-Reid così si esprime: «Il morus papyrifera è originario della 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500