e concluse che, ragionevolmente, il grazioso capretto nero d'allora
poteva esser benissimo quest'immondo bestione d'adesso. E senza neppure
un'ombra d'esitazione rispose alla Miss, che subito gliel'avrebbe
mandato da Porto Empedocle col primo vapore mercantile inglese di
ritorno in Inghilterra. Appese al collo di quell'orribile bestia un
cartellino con l'indirizzo di Miss Ethel Holloway e ordinò che fosse
trasportata alla marina. Qui, lui stesso, mettendo a grave repentaglio
la sua dignità, si tirò dietro con una fune la bestia restìa per la
banchina del molo, seguito da una frotta di monellacci; la imbarcò
sul vapore in partenza, e se ne ritornò a Girgenti, sicurissimo d'aver
adempiuto scrupolosamente all'impegno, che non tanto per la deplorevole
leggerezza di Miss Ethel Holloway, quanto per il rispetto dovuto al
padre di lei, si era assunto.
------
Ieri, il signor Charles Trockley è venuto a trovarmi in casa in tali
condizioni d'animo e di corpo, che subito, costernatissimo, io mi son
lanciato a sorreggerlo, a farlo sedere, a fargli recare un bicchier
d'acqua.
- Per amor di Dio, signor Trockley, che vi è accaduto?
Non potendo ancora parlare, il signor Trockley ha tratto di tasca una
lettera e me l'ha porta.
Era di Sir H. W. Holloway, Pari d'Inghilterra, e conteneva una filza di
gagliarde insolenze al signor Trockley per l'affronto che questi aveva
osato fare alla figliuola Miss Ethel, mandandole quella spaventosa
bestia inguardabile.
Questo, in ringraziamento di tutti i disturbi, che il povero signor
Trockley s'è presi.
Ma che si aspettava dunque quella stupidissima Miss Ethel Holloway? Si
aspettava forse che, a circa undici mesi dalla compera, le arrivasse
a Londra quello stesso capretto nero che springava piccolo e lucido,
tutto fremente di timidezza, tra le colonne dell'antico Tempio greco in
Sicilia? Possibile? Il signor Charles Trockley non se ne può dar pace.
Nel vedermelo davanti in quello stato, io ho preso a confortarlo
del mio meglio, riconoscendo con lui che veramente quella Miss Ethel
Holloway dev'essere una creatura, non solo capricciosissima, ma del
tutto irragionevole.
- Stupida! stupida! stupida!
- Diciamo meglio irragionevole, caro signor Trockley, amico mio. Ma
vedete, - (mi son permesso d'aggiungere timidamente) - ella, andata
via lo scorso aprile con negli occhi e nell'anima l'immagine graziosa
di quel capretto nero, non poteva, siamo giusti, far buon viso (così
irragionevole com'è evidentemente) alla ragione che voi, signor
Trockley, le avete posta innanzi all'improvviso con quel caprone
mostruoso che le avete mandato.
- Ma dunque? - mi ha domandato, rizzandosi e guardandomi con occhio
nemico, il signor Trockley. - Che avrei dovuto fare, dunque, secondo
voi?
- Non vorrei, signor Trockley, - mi sono affrettato a rispondergli
imbarazzato, - non vorrei sembrarvi anch'io irragionevole come la
piccola Miss del vostro paese lontano. Ma al posto vostro, signor
Trockley, sapete che avrei fatto io? O avrei risposto a Miss Ethel
Holloway che il grazioso capretto nero era morto per il desiderio de'
suoi baci e delle sue carezze; o avrei comperato un altro capretto
nero, piccolo piccolo e lucido, simile in tutto a quello da lei
comperato lo scorso aprile e gliel'avrei mandato, sicurissimo che Miss
Ethel Holloway non avrebbe affatto pensato che il suo capretto non
poteva per undici mesi essersi conservato così tal quale. Séguito con
ciò, come vedete, a riconoscere che Miss Ethel Holloway è del tutto
irragionevole e che la ragione sta intera e tutta dalla parte vostra,
come sempre, caro signor Trockley, amico mio.
I PENSIONATI DELLA MEMORIA.
Ah che bella fortuna, che bella fortuna, la vostra: accompagnare i
morti al camposanto e ritornarvene a casa, signori miei, magari con
una gran tristezza nell'anima e un gran vuoto nel cuore, se il morto
vi era caro; e se no, con la soddisfazione d'aver compiuto un dovere
increscioso e desiderosi di dissipare, rientrando nelle cure e nel
tramenìo della vita, la costernazione e l'ambascia che il pensiero
e lo spettacolo della morte incutono sempre. Tutti, a ogni modo,
con un senso di sollievo, perchè, anche per i parenti più intimi, il
morto - diciamo la verità - con quella greve gelida immobile durezza
impassibilmente opposta a tutte le cure che ce ne diamo, a tutto il
pianto che gli facciamo attorno, è un orribile ingombro, di cui lo
stesso cordoglio - per quanto accenni e tenti di volersene ancora
disperatamente gravare - anela in fondo in fondo di liberarsi.
E ve ne liberate, voi, - almeno di quest'orribile ingombro materiale
- andando a lasciare i vostri morti al camposanto. Sarà una pena, sarà
un fastidio; ma poi vedete sciogliersi il mortorio; calare il feretro
nella fossa; là, e addio. Finito.
Vi sembra poca fortuna?
A me, tutti i morti che accompagno al camposanto, mi ritornano indietro.
Indietro, indietro. Fanno finta d'esser morti, dentro la cassa. O forse
veramente sono morti per sè. Ma non per me, vi prego di credere! Quando
tutto per voi è finito, per me non è finito niente. Se ne rivengono
meco, tutti, a casa mia. Ho la casa piena. Voi credete di morti? Ma che
morti! Sono tutti vivi. Vivi, come me, come voi, più di prima.
Soltanto - questo sì - sono disillusi.
Perchè - riflettete bene: che cosa può esser morto di loro? Quella
realtà ch'essi diedero, e non sempre uguale, a sè medesimi, alla vita.
Oh, una realtà molto relativa, vi prego di credere. Non era la vostra;
non era la mia. Io e voi, infatti, vediamo, sentiamo e pensiamo,
ciascuno a modo nostro noi stessi e la vita. Il che vuol dire, che
a noi stessi e alla vita diamo ciascuno a modo nostro una realtà: la
projettiamo fuori e crediamo che, così com'è nostra, debba essere anche
di tutti; e allegramente ci viviamo in mezzo e ci camminiamo sicuri, il
bastone in mano, il sigaro in bocca.
Ah, signori miei, non ve ne fidate troppo! Basta un soffio, signori
miei, a portarsela via, codesta vostra realtà! Ma non vedete che
vi cangia dentro di continuo? Cangia, appena cominciate a vedere, a
sentire, a pensare un tantino diversamente di poc'anzi; sicchè ciò
che poc'anzi era per voi la realtà, v'accorgete adesso ch'era invece
un'illusione. Ma pure, ahimè, c'è forse altra realtà fuori di questa
illusione? E che cos'altro è dunque la morte se non la disillusione
totale?
Ma ecco: se sono tanti poveri disillusi i morti, per l'illusione che
si fecero di sè medesimi e della vita; per quella che me ne faccio io
ancora, possono aver la consolazione di viver sempre, finchè vivo io. E
se n'approfittano! V'assicuro che se n'approfittano.
Guardate. Ho conosciuto, più di vent'anni fa, in terra (Dio ne scampi!)
di tedeschi - a Bonn sul Reno - un certo signor Herbst. Herbst vuol
dire autunno; ma il signor Herbst era anche d'inverno, di primavera
e d'estate, cappellajo, e aveva bottega in un angolo della Piazza del
Mercato, presso la Beethoven-Halle.
Vedo quel canto della piazza, come se vi fossi ancora, di sera; ne
respiro gli odori misti esalanti dalle botteghe illuminate, odori
grassi; e vedo i lumi accesi anche innanzi la vetrina del signor
Herbst, il quale se ne sta su la soglia della bottega con le gambe
aperte e le mani in tasca. Mi vede passare, inchina la testa e mi
augura, con la special cantilena del dialetto renano:
- Gute Nacht, Herr Docktor!
Sono trascorsi più di vent'anni. Ne aveva, a dir poco, cinquantotto
il signor Herbst, allora. Ebbene, forse a quest'ora sarà morto. Ma
sarà morto per sè, non per me, vi prego di credere. Ed è inutile,
proprio inutile che mi diciate che siete stati di recente a Bonn sul
Reno e che nell'angolo della Marktplatz accanto alla Beethoven-Halle
non avete trovato traccia nè del signor Herbst nè della sua bottega
di cappellajo. Che ci avete trovato invece? Un'altra realtà, è vero?
E credete che sia più vera di quella che ci lasciai io vent'anni fa?
Ripassate, caro signore, di qui ad altri vent'anni, e vedrete che ne
sarà di questa che ci avete lasciato voi adesso.
Quale realtà? Ma credete forse che la mia di vent'anni fa, col signor
Herbst su la soglia della sua bottega, le gambe aperte e le mani in
tasca, sia quella stessa che si faceva di sè e della sua bottega e
della Piazza del Mercato, lui, il signor Herbst? Ma chi sa il signor
Herbst come vedeva sè stesso e la sua bottega e quella piazza!
No, no, cari signori: quella era una realtà mia, unicamente mia, che
non può cangiare nè perire, finchè io vivrò, e che potrà anche vivere
eterna, se io avrò la forza d'eternarla in qualche pagina, o almeno,
via, per altri cento milioni d'anni, secondo i calcoli fatti or ora in
America circa la durata della Terra.
Ora, com'è per me del signor Herbst tanto lontano, se a quest'ora è
morto; così è dei tanti morti che vado ad accompagnare al camposanto
e che se ne vanno anch'essi per conto loro assai più lontano e chi sa
dove. La realtà loro è svanita: ma quale? quella ch'essi davano a sè
medesimi. E che potevo saperne io, di quella loro realtà? Che ne sapete
voi? Io so quella che davo ad essi per conto mio. Illusione la mia e la
loro.
Ma se essi, poveri morti, si sono totalmente disillusi della loro,
l'illusione mia ancora vive ed è così forte che io, ripeto, dopo averli
accompagnati al camposanto, me li vedo ritornare indietro, tutti, tali
e quali, pian piano, fuori della cassa, accanto a me.
- Ma perchè, - voi dite, - non se ne ritornano alle loro case, invece
di venirsene a casa vostra?
Oh bella! ma perchè non hanno mica una realtà per sè, da potersene
andare dove lor piace. La realtà non è mai per sè. Ed essi l'hanno,
ora, per me, e con me dunque per forza se ne debbono venire.
Poveri pensionati della memoria, oh, la disillusione loro m'accora
indicibilmente.
Dapprima, cioè appena terminata l'ultima rappresentazione (dico dopo
l'accompagnamento funebre) quando rivengon fuori dal feretro per
ritornarsene con me a piedi dal camposanto, hanno una certa balda
vivacità sprezzante, come di chi si sia scrollato con poco onore, è
vero, a costo di perder tutto, un gran peso d'addosso e, pur rimasto
come peggio non si potrebbe, voglia tuttavia rifiatare. Eh sì! almeno,
via, un bel respiro di sollievo. Tante ore, lì, rigidi, immobili,
impalati su un letto, a fare i morti.... Vogliono sgranchirsi: girano
e rigirano il collo; alzano or questa or quella spalla; stirano,
storcono, dimenano le braccia; vogliono muover le gambe speditamente
e anche mi lasciano di qualche passo indietro. Ma non possono mica
allontanarsi troppo. Sanno bene d'esser legati a me, d'aver ormai in me
soltanto la loro realtà, o illusione di vita, che fa proprio lo stesso.
Altri - parenti - qualche amico - li piangono, li rimpiangono,
ricordano questo o quel loro tratto, soffrono della loro perdita; ma
questo pianto, questo rimpianto, questo ricordo, questa sofferenza sono
per una realtà che fu, ch'essi credono svanita col morto, perchè non
hanno mai riflettuto sul valore di questa realtà.
Tutto è per loro l'esserci o il non esserci d'un corpo.
Basterebbe a consolarli il credere che questo corpo non c'è più, non
perchè sia già sotterra, ma perchè è partito, in viaggio, e ritornerà
chi sa quando.
Su, lasciate tutto com'è: la camera pronta per il suo ritorno; il
letto rifatto, con la coperta un po' rimboccata e la camicia da notte
distesa; la candela e la scatola dei fiammiferi sul comodino; le
pantofole innanzi alla poltrona, a piè del letto.
- È partito. Ritornerà.
Basterebbe questo. Sareste consolati. Perchè? Perchè voi date una
realtà per sè a quel corpo, che invece, per sè, non ne ha nessuna.
Tanto vero che - morto - si disgrega, svanisce.
- Ah, ecco, - esclamate voi ora. - Morto! Tu dici che, morto, si
disgrega; ma quando era vivo? Aveva una realtà!
Cari miei, torniamo daccapo? Ma sì, quella realtà ch'egli si dava e che
voi gli davate. E non abbiamo provato ch'era un'illusione? La realtà
ch'egli si dava, voi non la sapete, non potete saperla perchè era fuori
di voi; voi sapete quella che gli davate voi. E non potete forse ancor
dargliela senza vedere il suo corpo? Ma sì! tanto vero, che subito vi
consolereste, se poteste crederlo partito, in viaggio. Dite di no?
E non seguitaste forse a dargliela tante volte, sapendolo realmente
partito, in viaggio? E non è forse quella stessa che io dò da lontano
al signor Herbst, che non so se per sè sia vivo o morto?
Via, via! sapete perchè voi piangete, invece? Per un'altra ragione
piangete, cari miei, che non supponete neppur lontanamente. Voi
piangete perchè il morto, lui, non può più dare a voi una realtà. Vi
fanno paura i suoi occhi chiusi, che non vi possono più vedere; quelle
sue mani dure gelide, che non vi possono più toccare. Non vi potete
dar pace per quella sua assoluta insensibilità. Dunque, proprio, perchè
egli, il morto non vi sente più. Il che vuol dire che vi è caduto con
lui, per la vostra illusione, un sostegno, un conforto: la reciprocità
dell'illusione.
Quand'egli era partito, in viaggio, voi, sua moglie, dicevate:
- Se egli da lontano mi pensa, io sono viva per lui.
E questo vi sosteneva e vi confortava. Ora ch'egli è morto, voi non
dite più:
- Io non sono più viva per lui!
Dite invece:
- Egli non è più vivo per me!
Ma sì ch'egli è vivo per voi! Vivo per quel tanto che può esser vivo,
cioè per quel tanto di realtà che voi gli avete dato. La verità è che
voi gli deste sempre una realtà molto labile, una realtà tutta fatta
per voi, per l'illusione della vostra vita, e niente o ben poco per
quella di lui.
Ed ecco perchè i morti se ne vengono da me, ora. E con me - poveri
pensionati della memoria - amaramente ragionano su le vane illusioni
della vita, di cui essi al tutto si sono disillusi, di cui non posso
ancora disilludermi al tutto anch'io, benchè come loro le riconosca
vane.
RONDONE E RONDINELLA.
Chi fosse Rondone e chi Rondinella nè lo so io veramente, nè in
quel paesello di montagna, dove ogni estate venivano a fare il nido per
tre mesi, lo sa nessuno.
La signorina dell'ufficio postale giura di non essere riuscita in tanti
anni a cavare un suono umano, mettendo insieme i k, le h, i w e
tutti gli f del cognome di lui e del cognome di lei, nelle rarissime
lettere che ricevevano. Ma quand'anche la signorina dell'ufficio
postale fosse riuscita a compitare quei due cognomi, che se ne saprebbe
di più?
Meglio così, penso io. Meglio chiamarli Rondone e Rondinella,
come tutti li chiamavano in quel paesello di montagna: Rondone e
Rondinella, non solo perchè ritornavano ogn'anno, d'estate, non si sa
donde, al vecchio nido; non solo perchè andavano, o meglio, svolavano
irrequieti dalla mattina alla sera per tutto il tempo che durava il
loro soggiorno colà; ma anche per un'altra ragione un po' meno poetica.
Forse nessuno in quel paesello avrebbe mai pensato di chiamarli così,
se quel signore straniero, il primo anno, non fosse venuto con un lungo
farsetto nero di saja, dalle code svolazzanti, e in calzoni bianchi;
e anche se, cercando una casetta appartata per la villeggiatura, non
avesse scelto la villetta del medico e sindaco del paese, piccola
piccola, come un nido di rondine, su in cima al greppo detto della
Bastìa, tra i castagni.
Piccola piccola, quella villetta, e tanto grosso lui, quel signore
straniero! Oh, un pezzo d'omaccione sanguigno, con gli occhiali d'oro e
la barba nera, che gl'invadeva arruffata e prepotente le guance, quasi
fin sotto gli occhi, pur senza dargli alcuna aria fosca o truce, perchè
gli spirava anzi da tutto il corpo vigoroso una cordialità franca,
esuberante, possente.
Con la testa alta sul torace erculeo pareva fosse sempre sul punto
di lanciarsi, con impeto d'anima infantile, a qualche richiamo
misterioso, lontano, che lui solo intendeva: o su in vetta al monte,
o giù nella valle sterminata, ora da una parte ora dall'altra. Ne
ritornava, sudato, infocato, anelante, o con una conchiglietta fossile
in un pugno, o con un fiorellino in bocca, come se proprio quella
conchiglietta o quel fiorellino lo avessero chiamato all'improvviso da
miglia e miglia lontano, su dal monte o giù dalla valle.
E vedendolo andar così, con quel farsetto nero e quei calzoni bianchi,
come non chiamarlo Rondone?
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La Rondinella era arrivata, il primo anno, circa quindici giorni dopo
di lui, quand'egli aveva già trovato e apparecchiato il nido lassù, tra
i castagni.
Era arrivata improvvisamente, senza che egli ne sapesse nulla, e aveva
molto stentato a far capire che cercava di quel signore straniero, e
che voleva esser guidata alla casa di lui.
Ogni anno la Rondinella arrivava due o tre giorni dopo, e sempre così
all'improvviso. Un anno solo, arrivò un giorno prima di lui. Il che
dimostra chiaramente che tra loro non c'era intesa, e che qualche grave
ostacolo dovesse impedir loro d'aver notizia l'uno dell'altra. Certo,
come dai bolli postali su le lettere si ricavava, abitavano nel loro
paese in due città diverse.
Sorse sin da principio il sospetto, ch'ella fosse maritata, e che
ogn'anno, lasciata libera per tre mesi, venisse là a trovar l'amante,
a cui non poteva neanche dar l'annunzio del giorno preciso dell'arrivo.
Ma come conciliare questi impedimenti e tanto rigor di sorveglianza su
lei con la libertà intera, di cui ella poi godeva nei tre mesi estivi
in Italia?
Forse i medici avevano detto al marito che la rondinella aveva bisogno
di sole; e il marito accordava ogn'anno quei tre mesi di vacanza,
ignaro che la rondinella, oltre che di sole, anzi più che di sole,
andava in Italia a far cura d'amore.
Era piccola e diafana, come fatta d'aria; con limpidi occhi azzurri,
ombreggiati da lunghissime ciglia: occhi timidi e quasi sbigottiti,
nel gracile visino. Pareva che un soffio la dovesse portar via, o che,
a toccarla appena appena, si dovesse spezzare. A immaginarla tra le
braccia di quel pezzo d'omone impetuoso, si provava quasi sgomento.
Ma tra le braccia di quell'omone, che nella villetta lassù la attendeva
impaziente, con un fremito di belva intenerita, ella, così piccola
e gracile, correva ogni anno a gettarsi felice, senza nessuna paura,
non che di spezzarsi, ma neppur di farsi male un pochino. Sapeva tutta
la dolcezza di quella forza, tutta la leggerezza sicura e tenace di
quell'impeto, e s'abbandonava a lui perdutamente.
------
Ogni anno, per il paese, l'arrivo di Rondinella era una festa.
Così almeno credeva Rondinella.
La festa, certo, era dentro di lei, e naturalmente la vedeva per tutto,
fuori. Ma sì, come no? Tutte le vecchie casette, che il tempo aveva
vestite d'una sua particolar pàtina rossigna, aprivano le finestre
al suo arrivo, rideva l'acqua delle fontanelle, gli uccelli parevano
impazziti dalla gioja.
Rondinella, certo, intendeva meglio i discorsi degli uccelli, che
quelli de la gente del paese. Anzi questi non li intendeva affatto.
Quelli degli uccelli pareva proprio di sì, perchè sorrideva tutta
contenta e si voltava di qua e di là al cinguettìo dei passeri
saltellanti tra i rami delle alte querce di scorta all'erto stradone,
che saliva da Orte al borgo montano.
La vettura, carica di valige e di sacchetti, andava adagio, e il
vetturino non poteva fare a meno di voltarsi indietro di tratto in
tratto a sorridere alla piccola Rondinella, che ritornava al nido come
ogn'anno, e a farle cenno con le mani, che lui già c'era, il suo
Rondone: sì, lassù, da tre giorni; c'era, c'era....
Rondinella alzava gli occhi al monte ancora lontano, su cui i castagni,
ove non batteva il sole, s'invaporavan d'azzurro, e forzava gli occhi a
scoprire lassù lassù il puntino roseo della villetta.
Non la scopriva ancora; ma ecco là il castello antico, ferrigno, che
domina il borgo; ed ecco più giù l'ospizio dei vecchi mendichi, che
hanno accanto il cimitero, e stanno lì come a fare anticamera, in
attesa che la signora morte li riceva.
Appiè del borgo, incombente su lo stradone serpeggiante, il boschetto
delle nere elci maestose dava a Rondinella, ogni volta che vi passava
sotto, un senso di freddo e quasi di sgomento. Ma durava poco. Subito
dopo, passato quel boschetto, si scopriva su la Bastìa la villetta.
Come vivessero entrambi lassù, nessuno sapeva veramente; ma era facile
immaginarlo. Una vecchia serva andava a far la pulizia, ogni mattina,
quand'essi scappavan via dal nido e si davano a svolare, come portati
da una gioja ebbra, di qua e di là, istancabili, o su al monte, o giù
nella valle, per le campagne, pe' paeselli vicini.... C'è chi dice
d'aver veduto qualche volta Rondone regger su le braccia, come una
bambina, la sua Rondinella.
Tutti nel paese sorridevano lieti nel vederli passare in quella gioja
viva d'amore, quando, stanchi delle lunghe corse, venivan per i pasti
alla trattoria. S'eran già tutti abituati a vederli, e sentivano che
un'attrattiva, un godimento sarebbero mancati al paese, se quel rondone
e quella rondinella non fossero ritornati qualche estate al loro nido
lassù. Il medico non pensava ad affittare ad altri la villetta, sicuro
ormai, dopo tanti anni, che quei due non sarebbero mancati.
Sul finire del settembre, prima partiva lei; due o tre giorni dopo,
partiva lui. Ma gli ultimi giorni avanti la partenza, non uscivano più
dal nido neppure per un momento. Si capiva che dovevan prepararsi a
un distacco assoluto per tutt'un anno, tenersi stretti così, a lungo,
prima di separarsi per tutt'un anno. Si sarebbero riveduti? Avrebbe
potuto lei, così piccola e gracile, resistere al gelo di tanti mesi
senza il fuoco di quell'amore, senza più il sostegno della grande forza
di lui? Forse sarebbe morta, durante l'inverno; forse egli, l'estate
ventura, ritornando al vecchio nido, la avrebbe attesa invano.
L'estate veniva, il Rondone arrivava e aspettava con trepidazione
uno, due, tre giorni; al terzo giorno ecco la Rondinella, ma d'anno in
anno sempre più gracile e diafana, con gli occhi sempre più timidi e
sbigottiti.
Finchè, la settima estate....
------
No, non mancò lei. Lei venne, tardi. Mancò lui; e fu dapprima per tutto
il paese una gran delusione.
- Ma come, non viene? Non è ancora venuto? verrà più tardi?
Il medico, assediato da queste domande, si stringeva nelle spalle. Che
poteva saperne? Era dolente anche lui, che mancasse al paese il lieto
spettacolo del rondone e della rondinella innamorati, ma era anche
seccato più d'un po', che la villetta gli fosse rimasta sfitta.
- A fidarsi....
- Ma certo qualcosa gli sarà accaduta....
- Che sia morto?
- O che sia morta lei, piuttosto!
- O che il marito abbia scoperto....
E tutti guardavano con pena la rosea villetta, il nido deserto, su in
cima alla Bastìa, tra i castagni.
Passò il giugno, passò il luglio, stava per passare anche l'agosto,
quando all'improvviso corse per tutto il paese la notizia:
- Arrivano!... arrivano!...
- Insieme, tutti e due, Rondone e Rondinella?
- Insieme, tutti e due!
Corse il medico, corsero tutti quelli che stavan seduti nella farmacia,
e i villeggianti dal caffè su la piazza; ma fu una nuova delusione e
più grande della prima.
Nella vettura, venuta su da Orte a passo a passo, c'era sì la
Rondinella (c'era, per modo di dire!), ma accanto a lei non c'era mica
il Rondone. Un altro c'era, un omacciotto biondo, dalla faccia quadra,
placido e duro.
Forse il marito. Ma no, che forse! Non poteva essere che il marito,
colui! La legalità, pareva, fatta persona. E, legalità, pareva
dicesse ogni sguardo degli occhi ovati dietro gli occhiali; legalità,
ogni atto, ogni gesto; legalità, legalità, ogni passo, appena egli
smontò dalla vettura e si fece innanzi al medico, che era anche il
sindaco, per pregarlo, in francese, se poteva di grazia fargli avere
una barella per trasportare una povera inferma, incapace di reggersi
sulle gambe, a una certa villetta, sita - come gli era stato detto - in
un luogo....
- Ma sì, lo so bene: la villetta è mia....
- No, prego, signore: sita, mi è stato detto ed io ripeto, in un luogo
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